Secchio Bucato, 9-05-2016

Verbale dal Gruppo del Secchio Bucato
Sarah Coco

Iniziamo l’incontro riprendendo il concetto di “visione totalizzante” del tossicodipendente. Il dott. Aparo ricostruisce che il tossicodipendente attua una riduzione della complessità a poche variabili che siano compatibili con il suo panorama emotivo attuale: “…la persona tossicodipendente riduce la gamma delle sfumature della propria esperienza, ponendo al centro di ciò che accade la propria emotività contingente. Ovviamente, questo non vale solo per il tossicodipendente, pur se nel suo caso il fenomeno è accentuato dalla centralità del rapporto con la sostanza, dal fenomeno dell’astinenza e dalla progressiva riduzione di spazio, di relazioni e della gamma di emozioni che la tossicodipendenza causa: un circolo vizioso per cui il tossicodipendente rimane sempre più isolato dai propri sentimenti e dagli altri”.

Il secondo tema riguarda il rapporto operatore-utente:

  • Qual è il pensiero dell’operatore rispetto alla dipendenza da sostanze?
  • Quanto incide il suo stato d’animo nella relazione?
  • Quali sono le aspettative dell’operatore nei confronti dell’utente?
  • Come mai sembra che a volte non ci sia interesse ad avviare una relazione che aiuti la persona con una dipendenza a crescere e a instaurare un rapporto di fiducia reciproca?

Secondo il dott. Sanò, avendo il detenuto tossicodipendente diritto di usufruire delle misure alternative, è legittimo il suo interesse nel cercare di sfruttare ogni possibilità a proprio favore. L’importante è che le intenzioni siano chiare e che non ci sia una presa in giro e una manipolazione sul proprio stato di salute.

Alcuni detenuti mettono in luce che manca il tempo per stabilire un rapporto di fiducia con gli operatori e a volte percepiscono da parte di questi ultimi disinteresse nell’approfondire i loro reali problemi. Le stesse persone si chiedono se l’operatore abbia l’intento di curare oppure no e sostengono che gli operatori dovrebbero indurre il tossicodipendente a riconoscere il proprio problema nonostante le sue resistenze.

A questo riguardo, il dott. Aparo dice che “… in carcere è molto difficile realizzare le condizioni per instaurare col detenuto una comunicazione profonda; qui le persone tendono a negare gli aspetti di sé problematici. Nel contesto carcerario, d’altra parte, le norme legislative sulla tossicodipendenza coinvolgono inevitabilmente la relazione tra operatore e detenuto e la espongono a tentativi di strumentalizzazione da parte dell’utenza. Lo psicologo in tale ambito può sentirsi ora in colpa per la grande difficoltà di cercare una soluzione attendibile ai problemi del detenuto ora sconfortato per l’atteggiamento ostinatamente strumentale della maggior parte di loro“.

Per quanto riguarda la certificazione da parte del Sert, sembra che per ottenerla i detenuti tendano inizialmente ad accentuare le problematiche legate alla tossicodipendenza, mentre il problema sembra poi svanire quando non vi è più una utilità strumentale.

Ogni operatore sembra adottare un approccio personale a queste difficoltà, mentre i detenuti che si stanno impegnando sul tema sostengono che occorrerebbero momenti di condivisione con i detenuti. Secondo alcuni partecipanti, durante gli incontri del gruppo c’è la giusta atmosfera per intraprendere una seria riflessione su se stessi e per un dialogo proficuo con gli operatori (nonostante si parta da obiettivi diversi):

  • “Io credo che non sia una malattia, ma la conseguenza di una predisposizione”  Così la tossicodipendenza viene descritta da un membro del gruppo, che prosegue dicendo che è come se ci fosse “… un istinto di morte che ci spinge ad agire in un determinato modo. È necessario dunque ricostruire la mappa di sé e dei propri sentimenti, avviando una ricerca su di essi
  • I miei sentimenti di rabbia influenzavano la mia visione della realtà
  • C’è una mutilazione a livello emotivo, non possiamo accontentarci di dire che è una malattia perché non si risolve il problema prendendo una pastiglietta!”

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