La mia devianza

Oggi, 4 febbraio 2026, il Dottor Aparo si chiedeva con noi al tavolo perché si arrivi a delinquere. Io questo problema me lo sono posto spesso, e non ho saputo dare una spiegazione. Perché non provengo da una famiglia di delinquenti anzi provengo da una famiglia numerosa di 10 figli con genitori umili, che ci hanno cresciuto con onestà e tanta difficoltà. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di bestiame e ricordo che ho iniziato a 7 anni a lavorare nell’azienda agricola.

Ho iniziato come per gioco a mungere le capre e poi a dare le prime poppate di latte ai caprettini che nascevano. Cosi pian piano imparavo tutti i lavori e a scoprire il mondo della natura.

A scuola andavo svogliato, o meglio, fino alla terza elementare andava tutto bene. Poi, a causa di alcune assenze, fui bocciato e dovetti ripetere l’anno. Essendo più grande dei miei compagni di classe di un anno, si può dire che facevo il bullo insieme ad altri due miei compagni. Arrivo alla quinta elementare e poi lascio la scuola per lavorare, ma presto ricomincio a annoiarmi e a cercare nuove esperienze. Così, all’età di 15 anni, mi trasferisco a Ischia dai miei parenti, che avevano un ristorante-pizzeria, e rimango lì per un annetto. Poi sento la mancanza della famiglia, l’odore della natura e della campagna, e torno da mio padre in azienda. Nel periodo estivo, invece, lavoravo nei villaggi turistici come pizzaiolo.

All’età di diciotto anni mi trasferisco in Emilia-Romagna, a Parma, e vivo con mia sorella. Lavoravo in fabbrica con suo cognato e, il weekend, lavoravo in una pizzeria. Perciò non mi mancava nulla: stavo bene.

Economicamente guadagnavo intorno a 4.500 euro al mese, ma ahimé conoscevo ragazzi che mi proposero di fare una rapina in un autogrill: dovevo guidare la macchina e io accettai. Non so neanche il perché, e da lì feci una serie di rapine, fino a quando non venimmo arrestati.

Perciò non mi rendevo conto del danno che creavo, né del rischio di essere ucciso o di poter uccidere qualcuno. Me ne sono reso conto solo il giorno del mio arresto. Mi trovavo in ospedale a Glastalla (RE) nel reparto di maternità, perché ero appena diventato papà, il 18/12/1995. Lì, mentre avevo il bambino in braccio, si presentarono due ufficiali, che scoprii dopo chi fossero. Mi dissero: “Signor Prestio, lasci il bambino che dobbiamo parlarle” e mi condussero in questura.

Lì vidi tutti gli altri complici e compresi che la mia vita, la mia libertà e la gioia di essere padre erano terminate in angoscia, tristezza e panico. Cominciai a riflettere su tutti le mie malefatte. Ho capito cosa vuol dire far del male quando provai anch’io il dolore, e mi voltai a guardare mia moglie, decidendo che non avrei mai più voluto quella vita.

Così scontai tutta la mia pena in carcere, ai domiciliari e in affidamento fino all’ultimo giorno, dal 1995 al 2000. Durante quel periodo ho completato anche la riabilitazione, tornando pulito e dedicandomi solo al lavoro. Ho portato avanti due attività con mia moglie, con onestà e sacrifici.

Ma accadde, quindici anni dopo, come per coincidenza: il 4 febbraio 2011 vengo arrestato per concorso in omicidio e detenzione di armi. Mi crolla il mondo addosso: altra distruzione di lavoro, famiglia e stabilità.

Questo calvario mi ha segnato per tutta la vita, con la sensazione di un ergastolo, di fine pena mai. Ora vorrei capire io stesso il perché della devianza. Perché, se non mi mancava nulla, mi sono scassato e ho fatto certe scelte?

Il motivo delle rapine del passato e il motivo per cui sono condannato: tutto nasce da una discussione nella mia azienda, e in quell’occasione ci è scappato il morto. Io, in quella circostanza, ho seppellito il corpo.

Su richiesta del boss Antonio Belnome, mi sono trovato dentro un fatto che poi lui ha perso di controllo e mi ha trascinato nella mischia. Ora qui è stata una disgrazia: se denunciavo, morivo, e se parlavo, mettevo a rischio la mia famiglia e la mia stessa vita. Ma col tempo ho trovato una certa pace e ho chiesto un incontro con la Procura di Milano per chiarire tutto ciò che ho vissuto.

Ora, analizzando il percorso della devianza, dalle due esperienze, non saprei spiegare perché si arrivi a sbagliare. Pur crescendo in una famiglia onesta, si può arrivare a fare il delinquente.

Per quanto riguarda la mia idea di libertà, io mi sento libero da quando ho accettato Dio, chiedendo perdono innanzitutto per i miei peccati. Mi sono liberato di questo peso che mi stava distruggendo, chiarendo tutto con la Procura di Milano. Mi sono rialzato grazie a tutti i percorsi che ho fatto in carcere: frequentando la scuola, i corsi offerti, il teatro e il corso sulla trasgressione. È un percorso importante per tutti noi. Ci ha aiutato ad aprirci e a sentirci come una famiglia, senza pregiudizi. Sono convinto che questo problema non ce l’abbia solo io, ma un po’ tutti, chi più, chi meno. Vorrei essere utile al corso e creare qualcosa di serio e lavorativo, che un domani possa essere utile anche ad altri.

Grazie a tutti e soprattutto a te, Federica, che sarai una futura criminologa. Vorrei condividere con te e fare un’analisi insieme al dottor Aparo e a tutto il gruppo. Grazie.

Prestia Leonardo per gli amici Dino

Percorsi della devianza

Un commento su “La mia devianza”

  1. Ho letto più volte lo scritto di Leonardo, che mi ha lasciato profondamente insoddisfatto. Chiedersi (più volte, come sostiene) perché ha commesso le rapine mi pare non basti, se da questa riflessione non esce alcun accenno a una possibile risposta, per quanto vaga e lontana. Così come l’omicidio, che “nasce da una discussione “…” e ci scappa il morto” per responsabilità “di qualcun’altro, che ha perso il controllo e mi ha trascinato nella mischia”. Vedo e leggo spunti noti (non avevo alternative, la mia vita contro la sua…il pericolo di coinvolgere la famiglia: ma veramente non vi sono mai alternative, oppure non le si vuole né vedere, né cercare? E se sì, perché? Come mai?) che non toccano minimamente la questione dell’omertà, tema bollente, che riguarda la verità, troppo spesso citata e mai perseguita onestamente. L’aspirazione ad una vita bucolica (io sarei felice di vivere ad Ischia, circondato ed immerso nella sua natura), il giuramento fatto a se stesso ed alla moglie di non tornare a sbagliare, regolarmente tradito, la puntuale sfiga di trovarsi immischiato in qualcosa di estraneo (?). Temo si sia ancora molto lontano da una presa di coscienza, mentre la scorciatoia di vestire una maschera di perbenismo e conformismo religioso, collezionando diplomini di merito, a mio parere lascia il tempo che merita.

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