L’importanza della contaminazione

 La pag. di A.TangoPercorsi della Devianza e Trame di LIbertà

Devianza e agenzie di socializzazione

Negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di incontrare il Gruppo della Trasgressione in diversi momenti di testimonianza e riflessione.  Associazione e cooperativa, fondate dal dott. Aparo, operano nelle carceri di San Vittore, Bollate e Opera dal 1997, lavorando sulla percezione che ha di se stesso chi commette reati e cercando di trovare la radice dei comportamenti devianti. I detenuti si impegnano insieme a volontari, studenti ed esperti, portando la loro riflessione nelle scuole e nella società al di fuori del carcere, mettendosi in gioco e riscoprendo la possibilità di prendersi delle responsabilità.

Noi abbiamo incontrato carcerati ed ex carcerati accompagnati dal dott. Aparo. Per esempio ci ha parlato di sé Ignazio, che rivendeva parti di auto rubate, e Antonio che, bullizzato da bambino, è caduto in una spirale di violenza divenendo violento egli stesso. Nelle loro voci si sentiva chiaramente il bisogno forte di raccontare la loro esperienza e anche in parte una ricerca di approvazione del loro percorso da parte nostra, cosa che poi però era gestita bene e riequilibrata da Aparo.

Prima dell’incontro ritenevo implicita nell’essere umano la possibilità di devianza, dipendente da circostanze e opportunità oltre che da una seppur minima influenza di tendenze personali. Ho sempre avuto una buona dose di empatia che mi spinge a trattare tutti da essere umani a prescindere da quello che sia stato il loro percorso di vita. L’incontro con il Gruppo della Trasgressione ha confermato in me queste convinzioni.

All’origine delle storie di criminalità che abbiamo incontrato sono emersi fattori ambientali e principalmente familiari. La nostra docente si è concentrata principalmente sull’adolescenza come momento critico di possibile devianza, ma dalle testimonianze è emersa forse di più l’importanza delle esperienze della prima infanzia. Tali esperienze però sono sempre venute a estremizzarsi manifestandosi con violenza nell’età dell’adolescenza. Ritengo che questo avvenga perché una prima infanzia difficile crei delle basi traballanti su cui diventa poi difficile costruire una identità personale equilibrata, cosa che si concretizza proprio nell’adolescenza attraverso una fase delicatissima che rimette tutto in discussione.

Ciò che ha aiutato a cambiare alcune delle persone che abbiamo incontrato mi sembra essere stata principalmente la consapevolezza che, anche se a portarli al momento decisivo in cui hanno preso la strada sbagliata sono state situazioni circostanziali, ambientali e famigliari complicate e dolorose, la strada sbagliata l’hanno presa loro, con una scelta di cui hanno capito di essere responsabili.

Per cambiare ci voleva la consapevolezza personale di una parte di colpa che andava affrontata. A partire da tale presa di coscienza, è stato possibile un percorso di reintegrazione grazie quindi ad una reale assunzione di responsabilità.

Non posso dire che questo incontro abbia cambiato il mio modo di vedere le cose, ma piuttosto che abbia reso più forti e motivate idee che già facevano parte del mio bagaglio personale. Ho molto apprezzato e ho chiarito meglio in me il concetto di responsabilità personale a prescindere dal percorso di vita.

Proprio per questo confermo l’importanza di comprendere quel percorso di vita che porta alle scelte sbagliate, per poter fare tutto il possibile per evitare le situazioni e il degrado che può portare a comportamenti devianti.

Solo ragionare sulle cose e porti domande può aiutare i giovani a non lasciarsi travolgere dai comportamenti sbagliati. In questo la Scuola dovrebbe aver un ruolo importantissimo, monitorando le situazioni di rischio e offrendo ai ragazzi la possibilità di confrontarsi e dialogare, di non sentirsi soli nel mare della ricerca di se stessi. Credo che lo Stato stesso abbia il dovere di realizzare condizioni sociali utili a prevenire le circostanze che possono portare alla devianza. In questo hanno sicuramente un grande ruolo anche la scuola, la famiglia e la società intera, insomma tutte le agenzie di socializzazione.

Per me in particolare, come cittadino, ritengo sia fondamentale la partecipazione politica, come fare pressione per migliorare la situazione delle carceri, perché siano creati percorsi simili a quello proposto dal Gruppo della Trasgressione in tutte le carceri italiane.

Percorsi della Devianza e Trame di LibertàLa Riscoperta dell’Umano

Arianna L.

LA RISCOPERTA DELL’UMANO

IL GRUPPO DELLA TRASGRESSIONE E LA RISCOPERTA DELL’UMANO
Relazione corale degli studenti dell’Istituto Leone Dehon di Monza

Ho capito che dietro ogni errore c’è una storia, e che capire non significa giustificare, ma essere più consapevoli. Questa consapevolezza è fondamentale per costruire un mondo più giusto.

Tommaso e Giovanni

 

ANALISI DEI TEMI COMUNI E DELLE RIFLESSIONI INDIVIDUALI DEGLI STUDENTI

Il percorso educativo e umano svolto attraverso gli incontri con il Gruppo della Trasgressione, guidato dal Dott. Juri Aparo, ha lasciato una traccia profonda nella coscienza degli studenti. Dall’analisi dei loro elaborati emerge un mosaico di riflessioni che spaziano dalla psicologia individuale alla sociologia della pena, unite da un comune desiderio di comprendere la complessità del male e la possibilità del riscatto.

 

  1. L’EVOLUZIONE DEL PENSIERO: DALLA DIFFIDENZA ALL’EMPATIA

Un elemento ricorrente in quasi tutti gli scritti è la confessione di un pregiudizio iniziale.

  • Lo scetticismo: Molti studenti  hanno ammesso di aver iniziato il percorso con scetticismo, dubitando che persone che hanno compiuto crimini gravi potessero trasmettere messaggi validi o cambiare realmente.
  • La decostruzione delle etichette: L’incontro fisico ha rotto l’immagine astratta del “criminale”. Carlotta sottolinea come i detenuti abbiano mostrato un “senso di umanità” inaspettato, mentre Leonardo ha compiuto un’analisi ancora più profonda, invitando a riflettere su chi siano i “buoni”: il fatto di non aver violato il codice penale non ci rende necessariamente migliori di chi lo ha fatto, poiché la trasgressione e la meschinità possono abitare in chiunque.

 

  1. LE “RADICI DELLA DEVIANZA”: COMPLESSITÀ CONTRO SEMPLIFICAZIONE

Il concetto di “radice” è centrale in tutti gli elaborati. Nessun reato nasce nel vuoto; è sempre il frutto di un terreno specifico.

  • Il peso del contesto (Fattori Ambientali): Arianna e Giovanni evidenziano come la mancanza di affetto, la normalizzazione dell’illegalità in famiglia e la vita in quartieri degradati agiscano come binari che instradano verso il crimine.
  • Il bisogno di riconoscimento (fattori personali): Molti ragazzi sono rimasti colpiti dalla storia di Antonio (vittima di bullismo) o di Ignazio. Gioia nota come la devianza sia spesso un modo distorto per colmare un senso di vuoto, di solitudine o un bisogno disperato di essere “visti” e rispettati dagli altri.
  • La perdita di sé: Lorenzo riflette sulla tragica testimonianza di chi, a causa delle droghe e della vita deviante, ha perso persino la memoria della propria esistenza, definendola una vera e propria “perdita di sé”.

 

  1. LA RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE E IL VALORE DEL GRUPPO

Nonostante l’enfasi sulle cause esterne, emerge con forza il tema della responsabilità.

  • Senza scuse: Gli studenti  sono rimasti sorpresi dal fatto che i detenuti non cercassero giustificazioni, ma parlassero apertamente delle proprie colpe.
  • Il cambiamento come processo: Il lavoro del Gruppo della Trasgressione è visto come un percorso faticoso di “guarigione delle ferite” (Arianna R.). La trasformazione non è magica, ma passa per la sofferenza di riconoscere il dolore causato alle vittime. Per molti detenuti, la motivazione principale è stata il desiderio di essere genitori migliori, per evitare che i figli ripetessero i loro stessi errori.
  1. IL SISTEMA CARCERARIO E LA PREVENZIONE SOCIALE

L’esperienza ha spinto gli studenti a mettere in discussione il concetto di giustizia puramente punitiva.

  • Carcere Rieducativo: Edoardo e Tommaso sostengono che la semplice reclusione porti spesso alla recidiva. Il carcere deve essere un luogo di crescita, un’opportunità per riflettere sulle proprie azioni, altrimenti rimane solo uno spazio di isolamento sterile.
  • Il ruolo della Scuola e della Famiglia: La prevenzione viene indicata come l’unica vera soluzione. È necessario intervenire quando i problemi sono “piccoli”, offrendo ai giovani ascolto e punti di riferimento solidi che evitino il fascino dei miti negativi.
  1. CONCLUSIONI: LA “COGNIZIONE” DEL GIOVANE CITTADINO

In sintesi, i lavori dimostrano che questa esperienza ha trasformato la visione degli studenti da “opinione” (spesso basata sul sentito dire) a “cognizione” (basata sulla conoscenza diretta).

  • Sospensione del giudizio: La lezione finale è che “in assenza di conoscenza non può esistere giudizio”.
  • Impegno Civico: Gli studenti concludono sentendo la responsabilità di non essere indifferenti. Essere cittadini consapevoli significa oggi saper guardare oltre le apparenze, comprendere la complessità delle storie umane e promuovere una cultura dell’inclusione invece che dell’esclusione.

Cristina Roccatagliata

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Autosufficienza

La Pagina di Antonio Tango – Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Marisa e Antonio a Delitto e Castigo

Marisa e Antonio poco prima dell’intervista

Marisa: Per vincere il male, per vincere l’insensibilità di quelle persone che hanno commesso reati anche gravissimi, la soluzione non è quella di isolarli all’interno di un penitenziario, non è quella di punirli. È importante sforzarsi di capire da dove arriva la loro sofferenza. Il dialogo permette di avvicinare il bene e il male, gli opposti che nel loro intrecciarsi generano vita, amore, consapevolezza, coscienza e dunque la possibilità di trasformarsi. 

Marcella, figlia di Marisa, scrive alla figlia prima di venire uccisa:
Ti insegnerò a non essere nemica dell’uomo in quanto maschio e che in ogni uomo troverai un’altra te

Antonio: Conoscere Marisa mi ha fatto rinascere, sentirle raccontare il suo dolore ha riacceso il mio e ha fatto raffiorare dentro di me un sentimento che avevo sepolto, il senso di colpa.

Antonio: La fragilità oggi per me è la vera forza dell’uomo, prima era solo segno di debolezza.

Si sta per iniziare

Juri:

  • Molte delle persone che commettono reati, per far quadrare i propri conti, sostengono che chi si accontenta di un modesto stipendio a fine mese è una persona che non ha il coraggio di rischiare le conseguenze cui va incontro chi commette una rapina.
  • Le prime volte che siedono al tavolo del gruppo, molti detenuti raccontano a se stessi che il rischio che si corre nella pratica del reato è il prezzo che autorizza a intascare il bottino.
  • Il reato non è soltanto un appropriarsi del bene dell’altro, è anche un affidare all’altro la fragilità che non si è in grado di sostenere.
  • Il rancore è la corteccia che ci si costruisce addosso per annettersi i diritti che la persona si sente negati dal mondo esterno.
  • Lavorare sul guscio del senso di onnipotenza permette a chi ci si rifugia dentro di riappropriarsi della propria fragilità e di riaprirsi alla vita.

Dopo al bar: Marisa Fiorani, Piero Invidia, Antonio Tango, Max RIgano, Juri Aparo

Nel corso della puntata:

  • L’incontro tra vittime e detenuti aumenta consapevolezza e responsabilità più della sola repressione.
  • Il dialogo rimuove  le maschere, riordina l’identità emotiva di chi siede allo stesso tavolo e trasforma gradualmente lo “straniero” in “prossimo”.
  • Lavorare sul rancore scioglie il guscio protettivo che impedisce il riconoscimento dell’altro.
  • La giustizia riparativa emerge quando l’autore evolve verso cittadinanza che non produce più dolore.
  • Il benessere cresce quando le persone sono riconosciute, amate e dotate di una funzione utile alla comunità.
  • Liberarsi da vendetta e pregiudizio riapre la possibilità di ricostruire legami e vedere nell’altro un “altro sé”.
  • Forse un giorno il “Gruppo della Trasgressione” verrà riconosciuto come modello utile per il recupero del condannato nelle procedure del DAP.

L’intervista di Marisa e AntonioDelitto e Castigo: Tutte le Interviste

L’evoluzione del reo al servizio della società

Il nostro laboratorio sociale, in carcere e fuori, prevede l’attivazione di pratiche e riflessioni utili a promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità. Si realizza grazie al coinvolgimento attivo dei partecipanti e moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra carcere e mondo esterno. Oggi siamo alla Università Cattolica di Milano davanti a una cinquantina di studenti della prof.ssa Miriam Parise.

In aula c’è un bel clima e partiamo spediti. Al Gruppo della Trasgressione non è consentito essere semplici spettatori; ogni componente ha la responsabilità di condividere la propria esperienza per contribuire all’evoluzione dell’autore di reato e agli obiettivi più generali del gruppo. L’emancipazione del reo, infatti, non costituisce l’unica finalità del gruppo della trasgressione che, già all’atto della sua costituzione,  nel 1997,  puntava all’obiettivo di utilizzare lo studio della devianza e il percorso evolutivo del condannato per fare prevenzione sociale.

Una peculiarità del gruppo consiste nel fatto che, avendo il reo come partner di studio, le dinamiche del reato e dello stile deviante vengono indagate a partire dall’esperienza e dalla testimonianza diretta di chi le ha vissute in prima persona. Questo aiuta a raccogliere informazioni sulla percezione soggettiva delle condizioni individuali, sociali e familiari che hanno portato una persona a intraprendere il percorso deviante. L’obiettivo è alimentare un archivio in cui i racconti e le rielaborazioni personali possano diventare patrimonio comune.

Attraverso il dialogo che si instaura durante gli incontri in carcere con i liberi cittadini, il detenuto viene stimolato a esplorare la propria storia e i fattori che lo hanno condotto al percorso deviante. Ciò gli consente di accedere alle dinamiche emotive e alle fantasie che al momento del reato non erano ancora del tutto consapevoli, come non lo erano quel “diritto al rancore” e quella sensazione di “credito inestinguibile” che  avevano contribuito a “legittimare” l’abuso e a ignorare o, peggio, a godere del dolore della vittima. Il gruppo assume così la funzione di contenitore emotivo, ma anche di camera di gestazione capace di raccogliere e riorganizzare tali vissuti, restituendo loro un nuovo significato e recuperandone il valore propulsivo.

Dalle testimonianze di Antonio Tango, Alessandro Crisafulli e Ignazio Marrone, emerge come la carriera criminale affondi le proprie radici in un sentimento di rivalsa legato al bisogno di riconoscimento, un bisogno rimasto inappagato nelle prime fasi della vita. L’agito deviante diviene così una modalità attraverso cui affermare sé stessi e attribuirsi un ruolo. In questo senso, il reato si configura come l’agito di un disagio interno e come il mezzo tramite il quale tale disagio viene neutralizzato.

L’essere umano necessita di una funzione, di sentirsi amato e riconosciuto e non va dimenticato che chi delinque, pur se prendendo male la mira, ricerca proprio la soddisfazione di tali bisogni.

Il Gruppo della Trasgressione promuove nel detenuto un processo di rielaborazione della propria storia, di assunzione di responsabilità, che avviene anche grazie al confronto con i familiari delle vittime di reato e alla possibilità di vivere da vicino le conseguenze del proprio agire. In questo modo il detenuto sperimenta il piacere della relazione e della costruzione condivisa, avendo l’opportunità di tessere legami sociali che lo fanno sentire riconosciuto e gli restituiscono un ruolo. L’obiettivo, infatti, è condurre per mano l’individuo al riconoscimento dell’altro e, allo stesso tempo, alla valorizzazione delle proprie potenzialità.

Partecipando a questo processo, il detenuto rielabora il proprio vissuto criminale e accede alle “trame di libertà”, a quegli stimoli e legami che gli consentono di rendersi un cittadino vivo e operoso della collettività. In questo senso, il gruppo utilizza l’evoluzione dell’autore di reato in modo che la sua esperienza divenga una risorsa per la collettività in termini di prevenzione sociale e di conoscenza della nostra complessità.

Carolina Rocca, Angelo Aparo

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Incontro in Cattolica

19/11/25 – Incontro in Cattolica su
Percorsi della Devianza e Trame di libertà

L’incontro si è aperto con la presentazione, da parte del Dottor Aparo, dei 2 temi della giornata:

  • Percorsi della devianza, ovvero le strade che portano alla pratica del reato e, soprattutto, a uno stile di vita nel quale il reato fa parte della quotidianità;
  • Trame di libertà, cioè le relazioni, i sentimenti e le azioni attraverso cui le persone ”allargano gli orizzonti della propria libertà”.

 

Le riflessioni e le pratiche che ne discendono hanno l’obiettivo di

  • mettere le esperienze dei detenuti del Gruppo (con anni di lavoro alle spalle) al servizio degli adolescenti delle scuole medie primarie e secondarie che visitiamo per l’attività di prevenzione contro droghe e bullismo;
  • offrire alle figure istituzionali che si occupano della rieducazione del condannato dati sulla propria personale esperienza evolutiva e sugli strumenti che l’hanno favorita.

La prima parte della giornata è stata dedicata ai Percorsi della devianza.

A riguardo sono intervenuti Antonio Tango, Ignazio Marrone e Alessandro Crisafulli, detenuti ed ex detenuti che da anni sono componenti attivi del Gruppo; ciascuno ha raccontato il proprio percorso, indagando i contesti, le relazioni e le emozioni che li hanno portati a commettere reati.

Antonio ha individuato, come uno dei fattori che lo hanno portato sulla strada della devianza, il mancato riconoscimento da parte del padre, che fin da quando era piccolo lo ha ritenuto incapace, ”scemo”, per via dei suoi problemi di salute. Inoltre, a scuola era vittima di bullismo; di conseguenza, e non avendo avuto una figura di riferimento credibile, lo stesso Antonio è arrivato a squalificarsi, a reprimere le sue emozioni e a cercare il riconoscimento degli altri attraverso atti violenti e di potere. “Comandato dalla rabbia come fosse un burattino“, ha iniziato a commettere reati, fino a disconoscere completamente le sue vittime e a trasformare le persone in oggetti utili al raggiungimento dei suoi obiettivi. Come lui stesso sottolinea, nella sua mente i loro volti smettevano di avere una fisionomia.

Ignazio ha raccontato la sua infanzia in Sicilia, in una famiglia nella quale la delinquenza era normalità. Ha ricordato suo padre che gli chiedeva di nascondere la pistola e i primi furti commessi con leggerezza. Non è stato accompagnato nella sua crescita, accudito e amato come sentiva di aver bisogno. Da ragazzo si è trasferito a Milano e ha iniziato a rubare per trovare i soldi con cui mantenersi. Ha incominciato, però, a ricavarne soddisfazione; sentiva che commettere furti lo rendeva più potente, riconoscibile e stimabile agli occhi degli altri. Ha iniziato a “prenderci gusto”, i furti non erano più solo un modo per sopravvivere, ma ciò che gli permetteva di accedere facilmente alla “bella vita”, tra lusso e delinquenza, alla quale si era gradualmente abituato. Anche per lui, le persone erano diventate solo un mezzo per ottenere quello che desiderava.

Alessandro è nato e cresciuto in un contesto di degrado, Quarto Oggiaro, nel quale fin da piccolissimo si è trovato immerso nella criminalità. Ha raccontato di aver sentito su di sé il peso di non essere stato voluto dalla propria famiglia; veniva riconosciuto dal padre solo quando dimostrava di essere capace di commettere reati. Col passare degli anni l’immagine che egli aveva di se stesso si è sempre più conformata a quella del delinquente, tanto da rendere il reato una pratica quotidiana.

Tutti e tre, con l’obiettivo di sentirsi potenti e ottenere il riconoscimento degli altri, hanno sentito l’esigenza di collezionare vittime e hanno usato la fragilità di queste per espellere da sé e proiettare su di loro la propria.

La seconda parte dell’incontro è stata dedicata al capitolo delle Trame di libertà, le quali non riguardano solo chi commette reati, perché ogni persona (come ha sottolineato Paolo Setti Carraro) ha i propri gradi di libertà.

Antonio è stato arrestato pochi mesi dopo la nascita di suo figlio; ha trovato nel desiderio di vederlo crescere e aiutarlo a diventare un cittadino come gli altri la motivazione per lavorare, indagare il proprio percorso e crescere a partire da esso, diventando così un esempio per lui.

Ha trovato nel dialogo con i componenti esterni del Gruppo, che lo hanno “costretto” a confrontarsi con le loro fragilità (ma anche con la sua), uno strumento fondamentale per le sue trame di libertà.

Anche Ignazio ha ricavato dal lavoro col Gruppo il ritorno al riconoscimento dell’altro; sentire di avere una funzione all’interno della squadra e assumersi la responsabilità di lavorare per il raggiungimento di obiettivi comuni gli ha permesso di sentirsi un cittadino, capace di rendersi utile alla società e di sentirsi un buon padre per i suoi figli.

Alessandro ha sottolineato, inoltre, l’importanza del dialogo con i parenti e le vittime di reato; trovarsi faccia a faccia con le vittime e il male loro causato lo ha portato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, a riconoscerne il peso e a renderle un punto di partenza dal quale iniziare a costruire con la società.

È intervenuto poi Paolo Setti Carraro, medico e parente di vittima, il quale ha spiegato come entrare in carcere e interagire con coloro che hanno causato dolore lo abbia aiutato ad emanciparsi dalla sua posizione di vittima, immagine di sé che rischia di diventare parte preponderante dell’identità della persona che ha subito un reato.

Infine, è intervenuta Carolina Rocca, studentessa ed ex-tirocinante del Gruppo; per lei, il suo contributo (e quello di tutti gli studenti del Gruppo) alla crescita ed evoluzione del detenuto sta nella possibilità di confronto; portare il proprio punto di vista mette gli altri nella condizione di arricchire la propria visione delle cose, portando ciascuno a responsabilizzarsi.

Beatrice Ajani

Percorsi della devianza e Trame di Libertà

Il mito di Sisifo a SeilaTV

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

Marisa Fiorani e il gruppo Trsg

Credo che la giornata di ieri sia andata bene e che gran parte dei presenti sia stata contenta delle 3 ore spese insieme.

È stato benevolmente notato, tuttavia, che nel corso dell’incontro si è prodotto uno sbilanciamento, essendosi tanto parlato dei percorsi di chi ha praticato il male e molto meno di chi lo ha subito.

A me sembra, tuttavia, che tale sbilanciamento (che nella quantificazione dei tempi è netto) può risultare spiacevole se Marisa Fiorani viene pensata come rappresentante del polo delle vittime e i detenuti come rappresentanti del polo dei carnefici (pur se “redenti”).

Dal mio punto di vista, è invece opportuno presentare Marisa e i detenuti come due poli che si arricchiscono vicendevolmente mentre vanno verso la luce di cui parlava Don Gianluigi, una luce che, per come ho inteso io, completa il suo lavoro quando i poli si ricongiungono.

In altre parole, quando Marisa viene presentata come componente attiva del gruppo più che come parte offesa, lo sbilanciamento non c’è più. Nella mia ottica, la funzione di Marisa e di Paolo Setti Carraro all’interno del gruppo della trasgressione è quella di lievito della coscienza più che di memoria della colpa e della ferita, cosa che ieri Matteo Manna ha espresso in modo chiaro e toccante.

Forse io, essendone il coordinatore, esalto troppo il ruolo e il lavoro del gruppo, una cosa è però certa: la coscienza di Matteo, come lui stesso dichiara, è stata chiamata dalle voci di Marisa e di Paolo e dal lavoro di tutto il gruppo.

La vocazione di San Matteo, Caravaggio

Per finire, ieri Marisa ha avuto meno tempo a disposizione di Matteo, Antonio, Adriano, Raffaele. Certo che sì, ma credo che Marisa e la figlia che porta nel cuore vincono soprattutto quando i detenuti parlano come hanno saputo parlare ieri e riconoscono Marisa come madrina della loro coscienza. Non a caso, chi ha partecipato all’iniziativa su Dostoevskij che abbiamo svolto nel carcere di Opera non ha avuto difficoltà a riconoscere in Marisa la Sonia di “Delitto e Castigo”.

Caravaggio in cittàGiustizia Riparativa

Caterpillar Radio RAI2 19/03/24

Signori, presto ci separeremo. Per qualche tempo io sarò con i miei due fratelli, dei quali uno sarà deportato e l’altro giace malato, in pericolo di morte. Ma ben presto lascerò questa città e, forse, per molto tempo. Stringiamo un patto qui presso il macigno di IlJusa: che non ci dimenticheremo prima di tutto di Iljuseeka e poi l’uno dell’altro. E qualunque cosa ci accada in futuro nella vita, anche se non dovessimo incontrarci per i prossimi vent’anni, dobbiamo sempre continuare a ricordare il giorno in cui abbiamo sepolto il povero ragazzo, al quale in passato avevamo tirato i sassi presso il ponticello – ve lo ricordate?- e di come poi abbiamo tutti preso ad amarlo. E, per quanto possiamo essere impegnati in cose della massima importanza, per quanto possiamo avere ottenuto grandi onori o essere precipitati in qualche grande disgrazia, in nessun caso dobbiamo dimenticare di come siamo stati bene un tempo, qui tutti insieme, uniti da un sentimento così nobile e buono, che ha reso anche noi, per il periodo in cui abbiamo amato il povero ragazzo, migliori forse di quello che siamo in realtà.

Aleksej da I Fratelli Karamazov

I Conflitti della famiglia Karamazov