L’impatto delle parole

Le parole sono pietre… o fiori, comunque producono un effetto e bisogna tenerne conto.

Al Gruppo della Trasgressione ognuno può parlare. A volte vengono dette parole emblematiche, vengono fatti interventi paradigmatici, vengono proposte testimonianze di un’interiorità che si svela ma non vuole essere profanata. Ogni volta che questo accade si crea un legame tra chi rivela se stesso e chi ascolta.

Chi riceve una fragilità la protegge. Proteggere dà una bella sensazione, dà forza, gratifica, crea un legame. L’attenzione e il rispetto reciproco sono fuori discussione. Ma non è detto che tale legame non venga percepito come un giogo e tutto ciò non mette al riparo da possibili fraintendimenti.

Le parole, portatrici di un significato, non hanno sempre la stessa valenza per chi le ascolta, molto dipende da chi le pronuncia e dal ruolo che ha. Un insegnante, per esempio, non si può permettere leggerezze. Ciò che dice sedimenta nelle coscienze degli allievi e diviene, potenzialmente, lievito e può dar luogo alle reazioni più diverse, combinandosi con l’indole, le situazioni, l’educazione ricevuta, le emozioni di ognuno.

Ricordo ancora l’ansia che mi prese il giorno che, uscita per andare a far lezione in una prima media, fui chiamata in Provveditorato per accettare la nomina in un istituto superiore. Due ore dopo entravo in una quinta. Alle 8,30 i miei ascoltatori avevano circa 10 anni, alle 12,30 ne avevano 19. Quel giorno mi presentai e facemmo conoscenza, ma già il giorno seguente realizzai che 30 ragazzi avevano un quaderno d’appunti davanti, pronti ad annotare ciò che dicevo. Mi era già chiaro, ma immediatamente mi fu ancora più chiaro che dovevo sapere che cosa dire e come dirlo. Le parole sono pietre o fiori.

Anche una madre quando parla deve scegliere con cura le parole. Perché le parole dette da una madre hanno un peso diverso. E in generale le parole hanno un peso maggiore quando chi le ascolta è in una condizione di bisogno. La condizione di bisogno rende vulnerabili. Ci vuole onestà in chi parla, che può sbagliare ma non può essere in malafede, deve essere sincero.

Ma anche così non è facile sapere fino in fondo quanto una parola, una frase, un discorso lascino un segno positivo o producano ferite. In teoria lo si sa. In pratica, quando succede, ci si trova impreparati. Quando è successo a me ero totalmente impreparata.

Ero a una pizzata con i miei ex-compagni di classe. Una di quelle rimpatriate in cui ci si incontra, si ricorda come si era, si guarda come si è. E in mezzo è passata la vita. Emergevano ricordi di attimi passati in classe, in gita scolastica… e ho sentito una mia compagna di banco raccontare un episodio che ci aveva visto protagoniste. A un’amica che mi chiedeva come doveva comportarsi col ragazzo che intendeva lasciare, pare io abbia risposto: “Chiedilo ad Irene, perché lei i ragazzi li cambia spesso. Dopo il primo nessuno l’ha lasciata più, è sempre lei a lasciarli.” Irene, dopo questa mia frase, ha smesso di collezionare filarini. Io ero stupita. Non mi ricordavo l’episodio se non vagamente, ma all’epoca non avevo colto il forte impatto che le mie parole avevano avuto. Ne fui fiera ma nel contempo spaventata. Non l’ho dimenticato.

Parlare del legame è più complicato. Rivelare se stessi agli altri sicuramente crea un legame, sentirlo o no come giogo dipende forse da quanto una persona sia disposta a mettersi in gioco. Come pure la capacità di comprendere senza fraintendimenti cosa che gli altri dicono. La comunicazione può subire interferenze emotive che pregiudicano la sua efficacia. Proprio a Bollate ho sentito qualcuno affermare: soffro, mi sento poco compreso, come se parlassimo lingue diverse. Le interferenze impediscono di capire davvero le risposte. E comunque ci sono domande che forse sono destinate a rimanere senza risposta.

Le parole come scelta

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