Non sarà il canto delle Sirene

E’ la musica il vero campo di battaglia del conflitto: se non ci credete, chiedetelo ad un uomo over 50 costretto in catene ad ascoltare l’italica musica rap/trap dell’ultimo decennio.

C’è stato un tempo nel quale, dal tavolo della cucina, evocavo davanti a mia moglie la sfida canora tra le Muse e le Sirene, una tra le più affascinanti contrapposizioni simboliche della mitologia greca (anche se a rendercela visibile non è stato Nolan ma un geografo del II secolo d.c.).

Sarcofago romano in marmo con la contesa tra le Muse e le Sirene [The Metropolitan Museum of Art, New York]

Alla presenza delle più importanti divinità dell’Olimpo chiamate a giudicare, le Sirene sfoderarono la loro magnifica voce in qualcosa che pareva un canto ma era altro. Voce capace di «incantare» – dietro una promessa di conoscenza e verità – «tutti gli uomini che passano loro vicino»: il verbo greco θέλγω utilizzato da Omero [Odissea, libro XII, 40] descrive proprio l’atto magico dello “stregare”, privando l’ascoltatore delle sue facoltà mentali e del controllo del proprio corpo.

Le Muse invece, protettrici delle Arti, risposero eseguendo odi – canti di armonia e sapienza cosmica – in questo fedeli alla tradizione di Esiodo per le quali esse dicono «le cose che sono, che saranno e che furono» [Teogonia, 38]. Il termine ἀοιδή è infatti la parola chiave che definisce l’essenza stessa della poesia e del canto nel mondo omerico: Arte intesa come istituzione divina, donata agli uomini e capace di restituire ordine al caos.

Per questo chi ascolta il canto delle Muse «portando un dolore nell’animo recente di lutto…dimentica le angosce né le pene rammenta» [Teogonia, 98-103]: esso è tanto terapeutico quanto capace di tramandare memoria vitale per costruire la nostra identità più vera. Mentre il canto delle Sirene è sterile: chi lo ascolta non torna più a casa e non tramanda nulla, perché perde la memoria di ogni cosa e muore.

La filiazione diretta tra il gruppo dei due contendenti ha reso questo primordiale conflitto una vera e propria ribellione generazionale: le Sirene, infatti, ereditano il talento canoro direttamente dalla stirpe materna delle Muse ma corrompono questo dono divino tramutandolo in uno strumento funesto, legittimando così la dura restaurazione dell’ordine da parte delle dee madri. Per questo le Muse «vinsero, strapparono le penne delle ali alle Sirene e, come si dice, se ne fecero delle corone» [Pausania, Viaggio in Grecia, libro IX, XXXIV, 3].

E’ la musica il vero campo di battaglia del conflitto generazionale: se non ci credete, chiedetelo ad un padre nato – come me – negli anni Settanta e con figli venuti al mondo nella generazione Z. Avevamo ascoltato insieme, nei primi 8 anni della loro vita, la voce tranquillizzante di Mary Poppins, poi all’improvviso «la pillola» e «lo zucchero» hanno assunto significati diversi nelle canzoni che prepotentemente, senza chiederci il permesso, hanno infestato le loro camerette. Universi musicali che mi/ci sono estranei, eppure così vitali per loro.

Pur non disprezzando inizialmente quel mitologico giudizio degli dei, al tavolo della nostra cucina da qualche anno è scoccato il tempo di cambiare strategia genitoriale. La distanza è diventata non solo estetica ma profondamente esistenziale: i figli ascoltano brani che inquietano, che sembrano parlare di mondi e valori lontani dai nostri, dove Odisseo ha assunto le sembianze di un giovane di periferia che deve navigare in un «mare» di guai giudiziari, tradimenti, dissing e pericoli di strada per raggiungere il porto sicuro del successo economico e delle ragazze facili. E «le sirene» sono quelle delle volanti della polizia, pericolo costante che interrompe le attività illecite nei quartieri di Milano.

Al posto della dea Hera, chiamo ora a dirimere la contesa uno dei miei miti musicali: «Non sarà il canto delle sirene / che ci innamorerà / l’abbiamo sentito bene / l’abbiamo sentito già». Fin dall’inizio Francesco De Gregori stabilisce una distanza di sicurezza dal magico incanto. E la mantiene, ferma, fino alla fine della sua ode: «Ma sarà il coro delle nostre donne / da una spiaggia di sassi / sarà la voce delle nostre donne / a guidare i nostri passi». Questo gruppo di persone, rimaste sulla riva, ereditano la funzione civile, etica e costruttiva che nel mito arcaico apparteneva alle Muse. Rappresentano l’intero villaggio che contribuisce alla crescita e alla educazione dei nostri figli: un’armonia collettiva che fa ritrovare la strada di casa, ristabilendo l’ordine affettivo e permettendo di superare la crisi dell’adolescenza «quando la bussola si incanta / quando si pianta il motore».

E mentre nel mito antico la punizione delle Sirene serviva a preservare la memoria storica custodita dalle Muse, De Gregori invece imposta l’intera struttura narrativa de “Il canto delle Sirene” [dall’album Terra di nessuno, 1987] proprio sul recupero della memoria generazionale: «Mio padre era un marinaio… / mio figlio non lo conosce… / ma lo ricorderà / mio padre era un marinaio / mio figlio lo sarà».

La rotta da seguire sembra allora non quella del giudice ferale che recide per eliminare ma del fedele compagno di viaggio, disposto a interrogarsi e a lasciarsi sorprendere. Ho così faticosamente iniziato a concepire la musica che i miei figli amano non più come una minaccia seria ma come una nuova lingua da imparare, un invito a decifrare il loro mondo non mancando però di mitigare quell’effetto “magico” mantenendo vivo e costante un confronto critico sul significato di quei testi e sulla verità possibile anche di altre (e più alte) parole, che riemergono dal mare del mio passato per il tramite dei miei riferimenti musicali. Una possibilità di esercitare un’empatia concreta, di trasformare la distanza generazionale in uno spazio di dialogo aperto sui nodi dell’adolescenza inquieta e di condivisione di memorie e narrazioni differenti. Perché, in fondo, essere padri significa anche imparare a essere figli, ogni giorno, della meraviglia e del cambiamento.

Francesco Cajani

[contributo pubblicato oggi, con il titolo «Voci sterili o canti di memoria? La musica divide le generazioni», su Gutenberg – inserto culturale di Avvenire – intitolato “La lingua della guerra“]

 

GENITORI E FIGLIAlla ricerca del padre