Il mio infinito senza stelle

L’infinito mi inquieta. Pensare a un’entità in continua espansione che non ha limiti temporali  e spaziali mi fa vacillare.

Anche l’infinito interiore che ogni uomo ospita dentro di sé mi dà un senso di vertigine: un gorgo di emozioni, sensazioni, sentimenti, pensieri, ragionamenti, desideri e pulsioni che si mescolano in un turbinio frenetico e spesso inestricabile.

Dunque che cos’è per me l’infinito senza stelle?

È l’interminabile catena di ingiustizie gratuite cui assisto ogni giorno.
È l’africano senza tetto massacrato senza ragione ma con grande gusto da due adolescenti nostrani.
Sono le vittime di Cutro che avrebbero potuto essere vive e, magari, anche felici.
Sono gli annegati di Pilos, morti per niente. Più di cento bambini i cui occhi non si spalancheranno più per la meraviglia, non brilleranno più di desiderio.
Sono gli operai pagati due euro l’ora.

Sono gli arbìtri commessi sui loghi di lavoro, dove padroni senza decenza esercitano i loro poteri di vita e di morte sugli schiavi contemporanei.
È una corruzione estesa e profonda e apparentemente inarrestabile che ostacola l’andamento lineare della vita delle persone.
Sono i mutamenti di linguaggio che facendo mostra di modernità oscurano l’indecenza delle situazioni lavorative che li generano e così il quiet quitting e il quiet firing sembrano accettabili.

Sono i richiedenti asilo che vengono respinti o ignorati.
È l’ipocrisia della UE che con convinzione sostiene che i richiedenti asilo vanno aiutati a casa loro e pagano cifre miliardarie perché a casa loro venga impedito loro di partire.
È l’ipocrisia con cui fingiamo che i campi profughi in Libia non sono l’inferno che sono, avallando così stupri, sevizie, torture di ogni genere.
È ancora l’ipocrisia per cui se i richiedenti asilo sono biondi e con gli occhi azzurri si accolgono, mentre per gli altri sono indispensabili dei distinguo.
È ancora l’ipocrisia con cui distinguiamo tra migranti economici e migranti politici come non sapessimo che in alcuni luoghi partire è l’unica possibilità per sopravvivere.

Sono i tagli alla sanità pubblica che hanno decurtato la possibilità di essere curati a coloro che sono socialmente deboli.
Sono gli inquinamenti tollerati che hanno causato e causano decessi evitabili a Casale Monferrato e a Taranto, per citare i casi più noti.
Sono i guadagni faraonici della Società Autostrade  macchiati del sangue di chi è perito per il crollo del ponte Morandi.
Sono i carcerati picchiati e umiliati senza ragione.

Sono le migliaia di permessi di costruzione concessi illegittimamente che hanno contribuito alla devastazione dell’ambiente.
È l’incessante consumo di suolo che in Italia divora ogni giorno un’area equivalente a un campo di calcio.

Sono le classi pollaio dove professori sempre più inermi tentano di insegnare, educare, includere, riuscendoci sempre meno.
Sono tutti i fragili violentati fisicamente o moralmente per come sono, per il loro orientamento religioso, politico, sessuale o a volte solo perché ci sono.

Sono i crimini e le uccisioni perpetrati a qualunque titolo.
Sono gli abusi esercitati su qualunque soggetto.
Sono i fiumi di droga che scorrono e che obnubilano le menti di chi ne fa uso.

Ogni volta che uno di questi fatti accade si spegne una stella e il mio infinito è un po’ più buio.

E poi vengo a sapere che quattro bambini sudamericani sono sopravvissuti 40 giorni in una delle foreste più impenetrabili del pianeta e sono stati ritrovati in buona salute.
E poi mi dicono che con il legno dei barconi dei naufraghi sono stati costruiti violini.

E allora accantono il pessimismo della ragione e accolgo l’ottimismo della volontà e riprendo a sperare. A sperare che l’armonia dei violini superi lo stridore degli schianti. A sperare che il mare torni a profumare di salsedine e non più a odorare di morte.

In fondo dipende da noi, da ognuno di noi fare in modo che l’infinito torni ad avere le stelle.

Nuccia Pessina

L’infinito senza stelleI violini del mare contro l’indifferenza