In anni di carcerazione non avevo mai riflettuto sul dolore che causava la reclusione in carcere, proprio per evadere dalla mia reclusione personale. Mi dicevo che comunque il reato lo avevo fatto e che, a conti fatti, dovevo scontare la pena inflitta.
Oggi ho cambiato pensiero, ma solo perché il Gruppo mi ha permesso di costruire nuove strade di riflessione, oggi so cosa è l’abuso, riconosco la rabbia, il rancore, la vendetta, tutti sentimenti che negli anni mi hanno portato a commettere reati e ad avere una scusa per me plausibile per non sentirmi in colpa.
La stessa modalità la adottavo nella vita di tutti i giorni per non sentirmi recluso e se alle volta andavo giù di morale lo superavo cullandomi sempre come avevo imparato a fare, mi dicevo che è giusto pagare. Ma il punto è che mi imbrogliavo.
Oggi a 51 anni, ho imparato che il reato ferisce altre persone e che la collettività ne risente e si sente meno sicura; riconosco che ho fatto abuso ai danni di persone che non lo meritavano, pensavo che vendicarmi con tutto il mio rancore mi desse la possibilità di rimettere le cose in pari e così ho trascorso 22 anni in carcere.
La svolta penso sia stata l’istruzione che il dottor Angelo Aparo negli anni mi ha dato e anche le persone che fanno parte del Gruppo, persone oggi presenti e persone che non ci sono più,
Mi piace ricordare Pasquale Forti che è stato sempre presente al Gruppo e che già nel 2007 mi diceva. “vieni al Gruppo che imparerai a non guardare gli stupidi” e Curzio, un altro componente del Gruppo, anche lui morto per un eccesso di droga, cultore di Dostovjeski ed altri amici e compagni che non ce l’hanno fatta.
Ecco a cosa servono i reati la droga, gli eccessi, spengono le vite e distruggono le altre di persone che non lo hanno chiesto ma che si trovano a combattere per uscire dal dolore. E non basta dire che è andata cosi, è finita così, che era destino.
No, non è vero; bisogna conoscere per capire; la rivoluzione, è sicuro, è avere acquisito negli anni la consapevolezza e il peso delle parole, e la responsabilità delle azioni a danno degli altri mi rende consapevole della parola.
Il reato non è un “lavoro” (come siamo abituati a chiamarlo noi in carcere), l’abuso, la rabbia, il rancore e la vendetta non sono la soluzione.
Invece la conoscenza, l’accettazione possono essere la rivoluzione; tanti di noi non lo sanno ancora, o non lo accettano ma di sicuro sono gli strumenti che portano al cambiamento.
Non è facile riconoscere tutti questi elementi, ma con pazienza e impegno ci si arriva. E’ lì che si rivoluziona la vita, non senti più il bisogno di vendetta, non hai più sentimenti di rancore; è come se ti si aprisse un mondo nuovo in cui non vedi l’ora di entrare, senti il bisogno di dare il tuo contributo, vivi una sensazione nuova per cui non pensi più alle vecchie soluzioni, ma vuoi rimetterti in gioco con tutto te stesso; cambiano gli obbiettivi e la meta, la senti, è proprio la rivoluzione che ti spinge verso soluzioni che avevi sempre a portata di mano e che non riuscivi a vedere.
Grazie per l’ascolto
Gaetano Viavattene
Lo scopo del dolore… – Percorsi della devianza e trame di libertà
Pasquale Forti a San Vittore, Concerto della Trsg.band, Marzo 2008