Per una grammatica di resurrezione

Da poco sbocciata la primavera del 2026, la settimana santa si è aperta con una ferita, profonda: la polizia israeliana impedisce al Cardinale Pizzaballa l’accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme per celebrare la messa della Domenica delle Palme. Eppure, nonostante tali premesse, la Pasqua appena trascorsa non ha finito di sorprenderci: in un mondo ancora dominato dal suono delle armi, è una rock band a suonare finalmente la sveglia, come in quella settimana irlandese del 1916 ricordata come il “sacrificio di sangue” (oltre 300 vittime da entrambe le parti): un fallimento militare trasformatosi in trionfo politico, fondamentale – con il passare del tempo – per la nascita di una nazione resasi indipendente dalla Gran Bretagna.

C’è un brano – nell’EP Easter Lily pubblicato dagli U2, a sorpresa, nella giornata del Venerdi Santo – che più degli altri è entrato direttamente nella mia pelle senza chiedere il permesso, e si intitola Scars. Per comprenderne appieno il significato, 44 anni dopo Gloria, Bono & Co. ci hanno lasciato alcune easter egg, senza neppure tanto nasconderle. Appunto, nello spirito di questa canzone che parla della bellezza delle «cicatrici» esposte. La conversazione sui temi della religione accompagna l’album e rinsalda il legame tra Bono e il frate francescano Richard Rohr: sullo sfondo si può scorgere anche la sfida dell’affrontare, con maggiore maturità spirituale, la seconda parte del viaggio della vita (il falling upward di Rohr, libro da poco tradotto in italiano, ma anche – volendo – il discendere di James Hillmann). Attraverso questo nuovo sguardo, le ferite non sono ostacoli alla fede ma luoghi in cui può nascere una comprensione più profonda di sé e dell’altro: la cicatrice infatti indica che si è passati attraverso il dolore, non che ne siamo rimasti prigionieri. Soglia dunque, non fallimento. Non più ferita sanguinante, essa diventa segno identitario permanente perché ha qualcosa da dire, di sé, all’altro. Da qui l’invito: le cicatrici non devono più essere negate ma esibite come segni di verità, capaci di generare parole che diventino suoni di risurrezione.

Tutto questo ha molto a che fare anche con i percorsi di riparazione, intrapresi da molti anni dai Familiari delle vittime della criminalità mafiosa e della lotta armata. Una giovane Daniela Marcone – venti anni fa a Torino – provava a dare parola a quello che gli era rimasto dentro dalla uccisione del padre, sulle scale dell’androne di casa a Foggia: «praticavo il mio sano distacco, per non piangere, per non soffrire. Ma ad un certo punto ho detto Basta! Basta! Io questo dolore lo dovevo sentire. Lo devo vivere». Anche Manlio Milani non ha voluto rimanere nascosto dietro quella famosa fotografia in bianco e nero, immediatamente successiva allo scoppio della bomba a Brescia, dove le sue mani sorreggono la testa della moglie squarciata. Le sue domande di senso sono comuni a quelle di molti altri: «Cosa farò adesso? Cosa potrà succedermi? Resterò dentro a quell’essere stati oppure riuscirò a comprendere il senso di quelle morti? Cosa ci vuole dire l’assassino?». E però, ricorda bene padre Bertagna (facendo tesoro della personale esperienza descritta in Il libro dell’incontro), una medesima dinamica può essere sperimentata anche dall’autore del reato: alla paralisi della coscienza (tanto determinante nel liberare, di contro, l’azione criminale), segue la “reificazione” del condannato che – allo sguardo della società – viene ridotto al male che ha commesso. E’ possibile allora immaginare che anche lui possa non rimanere più nascosto, se non schiacciato, dentro quello stesso fatto di male?

Ecco dunque l’essenza del percorso riparativo: ciascuna esperienza dolorosamente vissuta torna, tramite dura fatica, ad essere un fatto della vita (e non la vita intera). Le scars esposte – sia per la vittima che per il reo – diventano così segni di memoria, trasformata nel loro incontro in pezzi di verità di storie che riprendono a vivere.  Quella verità di luce che può uscire dalla crepa di una parola salvifica in quanto rigenerativa, come anche il videoclip che accompagna l’uscita della canzone evoca visivamente. Con immagini che peraltro non lasciano spazio a dubbi: «Metti le mani sulla mia mano/metti la mano nel mio fianco» sono anche le famose parole pronunciate dal Risorto nel suo incontro con Tommaso. «Sono le cicatrici a renderti bella/o» («beauty», esattamente come il verso del poeta Yeats a ricordo di quella Pasqua del 1916: «A terrible beauty is born»). E’ il tempo che hai dedicato alla cura della tua ferita che ha reso così bella questa cicatrice, direbbe oggi la Volpe al Piccolo Principe crocefisso. E’ lo spazio che hai creato dentro di te che può offrire all’altro – «il perdente, l’insignificante» ma ugualmente sulla croce, a fianco a te – l’occasione di toccarti di nuovo, senza farti più male con quei «chiodi» così umanamente ingiusti. Perché, appunto, proprio «per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Isaia, 53, 5).

Francesco Cajani

[un estratto di questo contributo è stato pubblicato oggi, con il titolo «Le ferite degli U2 sono la bellezza liberata del Risorto», su Gutenberg – inserto culturale di Avvenire – intitolato “Riparare l’irreparabile“]

La vita accade

La vita accade.

Accade che Marisa Fiorani raccontasse, nel 2024, in una scuola di Legnano: “Marcella aveva 16 anni ed era al secondo anno di istituto magistrale quando – a causa dell’uso di sostanze – non fu più accolta in quella scuola di Brindisi”.

Accade che in quella scuola di Legnano il seme di quel racconto facesse nascere, nel 2025, un presidio scolastico di Libera, significativamente rappresentato da una frase sulla lavagna: “Marcella è stata cacciata dalla scuola ma noi la faremo rientrare”.

Accade che quel presidio, fattosi dopo 14 mesi germoglio, oggi accompagni Marisa fino a Brindisi proprio dentro quella scuola.

Abbiamo sostenuto, per Marcella, azioni di verità e giustizia verso lo Stato ma non ci stanchiamo di sostenere Marisa anche in azioni di cura di sé e di riparazione dello strappo che l’omicidio di sua figlia ha creato nel tessuto sociale.

Perché anche il racconto della vittima può allargarsi sull’altra parte, dal momento che anche il reo – e non solo lo Stato – sa molto della vittima. E a quella scuola di Brindisi oggi, con uguale forza e determinazione, può ben essere restituita la parola affinché non rimanga più reclusa e silente dietro la lavagna di una storia interrotta.

Francesco Cajani – www.lostrappo.net

Marisa mostra una foto di Marcella scattata durante una gita in terza media /Marisa con Juri Aparo e il Gruppo della Trasgressione al carcere di Opera, 25.3.2026

 

 

A che titolo entriamo in carcere?

Ero seduto tra il pubblico di Bookcity Milano l’altra sera, alla presentazione del bel lavoro (“Fragili dentro. Storie di detenuti in un sistema da riformare”) del giornalista Fulvio Fulvi in dialogo con la Professoressa Mazzucato e il Dottor Setti Carraro, nella sede della Avvocatura comunale.

Erano passati solo pochi minuti quando si è fatto, inevitabilmente, cenno anche alla recente circolare, la n. 2025.0454011.U, del Direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Qui la voce del Dottor Setti Carraro si è fatta ancora più seria, quando ne ha scandito alcuni passaggi: “ogni richiesta di autorizzazione di attività di carattere trattamentale trasmessa a questa Direzione Generale dovrà …. contenere, in modo chiaro ed esplicito, i seguenti elementi informativi: … l’elenco dei nomi e dei titoli dei partecipanti della comunità esterna”.

E in quel preciso momento tutto nella mente mi è sembrato, davvero, chiaro. E anche tutto quanto davanti ai miei occhi. Mazzucato, insieme al Professor Ceretti e a padre Bertagna, massime autorità in materia di giustizia riparativa in Italia e, quantomeno per me, preziosa fonte di ispirazione nei miei irrequieti anni tra una laurea in giurisprudenza e una professione ancora tutta da immaginare: ma quando entrano in un carcere sono Guido, Adolfo e Claudia. I loro titoli cosa contano? E mentre penso a tutto questo sento Claudia, ancora una volta con la sua emozione – pacata quanto contagiosa – ribadire con convinzione: “quella che poi si sente riparata, quando esco dal carcere, sono io”. Allo stesso modo Paolo che, nonostante tutti quei bambini fatti nascere e quegli uomini operati d’urgenza in giro per il mondo in guerra, non era riuscito a togliere i punti di sutura dal suo personale dolore per la perdita di una sorella. Ma a giugno 2023, alla fine del suo primo anno di frequentazione settimanale dentro il carcere di Opera, ha scritto una lettera aperta – quasi un bilancio interiore – nella quale descrive chirurgicamente il processo di una “emancipazione reciproca, dal trauma e dal dolore, tra persone ristrette”. Anche qui la sua laurea, in medicina, ha contato poco. Così come il suo vestito di vittima, che Paolo è riuscito finalmente a dismettere, con convinzione. Molto invece ha contato la fatica che ha accompagnato quella sua scelta di provare a guardare dall’altra parte del filo spinato, fatica della quale sono stato fortunato quanto privilegiato testimone nei lunghi percorsi di accompagnamento di alcuni Familiari di vittime della criminalità organizzata, presso il Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano.  Una fatica che ora, in carcere, ha finalmente iniziato a salvare la vita anche a lui.

E penso anche agli insegnanti entusiasti delle ultime letture collettive del racconto “Denaro falso” di Lev Tolstoj che abbiamo organizzato la primavera scorsa, quando abbiamo portato dentro due carceri milanesi non solo i liceali del Tito Livio ma anche i tecnici-informatici del Torricelli. Una esperienza formativa indimenticabile per una gioventù, la loro, meravigliosa indipendentemente dal corso di studi prescelto. Del resto, l’art. 17 dell’ordinamento penitenziario, da cinquant’anni a questa parte, non fa distinzioni di sorta: “sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari… tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”.

Ovviamente, fino al 20 ottobre scorso, con l’autorizzazione e secondo le direttive del Magistrato di sorveglianza, su parere favorevole e sotto il controllo del Direttore: l’uno e l’altro oggi, invece, bypassati da meccanismi di centralizzazione burocratica imposti, per la maggior parte delle attività in carcere, da una circolare di due pagine.

C’è stata una persona che, alcune settimane fa, in una occasione pubblica mi ha presentato come un Pubblico Ministero che fa anche il volontario in carcere. Io avrei voluto correggerla, sostituendo a volontario la parola cittadino. Perché da tempi non sospetti penso che il carcere, in quanto Istituzione, debba essere utile non solo a chi sta dentro ma anche a chi sta fuori. E come cittadini abbiamo tutti titolo per poter beneficiare di tale possibilità, anche se non portiamo sopra il cuore il peso di affetti morti ammazzati ma solo, sottopelle, la fatica di ferite ancora da rimarginare. Cambiando il carcere iniziando da sé stessi, nell’incontro con l’altro-da-noi-recluso. E ri-uscire anche noi, un poco, riparati.

Ecco perché, proprio in quanto cittadini, dobbiamo tutti auspicare che nel sistema penitenziario italiano vengano al più presto rimossi quegli ostacoli che, di fatto, impediscono occasioni di confronto con l’esterno, e tramite esse opportunità reciproche per ricucire gli strappi del nostro tessuto sociale.

Francesco Cajani – cittadino componente del comitato scientifico “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine”

[contributo pubblicato oggi su Avvenire, p. 7, a corredo dell’articolo di Fulvio Fulvi “Se in carcere è vietato anche il pranzo di Natale“]

 

Alla ricerca del padre – day 1

Cari tutti,

vogliamo ringraziarvi di cuore per la vostra partecipazione al primo incontro del nostro progetto “alla ricerca del padre”. Siamo onorati di aver dato forma ad un gruppo subito attivo, che ha saputo garantire un ascolto così attento, costante e caldo. Grazie per le parole, i silenzi, i disegni e i cannoli siciliani che hanno allietato il finale.

Ci vediamo martedì prossimo!

🎹 Peter Gabriel – Father, Son (2000)

[un percorso di riflessione è iniziato, in parallelo, dentro il carcere di San Vittore e all’istituto penale Beccaria grazie all’impegno del Gruppo della Trasgressione]

Alla ricerca del padre

Giustizia riparativa per non soccombere al dolore

“E sento che non posso finire senza dire una parola ai grandi assenti, oggi, ai protagonisti assenti: agli uomini e alle donne mafiosi. Per favore, cambiate vita, convertitevi, fermatevi, smettete di fare il male! E noi preghiamo per voi. Convertitevi, lo chiedo in ginocchio; è per il vostro bene. Questa vita che vivete adesso, non vi darà piacere, non vi darà gioia, non vi darà felicità. Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini mafiosi, è denaro insanguinato, è potere insanguinato, e non potrete portarlo nell’altra vita. Convertitevi, ancora c’è tempo, per non finire all’inferno. E’ quello che vi aspetta se continuate su questa strada. Voi avete avuto un papà e una mamma: pensate a loro. Piangete un po’ e convertitevi“.

[Papa Francesco, 21 marzo 2014 – incontro con i Familiari delle vittime della criminalità organizzata]

 

Quale sia stata l’idea che mi ha portato a tentare il concorso in magistratura è difficile indicarla in poche parole.

[continua: qui]

Tratto da Avvenire- inserto culturale Gutemberg “Prega per il tuo nemico”, 24.1.25

Alla ricerca del padre

“Alla ricerca del padre” – Un percorso dentro e fuori dal carcere di San Vittore

Convinti sempre più della necessità di sperimentare percorsi innovativi volti sia alla prevenzione sia a percorsi riparativi, abbiamo pensato di coinvolgere attivamente anche un pezzo importante di società fuori dal carcere, rappresentata da padri con figli pre-adolescenti e adolescenti che non abbiano però incontrato traiettorie esistenziali devianti.

📆 due incontri fuori dal carcere: mart. 18.2.25 e mart. 4.3.25 (dalle 20.30 alle 22.45)
📆 un possibile incontro dentro/fuori il carcere: merc. 19.3.25 (dalle 17.00 alle 19.00)
📆 due incontri dentro il carcere: sab. 12.4.25 e sab. 10.5.25 (dalle 14.00 alle 17.00)

CERCHIAMO 15 PADRI, CON FIGLI DAI 13 AI 18 ANNI, CHE ACCETTINO LA SFIDA
– di ricercare dentro sé stessi il senso più profondo della propria paternità
– di mettersi in discussione, confrontandosi con altre esperienze genitoriali fuori dal carcere
– di mettersi in ascolto con figli di altri padri, dentro il carcere

Maggiori informazioni qui.

📻 Alexi Murdoch, Wait

“Obiettivo: ricercare dentro sé stessi il senso più profondo della propria paternità, mettendosi in discussione e confrontandosi con altre esperienze genitoriali, anche quelle dei figli di altri padri, dentro il carcere. E superare la logica che il fuori e il dentro li vuole separati a tutti i costi, qui i buoni e là i cattivi, qui chi si salva e là chi è perduto per sempre“: grazie a Viviana Daloiso ed Avvenire per aver colto appieno lo spirito che anima la proposta.

Grazie anche a Sara Zambotti, Massimo Cirri e a tutta la redazione di RAIRadio2 Caterpillar per lo spazio che avete voluto dedicarci nel promuovere questo nostro nuovo progetto (puntata del 24 gennaio 2025):

Abbiamo ricevuto oltre 20 candidature: grazie anche ai padri con figlie e figli di età inferiore ai 13 anni (speriamo di avervi con noi per prossimi progetti futuri).

18 padri
2 psicoterapeuti, Ondina Greco e Angelo Aparo,  che li accompagneranno nel loro percorso fuori e dentro il carcere di San Vittore
1 posto vuoto, che in questo cerchio così inedito quanto visionario sarà occupato da chi ci aiuterà a tenere buona traccia della nostra rotta, cercando di moltiplicarne i punti di arrivo

Prima di metterci tutti in cammino, grazie anche ai Direttori Giacinto Siciliano ed Elisabetta Palù, insieme al Provveditore regionale Maria Milano.

ALCUNE BUONE LETTURE SUL TEMA:
Lev Tolstòj, Denaro falso, 1903-1905
Alberto Pellai, Da uomo a padre, 2019
Matteo Lancini, Sii te stesso a modo mio, 2023
Matteo Bussola, La neve in fondo al mare, 2024

Eccoci, alla ricerca del padre

My father’s eyes

Alla ricerca del padre – day 1

Viaggio nel tempo

Alla ricerca del padre – day 15

Le radici che non ho scelto

Il nostro Daimon

Lettere ai nostri figli per la festa del papà

La diretta di Rai RADIO2 Caterpillar del 19 marzo 2025, dall’aula bunker del carcere di San Vittore.

L’articolo di Viviana Daloiso del 19 marzo 2025 per Avvenire

Siamo noi che scriviamo le lettere

La mia valigia

La risposta alla colpa tra passato e futuro

Colpa e pena secondo Google Maps

L’alba inattesa

 

Reparto LA CHIAMATA   –   Alla ricerca del padre

Non ricordo se ero

«Accade nel primo deserto.
Due braccia scagliarono una gran pietra.
Non ci fu un grido. Ci fu sangue.
Ci fu per la prima volta la morte.
Non ricordo se ero Abele o Caino»

[Jorge Luis Borges, Génesis IV,8 in La rosa profunda, 1975]

William Blake – The Body of Abel found by Adam and Eve, 1826 [Tate Gallery]

«Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e, lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca, chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose:
– Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te? Non ricordo più; stiamo qui insieme come prima.
– Ora so che mi hai perdonato davvero, – disse Caino – perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare.
Abele disse lentamente:
– È così. Finché dura il rimorso dura la colpa»

[Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra, 1969]

 

Il sangue grida (p. Guido Bertagna, 9.6.2001 – atti del Convegno “Il raptus”)

Denaro falso

Mìtja & Màchin wanted – immagine generata dalla AI

Cerchiamo alcune classi di liceali per dare forma – dentro e fuori le mura delle carceri milanesi dove il Gruppo della Trasgressione opera – ad una singolare ricerca sul delitto e le sue molteplici conseguenze, dialogando insieme a chi ne ha già commessi parecchi e chi ne ha subiti alcuni.

Dopo l’esperienza del ciclo di incontri su Delitto e Castigo al carcere di Opera e I conflitti della famiglia Karamazov al carcere di Bollate, il nostro  sguardo si è indirizzato –  negli ultimi mesi – sui due studenti liceali di quindici anni (Mìtja e Màchin) che danno inizio al racconto di Lev Tolstòj  “Denaro falso”.

Nell’intento e con la fiducia che essi possano costituire nuovo materiale per l’attività del Gruppo della Trasgressione e per interrogarsi insieme sulle modalità e sui percorsi attraverso cui l’acerbo scheletro morale dell’adolescente si sgretola fino a portarlo all’abuso apparentemente incomprensibile, vogliamo provare a individuare – con i due studenti di Tolstòj e con quelli che parteciperanno alla nostra ricerca – tracce utili per ricostruire le coordinate necessarie per orientarsi in un tessuto sociale nel quale gli adolescenti hanno spesso difficoltà a riconoscersi e che, forse anche per questo, strappano a volte con l’indifferenza, altre volte con la furia di menti smarrite.

Qui la lettera di invito.

Le candidature dovranno pervenire a info@lostrappo.net (oggetto: candidatura denaro falso) entro e non oltre il 24 Novembre 2024.

Per i docenti interessati pubblichiamo anche la scheda didattica del progetto di ricerca e una scheda di sintesi del racconto di Tolstòj.

L’altra giustizia possibile

Quanto coraggio ci vuole ad incontrare se stessi, quando tutto questo deve passare attraverso l’incontro con l’altro che ci ha ammazzato l’esistenza?

Credo di aver iniziato a pormi questa domanda solo 8 anni fa, accompagnando Marisa Fiorani, madre di Marcella di Levrano, uccisa dalla Sacra Corona Unita, ad un incontro al carcere di Opera con alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione, un tempo appartenenti alla criminalità mafiosa.

Prima, nella mia testa, abitava solo il ricordo di poche parole che un ragazzo mi confidò – in un campo profughi a Novo Mesto quando entrambi avevamo 22 anni – per cercare di spiegarmi cosa avesse provato ad uccidere un proprio simile. Avevo del resto affrontato tutto il percorso universitario incentrando la mia attenzione esclusivamente sul reo. E anche durante la tesi di laurea quello che mi aveva più appassionato, nella mia indagine presso il Tribunale per i Minorenni, era il dilemma di optare tra una giustizia rigorosamente punitiva, e pertanto definita paternalistica, e una che – in quanto più remissiva – era più simile ai tratti materni. Con una sintesi sicuramente oggi discutibile ma ancora viva nell’immaginario comune, avevo scelto di arruolarmi tra i fautori della prima tesi, salvo iniziare a ricredermi grazie a due eventi che come una benedizione hanno segnato profondamente, e quasi contestualmente, la mia esperienza di vita: essere diventato padre ed aver iniziato a camminare a fianco dei familiari delle vittime della criminalità organizzata.

Sono giganti, quest’ultimi, ai quali la vita ha lasciato in pegno – dopo la morte, per mano di altro essere umano, degli affetti più cari – un macigno di dolore, grande come una montagna. C’è stato un tempo, diverso per ciascuno di loro, durante il quale l’incontro con frammenti illuminati della Chiesa e della società civile ha offerto l’occasione per ricevere in dono scarponi e corde. Ma loro, quei doni, li hanno utilizzati non tanto per arrivare in cima alla montagna quanto per calarsi, ancora più in profondità, in quello che Dostoevskij definirebbe il sottosuolo dentro ciascuno di noi.

Come Margherita Asta, che proprio in un passaggio del nostro documentario “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine” identifica l’esatto momento in cui ha iniziato a dare un senso alla morte dei suoi due fratelli gemelli: alla prima udienza del processo ai mandanti della strage di Pizzolungo, quando decise di ritrovare i tratti dei loro volti, sia pure trasfigurati, dentro lo squallore di un album fotografico. E proprio quel momento l’ha portata poi a voler incrociare anche il volto di chi, quei fratelli insieme a sua madre, aveva annientato per sempre.

Il coraggio delle donne non è, dunque, quello di affrontare il nemico in un campo di battaglia. Come voleva fare Giorgio Bazzega nell’alimentare la lista delle persone, legate all’uccisione di suo padre, che avrebbe dovuto – allo stesso modo – ammazzare. Fino a cambiare idea nell’incontro con Manlio Milani che era andato fino in Giappone perché voleva, lui invece, parlare con chi poteva essere responsabile della morte di sua moglie.

Prende forma, quel coraggio, con Daniela Marcone quando supera gli orizzonti di un dolore strettamente personale, e per questo necessariamente unico, per indicare con forza la necessità di costruire una memoria collettiva delle vittime delle mafie pugliesi.

Il coraggio delle donne passa dal saper fare i conti prima di tutto con i colori più scuri delle proprie emozioni, con quella loro capacità di saper dare a ciascuna di esse un nome esatto e, così, iniziare a lasciarsele dietro il cammino. Come Agnese Moro, in una delle pagine più dense del Libro dell’incontro, quando rilegge il referto dell’autopsia eseguita sul corpo di suo padre per essere certa di non averne tradito la memoria andando ad incontrare chi aveva contribuito ad ucciderlo.

Porta dentro di sé come elemento imprescindibile, il coraggio delle donne, il dono dell’accoglienza, capace – per loro stessa natura – di generare altra vita. E’ interessante che Paolo Setti Carraro abbia paragonato la sua esperienza di familiare di vittima di reato, attivo nei percorsi trattamentali in carcere, come simile alla attività di una ostetrica che aiuta – al più – a far nascere l’uomo dentro un criminale. Prendendolo per mano.

La giustizia riparativa ha bisogno delle mani di Marisa, Margherita, Daniela, Agnese e di tutte le altre donne che in tutti questi anni hanno tratto ispirazione dal loro coraggio. Ma ha bisogno anche delle mani di Manlio, Giorgio, Paolo e di tutti gli altri uomini che hanno deciso di scongelare il proprio dolore per provare a farne qualcosa di diverso.

Dentro di me e nella mia testa, ora, tutto torna: del resto Rembrandt regala alla sua più famosa immagine di accoglienza misericordiosa le mani di un uomo e di una donna.

Ma la giustizia riparativa ha bisogno che anche le nostre mani si uniscano alle loro: per accompagnare quella danza – come nel quadro di Matisse – affinché sia in grado di restituire un poco di senso a tutto questo sangue versato e, come in una trasfusione vitale, generare esperienze di pace.

[un estratto di questo contributo è stato pubblicato oggi su Avvenire, p. 4, a corredo di un intervista di Viviana Daloisio a Daniela Marcone dal titolo “Fare pace con il dolore”. Daniela Marcone e le vittime di mafia]

Giustizia Riparativa

E’ ben strano tutto questo, Karamazov

«E’ ben strano tutto questo, Karamazov: tanto dolore, e poi ad un tratto saltano fuori con codeste frittelle! »

F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, epilogo 

 

18.4.1964/24.6.1987/5.4.1990: in ricordo di Marcella Di Levrano e di tutte le altre vittime della criminalità organizzata

 “Oggi ha guardato sotto la sua camicia
e c’era una ferita nella carne, così profonda e larga.
Dalla ferita un fiore splendido cresceva
da qualche posto in profondità.
Si voltò a fronteggiare sua madre
per mostrarle la ferita

che nel petto gli bruciava come un marchio a fuoco.
Ma la spada che lo aveva squarciato
stava nelle mani di sua madre.

 […] Anche se la spada era la sua difesa
era la ferita stessa che gli avrebbe dato forza.
La forza di riplasmarsi nel momento della sua ora più buia.
«La ferita ti darà coraggio e dolore» gli disse
«Quel tipo di dolore che non puoi nascondere»

E dalla ferita un fiore splendido cresceva
da qualche posto in profondità.

Ogni giorno un altro miracolo
Solo la morte ci terrà separati
Nel sacrificare una vita per la tua
Sarei il sangue del cuore di Lazzaro”

Sting, The Lazarus heart

I Conflitti della famiglia Karamazov