Non sarà il canto delle Sirene

E’ la musica il vero campo di battaglia del conflitto: se non ci credete, chiedetelo ad un uomo over 50 costretto in catene ad ascoltare l’italica musica rap/trap dell’ultimo decennio.

C’è stato un tempo nel quale, dal tavolo della cucina, evocavo davanti a mia moglie la sfida canora tra le Muse e le Sirene, una tra le più affascinanti contrapposizioni simboliche della mitologia greca (anche se a rendercela visibile non è stato Nolan ma un geografo del II secolo d.c.).

Sarcofago romano in marmo con la contesa tra le Muse e le Sirene [The Metropolitan Museum of Art, New York]

Alla presenza delle più importanti divinità dell’Olimpo chiamate a giudicare, le Sirene sfoderarono la loro magnifica voce in qualcosa che pareva un canto ma era altro. Voce capace di «incantare» – dietro una promessa di conoscenza e verità – «tutti gli uomini che passano loro vicino»: il verbo greco θέλγω utilizzato da Omero [Odissea, libro XII, 40] descrive proprio l’atto magico dello “stregare”, privando l’ascoltatore delle sue facoltà mentali e del controllo del proprio corpo.

Le Muse invece, protettrici delle Arti, risposero eseguendo odi – canti di armonia e sapienza cosmica – in questo fedeli alla tradizione di Esiodo per le quali esse dicono «le cose che sono, che saranno e che furono» [Teogonia, 38]. Il termine ἀοιδή è infatti la parola chiave che definisce l’essenza stessa della poesia e del canto nel mondo omerico: Arte intesa come istituzione divina, donata agli uomini e capace di restituire ordine al caos.

Per questo chi ascolta il canto delle Muse «portando un dolore nell’animo recente di lutto…dimentica le angosce né le pene rammenta» [Teogonia, 98-103]: esso è tanto terapeutico quanto capace di tramandare memoria vitale per costruire la nostra identità più vera. Mentre il canto delle Sirene è sterile: chi lo ascolta non torna più a casa e non tramanda nulla, perché perde la memoria di ogni cosa e muore.

La filiazione diretta tra il gruppo dei due contendenti ha reso questo primordiale conflitto una vera e propria ribellione generazionale: le Sirene, infatti, ereditano il talento canoro direttamente dalla stirpe materna delle Muse ma corrompono questo dono divino tramutandolo in uno strumento funesto, legittimando così la dura restaurazione dell’ordine da parte delle dee madri. Per questo le Muse «vinsero, strapparono le penne delle ali alle Sirene e, come si dice, se ne fecero delle corone» [Pausania, Viaggio in Grecia, libro IX, XXXIV, 3].

E’ la musica il vero campo di battaglia del conflitto generazionale: se non ci credete, chiedetelo ad un padre nato – come me – negli anni Settanta e con figli venuti al mondo nella generazione Z. Avevamo ascoltato insieme, nei primi 8 anni della loro vita, la voce tranquillizzante di Mary Poppins, poi all’improvviso «la pillola» e «lo zucchero» hanno assunto significati diversi nelle canzoni che prepotentemente, senza chiederci il permesso, hanno infestato le loro camerette. Universi musicali che mi/ci sono estranei, eppure così vitali per loro.

Pur non disprezzando inizialmente quel mitologico giudizio degli dei, al tavolo della nostra cucina da qualche anno è scoccato il tempo di cambiare strategia genitoriale. La distanza è diventata non solo estetica ma profondamente esistenziale: i figli ascoltano brani che inquietano, che sembrano parlare di mondi e valori lontani dai nostri, dove Odisseo ha assunto le sembianze di un giovane di periferia che deve navigare in un «mare» di guai giudiziari, tradimenti, dissing e pericoli di strada per raggiungere il porto sicuro del successo economico e delle ragazze facili. E «le sirene» sono quelle delle volanti della polizia, pericolo costante che interrompe le attività illecite nei quartieri di Milano.

Al posto della dea Hera, chiamo ora a dirimere la contesa uno dei miei miti musicali: «Non sarà il canto delle sirene / che ci innamorerà / l’abbiamo sentito bene / l’abbiamo sentito già». Fin dall’inizio Francesco De Gregori stabilisce una distanza di sicurezza dal magico incanto. E la mantiene, ferma, fino alla fine della sua ode: «Ma sarà il coro delle nostre donne / da una spiaggia di sassi / sarà la voce delle nostre donne / a guidare i nostri passi». Questo gruppo di persone, rimaste sulla riva, ereditano la funzione civile, etica e costruttiva che nel mito arcaico apparteneva alle Muse. Rappresentano l’intero villaggio che contribuisce alla crescita e alla educazione dei nostri figli: un’armonia collettiva che fa ritrovare la strada di casa, ristabilendo l’ordine affettivo e permettendo di superare la crisi dell’adolescenza «quando la bussola si incanta / quando si pianta il motore».

E mentre nel mito antico la punizione delle Sirene serviva a preservare la memoria storica custodita dalle Muse, De Gregori invece imposta l’intera struttura narrativa de “Il canto delle Sirene” [dall’album Terra di nessuno, 1987] proprio sul recupero della memoria generazionale: «Mio padre era un marinaio… / mio figlio non lo conosce… / ma lo ricorderà / mio padre era un marinaio / mio figlio lo sarà».

La rotta da seguire sembra allora non quella del giudice ferale che recide per eliminare ma del fedele compagno di viaggio, disposto a interrogarsi e a lasciarsi sorprendere. Ho così faticosamente iniziato a concepire la musica che i miei figli amano non più come una minaccia seria ma come una nuova lingua da imparare, un invito a decifrare il loro mondo non mancando però di mitigare quell’effetto “magico” mantenendo vivo e costante un confronto critico sul significato di quei testi e sulla verità possibile anche di altre (e più alte) parole, che riemergono dal mare del mio passato per il tramite dei miei riferimenti musicali. Una possibilità di esercitare un’empatia concreta, di trasformare la distanza generazionale in uno spazio di dialogo aperto sui nodi dell’adolescenza inquieta e di condivisione di memorie e narrazioni differenti. Perché, in fondo, essere padri significa anche imparare a essere figli, ogni giorno, della meraviglia e del cambiamento.

Francesco Cajani

[contributo pubblicato oggi, con il titolo «Voci sterili o canti di memoria? La musica divide le generazioni», su Gutenberg – inserto culturale di Avvenire – intitolato “La lingua della guerra“]

 

GENITORI E FIGLI – Alla ricerca del padre

 

L’alba inattesa

Cardedu, 23 agosto 2019

Sono grato.

Stride molto questo sentimento con questo giugno pieno di fatica e disillusione.
Eppure sono grato, non c’è più alcun dubbio.

Durante l’ultimo nostro incontro in carcere, il 10 maggio scorso, seduto – come nel primo nostro ingresso a San Vittore del 12 aprile – tra Luca e Francesco, a un certo punto mi sono ritrovato gli occhi pieni di lacrime ma non riuscivo a capire bene perché.

Mi ero riproposto che dovevo pensarci bene, lasciando che quelle emozioni inattese continuassero a trafiggermi senza però consentire che l’effetto benefico si esaurisse al risveglio, l’indomani mattina.

La fretta di dover cambiare argomento o tonalità, ritornando ai ritmi frenetici appena usciti dal sottosuolo di San Vittore, doveva arrendersi – per una volta – alla necessità di trovare quella risposta: perché?

Ci voleva del tempo, certo. Come tutte le cose.

Ma poi questa ultima settimana, segnata dai riti di passaggio tipici della fine della quinta elementare e della terza media (una congiunzione astrale difficile da gestire all’interno di un’unica famiglia), mi ha regalato il tesoro nascosto.

Sono grato alla maestra di mia figlia che, dopo un anno di relazioni sempre più difficili all’interno della sua classe, è riuscita a trasformare quelle difficoltà in opportunità di crescita. La fine della cerimonia di graduation restituiva plasticamente l’obiettivo educativo (prima che scolastico), io – con la mia rigidità nel rapporto genitore/insegnante – non trovavo le parole adatte neppure per un semplice “grazie” e lei mi ha colto di sorpresa con un “beh, ora possiamo abbracciarci anche noi?”.

Sono grato a quei capi scout che neppure io conoscevo e che hanno custodito mia figlia lo scorso weekend accompagnandola per mano dentro un territorio che lei neppure voleva conoscere. Di ritorno a casa la domenica, ho ritrovato nel suo entusiasmo un tratto che abitava un tempo anche in me, perché a volte la timidezza del carattere non riesce a farti indirizzare lo sguardo verso l’impensabile e l’inimmaginabile.

Sono grato alle insegnanti e agli insegnanti di mio figlio che – dopo essersi presi cura per oltre due anni e mezzo non solo del suo sapere ma anche della sua adolescenza inquieta, con un entusiasmo e una dedizione che più volte mi ha intimamente commosso- lo accoglieranno oggi alle 8.00 per l’esame orale di terza media, nonostante tutto questo non gli abbia fatto prendere sonno questa sera dopo aver preparato uno zaino con 12,5 kg di libri dentro. E io, con lui, a sperare che arrivasse finalmente Morfeo a dare forma ai suoi sogni. E in quella attesa durata due ore, disteso accanto a lui sullo stesso letto, non mi preoccupavo tanto di non avere ricordi nitidi né della fine della quinta elementare né della fine della terza media. Perché a me basta il ricordo della maturità, come se fosse stato ieri, quando sono uscito da quell’aula dopo l’esame orale. Mi sono guardato indietro per rendere indelebile quello che finora così è rimasto in me:  quella sensazione del me-che-chiudo-quella-porta, lentamente. Un misto di rimpianto e soddisfazione.

Un qualcosa che – quando sei giovane – è in parte differente da quello stare, come magnificamente indica Nicolò Fabi, “nella pausa che c’è tra capire e cambiare” tipica dell’età che ci ostiniamo a chiamare adulta.

Capivo (ma forse solo intuivo) che era finito un ciclo della mia vita ma quella mia stessa vita non mi aveva ancora fornito gli strumenti di consapevolezza per comprendere che quella porta, così consapevolmente chiusa, avrebbe aperto realmente ad un cambiamento.

Eppure quel momento è stato forse la mia prima alba, attesa per tanto tempo anche se non sapevo, appunto, quale territorio nuovo avrebbe illuminato.

Un qualcosa dunque che, come spiega invece Andrea Parodi, assomiglia forse più all’abacada: “nella lingua sarda …. significa momento di contrapposizione paritetica di forze, caratterizzato dalla serena calma che precede il cambiamento e la svolta esattamente come quei brevi, intensi istanti che non sono ancora giorno e non sono più notte”. E proprio a questo pensavo, ricordo ugualmente indelebile, nell’agosto 2019 quando per la prima volta ho portato mio figlio a fare il bagno in quella precisa scansione temporale, nel mare di Cardedu.

Ed è accaduto nelle vacanze natalizie di quello stesso anno, volendo invece mettere meglio a fuoco il rapporto di padre con mia figlia più piccola, che mi sono ritrovato tra le mani il libro di Alberto Pellai “Da uomo a padre”. Anche di questo sono grato, a lui che lo ha scritto quanto all’insieme di circostanze – che non riesco a ricostruire perché da me neppure lontanamente immaginate – che me lo ha fatto, appunto, trovare e mettere in valigia.

E alla fine quella lettura (che si è fermata a lungo, a pag. 173, sulla “permanenza della <<zona grigia>>”, ovvero “chi è stato mio padre per me? Che ruolo ha giocato nel determinare la persona che sono, ciò che avrei voluto essere? Come mi ha permesso di realizzare ciò che sognavo di fare della mia vita?”) si è trasformata, ugualmente inattesa ed inimmaginabile,  in una preziosa occasione per conoscerlo meglio, io che pensavo di aver compreso ormai tutto di lui e di avergli fino a quel momento sempre manifestato il mio affetto di figlio riconoscente.

Ecco, ora mi è chiaro: erano lacrime di gratitudine le mie, dentro il sottosuolo di San Vittore.

Dopo aver sentito il racconto del mio amico Luca sui padri che ha cercato da giovane con tutte le sue forze e fortunatamente adottato, in uno con il racconto di Francesco sul figlio in affido con tutte le fatiche quotidiane ma anche le gioie connesse, in quel momento ho pronunciato davanti a tutti parole a tratti confuse ma che effettivamente davano il senso anche del mio percorso di figlio, apparentemente cosi diverso da Luca,  e di padre, apparentemente così diverso da quello di Francesco.

Eppure, ripensando anche ora a quel preciso momento, mi sembra davvero che ci siamo tutti abbracciati. Nell’ascolto empatico anche con i padri e i figli detenuti, in quell’abbraccio collettivo credo che ognuno di noi – arrivati fino a quel crocevia, tutti da strade differenti  – sia riuscito a fare un po’ di pace con l’ideale del padre che avremmo voluto avere. E con l’ideale di padre che avremmo voluto essere ma che, ormai è chiaro a tutti, non siamo né riusciremo (mai/più) ad essere.

Di questa esperienza, tra le tante cose che conservo nel mio cuore, una immagine mi si è fatta ugualmente nitida in questa ultima settimana: non è tanto l’attesa dell’alba quello che ci renderà padri migliori, ma un’alba inattesa.

Per tutto questo sono grato ai padri, Juri compreso, che ho incontrato dentro e fuori da San Vittore in questi mesi. Sono sicuro che l’energia che è scaturita dal nostro stare insieme e dal nostro confronto “senza farci sconti” ci aiuterà ad indirizzare sempre più lo sguardo verso qualcosa di inimmaginabile al nostro primo appuntamento, un qualcosa di fronte al quale ciascuno di noi riuscirà – finalmente – a stupirsi di sé stesso.

Grazie ancora, a tutti noi insieme e a ciascuno di voi per quello che siete riusciti a donarmi!

Alla ricerca del padre

Padre e figlia al telefono

Non posso credere di essere di nuovo qui. Ma ci sono. Guardo il telefono e aspetto che sia il mio turno per chiamare a casa. Intanto fisso la parete. La fisso così tanto che potrei farci un buco. Ma il buco devo avercelo io nel cervello per essere di nuovo qui. Ero stato così male la prima volta. Parlare al telefono con mia figlia era un misero surrogato per il desiderio che mi divorava di stare con lei. Ma parlarle era meglio che niente. 

Quando sentii la sua voce cominciai a piangere in modo irrefrenabile, ma cercavo di parlare lo stesso. Le dicevo “Ti voglio bene, tanto tanto” E poi arrivò la domanda “Se mi vuoi così tanto bene, perché non torni a casa? Mi manchi”.

Realizzai in un attimo che la prontezza mentale e la freddezza che mi avevano permesso di diventare uno spacciatore all’altezza, lì non mi sarebbero servite. Era altro che dovevo mettere in campo per non perdere l’amore di mia figlia. Lì di nuovo non seppi far altro che mentire, trovando ragioni per la mia assenza da casa, ragioni abbastanza solide da resistere alle indagini di una bimba di cinque anni. In qualche modo ci riuscii. E in qualche modo finì la telefonata, ma non finì il mio rovello interiore. Era giusto mentire? Mentivo per proteggerla o per proteggere me?

Poi sono uscito. In carcere avevo frequentato il Gruppo della Trasgressione, che mi aveva aiutato a riflettere. Avevo maturato la decisione che una volta uscito non mi sarei più messo in una  situazione a rischio. Ricordo ancora l’angoscia con cui chiedevo ai membri del Gruppo “Io voglio smettere, ma ci riuscirò? Io so fare solo questo. Come trovo altro?”

Mi ricordo anche che un detenuto del gruppo mi disse che avevo la stoffa del venditore. Di provarci.

Il telefono è sempre lì. La parete pure. Io anche. Sto aspetando il mio turno per telefonare. Sono divorato dall’ansia. Che cosa dirò a mia figlia? La volta scorsa le ho raccontato una storia. Lei l’ha ascoltata, silenziosa. Poi mi ha detto “Bella la storia. L’hai raccontata bene, ma, papà, io ho sette anni, non è più tempo di storie”.

Nuccia Pessina

Genitori e figli

La mia valigia

Sono passati 28 mesi circa. Tutti i giovedì al Gruppo della Trasgressione ho conosciuto volontari e tirocinanti, di cui alcuni sono ancora presenti, e un via vai di detenuti: chi è stato liberato, chi trasferito, chi ha rinunciato a partecipare.

Mi sono confrontato su mille argomenti: i conflitti, la droga, i nostri disagi, i percorsi della devianza, odio, rancore, delitti di mafia, genitori e figli, vita sociale e anche episodi e sentimenti della vita personale.

La valigia, mi ricordo bene il significato di questo argomento affrontato più di un anno fa. In quella valigia ho messo tutto quello che ho raccolto fino ad ora e che mi è servito per crescere.

Dei tanti eventi cui ho partecipato con il gruppo, uno mi ha colpito in particolare: Delitti di mafia. Seduta al mio fianco c’era una signora con la nipote alla quale era stato ucciso il marito. Avevo parlato un po’ con lei. Facevo fatica a guardarla negli occhi, lei era molto dolce. Il reato non mi riguardava, ma me ne sentivo complice per lo stile di vita che ho avuto negli anni passati.

Probabilmente all’età di sessant’anni la stanchezza, l’esperienza, la famiglia mi hanno aiutato ad allontanarmi dalle mie scelte di vita passate. Ma non basta, non è sufficiente. È come guidare una macchina senza prendersene cura: prima o poi la macchina si rompe e di questo sono consapevole.

Ecco a cosa serve questa valigia. La porto con me costantemente. in questi anni di gruppo, ho valutato quanto è importante riconoscere e riconoscersi negli altri.

Si dice che, a smettere di essere curiosi, si invecchia; questi incontri mi hanno incuriosito sempre di più. Ora, non solo partecipo al gruppo, io mi sento parte del Gruppo della Trasgressione dal giorno in cui il dottor Aparo mi consegnò quella lettera dove mi veniva riconosciuto l’impegno costante. E così mi sono guadagnato la sua fiducia, tanto da uscire anche per incontri fuori dall’istituto. Avere delle responsabilità, dare un mio contributo al gruppo dà senso alla mia vita.

Io uomo, io padre. l’incontro che abbiamo avuto sabato 12 aprile con altri genitori che venivano dall’esterno mi ha lasciato un principio ben chiaro: se non si è presenti con i figli, si perde il diritto alla parola del padre.

Io esco per fine pena il 5 maggio prossimo. Sabato, 19 marzo, mia figlia Eleonora, 26 anni, mi viene a prendere all’uscita del Carcere. Ci siamo abbracciati e durante la giornata c’è stato un momento in cui siamo rimasti da soli. Così le ho chiesto che ruolo ho per lei e lei mi risponde: io ti ho sempre rispettato come uomo e padre, so che per me provi amore come per gli altri miei fratelli, ma non basta. Se vuoi fare parte della mia vita, devi essere trasparente. Tutte le volte che hai fatto e ti sei fatto del male, hai fatto del male anche a noi. Io non te lo rinfaccio, ma non è corretto pensare di andare avanti con la stessa vita, sapendo quello che proviamo per te. Noi non ti abbiamo mai dimenticato. Non dimenticarti tu di noi.

Io credo che per essere padre si debba far parte del loro mondo costantemente. Ecco per me l’utilità del nostro Gruppo della Trasgressione.

Antonio Trionfo

Alla ricerca del padre

Alla ricerca del padre – day 1

Cari tutti,

vogliamo ringraziarvi di cuore per la vostra partecipazione al primo incontro del nostro progetto “alla ricerca del padre”. Siamo onorati di aver dato forma ad un gruppo subito attivo, che ha saputo garantire un ascolto così attento, costante e caldo. Grazie per le parole, i silenzi, i disegni e i cannoli siciliani che hanno allietato il finale.

Ci vediamo martedì prossimo!

🎹 Peter Gabriel – Father, Son (2000)

[un percorso di riflessione è iniziato, in parallelo, dentro il carcere di San Vittore e all’istituto penale Beccaria grazie all’impegno del Gruppo della Trasgressione]

Alla ricerca del padre

Alla ricerca del padre

“Alla ricerca del padre” – Un percorso dentro e fuori dal carcere di San Vittore

Convinti sempre più della necessità di sperimentare percorsi innovativi volti sia alla prevenzione sia a percorsi riparativi, abbiamo pensato di coinvolgere attivamente anche un pezzo importante di società fuori dal carcere, rappresentata da padri con figli pre-adolescenti e adolescenti che non abbiano però incontrato traiettorie esistenziali devianti.

📆 due incontri fuori dal carcere: mart. 18.2.25 e mart. 4.3.25 (dalle 20.30 alle 22.45)
📆 un possibile incontro dentro/fuori il carcere: merc. 19.3.25 (dalle 17.00 alle 19.00)
📆 due incontri dentro il carcere: sab. 12.4.25 e sab. 10.5.25 (dalle 14.00 alle 17.00)

CERCHIAMO 15 PADRI, CON FIGLI DAI 13 AI 18 ANNI, CHE ACCETTINO LA SFIDA
– di ricercare dentro sé stessi il senso più profondo della propria paternità
– di mettersi in discussione, confrontandosi con altre esperienze genitoriali fuori dal carcere
– di mettersi in ascolto con figli di altri padri, dentro il carcere

Maggiori informazioni qui.

📻 Alexi Murdoch, Wait

“Obiettivo: ricercare dentro sé stessi il senso più profondo della propria paternità, mettendosi in discussione e confrontandosi con altre esperienze genitoriali, anche quelle dei figli di altri padri, dentro il carcere. E superare la logica che il fuori e il dentro li vuole separati a tutti i costi, qui i buoni e là i cattivi, qui chi si salva e là chi è perduto per sempre“: grazie a Viviana Daloiso ed Avvenire per aver colto appieno lo spirito che anima la proposta.

Grazie anche a Sara Zambotti, Massimo Cirri e a tutta la redazione di RAIRadio2 Caterpillar per lo spazio che avete voluto dedicarci nel promuovere questo nostro nuovo progetto (puntata del 24 gennaio 2025):

Abbiamo ricevuto oltre 20 candidature: grazie anche ai padri con figlie e figli di età inferiore ai 13 anni (speriamo di avervi con noi per prossimi progetti futuri).

18 padri
2 psicoterapeuti, Ondina Greco e Angelo Aparo,  che li accompagneranno nel loro percorso fuori e dentro il carcere di San Vittore
1 posto vuoto, che in questo cerchio così inedito quanto visionario sarà occupato da chi ci aiuterà a tenere buona traccia della nostra rotta, cercando di moltiplicarne i punti di arrivo

Prima di metterci tutti in cammino, grazie anche ai Direttori Giacinto Siciliano ed Elisabetta Palù, insieme al Provveditore regionale Maria Milano.

ALCUNE BUONE LETTURE SUL TEMA:
Lev Tolstòj, Denaro falso, 1903-1905
Alberto Pellai, Da uomo a padre, 2019
Matteo Lancini, Sii te stesso a modo mio, 2023
Matteo Bussola, La neve in fondo al mare, 2024

Eccoci, alla ricerca del padre

My father’s eyes

Alla ricerca del padre – day 1

Viaggio nel tempo

Alla ricerca del padre – day 15

Le radici che non ho scelto

Il nostro Daimon

Lettere ai nostri figli per la festa del papà

La diretta di Rai RADIO2 Caterpillar del 19 marzo 2025, dall’aula bunker del carcere di San Vittore.

L’articolo di Viviana Daloiso del 19 marzo 2025 per Avvenire

Siamo noi che scriviamo le lettere

La mia valigia

La risposta alla colpa tra passato e futuro

Colpa e pena secondo Google Maps

L’alba inattesa

 

Reparto LA CHIAMATA   –   Alla ricerca del padre

Non ricordo se ero

«Accade nel primo deserto.
Due braccia scagliarono una gran pietra.
Non ci fu un grido. Ci fu sangue.
Ci fu per la prima volta la morte.
Non ricordo se ero Abele o Caino»

[Jorge Luis Borges, Génesis IV,8 in La rosa profunda, 1975]

William Blake – The Body of Abel found by Adam and Eve, 1826 [Tate Gallery]

«Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e, lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca, chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose:
– Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te? Non ricordo più; stiamo qui insieme come prima.
– Ora so che mi hai perdonato davvero, – disse Caino – perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare.
Abele disse lentamente:
– È così. Finché dura il rimorso dura la colpa»

[Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra, 1969]

 

Il sangue grida (p. Guido Bertagna, 9.6.2001 – atti del Convegno “Il raptus”)

Una giornata in montagna

Quando in carcere, alle ore 6:00 del mattino, si accendono le luci della stanza, di solito è per recarsi in tribunale o per qualche visita ospedaliera. Proprio la mia stanza era tutta accesa, tra gioia e, non lo nascondo, anche ansia. Ma l’attesa era ricca di felicità. Ero già pronto dietro alla porta, ma dovevo aspettare perché la chiave non è attaccata.

Appena aperto, esco subito per recarmi al blocco dell’uscita; alle 7:00 mi aspettava la nostra dottoressa Boccaccio, per noi Carlotta. Anche lei fa parte del gruppo della trasgressione e ha un ruolo per i detenuti del gruppo molto importante: è lei che si prende la responsabilità di accompagnarci agli eventi, come oggi che ci porterà in montagna. L’appuntamento, per detenuti e non, era sotto casa del Dott. Aparo per poi partire tutti insieme.

Anche mia figlia Martina, quando può, viene agli eventi che organizziamo con il gruppo, oggi infatti c’è anche lei. È arrivata sola da casa, con la sua macchina e mentre cercava di parcheggiare io ero lì che la guardavo preoccupato e curioso; era la prima volta che la vedevo con una macchina. Quando mi hanno arrestato Martina aveva 12 anni, oggi ne ha 22 e io mi sono perso tutti gli anni più belli della vita dei miei figli (e anche come lei ha imparato a guidare una macchina). A vedere tutto questo iniziavo a pensare che oggi sono un uomo e un padre fortunato. Avere ottenuto questa autorizzazione dal magistrato è proprio un vero miracolo e non posso tradire la sua fiducia.

Appena Martina esce dalla macchina ci abbracciamo e solo il fatto di sentirmi chiamare papà mi rende libero e mi dà sicurezza, mi fa emozionare perché quel distacco e quella lontananza dati dalla mia carcerazione mi fanno un grande male e sento di essere stato uno stronzo.

Salgo in macchina con lei e partiamo. Ero sbalordito a sentire il rumore delle macchine, era 10 anni che non prendevo la Milano-Lecco. Vedere la Brianza mi sembrava un sogno, si vedevano da lontano le montagne, il verde. Questa strada che ci porta in Valsassina a Barzio la conosco bene, l’ho fatta per anni e ho anche una casetta dove andavamo tutti i sabati a portare i bambini a sciare.

Arrivati a Barzio ci attendevano delle persone con due grandi Jeep per portarci al rifugio per la nostra camminata. Siamo saliti così in alto che la temperatura è scesa. Martina mi aveva portato un maglioncino, uno zainetto con dei panini e una borraccia, ha pensato pure a questo. Mi sentivo rinato, tutta cosi premurosa, cosi dolce, sentivo le scosse al cuore. Questi gesti, questa libertà, lo starmi attaccato, erano emozioni che non provavo da anni.

Si parte per una lunga camminata, il Dott. Aparo andava come un treno, Matteo e Carlotta ridevano, credevano che io non sarei arrivato alla meta, dove c’era il lago Sasso. A un certo punto della strada mi giro a guardare, uno shock! Vedere tutta quella bellezza, sentire quel profumo di verde, i colori delle pietre, questi sentieri cosi strani, avevo voglia di urlare. Sentivo nella mente che la sera tutto questo sarebbe finito e che dovevo tornare in carcere, ma mia figlia Martina è la mia cura, insieme a lei sparisce tutto. Una giornata così bella e cosi emozionante non c’è mai stata, il piacere era alle stelle.

Volevo arrivare in cima, era una sfida! Il Dott. Aparo sì e io no? Martina chiedeva aiuto al suo papà per attraversare i ruscelli da un sasso all’altro, quella mano che mi chiedeva aiuto era così pronta e rimaneva attaccata alla mia, era la prima volta che le sentivo dire: “papà stai attento che cadi!”. Il suo preoccuparsi mi dava una carica per stare sempre più vicino e mi faceva rendere conto che posso ancora riprendere la mia vita e costruire un futuro con i miei figli.

Più si saliva più si sudava, ma il pensiero di essere oggi libero con Martina e con il gruppo mi fa crescere dentro un desiderio di responsabilità, di una vita senza sbarre, senza muri, ma con la consapevolezza che devo pagare questo mio debito per gustarmi i valori che la vita offre.

Giunti al rifugio eravamo stanchi, Martina che si lamentava, ma è valsa la pena per vedere quel paradiso terrestre. Erano quasi le 15:00 e dovevamo pranzare. Ad un certo punto mi sento chiamare, una grande sorpresa: era mio figlio Mattia. La gioia si era completata, mi mancava anche lui ed essere tutti insieme con loro mi dà la speranza di poter tornare ad essere un papà migliore. Martina si emoziona a vedere me con suo fratello, anche perché è stata proprio lei a stargli vicino in questi duri anni, insieme alla loro mamma.

Sanno che ho sbagliato e che tutto questo è solo colpa mia, ma loro fanno tanto per me. Oggi l’essere venuti a camminare qua ci unisce e rinforza il nostro rapporto e il nostro amore. Questo nuovo confronto tra padre e figli, la possibilità di essere in questa giornata fuori dal carcere dà una speranza a chi non crede più e ricarica quei figli che avevano perso le speranze di rivedere il loro papà a casa fra loro. Mi sento fortunato e anche meritevole di aver ottenuto questo beneficio, ma c’è un angolino dentro di me che mi fa sentire triste, perché penso a quei carcerati che non possono avere questa occasione come me, quella di passare una giornata cosi bella con i propri figli e da padre che si sente libero.

Per finire, voglio dire la cosa più importante di questa giornata, anche se avrei potuto dirne tantissime indimenticabili: il rientro in carcere, la consapevolezza di tornare fiero e stanco in cella, di aver lasciato Mattia e Martina felici che presto il loro papà potrà tornare a godersi piccoli spazi di libertà e il grande lavoro del gruppo, che si fa con serietà e fatica. I progetti da portare avanti sono molti e anche questo mi fa tornare felice in carcere, perché dietro di me ci sono persone che mi aiutano e mi danno la loro fiducia.

Anche questo percorso fa parte della mia carcerazione, percorso che desidero portare avanti anche quando potrò essere un cittadino e un uomo libero. Devo molto al gruppo della trasgressione, sono fiero di farne parte e sto vivendo momenti di vere riflessioni, emozioni e anche di riconoscimento. Rispettare le regole significa rispettare se stessi, i propri figli e la società.

Sento il mio cambiamento dentro al carcere e fuori dalle mura. Se oggi riesco a comprendere tutti i miei errori è grazie a tutte quelle persone che hanno lavorato e dato fiducia a me, come il dott. Di Gregorio e l’ispettore che mi hanno permesso di lavorare in carcere, la dottoressa Cossia, che ha concesso di potermi recare nelle scuole, al Beccaria, a San Vittore e anche in questa bellissima giornata e il dott. Aparo per il lavoro che porta avanti con il gruppo. Spero che queste occasioni vengano concesse anche ad altri detenuti come me.

Ignazio Marrone

Il diritto al rancore e il paradosso della mente ubriaca

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Ti ho cercato subito, giovedì appena uscito dal carcere di Bollate alle sei del pomeriggio.

Avevo qualcosa di nuovo da chiederti.

[continua qui]

I Conflitti della famiglia Karamazov

Materiali per I fratelli Karamazov

Abbiamo trovato 63 studenti/esse (di giurisprudenza, psicologia ed altre facoltà) per dare forma – dentro le mura del carcere di Bollate – ad una singolare ricerca sul delitto e le sue molteplici conseguenze, dialogando insieme a chi ne ha già commessi parecchi e chi ne ha subiti alcuni.

Dopo la nostra lettera di invito, sono giunte ben 81 candidature anche grazie ad un articolo di Luigi Ferrarella pubblicato sul Corriere della Sera.

Siamo, allo stesso tempo, ugualmente soddisfatti per avere ricevuto il dono di alcune copie de I fratelli Karamazov necessarie al progetto e destinate alle persone detenute.

Giovedì 1 febbraio abbiamo iniziato …. ecco i materiali per seguire la nostra ricerca anche fuori dal carcere:

I ritratti dei quattro fratelli Karamazov sono stati realizzati, appositamente per questa nostra ricerca, da Luca Lischetti.

Grazie anche ad Andrea Spinelli, illustratore giudiziario in Tribunale e visual soul painter per i nostri progetti in carcere, per aver accettato di aiutarci nella realizzazione della serata di restituzione pubblica del 9 marzo.

Qui la intervista a RAI Radio2 Caterpillar (puntata del 25.2.2024 – grazie a Sara Zambotti, Massimo Cirri e a tutta la redazione):

Chi sono io? Esercizio di Martina Intano

 

Let it be, Karamazov! (by cescofrancobolli)

La serata di restituzione pubblica del 9 marzo 2024, al teatro del carcere di Bollate, è stata interamente ripresa da Radio Radicale ed è visibile qui

A coronamento del progetto di ricerca, RAI Radio2 Caterpillar vi ha dedicato l’intera puntata del 19 marzo 2024 con una diretta nazionale “un po’ dentro, un po’ fuori” visibile, anche in visual radio, qui

I Conflitti della famiglia Karamazov