A me sembra che il Gruppo della Trasgressione, da più di vent’anni a questa parte, si muova non solo nella logica rieducativa, ma anche e soprattutto in una logica che è riparativa. Oggi quando si parla di giustizia riparativa, si pensa soprattutto alla mediazione penale che, come è noto, è lo strumento principe, ma il lavoro che fa il Gruppo va oltre perché responsabilizza il detenuto sia rispetto a ciò che ha fatto, sia rispetto a ciò che vuole fare ora con la sua vita; si dialoga col detenuto in una dimensione individuale, ma allo stesso tempo lo inserisce in una visione comunitaria.
A me ha colpito molto il fatto che il prof. Aparo abbia detto agli studenti: “Il detenuto deve restituire qualcosa a te, deve aiutare te che oggi sei qui a lezione” – come a rimarcare questa non separazione tra carcere e società civile, che si gioca proprio in questo. Poi mi colpiva anche che la partecipazione collettiva a questo processo evolutivo del detenuto; la società viene messa nelle condizioni di fare i conti con lo strappo; quest’ultimo è stato sì fatto da una persona nei confronti della comunità, ma forse bisognerebbe riflettere di più sul fatto che anche la comunità non è del tutto esente da responsabilità perché questo strappo potrebbe anche essere stato messo in atto perché, forse, la comunità non si è presa abbastanza carico di quella persona.
Il tema centrale che oggi a lezione (lezione successiva all’incontro con il Gruppo della Trasgressione n.d.r.) voglio toccare con gli studenti è questo e poi vorrei anche parlare del rapporto tra azione e libertà. Vorrei capire cosa pensano i miei studenti della libertà, ovvero “Siamo veramente tutti liberi? Le scelte che compiamo sono veramente libere oppure no?”.
E poi è venuto fuori tantissimo il tema dei legami familiari. Da ciò che hanno testimoniato Antonio, Ignazio ed Alessandro viene fuori in maniera evidente che tu delinqui se non ti senti riconosciuto.
Questi sono i tre nuclei che ho identificato per la discussione di oggi: riconoscimento o non riconoscimento dell’altro come fondativo della tua identità ed eventuali effetti dei legami affettivi positivi; secondo punto, la libertà, ovvero c’è o non c’è; terzo punto, qual è l’approccio riparativo che abbiamo ascoltato dalle vostre testimonianze e mi riferisco anche ai familiari di vittime, non solo a cosa hanno detto i detenuti.
Su quest’ultimo punto devo aggiungere che mi ha colpito molto l’intervento di Paolo Setti Carraro ieri a lezione, Non era la prima volta che lo ascoltavo, di recente avevo ascoltato anche un suo intervento qui in Università Cattolica, ma ieri ha detto cose che mi hanno messo molto in discussione. La sua posizione sull’identità della vittima, in particolare, ha scardinato alcune mie convinzioni.
Rimango convinta che questo Gruppo fa un lavoro di revisione delle identità criminali, ma invita a questo lavoro anche la vittima e il semplice cittadino; è un lavoro di tessitura di legami perché, di fatto, un individuo si riconosce in qualcosa di nuovo solamente nei legami e riscostruisce qualcosa di nuovo solamente riscostruendo i propri legami.
Il Gruppo della Trasgressione è “riparativo” in questo senso: ricuce, ripara, connette, mette insieme e costruisce ponti; non negando le difficoltà che immagino ci siano e non poche. Immagino che uno dei motivi che stanno dietro a questo stile molto direttivo e anticonvenzionale del dott. Aparo sia dovuto al fatto che lui, da psicoterapeuta che lavora a contatto con i delinquenti da parecchi anni, ha capito che, in certe situazioni, affinché i legami vengano ricostruiti, la gente va spronata e occorre anche un minimo forzare gli individui.
In sintesi, lego questa cosa al fatto che il riconoscimento non c’è stato, o meglio c’è stato, ma in una maniera sbagliata e quindi ha portato allo sviluppo di un’identità criminale e l’individuo al Gruppo viene messo di fronte alla possibilità di riconoscersi in qualcosa di nuovo, così da scoprire anche parti di sé che nessuno aveva attivato.
Ma la potenza di questo Gruppo risiede soprattutto nel fatto che il detenuto con la sua nuova identità vede che può offrire qualcosa agli altri. In aggiunta, questo avviene non solo per i detenuti, ma anche per i familiari delle vittime, dello studente, del professionista, del semplice cittadino. Chiunque può rileggere in questa traiettoria “riparativa”, non solo qualcosa sul mondo dei detenuti e della devianza, ma anche qualcosa di utile per la sua vita.
Percorsi della devianza e Trame di Libertà
Miriam Parise

