L’arroganza del maschio

Siamo nel XII secolo a.C. circa, sulle coste dell’odierna Turchia.

Ilio è in fiamme, i Troiani dopo dieci anni d’assedio sono sconfitti. Le donne, ammassate negli accampamenti dei vincitori Achei, non riescono a respirare e non solo perché  l’aria è densa di fumo acre, a causa degli incendi,  ma perché pensano al loro futuro.

Regine o ancelle che siano, finiranno serve nelle case achee, concubine nei talami achei, odiate da mogli che si sentiranno messe da parte, costrette a subire la loro presenza e a condividere con loro il corpo dei propri uomini.

Saranno violate nel corpo e nello spirito e nessuno avrà pietà di loro. Non sanno ancora chi sarà il loro padrone, l’unica certezza è che nessuno avrà considerazione per la loro sorte.

Andromaca non riesce a respirare. Non sa che cosa sarà di lei, non sa in che terra andrà, non sa di chi sarà la schiava, ma soprattutto non sa che cosa sarà di Astianatte, il suo figlioletto.

Poi arriva Taltibio e glielo comunica: “Tuo figlio sarà precipitato dalle torri troiane…… Non stringerlo tra le braccia; sopporta coraggiosamente questi mali e non pensare di opporti, giacché non hai aiuto da nessuna parte…… Ti esorto a non resistere, a non fare alcunché di sconveniente, a non scagliare imprecazioni contro gli Achei. Se infatti dirai qualcosa per cui l’esercito abbia a sdegnarsi, questo tuo figlio non avrà né sepoltura né compianto…”

Andromaca: “O figlio tanto amato, morrai per mano dei nostri nemici….Ti ucciderà il valore stesso di tuo padre…. O figlio tu piangi! Comprendi la tua sventura ? Perché mi afferri con le tue mani e ti serri al mio peplo, come un uccellino che si ricoveri sotto le mie ali? Non verrà Ettore, dall’oltretomba, a portarti salvezza…. O tenero figlio! O soave profumo del tuo corpo! Invano questo seno ti nutrì in fasce! Serra le braccia intorno alle mie spalle e accosta la tua bocca alla mia!

O Elleni, che avete escogitato un supplizio degno di barbari, perché uccidete questo bambino che di nulla è colpevole?”

Ecuba, regina di Troia e moglie di Priamo, dopo aver creduto che sua figlia Polissena fosse stata posta a cura del sepolcro di Achille, scopre la cruda verità: è stata sgozzata sulla tomba di Achille, votata a un cadavere senza vita.

 

Siamo nel XX secolo

Sul finire della seconda guerra mondiale, i Russi che entrano in Germania e arrivano a Berlino, man mano che procedono, violentano e depredano.

In Giappone alla fine della seconda guerra mondiale andavano di moda le comfort women. Provenienti principalmente da Corea, Taiwan e Cina. Le stime variano tra le 20.000 e le 300.000 donne; in base alle testimonianze raccolte si reputa attendibile il numero di 200.000

Per rendere l’idea dell’entità del fenomeno e delle brutalità di cui soffrirono le donne, benché la logica sottesa a queste violazioni sia assai più grave delle dimensioni, si può provare a dare una misura approssimativa di quanto accadde nel sud-est asiatico durante la Seconda Guerra Mondiale. La maggior parte delle superstiti ha testimoniato (WCCWI, Inc. 2005) di aver subito da 5 a 20 rapporti sessuali al giorno (in alcuni casi fino a 30 violenze giornaliere), per un minimo di 5 giorni alla settimana per una media di 3-5 anni di detenzione. Calcolando le cifre minime di 5 stupri per 5 giorni, otteniamo l’agghiacciante risultato di 1.800 violenze carnali subite annualmente da una singola donna, che, contando i tre anni minimi di detenzione, diventano 5400 in totale.

La mancata assunzione di responsabilità politica e la discriminazione sociale determinarono che, nonostante la gravità degli eventi, si dovettero aspettare circa quarant’anni prima che queste donne uscissero dal loro silenzio e incoraggiassero le indagini sugli abusi subiti. Ciò accadde innanzitutto perché i governi coinvolti non considerarono di alcuna rilevanza politica il problema, e in secondo luogo perché le pesanti discriminazioni subite dalle sopravvissute alla fine del conflitto trasformarono la loro memoria da denuncia a confessione.

Senza continuare un elenco che forse non finirebbe mai, si può affermare che ovunque c’è una guerra lo stupro è a tutti gli effetti considerato uno strumento di belligeranza, dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri.

Per fortuna da tempo le donne indiane non vengono più immolate sulla pira del marito quando egli muore. Per fortuna da tempo in Cina non si bendano più i piedi alle donne fino a impedire la crescita ossea e a renderle storpie.

Ma nel mondo musulmano si muore ancora per una ciocca di capelli sfuggita al foulard e, in molti paesi, la testa coperta e delle vesti che infagottano non sono ritenute sufficienti a salvaguardare la purezza delle donne. Si pretende che nascondano anche il viso e parzialmente anche gli occhi: è come se si volesse negare loro un’identità e le si volesse relegare alla condizione di ombre.

In Afganistan le donne non possono più andare a scuola.

 

Siamo nel XXI secolo

In un luogo di lavoro dove la parità di genere non è garantita e a mansioni uguali corrispondono retribuzioni diverse si assiste spesso alla vergognosa promozione che vede favorito un uomo non perché sia il migliore ma semplicemente perché è l’uomo. Una donna per vincere il confronto con un uomo deve essere più preparata, più disposta a lavorare di più di quanto il contratto preveda, più creativa, più disponibile.

Perché la qualità non può semplicemente essere riconosciuta indipendentemente dal genere che la esprime?

Nell’occidente sviluppato, una cucina moderna e dotata di ogni comfort alle otto di sera è ancora deserta e inutilizzata.

Nel salotto una coppia guarda il telegiornale. Lui è tranquillo e attento alle ultime notizie, lei apparentemente pure. In realtà è leggermente inquieta: si sente in colpa, perché ancora non si decide al alzarsi e andare a preparare la cena.

Che cosa fa ritenere l’uomo autorizzato ad aspettarsi che a preparare la cena sia lei?

Perché l’uomo non si sente in colpa?

Perché persino il papa si è sentito autorizzato a usare l’espressione “chiacchiericcio da donne”?

Nuccia Pessina

Uomini e donne

Come credere in chi è morto?

Di fronte a quanto accaduto al Beccaria inorridisco ma non provo stupore.

Dio è morto. L’hanno cantato i Nomadi, ma Friedrich Nietzsche li aveva preceduti di oltre un secolo. La religione non rappresenta più un centro di irradiazione di principi e comportamenti socialmente condivisi. Ognuno sembra essere Dio di se stesso, capace di decidere che cosa è giusto e che cosa sbagliato e agire di conseguenza.

Il padre è morto. L’autorità in famiglia, a scuola, nello Stato non riesce più a stabilire criteri condivisi di comportamento e tanto meno a farli rispettare. Sempre più spesso chi ha un potere non lo esercita in maniera illuminata ed equanime.

Il risultato è che i deboli (socialmente o moralmente), gli infelici (per sorte o per colpa), gli ultimi (per provenienza o per responsabilità propria) si sentono autorizzati a comportamenti abusanti. L’autorità poco degnamente esercitata e volta all’abuso genera comportamenti abusanti ad ogni livello.

Come ridare credibilità a un’autorità ormai svilita?

È una domanda che tutti, ad ogni livello, dovrebbero porsi, autorità comprese. Credo che la risposta sia molto difficile, ma sono convinta possa essere trovata a condizione che l’affermazione di partenza sia condivisa e che la sua costruzione sia frutto di una collaborazione di  intenti da parte di uomini capaci e di buona volontà.

Nuccia Pessina

I sentieri dell’arroganza

Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Più che difetti gravi, furono dunque le mie aspirazioni eccessive a fare di me quello che sono stato, e a separare in me più radicalmente che negli altri, quelle due province del bene e del male che dividono e compongono la duplice natura dell’uomo… Per duplice che fossi, non sono mai stato quello che si dice un ipocrita. I due lati del mio carattere erano ugualmente affermati: quando mi abbandonavo senza ritegno ai miei piaceri vergognosi, ero altrettanto me stesso di quando, alla luce del giorno, mi affaticavo per il progresso della scienza e per il bene del prossimo… E’ stato dal lato morale, e sulla mia stessa persona, che io ho imparato a riconoscere la fondamentale e originaria dualità dell’uomo… Molto presto appresi a indugiare con piacere sul pensiero di una separazione delle due nature. Se queste, mi dicevo, potessero incarnarsi in due identità separate, la vita diventerebbe più sopportabile. L’ingiusto se ne andrebbe per la sua strada, libero dalle aspirazioni e dai rimorsi del suo più austero gemello; e il giusto potrebbe continuare sicuro e volenteroso sul retto cammino di cui si compiace, senza più doversi caricare di vergogne e di rimorsi per colpa del suo malvagio associato.

Queste le riflessioni su se stesso del dottor Jekill stimato professionista, benestante,  membro della buona società, e uomo di scienza.

Che tra gli uomini ci siano i buoni e i cattivi lo si sa dai tempi di Caino e Abele. Che un uomo buono possa però, in certi momenti, diventare totalmente cattivo, è un fenomeno noto e spiegato di volta in volta dalla possessione demoniaca, dall’alcool, dalla irruzione repentina della follia.

Ma il dottor Jekyll non beve, non è pazzo, non è posseduto dal demonio. È uno scienziato che, riconosciuta l’esistenza della sua dualità, infastidito dal disagio che ne consegue, desideroso di poter vivere appieno i suoi vergognosi piaceri, si lascia tentare da un “esperimento”  che asseconda la sua arroganza. L’esperimento ha successo ed egli si lascia ingolosire dal ripeterlo, ancora e ancora, dando libero sfogo ai suoi istinti più animali e brutali. L’esperimento messo in pratica grazie alle sue conoscenze e abilità sfugge al suo controllo. La sostanza miracolosa che lo liberava e di cui credeva di avere il controllo in realtà controlla lui e lo porterà alla morte.

Guardai il liquido che ribolliva e fumava nel bicchiere, aspettai che terminasse l’effervescenza, poi mi feci coraggio e bevvi. Subito dopo fui assalito da spasmi atroci: un senso di frantumazione delle ossa, una nausea mortale, e un orrore, una repulsione dello spirito. Ma presto queste torture cessarono, e riprendendo i sensi mi ritrovai come uscito da una grave malattia. C’era qualcosa di strano nelle mie sensazioni, qualcosa di indicibilmente nuovo e gradevole. Mi sentii più giovane, più leggero, più felice fisicamente, mentre nel morale ero conscio di altre trasformazioni: una caparbia temerarietà, una rapida e tumultuosa corrente di immagini sensuali, uno scioglimento dai freni dell’obbligo, un’ignota libertà dell’anima”

E ditemi che tutto questo non vi ricorda le testimonianze dei tossicodipendenti che cominciano a raccontare delle loro angosce e dei loro disagi, delle loro ansie e delle loro paure, dei carichi di lavoro divenuti intollerabili e affrontabili solo grazie alla sostanza. Tutto questo è straordinariamente simile. Sono simili gli effetti di leggerezza, di liberazione, è simile la sicurezza del “mi fermo quando voglio”. Ma sono tutte manifestazioni dell’arroganza che interessa individui molto diversi, che interessa anche gli scienziati, se pensano che i percorsi e gli obiettivi della scienza non debbano avere limiti.

Tutte le manifestazioni di onnipotenza sono dei deliri. Talvolta nemmeno gli scienziati ne sono immuni. E non ne sono immuni nemmeno alcuni personaggi della letteratura, cui gli scrittori attribuiscono un’arroganza volta ad analizzare le varie manifestazioni dello spirito umano.

Nuccia Pessina

I sentieri dell’arroganza

A proposito di conflitti

Penso che il conflitto appartenga alla natura dell’uomo. È inevitabile, ma non necessariamente foriero di tragedia.

Ogni uomo è un individuo e come tale non può non avere dentro di sé una forte spinta all’individualismo. Ma ogni uomo ha anche un profondo bisogno di stare con i suoi simili, perché l’uomo è un animale sociale.

Questa premessa giustifica la presenza del conflitto che però può essere affrontato e risolto o, almeno, depotenziato. Il conflitto diviene pericoloso, credo, solo se, esistendo allo stato latente e dunque inconscio, viene ignorato e represso.

Il romanzo è intriso di conflitti, alcuni espressi altri repressi. Di alcuni, i protagonisti non hanno consapevolezza, di altri non intendono parlare e ancor meno desiderano affrontarli. La carica di tensione che ne deriva aumenta così fino a scoppiare, generando dolore e morte.

Sono in conflitto Fedor e la prima moglie Adelaida. Litigano, spesso venendo alle mani, finché Adelaida se ne va, lasciando un Fedor apparentemente felice della sua libertà riconquistata e del patrimonio della moglie ormai suo. Ma se è così felice della sua rinnovata possibilità di gozzoviglia, perché quando rintraccia la moglie a Pietroburgo decide di andare a cercarla e non perfeziona tale decisione solo perché Adelaida muore? E perché alla notizia della morte di lei piange tutte le sue lacrime? Quale conflitto ha luogo nel suo animo di cui probabilmente non è consapevole?

Fedor e Mitia sono in conflitto. Straordinariamente simili nel gusto di eccedere, soprattutto nei piaceri carnali, caratterizzati da un vitalismo incontenibile, sono come le due facce della stessa medaglia: il lato buono Mitia, il lato abbietto Fedor. Ma nessuno dei due nasconde il conflitto. Mitia si scontra apertamente col padre, arrivando a mettergli le mani addosso.

Fedor e Ivan sono in conflitto. A Fedor Ivan non piace, sembra non considerarlo. Quando Alesa sta male, e il malessere è straordinariamente simile a quelli provati dalla madre, Fedor esprime preoccupazione per lui ma neanche considera Ivan, che infatti gli fa notare che la madre di cui Fedor parla è anche la sua. Ivan soffre per la mancata attenzione del padre e dunque si estranea progressivamente dalla famiglia, parla pochissimo, si rifugia nel pensiero scientifico e filosofico ed esprime il suo disagio scrivendo. E con la scrittura disarma le aporie etiche e metafisiche che lo tormentano. Purtroppo non si rende conto che esprimendo le sue teorie disarma il proprio rancore ma arma quello di Smerdjakov.

Fedor e Alesa sono in conflitto. Alesa è un concentrato di buone attitudini. Ha tutta l’impetuosità dei Karamazov ma nella sua forma positiva. Sa mostrare nei confronti degli altri, nessuno escluso, un’accoglienza sincera che lo rende potente e ascoltato. Fedor non comprende la scelta di vita di Alesa ma forse neanche Alesa la comprende del tutto. Però tale scelta è per lui salvifica perché, non ricevendo dal padre l’affetto che gli spetta, sublima il suo bisogno rivolgendosi a Dio, come a un padre surrettizio, grazie alla mediazione dello starec Zosima.

Fedor e Smerdjakov sono in conflitto. Ma S. è in conflitto anche con Dimitri e con Ivan e con Alesa, è in conflitto col mondo. Nutre una ribellione profonda contro l’ingiustizia che contraddistingue la sua esistenza. Debole in quanto sofferente di mal caduco, discriminato in quanto illegittimo, disprezzato perché figlio di una prostituta, ignorato e non amato dal padre e dai fratellastri che non lo considerano, non lo notano, non lo conoscono, lo ritengono insignificante, non gli riconoscono intelligenza o capacità di sorta, cova un rancore sordo e non lo esprime mai, lo nasconde. Annidato nella casa di Fedor come un parassita ascolta tutti, impara i loro gusti e le loro abitudini, si nutre di loro, li conosce come forse neanche loro si conoscono, li controlla. Ed elabora un piano diabolico.

Tra i Karamazov il conflitto è di casa, ma sono di casa anche attitudini e caratteristiche comuni.

  • Una grandiosa, insopprimibile brama di vivere accomuna i fratelli.

Ivan: “La vita si fa desiderare e io vivo, foss’anche a dispetto della logica… le vischiose gemmette primaverili, l’azzurro del cielo, ecco quel che amo io!…..è coll’intimo dell’essere, è colle viscere che si ama.”

Alesa: “Senza dubbio, amo la vita anteriormente a ogni logica e di necessità anteriormente a ogni logica, giacché solo a questo patto potrò afferrarne il senso”

Mitia: “La vita, la vita piena c’è anche sotto terra. Non puoi sapere quanto io adesso voglia vivere, quanta sete di esistere e di sentire si sia radicata in me”

La ribellione di Smerdjakov contro l’ingiustizia delle sue condizioni di vita è anch’essa frutto della brama di vivere pienamente, di godere delle opportunità che una vita libera e felice può offrire. Attendendo l’esito del piano ordito, impara i vocaboli francesi per cominciare bene la sua esperienza cosmopolita.

  • I dubbi a proposito dell’immortalità e dell’esistenza di Dio accomunano Ivan e Mitia.

Ivan: “Amare la vita più che il senso di essa?”

Mitia: “Forse è appunto per la presenza di idee sconosciute dentro di me che mi ubriacavo, mi azzuffavo e andavo in collera. Mi azzuffavo per domarle, per placarle, reprimerle dentro di me…Ivan è una sfinge, e tace, tace sempre. Invece, a me, il pensiero di Dio mi tormenta. Non fa che tormentarmi.”

  • La ricerca dell’amore, del piacere carnale o comunque una riflessione sui modi in cui è possibile

procurarselo accomuna tutti i membri della famiglia Karamazov.

Fedor: “In qualsiasi donna si può trovare, porco diavolo, molto, moltissimo d’interessante, come non si può trovare in nessun’altra: soltanto bisogna saperlo trovare, ecco dove sta il busillis! Si tratta di talento!”

Alesa dichiara di essere sulla scala della lussuria come i fratelli, precisa solo di esserne al primo gradino. Arrossisce quando il padre invita i figli ad andare ad assistere alle bastonature delle ragazze. Quando legge la lettera che Lise gli ha scritto ride e si addormenta beato.

Mitia: A Mokroe, quando Grusenka gli parla e lo considera e lo invita ad offrire da bere, Mitia si trasforma, muta lineamenti e l’espressione, prima solenne e tragica, diviene fanciullesca, gioiosa e lui si fa “riconoscente come un cagnolino colto in fallo e riammesso alle carezze”.

Ivan: “Katerina io vengo ad esser punito cento volte più gravemente di voi per il fatto stesso che non vi vedrò mai più” dice a Katerina comunicandole che sarebbe partito per Mosca per sempre e questo riguarda il suo essere innamorato. Poi c’è tutta la riflessione sull’infelicità dei bambini in cui si delinea, in maniera insistita, una lussuria malata, che parla di orgasmo ottenuto con la violenza sadica.

  • Il sentirsi in credito verso la vita e in particolare verso il padre accomuna i fratelli Karamazov.

Tutti ritengono di non aver ricevuto dal padre quell’affetto e quelle attenzioni che si suppone debbano essere elargite dal padre in una famiglia. Cresciuti lontano da casa, educati e mantenuti grazie all’interessamento e alla generosità di persone che si sono prese cura di loro ma che non potevano avere ai loro occhi il ruolo che compete a una famiglia, sono arrabbiati e determinati ad esigere ciò che ritengono spetti loro, ognuno a suo modo e ad ogni costo.

Paradossalmente il solo Smerdjakov è nato e cresciuto in casa Karamazov, ma non certo nel modo e con il riconoscimento che gli sarebbero spettati.

Inoltre tutti sono cresciuti senza madre e in qualche modo il loro ritorno a casa è espressione di un desiderio di famiglia. Non ci sono figure di madri positive nei Karamazov. Questo e il modo in cui sono tratteggiate le figure femminili nel romanzo è un aspetto che andrebbe approfondito.

I Conflitti della famiglia Karamazov

Schiettezza e ambiguità

Alla richiesta di parlare di Smerdjakov subito mi si affaccia alla mente un paragone con Alesa: emblema della schiettezza l’uno, emblema dell’ambiguità l’altro.

Se cerco di spiegare l’ambiguità di S. devo chiamare in causa Ivan. E’ nella relazione con Ivan che l’ambiguità di S. si dipana in tutta la sua potenza nefasta. I tre colloqui con Ivan ne danno conto e ne forniscono la chiave interpretativa. Nel loro primo colloquio, si annida l’incipit della tragedia. E’ un colloquio all’insegna del non detto, dell’allusione a “una complicità convenuta e segreta”, implicita e dunque foriera di implicazioni ingovernabili, non chiara, mai espressa compiutamente.

Ma come ci si arriva?

Ivan sta male. Un’inquietudine sottile lo pervade, un’irrequietezza senza ragione, che gradualmente si trasforma in angoscia e poi in nausea. Improvvisamente Ivan è in grado di collegare tale nausea a “un elemento casuale, esterno”: Smerdjakov e la repulsione che prova nei suoi confronti. Non era così all’inizio. All’inizio lo aveva trovato originale, intelligente, curioso. Poi man mano aveva visto crescere in lui “un amor proprio senza limiti e permaloso”. Poi di fronte ai contrasti domestici gli era stato impossibile capire che cosa S. pensasse davvero sulle questioni. Poi il suo modo di parlare e di condurre la conversazione: domande tortuose che improvvisamente cessavano, silenzi improvvisi, subitanei cambi di argomento. Poi quella “speciale e irritante familiarità” con cui S. gli si rivolgeva che non presupponeva mancanza di cortesia o di rispetto ma che alludeva a una forma di “complicità convenuta e segreta”. Complicità implicita, come ben si capirà nell’ultimo colloquio, subito prima che S. si impicchi, e foriera di tragedia perché il non detto, basato sul presupposto che i pensieri e i sentimenti fossero chiari anche se non verbalizzati, porterà alla sciagura.

S. è un maestro della comunicazione ambigua. Con ciò che dice o non dice o dice allusivamente tesse una ragnatela mortale. Nel secondo colloquio e poi in quello finale riesce a controllare tutto ciò che dice. Nel rispondere a un Ivan, che in qualche modo intuisce la sua trappola, passa dall’adulazione (“per l’amicizia che ho verso di voi e per la sincera devozione…”), alla ribellione (“come potevo parlare più chiaro? Vi sareste arrabbiato”) all’allusione (“potevate indovinarlo”) (“potevate intuirlo”). Ma è soprattutto nella ripresa della frase pronunciata nel primo colloquio e che così tanto aveva dato da pensare a Ivan (con un uomo intelligente è sempre interessante parlare) che comprendiamo la potenza della ragnatela tessuta da S., di cui lui stesso finisce vittima, perché lui stesso non aveva compreso che Ivan ignorava l’effettivo andamento dei fatti.

Sicuramente S. è il figlio che vanta il credito maggiore dal padre: illegittimo, non riconosciuto, epilettico, mantenuto ma non amato, costretto nella posizione di servo, di sottomesso. Intelligente, usa la cultura e gli argomenti di Ivan per volgerli ai suoi scopi poco onorevoli. Se non si fosse incontrato con lui forse non sarebbe riuscito a dispiegare tutta la sua potenza distruttrice. Presuntuoso e ribelle “Ben altro che questo avrei potuto far io, sapere io”. Suona la chitarra e canta. Disprezza la madre, i russi, l’esercito. Avrebbe voluto che Napoleone riuscisse a conquistare la Russia, così questa si sarebbe potuta incamminare sulla strada del progresso.

Tornando al paragone con Alesa credo sarebbe interessante (anche se magari non è la sede adatta) approfondire la questione dell’indole, dei comportamenti innati. La schiettezza di Alesa è innata. E’ una schiettezza discreta, ma se sollecitata, non esita a esprimersi in modo chiaro fino alla crudezza. Ma la schiettezza di per sé non è un disvalore, anzi è spesso una virtù.  Il caso di S. è più complicato. L’ambiguità può essere innata? Nel caso di S. io direi che è stata anche coltivata con sapienza. Come muoversi nei confronti di pulsioni, emozioni, sentimenti, comportamenti che appartengono a una certa indole?

Trovo anche interessante che per avvicinarmi alla comprensione di S. io sia passata attraverso altri due personaggi.

I Conflitti della famiglia Karamazov

Dalla corruzione all’ascesi

Secondo me il protagonista dei Fratelli Karamazov è l’autore stesso e i fratelli, con le loro indoli. I loro pregi e difetti altro non sono che sfaccettature della sua anima. Certo alcuni tratti sono più riconoscibili nella realtà, altri sono più espressione di un’aspirazione verso quel modo di essere.

L’edonismo e il vitalismo smodato di Mitia gli appartengono, il tormento interiore alla ricerca dell’esistenza di Dio con relativo apparato di argomentazioni filosofiche di Ivan gli appartiene, l’aspirazione all’armonia e all’accoglienza di Alesa gli appartiene, la rabbia per l’ingiustizia di una posizione sociale determinata da un destino di origini illegittime di Smerdjakov gli appartiene.

Si chiama Fedor, come il padre dei fratelli, e non è un caso perché riconosce in lui suo padre e, come si sa, non è possibile costruire la propria esistenza se non accettando l’origine da cui si proviene e, solo da qui, nell’odio o nel perdono, è permesso tracciare il proprio percorso.

Allargando il discorso si potrebbe pensare che il protagonista del romanzo è il bisogno di conoscere l’animo umano, senza censure, esplorandolo dalle bassezze della corruzione fino all’altezza dell’ascesi e della santità. Per questo concordo con la critica quando sostiene che quando in Russia esce il romanzo, in Europa la forma romanzesca realistica aveva cominciato ad incrinarsi dunque più che figlio del secolo (come D. si definiva) D. ne è il genitore, è uno dei pilastri della crisi all’origine della coscienza moderna.

Dostoevskij dà conto dei pensieri e di come si susseguono nella testa dei personaggi e di come si influenzano, di come si concatenano secondo nessi logici ma anche di come spuntano subitanei per intuizione e come si impongono anche se illogici con una forza incoercibile.

Molti di questi pensieri riguardano il desiderio sessuale e la sua soddisfazione. Non a caso un’intera sezione è intitolata “I lussuriosi”o “I voluttuosi” a seconda della traduzione.

Nessuno si salva, nemmeno Alesa, che per sua stessa ammissione dichiara: “anch’io non ne sono esente; mi trovo sul primo gradino della scala, più in basso di voi, ma la scala è la stessa.” Tutti i personaggi ne sono contaminati, è un male trasversale. E anche la sezione successiva “Torture”o “I tormenti” è strettamente collegata alla lussuria. Il desiderio sessuale, più o meno esplicito, più o meno soddisfatto, più o meno riconosciuto, informa le azioni e le reazioni dei personaggi, determinandone l’intensità e le sfumature che poi si fanno complicazioni. Nel caso di Lise il comportamento si fa isterico. Nel caso di Katerina si fa contraddittorio, irragionevole, ingenuo e supponente. In ogni modo le relazioni tra i personaggi sono improntate, o comunque non sono mai esenti, da un esercizio del potere di sottomissione, mi verrebbe da dire improntati a un’alternanza di sadismo e masochismo.

A proposito di Fedor Karamazov ci sono alcuni tratti della sua personalità e della sua storia che forse meriterebbero un approfondimento. Condivido alcune riflessioni su di essi che non so interpretare.

Fedor fugge con la prima moglie Adelaida Ivanovna non per vero amore, dice la voce narrante, ma per interesse. Dissipa la di lei dote di 25000 rubli in un baleno, litiga con lei continuamente arrivando alle percosse, non date bensì subite (e qui ho avuto il primo moto di sorpresa). Adelaida lo abbandona cambiando città,  lui impianta una sorta di harem in cui avvengono gozzoviglie di ogni genere. Quando la rintraccia a Pietroburgo col seminarista con cui viveva, Fedor fa di tutto per raggiungerla ma viene a sapere della sua morte. Inneggia alla propria liberazione ma anche piange tutte le sue lacrime (secondo moto di sorpresa)

E’ fuori luogo pensare che l’uscita dalla sua vita di Adelaida, qualunque fosse il ruolo che ella aveva nella sua mente e nel suo cuore, lo turba al punto di perderlo?

Un’altra riflessione a margine, cui non so quale spazio e significato dare, è che nel romanzo, pur con tanti personaggi femminili, non è presente una figura significativa di madre, se non si considera la madre di Lise, che però definirei troppo marginale.

I Conflitti della famiglia Karamazov

Stefano Mancuso e le piante

Stefano Mancuso propone una visione delle piante rivoluzionaria, che porta a proporre un cambiamento del paradigma cui siamo abituati nel definire la Terra e gli esseri viventi.

L’uomo deve arrivare a capire che è solo una delle specie viventi, che non ha senso definirsi migliore, deve invece avere cura di tutte le altre specie e delle connessioni con esse. Tutto ciò se vuole che la sua specie sopravviva.

Di sopravvivenza si parla, infatti. Sul pianeta mediamente una specie vive 5 milioni di anni. La nostra specie “homo sapiens sapiens” esiste da 300.000 anni. Ci mancano 4.700.000 anni di sopravvivenza, se fossimo come le altre specie. Ma non lo siamo, perché noi usiamo le altre specie considerandole risorse messe a nostra disposizione. Se non riuscissimo a superare i 4.700.000 anni che ci mancano vorrebbe dire che non abbiamo saputo fare buon uso del cervello.

Le piante sono la vita stessa e ne garantiscono la sopravvivenza perché hanno usato le loro capacità per affrontare i pericoli e risolvere i problemi. Secondo Mancuso le piante hanno un cervello ma non essendo strutturate come l’uomo secondo una organizzazione piramidale e verticistica molti ritengono che non abbiano intelligenza. Mancuso sostiene il contrario. L’intelligenza, secondo i parametri usati per l’uomo, è la capacità di risolvere i problemi, capacità di resistenza, capacità di percezione e di apprendimento, memoria, comunicazione.

Le piante possiedono tutto ciò, ma alcuni lo contestano, sulla base della diversità dei bisogni rispetto all’uomo: bisogno di muoversi e muoversi in fretta, che ovviamente le piante non hanno, ma hanno tutto il resto.

Le piante sono l’87% della vita, gli animali, uomini compresi, sono lo 0,3%, il resto funghi muffe e microrganismi. Davvero può essere che l’87% delle creature sia stupido?

Le piante vivono in media 50 milioni di anni, la nostra specie 5 milioni di anni. Noi pensiamo di essere migliori ma migliore che cosa significa? Che si pone obiettivi e che li raggiunge con efficacia.

Qual è l’obiettivo primario nella vita? La sopravvivenza. Tutti dipendono dalla sopravvivenza, noi lo condividiamo con tutti gli altri esseri viventi. E, a questo riguardo, basta dire che le piante producono ossigeno e fissano l’anidride carbonica, formano il clima e nella forma delle foreste primarie e garantiscono la sopravvivenza delle specie (ne accolgono il 90%).

WIKIPEDIA – STEFANO MANCUSO 

Piccole e grandi rivoluzioni nella storia dell’umanità

Violenza di gruppo

Provo a parlare della violenza operata in gruppo. Non ritengo che la violenza di genere meriti un capitolo a parte.

Comincio con l’affermare che il gruppo dà forza, fa sentire potenti, rende capaci di compiere azioni che individualmente non avremmo mai il coraggio, o la viltà, di compiere.

Nel gruppo ci si sente appoggiati, compresi, riconosciuti. Nel gruppo si ritrova un’appartenenza che fa sentire completi, che rimanda un’immagine di noi più forte e solida.

Il gruppo mette in atto una tecnica che in natura viene adottata dai predatori. I lupi cacciano in branco, i leoni pure. Circondano il gregge o la mandria, ne isolano un membro, lo inseguono, lo azzannano e poi lo sbranano.

Penso che tale comportamento apparteneva in origine a tutti gli esseri viventi, quando l’uomo si sentiva, ed era, parte della natura, guidato nelle sue azioni da pulsioni istintive, innate, considerate naturali, esenti da qualsiasi valenza morale.

Poi è subentrata la civiltà. Un po’ per volta la parte razionale dell’uomo si è affiancata alla parte istintuale e l’ha ridimensionata. La proporzione tra le due è andata man mano equilibrandosi, ma in qualche modo la parte istintuale è riuscita ad assicurarsi spazi di espressione socialmente accettati quando non elogiati. Per esempio in guerra quando la presenza di un nemico da sconfiggere e poi sconfitto autorizzava all’uso di atti efferati gratuiti al fine di raggiungere lo scopo, la vittoria. Prova ne è che dagli eventi più lontani di cui si ha memoria storica ai più recenti, lo stupro delle donne del nemico è stato perpetuato senza remore.

La civiltà si è man mano diffusa e ha dato luogo a culture diverse secondo le zone geografiche e le appartenenze religiose e linguistiche, ma non ha influito su questo modello di comportamento.

Anzi, spesso la cultura ha usato gli strumenti razionali in suo possesso per originare ideologie basate sulla violenza e propagandate come vitali.

Mi verrebbe da dire che la violenza di gruppo ha all’origine

  • la negazione di spazi dove l’uomo possa esprimere la sua appartenenza alla natura, negazione perpetrata dalla civiltà
  • il bisogno costante, più o meno consapevole, più o meno colpevole, di crearsi un nemico per andare avanti.

La domanda potrebbe essere: avanti dove?

Sulla violenza di genere

Al gruppo di Bollate, in conseguenza dei fatti recentemente accaduti, durante gli ultimi incontri si è parlato sulla violenza di genere e sugli stupri di gruppo.

Io penso sia una questione complessa in cui si intrecciano fattori diversi, alcuni individuali, alcuni sociali. Tre sono i presupposti che non vanno dimenticati, a mio avviso.

Il primo è che la violenza appartiene all’essere umano per natura; il secondo è che l’essere umano non vive come un anacoreta ma è immerso in un contesto sociale, di cui va cercando approvazione e da cui si aspetta riconoscimento; il terzo è che ogni azione viene compiuta alla ricerca del piacere.

È attraverso l’educazione che impariamo a controllare gli istinti, le pulsioni e i desideri e a dare loro un’espressione socialmente accettabile.

Secondo me, tale educazione al controllo manca, manca la condivisione di un modello umano e sociale consapevole che tale controllo è necessario.

Se parliamo di violenza di genere io credo che alla base ci sia la conquista da parte della donna di un ruolo sociale che le riconosce diritti sul piano giuridico e capacità apprezzabili in ogni ambito, magari diverse da quelle dell’uomo ma comunque preziose. L’uomo si sente sminuito, meno necessario, confuso e incerto su quale debba essere il suo nuovo contributo sociale. L’uomo ha perso potere, un potere che prima gli veniva riconosciuto a prescindere, per il fatto di essere un maschio, e che ora deve in un certo senso meritare. Dunque l’uomo ha paura.

A questo si aggiunge un cambiamento dei costumi sessuali, (qualcuno parla di liberazione io sarei più cauta nell’uso del vocabolo ) che non aiuta. La donna rivendica una parità di espressione sentimentale e sessuale paritaria e non è più disposta a sottostare all’egemonia dell’uomo. L’uomo si sente messo in discussione anche sul ruolo e sui comportamenti che attengono al rapporto di coppia. Dunque, di nuovo, l’uomo ha paura. E reagisce con la violenza.

Se a questo quadro aggiungiamo l’uso fuori controllo dei social media:

  • che danno anche ai bambini libertà di accesso a siti e contenuti pornografici (che farebbero arrossire i frequentatori di case di piacere di una volta);
  • che sono comunque basati su una rappresentazione dei ruoli sociali e sentimentali appartenenti a una cultura patriarcale, per usare un aggettivo gentile;
  • che sono anche caratterizzati da un generico ribellismo che fa credere ogni protesta legittima, giustificata e giustificabile,

otterremo a mio parere una parte della risposta.

Manca l’educazione sessuale, manca l’educazione sentimentale, ma soprattutto manca l’educazione in senso lato, un’educazione che insegni a raccogliere dati, informazioni che consentano di comprendere ciò che si legge, ciò che si vede, ciò che si ascolta, ciò che si vive, ciò che si desidera.

Uomini e donne

Il mio infinito senza stelle

L’infinito mi inquieta. Pensare a un’entità in continua espansione che non ha limiti temporali  e spaziali mi fa vacillare.

Anche l’infinito interiore che ogni uomo ospita dentro di sé mi dà un senso di vertigine: un gorgo di emozioni, sensazioni, sentimenti, pensieri, ragionamenti, desideri e pulsioni che si mescolano in un turbinio frenetico e spesso inestricabile.

Dunque che cos’è per me l’infinito senza stelle?

È l’interminabile catena di ingiustizie gratuite cui assisto ogni giorno.
È l’africano senza tetto massacrato senza ragione ma con grande gusto da due adolescenti nostrani.
Sono le vittime di Cutro che avrebbero potuto essere vive e, magari, anche felici.
Sono gli annegati di Pilos, morti per niente. Più di cento bambini i cui occhi non si spalancheranno più per la meraviglia, non brilleranno più di desiderio.
Sono gli operai pagati due euro l’ora.

Sono gli arbìtri commessi sui loghi di lavoro, dove padroni senza decenza esercitano i loro poteri di vita e di morte sugli schiavi contemporanei.
È una corruzione estesa e profonda e apparentemente inarrestabile che ostacola l’andamento lineare della vita delle persone.
Sono i mutamenti di linguaggio che facendo mostra di modernità oscurano l’indecenza delle situazioni lavorative che li generano e così il quiet quitting e il quiet firing sembrano accettabili.

Sono i richiedenti asilo che vengono respinti o ignorati.
È l’ipocrisia della UE che con convinzione sostiene che i richiedenti asilo vanno aiutati a casa loro e pagano cifre miliardarie perché a casa loro venga impedito loro di partire.
È l’ipocrisia con cui fingiamo che i campi profughi in Libia non sono l’inferno che sono, avallando così stupri, sevizie, torture di ogni genere.
È ancora l’ipocrisia per cui se i richiedenti asilo sono biondi e con gli occhi azzurri si accolgono, mentre per gli altri sono indispensabili dei distinguo.
È ancora l’ipocrisia con cui distinguiamo tra migranti economici e migranti politici come non sapessimo che in alcuni luoghi partire è l’unica possibilità per sopravvivere.

Sono i tagli alla sanità pubblica che hanno decurtato la possibilità di essere curati a coloro che sono socialmente deboli.
Sono gli inquinamenti tollerati che hanno causato e causano decessi evitabili a Casale Monferrato e a Taranto, per citare i casi più noti.
Sono i guadagni faraonici della Società Autostrade  macchiati del sangue di chi è perito per il crollo del ponte Morandi.
Sono i carcerati picchiati e umiliati senza ragione.

Sono le migliaia di permessi di costruzione concessi illegittimamente che hanno contribuito alla devastazione dell’ambiente.
È l’incessante consumo di suolo che in Italia divora ogni giorno un’area equivalente a un campo di calcio.

Sono le classi pollaio dove professori sempre più inermi tentano di insegnare, educare, includere, riuscendoci sempre meno.
Sono tutti i fragili violentati fisicamente o moralmente per come sono, per il loro orientamento religioso, politico, sessuale o a volte solo perché ci sono.

Sono i crimini e le uccisioni perpetrati a qualunque titolo.
Sono gli abusi esercitati su qualunque soggetto.
Sono i fiumi di droga che scorrono e che obnubilano le menti di chi ne fa uso.

Ogni volta che uno di questi fatti accade si spegne una stella e il mio infinito è un po’ più buio.

E poi vengo a sapere che quattro bambini sudamericani sono sopravvissuti 40 giorni in una delle foreste più impenetrabili del pianeta e sono stati ritrovati in buona salute.
E poi mi dicono che con il legno dei barconi dei naufraghi sono stati costruiti violini.

E allora accantono il pessimismo della ragione e accolgo l’ottimismo della volontà e riprendo a sperare. A sperare che l’armonia dei violini superi lo stridore degli schianti. A sperare che il mare torni a profumare di salsedine e non più a odorare di morte.

In fondo dipende da noi, da ognuno di noi fare in modo che l’infinito torni ad avere le stelle.

Nuccia Pessina

L’infinito senza stelleI violini del mare contro l’indifferenza