L’evoluzione del reo al servizio della società

Il nostro laboratorio sociale, in carcere e fuori, prevede l’attivazione di pratiche e riflessioni utili a promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità. Si realizza grazie al coinvolgimento attivo dei partecipanti e moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra carcere e mondo esterno. Oggi siamo alla Università Cattolica di Milano davanti a una cinquantina di studenti della prof.ssa Miriam Parise.

In aula c’è un bel clima e partiamo spediti. Al Gruppo della Trasgressione non è consentito essere semplici spettatori; ogni componente ha la responsabilità di condividere la propria esperienza per contribuire all’evoluzione dell’autore di reato e agli obiettivi più generali del gruppo. L’emancipazione del reo, infatti, non costituisce l’unica finalità del gruppo della trasgressione che, già all’atto della sua costituzione,  nel 1997,  puntava all’obiettivo di utilizzare lo studio della devianza e il percorso evolutivo del condannato per fare prevenzione sociale.

Una peculiarità del gruppo consiste nel fatto che, avendo il reo come partner di studio, le dinamiche del reato e dello stile deviante vengono indagate a partire dall’esperienza e dalla testimonianza diretta di chi le ha vissute in prima persona. Questo aiuta a raccogliere informazioni sulla percezione soggettiva delle condizioni individuali, sociali e familiari che hanno portato una persona a intraprendere il percorso deviante. L’obiettivo è alimentare un archivio in cui i racconti e le rielaborazioni personali possano diventare patrimonio comune.

Attraverso il dialogo che si instaura durante gli incontri in carcere con i liberi cittadini, il detenuto viene stimolato a esplorare la propria storia e i fattori che lo hanno condotto al percorso deviante. Ciò gli consente di accedere alle dinamiche emotive e alle fantasie che al momento del reato non erano ancora del tutto consapevoli, come non lo erano quel “diritto al rancore” e quella sensazione di “credito inestinguibile” che  avevano contribuito a “legittimare” l’abuso e a ignorare o, peggio, a godere del dolore della vittima. Il gruppo assume così la funzione di contenitore emotivo, ma anche di camera di gestazione capace di raccogliere e riorganizzare tali vissuti, restituendo loro un nuovo significato e recuperandone il valore propulsivo.

Dalle testimonianze di Antonio Tango, Alessandro Crisafulli e Ignazio Marrone, emerge come la carriera criminale affondi le proprie radici in un sentimento di rivalsa legato al bisogno di riconoscimento, un bisogno rimasto inappagato nelle prime fasi della vita. L’agito deviante diviene così una modalità attraverso cui affermare sé stessi e attribuirsi un ruolo. In questo senso, il reato si configura come l’agito di un disagio interno e come il mezzo tramite il quale tale disagio viene neutralizzato.

L’essere umano necessita di una funzione, di sentirsi amato e riconosciuto e non va dimenticato che chi delinque, pur se prendendo male la mira, ricerca proprio la soddisfazione di tali bisogni.

Il Gruppo della Trasgressione promuove nel detenuto un processo di rielaborazione della propria storia, di assunzione di responsabilità, che avviene anche grazie al confronto con i familiari delle vittime di reato e alla possibilità di vivere da vicino le conseguenze del proprio agire. In questo modo il detenuto sperimenta il piacere della relazione e della costruzione condivisa, avendo l’opportunità di tessere legami sociali che lo fanno sentire riconosciuto e gli restituiscono un ruolo. L’obiettivo, infatti, è condurre per mano l’individuo al riconoscimento dell’altro e, allo stesso tempo, alla valorizzazione delle proprie potenzialità.

Partecipando a questo processo, il detenuto rielabora il proprio vissuto criminale e accede alle “trame di libertà”, a quegli stimoli e legami che gli consentono di rendersi un cittadino vivo e operoso della collettività. In questo senso, il gruppo utilizza l’evoluzione dell’autore di reato in modo che la sua esperienza divenga una risorsa per la collettività in termini di prevenzione sociale e di conoscenza della nostra complessità.

Carolina Rocca, Angelo Aparo

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Incontro in Cattolica

19/11/25 – Incontro in Cattolica su
Percorsi della Devianza e Trame di libertà

L’incontro si è aperto con la presentazione, da parte del Dottor Aparo, dei 2 temi della giornata:

  • Percorsi della devianza, ovvero le strade che portano alla pratica del reato e, soprattutto, a uno stile di vita nel quale il reato fa parte della quotidianità;
  • Trame di libertà, cioè le relazioni, i sentimenti e le azioni attraverso cui le persone ”allargano gli orizzonti della propria libertà”.

 

Le riflessioni e le pratiche che ne discendono hanno l’obiettivo di

  • mettere le esperienze dei detenuti del Gruppo (con anni di lavoro alle spalle) al servizio degli adolescenti delle scuole medie primarie e secondarie che visitiamo per l’attività di prevenzione contro droghe e bullismo;
  • offrire alle figure istituzionali che si occupano della rieducazione del condannato dati sulla propria personale esperienza evolutiva e sugli strumenti che l’hanno favorita.

La prima parte della giornata è stata dedicata ai Percorsi della devianza.

A riguardo sono intervenuti Antonio Tango, Ignazio Marrone e Alessandro Crisafulli, detenuti ed ex detenuti che da anni sono componenti attivi del Gruppo; ciascuno ha raccontato il proprio percorso, indagando i contesti, le relazioni e le emozioni che li hanno portati a commettere reati.

Antonio ha individuato, come uno dei fattori che lo hanno portato sulla strada della devianza, il mancato riconoscimento da parte del padre, che fin da quando era piccolo lo ha ritenuto incapace, ”scemo”, per via dei suoi problemi di salute. Inoltre, a scuola era vittima di bullismo; di conseguenza, e non avendo avuto una figura di riferimento credibile, lo stesso Antonio è arrivato a squalificarsi, a reprimere le sue emozioni e a cercare il riconoscimento degli altri attraverso atti violenti e di potere. “Comandato dalla rabbia come fosse un burattino“, ha iniziato a commettere reati, fino a disconoscere completamente le sue vittime e a trasformare le persone in oggetti utili al raggiungimento dei suoi obiettivi. Come lui stesso sottolinea, nella sua mente i loro volti smettevano di avere una fisionomia.

Ignazio ha raccontato la sua infanzia in Sicilia, in una famiglia nella quale la delinquenza era normalità. Ha ricordato suo padre che gli chiedeva di nascondere la pistola e i primi furti commessi con leggerezza. Non è stato accompagnato nella sua crescita, accudito e amato come sentiva di aver bisogno. Da ragazzo si è trasferito a Milano e ha iniziato a rubare per trovare i soldi con cui mantenersi. Ha incominciato, però, a ricavarne soddisfazione; sentiva che commettere furti lo rendeva più potente, riconoscibile e stimabile agli occhi degli altri. Ha iniziato a “prenderci gusto”, i furti non erano più solo un modo per sopravvivere, ma ciò che gli permetteva di accedere facilmente alla “bella vita”, tra lusso e delinquenza, alla quale si era gradualmente abituato. Anche per lui, le persone erano diventate solo un mezzo per ottenere quello che desiderava.

Alessandro è nato e cresciuto in un contesto di degrado, Quarto Oggiaro, nel quale fin da piccolissimo si è trovato immerso nella criminalità. Ha raccontato di aver sentito su di sé il peso di non essere stato voluto dalla propria famiglia; veniva riconosciuto dal padre solo quando dimostrava di essere capace di commettere reati. Col passare degli anni l’immagine che egli aveva di se stesso si è sempre più conformata a quella del delinquente, tanto da rendere il reato una pratica quotidiana.

Tutti e tre, con l’obiettivo di sentirsi potenti e ottenere il riconoscimento degli altri, hanno sentito l’esigenza di collezionare vittime e hanno usato la fragilità di queste per espellere da sé e proiettare su di loro la propria.

La seconda parte dell’incontro è stata dedicata al capitolo delle Trame di libertà, le quali non riguardano solo chi commette reati, perché ogni persona (come ha sottolineato Paolo Setti Carraro) ha i propri gradi di libertà.

Antonio è stato arrestato pochi mesi dopo la nascita di suo figlio; ha trovato nel desiderio di vederlo crescere e aiutarlo a diventare un cittadino come gli altri la motivazione per lavorare, indagare il proprio percorso e crescere a partire da esso, diventando così un esempio per lui.

Ha trovato nel dialogo con i componenti esterni del Gruppo, che lo hanno “costretto” a confrontarsi con le loro fragilità (ma anche con la sua), uno strumento fondamentale per le sue trame di libertà.

Anche Ignazio ha ricavato dal lavoro col Gruppo il ritorno al riconoscimento dell’altro; sentire di avere una funzione all’interno della squadra e assumersi la responsabilità di lavorare per il raggiungimento di obiettivi comuni gli ha permesso di sentirsi un cittadino, capace di rendersi utile alla società e di sentirsi un buon padre per i suoi figli.

Alessandro ha sottolineato, inoltre, l’importanza del dialogo con i parenti e le vittime di reato; trovarsi faccia a faccia con le vittime e il male loro causato lo ha portato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, a riconoscerne il peso e a renderle un punto di partenza dal quale iniziare a costruire con la società.

È intervenuto poi Paolo Setti Carraro, medico e parente di vittima, il quale ha spiegato come entrare in carcere e interagire con coloro che hanno causato dolore lo abbia aiutato ad emanciparsi dalla sua posizione di vittima, immagine di sé che rischia di diventare parte preponderante dell’identità della persona che ha subito un reato.

Infine, è intervenuta Carolina Rocca, studentessa ed ex-tirocinante del Gruppo; per lei, il suo contributo (e quello di tutti gli studenti del Gruppo) alla crescita ed evoluzione del detenuto sta nella possibilità di confronto; portare il proprio punto di vista mette gli altri nella condizione di arricchire la propria visione delle cose, portando ciascuno a responsabilizzarsi.

Beatrice Ajani

Percorsi della devianza e Trame di Libertà

Il mito di Sisifo a SeilaTV

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

Marisa Fiorani e il gruppo Trsg

Credo che la giornata di ieri sia andata bene e che gran parte dei presenti sia stata contenta delle 3 ore spese insieme.

È stato benevolmente notato, tuttavia, che nel corso dell’incontro si è prodotto uno sbilanciamento, essendosi tanto parlato dei percorsi di chi ha praticato il male e molto meno di chi lo ha subito.

A me sembra, tuttavia, che tale sbilanciamento (che nella quantificazione dei tempi è netto) può risultare spiacevole se Marisa Fiorani viene pensata come rappresentante del polo delle vittime e i detenuti come rappresentanti del polo dei carnefici (pur se “redenti”).

Dal mio punto di vista, è invece opportuno presentare Marisa e i detenuti come due poli che si arricchiscono vicendevolmente mentre vanno verso la luce di cui parlava Don Gianluigi, una luce che, per come ho inteso io, completa il suo lavoro quando i poli si ricongiungono.

In altre parole, quando Marisa viene presentata come componente attiva del gruppo più che come parte offesa, lo sbilanciamento non c’è più. Nella mia ottica, la funzione di Marisa e di Paolo Setti Carraro all’interno del gruppo della trasgressione è quella di lievito della coscienza più che di memoria della colpa e della ferita, cosa che ieri Matteo Manna ha espresso in modo chiaro e toccante.

Forse io, essendone il coordinatore, esalto troppo il ruolo e il lavoro del gruppo, una cosa è però certa: la coscienza di Matteo, come lui stesso dichiara, è stata chiamata dalle voci di Marisa e di Paolo e dal lavoro di tutto il gruppo.

La vocazione di San Matteo, Caravaggio

Per finire, ieri Marisa ha avuto meno tempo a disposizione di Matteo, Antonio, Adriano, Raffaele. Certo che sì, ma credo che Marisa e la figlia che porta nel cuore vincono soprattutto quando i detenuti parlano come hanno saputo parlare ieri e riconoscono Marisa come madrina della loro coscienza. Non a caso, chi ha partecipato all’iniziativa su Dostoevskij che abbiamo svolto nel carcere di Opera non ha avuto difficoltà a riconoscere in Marisa la Sonia di “Delitto e Castigo”.

Caravaggio in cittàGiustizia Riparativa

Caterpillar Radio RAI2 19/03/24

Signori, presto ci separeremo. Per qualche tempo io sarò con i miei due fratelli, dei quali uno sarà deportato e l’altro giace malato, in pericolo di morte. Ma ben presto lascerò questa città e, forse, per molto tempo. Stringiamo un patto qui presso il macigno di IlJusa: che non ci dimenticheremo prima di tutto di Iljuseeka e poi l’uno dell’altro. E qualunque cosa ci accada in futuro nella vita, anche se non dovessimo incontrarci per i prossimi vent’anni, dobbiamo sempre continuare a ricordare il giorno in cui abbiamo sepolto il povero ragazzo, al quale in passato avevamo tirato i sassi presso il ponticello – ve lo ricordate?- e di come poi abbiamo tutti preso ad amarlo. E, per quanto possiamo essere impegnati in cose della massima importanza, per quanto possiamo avere ottenuto grandi onori o essere precipitati in qualche grande disgrazia, in nessun caso dobbiamo dimenticare di come siamo stati bene un tempo, qui tutti insieme, uniti da un sentimento così nobile e buono, che ha reso anche noi, per il periodo in cui abbiamo amato il povero ragazzo, migliori forse di quello che siamo in realtà.

Aleksej da I Fratelli Karamazov

I Conflitti della famiglia Karamazov

 

I Violini del mare contro l’indifferenza

Concerto Trsg.Band – 18/11/2023
Teatro della casa di reclusione di Milano-Opera

Come un’onda che risveglia le coscienze

Dal carcere di Milano-Opera e poi in giro per l’Italia, una serie di concerti che partono dalle parole di Don Luigi Ciotti (l’indifferenza nei confronti del male lo alimenta) e che, attraverso le canzoni di Fabrizio De André e gli interventi dei detenuti del Gruppo della Trasgressione, danno voce alla fragilità negata e all’importanza di riconoscerla come tratto che accomuna tutti gli uomini.

Le canzoni di Fabrizio De André vengono eseguite con gli arrangiamenti della Trsg.band e con alcuni degli strumenti ad arco che la liuteria de La Casa dello Spirito e delle Arti ha ricavato dal legno dei barconi dei migranti.

Ingresso gratuito; prenotazione obbligatoria entro il 10/11/2023.
Per prenotarsi, inviare fotocopia del proprio documento di identità a coord.liberamilano@gmail.com e ad associazione@trasgressione.net

I minorenni possono entrare solo se accompagnati da uno dei genitori o autorizzati  con una dichiarazione firmata da uno dei due.

Presentarsi all’ingresso del carcere di Opera alle 18:45. Per sveltire le operazioni di ingresso è meglio non avere con sé cellulari e oggetti elettronici.

Nei giorni immediatamente precedenti il concerto verrà pubblicata su questa stessa pagina la lista delle persone autorizzate.

GIUSTIZIA E CARCERE

Impressioni di maggio e violini del mare

Resoconto degli incontri
al Monumentale, alla Fabbrica del Vapore e al carcere di Opera

Il bel maggio si fa piovoso. E’ buffo, ogni volta che ci si incammina con i detenuti e gli studenti tra le sepolture del Monumentale il cielo è addensato di nuvole. E’ successo quando abbiamo girato le riprese finali di un percorso costruito in sette anni di collaborazione tra Liceo Artistico di Brera e Carcere di Opera, si è ripetuto nei due incontri di restituzione cittadina al Cimitero Monumentale e alla Fabbrica del Vapore di Milano. “Sposa bagnata sposa fortunata” verrebbe da dire e il matrimonio tra due mondi differenti come quello degli studenti e dei detenuti è stato felice per  significato e relazioni tessute.

Il percorso autobiografico sul mito al Cimitero Monumentale con Antonio Tango (che ha appena finito di scontare una lunga pena) è stato accolto con vivo interesse dalle molte persone di differenti fasce d’età in tutti e due gli appuntamenti. Mentre arrancavamo tra le sepolture infangate dalla pioggia, nel tempo stretto che ci doveva poi portare alla Fabbrica del Vapore,  seguendo Antonio veniva da cercare un senso al chi siamo e cosa ci facciamo al mondo. Con la poca scuola ritagliata in carcere, le cose apprese di straforo dalle guide ufficiali con curiosità insaziabile, ci ha condotto in un itinerario simbolico in cui ha illustrato i monumenti che hanno lasciato un segno in lui quando ha svolto servizio al Monumentale, scegliendo tra le sculture legate al mito i dettagli che gli hanno parlato: la Medusa, la spirale, il tradimento, Narciso, Amleto, la clessidra e il tempo fermo.

Antonio ha ricomposto i pezzi di una vita in cui è passato da un rapporto predatorio e rapace con la città d’adozione ad una dimensione estetica prima impensabile, dove può fermarsi a guardare e scoprire che la bellezza esiste: “Se oggi mi accorgo di una statua, lo faccio perché non sono pietrificato; ritenevo tutti responsabili del dolore che provavo. Solo comprendendolo, masticandolo, il dolore, sono riuscito ad elaborarlo. Oggi il dolore non mi pietrifica. Sotto la crosta, il rosmarino ha germogliato dentro di me, i dolori sono riemersi dalla pietrificazione del male e mi hanno permesso di riprendere a crescere perché la rabbia pietrifica anche la crescita, la voglia di curiosità. L’arte è anche quello che ci vede chi la guarda. La testa di Medusa la amo e la odio. Guardo quel grido che mi ha pietrificato la crescita. In alcune statue del Monumentale ho visto un Narciso con la mano sul mento che s’interroga sull’infinito, un ragazzo giovane che si specchia nell’acqua e entra nella sua morte. Cosa trovo io nella mia vita, in questa opera, in questo momento?”

La pietra e il soffio è il titolo del percorso al Monumentale. Un itinerario fatto di dettagli indicati dallo guardo di Antonio: una clessidra rovesciata, la sacchetta dei trenta denari sotto il tavolo dell’ultima cena, il viso di Medusa nel Monumento Fabé. Quest’opera mostra il peso del bronzo e l’immobilità della pietra in antitesi alla leggerezza e al brillio della ceramica smaltata in tenue azzurro dell’angelo di Fontana che, come la Nike di Samotracia, sopraelevata rispetto alla tomba, sembra liberarsi dal peso della materia per riprendere il volo, il respiro, il soffio di nuova vita.

Il lavoro di scavo intrapreso da Antonio e dagli altri detenuti del Gruppo della Trasgressione fa bene, prima però fa male: passare da quando non avverti il dolore dell’altro che annienti a quello in cui prendi coscienza di questo dolore, può indurti a disperazione. Il prezzo è alto, il vantaggio possibile.

Dopo il percorso al Monumentale eccoci arrivati alla Fabbrica del Vapore per la proiezione dei due filmati Eravamo cattivi, appunti sul gruppo della trasgressione, del regista Sandro Baldoni e Il teorema di Pitagora, esercizi su carcere e cittadinanza, docufilm che ripercorre tutta l’esperienza didattica. Il racconto dei due cortometraggi accosta universi distanti: un centro fatto di adolescenti liceali e una periferia al bordo dell’abitato che è città e non è più città: Opera, il carcere.

Sandro Baldoni, regista nastro d’argento che ha lavorato con noi in una lunga attività di volontariato, racconta dei due cortometraggi con la grazia di chi non si mette in mostra ma fa parlare le immagini, in stile sobrio con sprazzi di ironia. Ha il dono della sintesi e la pazienza dell’ascolto, anche se il treno non lo aspetta. Sandro è anche uno dei familiari delle vittime di una violenza cieca che priva delle persone amate.

Segue l’intervento di Paolo Setti Carraro, chirurgo nei paesi in guerra, vittima di mafia nell’attentato dove sua sorella Manuela ha perso la vita accanto a Carlo Alberto Dalla Chiesa. Le sue parole hanno la compostezza e la dignità che lo caratterizzano. Attualmente partecipa ad incontri settimanali in carcere nei percorsi di giustizia riparativa in cui familiari di vittime e rei tornano a parlarsi; uscire dai ruoli incomunicabili vittime e carnefici scollando l’aridità dell’anima è un modo per tornare a respirare e non incistarsi nel peso dell’odio e della vendetta.

Nella parte finale il suo intervento ha una nota nuova, un’incrinatura della voce quando riporta il racconto di Pasquale Trubia, che sconta delitti di mafia: uscito dal carcere dopo decenni per un frammento di tempo che gli consentisse di dare la sua testimonianza agli studenti, dal Palazzo di Giustizia (dove veniva richiesto il permesso di entrare a scuola) gli sono apparse all’improvviso le guglie del Duomo: come una rivelazione, una vertigine di luce dopo un secolo di assenza da se stesso. Ha tremato di emozione alla scoperta della bellezza, ha tremato di timidezza e responsabilità all’idea di parlare a ragazzi.

Questo sentimento è condiviso da Antonio, Rocco, Adriano, Roberto… non è più l’adrenalina di depredare la città ma la commozione per la sua luce, non è la durezza del non mostrare emozioni ma la pratica inedita della propria fragilità, violentemente espulsa dalla vita e da un carcere sovraffollato che può diventare scuola di altra devianza. A noi è toccato il privilegio di muoverci in esperienze pilota che cercano di attuare il dettato costituzionale dell’articolo 27 sulla funzione educativa della pena.

Seguendo il metodo Aparo chiamo le studentesse che con più intensa motivazione hanno partecipato al gemellaggio scuola-carcere a dire cosa resta loro delle cose fatte insieme. Le ragazze hanno nomi d’intonazione paradisiaca che fanno da ossimoro con quelli dei detenuti che vengono dalle periferie del Sud e che si chiamano Rocco, Antonio, Pasquale, Nuccio… Eccole, intimidite dal microfono: sono Chiara, Beatrice, Angelica, un’altra Angelica, e meno male che Celeste aveva un esame e non può esserci, che altrimenti ci piovevano addosso cascate di manna dal cielo e polvere di stelle! Qualcuna di loro è ancora in quarta liceo e aveva cominciato il percorso poco più che bambina, a quattordici anni, altre adesso sono studentesse universitarie. Niente di più distante da ergastolani e allora com’è che adesso Angelica abbraccia Nuccio e Pasquale stringe le mani a Chiara?

E’ che forse non sono più quel Pasquale assassino e quel Nuccio che la figlia non vuole vedere, è il Nuccio che ha letto una poesia in Siciliano dedicata proprio a quella figlia che lui andava a guardare di nascosto durante un permesso premio, mentre lei lavorava alla cassa del supermercato; è il Pasquale che ha cercato di morire quando è giunto alla coscienza del male fatto. Nell’autolesionismo pieno di tagli del detenuto si è rispecchiata Angelica che si tagliava a sua volta durante la pandemia. Eccole le ragazze dal profilo dritto e dagli occhi accesi mentre s’immaginano il Duomo attraverso gli occhi di Pasquale che lo sta raccontando dal vivo così come lo ha scoperto all’improvviso dal palazzo di Giustizia. Chiara sa la storia dell’arte e ci sarebbe venuta a piedi per essere presente a questo incontro, dalla sua Sicilia. Ed è venuta. Ha parole bellissime, le sentiamo in noi per la sua sensibilità. Come nel Gigante e la bambina di Ron, una delle due Angeliche ha ritrovato la parola accanto ad Antonio, è riemersa da una forma di mutismo a questo suo parlare di adesso, che vince una paralizzante timidezza.

Li ascolto mentre interagiscono, così diversi e così vicini, vengono in mente le note di uno spartito. Se Antonio Tango è stato protagonista di parte dei nostri filmati e della visita al Monumentale, i nostri incontri in realtà si chiamano Rocco, Pasquale, Roberto, Adriano, Pino, Angelica, Beatrice… si chiamano come tutti gli altri che abbiamo conosciuto e con cui ci siamo detti cose che contano. Insieme fanno una partitura corale, un concerto.

E non a caso con la musica terminano i nostri due incontri al Monumentale e alla Fabbrica del Vapore, con le parole poetiche di Fabrizio de André e i suoi canti degli ultimi, con il pescatore che non chiede il conto all’assassino, ma gli versa il vino e spezza il pane.

Proprio con questi testi, sempre nel filo della musica si apre, un mese dopo i nostri due appuntamenti al Monumentale e alla Fabbrica, la meritevole iniziativa I violini del mare contro l’indifferenza. L’interpretazione di Juri Aparo, calda e graffiante, risuona nel carcere di Opera, accompagnata dal violoncello del virtuoso violoncellista Issei Watanabe nel suo giovane viso ispirato. Li guardiamo, hanno entrambi gli occhi chiusi nella diversità delle loro caratteristiche, li ascoltiamo, viene anche a noi da chiudere gli occhi e da immaginare un mondo diverso, dove le cose possano cambiare come è stato per i reclusi che ci siedono vicini; possano cambiare le cose come crede don Luigi Ciotti, prete che costruisce ponti tra i diseredati. Quando parla, le sue parole sono pietre. C’è la sposa amata da Fabrizio, anch’essa una voce: Dori Ghezzi, che sarà testimonial in un tour per dire no all’esclusione e che ha apprezzato interpretazione e arrangiamenti della Trsg.band.

Nella liuteria del carcere di Opera il maestro liutaio Enrico Allorto fa realizzare ai detenuti i violini del mare, recuperando i legni dei naufragi, degli ammazzati dall’indifferenza dei privilegiati. Nel cimitero del Mediterraneo un papa venuto dalla fine del mondo ci ha ricordato cosa è pietas, cosa è ospitalità; di questa i greci fecero reciproca assicurazione sulla vita. Pegno di civiltà. Contava.

Ora c’è chi chiede agli scampati: ma lo sapevate che era pericoloso partire? Chi pensa al fastidio che dà trovare morti in mare, disturbano. Si è spezzata una corda. Non è così che ce lo immaginavamo, quando ci pareva ad un passo dal cambiarlo, quel mondo. Si è spezzata una corda; i liutai cercano di riannodarla. Siamo creature fragilissime, che si possono rompere da un momento all’altro. Non ce lo ricordiamo. Solo l’amore resta, nessun potere, nessuna ricchezza sopravvivono.

Ora, poiché arrivi nella nostra città e nel nostro paese,
non ti mancherà una veste o cos’altro
è giusto ottenere arrivando da supplice sventurato. […]

Ma costui è un infelice, qui arrivato profugo,
che ora ha bisogno di cure: mendicanti e stranieri
sono mandati da Zeus. Il dono sia piccolo e caro.

(Odissea, VI, XI).

Giovanna Stanganello

Incontri con gli studenti

Il teorema di Pitagora

Brera in Opera diventa docufilm
Studenti e detenuti a confronto

“Il Teorema di Pitagora – Esercizi su carcere e cittadinanza“
il progetto che ha già coinvolto 750 liceali. Insieme ai reclusi firmano anche una trilogia su errori, redenzione e perdono, tra poesie e arte.

di Simona Ballatore,
Da Il Giorno 10/05/2023

Storie di errori e violenza. Storie di redenzione e perdono. Studenti e detenuti si raccontano e guardano negli occhi al liceo artistico di Brera. Il progetto “Brera in Opera” è nato nel 2016: ogni anno coinvolge cinque classi, più di cento studenti, dai 15 ai 19 anni, insieme ai docenti e ai ragazzi dell’istituto Benini, che ha una sezione carceraria, all’istituto penitenziario di Opera e al Gruppo della Trasgressione, con al timone lo psicologo Juri Angelo Aparo.

Un progetto che si trasforma ora in un docufilm “Il Teorema di Pitagora – Esercizi su carcere e cittadinanza” e in tre libri, che verranno pubblicati entro la fine dell’anno. Il video è realizzato con immagini girate in gran parte dagli studenti e montate da Sheila Baldoni, ex alunna, con la supervisione dei prof Marco Capovilla e Giovanna Stanganello e il coordinamento del regista Sandro Baldoni. “Qui c’è chi si è sentito libero non quando era ’fuori’ e poteva fare tutto, ma quando ha trovato nel confronto con voi il senso della sua esistenza”: ha detto ai ragazzi il direttore del carcere di Opera, Silvio Di Gregorio, durante la presentazione. “Sia gli studenti che i detenuti hanno raccontato le loro esperienze, anche a livello grafico, hanno scritto brani e poesie – spiega la preside del liceo Brera, Emilia Ametrano –. Hanno raccolto le esperienze di chi, dopo un percorso psicoterapeutico, è riuscito a superare il lutto e il torto subìto. E di chi dopo trent’anni di carcere ha cambiato vita, sta creando una famiglia, ma non dimentica”.

Il progetto di scambio non si è fermato neppure in epoca Covid. “È stato organizzato anche un Cineforum online – ricorda Ametrano – detenuti e studenti si connettevano e partecipavano a un momento di critica sui film”. Da Rocco e i suoi fratelli a Ladri di biciclette. Per gli studenti sono state ore preziose: “Hanno affrontato un percorso sulla banalità del male, sul dare sempre la colpa agli altri, sull’idea di farsi giustizia e sul bullismo – continua la preside -, hanno riflettuto sul salto di qualità dell’adolescente attraverso la consapevolezza delle proprie azioni e le assunzioni di responsabilità: è educazione alla cittadinanza”. Ieri l’aula era stracolma, non si vedeva un cellulare tra le mani. “Mi ha colpito il religioso silenzio”, confessa la preside, mentre Adriano, ex camorrista, racconta che è entrato in carcere a 25 anni, è uscito a 51, una manciata di giorni fa: “Ora sto costruendo una famiglia, sono un papà, non vedo l’ora di cambiare pannolini, di ricevere la carezza di mia mamma, anche a 50 anni. Non pensavo esistessero certe emozioni. Il carcere può cambiare anche se non dimentico di essere stato un assassino”.

Incontri e prevenzione nelle scuole

Andare a rapinare era normale

«Per me andare a rapinare era normale, l’ho fatto per 30 anni», la storia di un detenuto raccontata agli studenti

di Giovanna Maria Fagnani – Dal Corriere della Sera 10/05/2023

Per sette anni, gli studenti del liceo Brera e gli alunni-detenuti del carcere di Opera hanno lavorato insieme al progetto «Brera in Opera»: «Confrontarmi con ragazzi delle superiori mi ha fatto crescere, non mi sento più escluso»

Il 41 bis, il «carcere duro» voluto da Falcone contro i mafiosi: come è cambiato e quali sono le limitazioni

Il carcere di Opera

«Per me andare a rapinare era normale. Io dicevo “vado a lavorare”, l’ho fatto per 30 anni. Una volta ho stretto forte il collo a una ragazza. E mi dicevo: sono diventato così perché a 8 anni ho subito un atto di bullismo. Mi hanno buttato giù dalle scale e ho passato tre mesi ospedale. La verità è che a un certo punto io ho messo da parte chi mi doveva aiutare a crescere, e ho dato potere alla mia rabbia. E quello che mi fa più male non è il fatto che mi hanno sparato e accoltellato. Non sono i 27 anni di galera, ma il fatto che in quella vita fin da piccolo ho perso la voglia di crescere. E ho perso 10 dei compleanni di mio figlio. Oggi sto vivendo un periodo tanto bello che mi sembra di sognare e ho paura di svegliarmi. Confrontarmi con studenti delle superiori mi ha fatto crescere, oggi non mi sento più escluso, oggi mi sento parte di questo mondo».

Il crimine e la devianza, la sfida, le ferite, la trasgressione, l’adolescenza. Il doloroso cammino che porta alla coscienza di sé e la giustizia riparativa. Per sette anni, gli studenti del liceo Brera e gli alunni-detenuti del carcere di Opera hanno lavorato insieme su questi e altri temi, grazie al progetto «Brera in Opera». Ne sono nate poesie e contributi, condensati in tre libri, nonché opere artistiche e nel docufilm «Il Teorema di Pitagora- Esercizi su carcere e cittadinanza», diretto dal regista Sandro Baldoni, presentato martedì nella sede del liceo in via Papa San Gregorio XIV. I ragazzi di seconda hanno partecipato, in particolare, a un progetto di espressione poetica. I maturandi hanno lavorato coi detenuti nell’ambito del Gruppo «Trasgressione.it», presieduto dallo psicologo Juri Angelo Aparo.

Un programma durato sette anni e che ha coinvolto quasi 700 studenti. A raccontare le tante emozioni condivise, martedì mattina, sono stati studenti, insegnanti, operatori e alcuni ex detenuti, come Antonio, ex rapinatore e Adriano, ex camorrista, libero da 20 giorni. «Sono entrato in carcere a 25 anni e sono uscito a 51. Ma, come ho detto ai ragazzi non è il carcere che ti chiude, è la mente. Oggi sono libero mentalmente, ho una famiglia, vado a casa e cambio il pannolino della mia bimba e voglio farlo io. E mi godo il fatto che mia madre, mi fa una carezza, ancora oggi, a 51 anni. Non pensavo esistessero certe emozioni. Fra tanto marciume che c’era in me, il dottor Aparo ha cercato cose positive e le ha fatte uscire».

Tanti gli ospiti, tra cui il direttore del Carcere di Opera Silvio Di Gregorio e Paolo Setti Carraro e poi il regista Sandro Baldoni, lo psicologo Juri Angelo Aparo. Il carcere di Opera permette ai detenuti di frequentare l’istituto tecnico commerciale o l’istituto professionale. «Spesso il fenomeno malavitoso è conseguenza di quell’idea dell’onnipotenza in cui è facile credere se non si ha una conoscenza completa della realtà, che invece una formazione culturale può offrire – ha sottolineato Claudio A. D’Antoni, dirigente dell’Iis Benini di Melegnano, a cui fanno capo le sezioni scolastiche di Opera -. Questo percorso insieme ai detenuti per gli studenti del liceo può essere non dico un deterrente, ma almeno una presa di visione realistica, che deve motivare ulteriormente al rispetto delle regole». «C’è una tenenza a banalizzare, a minimizzare il male, anche i primi accenni di comportamenti che vanno verso la delinquenza – aggiunge la preside di Brera, Emilia Ametrano -. Un giorno un genitore di uno studente mi disse: “non è mio figlio che spaccia, sono gli altri che glielo chiedono”. Ci vuole uno scatto di responsabilità da parte di tutti. Questo progetto, che sicuramente continuerà, ha avuto efficacia nel far incontrare mondi diversi, come scuola e carcere».

Incontri e prevenzione nelle scuole