Guardarsi negli occhi

Incontro  del 15/09/2026  – Via Donizetti, 8 – Milano

Una delle prime sollecitazioni del prof è stata apparentemente molto semplice: dopo il racconto di un vissuto personale di un collega tirocinante ha chiesto a tutti i presenti “Cosa hai provato?”, invitandoci a rispondere limitandoci semplicemente a ciò che avevamo sentito, senza interpretare.

Mi sono resa conto immediatamente di quanto questa richiesta fosse tutt’altro che semplice. Mi veniva spontaneo cercare una spiegazione, interpretare ciò che avevo ascoltato, ragionare. È stato difficile chiedermi “io cosa ho sentito?”. Mi sono accorta di quanto sia più facile, almeno per me, utilizzare il pensiero piuttosto che sentire l’emozione.

Questo esercizio mi ha fatto riflettere su quanto siamo poco, e quanto poco soprattutto io stessa sia, abituati ad ascoltare le nostre emozioni. Riuscire a riconoscere ciò che una persona, un racconto o una qualsiasi situazione suscitano dentro di noi. È qualcosa che vorrei provare a portare con me nei prossimi incontri: sentire l’emozione e poi eventualmente cercare di comprendere, razionalizzare, spiegare.

La seconda parte dell’incontro mi ha coinvolta in maniera emotivamente più intensa. La signora Marisa è intervenuta in relazione al suicidio di Denise. Marisa aveva già preso parola nella prima parte dell’incontro, facendo riferimento anche alla propria storia personale e alla perdita della figlia.

Lo scambio che si è creato tra lei e il dott. Aparo mi ha colpita profondamente. È stato uno di quei momenti che non sono terminati insieme all’incontro: ci ho pensato durante tutto il viaggio di ritorno e anche nei giorni successivi. Tra le molte cose dette da Marisa, una in particolare continua a risuonarmi. Mi ha colpito il fatto che proprio lei, che per la propria storia avrebbe forse tutte le ragioni per definire coloro che hanno commesso determinati reati come “bestie”, sia stata invece la persona che, nel confronto con il professore, ha insistito sul fatto che siano uomini e che possono capire, cambiare, sentire.

Mi è rimasta in mente soprattutto la frase: “Sono andata in carcere la prima volta per farmi guardare negli occhi e per guardare queste persone negli occhi.”

Forse è una delle cose più interessanti, per me, ma non so ancora spiegare fino in fondo perché. Ho cercato di darle un significato, ma tornerei proprio a ciò che scrivevo prima: cercare subito una spiegazione invece di riconoscere, prima di tutto, ciò che ha suscitato in me. Ad oggi so solo che quelle parole mi hanno colpita e che l’immagine del guardarsi e farsi guardare negli occhi mi è rimasta impressa. Non è necessario riuscire a spiegare il perché, continuerò ad ascoltare questa sensazione e a custodirla nei prossimi incontri.

Letizia Portellotto

Verbali

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