Che cosa ci si può portare via da un incontro in cui si ritrovano, attorno allo stesso tavolo, un sacerdote, persone detenute, familiari di vittime di mafia e studenti?
Don Gianluigi inizia a raccontarsi con trasparenza: ammette di sentirsi quasi a disagio, al suo primo incontro in un carcere, perché riconosce di non avere lezioni da impartire, ma semmai qualcosa da imparare, soprattutto da chi è stato mamma, fratello, parente di chi è stato ucciso dalla mafia.
Racconta di aver avuto una vita piena, e proprio per questo sbatte sul tavolo quello che chiama il rimorso del benessere: quella rabbia mista a senso di colpa che provi quando rientri al caldo di casa mentre fuori c’è chi dorme per strada, chiedendoti che meriti hai avuto tu per salvarti e che colpe abbiano loro. Cresciuto negli scout con l’imperativo di lasciare il mondo migliore di come lo si è trovato, descrive la sua vocazione non come una favola pia, ma come un colpo secco: come incrociare all’improvviso, nel caos di una stazione, l’unico sguardo che sembra essere lì proprio ad aspettare te.
Una calamita. Una forza che ti dà una rotta. Ma la forza di una calamita non si esercita soltanto verso la luce.; se per il sacerdote quel magnetismo ha significato spendersi per far incontrare Dio agli altri, il confronto nel gruppo rende evidente come la stessa attrazione possa esercitarsi, con pari violenza, verso il buio. Lo dice Salvatore, che per anni ha fatto del male e si è fatto del male semplicemente perché non conosceva altro, finché l’incontro con il carcere, e anche l’avvicinamento alla spiritualità, lo hanno costretto a confrontare la carne e lo spirito: si chiede così cosa sia davvero la felicità e se sia possibile ricominciare imparando, faticosamente, a volersi bene e a fare del bene.
Il Don ricorda che ascoltare gli adulti significa sentire ciò che tacciono. Ognuno ha un nome segreto, un’identità sepolta che passa la vita a cercare, proprio come in quella domanda del Vangelo: «Che cosa cercate?». È una domanda che per me risuona tra le mura del carcere, dove il rischio costante è quello di vedersi schiacciati e definiti per sempre solo dal proprio reato. Ma il vero giudizio non ti inchioda all’errore: ti spoglia e ti abbraccia, riconoscendoti prezioso non per ciò che saresti potuto essere ma per ciò che sei, dice il Don e, aggiungo io, per ciò che potresti diventare.
Il percorso per far emergere questo nome segreto non è lineare, e le contraddizioni emerse nel cerchio lo testimoniano con forza. Mi chiedo quanto pesi lo sguardo dell’adulto nei momenti di rottura: c’è chi racconta che da chierichetto rubava le offerte ed è stato per questo cacciato dalla parrocchia, trovando nell’esclusione una spinta verso la strada; e c’è chi, dopo aver imbrattato una chiesa, è stato costretto prima dalla madre a denunciarsi al parroco e poi da quest’ultimo a ridipingerla davanti a tutti, affrontando la vergogna senza essere cancellato dalla comunità. Due risposte adulte: una che ti perde, una che ti tiene.
Mi chiedo anche come due persone cresciute nello stesso ambiente familiare possano prendere direzioni opposte, l’uno verso il seminario e l’altro verso la devianza, come racconta la storia di Massimo, un altro detenuto. Proprio lui apre così una riflessione più profonda: oggi avverte dentro di sé il risveglio di qualcosa di buono, tuttavia si sente soffocato dall’incapacità di trasformare questo slancio interiore in gesti tangibili. Come si può rendere visibile e credibile un cambiamento interiore quando si teme che le parole non bastino? Don Gianluigi risponde che a contare non è la perfezione formale del discorso, ma l’intenzione profonda, il cuore che ci metti dentro. Quando parli così, le parole si possono toccare.
A raccogliere questo filo è Riccardo, ricordando come sia proprio la cura impressa nei gesti e nella voce a dare peso alla vicinanza, anche quando la sofferenza altrui sembra sopraffare. Richiama Il testamento di Tito di Fabrizio De André, la ballata del ladrone morente che ripercorre i comandamenti scoprendo quanto spesso la legge degli uomini sia stata usata per condannare, fino a far cadere ogni precetto per lasciare in piedi una sola verità: l’amore. Quell’amore che non ha potuto imparare se non nel momento estremo in cui la pietà si è fatta carne.
Ma accanto a chi ha parlato, resta il pensiero di chi non l’ha fatto. Per quanto Don Gianluigi sia stato attento a non impartire lezioni, la dimensione della fede e della spiritualità tocca corde scoperte, intime e radicali, capaci di scuotere le coscienze nel profondo. Non sono temi che si lasciano maneggiare con facilità e credo che non sia un caso che abbia parlato chi aveva già codici familiari o religiosi per agganciarsi al discorso. Negli altri è prevalso un riserbo cauto. Un silenzio che non ho percepito come disinteresse, ma l’evidenza di quanto certi nodi abbiano bisogno di maturare lentamente prima di potersi sciogliere e l’impatto di chi viene toccato sul vivo e ha bisogno di tempo per capire se fidarsi o respingere.
Io nel vedere quest’uomo che muore
Madre, io provo dolore
Nella pietà che non cede al rancore
Madre, ho imparato l’amore
Da “Il Testamento di Tito”, Fabrizio De André
Margherita Valliti