Un caldo giovedì in carcere

In un torrido giovedì di giugno, lo spazio X del carcere di Bollate si è trasformato in un luogo in cui raccontare i nostri ricordi d’infanzia. Tra la mia storia del nonno e del limone, i pomodori di Sasà, i toscanini di Ubaldo e la pentola e la gallina di Agostino, persino Eleonora, giovane tirocinante in psicologia, non ha trattenuto le lacrime ricordando la nonna Matilde,  le sue frittelle e gli gnocchi preparati insieme durante la sua felice infanzia.

In quell’ambiente denso di calore estivo, degli adulti sono tornati per un momento bambini e riaperto il cassetto degli affetti, hanno viaggiato a ritroso nel tempo. È una magia, è la dinamica trasformativa che si respira al Gruppo della Trasgressione, dove l’uomo ritrova la sua centralità, spogliandosi della sola veste di delinquente.

Ma questo approccio clinico, il “metodo Aparo”, contrasta con la visione chiara del mandato rieducativo previsto dalla nostra Costituzione e ripreso dalla legge dell’Ordinamento Penitenziario? Il dubbio, volutamente provocatorio, è se non li si stia trattando “troppo” da esseri umani e “poco” da soggetti antisociali pericolosi. Trattarli da esseri umani mette in pericolo la sicurezza sociale?

Io penso di no. Lavorare sulle emozioni della persona in carcere non è un romantico cedimento, ma la premessa su cui dovremmo fondare la vera osservazione della personalità, perché solo riconoscendo l’essere umano si può favorire un’assunzione di responsabilità. La stessa giustizia riparativa passa attraverso la comprensione umana e chiede che chi ha commesso un reato arrivi a riconoscere il dolore e l’umanità dell’altro; non c’è indagine sulle “cause del disadattamento sociale” che non passi attraverso l’esplorazione profonda e clinica del vissuto umano.

Penso che la fredda teoria dei manuali, se svuotata della comprensione umana, non porti a una vera rieducazione, ma solo a una sterile adesione formale alle regole. Come ci ricorda il Professor Aparo, il lavoro del Gruppo non si concentra sull’educazione alla legalità, ma sull’educazione alla moralità. Spostando lo sguardo dal reato al compito di lavorare insieme alla persona detenuta, affinché quest’ultima possa capire quali stati d’animo e quali sentimenti viveva quando per commettere l’abuso sull’altro (non solo un reato come articolo del codice pensale) disconosceva la proria prossimità con la vittima. Noi del Gruppo ci muoviamo su un terreno che punta alla costruzione e alla coltivazione di una relazione autentica ed è in questa atmosfera emotiva che il detenuto smette di difendersi, abbandona le logiche proiettive e inizia a fare i conti con sé stesso.

Proprio in quello spazio X ho trovato la risposta al colloquio di martedì scorso, maturando una consapevolezza liberatoria; io non sono fatta per ricoprire quel ruolo, e va bene così. Se l’inquadramento istituzionale impone griglie, confini e distanze in cui non mi riconosco, l’idoneità necessaria a portare avanti il lavoro del Gruppo della Trasgressione richiede l’esatto opposto. È un’idoneità che non si valuta su un modulo, ma che risiede tutta nella capacità di restare in quella stanza, di reggere l’urto delle emozioni e di credere, ostinatamente, che dietro ogni reato continui a esistere una persona.

18/06/2026                                                                                                                                                                      Lara Giovanelli

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