Schizzi d’autunno

In questo autunno 2025, al gruppo abbiamo in corso due iniziative:

  • una parte da Max Rigano, giornalista;
  • l’altra da Massimo Zanchin, componente del gruppo A. S. di Opera.

 

Max Rigano è già al lavoro con un giornalista radiofonico, Daniele Biacchessi, che conduce la trasmissione “Il Timone” e con il quale ha concordato di fare diverse interviste ai componenti del gruppo. Dopo la prima a me (andata in onda nei giorni scorsi), Max intende procedere con interviste ad alcuni degli altri componenti del gruppo (ex detenuti, comuni cittadini, familiari di vittime di reato, studenti tirocinanti e detenuti in carcere).

Le interviste riguardano cosa è il gruppo e cosa fa, qual è il ruolo di ciascuno all’interno, i nostri obiettivi, cosa ciascuno di noi ne ricava, ecc.  Le interviste sono individuali. Ognuno potrà concordare con Max dove vedersi o sentirsi e sarà lui a coordinare la comunicazione (la sede di Via Sant’Abbondio, se serve, è comunque utile allo scopo; volendo, lì si può procedere anche con due o tre interviste di seguito). L’intervista viene registrata durante l’incontro a due e poi diffusa nel corso della trasmissione radiofonica mattutina “Il Timone”.

Non posso escludere che, strada facendo, le interviste possano essere estese a direttori di carcere e magistrati. In fondo, è già successo qualcosa del genere con Byoblu, dove agli incontri sono stati presenti anche un magistrato e la direttrice del carcere di Monza.

Invito i componenti del gruppo che hanno piacere di prendere parte all’iniziativa a darmene segno, così che io possa metterli in comunicazione con Max Rigano. La prima intervista deve avvenire nei primi giorni della prossima settimana (29 o 30 settembre).

 

Nata su suggerimento di Massimo Zanchin, l’iniziativa prevede che un componente del gruppo racconti al tavolo un episodio della sua vita. Ognuno, detenuto o meno, sceglie di raccontare quello che gli pare, senza altro vincolo se non quello di stare dentro i 15 minuti.

Le persone sedute al tavolo, concluso il racconto, pongono domande al protagonista della giornata, fanno osservazioni, critiche, richieste di chiarimenti, portano ricordi personali evocati dal racconto. Ne vengono fuori riflessioni di ogni tipo, come di norma accade al tavolo del gruppo.

Infine, il coordinatore del gruppo propone una sua interpretazione del racconto e degli interventi che ne sono seguiti.

L’iniziativa prevede che per ogni racconto venga realizzato un podcast per la radio o per una puntata televisiva di circa 30/45 minuti. Per procedere alla registrazione occorre ovviamente l’autorizzazione della direzione delle diverse carceri.

Se Andrea Spinelli o una persona che sa disegnare vorrà corredare lo snodarsi del racconto e degli interventi con schizzi o bozzetti che riprendano alcuni dei passaggi, avremo delle puntate televisive più ricche.

Al momento, siamo già alla 7° puntata, di cui 5 nel carcere di Opera, una a San Vittore e l’altra a Bollate. Nel carcere di Opera il racconto ha luogo tutti i mercoledì: al mattino con il gruppo dell’Alta Sicurezza, al pomeriggio con quello della Media Sicurezza.

Non escludo che nel tempo si possano avere al gruppo giornate in cui il racconto verrà proposto da soci del Rotary o da ospiti esterni.

L’iniziativa sarà anche oggetto di studio per i tirocinanti universitari che frequentano il gruppo, ai quali viene richiesto di trascrivere il racconto, di riassumere i passaggi ritenuti significativi della giornata e di collegarli con le teorie e le griglie di lettura degli autori conosciuti attraverso i loro studi universitari.

Anche questi racconti, che si muovono tra errori, paure, fantasie, aspirazioni, sono uno strumento della nostra palestra.

Angelo Aparo

La nostra palestra

Il masso di Sisifo

A volte mi viene chiesto come funziona il gruppo della trasgressione, cosa faccio, quale metodo uso per coordinarlo. Non ho ancora scritto il libro sul gruppo e non è detto che riesca a farlo; al momento ho solo il titolo: Il corriere dei panni sporchi. Ogni tanto, però, mi sembra di riuscire a individuare qualche aspetto del metodo… uno di questi è che a volte, quasi senza rendermene conto, tratto le persone (e tra queste detenuti che sono in carcere per avere spacciato, ucciso, fatto parte di organizzazioni criminali come Mafia, Ndrangheta e Camorra) come fossero bambini che possono divertirsi andando alla scoperta del mondo e che possono giocare a mettere le mani sul mondo senza toccare pistole, soldi e senza ubriacarsi di potere e di eccitazioni a basso prezzo.

Fra le tante piccole cose, una di questi ultimi giorni riguarda la necessità di costruire il masso di Sisifo, visto che fra meno di due settimane detenuti e comuni cittadini si troveranno a spingere il masso di Sisifo alla fine di due giornate al parco delle memorie industriali.

Per rendere il masso visibile e autorevole, mi sono convinto che debba avere circa un metro e mezzo di diametro. Qualcuno, fra studenti e detenuti, ha suggerito che un volume così grande potrebbe essere riempito con bottiglie d’acqua minerale, piene d’aria e ben chiuse, e dunque con lo stesso volume che le bottiglie hanno da piene. Qualcuno, un Achille pie’ veloce decisamente fuori allenamento, ha suggerito che ne sarebbero occorse un centinaio. A questo punto ho chiesto al tavolo del gruppo quante bottiglie d’acqua da un litro e mezzo sarebbero state necessarie. E da qui il gioco.

L’aritmetica sembra a molti una disciplina che non c’entra nulla con gli obiettivi del gruppo della trasgressione, ma a me diverte stimolare le persone a ingegnarsi per arrivare alla soluzione (se non altro, quando la soluzione riesco a vederla) e così, al tavolo del gruppo del carcere di Opera, con carta e penna, detenuti e laureati in psicologia (per quel che riguarda l’aritmetica, te li raccomando!) tutti a chiedersi (i maschi, ognuno cercando di arrivare prima; le ragazze, aiutandosi l’una con l’altra) quante bottiglie sarebbero state necessarie per riempire una sfera di un metro e mezzo di diametro.

Al gruppo mi servo anche di queste piccole cose per stuzzicare le persone a svegliarsi dal torpore e per stimolare l’affezione al ragionamento, pur se l’obiettivo principale è il ragionamento sulla relazione e, soprattutto, la coltivazione della relazione con l’altro.

Ma anche la matematica è un gioco di relazioni. Inoltre, dopo avere speso tempo per capire quante bottiglie occorrono per riempire il masso di Sisifo, viene più voglia a detenuti, studenti, ma forse anche a comuni cittadini che possono giocare con noi, di raccogliere le bottiglie necessarie a riempire il masso (vanno bene anche da mezzo litro), di provare a dare voce domenica sera a qualcuno dei personaggi del nostro Mito di Sisifo e, infine, di spingere il masso… fino alla montagna dalla quale il masso non torna più giù, cioè “La palestra della creatività”.

Certo, il masso sarà pesante, ma domenica 18 luglio saremo in tanti a spingerlo. A proposito, se fosse pieno d’acqua e avesse effettivamente il diametro di un metro e mezzo, chissà quanto sarebbe pesante…

Dedicato a Gloria Marchesi

Perché il mito di Sisifo? – Angelo Aparo

Punto tutto sul rosso

Punto tutto sul rosso
Adriano Avanzini

Realizzare dei quadri può avere qualcosa in comune con il gioco d’azzardo? Credo molto più di quanto si possa immaginare, almeno per quello che riguarda me. Provo a dirlo così, con una metafora semplice, anche se un po’ banale e inflazionata: nella vita si può scegliere di realizzarsi puntando sull’avere piuttosto che sull’essere; sul nero, piuttosto che sul rosso.

Su quale delle due opzioni, alla luce dell’esperienza vissuta, sia preferibile optare, ancora oggi permangono in me imbarazzanti perplessità. Comunque sia, di fatto, io ho puntato sulla seconda opzione, sulla casella rossa, sull’essere. Mi ero convinto che era così che bisognava fare.

Bene, per farla breve, i miei quadri sono come le fishes che si usano per puntare, e le ho messe lì, tutte, uno sopra l’altro, sulla casella rossa. Poi la pallina ha cominciato a girare e a girare, più volte. Più volte si è fermata, e si è fermata sul nero!

Ho perso? A questa domanda non so rispondere con certezza. Mi viene un pensiero però, ed è questo: vincere e perdere fanno parte di una stessa categoria, della categoria dell’avere; in quella dell’essere mica si vince o si perde come in una partita di calcio o una gara a chi arriva primo.

Forse allora tutte le volte che ho messo le fishes dei miei quadri sulla casella rossa non ho fatto altro che mettere cose, aggiungere tasselli su tasselli, al mio essere, alla mia identità? Che mi sia arricchito così?

Forse allora tutte le volte che ci si mette davanti ad una slot-machine o a qualsiasi altro gioco d’azzardo, si vorrebbe vincere un pezzo di sé, della propria identità? Solo che si punta sulla casella sbagliata, quella nera, quella dell’avere.

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Distanza e vicinanza

Il diritto penale è per noi vicino e lontano alla stesso tempo. Nel caso concreto rifuggiamo i suoi interventi, di cui abbiamo timore. Ma dal diritto penale ci lasciamo anche affascinare e, naturalmente, viviamo all’interno del suo ordine.

Il diritto penale è un po’ come il calcio: senza che ci riflettiamo sopra particolarmente, appartengono entrambi alla quotidianità di molti di noi. Abbiamo quasi tutti una certa idea di quale sia la materia trattata, di quali siano le regole secondo cui si procede e di quali siano alla fine i fattori decisivi. […] Nel calcio come nella punizione, molti di noi hanno un’idea chiara e precisa di cosa vada punito e in che modo, che a punire sia l’arbitro o il giudice penale. Così, non di rado, sia l’arbitro sia il giudice sono attorniati da esperti che la sanno lunga almeno quanto loro, e glielo dicono anche, quando ritengono che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. Quasi sempre questi esperti hanno una idea precisa di cosa sia giusto e cosa sia ingiusto: nel calcio come nel diritto penale, tendiamo a formulare giudizi rapidi e decisi, e spesso il nostro sentire è forte e chiaro […].

Questa però non è tutta la verità. Il diritto penale ha anche un lato oscuro, estraneo. Solo quando entrambi gli aspetti si fondano assieme, il lato vicino e quello lontano, alla fine si delinea un quadro completo della natura del diritto penale e della punizione.

[…] Il diritto nel suo insieme è estraneo alla maggior parte delle persone, e a molti risulta piuttosto sospetto. A scuola si studia tutto quello che più tardi potrà essere utile, dalla matematica alla storia e alla geografia, passando per le lingue straniere. Invece il diritto non è mai riuscito ad affermarsi nei programmi scolastici. Chi lascia la scuola non sa praticamente nulla di diritto, e quello che sa non potrà inquadrarlo in maniera attendibile.

Il fatto è che il pensiero giuridico non è facilmente comunicabile, e per capire le sue regole e la sua prassi occorre molto tempo. Solo una piccola parte, quella meno importante, si lascia osservare e sistematizzare. Il pensiero giuridico non può essere studiato, può essere solo acquisito tramite l’esercizio […].

Ma questa è solo una faccia della medaglia. L’altra faccia è data dalla circostanza che il diritto penale è ed è sempre stato anche uno spettacolo affascinante, una seduzione oscura. […] I moderni mezzi di massa, persino i quotidiani più seri che conoscono il loro pubblico e sanno per tenerselo stretto devono anche intrattenerlo, utilizzando il fascino irradiato dal diritto penale e ne sono allo stesso tempo soggiogati. […] Tale visione del “diritto penale” non ci appare affatto estranea, anzi. Finchè il diritto penale rimane relegato nei libri o nei film, e non ci raggiunge fisicamente, e finchè non è importante sapere con precisione che cosa sia e come funziona, molti di noi non hanno alcun problema ad avvicinarsi a questo ambito della vita, a lasciarsene affascinare e finanche a considerarsi esperti in materia e ad agire di conseguenza.

[W. Hassener, Perché punire è necessario, 2009]

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Il tavolo del Gruppo della Trasgressione

Giuseppe Amato

Nota
Il 50’ anniversario dell’uomo sulla luna ha coinvolto anche il Gruppo della Trasgressione nelle carceri di San Vittore, Opera e Bollate. Ne è nata una domanda sulla velocità di caduta sulla luna di una palla di piombo e di una piuma. Ci siamo chiesti cosa arriverebbe prima al suolo se le lasciassimo cadere insieme. Ognuno ha trovato un proprio modo di sbagliare la risposta. Pino Amato ne ha individuato uno decisamente giocoso.

Ci si può anche chiedere a cosa servano queste domande in un gruppo che ragiona sulla devianza, sulla coscienza esiliata, sul piacere della responsabilità. Forse è un modo per divagare, per incuriosire, una traccia per imparare a giocare.

Chi gioca viene preso in una trama; se qualcuno ne assapora il gusto,  egli proverà a passare, nella ragnatela, da mosca prigioniera a ragno che tesse una propria tela.

E intanto che va avanti, la trama si infittisce, le relazioni si ramificano. Per questo al gruppo si gioca in tanti modi, a volte anche al gioco di Nim.

Non si può dire che tutto si risolva; si comincia a entrare comunque nella rete urbana, quella nella quale, con le difficoltà del nostro tempo, ci muoviamo noi tutti.

Giocando, di certo si impara a dubitare, a innaffiare le domande invece che a seppellirle, a chiedersi quando ha avuto inizio quello che per un certo tempo era sembrata una spada in nostro pugno per farci strada nel mondo e che presto è diventata la corrente che trascina in un gorgo profondo.

Angelo Aparo

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