Percorsi complicati e storia degli errori

Partecipando agli incontri con detenuti ed ex detenuti del Gruppo della Trasgressione, ho vissuto un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto. All’inizio ero un po’ diffidente e pensavo che chi commette reati fosse semplicemente “sbagliato” o diverso dagli altri. Avevo un’idea abbastanza rigida della devianza, vista solo come qualcosa di negativo e lontano da me.

Durante gli incontri ho capito che la devianza non nasce dal nulla. Spesso ci sono fattori ambientali, come famiglie difficili, contesti violenti o mancanza di punti di riferimento. Ma anche fattori personali, come rabbia, fragilità, bisogno di sentirsi importanti o ascoltati. Alcune storie mi hanno colpito perché mostrano come certe persone, fin da giovani, non abbiano avuto le stesse opportunità o qualcuno che le guidasse. Questo mi ha fatto capire che dietro un reato c’è quasi sempre un percorso complicato, non una scelta improvvisa.

Una cosa che mi ha colpito è che il cambiamento è possibile. Alcuni detenuti hanno raccontato come, attraverso il confronto con gli altri, il riconoscimento dei propri errori e un lavoro su sé stessi, siano riusciti a cambiare. Elementi importanti sono le relazioni, la responsabilità e il mettersi in discussione. Questo incontro ha cambiato il mio modo di vedere chi commette reati. Ora non li vedo più solo come “criminali”, ma come persone che hanno fatto errori, spesso legati al loro vissuto.

Anche l’idea del carcere è cambiata: non dovrebbe essere solo punizione, ma anche occasione di riflessione e crescita. Ho capito che il punto di vista è fondamentale: cambia il modo in cui giudichiamo gli altri e ciò che consideriamo giusto o sbagliato.

Questa esperienza mi ha fatto riflettere anche sulle mie scelte e sull’importanza dei valori. Secondo me, per prevenire la devianza è importante che i giovani abbiano supporto e punti di riferimento:

  • La scuola può educare e aiutare a sviluppare senso critico.
  • La famiglia può dare stabilità e ascolto.
  • La società dovrebbe offrire opportunità e non lasciare indietro nessuno.

Come giovane, sento la responsabilità di non giudicare troppo velocemente e di cercare di capire le situazioni prima di dare un’opinione. Da questa esperienza porto a casa una cosa importante: il nostro punto di vista può cambiare tutto. Cambiando il modo in cui guardiamo le persone e le situazioni, possiamo capire meglio cosa è giusto e cosa è sbagliato.  Ho capito che dietro ogni errore c’è una storia, e che capire non significa giustificare, ma essere più consapevoli. Questa consapevolezza è fondamentale per costruire un mondo più giusto.

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà – La Riscoperta dell’Umano

Tommaso

Devianza e agenzie di socializzazione

Negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di incontrare il Gruppo della Trasgressione in diversi momenti di testimonianza e riflessione.  Associazione e cooperativa, fondate dal dott. Aparo, operano nelle carceri di San Vittore, Bollate e Opera dal 1997, lavorando sulla percezione che ha di se stesso chi commette reati e cercando di trovare la radice dei comportamenti devianti. I detenuti si impegnano insieme a volontari, studenti ed esperti, portando la loro riflessione nelle scuole e nella società al di fuori del carcere, mettendosi in gioco e riscoprendo la possibilità di prendersi delle responsabilità.

Noi abbiamo incontrato carcerati ed ex carcerati accompagnati dal dott. Aparo. Per esempio ci ha parlato di sé Ignazio, che rivendeva parti di auto rubate, e Antonio che, bullizzato da bambino, è caduto in una spirale di violenza divenendo violento egli stesso. Nelle loro voci si sentiva chiaramente il bisogno forte di raccontare la loro esperienza e anche in parte una ricerca di approvazione del loro percorso da parte nostra, cosa che poi però era gestita bene e riequilibrata da Aparo.

Prima dell’incontro ritenevo implicita nell’essere umano la possibilità di devianza, dipendente da circostanze e opportunità oltre che da una seppur minima influenza di tendenze personali. Ho sempre avuto una buona dose di empatia che mi spinge a trattare tutti da essere umani a prescindere da quello che sia stato il loro percorso di vita. L’incontro con il Gruppo della Trasgressione ha confermato in me queste convinzioni.

All’origine delle storie di criminalità che abbiamo incontrato sono emersi fattori ambientali e principalmente familiari. La nostra docente si è concentrata principalmente sull’adolescenza come momento critico di possibile devianza, ma dalle testimonianze è emersa forse di più l’importanza delle esperienze della prima infanzia. Tali esperienze però sono sempre venute a estremizzarsi manifestandosi con violenza nell’età dell’adolescenza. Ritengo che questo avvenga perché una prima infanzia difficile crei delle basi traballanti su cui diventa poi difficile costruire una identità personale equilibrata, cosa che si concretizza proprio nell’adolescenza attraverso una fase delicatissima che rimette tutto in discussione.

Ciò che ha aiutato a cambiare alcune delle persone che abbiamo incontrato mi sembra essere stata principalmente la consapevolezza che, anche se a portarli al momento decisivo in cui hanno preso la strada sbagliata sono state situazioni circostanziali, ambientali e famigliari complicate e dolorose, la strada sbagliata l’hanno presa loro, con una scelta di cui hanno capito di essere responsabili.

Per cambiare ci voleva la consapevolezza personale di una parte di colpa che andava affrontata. A partire da tale presa di coscienza, è stato possibile un percorso di reintegrazione grazie quindi ad una reale assunzione di responsabilità.

Non posso dire che questo incontro abbia cambiato il mio modo di vedere le cose, ma piuttosto che abbia reso più forti e motivate idee che già facevano parte del mio bagaglio personale. Ho molto apprezzato e ho chiarito meglio in me il concetto di responsabilità personale a prescindere dal percorso di vita.

Proprio per questo confermo l’importanza di comprendere quel percorso di vita che porta alle scelte sbagliate, per poter fare tutto il possibile per evitare le situazioni e il degrado che può portare a comportamenti devianti.

Solo ragionare sulle cose e porti domande può aiutare i giovani a non lasciarsi travolgere dai comportamenti sbagliati. In questo la Scuola dovrebbe aver un ruolo importantissimo, monitorando le situazioni di rischio e offrendo ai ragazzi la possibilità di confrontarsi e dialogare, di non sentirsi soli nel mare della ricerca di se stessi. Credo che lo Stato stesso abbia il dovere di realizzare condizioni sociali utili a prevenire le circostanze che possono portare alla devianza. In questo hanno sicuramente un grande ruolo anche la scuola, la famiglia e la società intera, insomma tutte le agenzie di socializzazione.

Per me in particolare, come cittadino, ritengo sia fondamentale la partecipazione politica, come fare pressione per migliorare la situazione delle carceri, perché siano creati percorsi simili a quello proposto dal Gruppo della Trasgressione in tutte le carceri italiane.

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà – La Riscoperta dell’Umano

Arianna L.

L’oscuro passeggero e le nostre trame

L’esperienza vissuta con il Dottor Aparo e i detenuti è stato un grande arricchimento nella mia vita, sono riuscita a capire moltissime cose, a comprendere il perché di molte azioni e mi sono lasciata completamente trasportare dalle emozioni.

È stato difficile affrontare questa esperienza trattenendo la mia sensibilità e la mia curiosità, perché penso sia stata una di quelle poche esperienze in tutta la mia vita in cui mi sono realmente interessata a ciò che stavo vivendo. Ho apprezzato ogni minimo dettaglio che questi incontri mi hanno lasciato e grazie a questi, mi sento cresciuta e maturata, con una mentalità più aperta e più invogliata a capirne sempre di più di questo mondo, nonostante io sia una persona molto rigida quando si parla di giustizia.

Ho sempre pensato che le persone che si trovano in carcere debbano pagare per tutta la vita per ciò che hanno compiuto, indipendentemente dal crimine più grave o meno grave che hanno commesso. Non mi sono mai chiesta cosa potesse portare una persona alla malavita, ho solo sempre espresso un parere superficiale, che si basava solo sulle azioni ingiuste compiute dai criminali. Sono ancora molto rigida riguardo questo argomento, perché credo che a volte le persone compiono azioni troppo gravi per poter meritare il perdono e la libertà, o semplicemente la possibilità di ricominciare, infatti è grazie al Gruppo della Trasgressione che ho capito che non tutte si meritano questo finale, che è il peggiore.

I detenuti che abbiamo conosciuto non hanno compiuto i crimini più spietati, infatti è proprio per questo che penso di essere riuscita a cambiare in parte idea su ciò che pensavo. Reputo i detenuti che abbiamo incontrato delle persone forti, coraggiose e volenterose. Come ognuno di noi, hanno sbagliato e ne hanno pagato le conseguenze, perché ciò che hanno commesso non poteva essere bilanciato con una semplice punizione. Quindi, nonostante abbiano commesso degli sbagli, infrangendo le leggi e facendo del male, provocando dolori e traumi perenni alle proprie vittime, li stimo perché hanno avuto il coraggio di accettare i loro sbagli, comprenderli e diventare delle persone migliori per loro stessi, per le loro famiglie e per le altre persone.

Dopo ciò che ci hanno raccontato, ho capito quanto possa essere difficile uscire da questo lungo e buio tunnel di cattiveria, frustrazione e malessere, perciò sono stati forti a voler ricominciare da capo, partendo proprio dall’ammissione dei loro sbagli e da un lungo e complesso lavoro psicologico su loro stessi, perché non tutti sono stati in grado o sono in grado di farlo, anzi, la maggioranza non riesce ancora neanche a capire la gravità delle proprie azioni, quindi si chiedono il perché si trovano dietro le sbarre.

Come ciò che è successo ai detenuti che ho conosciuto, la maggior parte delle volte, si inizia a commettere crimini o azioni aggressive e molto pericolose già da quando si è bambini, perché sfortunati ad essere nati e cresciuti in contesti in cui è normalità quotidiana la malavita. Quando si è bambini non si è ancora completamente coscienti e responsabili di ciò che si fa, quindi quando il male è normalità viene considerato di conseguenza come tale ed è proprio da li che nasce tutto quanto. Come si può nascere, crescere e vivere in contesti sbagliati, ci si può anche ritrovare in essi quando si è già più adulti, ad esempio nel periodo dell’adolescenza se non si hanno delle figure genitoriali presenti e affettive. Queste condizioni di vita riassumono perfettamente come delle piccole cose possano alimentare sempre di più il male dentro ognuno di noi, per questo poi quando la criminalità diventa normalità è difficile responsabilizzarsi delle proprie azioni e fermarsi davanti ad esse.

Probabilmente il carcerato che mi ha colpito di più è stato Ignazio, che ci ha raccontato nei dettagli la sua storia e il suo inizio, fin dalla sua infanzia di come è finito nella malavita. Ignazio ha fatto capire quanto per lui fosse difficile smettere di compiere determinati crimini, dopo averli vissuti come azioni totalmente normali per tutta la sua vita, perciò ha ringraziato di essere stato messo in carcere, perché solo grazie a quello è riuscito a rendersi conto delle conseguenze delle sue azioni e dopo l’ingresso nel Gruppo della Trasgressione è riuscito a cambiare e a diventare una persona migliore per sé stesso, ma in modo particolare, come ci ha detto, per i suoi figli, che si sente in colpa di aver abbandonato quando erano ancora di bambini.

La storia di Ignazio quindi, come la storia di tanti altri detenuti, dimostra che c’è sempre la possibilità di cambiare e di ricominciare da capo, ricostruendo pezzo per pezzo la propria vita anche se in passato sono state compiute cose terribili. Perciò la volontà di cambiare sarà sempre più forte del proprio oscuro passeggero, cioè la ombra crudele di ognuno che spinge a far del male e a ricadere negli stessi errori del passato.

Credo che per poter deviare questi percorsi che non portano sulla buona strada debbano essere presenti delle figure significative, come i propri genitori o la propria famiglia in generale che spronino ad essere sempre delle brave e delle buone persone. Per essere tali però c’è bisogno di molto affetto e di molta fiducia da parte loro.

Per concludere, questa esperienza è stata meravigliosa, ricca di emozioni e storie sensibili e delicate che hanno saputo toccare il mio cuore. Inoltre, in futuro spero di poter lavorare in questo ambito.

Ambra

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà – La Riscoperta dell’Umano

A mà, esco, torno dopo… 

 

A mà, esco, torno dopo – Delitto e Castigo – Percorsi della Devianza

L’evoluzione del reo al servizio della società

Il nostro laboratorio sociale, in carcere e fuori, prevede l’attivazione di pratiche e riflessioni utili a promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità. Si realizza grazie al coinvolgimento attivo dei partecipanti e moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra carcere e mondo esterno. Oggi siamo alla Università Cattolica di Milano davanti a una cinquantina di studenti della prof.ssa Miriam Parise.

In aula c’è un bel clima e partiamo spediti. Al Gruppo della Trasgressione non è consentito essere semplici spettatori; ogni componente ha la responsabilità di condividere la propria esperienza per contribuire all’evoluzione dell’autore di reato e agli obiettivi più generali del gruppo. L’emancipazione del reo, infatti, non costituisce l’unica finalità del gruppo della trasgressione che, già all’atto della sua costituzione,  nel 1997,  puntava all’obiettivo di utilizzare lo studio della devianza e il percorso evolutivo del condannato per fare prevenzione sociale.

Una peculiarità del gruppo consiste nel fatto che, avendo il reo come partner di studio, le dinamiche del reato e dello stile deviante vengono indagate a partire dall’esperienza e dalla testimonianza diretta di chi le ha vissute in prima persona. Questo aiuta a raccogliere informazioni sulla percezione soggettiva delle condizioni individuali, sociali e familiari che hanno portato una persona a intraprendere il percorso deviante. L’obiettivo è alimentare un archivio in cui i racconti e le rielaborazioni personali possano diventare patrimonio comune.

Attraverso il dialogo che si instaura durante gli incontri in carcere con i liberi cittadini, il detenuto viene stimolato a esplorare la propria storia e i fattori che lo hanno condotto al percorso deviante. Ciò gli consente di accedere alle dinamiche emotive e alle fantasie che al momento del reato non erano ancora del tutto consapevoli, come non lo erano quel “diritto al rancore” e quella sensazione di “credito inestinguibile” che  avevano contribuito a “legittimare” l’abuso e a ignorare o, peggio, a godere del dolore della vittima. Il gruppo assume così la funzione di contenitore emotivo, ma anche di camera di gestazione capace di raccogliere e riorganizzare tali vissuti, restituendo loro un nuovo significato e recuperandone il valore propulsivo.

Dalle testimonianze di Antonio Tango, Alessandro Crisafulli e Ignazio Marrone, emerge come la carriera criminale affondi le proprie radici in un sentimento di rivalsa legato al bisogno di riconoscimento, un bisogno rimasto inappagato nelle prime fasi della vita. L’agito deviante diviene così una modalità attraverso cui affermare sé stessi e attribuirsi un ruolo. In questo senso, il reato si configura come l’agito di un disagio interno e come il mezzo tramite il quale tale disagio viene neutralizzato.

L’essere umano necessita di una funzione, di sentirsi amato e riconosciuto e non va dimenticato che chi delinque, pur se prendendo male la mira, ricerca proprio la soddisfazione di tali bisogni.

Il Gruppo della Trasgressione promuove nel detenuto un processo di rielaborazione della propria storia, di assunzione di responsabilità, che avviene anche grazie al confronto con i familiari delle vittime di reato e alla possibilità di vivere da vicino le conseguenze del proprio agire. In questo modo il detenuto sperimenta il piacere della relazione e della costruzione condivisa, avendo l’opportunità di tessere legami sociali che lo fanno sentire riconosciuto e gli restituiscono un ruolo. L’obiettivo, infatti, è condurre per mano l’individuo al riconoscimento dell’altro e, allo stesso tempo, alla valorizzazione delle proprie potenzialità.

Partecipando a questo processo, il detenuto rielabora il proprio vissuto criminale e accede alle “trame di libertà”, a quegli stimoli e legami che gli consentono di rendersi un cittadino vivo e operoso della collettività. In questo senso, il gruppo utilizza l’evoluzione dell’autore di reato in modo che la sua esperienza divenga una risorsa per la collettività in termini di prevenzione sociale e di conoscenza della nostra complessità.

Carolina Rocca, Angelo Aparo

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Giove, un vero stronzo

Durante il percorso condotto dal Dott. Aparo (con visita al carcere di Opera), abbiamo lavorato sul mito di Sisifo per affrontare in modo simbolico il tema della dipendenza da droghe, collegata spesso al distacco dalla figura genitoriale.

Il mito parla di un uomo condannato a spingere un masso su per una montagna per l’eternità, solo per vederlo rotolare di nuovo a valle. Questo gesto assurdo, ripetitivo, è diventato il simbolo della dipendenza, della fatica inutile e distruttiva in cui mi sono riconosciuto.

Abbiamo visto in Sisifo non solo il condannato, ma anche l’uomo che si ribella, che prende coscienza della propria condizione e trova nella consapevolezza una dignità. lo, in particolare, ho interpretato Giove, il re degli dèi, colui che infligge la punizione a Sisifo.  L’ho rappresentato come un dio arrogante, indifferente, concentrato solo sui propri piaceri e completamente distaccato dalla sofferenza umana.

Un vero stronzo, per dirla senza filtri.

E in quel Giove ho rivisto tante figure “genitoriali” nella vita reale: assenti, egoiste, incapaci di vedere davvero i figli, le loro richieste d’aiuto, i loro crolli. E quando non c’è nessuno che ti guarda con amore, è facile cercare conforto nelle droghe, che almeno per un po’ sembrano riempire quel vuoto.

Questo progetto non ha dato risposte facili, ma ci ha aiutato a fare domande vere. A capire che forse non possiamo cancellare il passato, ma possiamo smettere di spingere il masso per conto di qualcun altro. Possiamo cominciare a farlo per noi, per il senso che decidiamo di dare alla nostra vita.

Carlo Caroli

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

La siccità a Corinto

In questo anno scolastico io e la mia classe abbiamo partecipato a degli incontri con il Dott. Aparo, dove abbiamo recitato e compreso il mito di Sisifo. Abbiamo affrontato temi profondi come la piaga delle droghe ma anche il controllo della rabbia nei confronti dei genitori o di un adulto.

Il mito si conclude facendo capire che ogni azione ha una conseguenza, in questo caso il protagonista Sisifo fu condannato per l’eternità a dover spingere un masso (la sua coscienza) su per una montagna.  Una fatica inutile e sfiancante dovuta alle sue decisioni. Questo gesto continuo gli ha fatto capire i suoi errori ed acquistare la consapevolezza per ciò che aveva fatto.

Ho interpretato un uomo che aveva bisogno di acqua per portare avanti l’attività agricola. Era come se ne fossi dipendente e senza di quella non riuscivo a sopravvivere, però non comprendevo la difficoltà che avesse il Re di Corinto nel fare questa domanda agli Dei. Infatti lo attaccai incessantemente e, forse grazie anche al mio personaggio, riuscimmo ad avere l’acqua per l’eternità.

Nel mito e durante gli incontri è emersa più volte la figura genitoriale inesistente o autoritaria. In conseguenza di questo problema molti giovani trovano conforto nelle droghe o nella violenza. La società moderna sta lentamente cadendo a pezzi, il problema non è stato causato da noi ragazzi, ma dai nostri genitori che non ci sono stati vicini durante la crescita.

È stato un progetto tosto da comprendere fino in fondo, però grazie all’ausilio del mito lo si è capito molto più chiaramente.

Ero titubante se iniziare a fare questo percorso perchè mi sembrava una totale perdita di tempo, ma con il passare degli incontri ho capito che un fondo di verità c’è e non bisogna soffermarsi solamente all’apparenza.

Mi mette a disagio parlare davanti ai miei compagni figuriamoci davanti alle telecamere, questa mia paura non l’ho ancora superata.

Nicola Caccia

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

Thanatos, il mio personaggio

Mi chiamo Rinaldi Massimo e voglio raccontare la mia esperienza con il gruppo della trasgressione. Questo progetto non è stato solo il recitare una parte, ma capire il significato dell’arroganza, che nasce dalla mancanza di fiducia nei confronti degli adulti e che gli adolescenti trasformano in rabbia e mancanza di rispetto per le autorità, che può portare il ragazzo a diventare prepotente nei confronti di tutti per essere accettato e rispettato nel gruppo dei coetanei.

Il mio personaggio: THANATOS
Non nascondo che questa parte è stata molto difficile da capire più che recitare, perché Thanatos (il dio della morte) è stato sempre usato dagli dei superiori per ammazzare le persone che davano fastidio o mancavano di rispetto agli dei.

In realtà lo scopo di Thanatos era di far capire ai mortali che loro non sono immortali e che la loro vita un giorno finirà e di vivere la vita nel migliore dei modi senza essere arroganti. E dopo aver capito questa cosa Thanatos cominciò a vivere conflitti interiori per i sensi di colpa e per il fatto di essere stato usato per anni.

Recita al carcere di Opera
La recita  al carcere di Opera è stata un’esperienza molto bella e molto formativa, anche avendo conosciuto i carcerati ed averci recitato insieme.

Conclusione
Questa esperienza per me è stata molto bella e importante e la rifarei con piacere, e sarebbe molto bello che anche le altre classi possano partecipare ed interessarsi a questo progetto. Mi ha fatto crescere, ha arricchito il mio bagaglio personale e mi ha fatto conoscere persone fantastiche.

Massimo Rinaldi

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

 

Sisifo e il Gruppo della Trasgressione

Durante questo progetto Io e i miei compagni abbiamo lavorato sul mito di Sisifo con il Gruppo della Trasgressione. È la storia di un Re condannato a spingere un masso su per una montagna, ma ogni volta che arriva in cima, il masso rotola giù e lui deve ricominciare dall’inizio a spingerlo. All’inizio mi sembrava solo una storia assurda e un po’ triste fatta così, senza motivo. Poi però, parlando con il gruppo, ho capito che parla anche di noi, delle fatiche quotidiane, delle cose che sembrano inutili ma che in realtà hanno un senso se ci mettiamo qualcosa di nostro. Questo mito ci insegna che anche quando la vita sembra ripetitiva o difficile, possiamo trovare significato nelle nostre scelte.

Con il gruppo della trasgressione del Dott. Aparo l’esperienza è stata davvero forte. Non è una cosa che capita tutti i giorni o a tutti: andare in carcere, parlare con persone che hanno commesso reati, ma che ora vogliono cambiare. Lì dentro, ho visto umanità, verità, fatica, ma anche voglia di migliorare. Mi ha colpito quanto fossero sinceri e quanto si mettessero in gioco. Mi ha fatto riflettere molto su cosa vuol dire sbagliare, perdonarsi, e prendere responsabilità per la propria vita.

Recitare insieme è stato bellissimo. All’inizio avevo tanta ansia. Avevo paura di sbagliare, di bloccarmi, di non essere all’altezza. Ma poi mi sono lasciato andare, mi sono sentito ascoltato e parte di qualcosa di più grande. È un’emozione difficile da spiegare, ma mi ha fatto sentire vivo. E poi, finire in TV grazie a questo progetto è stato pazzesco. Mai avrei pensato che una cosa del genere potesse succedere a me.

Cosa ho imparato?
Ho imparato che tutti possiamo cambiare. Che sbagliare è umano, ma non basta pentirsi: bisogna fare qualcosa per riparare. Ho imparato a mettermi in gioco, a non giudicare troppo in fretta, a fidarmi degli altri e anche un po’ di me stesso.

Consiglierei questa esperienza?
Sì, la consiglierei a chiunque abbia voglia di crescere, di uscire dalla propria zona di comfort e di aprire gli occhi su realtà che spesso ignoriamo. Come io prima pensavo detenuto=cattivo, ma in realtà ogni persona è diversa, ha sentimenti, ha motivi e non é sempre nelle nostre mani scegliere come devono andare le cose. È un’esperienza che ti segna, in senso positivo.

Continuerò a partecipare al gruppo?
Sì, assolutamente. Perché mi fa stare bene, mi fa sentire utile, e ogni incontro è un’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Non è solo un progetto, è un cammino che voglio continuare a fare.

Kushal Bagha

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

L’arroganza

Durante quest’anno scolastico, in cui mi sono trovato in un ambiente nuovo con compagni di classe che non conoscevo, ho vissuto numerose esperienze significative che mi hanno insegnato molto. Tra tutte, quella che mi ha colpito di più è stata senza dubbio il percorso svolto con il Dottor Aparo.

Abbiamo partecipato a circa dodici incontri, ma la loro intensità e profondità li hanno resi molto più di semplici lezioni: sono stati momenti di crescita personale, che mi hanno lasciato qualcosa di prezioso e utile per la vita.

Il Dottor Aparo ci ha introdotto nel complesso mondo della carcerazione e ci ha spiegato il suo lavoro a stretto contatto con i detenuti. Il suo obiettivo è aiutarli a reintegrarsi nella società, partendo da un processo di analisi psicologica dei loro sentimenti. Una missione tutt’altro che scontata, poiché purtroppo non tutte le carceri italiane offrono la possibilità di un dialogo umano e costruttivo con figure come la sua.

Questa esperienza mi ha profondamente colpito, anche perché il mondo della criminalità e della detenzione è sempre stato, fortunatamente, molto lontano dalla mia realtà. Prima di questo percorso avevo dei pregiudizi e una visione piuttosto rigida su queste persone, ma grazie alle parole e agli insegnamenti del Dottor Aparo ho cominciato a capire meglio le radici di certe scelte sbagliate e le difficoltà che molte persone affrontano.

Uno dei temi centrali del corso è stato l’arroganza, un concetto che conoscevo in modo superficiale, ma che ho scoperto avere conseguenze molto più profonde di quanto pensassi. Attraverso il mito di Sisifo, il Dottor Aparo ci ha fatto riflettere sul peso delle scelte, sull’orgoglio e sull’importanza del cambiamento. Abbiamo anche avuto l’occasione di mettere in scena la storia di Sisifo, interpretando i personaggi e coinvolgendoci attivamente: è stato un momento intenso ma anche molto divertente.

Uno dei momenti più forti ed emozionanti è stata la visita al carcere di Opera, in provincia di Milano. Lì abbiamo recitato davanti ai detenuti, ed è stata un’esperienza toccante, che porterò sempre con me.

Mi ritengo fortunato ad aver conosciuto una persona come il Dottor Aparo: ha una personalità incredibile, è capace di trasmettere concetti profondi in modo semplice e diretto, e soprattutto è una persona autentica.

Sono anche molto grato al professor Tallarico, che ci ha dato questa opportunità unica. Senza il suo impegno e la sua fiducia, probabilmente non avremmo mai potuto vivere qualcosa di così speciale.

Matteo Oprandi

Il Mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo