Un laboratorio

Opera, 28/10/2026 – Alta Sicurezza

Questa mattina sono partita per Opera sapendo che avremmo letto “Tra il mostro e il pulcino”, lo scritto che avevo prodotto a partire dall’incontro del 7 ottobre. Non posso negare di aver provato un po’ di preoccupazione: temevo che il detenuto che quel giorno aveva condiviso la propria storia, e del cui racconto avevo ripreso alcuni passaggi per esprimere pensieri ed emozioni, potesse in qualche modo sentirsi giudicato.

Ho letto il mio scritto all’inizio dell’incontro, preceduto da una premessa del Professore, che ci ha ricordato come, a partire da quanto accaduto il 7 ottobre, avremmo continuato a “lavorare di fino”. L’intento era quello di provare a ricostruire, senza delle formule specifiche, ma attraverso il confronto e la libertà di esprimerci, come si diffonda il male, l’abuso, il degrado, cercando però di non cadere nell’errore di guardare all’altro come un mostro o un pulcino.

Terminata la lettura, Rocco (l’autore dello scritto che aveva dato avvio al dibattito della riunione precedente e poi al mio verbale), prende la parola, ribadendo ancora una volta di non avere nulla a che fare con quell’omicidio.

Aparo chiarisce con pazienza che non è questo il punto: l’obiettivo non è stabilire colpe o responsabilità giuridiche, ma provare a ragionare insieme, come gruppo, su come il contributo di ciascuno al degrado possa ridurre la libertà di tutti (vittime e autori di reato), alimentando la diffusione del “male”. All’interno del gruppo, infatti, non c’è l’interesse di giudicare l’Altro, né sul piano morale né, tantomeno, su quello giuridico. Le colpe del passato non possono essere giudicate oggi nello stesso modo e, soprattutto, al Gruppo della Trasgressione non interessa questo: interessa crescere insieme, diventare uomini; interessa favorire la comprensione e l’accettazione dei propri comportamenti e del doppio peso che questi portano con sé.

Ho trovato bellissima la metafora del doppio peso: quello sulla bilancia della giustizia e quello sul mondo, sulla libertà altrui. Il tentativo che Aparo stava facendo, a partire dalle mie riflessioni sul racconto del detenuto, era quello di recuperare l’uomo. Non il pulcino, non il mostro.

E allora, chiede: “Come ci si sente uomini?” Appropriandosi, piano piano, lungo un percorso lungo e difficile, delle proprie responsabilità.

UN LABORATORIO DI FINO

Da questo momento è successo qualcosa che per me è stato bellissimo: tantissimi detenuti hanno preso parola. Il primo a intervenire, anche lui condannato all’ergastolo per omicidio, si rivolge al detenuto che aveva condiviso la propria storia, ringraziandolo e riconoscendogli il coraggio di essersi raccontato davanti al gruppo. Poi aggiunge che “per costruire un mosaico, servono tante tessere”, con questa metafora sembra voler lanciare uno spunto di riflessione, invitando indirettamente il detenuto ad una più profonda messa in discussione.

A questo punto, però, l’autore dello scritto reagisce mettendosi un po’ sulla difensiva: ci dice che con il suo scritto voleva solo raccontarsi e che non desiderava essere giudicato. Io e un’altra persona seduta al tavolo siamo poi tornati su questo passaggio per dare il nostro punto di vista. Probabilmente Rocco stava, comprensibilmente, cercando di proteggersi, di difendersi. Certo è, come ho provato a spiegare più avanti, che quando si decide di portare uno scritto e leggerlo al gruppo, lo si mette a disposizione di tutti coloro che siedono al tavolo. Si “regala” la propria storia al gruppo, ed è certamente un gesto di grande coraggio.

Allo stesso tempo, però, bisogna accettare che quella storia susciti negli altri pensieri, opinioni, riflessioni ed emozioni. Il mio scritto nasceva proprio da lì. Dopo aver ascoltato con attenzione la sua storia, dentro di me si erano mosse emozioni e riflessioni. Ed è proprio questo, credo, il bello del gruppo, ciò che permette a tutti di crescere. Dall’altra parte, anche per me leggere quello scritto ha significato mettermi in gioco. Parlare al gruppo significa esporsi, condividere pensieri che, una volta espressi, diventano a disposizione degli altri.

Intervengono poi tanti altri membri del gruppo.

Massimo sottolinea che lo scritto del detenuto era stato accolto e che, già questo, per lui rappresenta qualcosa di bello: la possibilità di essere ascoltato. Poi gli dice una cosa che ho trovato molto profonda, gli dice “tu interessi” (al gruppo). Ed è proprio per questo che nessuno vuole trattarlo come un pulcino, perché lui ci interessa come uomo.

Un altro detenuto, Ciro, porta poi un contributo altrettanto potente: racconta che anche a lui era capitato che durante un incontro qualcuno leggesse un racconto che lo vedeva protagonista, inizialmente, si era sentito giudicato, additato. Con il tempo, però, ha capito che quelle parole gli erano servite. E aggiunge che anche questa discussione servirà.

Questo contributo mi ha confortata molto, mi ha fatto molto piacere che qualcuno che aveva già vissuto un’esperienza simile abbia deciso, innanzitutto, di mettere a disposizione del gruppo la propria esperienza e poi le sue parole mi hanno offerto una testimonianza concreta del fatto che, forse, il confronto che stavamo portando avanti avrebbe potuto davvero servire.

Mi hanno colpita anche le parole di un detenuto che racconta come, inizialmente, non volesse partecipare al gruppo della Trasgressione, sapendo che era frequentato da persone che avevano commesso omicidi, mentre lui si sentiva “solo” uno spacciatore. Questa differenza lo aveva inizialmente portato a prendere le distanze dagli altri detenuti, poi, con il tempo, attraverso il confronto e il lavoro di gruppo, ha compreso di avere anche lui una parte di responsabilità nella diffusione del “male”. Oggi Michelangelo è un uomo che riconosce come anche le proprie azioni, seppur diverse da quelle di chi ha commesso un omicidio, abbiano contribuito ad alimentare quel sistema di degrado sul quale stavamo riflettendo.

Verso la fine dell’incontro prende poi parola un detenuto con una storia simile a quella dell’uomo di cui parlavo nel mio scritto. Christian racconta che, quando era stato arrestato, si sentiva innocente. Dentro di sé pensava davvero: “Io ho fornito soltanto un mezzo”. Oggi, invece, racconta di aver compreso le proprie responsabilità, riconoscendo di aver fatto parte di un sistema che contribuiva alla diffusione del degrado. Dice di vivere l’oggi, consapevole che il suo presente è lì, in carcere e cerca di viverlo traendone ciò che di buono può offrire e, quando possibile, mettendo quel buono a disposizione degli altri. Perché, in fondo, dice, la vita è bella. (Nei giorni scorsi Christian ha chiesto alla direzione di Opera di poter mettere la propria riflessione critica e la propria esperienza di rinnovamento al servizio dei tanti detenuti che in carcere vivono dentro la gabbia della loro condanna, senza dare e/o trovare ossigeno per la propria coscienza)

È stato un incontro bello per tante ragioni. Prima di tutto, perché ho sperimentato in prima persona la possibilità di esprimermi liberamente, nonostante in partenza fossi un po’ preoccupata. Ho capito davvero che al gruppo si possono portare i propri pensieri e le proprie emozioni, senza temere, e che è proprio da questo confronto ricco di emotività e di sincerità che può nascere qualcosa di costruttivo. Ciò che ho apprezzato particolarmente è stato il clima che si è creato: la partecipazione di così tante persone, la libertà, la voglia di ragionare insieme e di stimolare riflessioni nell’Altro mettendo a disposizione le proprie.

Come il Professore ha ribadito più volte durante l’incontro, quello che stavamo facendo non era rivolto soltanto al detenuto da cui era partita la riflessione, ma era un lavoro al servizio di tutti. Ognuno attraverso le parole degli altri ha potuto portarsi a casa qualcosa. È proprio per questo che credo di aver sentito “il gruppo”. Non intendo un insieme di persone sedute ad un tavolo, ma piuttosto qualcosa che prende forma dentro un’atmosfera di libertà di espressione, di confronto e rispetto, dove ciascuno sceglie di mettersi a disposizione degli altri.

Durante l’incontro, un detenuto, Massimiliano,  ha utilizzato la parola laboratorio per riferirsi al gruppo della Trasgressione, termine che Aparo ha voluto evidenziare, sottolineandone il valore.

Mi ha fatto riflettere: spesso sento che i detenuti chiamano il gruppo “corso”, ma direi che “laboratorio” è una parola molto più adatta. Un laboratorio è un luogo in cui, attraverso il lavoro, si crea, si costruisce. È una parola che mi evoca proprio l’immagine di un artigiano che, con il proprio lavoro, dà vita a qualcosa. E questo, in qualche modo, è ciò che accade attorno al tavolo della Trasgressione.

Torno così ad un concetto sul quale avevo già scritto, ma che oggi credo di aver compreso un po’ di più: è attraverso la possibilità di mettersi in discussione e di contribuire alla crescita dell’Altro che diventiamo tutti un po’ più uomini. Il Professore ha detto che il suo obiettivo è recuperare l’uomo e allora forse è proprio questa la parola giusta: laboratorio. Un luogo in cui, insieme, si prova a “dare forma nuova all’uomo”.

Letizia Portellotto

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