Francesco Scopelliti

Francesco Scopelliti – Intervista sulla creatività

Francesco Scopelliti è psicologo psicoterapeuta, direttore del Ser.D in Area Penale e Penitenziaria e responsabile dell’unità operativa dei Ser.D nel carcere di Bollate e nel Tribunale di Milano. È altresì professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano. Come dice egli stesso, il suo ruolo è per definizione istituzionale e poco creativo perché gli interventi sono regolamentati in maniera molto rigida dall’ASST Santi Paolo e Carlo, ospedale per cui lavora. In questi contesti le prestazioni devono essere standardizzate e riconducibili ai livelli assistenziali minimi (LEA), perciò gli aspetti creativi sono poco praticabili proprio perché non riconosciuti. Fino a qualche anno fa si poteva godere di maggiori margini di creatività poiché era consentita l’ideazione di programmi trattamentali che includevano il teatro, il cineforum, lo yoga, ecc., attività socio-educative meno standardizzate. Allo stato attuale, una delle attività più creative è il trattamento che ha luogo a “La Nave”, reparto di trattamento avanzato volto alla cura e al recupero di detenuti tossicodipendenti presso il carcere di San Vittore. Si tratta di un tipo di trattamento particolarmente originale, unico in Italia, che vede aspetti innovativi come l’autogestione del reparto quasi a custodia zero.

 

Gloria: Cos’è per lei la creatività?

 Francesco Scopelliti: Per me la creatività è un piacere, un orgasmo, è un modo per percorrere dei piaceri che possono presentarsi sia a livello del pensiero, del sogno, sia attraverso l’azione. Per me la creatività riguarda comunque la massima soggettività, ad esempio l’ideazione di soluzioni creative che non necessariamente sono funzionali o risolutive.

 

Ottavia: Come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

 Francesco Scopelliti: Credo che siamo tutti più o meno creativi, anche chi nega di esserlo. Per me la creatività è contestualizzata, a seconda dei momenti: a volte è soprattutto azione, manipolazione e cambiamento di oggetti e dell’ambiente che mi circonda; altre volte la riconduco soprattutto al pensiero, alla immaginazione. Mi capita di avere delle fantasie che si riferiscono a dei miei hobby e che, attraverso il pensiero, cerco di amplificare, in modo da modificare gli spazi e i contesti dell’immagine nella mia mente. È più facile pensare una cosa del genere piuttosto che tradurla in azione.

Ho bisogno di colmare la rigidità propria del mio lavoro istituzionale, perciò quando posso, amo passare il mio tempo in movimenti e azioni che reputo creativi. Ad esempio, adoro il riutilizzo o il recupero dell’oggetto morto o inutilizzato, cerco di portarlo a essere usato in forme e funzioni differenti. Mi piace collocare un oggetto che di norma si trova in un determinato spazio e in una certa dimensione in altri spazi e dimensioni a prescindere dai risultati che otterrò. Infatti, per me la creatività non è qualcosa di funzionale in termini di tempo, spazio e costi. Posso lavorare cinque ore di fila su un oggetto spendendo molto tempo e denaro a fronte di un risultato che potrebbe essere sostituito dall’acquisto dello stesso oggetto con pochissimi soldi. Certamente mi fa piacere che alla creatività possa corrispondere un risparmio di tempo e di denaro ma non è certamente questa l’essenza della creatività.

Uno dei miei hobby è il mio garage dove ci sono moltissimi elementi e materiali, che si possono coniugare tutti tra di loro: la falegnameria con la fusione del metallo, la parte elettronica con quella meccanica. A queste attività manuali seguono a volte risultati modesti ma costituiti da elementi sempre in interazione tra di loro. Ad esempio, alcune parti della mia moto sono diventate un sedile perché in quel momento era ciò di cui avevo bisogno.

Ho costruito questo sedile con la base di un’altra sedia, con alcuni avanzi delle travi di un tetto e dello scaffale di una libreria. Per quanto riguarda il risultato, non mi chiedo nemmeno se sia bello, brutto o se sarà longevo perché magari un giorno potrei volerlo ritrasformare, ad esempio, in un tavolino. Un altro esempio è quello della lavatrice a cui ero molto affezionato e che alla fine sono stato costretto a buttare. Per anni ero riuscito a farla resuscitare costruendo diversi motori quasi con un accanimento terapeutico perché mi dispiaceva l’idea di buttarla. Credo che questo sia il mio legame con la vena artistica. Ciò che mi interessa, a prescindere dal risultato finale, è il pensiero che vi sta dietro.

 

Gloria: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e sul suo stato d’animo la produzione creativa?

 Francesco Scopelliti: È un piacere puro. In termini evolutivi, reputo la creatività una delle più importanti essenze della vita. Senza la creatività non ci si evolve da un sistema. Penso che l’uomo sia più creativo rispetto ad altre specie, per quanto il regno animale non sia esente da processi creativi. La creatività soggettiva è quella che però mi interessa di più, che ognuno ha e si attribuisce e che consente di interagire, per esempio, con un piatto di pasta: dal modo in cui si inforchetta la pasta, a cosa si mangia prima e cosa dopo. Sono tutti aspetti che fanno parte di un’interpretazione soggettiva dell’ambiente, di una traduzione del proprio modo d’essere attraverso lo sguardo e i movimenti.

 

Ottavia: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di sé stesso?

 Francesco Scopelliti: Per me incide molto perché l’immagine è qualcosa che ci rappresenta…  dall’atteggiamento, all’abbigliamento al modo di parlare. Anche essere vestiti in un certo modo, magari meno attento e adeguato rispetto ai canoni del contesto, fa parte dell’essere creativi: è più facile conformarsi con la giacca e la cravatta piuttosto che mettersi dei jeans bucati. È un tentativo di maggior creatività, per quanto mal riuscito.

Per me la creatività non ha legami col risultato e con la bellezza del prodotto. Io odio finire le cose, tutto ciò che faccio non è mai finito: uno scritto, un oggetto, un pensiero. La fine corrisponde a una tristezza, a una morte, a una perdita che si traduce in un abbandono. Tutta la mia vita è colma di cose non finite. Al tempo dell’informatizzazione, amavo modificare e creare computer e tutt’ora mi piace farlo. Una volta il prof. Aparo mi portò a casa un computer nuovo e io ne interpretai il cambiamento, perciò con un cacciavite e altri strumenti lo modificai completamente rendendolo plurifunzionale, con molte più funzioni rispetto a prima… esteticamente era molto meno bello di prima ma non avrei mai potuto finirlo perché è una modalità che non mi appartiene. Oltretutto, quando un oggetto è finito, si pone al giudizio dell’altro, mentre se è incompleto mi sento giustificato per le sue imperfezioni.

 

Gloria: Nel rapporto con gli altri, che cosa determina il suo atto creativo?

 Francesco Scopelliti: Fino a pochi anni fa, la mia creatività, anche quella del pensiero, richiedeva fortemente il riconoscimento altrui mentre con gli anni ho imparato a godere principalmente in prima persona del mio atto creativo. Con l’età c’è stata una sorta di rivoluzione in questo senso, sono sempre più consapevole che la creatività sia qualcosa che mi fa sentire vivo e che mi dà piacere. Ora la mia creatività è una dimensione più personale e privata, ma rimane comunque una forma di comunicazione che solitamente necessita dello sguardo dell’altro.

Ottavia: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

 Francesco Scopelliti: Al momento sono io stesso il principale fruitore del prodotto creativo, però lo sono anche le persone con cui ho un legame affettivo e con le quali ho bisogno di ribadire la mia identità. Non mi è mai appartenuta una comunicazione sfrontata della mia eventuale creatività: la reputo l’espressione di un’intimità, perciò mi sento infastidito dalle intrusioni che provengono dal di fuori rispetto al mio mondo relazionale e affettivo. In generale invece, credo che la creatività, in qualità di essenza della vita, sia un elemento comunicativo trasversale. La creatività permette l’evoluzione e la crescita, a prescindere che avvenga attraverso la produzione musicale o attraverso la scoperta di una formula chimica. La creatività rivolta all’esterno, inoltre, permette il passaggio dalla caverna all’attuale casa riscaldata. Tuttavia, non sempre la creatività è qualcosa di positivo: le guerre sono la testimonianza di una creatività distruttiva. Anche il virus ha una modalità di espressione creativa: muta per contrastare il vaccino, creando nuove sotto-dimensioni. È interessante osservare l’evoluzione della pandemia anche dall’altra prospettiva: se il virus non fosse creativo, sarebbe morto. È importante anche che vi sia una componente di intelligenza perché senza questa non c’è creatività. Anche le piante possono essere creative perché cambiano per adattarsi all’ambiente circostante.

 

Gloria: Quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

 Francesco Scopelliti: Mi viene in mente qualcosa di astratto… il pensiero. Al momento è la sede elettiva della mia creatività perché certi pensieri non possono tradursi in azioni per diversi motivi legati a vincoli esterni. Qualche anno fa non avrei mai provato piacere attraverso il pensiero mentre col tempo mi sono reso conto che la casa della mia creatività è proprio il pensiero perché supera la materia e le possibilità dell’agire. Nei luoghi della mente la creatività può fare cose incredibili regalando piaceri altrettanto grandi. Questo permette a persone con patologie e deprivazioni di esperire una realtà immaginativa che può apportare miglioramenti alla qualità di vita. Per fare un esempio, una persona paraplegica può scegliere di interrompere il suo percorso di vita oppure può scegliere di vivere in un mondo “parallelo” fatto di creatività e pensiero, dando così significato alla propria esistenza.

Anche un detenuto può essere supportato dal pensiero creativo, essendo in uno spazio di deprivazione e interruzione di molte attività e affetti. Accompagnare la persona a sviluppare percorsi creativi è qualcosa di clinicamente valido, è una forma di esercizio che fornisce le basi per una ripartenza.


Grammofono del 1890, restaurato da Francesco Scopelliti e oggi perfettamente funzionante

 

Ottavia: Pensa esista una relazione tra depressione e creatività?

Francesco Scopelliti: Assolutamente sì, la creatività può produrre pensieri, azioni o situazioni che viviamo come drammatiche, come la delusione delle nostre aspettative. Come dicevo prima, uno potrebbe avere una determinata idea ma potrebbe non possedere i mezzi per metterla in atto e questa impossibilità può determinare risposte di tipo depressivo. Quando un clinico cerca di stimolare il pensiero e la progettualità futura di un detenuto deve stare attento a farlo stare con i piedi per terra perché la fiducia nelle proprie risorse creative potrebbe diventare eccessiva e condurre alla megalomania, causando delusioni e cadute all’indietro. Mi è capitato di parlare con detenuti che avevano dei pensieri e delle speranze che però si scontravano radicalmente con le risorse effettive che avrebbero incontrato una volta usciti dal carcere.

 

Gloria: Pensa che la creatività possa avere una funzione sociale? Se sì, quale?

 Francesco Scopelliti: Si, sicuramente! La creatività è la trasmissione di un punto di vista e di un pensiero, perciò ha una funzione sociale. Inoltre, la creatività può coinvolgere il singolo ma può anche essere praticata in contesti di gruppo: persone con diverse competenze si possono unire per produrre o per apportare cambiamenti in un contesto. Insieme, con le diverse abilità e predisposizioni, si può dar vita a un prodotto creativo; oppure, può essere il singolo individuo ad avvalersi delle competenze altrui. Ad esempio, se la mia moto ha un guasto (e io non ho intenzione di portarla dal meccanico), mi avvalgo di video su YouTube per trovare dei consigli sul come ripararla. Per essere creativi bisogna anche studiare, allenarsi, “perderci” molto tempo. Creatività è anche assorbimento delle produzioni altrui.

 

Ottavia: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

 Francesco Scopelliti: La creatività è accessibile a tutti, è un esercizio, è uno dei percorsi possibili della mente umana. Poi il risultato e la bellezza del prodotto creativo sono un giudizio soggettivo, ma sicuramente è una caratteristica appartenente a tutti. Anche nascere e vivere in un contesto creativo, di artisti, è un forte predittore dell’utilizzo della creatività e del suo successivo allenamento.

 

Gloria: La creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

 Francesco Scopelliti: Sì e, anzi, deve proprio averla. Purtroppo, i servizi da noi erogati non sono creativi perché questo ci impongono le istituzioni. Tutti sappiamo che il carcere è inutile e svantaggioso sia per il detenuto sia per la società. La colpa per la mancanza di creatività e innovazione viene data alla politica, quando invece il problema è di matrice culturale. Pur essendoci da anni un pensiero innovativo in merito alla situazione carceraria, i cambiamenti non vengono attuati, perciò è riduttivo additare la colpa ai politici. Essere creativi significa andare al di là delle regole, trasgredire, mettersi di fronte al giudizio degli altri col rischio di essere sanzionati rispetto a dei risultati considerati come non validi. Quando esercito la mia professione mi nascondo dietro il mio ruolo istituzionale per non mettermi in gioco perché di mezzo c’è anche la mia posizione. Credo che le regole che ci diamo siano rivolte alla necessità di consolidamento della nostra identità. Purtroppo, al fine di assolvere a una funzione prestabilita, non ci si mette in discussione. Cambiare le regole significa cambiare la partita, cambiare i ruoli e rinunciare al proprio ruolo non è cosa facile.

Intervista ed elaborazione di
Ottavia Alliata e Gloria Marchesi

 Francesco ScopellitiInterviste sulla creatività

Emanuela Pistone

Emanuela Pistone – Intervista sulla creatività

Emanuela Pistone è un’attrice e regista teatrale originaria di Catania che dal ’94 si occupa della promozione di progetti interculturali. L’amore e l’interesse per il mondo dello spettacolo, racconta, sono nati in maniera del tutto casuale, come conseguenza di una timidezza originaria. Su suggerimento di un amico, Emanuela Pistone inizia a frequentare dei laboratori teatrali cui si appassiona fino a iscriversi a una scuola di recitazione a Catania. Una volta ottenuti il diploma di recitazione e la laurea in lingue, decide di trasferirsi a Roma, dove segue un corso di perfezionamento in traduzione letteraria all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e inizia a lavorare per la Compagnia della Luna di Nicola Piovani.

Nella prima metà degli anni ’90, grazie all’iniziativa di alcuni studenti universitari allievi del traduttore Riccardo Duranti, direttore del corso di perfezionamento, Emanuela Pistone avvia con loro una collaborazione aiutandoli a mettere in scena un testo teatrale. L’attività proseguirà per quattro anni diventando un Laboratorio permanente di formazione teatrale guidato da E. P., la cui caratteristica principale è il lavoro su testi di autori contemporanei dell’Africa Subsahariana. Questo grazie a Paolo Maddonni, uno degli allievi, impegnato annualmente in progetti di collaborazione e aiuto in Africa dove aveva raccolto una serie di testi e di racconti teatrali africani. È l’inizio di una passione per l’Africa, le sue culture e i suoi autori, culminata nel 2005 con la fondazione dell’associazione Isola Quassùd che, partendo dalle pratiche teatrali come strumento di educazione trasversale, cerca di diffondere un’idea positiva di società multietnica attraverso attività rivolte a migranti di origini diverse, che crescono e si arricchiscono di anno in anno.

 

 

Alice: Che cos’è per lei la creatività?

 Emanuela Pistone: Una capacità visionaria che dà l’opportunità di guardare oltre, di ‘vedere’ ciò che è invisibile agli occhi. Credo che la creatività sia una caratteristica che possiedono molte persone, alcune hanno l’opportunità di sperimentarla mentre altre, più che impararla hanno bisogno che venga stimolata fornendo loro una serie di strumenti per poter esprimersi in un modo nuovo. Ad ogni modo, alla fine credo che creativi si nasca.

 

Ottavia: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

 Emanuela Pistone: Un ingrediente del processo creativo è la capacità di vedere qualcosa che non è presente materialmente, un altro riguarda la capacità di concretizzare qualcosa che non esiste materialmente se non nella testa del visionario. Basti pensare alla creatività che viene espressa da ogni membro di un gruppo teatrale, scenografo, musicista, costumista, tecnici. Penso anche alla creatività di un artigiano che costruisce cose, alla creatività in cucina, nell’arredamento, nella moda, con le piante, nella scienza… La creatività non si manifesta solamente sul piano teorico ma anche su quello concreto, attraverso un pezzo artigianale o un arredamento, o una creazione in qualunque ambito. Il punto di partenza è una capacità visionaria a cui segue lo sforzo di renderla viva: allora può diventare un quadro, un oggetto, un abito, un giardino, una composizione musicale, una ricetta…

 

Alice: Come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

 Emanuela Pistone: Credo di ricevere più stimoli in ambienti caotici, tra le energie e gli stimoli di altre persone e oggetti. Per me sono importanti la collaborazione e l’ascolto dell’Altro. A questo proposito, la musica ha avuto, e ha, per me un ruolo fondamentale. Sono cresciuta con la musica dentro le mura di casa; mio fratello è musicista, e credo che questo abbia influito sullo sviluppo della mia parte creativa. La musica è per me il primo stimolo, ma trovo stimolanti anche le conversazioni altrui: entrare di traverso in conversazioni che non riguardano il mio ambito specifico mi incuriosisce, è un’altra fonte di stimolo. Comunque, all’interno del processo creativo ci sono fasi diverse e in alcuni momenti è necessario anche l’isolamento.

 

Ottavia: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e sul suo stato d’animo la produzione creativa?

 Emanuela Pistone: La produzione creativa influisce sulle emozioni ma non in maniera lineare perché tutto dipende dalla specifica fase dell’atto creativo. Nella fase iniziale ci sono una grande esaltazione e una grande partecipazione emotiva perché si vede qualcosa per la prima volta. Dopo questa visione subentra invece una fase più concreta che può essere attraversata da sensazioni diverse come, ad esempio, il disprezzo per la cosa creata o in via di creazione. Ad ogni modo, vi è una grande influenza sulle emozioni perché la mia visione delle cose è condizionata dall’idea sulla quale sto lavorando in quel periodo.

 

Alice: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di sé?

 Emanuela Pistone: Sicuramente nell’atto creativo emerge il proprio essere. Io sono piuttosto autocritica, non sono quasi mai soddisfatta di quello che faccio e magari, a posteriori, mi trovo invece ad apprezzare ciò che avevo realizzato in passato. Non so dire se l’atto creativo determini dei grossi cambiamenti sulla percezione che ho di me stessa, sicuramente i momenti critici dell’esistenza coincidono con le fasi della parte creativa.

 

Alice: Cosa determina il suo atto creativo nel rapporto con gli altri?

Emanuela Pistone: In famiglia sono considerata un po’ fuori dalle regole, anche se in realtà quando conosco persone nuove vengo scambiata spesso per una professoressa. Credo sia a causa del mio aspetto borghese, rassicurante, che però contrasta nettamente con il mio modo di pensare e di fare.

 

Ottavia: Per lei è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

 Emanuela Pistone: Anche se molti artisti dicono di no, secondo me il riconoscimento degli altri è importante, a maggior ragione se si fa della propria arte il proprio mestiere. L’approvazione degli altri ha un peso, ma per alcune forme d’arte come la musica o il teatro, non credo che l’esibizione in pubblico sia il momento più determinante per l’artista; la composizione, la preparazione, la ricerca di alchimie, le prime esecuzioni, le prove, sono i momenti di maggior creatività. L’applauso del pubblico è certamente la gratificazione massima che un artista può avere sul palco, ma io non credo che coincida con l’apice della creatività.

 

 

Alice: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo? Come ne traggono giovamento?

Emanuela Pistone: Secondo me i principali fruitori sono gli artisti stessi, ma chiunque abbia voglia e abbia modo di accostarsi al risultato di un lavoro creativo può fruirne. Ci sono diverse categorie di persone che si avvicinano, in vari momenti, alla pratica creativa. I motivi possono essere i più diversi: per un’esigenza precisa, utilizzando l’arte come terapia; per il semplice piacere di gioire di un’attività diversa da quelle quotidiane. Molte persone che vivono ai margini della società non hanno la possibilità immediata di incontrare un atto, un percorso o un prodotto creativo, perché sono troppo impegnate a risolvere problemi più concreti e materiali; in questo caso, in qualche modo, andando incontro a chi non ha questa possibilità i risultati sono positivi. Questo è quello che cerco di fare con la mia associazione.

Ottavia: Quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

 Emanuela Pistone: Dalla finestra del mio soggiorno vedo l’Etna, che in questi ultimi tre mesi ha dato uno spettacolo straordinario, perciò al momento per me non c’è atto creativo più forte di un’eruzione vulcanica: la potenza e la forza di un’energia incalcolabile e sotterrata, che ogni tanto ha la possibilità di emergere e che può anche distruggere.

 

Alice: Pensa che esista una relazione tra creatività e depressione?

 Emanuela Pistone: Non sono un’esperta dell’argomento, ma io stessa sono passata attraverso un periodo buio, un fatto piuttosto frequente nella categoria degli artisti. Siamo sempre di più ad avere queste sensazioni di sospensione, di attesa di un qualcosa che sembra non arrivare mai, che comporta una grande difficoltà di progettare, di guardare oltre. Quindi sì, credo che tra depressione e creatività ci sia un nesso.

 

Ottavia: Secondo lei, quando un prodotto creativo è davvero concluso?

Emanuela Pistone: Mai. Per me il prodotto creativo è in continuo movimento; anche un’opera che si fissa nel tempo (come un dipinto o un film) non ha mai una fine.

 

Ottavia: Pensa che la creatività sia un dono naturale, un privilegio di pochi o una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Emanuela Pistone: Credo che la creatività sia in parte un dono, una qualità, o meglio una caratteristica di alcune persone. È sicuramente possibile stimolare la creatività, fornendo una serie di strumenti a chi ha bisogno di esprimersi attraverso un linguaggio non verbale, ma io credo che l’arte non si possa imparare: creativi si nasce. Semplicemente qualcuno ha maggiori possibilità di altri di sperimentare la propria creatività.

 

Alice: Pensa che la creatività possa avere una funzione sociale, ad esempio nelle scuole o nelle attività di recupero del condannato?

Emanuela Pistone: Decisamente sì; la creatività è uno strumento trasversale rispetto alla possibilità di ottenere risultati positivi in moltissimi ambiti. L’arte è uno strumento poco definibile, complesso; è un modo a sé che viene percepito in modo diverso da ciascuno di noi. C’è una grande differenza tra chi sceglie di fare della propria creatività il proprio mestiere e chi invece utilizza il processo creativo per riempire o arricchire la propria esperienza di vita, ma tutte le forme d’arte possono avere una funzione sociale.

 

Intervista ed elaborazione di
Ottavia Alliata e Alice Viola

Isola Quassùd     –     Interviste sulla creatività

Renato Rizzi

Renato Rizzi – Intervista sulla creatività

Renato Rizzi è medico chirurgo, oncologo e psicoterapeuta. Egli ha scritto alcuni saggi (sul perdono, sul rancore) e dei romanzi, crede molto nella lettura e nella scrittura come fondamentale strumenti di crescita.

 

Ottavia: Che cos’è per lei la creatività?

Renato Rizzi: La creatività è dare spazio e concretezza a un pensiero e può riguardare varie forme d’arte, dalla prosa, alla poesia, alla scultura, ecc.

 

Gloria: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

 Renato Rizzi: Per me la scrittura è un bisogno intimo di espressione. Nel mio caso cerco di trasferire i miei vissuti e le mie esperienze, sia in qualità di medico sia in qualità di psicologo, nel lavoro che faccio in carcere, contesto in cui vi sono vissuti di grande sofferenza. Cerco di ricreare qualcosa di molto vicino alla realtà anche se in parte modificato e romanzato. L’ingrediente principale del processo creativo è la necessità che avverto di modificare le cose in modo tale che rimangano comunque verosimili.

 

Ottavia: Che conseguenze ha la produzione creativa sulle sue emozioni e sul suo stato d’animo?

 Renato Rizzi: Per me la creatività produce effetti liberatori, consolatori e di compassione.

 

Gloria: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di sé stesso o dell’autore in genere?

 Renato Rizzi: Sicuramente l’atto creativo porta a una compensazione delle mie emozioni, è una forma d’aiuto ma si tratta di un processo in buona parte inconscio. La scrittura mi fa crescere. Quasi sempre scrivo in prima persona e questo mi rende felice per l’essermi messo nei panni di un’altra persona.

 

Ottavia: Che cosa determina l’atto creativo nel rapporto con gli altri?

 Renato Rizzi: Personalmente scrivo per me, non per gli altri, perciò è difficile rispondere. Gli altri giudicano il mio lavoro, lo spirito critico è importante perché induce a migliorarsi. Quando finisco di scrivere ho proprio finito il prodotto, mi sposto su un altro progetto o su un’altra esperienza. Non mi piace l’idea di fare dei sequel o di creare personaggi permanenti.

Il mio primo romanzo si intitola “Berto il cialtrone”. A quel tempo insegnavo Psicologia all’Università di Urbino, avevo fatto delle ricerche sulla menzogna su un campione di circa 700 persone. Ne sono seguite una serie di conoscenze che volevo riportare non più in un saggio – ne avevo già scritti uno sul perdono e uno sul rancore – bensì in un romanzo. In seguito, mi sono venute in aiuto diverse esperienze e fatti autobiografici che mi hanno messo per la prima volta nella condizione di scrivere quello che sarebbe stato poi il mio primo romanzo. Preso atto dell’insoddisfazione del mio editor sul finale, che trovava un po’ scialbo, ho deciso di scrivere cinque finali diversi e di fare scegliere al lettore quello che gli piaceva di più.

 

Gloria: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

 Renato Rizzi: Quando scrivo, faccio leggere i primi risultati del mio prodotto a mia moglie, che è molto critica. In tutti i romanzi ci dev’essere una storia d’amore, non necessariamente per una persona, ma anche per la patria, per il lavoro. Il mio primo romanzo ha riscosso un buon successo, ho riscontrato le critiche fatte sui giornali, ho vinto un premio di esordiente, ma non so se il libro sia stato d’aiuto a qualcuno. Invece, il penultimo libro che ho scritto, sulla storia vera di un detenuto, è stato letto nel carcere di San Vittore da gruppi di detenuti che poi mi hanno fatto molte domande. In quell’occasione mi sono sentito veramente utile perché mi sembrava di essere riuscito a indurre qualcuno a pensare e non tanto a fare. Secondo me questo è il fine ultimo di una creazione: stimolare il pensiero. Mi ricordo l’emozione che ho provato quando ho visto un efebo – una statua greca – a Mozia, un’isola di fronte a Trapani. Vi era solo questa statua all’ingresso di una villa liberty: ho vissuto un’emozione intensa…  che mi ha indotto a pensare.


L’efebo di Mozia

 

Ottavia: Le viene in mente un’immagine che possa ben rappresentare l’atto creativo?

 Renato Rizzi: Tra pochi giorni vado a Napoli, accompagno mio nipote a Pompei, ci sono già stato ma quello che mi incuriosisce davvero è vedere il Cristo Velato: le sculture mi impegnano e mi emozionano soprattutto quando rappresentano la figura umana. Non posso dire che si verifichi lo stesso quando vedo dei quadri raffiguranti dei paesaggi.

 

Gloria: Pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

 Renato Rizzi: Credo proprio di sì, credo che la creatività sia favorita da uno stato depressivo. Allo stesso tempo, la creatività è una forma di aiuto e di cura per la depressione, è un modo per sentirsi meglio.

 

Ottavia: Quando un prodotto creativo è davvero concluso?

 Renato Rizzi: Secondo me il prodotto creativo è concluso quando non c’è più nient’altro da dire o da aggiungere in quella determinata creazione. Anche la scultura non finita può rappresentare per l’autore un’opera conclusa perché non c’è più nulla da comunicare. Penso sia una cosa estremamente personale e che l’opera sia davvero conclusa quando non vi sono più emozioni a stimolare la produzione. Per quanto riguarda i romanzi, ci sono autori che riscrivono le loro opere venti volte. Io, personalmente, quando finisco di scrivere un romanzo, non voglio più rivederlo né rileggerlo, è davvero concluso.

 

Gloria: Pensa che la creatività possa avere una funzione sociale? Se sì, quale?

 Renato Rizzi: Sicuramente sì. Ritornando alla scrittura, credo che i circoli letterari siano un’arma sociale utile per discutere un pensiero e ritengo possano avere un impatto a livello sociale, anche se per un pubblico molto ristretto; solamente i romanzi di grande successo possono influire su una popolazione più ampia. Comunque, anche i romanzi più terribili e scritti male hanno sempre una frase, un concetto che salva il libro e che stimola una crescita personale.

 

Ottavia: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

 Renato Rizzi: Il talento esiste ma è comunque allenabile ed educabile. Ad esempio, fare il medico richiede una parte di talento ma soprattutto tanta compassione: senza questi due elementi è difficile svolgere efficacemente questa professione. Nella creatività servono una grande capacità di espressione emotiva e l’abilità di saper esprimere cose terribili… basti pensare ai quadri di Alberto Burri che esprimono una rabbia immensa.

 

Gloria: La creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Renato Rizzi: Sì sicuramente, anzi credo che la creatività sia uno degli migliori strumenti ma che non viene sufficientemente utilizzato. A questo proposito, sto cercando di convincere la tipografia Zerograrfica, cooperativa sociale nata su iniziativa di persone detenute, a diventare una piccola casa editrice. Ho proposto di fare un premio letterario destinato ai detenuti della Lombardia o di tutta Italia per il miglior racconto. Credo che questa iniziativa possa rappresentare un buon incentivo principalmente per due motivi: il premio letterario permette di ottenere un riconoscimento mentre la scrittura stimola la riflessione e la verbalizzazione di vissuti e pensieri del soggetto. Il narrato, se non viene ben verbalizzato, si perde e alla società non viene dato nulla. Credo sia molto utile spingere i bambini o i ragazzi a scrivere di sé. È uscito da poco un libro, “L’appello”, che narra di un insegnate di liceo cieco che viene assunto in una scuola come supplente. Il fatto che sia privo della possibilità di vedere e quindi di riconoscere nell’altro il linguaggio non verbale, aiuta in maniera molto più profonda a comprendere lo studente. Il rapporto insegnante – alunno si sviluppa in una forma di apertura che i ragazzi non avevano mai esperito prima e che successivamente si delinea attraverso la scrittura. È fondamentale insegnare ai ragazzi un modo per guardarsi dentro soprattutto perché l’adolescenza è un’età assai delicata e difficile in cui si ha una bassa autostima e un’identità in essere, non ancora definita.

Intervista ed elaborazione di 
Ottavia Alliata e Gloria Marchesi

 Renato Rizzi Studio – Libri dell’autoreInterviste sulla creatività

Alberto Figliolia

Alberto Figliolia – Intervista sulla creatività

Gloria: di che tipo di arte ti occupi e qual è la sua origine?

Alberto Figliolia: di scrittura. Sono nato come autore, poi sono diventato anche giornalista e ora lo faccio come freelance, occupandomi di ciò che mi interessa (e in base ai miei tempi). In passato ho collaborato con diversi quotidiani o testate nazionali; nel frattempo ho continuato a scrivere libri muovendomi soprattutto nell’ambito della poesia e della letteratura sportiva, a volte anche unendo questi due campi. Faccio una postilla: alla base di tutto c’è un lettore accanito; prima di tutto sono uno che legge. La lettura è fondamentale e la considero un atto creativo, dopo c’è la scrittura.

 

Asia: che cos’è per te la creatività?

Alberto Figliolia: è, probabilmente, la capacità, attraverso un talento di base e tanta tenacia, di riuscire a rielaborare i vari input che arrivano alla nostra mente e al nostro cuore. Quindi la capacità di rielaborare le esperienze producendone di nuove. Tutto in una logica di ausilio al resto del consesso umano col quale ti relazioni. Difatti io credo molto nella forza empatica della lettura e della scrittura, nella trasmissione e nella condivisione del sapere.

 

Gloria: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Alberto Figliola: c’è il lavorio della mente, quello che ti ribolle nel profondo, nell’inconscio, che affiora nell’universo onirico. Poi ci sono le costruzioni razionali. Io per esempio lavoro sulla poesia come se fosse un’architettura: magari ho un’idea sulla quale poi faccio delle operazioni mentali. L’ispirazione non basta, è un processo molto lungo, che in fondo dura tutta la vita… Facendo un paragone col mondo dello sport, non credo che basti il talento. Il talento va allenato con umiltà: non si può pensare di sapere tutto. “So di non sapere” parafrasando il famoso filosofo greco. Poi c’è il labor limae, non finisci mai… Io qualcosa scrivo ogni giorno. È importante stare molto attenti alle piccole cose, anche particolari irrilevanti su cui di solito non ci si sofferma: anche un fiore le cui radici spaccano l’asfalto è importantissimo. I greci avevano un verbo bellissimo: “agorazein”, discorrere in piazza, in una sorta di ozio creativo. Non è vero che l’ozio è il padre dei vizi, è importante in tempi convulsi come questi prendersi uno spazio per meditare senza fretta.

 

Asia: che cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Alberto Figliolia: per esempio, ieri stavo andando a vedere una mostra a Milano e sono passato per Piazzale Tirana, una zona periferica che frequentavo da bambino perché mia nonna abitava da quelle parti, e c’erano, nella rotonda del tram, dei magnifici fiori viola e papaveri. Lì mi è scattato un link e ho pensato un haiku. Poi ho visto, percorrendo via Giambellino, le ombre dei platani e le foglie che si muovevano al vento e mi è venuto in mente un altro haiku (una forma di poesia giapponese a tre versi e diciassette sillabe). La macchina creativa ha preso avvio da un particolare in apparenza infimo. Quando sono arrivato a casa ho trascritto tutto quello che avevo memorizzato ed erano una decina di haiku. Devo aggiungere che l’haiku nasce così, dallo sguardo verso la natura e le piccole cose della natura presenti anche nella città. Poi delle volte ci sono degli elementi più complessi che danno vita a poesie più lunghe, e dipende molto dallo stato d’animo. Dico sempre che il beota e il beato non scrivono. Penso che anche la frustrazione possa essere una potente molla creativa; una persona perfettamente felice non scriverebbe un rigo probabilmente. Paradossalmente anche la nevrosi può generare scrittura. Forse è anche un meccanismo difensivo, di sopravvivenza. Pensiamo a “La ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde: non l’avrebbe mai scritta se non fosse mai stato incarcerato per ciò di cui incredibilmente era accusato al tempo. Le poesie più lunghe nascono anche da situazioni di disagio esistenziale. Non è un caso che dal nostro Laboratorio di scrittura creativa in carcere le persone detenute che lo frequentano sono estremamente abili e producono dei versi eccellenti, a volte addirittura magistrali e sempre emblematici. Il dolore, la noia, la solitudine, il senso di fallimento incombente riescono a portare alla genesi di lavori poetici mai autoreferenziali, oltremodo interessanti.

 

Gloria: che conseguenze ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?
Alberto Figliolia: è catartica. Quando scrivo in prosa, soprattutto giornalistica, si attiva un’altra parte pensante e sono un osservatore più obiettivo e meno “sentimentale” dei fatti. Di sicuro c’è una grande gratificazione nello scrivere, anche se è commista alla fatica. Scrivere è faticoso. Si mischiano piacere, fatica e catarsi finale. Quando esce un tuo libro è quasi come un parto, come se fosse un piccolo figlio.

 

Asia: Come incide l’atto creativo sulla percezione di sé?

Alberto Figliolia: incide perché è un continuo scavo interiore che fai incessantemente nel profondo, mettendo a nudo e ti mettendoti a nudo. Chi scrive non può fingere più di tanto, nonostante quello che diceva Pessoa coi suoi versi… “Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente.” Con la poesia metti a nudo anche la tua fragilità ed è importante che si manifesti questa fragilità in un mondo che vorrebbe il superuomo super-produttivo e super-efficiente. Bisogna invece imparare a guardarsi dentro, scrutarsi anche senza ritegno ed esplicitare quello che senti. Poi c’è anche la forma, specialmente se parliamo di poesia. Nella percezione di sé, nella conoscenza di sé stessi è fondamentale andare nei meandri della propria anima. Ciò è  molto terapeutico, oltre che un dono al mondo. Nel caso della scrittura non bisogna temere chi ti dona sé stesso attraverso la poesia. La poesia salva la vita, almeno a me ha salvato la vita tante volte.

 

Gloria: nel rapporto con gli altri che cosa determina l’atto creativo

Alberto Figliolia: gli altri sono “costretti a fruirne”… Per esempio, non solo i lettori che magari non mi conoscono, ma anche nelle relazioni coi miei amici la scrittura è importante, per me è un mezzo. Infatti anche con i social mando poesie. Poi gli amici apprezzano, quindi diventa uno scambio proficuo. Il lavoro poetico non è più solo mio, ma anche di chi lo legge. È chiaro, ribadisco tuttavia, che io legga più di quanto scriva e legga più poesie di quante ne scriva, per cui non mi occupo solo della mia poesia in maniera solipsistica o per affermare il mio io. Mi piace molto collaborare con altri, ho scritto libri a quattro mani, ho scritto prefazioni. Si stabilisce un universo di relazioni che aiuta la creatività reciproca. A volte non riesco neanche a fare tutto quello che vorrei. Ma va bene così, meglio avere tanto da fare che non avere nulla da fare.

 

Asia: è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Alberto Figliolia: sicuramente sì, è inutile negarlo. Io scrivo perché è la mia modalità d’espressione, con cui cerco di mettere ordine nel caos del (mio) mondo. Poi è gratificante il fatto che ciò che scrivi possa piacere o essere d’aiuto agli altri. Questo è un rimando che non ti lascia di certo indifferente, anche se poi non è quello il motivo per cui si scrive, perché io scriverei comunque. Guido Morselli, un grande autore del secolo scorso, morto suicida, è stato pubblicato tutto dall’Adelphi, ma in vita non l’aveva pubblicato nessuno. Un genio incompreso in vita, eppure ha continuato a scrivere nonostante l’incomprensione. Forse, se avessero pubblicato prima le sue opere, non si sarebbe suicidato. Questo è un esempio lampante di come anche il riconoscimento esterno possa essere utile a chi è creativo.

 

Gloria: chi sono i suoi principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Alberto Figliolia: io credo che la poesia sia fruibile da tutti. È chiaro che non è un prodotto da laboratorio, anche se dietro c’è tanto studio. Deve colpirti e l’impatto emozionale è importante. Quindi nel mio “presunto”/potenziale pubblico ci sono lettori molto variegati.  Io credo che la poesia sia un fenomeno molto democratico. A me è capitato di fare anche molto il “poeta di strada”, a contatto con gente sconosciuta che si fermava e a cui leggevo una poesia. Poi non è detto che comprasse il libro, ma intanto si era stabilito un nesso. Quindi chiunque può fruire della poesia, è questione di buona volontà, di apertura del cuore e di non avere pregiudizi nella testa. La poesia per questo motivo sfonda le porte.

 

Asia: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Alberto Figliolia: essendo un fanatico dei libri per me aprire un libro, sfogliarlo, annusarlo è già un atto creativo, così come prendere appunti e pensare a mille progetti. Se dovessi indicare un’immagine direi la carta e la penna che trascrive le parole. È vero anche che la poesia si può serbare nella mente, ma la scrittura permette di fissarla e renderla disponibile a tutti.

 

Gloria: pensa che possa esistere una relazione tra depressione e creatività?

Alberto Figliolia: secondo me sì. Io, quando ho avuto momenti di depressione, di scoraggiamento esistenziale, di spaesamento, ho sempre scritto e mi è sempre stato di giovamento. Poi non è detto che quello che scrivi sia sempre bello e magari dopo mesi o anni puoi buttare via, ma qualcosa può rimanere. Una conferma di ciò l’ho avuta nella mia esperienza di insegnante volontario in carcere. Il luogo in cui si scrive di più a mano è il carcere, anche perché emerge il bisogno di mettere sulla carta i propri pensieri, ponendosi in relazione con gli altri, pur in situazioni anche molto frustranti dal punto di vista esistenziale. Certo, la vita è un’altalena, ci sono alti e bassi, quindi a volte si scrive anche in condizioni di moderata felicità. Nonostante ciò, nel mio caso, la frustrazione, la malinconia, lo spaesamento mi portano ad essere anche più creativo. E ogni tanto è bello essere spaesati perché si vedono le cose in un’ottica diversa… Io dico sempre che i visionari sono i meglio informati dei fatti, mentre il pragmatismo rischia di rovinare il mondo.

 

Asia: quando un prodotto creativo è davvero concluso?

Alberto Figliolia: forse mai, a parte probabilmente la Divina Commedia, l’Iliade, l’Odissea… Anche Manzoni ha riscritto I promessi sposi. Anche Il giocatore di Dostoevskij ha delle piccole discrasie, però è egualmente un capolavoro.  Prendendo in mano un mio vecchio libro mi capita di pensare che alcune cose le scriverei diversamente. Bisogna essere aperti anche questo panorama di possibile mutamento.

 

Gloria: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Alberto Figliolia: sicuramente sì. Non esisterebbe letteratura, se non fosse così. Io credo, soprattutto nel caso della poesia, che l’autore non debba mai essere svincolato dalla lettura del mondo. Deve intervenire nel mondo, tant’è vero che i poeti sono spesso temutissimi dal potere e sovente esiliati o condannati a morte. A me è capitato di partecipare ad un’antologia di poesie per Giulio Regeni, dove sono intervenuti decine di poeti, perché il poeta non solo ha il diritto, ma il dovere di intervenire nelle cose del mondo. Il poeta non si occupa solo di filosofia, metafisica, destini del mondo, e non è perso in universi di simboli. Quindi la relazione e la funzione sociale della poesia sono imprescindibili.

 

Asia: la creatività è un dono naturale, privilegio di pochi, o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Alberto Figliolia: credo che ci sia di base, come detto, un talento e che questo vada “allenato” con continuità e costanza. Non è detto che tutti debbano per forza scrivere un romanzo o delle poesie. Anche un professore che ama la poesia e ne parla ai suoi allievi, pur non scrivendo poesie, sta comunque facendo qualcosa di creativo. Io spesso sono andato nelle scuole a tenere laboratori di haiku o a leggere poesie e parlare di scrittura. Tanti docenti non scrivevano, eppure aiutando gli allievi a costruire relazioni e conoscenze, stavano facendo qualcosa di creativo. Sicuramente c’è un talento, che in ogni caso deve essere coltivato. I miei genitori non leggevano molto, io invece ho sempre amato i libri – e loro comunque mi hanno assecondato e agevolato in questa mia passione, ciò di cui gli do con riconoscenza ampio merito, Credo quindi di avere avuto dentro di me, sin dall’incipit della mia vita, questa scintilla. Ciò che mi è servito è stato continuare a leggere e cimentarmi con il passare degli anni, passando anche attraverso il fallimento. Attraverso i tentativi e le prove il proprio talento può affinarsi e iniziare ad essere di sostengo agli altri, essere un dono per tutti.

 

Gloria: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Alberto Figliolia: se si pensa che il bambino è padre dell’adulto e che dobbiamo sempre coltivare il fanciullino che è in noi è chiaro che bisogna agire soprattutto nelle scuole e alla più tenera età. I bambini, ad esempio, scrivono degli haiku bellissimi perché sono spontanei e hanno il dono della meraviglia. Anche per le persone detenute la scrittura, con quel continuo scavo dentro di sé, consente di rimettersi in carreggiata, di re-instaurare un corretto percorso esistenziale, facendo i conti con il proprio vissuto, senza farsi facili sconti. Per essere più consapevoli. Anche elaborando quella che io chiamo “la sindrome della tripla R”: rabbia, rimpianto e rimorso; attraverso questa elaborazione si può ripristinare una nuova via verso un orizzonte più luminoso.  In questi anni in cui ho lavorato come volontario nelle carceri ho potuto notare che grazie alla scrittura è come se germinasse un nuovo individuo, che nasce da quello vecchio, ma dal meglio di quello vecchio.  Ogni anno nel Laboratorio del carcere riusciamo realizzare un Calendario poetico-fotografico, ma anche antologie monografiche collettive o personali. Qualche anno fa è stato pubblicato il libro di uno del nostro Laboratorio: “Nessuna pagina rimanga bianca”, con il cui titolo si voleva indicare che ogni giorno è una pagina bianca su cui possiamo scrivere, se si ha consapevolezza. Senza questa, infatti, si scrive sul niente, si è semplicemente una vittima dell’ignoranza, di un contesto degradato. La scrittura riesce ad elevarti e a portarti in un’altra dimensione vitale ed esistenziale, che ti permette di capire le ragioni degli altri, anche di coloro a cui prima magari hai fatto del male. Sono sempre più convinto che la scrittura, ma soprattutto la lettura, siano un grande dono che si può fare a sé stessi e agli altri.

Intervista ed elaborazione di 
Asia Olivo e Gloria Marchesi

Alberto Figliolia: PoesiePubblicazioni Alberinube – Facebook

Interviste sulla creatività

 

Giulio Guerrieri

Giulio Guerrieri – Intervista sulla creatività

Giulio Guerrieri ha seguito un percorso di studi nel settore fotografico. Ha partecipato ad alcune manifestazioni artistiche nel settore dello spettacolo, dove ha potuto sviluppare la sua professione di fotografo. Ha iniziato così a documentare eventi, situazioni, ambienti di vita. Negli anni si è cimentato nel cortometraggio, col quale ha trattato temi sociali sulla lotta alla illegalità e per la sensibilizzazione alla memoria storica. Tra l’altro, ha prodotto un corto per i quarant’anni della scomparsa di Peppino Impastato e uno per i dieci anni della scomparsa di Lea Garofalo.

 

Alice: cos’è per te la creatività?

Giulio Guerrieri: direi che la creatività implica e alimenta uno sviluppo dell’intelletto, della fantasia e della manualità; questo processo può portare alla fotografia, a un percorso musicale, al cinema, a una delle tante attività artistiche.

 

Asia: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Giulio Guerrieri: credo possano essere infiniti: la fantasia, le emozioni. Poi, l’ordine in cui si pongono può cambiare ogni volta. Ora come ora, mi sento di mettere al primo posto l’emozione e la passione. Nel processo creativo c’è bisogno anche di impegno, di preparazione, ci vuole una ricerca e uno studio. Ci vuole un’osservazione, un “guardarsi intorno”: a volte non ci si inventa nulla di nuovo, ma semplicemente si osserva il mondo. Non deve esserci un semplice copia e incolla, ma bisogna prendere spunto da una determinata situazione, mettere la propria creatività e trasformare.

 

Alice: cosa avvia e come si sviluppa la tua creatività, in quali condizioni?

Giulio Guerrieri: per creare qualcosa ci vuole una scintilla. Come quando si avvia il motore a scoppio, che ha quattro fasi: aspirazione, compressione, scoppio e scarico. Io penso che le stesse fasi ci sono nel processo creativo. C’è il momento dell’ispirazione, quello in cui cresce qualcosa dentro che fa aumentare la pressione, poi c’è la scintilla creativa e, infine, l’esplosione, come una liberazione nel vedere la tua arte realizzata. Conclusa la gravidanza, l’artista torna alla relazione col suo pubblico e a cercarne la reazione.

 

Asia: che conseguenze ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?

Giulio Guerrieri: il processo creativo scatena un trasporto, un viaggio. Il processo creativo è come un viaggio in cui c’è una scoperta. Buona parte del processo creativo è inconscio, come viaggiare su un treno e guardare, rapiti, dal finestrino: passano davanti agli occhi immagini e situazioni, lo stato d’animo viaggia e a un certo punto ci si imbatte in un’idea che ti viene incontro.

 

Alice: che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso?

Giulio Guerrieri: c’è una piccola trasformazione, a volte ci può anche essere un isolamento, un’introspezione. Non è detto che ci sia sintonia tra ciò che succede nel mondo esterno e ciò che l’artista sta vivendo. Dopo che hai portato a termine l’atto creativo può cambiare la percezione che hai di te stesso, nel senso che ci può essere un’insoddisfazione o una soddisfazione. Il processo creativo, nel momento in cui si sta creando, genera sempre un dubbio, è una continua ricerca, perché sai che c’è sempre qualcosa di meglio di ciò che hai creato ed è difficile accontentarsi.

 

Asia: nel rapporto con gli altri cosa determina il tuo atto creativo?

Giulio Guerrieri: secondo me il processo creativo può aver bisogno di complicità oppure può aver bisogno di isolamento. Alcuni scrittori, ad esempio, hanno bisogno di appartarsi in un contesto, magari naturale, quando devono scrivere, hanno bisogno di uscire fuori dalla routine. Per altri, invece, il processo creativo può scattare in una situazione normale, ad esempio mentre si è in fila per fare la spesa. Nel rapporto con gli altri, quindi, ci può essere la necessità di isolamento o la ricerca di complicità con gli altri, con la vita quotidiana che si unisce al processo creativo. Io preferisco la seconda.

 

Alice: quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Giulio Guerrieri: il riconoscimento degli altri ha sempre una grande importanza. Nessuno nasconde che c’è un ego artistico che desidera il riconoscimento degli altri. Però non bisogna avere paura di questo. Nel processo creativo bisogna credere in quello che si sta producendo e aver cura che sia spontaneo e naturale. Il riconoscimento è importante, ma non bisogna abbattersi se non c’è. La mancanza di riconoscimento può anche aiutare a proseguire la propria ricerca e a migliorarsi nel processo creativo.

 

Asia: chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Giulio Guerrieri: tutti siamo fruitori attivi e passivi dell’arte e tutti possiamo trarne giovamento, sia chi la crea, sia chi la riceve. Tante volte mi capita di essere colpito e coinvolto da quello che è stato creato da altri e che fa scattare anche in me un impulso creativo, come una sorta di rispecchiamento. Penso che l’obiettivo di chi crea qualcosa sia proprio questo: coinvolgere. Dunque, tutti siamo potenziali fruitori. Ognuno, però, beneficia dell’arte in modo differente, poiché una stessa opera può essere percepita in modo diverso da ciascuno.

 

Alice: quale immagine ti viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Giulio Guerrieri: l’immagine della maternità mi ha sempre affascinato; unisce uomini e animali e descrive il vero, primo atto creativo.


Foto di Tina Modotti

 

Asia: pensi che esista una relazione tra depressione e creatività?

Giulio Guerrieri: chi sta vivendo una fase di depressione può essere in un polo opposto a quello della fase creativa, ma non escludo che anche la depressione possa condurre ad un processo creativo, magari anche come forma di terapia. Ci sono tanti artisti che in fase depressiva hanno prodotto opere importanti; dunque, depressione e creatività possono certamente avere un legame, anche se non diretto: in una fase depressiva, il processo creativo non si ferma.

 

Alice: quando per te un prodotto creativo è davvero concluso?

Giulio Guerrieri: ogni prodotto creativo arriva ad una conclusione, che però rimane sempre aperta. La conclusione coincide con il riconoscimento del pubblico, con l’apprezzamento, che può essere manifestato, ad esempio, con un applauso dopo una pièce teatrale o dopo un concerto. Ci sono però alcuni prodotti artistici (come libri, dipinti) che per l’autore non si concludono mai, rimangono aperti a continue modifiche, anche dopo tanto tempo dall’apprezzamento del pubblico.

 

Asia: pensi che la creatività possa avere una funzione sociale? Se sì, quale?

Giulio Guerrieri: la creatività ha sicuramente una funzione sociale; deve averla, altrimenti è esclusivamente commerciale, è una creatività su commissione. Dopo che l’artista ha vissuto l’urgenza che scatena il processo creativo, il prodotto che ne viene fuori diventa stimolo di riflessione e discussione per altri. L’artista, in questo modo, ha messo a disposizione di tutti la sua urgenza, facendo sì che altri possano interrogarsi su problematiche di interesse comune. Credo che la funzione sociale della creatività sia proprio questa: fare scattare negli altri la voglia di approfondire temi a volte di attualità a volte senza tempo e di innescare altri processi creativi.

 

Alice: pensi che la creatività sia un dono naturale, un privilegio di pochi oppure una competenza accessibile a tutti che può essere allenata?

Giulio Guerrieri: tutti abbiamo le caratteristiche e gli ingredienti giusti per poter far tutto, ma ci sono anche delle differenze. C’è dunque sicuramente una predisposizione alla creatività, che abbiamo tutti in modo diverso, ma ciò che è fondamentale è rendersene conto, scoprirla e svilupparla. In questo, i genitori sono fondamentali: riconoscere una passione nei propri figli e riproporla, senza imporla, è il miglior modo per iniziare a coltivarla.

 

Asia: la creatività può avere un ruolo utile a scuola? E nelle attività di recupero del condannato?

Giulio Guerrieri: certo, la creatività ha un ruolo utile a livello sociale (sia per chi la produce, sia per chi ne usufruisce), è utile a scuola per far comprendere la soddisfazione che deriva dalla realizzazione di un prodotto. È importante che i bambini vengano allenati fin da piccoli a utilizzare il loro potenziale creativo. Per quanto riguarda l’utilizzo della creatività per il recupero del condannato, penso che in uno stato mentale e fisico di una persona condannata, che si trova in una condizione non naturale, utilizzare il proprio lato creativo possa essere utile per poter agire al meglio.

Intervista ed elaborazione di 
Asia Olivo e Alice Viola

  La cartolina, di Giulio Guerrieri –  Interviste sulla creatività

Francesco Scoccimarro

Francesco Scoccimarro – Intervista sulla creatività

Franco Scoccimarro ha lavorato nell’ambito della produzione industriale, ma al cuore della sua attività, fin da bambino, ci sono sempre stati il disegno e la pittura. Ricorda con simpatia che alle scuole elementari ebbe anche un premio per un disegno raffigurante il Duomo di Milano. La consapevolezza della sua passione per l’arte figurativa, tuttavia, si fa chiara molto più tardi, quando comincia a collezionare i numeri de “I maestri del colore”. Da adulto, ha seguito la sua passione spesso lavorando di notte, riuscendo a volte a vedere i colori nella luce naturale soltanto nel fine settimana.

 

Alice: Cos’è per lei la creatività?

Franco: La creatività può essere diverse cose: un percorso che produce una novità; la capacità di connettere categorie estranee tra loro; l’invenzione di antichi strumenti di sopravvivenza per rispondere ad una emergenza; possiamo anche dire che è  selvaggia dell’intelligenza.


Ciro – Franco Scoccimarro

 

Ottavia: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Franco: Premesso che per me non esiste un ambito preferenziale per esercitare questa specie di gioco, mi capita in ogni momento di avvicinare idee o cose di genere diverso, di assemblarle, rivoluzionandone finalità, architettura e logica, e questo per creare un oggetto nuovo. Forse le migliori occasioni in cui scatta l’impulso creativo sono quelle in cui scoppia il conflitto che a volte vivo con il “comune sentire”. Altre volte nasce da un contrasto fra l’oggetto che ho davanti e quello di cui avrei bisogno. A quel punto si attiva una ricerca di soluzioni per farlo diventare quello che desidero.


Disordine e armonia – Franco Scoccimarro

 

Ottavia: c’è un’immagine che per lei rappresenta bene l’atto creativo?

Franco: l’atto creativo è soprattutto negli occhi di chi guarda, non sempre è clamoroso, a volte basta una piccola armonia inedita (che si può scovare, peraltro, in qualsiasi momento della vita) per rinnovare vecchi equilibri omologati o giungere, attraverso sentieri imprevisti, a una nuova consapevolezza personale. A volte l’ultimo granello di sabbia della duna, rotolando giù, innesca lo spostamento totale.


Periferie di leggerezza precaria (OTAITTAB) – Franco Scoccimarro

 

Alice: Che incidenza ha l’atto creativo sulle emozioni e sulla percezione di se stesso?

Franco: Mi piace e mi fa star bene costruire uno scaffale con vecchie imposte o una lampada con il cocco a far da paralume e un tendicavo per alzarla ed abbassarla. Questo stesso meccanismo si ripete con i concetti e le idee; allora vengono le battute, gli accostamenti trasgressivi. E’ bello scoprire contraddizioni, oppure, se le cose vanno troppo lisce, inventarle. Pensiamo, ad esempio, ai tagli di Fontana. Da parte mia, Quando finisco un’opera sono contento perché mi sono impegnato nel portare avanti una sfida. In linea generale, riconosco che mantenere una certa continuità con la mia attività artistica e tentare di fare al meglio ciò che faccio mi aiuta a stare in pace con me stesso…  anche nei periodi in cui con me stesso non sono in ottimi rapporti.

Schegge – Franco Scoccimarro

 

Ottavia: E che effetto ha nel rapporto con gli altri?

Franco: Non sempre la mia creatività entra nel rapporto con gli altri. Ho figli e nipoti, un soddisfacente e normale rapporto con gli altri. Se la conversazione si sposta sui miei lavori, il discorso ha ogni volta le sue peculiarità e prende pieghe diverse.

 

Alice: Quanto è importante il riconoscimento degli altri verso il suo prodotto

Franco: È importante perché mi gratifica, indubbiamente, ma non è un’ossessione, non è la ragione per cui dipingo. Non penso mai a come una mia opera possa essere accolta. Io stesso sono critico con i miei lavori e capisco che anche gli altri possano esserlo.


Frammenti – Franco Scoccimarro

 

Ottavia: pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

Franco: Non mi sembra che mia creatività sia correlata in un senso o nell’altro con la depressione, parlo della depressione che in qualche misura tutti vivono di tanto in tanto. Ma penso che entro certi limiti possa esistere fra le due cose una relazione. La depressione è entrare di più in sé stessi ed evitare, per diverse ragioni, la comunicazione con l’esterno per periodi più o meno lunghi. Questo, a volte, è anche il mio atteggiamento: l’atteggiamento di chi frequenta la creatività. Dunque, ci sono delle analogie. Ma che io sappia, nel mio caso, non ci sono ricadute negative: non considero il mio cercare in me stesso un modo per escludermi dall’ambito sociale. Ognuno ha le sue attitudini.

 

Alice: Quando un prodotto creativo è concluso?

Franco: Mai. Molte volte, anche a distanza di anni, torno a mettere le mani su miei lavori vecchi.


Tangenze – Franco Scoccimarro

 

Alice: secondo lei la creatività è un dono naturale o una competenza che si può allenare?

Franco: La creatività non è un dono, come non lo sono i peli del naso o l’intestino cieco; tutti noi siamo l’esito del sacrificio selettivo di chi ci ha preceduto; la creatività è l’eredità della selezione di cui siamo potatori e beneficiari e alla quale siamo giunti, una generazione dopo l’altra, mentre alcuni dei nostri antenati venivano sopraffatti dalle avversità e altri riuscivano a venirne a capo. La creatività è una delle nostre abilità e certamente può essere stimolata e allenata.

 

Ottavia: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo?

Franco: penso che ogni lavoro artistico abbia dentro di sé la capacità di coinvolgere qualcuno; ma perché ciò accada è necessario che l’osservatore abbia una sensibilità che possa entrare in comunicazione con l’opera. Cerco nell’armonia un mezzo di per comunicare. Se non fossimo in un ragionevole equilibrio fisico e armonico non potremmo esistere. Tutto l’universo è costruito su queste singolarità e tutto il resto viene di conseguenza; l’armonia è il linguaggio dell’universo e, forse, come sostengono i fisici, l’universo è linguaggio.


Coriandoli – Franco Scoccimarro

 

Ottavia: secondo lei la creatività può avere una funzione sociale? Se sì, quale

Franco: Si, eccome! Spesso le immagini e le sintesi creative arrivano molto più rapidamente ed efficacemente al destinatario. Ad esempio, il quadro “La zattera della medusa” – di Géricault – esprime il dramma di un naufragio come nessun’altra descrizione.

Non è possibile trasmettere così direttamente il senso di un naufragio raccontandolo a parole.

Anche il “Guernica” di Picasso rappresenta un dramma come delle parole non riusciranno mai ad esprimere.

 

Allo stesso modo, la foto di Robert Capa del soldato sulla collina che sta per cadere a terra dopo essere stato colpito da un proiettile.

Oltretutto, un linguaggio attraente spesso è fondamentale nella comunicazione, come ben sanno i pubblicitari che hanno il creativo come figura professionale…

 

Ottavia: la creatività può avere un ruolo nelle scuole o nelle attività di recupero del condannato?

Franco: Si, sicuramente. La creatività può contribuire all’autoconsapevolezza, alla capacità di apprezzare, riconoscere e alimentare il proprio impegno nei confronti della società, delle relazioni. Chiunque si ponga nei confronti delle relazioni in modo consapevole ha una chance, una carta in più. Riconoscere, educare e allenare le proprie capacità cambia profondamente la propria immagine e concorre considerevolmente a positive relazioni sociali.


Residui – Franco Scoccimarro

Credo che la creatività, intanto che viene coltivata, permetta all’individuo sia di migliorare il rapporto con se stesso sia di avere una relazione funzionale con la collettività. Sono importanti entrambe le cose anche se qualche volta l’una si sviluppa in contrasto più o meno aspro con l’altra. A volte, la spinta che motiva a ottenere il riconoscimento degli altri va a discapito del rapporto con le nostre peculiarità e l’esplorazione delle nostre risorse.

Intervista ed elaborazione di 
Alice Viola e Ottavia Alliata

La galleria di Franco ScoccimarroInterviste sulla creatività

Tonino Scala

Tonino Scala – Intervista sulla creatività

Tonino Scala è un musicista, scrive canzoni, commedie musicali e parodie. La sua passione per il mondo delle musica emerge da bambino, quando si esercitava in casa con il pianoforte della sorella. Ha studiato architettura, ma quella non era la sua strada. Ha sempre fatto il musicista suonando in diversi gruppi.

 

Arianna: che cos’è per lei la creatività?

Tonino Scala: La creatività è la capacità che ognuno di noi ha di creare con la fantasia, con il proprio estro. Tutti siamo in possesso di fantasia e ognuno di noi la manifesta in un modo diverso: chi con il disegno, chi con la musica, chi con la scrittura.

 

Asia: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Tonino Scala: Gli ingredienti per aver un buon prodotto finale sono innanzitutto l’ispirazione, la ricerca delle cose che ti fanno stare bene e la fantasia. Un altro ingrediente principale è la tecnica che si usa per dare forma e organicità alla parte creativa, quindi lo studio. Lo studio permette di acquisire tecniche per realizzare la propria opera: ad esempio, nel mio campo devo sapere la teoria musicale, come si accostano le note in modo da creare un motivo melodioso.

 

Arianna: che cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Tonino Scala: Il mio non è un lavoro di ufficio; non mi alzo al mattino e dico “adesso creo una canzone”, ma devo essere ispirato. Anche solo guardando un quadro, ascoltando una canzone, mi metto a creare qualcosa. Non ho un orario preciso e dei vincoli, non è schematico il mio lavoro, ma devo trovare ispirazione. In questo periodo ad esempio non sono ispirato, sono arrabbiato con il mondo intero, e quindi non potrei scrivere della buona musica. Guardo delle foto, ascolto la radio e ogni tanto mi viene l’ispirazione. A Luigi Tenco, un cantautore, avevano chiesto perché scrivesse cose tristi e lui ha risposto ‘Perché quando sono allegro esco e vado a divertirmi’. Lo stesso vale per me: quando ascolto qualcosa che mi ispira scrivo, però deve essere il momento adatto.

 

Asia: che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Tonino Scala: Io sono una persona che vive tranquilla, con la mia famiglia, ho una moglie, due figli fantastici, è tutto bello. Ho vissuto una gioventù fantastica in Sicilia, in un posto bellissimo sul mare. Quindi il mio stato d’animo è tranquillo e pulito e questo secondo me è fondamentale per fare musica. Quando scrivo musica lo faccio perché vivo delle sensazioni positive, anche quando può sembrare che scriva una canzone triste. La musica è l’espressione dell’animo, quindi scrivendo musica esprimo il mio stato d’animo. Io vivo dei momenti belli con la mia famiglia, con i miei amici e scrivo di conseguenza. L’animo è importante per esprimere la propria parte creativa.

Arianna: che incidenza ha, che conseguenza ha l’atto creativo sulla percezione di se stesso o dell’autore in genere?

Tonino Scala: Quando creo qualcosa che piace agli altri e che suscita in loro delle emozioni io sto bene. Vuol dire che ho creato un buon prodotto e ho fatto una bella cosa. Gli altri usufruiscono della mia musica e questo è un successo, mi fa stare bene. Se invece faccio qualcosa che agli altri non piace cerco di capire dove ho sbagliato e cerco di correggermi. Se faccio qualcosa che agli altri piace e fa stare bene loro allora sto bene anche io. Io ho fatto per tanti anni l’animatore nei villaggi turistici e la cosa fondamentale era divertirsi per fare divertire gli altri, perché se io mi diverto riesco a far divertire gli altri. Allo stesso tempo se faccio una bella canzone, che piace agli altri, io sto bene.

 

Asia: nel rapporto con gli altri la sua musica che cosa determina?

Tonino Scala: Mi permette di dialogare con gli altri, mi permette di confrontarmi. Quando faccio ascoltare una mia canzone agli altri, non mi importa che la ascoltino e basta, per me è importante che la ascoltino e che poi se ne parli insieme. Ieri, ad esempio, ero in studio a registrare e siamo stati più di quattro ore a discutere e confrontarci su una frase. È giusto che ci sia un confronto, perché altrimenti scriverei solo per me stesso. Invece secondo me il successo sta nel confrontarsi con gli altri sui propri prodotti.

 

Arianna: e quindi quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Tonino Scala: Il riconoscimento degli altri è importante. Ci sono stati dei periodi, quando ero più giovane, in cui scrivevo ma non facevo ascoltare le mie canzoni. Ancora oggi quando devo far ascoltare ad altri la mia musica ho una certa apprensione, ad esempio quando suono nei locali: le altre persone ascoltano la mia musica ma non mi conoscono davvero. Quindi per me è importante che gli altri ascoltino le mie canzoni, ma soprattutto che mi conoscano, che capiscano quello che penso, quello che sento, quello che vivo. Penso che se non conosci questi aspetti di me non puoi realmente apprezzare il brano che ho scritto. Tuttavia, in generale il fatto che gli altri ascoltano la mia musica e si emozionino per me è molto importante.

 

Asia: Chi sono i suoi principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Tonino Scala: Direi quelli che vengono nei locali in cui suono e gli amici. Quando confeziono un brano lo mando soprattutto ai miei amici per avere un giudizio prima ancora di inviarlo al pubblico che non conosco. Quindi i miei amici, coloro che mi conoscono e che sanno cosa faccio, sono i miei principali ascoltatori da cui voglio un’approvazione prima di pubblicare un brano. Allo stesso tempo suono anche nei locali, dove c’è gente che non mi conosce e a cui magari non interessa ascoltare la mia musica. Però se c’è anche solo una persona che mi sta ascoltando per me è importante; possono anche essere uno o due su mille, ma l’importante è che ci sia qualcuno che ascolti perché significa che sto comunicando qualcosa.

 

Arianna: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Tonino Scala: Penso al mio cane che ho perso da due mesi, mi ispirano tanto le sue foto. Mi piace in generale guardare le foto e farmi ispirare dai ricordi, quindi un’immagine di una persona cara, di un amico… Ora l’immagine di Maki, il mio labrador bellissimo che non c’è più. L’immagine è importante.

Asia: pensa che possa esistere una relazione tra depressione e creatività?

Tonino Scala: La depressione è una brutta cosa, non penso che aiuti la creatività. Quando mi capitano momenti di depressione non ho la testa per creare, l’unico pensiero che ho è di stare bene. Non credo ci siano delle persone depresse che abbiano prodotto delle belle cose, la depressione per me non favorisce la creazione. Nei momenti depressivi una persona deve pensare a curarsi soltanto, non credo ci sia una relazione con la creatività. In questo periodo ho scritto “Si troverà una sera”, perché spero che si tornerà presto a condividere momenti tutti insieme; non ho scritto altro perché non ho voglia di pensare ad altro, ho desiderio di stare bene e per me stare bene significa tornare a lavorare.

Arianna: quando il suo brano può dirsi davvero concluso?

Tonino Scala: Quando lo cantano gli altri. Quando un prodotto arriva agli altri, lo cantano, lo usano per un documentario, quel prodotto è finito. Se invece lo tengo in casa mia è finito ma non concluso del tutto perché per poterlo definire tale devono usufruirne gli altri provando le emozioni che ho sentito io mentre lo scrivevo.

 

Asia: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale, e se sì, quale?

Tonino Scala: La creatività deve avere una funzione sociale, tutti dovremmo avere la possibilità di esprimerci con creatività, soprattutto i giovani nelle scuole. La creatività è importante perché, come la musica che è lo specchio dell’animo, fa entrare in contatto con la propria essenza. La creatività aiuta a comunicare, per cui tutti dovremmo avere la possibilità di creare ed essere aiutati in questo. Ad esempio, nelle scuole la musica è importante perché aiuta a creare, unendo delle note si crea un brano. È importante aiutare tutti a crescere con della creatività.

 

Arianna: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Tonino Scala: È accessibile a tutti e deve essere allenata. Tutti abbiamo la possibilità di creare, anche quelli che creano delle cose brutte sono allenati per questo; in base agli allenamenti che si fanno si creano delle cose più o meno belle. Il Gruppo della Trasgressione si occupa di recuperare degli allenamenti giusti e di portare delle persone che hanno creato in passato delle cose sbagliate, per allenarsi a creare delle cose positive. L’allenamento è importante. È fondamentale aiutare tutti a creare degli allenamenti positivi.


Dentro ognuno di noi“, eseguita da Juri Aparo e da Tonino Scala (che ne è l’autore) e commentata da Roberto Cannavò al Festival dell’Arte Negletta del 2017.

Asia: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Tonino Scala: Certo, la creatività è importante a scuola. Gli insegnanti devono aiutare i ragazzi a creare delle cose belle nella vita, non solamente ad assimilare le nozioni scolastiche; non serve imporre il proprio insegnamento, l’insegnante deve aiutare a far crescere l’alunno. La stessa cosa vale per il condannato, occorre aiutarlo a crescere, a cambiare stile di vita, a fargli capire che qualunque persona può creare qualcosa di buono. L’allenamento va fatto da piccoli, ambienti malsani producono allenamenti negativi, per cui in questi casi devono intervenire la scuola e la società.

Intervista ed elaborazione
di Arianna Picco e Asia Olivo

La pagina facebook di Tonino Scala –  Interviste sulla creatività

Adriano Avanzini

Adriano Avanzini – Intervista sulla creatività

Adriano Avanzini divide la sua produzione creativa in due ambiti differenti: il primo relativo al campo professionale, in particolare quello di art nel settore grafico-pubblicitario, che lo vede impegnato da 40 anni; il secondo comprende l’attività di cui si occupano coloro che solitamente vengono definiti “artisti”, i quali, secondo l’intervistato, rientrano nel mondo della creatività pura e semplice, non strettamente vincolato dalle regole rigide della vendita e del mercato. È all’interno di quest’ultimo campo che Adriano produce quadri e, più in generale, lavori creativi.

Nonostante realizzi in prima persona opere creative, Avanzini afferma di non potersi definire un artista vero e proprio. Questo perché, innanzitutto, non si mantiene economicamente grazie alle sue produzioni creative e non produce con costanza e continuità, a differenza di chi fa della propria arte una professione. In aggiunta, nonostante egli sia da sempre interessato all’arte e circondato da amici artisti, la sua realizzazione di opere creative inizia tardi. Le origini della sua produzione artistica risalgono a circa 15 anni fa quando, proprio grazie alla frequentazione con il Gruppo della Trasgressione, egli realizza i primi lavori, più simili a illustrazioni che a vere e proprie opere artistiche, prendendo spunto dalle canzoni di Fabrizio De André, molto apprezzate dal gruppo e spesso riprodotte durante i concerti della Trsg.Band.

La città vecchia – Adriano Avanzini

La città vecchia di Fabrizio De André, Trsg.band

In questo periodo Avanzini ha in cantiere alcuni progetti creativi con i quali si prefigge di esplorare nuove forme espressive e l’uso di nuovi materiali.

 

Arianna: che cos’è per te la creatività?

Adriano: direi che questo è un termine che si presta ad interpretazioni personali e diversificate a seconda di chi ne parla, con contenuti, preconcetti e significati tutt’altro che univoci.

La mia esperienza con la creatività mi permette comunque di affermare che esistono almeno due accezioni differenti di questa. Se si prende in considerazione l’attività creativa nell’ambito professionale, nel mio caso quello grafico-pubblicitario, la si deve considerare e analizzare come creatività fortemente finalizzata. Essa infatti ha un obiettivo preciso da raggiungere e ha come principale preoccupazione quella di essere facilmente comprensibile dal pubblico a cui è rivolta. Il suo linguaggio, immagini e parole, si deve adattare al linguaggio di che ne fruisce, pena la totale inefficacia, l’inutilità del prodotto creativo.

Quella che invece considero come creatività pura e semplice, segue un po’ il processo inverso: è il fruitore del prodotto creativo a doversi “adattare” al linguaggio dell’artista. Quest’ultimo, infatti, è detentore di una propria sintassi, un proprio idioma artistico. In aggiunta a ciò, essere immediatamente comprensibile non è la sua prima preoccupazione, anche se ovviamente, la comprensione del messaggio sotteso all’opera creativa è un desiderio dell’autore reale ed auspicabile. Il veicolo di tale comprensione, però, è e rimane il linguaggio espressivo creato dall’artista.

Natura morta – Adriano Avanzini

Quindi, nel caso di quella che chiamerei “creatività professionale”, il processo creativo segue linee guida e schemi precisi, predefiniti e comprensibili, procede sempre verso una forte e indispensabile razionalizzazione. Nel caso della creatività semplice e pura, al contrario, i contenuti del processo creativo possiedono la potente caratteristica di essere svincolati dalle regole convenzionali, sono più liberi e seguono, per così dire, una strada maggiormente diretta ed immediata per arrivare al fruitore. L’opera, anziché dire o descrivere, evoca.

Quelli che ho appena indicato sono due mondi creativi paralleli, simili per certi versi e molto differenti per altri. Pur nella loro diversità, però, pescano entrambe nelle stesse acque. Alle origini cioè, la creatività è pensabile come la capacità di trovare combinazioni e relazioni nuove tra le cose, in opposizione o nel tentativo di svincolarsi da collegamenti e abbinamenti già consolidati e/o dettati puramente dalla logica razionale.

La creatività è quell’attività psichica, e successivamente concreta, che rompe le regole della convenzione, ed è in questo senso che spesso può risultare trasgressiva. Arrivati a questo punto però, è dovere precisare che la trasgressione di per sé non è necessariamente creativa. Rompere le regole tanto per romperle, o tanto per sfidare una qualche forma di autorità, non porta a nessun tipo di risultato proficuo, tantomeno creativo. Piuttosto si può affermare che gli ostacoli e i limiti possono essere utilizzati come carburante per la realizzazione dell’atto creativo. In questo senso, la creatività è un alleato potente, che può aiutare a trovare soluzioni nuove, originali, a far fruttare gli errori, le difficoltà, a non avere paura di sbagliare ed a considerare materia creativa le proprie fragilità ed imperfezioni.

Don Chisciotte e Sancho Panza – Adriano Avanzini

Un ulteriore aspetto che trovo importante e che, apparentemente, potrebbe sembrare in contraddizione con quello che ho appena detto è che la creatività, per quanto concerne la mia esperienza, non è da pensare come un terreno stabile, sicuro, dove ci si possa facilmente orientare. Non esiste una bussola che indichi quale sia la strada giusta da seguire. Anche se con il passare degli anni ho imparato a percepire questo terreno come famigliare, accogliente e fertile, rimane comunque uno spazio in cui ci si muove con incertezza, un contesto che richiede di essere fortemente duttili e mentalmente aperti. Quest’ultimo aspetto, credo sia il carattere più importante della creatività.

 

Elisabetta: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Adriano: per quanto concerne la mia esperienza, l’ingrediente principale del processo creativo è la capacità, principalmente non razionale, intuitiva, di mettere in connessione feconda immagini, forme, parole e materiali che possono essere anche molto lontani fra loro, accostandoli ad “orecchio”, per così dire. E per quanto gli elementi alla base possano essere semplici, il prodotto finito risulta innovativo, originale. Tale processo creativo si basa sulla possibilità di lasciare che le cose accadano nella piena libertà di manifestarsi, senza spingere verso un fine ultimo predefinito. È questa per me la vera bellezza dell’atto creativo, ciò che fa sì che venga vissuto come appagante e liberatorio.

Un altro aspetto del processo creativo per me importante è il continuo tentativo di mettermi in gioco, di misurarmi senza sosta con i miei contenuti mentali e con i limiti della mia psiche. È un costante confronto con immagini di me stesso e con i miei limiti e condizionamenti.


Grattacieli a vento – Adriano Avanzini

Arianna: che cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Adriano: solitamente la mia creatività prende forma in maniera inaspettata ed imprevedibile, senza che io mi sia prefissato fin dall’inizio particolari risultati. È un cammino che si fa camminando, tanto per citare una delle celebri frasi del poeta spagnolo Antonio Machado, che penso descriva bene il processo creativo: mentre si comincia a fare, prende forma qualcosa che, mano a mano, si precisa sempre più chiaramente.

Le condizioni che possono attivare la creatività sono molteplici. Esse sono legate a stimoli interni ed esterni. Prendono spunto proprio da quegli accostamenti e associazioni di immagini, idee e concetti di cui parlavo prima, che possono anche non essere molto congruenti tra di loro, e senza particolari legami con le situazioni psicologiche o ambientali che mi circondano in quel preciso momento.

A volte capita che, la creatività che apparentemente si sviluppa a partire da questi stimoli, sia il risultato di un processo lento, mentre a volte può, al contrario, prendere forma da un’intuizione istantanea, la quale non saprei spiegare in maniera limpida da dove nasca, ma percepisco che deriva da un intenso lavorio interiore.

Silenzio – Adriano Avanzini

Elisabetta: che conseguenze ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?

Adriano: generalmente la mia produzione creativa mi fa sentire bene. Mi diverte associare e mettere insieme forme, colori, materiali, in quanto questo fermento creativo ha il potere di stimolare le parti migliori di me. Inoltre, il piacere estetico che deriva dal prodotto creativo finale, mi fa sentire appagato e soddisfatto. Vivo la creatività come una grande risorsa che è lì, dentro di me, disponibile e percepibile, una specie di alleato fantasioso, imprevedibile e rassicurante allo stesso tempo.

 

Arianna: che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso o dell’autore in genere?

Adriano: sapere di essere in grado di creare un oggetto capace di comunicare, indipendentemente da quale tipo di prodotto si tratti, un quadro, una poesia, una scultura, dà l’idea di avere qualcosa di prezioso che ti appartiene. È come sapere di avere una sorta di potere speciale che puoi mettere in gioco in ogni momento.

Sicuramente l’atto creativo è un ingrediente importante che contribuisce a creare autostima e fiducia in sé. In fondo la creatività non è altro che un gesto di cura verso sé stessi. Durante l’atto creativo è come se si stabilisse una relazione e una linea diretta con i luoghi più profondi di sé. Il prodotto creativo finito, il quadro, la poesia o la canzone che sia, è uno specchio che restituisce all’autore un suo stesso riflesso e il creatore, pur rivedendosi in tutte le sue imperfezioni, non può che volergli bene.

 

Elisabetta: nel rapporto con gli altri il tuo atto creativo cosa determina?

Adriano: Il prodotto creativo è una chiave di accesso a parti di sé importanti, intime, più o meno profonde. Nella relazione con gli altri mette in gioco molte cose, tra cui la disponibilità a lasciar cadere barriere psicologiche, ideologiche, culturali. Nell’atto creativo sono presenti anche nodi del nostro equilibrio, aspetti della nostra intimità molto fragili e vulnerabili, anzi, per molti aspetti, questa è la parte più importante dell’opera e condividerla con gli altri espone l’autore a sguardi e giudizi a volte gratificanti, altre volte frustranti, altre volte ancora capaci di dare  avvio a crisi costruttive che inducono l’autore a esplorare nuove vie. C’è bisogno quindi di cura reciproca; se c’è questo processo, possono nascere nella relazione piani di comunicazione, più fecondi, più appaganti.


Grattacieli a vento 2 – Adriano Avanzini

Arianna: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Adriano: Il prodotto creativo non viene fatto solo per sé stessi, qualunque cosa si faccia viene inevitabilmente a far parte del mondo e quindi della relazione con gli altri. Il riconoscimento o non riconoscimento esterno incide molto. Qui si presenta una grande opportunità da cogliere: essendo una forma di comunicazione non convenzionale e connessa con l’interiorità dell’autore, il linguaggio creativo offre l’opportunità di interagire su un piano più diretto. Se si riesce a stabilire una comunicazione su questo livello, il riconoscimento reciproco risulta più immediato e gratificante, oltre che più ricco. Lo strumento creativo può contribuire a costruire relazioni produttive, coinvolgenti, socialmente utili, fertili.

 

Elisabetta: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Adriano: Quello creativo è un linguaggio universale. Chiunque, volendo, lo può comprendere, fruirne; per giovarsene basta lasciare aperte porte e finestre della testa, essere disponibili a mettere in discussione le proprie certezze, recuperando una certa freschezza dell’osservare, cercando di guardare ciò che si ha davanti da un punto di vista il meno soggettivo possibile, almeno in un primo momento. Il processo che viene messo in moto in modo automatico di gradire o sgradire, interpretare etichettando, complica e può compromettere la percezione di ciò che si ha davanti agli occhi. Se c’è disponibilità e apertura, si può trarre giovamento dallo scambio reciproco a partire proprio dal prodotto creativo.

 

Arianna: Quale immagine ti viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Adriano: Non c’è un’immagine particolare, forse perché una specifica immagine rischierebbe di ridurne la portata e il significato, circoscrivendoli a qualcosa di troppo riconoscibile per poter rappresentare la creatività, che per sua natura sfugge a descrizioni e definizioni. Quella che però potrebbe venirmi in mente in questo momento è l’immagine della fucina, anche perché rimanda a molti miei lavori in cui dare forma alle cose con il fuoco ha una parte importante. La fucina come luogo in cui la materia grezza viene modellata con le mani e si trasforma in cose nuove e inaspettate.

Ferro – Adriano Avanzini

Elisabetta: Pensi esista una relazione tra depressione e creatività?

Adriano: Io credo di sì. Se lo stato depressivo è quello che compromette fortemente la fiducia in sé oscurando tutto, allora non si può vedere nulla all’orizzonte, tantomeno la possibilità di creare qualcosa. Se però mi baso sulla mia esperienza della dimensione depressiva allora sì, perché la depressione per certi versi potrebbe favorire la creatività. Dopo tutto lo stato depressivo è una modalità del sentire, e dato che è differente da quello normale, può essere una fonte di stimoli creativi fecondi e nuovi.

 

Arianna: Quando un prodotto creativo è per te davvero concluso?

Adriano: Quando lo tiro fuori dal forno – quello della fucina – e vedo che ha fatto quella bella crosticina in superficie, ed è lievitato al punto giusto da farmi venire voglia da farlo assaggiare anche agli amici e agli altri, che poi magari se lo gustano pure. Fuor di metafora, il prodotto creativo deve rispondere alle mie aspettative, al mio intento di comunicare od evocare qualcosa, un’emozione, un sentimento, o anche semplicemente suscitare il piacere del puro godimento estetico.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Adriano: Si può avere un talento particolare, ma la creatività non è pensabile come privilegio di un’élite. È sicuramente accessibile a chiunque, siamo potenzialmente tutti creativi, i bambini lo sono spontaneamente, è sempre presente nel gioco, e la creatività è anche un gioco. È una qualità accessibile che ha bisogno di essere coltivata e fatta crescere. Può essere che per fattori strettamente soggettivi, che fanno parte della storia personale di ognuno, questa qualità sia particolarmente attiva già nell’infanzia, e che poi venga continuamente stimolata ed allenata nel tempo. Personalmente mi ha sempre accompagnato sin da piccolo, ma non è detto che non la si possa far fiorire negli anni, basta volere prendersene cura, coltivarla e affinarla. Ciascuno di noi, del resto, nel momento in cui riesce a combinare insieme parole, colori, forme, che comunicano con forza e originalità un’emozione, produce un atto creativo.

Luci e ombre – Adriano Avanzini

Arianna: Pensi che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Adriano: La creatività, intesa come quello specifico prodotto artistico di cui abbiamo parlato sin qui, ha sempre avuto una funzione sociale. Se pensiamo alla storia dell’arte e ai grandi artisti, si può dire che la creatività ha contribuito a modificare la nostra percezione del mondo. Anche oggi certe forme artistiche, certi artisti, concepiscono e producono arte in questa funzione. Ma, più concretamente, credo che la funzione sociale a cui ci sta riferendo sia quella calata nel concreto della realtà a noi più vicina, ad esempio quella del Gruppo della Trasgressione.

Qui la creatività può essere uno strumento potentissimo che può avere una grande funzione nella prevenzione, inclusione, crescita. Soprattutto pensando ai giovani più problematici ma anche ai detenuti. Perché la creatività è una specie di fucina che ci portiamo dentro: attivare la fucina significa attivare le parti più costruttive, l’autostima, la fiducia in sé; è un mezzo potente per educare a prendersi cura di sé e degli altri, combinando insieme le diverse parti che ci appartengono: tonalità emotive forti e fragili, luci, ombre, cose nobili e meno nobili.

Citazione – Adriano Avanzini

Aspetti come aggressività, imperfezioni, incertezze, debolezze possono diventare veramente la materia prima su cui lavorare, una materia che, messa in relazione con gli altri, può dare facilmente adito a rielaborazioni, trasformazioni e nuove creazioni che favoriscono il riconoscimento reciproco. Credo che la creatività, se bene accudita, possa costituire uno strumento per l’inclusione sociale, per la valorizzazione delle differenze, di età, cultura, identità; in generale, un modo per crescere nella diversità.

Intervista ed elaborazione di 
Arianna Picco ed Elisabetta Vanzini

La galleria di Adriano Avanzini  –  Interviste sulla creatività

Il mondo della devianza

Viaggio di andata e ritorno
nel mondo della devianza

Traccia per un incontro con un gruppo di studenti
alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio cui prendono parte detenuti, studenti universitari, familiari di vittime di reato e comuni cittadini per

  • chiedersi insieme quali sono gli ingredienti che favoriscono l’ingresso nel mondo della devianza, con i comportamenti e i sentimenti che lo caratterizzano;
  • sperimentare attraverso il lavoro e dei progetti comuni le strade più utili per diventare membri attivi e riconosciuti della collettività.

A tale scopo,  i diversi componenti del gruppo, danno spazio ai sentimenti e alle loro eterogenee esperienze per chiedersi in collaborazione:

 

come si acquista il biglietto di andata:

  • Le condizioni familiari e ambientali, i conflitti, le turbolenze dei primi anni di vita;
  • le fragilità, il bisogno di conferme, la rabbia, il senso di rivalsa dell’adolescenza;
  • La brama di diventare grandi e l’urgenza di accorciare i tempi per sentirsi indipendenti dalle prime figure di riferimento;
  • la seduzione, gli attori, le forme, i meccanismi;
  • I modelli di riferimento e l’ambiente nel quale si ottengono i primi riconoscimenti dal boss, dalla banda;
  • L’iniziazione, la sfida, i gradini dell’ascesa all’interno del gruppo dei pari;
  • I meccanismi di assuefazione all’abuso con “la banalità e la complessità del male”;

 

come si lavora per quello di ritorno:

  • le attività, le aree di interesse e di intervento, i progetti;
  • le collaborazioni all’interno del gruppo e con le istituzioni;
  • le risorse interne e le alleanze possibili.

 

L’incontro con alcuni studenti della cattedra del prof. Francesco Scopelliti è stato registrato su Zoom ed è conservato negli archivi del Gruppo della Trasgressione.

Percorsi della devianza

Male e bene da condividere

Tempo fa era stato chiesto alla dottoressa Giovanna Musco, presidente di “Associazione in Opera”, un incontro fra studenti e detenuti. I ragazzi dell’oratorio avevano già avuto esperienza di incontri all’interno del carcere, che però in epoca recente era stato difficile ripetere a causa del Covid 19. Circa un mese addietro, la richiesta è stata riformulata alla Musco la quale, essendo a conoscenza della mia autonomia di movimento, mi ha fatto la proposta.

Come avviene in tutti gli incontri di questo tipo, le emozioni sono sempre palpabili, alimentate dal senso di responsabilità di chi parla, dalla cura con cui ci si rivolge a chi ascolta, dall’impegno ad evitare il sensazionalismo, per  privilegiare, invece, il divenire dell’uomo, i passaggi attraverso i quali  siamo arrivati ai sentimenti e alle azioni del nostro passato, i passaggi grazie ai quali oggi viviamo, interpretiamo e costruiamo il nostro presente.

Sono stato sollecitato a dire chi ero e chi sono dai responsabili dell’oratorio (gli studenti non mi conoscevano e non sapevano nulla di me). Mentre raccontavo di me ho percepito attenzione e smarrimenti. Su circa 20 ragazzi, pochi hanno preso la parola per  domande e osservazioni,  la rimanenza sono rimasti silenti.

L’incontro è comunque durato circa due ore con un’atmosfera crescente di complicità, di prossimità. Personalmente, mi sono sentito a mio agio, pur rimanendo vigile nel modellare il mio vissuto.

I silenzi della maggior parte degli studenti, però, mi avevano lasciato qualche senso di vuoto, non perché pensavo d’essermi relazionato male, ma perché sentivo che i ragazzi si erano persi un’occasione per dare voce alle loro curiosità e alla intensità dei sentimenti che avevo percepito nella stanza. Sensazione, la mia, che a distanza di tempo ha trovato conferma attraverso i loro pensieri scritti. Ancora una volta, una comunicazione aperta, capace di dare spazio anche alle nostre fragilità, ci ha permesso di entrare in relazione e forse anche fare prevenzione. Di seguito gli interventi che i ragazzi hanno scritto nei giorni successivi all’incontro

Roberto Cannavò

 

Lorenzo Vivarelli
La parte che mi è rimasta impressa della testimonianza di Roberto è quando si è commosso mentre ci stava raccontato del suo ritrovamento con il prete di quando era giovane. Questo mi ha fatto capire che, come noi, i carcerati e in generale le persone che hanno commesso un reato provano le nostre stesse emozioni e quindi anche loro si commuovono per le piccole gioie che incontrano nelle loro giornate come tutti noi.

 

Edoardo
La vita è complicata e difficile, ed è legittimo sbagliare. Ma la differenza tra una persona e una Persona (con la maiuscola) è il saper ammettere il proprio errore e fare tutto quello che è possibile per riparare quest’ultimo. Nonostante questo penso che però il passato non può essere cancellato. Roberto Cannavò per me rimarrà sempre e comunque un killer di mafia, ma allo stesso tempo un uomo che è riuscito a rinascere dal suo passato. E sono convinto del fatto che, se delle persone si vede solo il male, si vive la vita allo stesso modo; allo stesso tempo se ci si sforza di vedere il bene si vivrà in modo più felice, sereno.

Accettare i propri errori è difficile. Dire “Ho sbagliato” è difficile. Riparare un errore è anche questo arduo ma, se si vuole davvero rimediare al danno, si è disposti a tutto. E dopo tutto sono contento esistano persone come Cannavò, che hanno avuto il coraggio di ammettere le proprie colpe e hanno il coraggio di cambiare, perché sono loro che riescono a farmi capire quanto sia importante fare sempre del bene e quanto rischio di rovinare la vita a me e a chi mi circonda se scelgo la via sbagliata.

Bisogna fare del bene sempre, a prescindere da tutto. Non importa quanto tu sia sfortunato, senza ricchezze, senza qualsiasi cosa: ritieniti fortunato che puoi ancora fare del bene. E se tutti pensassero a fare questo, il mondo sicuramente sarebbe un posto in cui l’amore, l’amicizia, la felicità sono cose accessibili a tutti. Il bene genera bene, e se inizio io a farlo, qualcun’ altro lo farà a me e ad altri e così via.

 

Pietro
Il suo racconto mi ha fatto capire quanto siano importanti le persone che ci circondano. Esse sono in grado di cambiarci la vita, sta a noi essere in grado di accogliere nel nostro cuore ciò che dicono o ci dimostrano. Le persone compiono miracoli, il pentimento e la consapevolezza di Roberto non sono forse un miracolo? La mia preghiera è quella di riuscire ad essere utile per le altre persone per non vivere una vita mediocre, spero anche io di riuscire a cambiare qualcosa nelle vite delle persone che mi stanno vicino.

 

Riccardo
Vedere e sentire la testimonianza di Roberto Cannavò, non è stato semplice per me, non tanto perché sapessi ciò che aveva fatto per essere recluso, ma perché le sue parole erano dense di emozione, un’emozione molto difficile da descrivere.

Provo ammirazione per quelle persone che, nonostante ciò che hanno alle spalle, bello o brutto che sia, decidono di sconvolgere la loro vita, cercandosi dentro.

Quando si è consapevoli che una cosa è sbagliata si prova fastidio solitamente. La vera forza di Roberto è stata quella di comprendere lo sbaglio, e ripartire da zero, trovando una nuova vita, percorrendo una nuova strada, e per questo lo ammiro: perché riuscire a mettere la propria persona così tanto in dubbio può essere una cosa irreversibile, ma chi ha il coraggio di farlo poi, ne giova per sempre poiché comincia per lui una vita nuova.

 

Emma
Ciao Roberto, mi hanno colpito molte cose che ci hai raccontato della tua vita. In particolare quando hai parlato del male che si accumula e si stratifica, a partire dalle cose che possono sembrare banali o insignificanti, e allo stesso modo accade con il Bene: ogni azione anche piccola conta, come hai detto tu, può essere un semino che germoglia. Come ci hai raccontato, questo male che si compie e si riceve, che non si può cancellare e dimenticare, può diventare per questo un punto di scoperta profonda, di ripartenza e cammino nel Bene, di rinascita. Grazie per aver condiviso con noi la tua vita.

 

Alessio
L’incontro con Roberto mi ha lasciato un segno, poter ascoltare il racconto della sua vita e sentire le sue risposte alle nostre domande mi ha fatto aprire gli occhi sulla vita di queste persone che vengono viste male dalla società di oggi.

Roberto è una persona che ha svolto un percorso di rivalsa significante, è diventata totalmente una persona diversa da quella che era prima, una persona con più voglia di viversi la vita vera, non quella fatta da omicidi e malavita.

Lo ammiro molto anche per la pazienza che ha avuto e la disponibilità mostrata nei nostri confronti. Il suo percorso di cambiamento appunto, mi ha dato uno stimolo per rendermi conto ogni giorno di quanto sia fortunato, di avere una bella famiglia e bei rapporti, che non rovinino la mia incolumità.

 

Claudia
1 – Proprio in questo periodo ho letto il libro di Mario Calabresi “Quello che non ti dicono”. Calabresi è figlio del commissario Luigi Calabresi assassinato nel 1972. Il libro è la narrazione di un percorso che lui stesso ha portato avanti per aiutare Marta Saronio a scoprire chi era il padre di lei. Suo padre Carlo scompare nel 1975 quando lei non era ancora nata e del quale non sapeva niente. Non racconto tutto quanto perché rischio di fare un riassunto inutile, ma nelle varie vicende viene raccontato l’incontro fra il cugino di Marta (sacerdote del Pime, molto vicino a Marta) e il responsabile del rapimento e morte di Carlo Saronia, Carlo Fioroni. (Carlo Saronia e Carlo Fioroni sono stati amici ed entrambi militanti nel movimento Potere Operaio – Fronte Armato Rivoluzionario Operaio). Per chi vuole può approfondire la vicenda su internet. Carlo Fioroni è stato condannato a 27 anni, ridotti a 10 in appello e ulteriormente ridotto a 6/7 anni, è stato il primo brigatista pentito. Questo sacerdote desiderava guardare negli occhi chi aveva tradito suo zio e sapere qualcosa di più della vita di Carlo Saronia, riesce a contattarlo e stabiliscono un incontro a Lille in Francia dove ora vive Fioroni. Il sacerdote scrive: “Sono stato con lui tutto il giorno, l’ho ascoltato ed è stato pesante… Carlo Fioroni mi ha riempito di parole e di dettagli, cercavo un senso ma ho sentito troppe cose che non stavano in piedi… ho ascoltato la recita di un uomo che dopo quarantacinque anni continua a ripetere le stesse cose. Ha tenuto la maschera tutto il giorno, non ho trovato un dolore sincero e ho visto una persona piccola, qualcuno che non rinnega quello che ha fatto. E’ consapevole del danno, ma ancora oggi cerca giustificazioni. Non provo perdono e nemmeno pietà”.

Questa vicenda mi destabilizza, “primo brigatista pentito” … una pena di nemmeno 10 anni … nessun percorso serio … cerca giustificazioni di fronte alla sua vittima … ci vuole “coraggio” o forse anche un pizzico di “schizofrenia”?

Mi domando quali sono i passi che la nostra Giustizia mette in atto per aiutare e verificare il “pentimento”, il cambiamento sincero? Il legale storico di Fioroni lo lascia nel 84 perché non più convinto del pentimento del suo assistito … questo non doveva essere motivo per bloccare il progetto di scarcerazione?

2 – Ho avuto la possibilità di incontrare un altro “pentito” di mafia e mi sono accorta che c’è almeno un anello mancante fondamentale nella procedura: dal momento che esci dalla “protezione” il detenuto si trova senza lavoro e se hai pochi strumenti è un attimo ricadere nell’illegalità. Cosa ne pensi? E’ cambiato qualcosa nel frattempo?

3 – Sono convinta che tutti quelli che come te hanno “servito” la mafia sono stati a loro volta vittime della “storia stessa”… questo uomo di cui parlavo mi diceva “Era normale così”. Capisci? Normale così!!! Tu ci hai raccontato che tuo padre è stato ammazzato per errore. Tu vittima e poi colpevole! Che cos’è la Giustizia? Pensiamo all’art. 3 della Costituzione:

ART. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

4 – Cosa significa per te essere pentito?

Fino a quando le lacrime non sgorgano sincere dagli occhi e dal cuore, il pentimento non accade. Fino a quando non si pronuncia “Ho sbagliato” non può accadere nulla.

Tu ci hai detto che guardando te bisogna tenere insieme il prima (i 13 omicidi) e quello che sei adesso: un uomo che ha scontato la sua pena, un uomo che ha saputo piangere il proprio passato, un uomo che ha riconosciuto e detto “ho sbagliato”. E’ vero bisogna tenere insieme il tutto, perché noi uomini siamo quello che facciamo, ma possiamo essere e fare molto meglio. Possiamo guardare avanti con speranza perché c’è una Parola Buona, una promessa di bene sulla nostra vita pronunciata da un certo Gesù e che quel sacerdote della tua infanzia e giovinezza ti ha saputo trasmettere con la sua presenza. Quelle lettere conservate con amore ti sono state restituite, leggendole puoi ripercorre la strada fatta …. E ti accorgerai che Dio non ti ha mai lasciato solo …

Il problema è che a volte i nostri occhi non riescono a riconoscerlo.

 

Serena
Quando Claudia ha detto che non riconosce in te chi si era macchiato dei crimini di cui ci avevi parlato, io ho subito sentito di condividere con lei; e invece ti ho sentito dire che, benché neanche tu ormai ti riconosca, non puoi permetterti di non riconoscerti. La forza che hai avuto – di ricominciare non dimenticando quanto è stato e chi sei stato-; la tua forza venuta dall’umiltà e dalla buona e tenace voglia di restituirti, come uomo nuovo, allo Stato e agli uomini, mi dice della vera vittoria delle nostre istituzioni, che sono riuscite a rieducare l’uomo anziché limitarsi a punire il criminale, e insieme della vittoria e del miracolo dell’uomo, che testimonia che il figliol prodigo non è una favola, ma narra una storia umana, che talvolta accade per come Gesù l’ha raccontata. Da cittadina sono onorata di servire uno Stato in cui storie come la tua non sono solamente storie ma vere testimonianze, e da cristiana gioisco di accogliere tra i miei amici ‘il figlio’ ‘che era morto ed è tornato in vita’. Per le vite tolte al mondo, tu ne hai restituita una, la tua, a tutti noi: e non potevi fare niente di più grande.