Quale libertà?

Gentile Dott.ssa Giovanelli,
Sono Eleonora Montin, la studentessa della Cattolica che oggi insieme ad alcune colleghe parteciperà all’incontro del Gruppo in via Sant’Abbondio. Le mando questa mail con le le nostre impressioni sull’incontro svolto in Università qualche giorno fa. Ne approfitto per ringraziare nuovamente, a nome mio e di tutte le mie colleghe, Lei e tutto il Gruppo della Trasgressione per la possibilità che ci avete dato.

Una prima cosa che ci ha colpito è stata la diversità del lavoro psicologico in carcere rispetto a quello tradizionale. Abbiamo percepito quanto sia complesso lavorare con persone che non arrivano spontaneamente a chiedere aiuto: questo fa sì che lo psicologo debba agganciare emozioni e consapevolezze che spesso non sono mai state espresse prima, e questo ci ha colpito profondamente.

Un altro elemento riguarda le storie di vita dei detenuti ed ex detenuti. È stato evidente come i reati non nascano “dal nulla”, ma siano spesso l’esito di traumi, mancanza di riconoscimento, bisogni affettivi non soddisfatti. Il crimine sembrava, per molti, l’unico modo che avevano trovato per sentirsi visti. Questa prospettiva ci ha permesso di guardare alla devianza non come a un atto “inspiegabile”, ma come a una risposta (sbagliata, ma comprensibile) a un dolore che non aveva trovato altri canali.

Ci ha colpito molto anche la riflessione su come, per alcuni di loro, il reato abbia rappresentato un tentativo di identità: un modo, disfunzionale ma potente, per sentirsi attivi e presenti in un mondo in cui prima erano rimasti in una posizione passiva. Questa lettura ci ha fatto interrogare molto anche su come si costruisce il sé nei contesti di sofferenza.

Un altro aspetto che ci ha toccato è stato il metodo del dottor Aparo. All’inizio ci ha destabilizzate poiché anticonvenzionale e spesso non si ha modo di vederlo nel contesto accademico, ma osservandolo nel tempo si è capito quanto fosse intenzionale: una direttività modulata, usata per rompere difese che in quel contesto sono fortissime. È stato interessante vedere che questo stile cambiava in base alla persona, e che la provocazione era sempre finalizzata a far emergere qualcosa che da soli non sarebbero riusciti a dire.

Siamo rimaste molto colpite anche dalla co–costruzione che avviene nel gruppo: la consapevolezza non nasce da un insight solitario, ma attraverso l’incontro con l’altro, con il suo sguardo, con il suo racconto. È stato un esempio concreto di come un gruppo possa diventare uno spazio identitario, di responsabilità e di trasformazione.

Infine, il tema della libertà ci ha colpite moltissimo: sentire la distinzione fra la libertà “apparente” della trasgressione — fatta di rabbia, adrenalina e illusione — e la libertà più autentica che nasce dalle regole, dalla responsabilità e dal riconoscimento dei propri limiti. È stato un passaggio davvero potente.

Tutto questo ci ha fatto venire voglia di approfondire da vicino questo metodo e il lavoro del gruppo. È stato un incontro che ha “mosso” tanto, e ci piacerebbe continuare questo percorso come occasione di crescita personale e professionale.

Cordiali saluti,

Eleonora Montin e colleghe

Percorsi della Devianza e Trame di libertà