Noi e il signor Pi, ovvero dell’arte di riparare persone

“Tutte le mattine il signor Pi si sveglia seguendo lo stesso rituale.

In piedi alle sei, sempre alle sei. … si prepara il caffè ….

Il piattino è sbeccato in tre punti. Il signor Pi ha conservato i frammenti mancanti, ma non ha mai pensato di incollarli. Non ha mai creduto a quella sciocchezza del kintsugi…

Non ha nulla contro il diritto d’esistere, naturalmente, e men che meno contro le cicatrici, ma lo infastidisce l’esibizione della fragilità. L’incipriatura della ferita. L’estetizzazione del dolore. E sa che ci sono troppe circostanze in cui le fratture non sono ricomponibili, e i cocci restano cocci e basta”

[Matteo Bussola, Il sole nelle pozzanghere, 2026]

 

Quando c’è un compleanno, come oggi ricorre quello del Prof. Aparo detto Juri, si è soliti fare doni. E spesso si regalano oggetti. Quasi sempre accompagnati da parole, scritte su biglietti.

A pensarci bene, al Gruppo della Trasgressione – per quanto possa essere attendibile il mio ricordo di una frequentazione venticinquennale ma spesso discontinua – si sono sempre usate parole e/o scritte su biglietti. Di oggetti invece non si è discusso quasi mai, salvo giusto un mercoledì mattina di tre anni fa esatti esatti, quando il Direttore Silvio Di Gregorio ci regalò un gran pezzo di improvvisazione teatrale, accusando il sottoscritto Piemme lì con lui presente (nello stupore di tutti i partecipanti – soprattutto detenuti, accorsi in mia difesa – che ascoltavano increduli) di aver introdotto abusivamente dentro le mura del carcere di Opera un coltello a scatto, con il manico viola. Proprio quello che sarebbe in realtà poi servito a tagliare la torta per festeggiare, a sorpresa, il 72° compleanno del Fondatore del Gruppo.

Torta di compleanno con coltello – Carcere di Opera, 11.9.2023

Oppure, qualche mese prima, nel sottosuolo di San Vittore quando una moneta di cioccolato, a rappresentare il talento nascosto di ciascuno di noi, passò di mano in mano in quel meraviglioso cerchio di sedie tra i giovani adulti del Reparto la Chiamata. Cerchio che ancora oggi continua a far risuonare preziose fecondità, dentro la mia anima.

Eppure, nonostante siano passati 20 anni, io ricordo ancora oggi come un pugno allo stomaco Emilio (Caravatti) che si presentò una sera, in uno dei primi nostri workshop con gli scout, con un sacchetto nero della spazzatura in mano. Raccontò storie di familiari delle persone detenute che fanno la fila per portare qualcosa ai loro cari. E, uno dopo l’altro, tirò fuori da quel sacchetto proprio degli oggetti. Nominandoli, a uno a uno, e pronunciando poi sentenza per ciascuno di essi: “questo può entrare, in carcere! Questo non può entrare in carcere”. Una rappresentazione straordinaria, per quei giovani partecipanti alla quale era rivolta, di come fosse realmente la vita dentro quelle mura. Vita che scorre aggrappata non tanto a parole o a scritte su biglietti ma, appunto, ad oggetti. Vitali o mortali, a seconda dei punti di vista. “Un accappatoio: può entrare! Una cintura per accappatoio: non può entrare”. Il carcere, come la vita, a volte separa senza un chiaro motivo. Oppure il motivo sembra esistere (non si può mai sapere cosa può succedere con quella cintura, sia essa pure in tessuto soffice di spugna) ma non riusciamo o vogliamo vederlo.

Emilio accoglie un partecipante scout chiedendogli di estrarre dalle tasche tutti i suoi oggetti personali – Milano, 9.5.2005.

Come già avevo fatto giorni fa per Marisa, mentre seduta su una panchina attendeva in trepidazione il ritorno di Piero dalla sala operatoria del Gran Hotel Niguarda, ho regalato anche al festeggiato di oggi l’ultimo libro di Matteo Bussola, libro che ho accarezzato con cura più volte questa estate mentre lo leggevo e che parla proprio di quanto la nostra vita, anche se ha la fortuna di scorrere fuori da un carcere, si scontri spesso con le difficoltà di fare i conti con quello che alcuni oggetti hanno, nel tempo, rappresentato per noi.

E come accade per la salute, spesso ci accorgiamo di quegli oggetti solo quando si rompono. O, ancora peggio, quando qualcuno – con un comportamento disatteso – ce li rovina. Tanto o poco non importa: è il fatto che non-siano-più-come-prima quello che ci dà fastidio, fino a logorarci. Noi per primi, peggio di loro. Perché possiamo anche sbarazzarci di alcuni oggetti, con violenza dentro un cassonetto sulla nostra strada di ritorno verso casa come è capitato alla bambola che apre il romanzo. Ma di quel conto, sospeso con noi stessi, l’operazione psicologica di rimozione radicale è di gran lunga più difficile, come ben potrebbe raccontarci anche lo psicoterapeuta che abita in Juri (ed anzi, i miei 5 cent per il prossimo convegno sul transfert: quanto noi riportiamo nel presente sentimenti, modelli relazionali ed esperienze del passato attribuendoli, spesso inconsapevolmente, non solo su altre persone ma anche su alcuni oggetti che abitano i nostri stessi spazi vitali?).

Il signor Pi, protagonista del racconto di Bussola, ha però questa capacità, preliminare al tutto. Lui, quei pezzi di noi (e di chi ci vive accanto) che necessariamente vanno ad attaccarsi – quasi come impercettibili particelle corpuscolari – negli oggetti che maneggiamo, riesce a vederli. O, meglio ancora, a sentirli. Con il solo gesto di accoglierli tra le sue mani, sopra le sue ginocchia anch’esse così lacerate da una vita passata.

Quasi fosse un novello Sherlock Holmes, è in grado rappresentare visivamente a noi stessi tutte quelle “contaminazioni” (usando qui un termine tecnico, caro alle scienze forensi che io frequento nel mio lavoro) presenti sugli oggetti dei quali noi invece, distogliendo lo sguardo, vogliamo sbarazzarci. Siano esse impronte papillari, polveri sottili o da sparo, frammenti di DNA o di varia altra umanità: “You see but don’t observe” (“vedi ma non osservi”), ci direbbe anche lui oggi.

Visto che passano gli anni ma il mio “desiderio di pezzi Lego e di un piccolo jukebox portatile” non è ancora stato esaudito, un giorno mi piacerebbe invitarlo, il signor Pi, ad un incontro del Gruppo della Trasgressione, in carcere o nella nuova sede presso gli amici di Libera. Poco importa se lui, a differenza nostra, reputa la questione del kintsugi una sciocchezza (ma forse Bussola, all’inizio del romando, vuole solo depistare i lettori). Credo che trascorreremo anni interi in sua compagnia, ciascuno con il proprio oggetto “difficile” tra le mani. A partire dai miei, che sono ormai tre mesi che ho difficoltà a rinchiudere in scatoloni da riporre in cantina, e ormai il tempo che mi è rimasto è terminato, proprio oggi. E credo che anche il signor Pi, alla fine, potrebbe trarre buoni frutti dal nostro stare insieme.

Ma prima vorrei io accompagnarlo, in un silenzioso sabato mattina invernale, nel sottosuolo del Tribunale di Milano, dentro l’Ufficio corpi di reato che custodisce centinaia di migliaia di oggetti. Chissà quante altre storie sarebbe in grado di raccontarmi. Chissà a quanti altri dolori potrebbe aiutarmi a restituire un nome, e per esso un senso. Al di là di quanto finora ho potuto leggere dai rispettivi verbali di sequestro.

Nell’attesa che accada tutto questo (o che – in mancanza dell’originale – oggi, al compimento del suo 75° compleanno, il Prof. Aparo si trasformi nel signor Pi) tanti auguri al nostro festeggiato!  E un sentito grazie da parte mia, caro amico Juri, per tutte quelle persone che hai cercato di riparare in tutti questi anni e per tutto quello che ancora fai per noi. Nonostante alcuni tuoi possibili margini di miglioramento, che anche tu non osservi.

Non sarà il canto delle Sirene

E’ la musica il vero campo di battaglia del conflitto: se non ci credete, chiedetelo ad un uomo over 50 costretto in catene ad ascoltare l’italica musica rap/trap dell’ultimo decennio.

C’è stato un tempo nel quale, dal tavolo della cucina, evocavo davanti a mia moglie la sfida canora tra le Muse e le Sirene, una tra le più affascinanti contrapposizioni simboliche della mitologia greca (anche se a rendercela visibile non è stato Nolan ma un geografo del II secolo d.c.).

Sarcofago romano in marmo con la contesa tra le Muse e le Sirene [The Metropolitan Museum of Art, New York]

Alla presenza delle più importanti divinità dell’Olimpo chiamate a giudicare, le Sirene sfoderarono la loro magnifica voce in qualcosa che pareva un canto ma era altro. Voce capace di «incantare» – dietro una promessa di conoscenza e verità – «tutti gli uomini che passano loro vicino»: il verbo greco θέλγω utilizzato da Omero [Odissea, libro XII, 40] descrive proprio l’atto magico dello “stregare”, privando l’ascoltatore delle sue facoltà mentali e del controllo del proprio corpo.

Le Muse invece, protettrici delle Arti, risposero eseguendo odi – canti di armonia e sapienza cosmica – in questo fedeli alla tradizione di Esiodo per le quali esse dicono «le cose che sono, che saranno e che furono» [Teogonia, 38]. Il termine ἀοιδή è infatti la parola chiave che definisce l’essenza stessa della poesia e del canto nel mondo omerico: Arte intesa come istituzione divina, donata agli uomini e capace di restituire ordine al caos.

Per questo chi ascolta il canto delle Muse «portando un dolore nell’animo recente di lutto…dimentica le angosce né le pene rammenta» [Teogonia, 98-103]: esso è tanto terapeutico quanto capace di tramandare memoria vitale per costruire la nostra identità più vera. Mentre il canto delle Sirene è sterile: chi lo ascolta non torna più a casa e non tramanda nulla, perché perde la memoria di ogni cosa e muore.

La filiazione diretta tra il gruppo dei due contendenti ha reso questo primordiale conflitto una vera e propria ribellione generazionale: le Sirene, infatti, ereditano il talento canoro direttamente dalla stirpe materna delle Muse ma corrompono questo dono divino tramutandolo in uno strumento funesto, legittimando così la dura restaurazione dell’ordine da parte delle dee madri. Per questo le Muse «vinsero, strapparono le penne delle ali alle Sirene e, come si dice, se ne fecero delle corone» [Pausania, Viaggio in Grecia, libro IX, XXXIV, 3].

E’ la musica il vero campo di battaglia del conflitto generazionale: se non ci credete, chiedetelo ad un padre nato – come me – negli anni Settanta e con figli venuti al mondo nella generazione Z. Avevamo ascoltato insieme, nei primi 8 anni della loro vita, la voce tranquillizzante di Mary Poppins, poi all’improvviso «la pillola» e «lo zucchero» hanno assunto significati diversi nelle canzoni che prepotentemente, senza chiederci il permesso, hanno infestato le loro camerette. Universi musicali che mi/ci sono estranei, eppure così vitali per loro.

Pur non disprezzando inizialmente quel mitologico giudizio degli dei, al tavolo della nostra cucina da qualche anno è scoccato il tempo di cambiare strategia genitoriale. La distanza è diventata non solo estetica ma profondamente esistenziale: i figli ascoltano brani che inquietano, che sembrano parlare di mondi e valori lontani dai nostri, dove Odisseo ha assunto le sembianze di un giovane di periferia che deve navigare in un «mare» di guai giudiziari, tradimenti, dissing e pericoli di strada per raggiungere il porto sicuro del successo economico e delle ragazze facili. E «le sirene» sono quelle delle volanti della polizia, pericolo costante che interrompe le attività illecite nei quartieri di Milano.

Al posto della dea Hera, chiamo ora a dirimere la contesa uno dei miei miti musicali: «Non sarà il canto delle sirene / che ci innamorerà / l’abbiamo sentito bene / l’abbiamo sentito già». Fin dall’inizio Francesco De Gregori stabilisce una distanza di sicurezza dal magico incanto. E la mantiene, ferma, fino alla fine della sua ode: «Ma sarà il coro delle nostre donne / da una spiaggia di sassi / sarà la voce delle nostre donne / a guidare i nostri passi». Questo gruppo di persone, rimaste sulla riva, ereditano la funzione civile, etica e costruttiva che nel mito arcaico apparteneva alle Muse. Rappresentano l’intero villaggio che contribuisce alla crescita e alla educazione dei nostri figli: un’armonia collettiva che fa ritrovare la strada di casa, ristabilendo l’ordine affettivo e permettendo di superare la crisi dell’adolescenza «quando la bussola si incanta / quando si pianta il motore».

E mentre nel mito antico la punizione delle Sirene serviva a preservare la memoria storica custodita dalle Muse, De Gregori invece imposta l’intera struttura narrativa de “Il canto delle Sirene” [dall’album Terra di nessuno, 1987] proprio sul recupero della memoria generazionale: «Mio padre era un marinaio… / mio figlio non lo conosce… / ma lo ricorderà / mio padre era un marinaio / mio figlio lo sarà».

La rotta da seguire sembra allora non quella del giudice ferale che recide per eliminare ma del fedele compagno di viaggio, disposto a interrogarsi e a lasciarsi sorprendere. Ho così faticosamente iniziato a concepire la musica che i miei figli amano non più come una minaccia seria ma come una nuova lingua da imparare, un invito a decifrare il loro mondo non mancando però di mitigare quell’effetto “magico” mantenendo vivo e costante un confronto critico sul significato di quei testi e sulla verità possibile anche di altre (e più alte) parole, che riemergono dal mare del mio passato per il tramite dei miei riferimenti musicali. Una possibilità di esercitare un’empatia concreta, di trasformare la distanza generazionale in uno spazio di dialogo aperto sui nodi dell’adolescenza inquieta e di condivisione di memorie e narrazioni differenti. Perché, in fondo, essere padri significa anche imparare a essere figli, ogni giorno, della meraviglia e del cambiamento.

Francesco Cajani

[contributo pubblicato oggi, con il titolo «Voci sterili o canti di memoria? La musica divide le generazioni», su Gutenberg – inserto culturale di Avvenire – intitolato “La lingua della guerra“]

 

GENITORI E FIGLI – Alla ricerca del padre

 

Marisa e noi

Ci sono esperienze che segnano un prima e un dopo, nella vita di ciascuno.

Per molti è stato l’aver accompagnato Marisa Fiorani, il 7 settembre 2016, dentro il carcere di Opera.

Un passo che nessuno di noi aveva fatto prima, un moto di tensione e allo stesso tempo di timore, per verificare quanto il dolore di una madre che aveva perso una figlia a causa della criminalità organizzata potesse avere a che fare con le traiettorie esistenziali di un gruppo di persone detenute che, quella stessa criminalità, l’avevano un tempo frequentata ed agita.

A guardarsi indietro, rimane lo stupore di quanta meravigliosa energia propulsiva quel primo incontro abbia generato se ancora oggi ciascuno di noi, dopo 10 anni, si sta muovendo proprio grazie a quella esperienza.

E non resta che ringraziare ancora Marisa perché  – con fatiche quotidiane – ha saputo spezzare quella pietra che aveva ucciso sua figlia Marcella Di Levrano e trasformarla in tanti piccoli sassolini, in grado di segnare la via di casa per tutte le persone che hanno avuto finora la fortuna di incontrarla sulla loro strada.

Marisa mostra ai giovani di E!state Liberi! una delle pagine del diario di Marcella – Bosco del Parco delle colline di Brescia, 24 agosto 2022

 

 

Per una grammatica di resurrezione

Da poco sbocciata la primavera del 2026, la settimana santa si è aperta con una ferita, profonda: la polizia israeliana impedisce al Cardinale Pizzaballa l’accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme per celebrare la messa della Domenica delle Palme. Eppure, nonostante tali premesse, la Pasqua appena trascorsa non ha finito di sorprenderci: in un mondo ancora dominato dal suono delle armi, è una rock band a suonare finalmente la sveglia, come in quella settimana irlandese del 1916 ricordata come il “sacrificio di sangue” (oltre 300 vittime da entrambe le parti): un fallimento militare trasformatosi in trionfo politico, fondamentale – con il passare del tempo – per la nascita di una nazione resasi indipendente dalla Gran Bretagna.

C’è un brano – nell’EP Easter Lily pubblicato dagli U2, a sorpresa, nella giornata del Venerdi Santo – che più degli altri è entrato direttamente nella mia pelle senza chiedere il permesso, e si intitola Scars. Per comprenderne appieno il significato, 44 anni dopo Gloria, Bono & Co. ci hanno lasciato alcune easter egg, senza neppure tanto nasconderle. Appunto, nello spirito di questa canzone che parla della bellezza delle «cicatrici» esposte. La conversazione sui temi della religione accompagna l’album e rinsalda il legame tra Bono e il frate francescano Richard Rohr: sullo sfondo si può scorgere anche la sfida dell’affrontare, con maggiore maturità spirituale, la seconda parte del viaggio della vita (il falling upward di Rohr, libro da poco tradotto in italiano, ma anche – volendo – il discendere di James Hillmann). Attraverso questo nuovo sguardo, le ferite non sono ostacoli alla fede ma luoghi in cui può nascere una comprensione più profonda di sé e dell’altro: la cicatrice infatti indica che si è passati attraverso il dolore, non che ne siamo rimasti prigionieri. Soglia dunque, non fallimento. Non più ferita sanguinante, essa diventa segno identitario permanente perché ha qualcosa da dire, di sé, all’altro. Da qui l’invito: le cicatrici non devono più essere negate ma esibite come segni di verità, capaci di generare parole che diventino suoni di risurrezione.

Tutto questo ha molto a che fare anche con i percorsi di riparazione, intrapresi da molti anni dai Familiari delle vittime della criminalità mafiosa e della lotta armata. Una giovane Daniela Marcone – venti anni fa a Torino – provava a dare parola a quello che gli era rimasto dentro dalla uccisione del padre, sulle scale dell’androne di casa a Foggia: «praticavo il mio sano distacco, per non piangere, per non soffrire. Ma ad un certo punto ho detto Basta! Basta! Io questo dolore lo dovevo sentire. Lo devo vivere». Anche Manlio Milani non ha voluto rimanere nascosto dietro quella famosa fotografia in bianco e nero, immediatamente successiva allo scoppio della bomba a Brescia, dove le sue mani sorreggono la testa della moglie squarciata. Le sue domande di senso sono comuni a quelle di molti altri: «Cosa farò adesso? Cosa potrà succedermi? Resterò dentro a quell’essere stati oppure riuscirò a comprendere il senso di quelle morti? Cosa ci vuole dire l’assassino?». E però, ricorda bene padre Bertagna (facendo tesoro della personale esperienza descritta in Il libro dell’incontro), una medesima dinamica può essere sperimentata anche dall’autore del reato: alla paralisi della coscienza (tanto determinante nel liberare, di contro, l’azione criminale), segue la “reificazione” del condannato che – allo sguardo della società – viene ridotto al male che ha commesso. E’ possibile allora immaginare che anche lui possa non rimanere più nascosto, se non schiacciato, dentro quello stesso fatto di male?

Ecco dunque l’essenza del percorso riparativo: ciascuna esperienza dolorosamente vissuta torna, tramite dura fatica, ad essere un fatto della vita (e non la vita intera). Le scars esposte – sia per la vittima che per il reo – diventano così segni di memoria, trasformata nel loro incontro in pezzi di verità di storie che riprendono a vivere.  Quella verità di luce che può uscire dalla crepa di una parola salvifica in quanto rigenerativa, come anche il videoclip che accompagna l’uscita della canzone evoca visivamente. Con immagini che peraltro non lasciano spazio a dubbi: «Metti le mani sulla mia mano/metti la mano nel mio fianco» sono anche le famose parole pronunciate dal Risorto nel suo incontro con Tommaso. «Sono le cicatrici a renderti bella/o» («beauty», esattamente come il verso del poeta Yeats a ricordo di quella Pasqua del 1916: «A terrible beauty is born»). E’ il tempo che hai dedicato alla cura della tua ferita che ha reso così bella questa cicatrice, direbbe oggi la Volpe al Piccolo Principe crocefisso. E’ lo spazio che hai creato dentro di te che può offrire all’altro – «il perdente, l’insignificante» ma ugualmente sulla croce, a fianco a te – l’occasione di toccarti di nuovo, senza farti più male con quei «chiodi» così umanamente ingiusti. Perché, appunto, proprio «per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Isaia, 53, 5).

Francesco Cajani

[un estratto di questo contributo è stato pubblicato oggi, con il titolo «Le ferite degli U2 sono la bellezza liberata del Risorto», su Gutenberg – inserto culturale di Avvenire – intitolato “Riparare l’irreparabile“]

La cura della verità

“Digging in the dirt
Stay with me, I need support
I’m digging in the dirt
To find the places I got hurt
To open up the places I got hurt”

[Peter Gabriel, Digging in the dirt, 1992]

 

Non avrei mai pensato di poter comprendere così tante cose, dentro e fuori di me, in soli 18 giorni.  Eppure questo ennesimo passaggio dall’inverno alla primavera è stato molto più generoso di quello di tre anni fa dentro il sottosuolo del carcere di San Vittore.

[continua qui: la cura della verità *]

Cimabue, San Francesco [particolare]

* siccome  non riesco a non dilungarmi su ogni mia singola emozione, ho chiesto alla AI di fare un riassunto breve di queste 9 [nove] paginette, perché non sembrino a prima vista troppo indigeste.

Una riflessione – con gli occhi di uno spettatore privilegiato – sul percorso personale e collettivo di chi ha vissuto la perdita violenta di una persona cara a causa della criminalità mafiosa o della lotta armata. Attraverso incontri, testimonianze e momenti di memoria, emerge la necessità di una giustizia che non sia solo formalmente orientata alla ricerca della verità processuale ma anche riparativa e capace di offrire cura ai Familiari delle vittime. Il racconto sottolinea il valore della parola, del dialogo e della condivisione del dolore proponendo una visione in cui la memoria, la verità e la speranza si intrecciano per restituire dignità e significato non solo alle “vite spezzate” ma anche a quelle “interrotte”, invitando il lettore a non restare indifferente ma ad impegnarsi attivamente anche per la cura dei Familiari delle vittime delle criminalità mafiosa.

La vita accade

La vita accade.

Accade che Marisa Fiorani raccontasse, nel 2024, in una scuola di Legnano: “Marcella aveva 16 anni ed era al secondo anno di istituto magistrale quando – a causa dell’uso di sostanze – non fu più accolta in quella scuola di Brindisi”.

Accade che in quella scuola di Legnano il seme di quel racconto facesse nascere, nel 2025, un presidio scolastico di Libera, significativamente rappresentato da una frase sulla lavagna: “Marcella è stata cacciata dalla scuola ma noi la faremo rientrare”.

Accade che quel presidio, fattosi dopo 14 mesi germoglio, oggi accompagni Marisa fino a Brindisi proprio dentro quella scuola.

Abbiamo sostenuto, per Marcella, azioni di verità e giustizia verso lo Stato ma non ci stanchiamo di sostenere Marisa anche in azioni di cura di sé e di riparazione dello strappo che l’omicidio di sua figlia ha creato nel tessuto sociale.

Perché anche il racconto della vittima può allargarsi sull’altra parte, dal momento che anche il reo – e non solo lo Stato – sa molto della vittima. E a quella scuola di Brindisi oggi, con uguale forza e determinazione, può ben essere restituita la parola affinché non rimanga più reclusa e silente dietro la lavagna di una storia interrotta.

Francesco Cajani – www.lostrappo.net

Marisa mostra una foto di Marcella scattata durante una gita in terza media /Marisa con Juri Aparo e il Gruppo della Trasgressione al carcere di Opera, 25.3.2026

 

 

A che titolo entriamo in carcere?

Ero seduto tra il pubblico di Bookcity Milano l’altra sera, alla presentazione del bel lavoro (“Fragili dentro. Storie di detenuti in un sistema da riformare”) del giornalista Fulvio Fulvi in dialogo con la Professoressa Mazzucato e il Dottor Setti Carraro, nella sede della Avvocatura comunale.

Erano passati solo pochi minuti quando si è fatto, inevitabilmente, cenno anche alla recente circolare, la n. 2025.0454011.U, del Direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Qui la voce del Dottor Setti Carraro si è fatta ancora più seria, quando ne ha scandito alcuni passaggi: “ogni richiesta di autorizzazione di attività di carattere trattamentale trasmessa a questa Direzione Generale dovrà …. contenere, in modo chiaro ed esplicito, i seguenti elementi informativi: … l’elenco dei nomi e dei titoli dei partecipanti della comunità esterna”.

E in quel preciso momento tutto nella mente mi è sembrato, davvero, chiaro. E anche tutto quanto davanti ai miei occhi. Mazzucato, insieme al Professor Ceretti e a padre Bertagna, massime autorità in materia di giustizia riparativa in Italia e, quantomeno per me, preziosa fonte di ispirazione nei miei irrequieti anni tra una laurea in giurisprudenza e una professione ancora tutta da immaginare: ma quando entrano in un carcere sono Guido, Adolfo e Claudia. I loro titoli cosa contano? E mentre penso a tutto questo sento Claudia, ancora una volta con la sua emozione – pacata quanto contagiosa – ribadire con convinzione: “quella che poi si sente riparata, quando esco dal carcere, sono io”. Allo stesso modo Paolo che, nonostante tutti quei bambini fatti nascere e quegli uomini operati d’urgenza in giro per il mondo in guerra, non era riuscito a togliere i punti di sutura dal suo personale dolore per la perdita di una sorella. Ma a giugno 2023, alla fine del suo primo anno di frequentazione settimanale dentro il carcere di Opera, ha scritto una lettera aperta – quasi un bilancio interiore – nella quale descrive chirurgicamente il processo di una “emancipazione reciproca, dal trauma e dal dolore, tra persone ristrette”. Anche qui la sua laurea, in medicina, ha contato poco. Così come il suo vestito di vittima, che Paolo è riuscito finalmente a dismettere, con convinzione. Molto invece ha contato la fatica che ha accompagnato quella sua scelta di provare a guardare dall’altra parte del filo spinato, fatica della quale sono stato fortunato quanto privilegiato testimone nei lunghi percorsi di accompagnamento di alcuni Familiari di vittime della criminalità organizzata, presso il Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano.  Una fatica che ora, in carcere, ha finalmente iniziato a salvare la vita anche a lui.

E penso anche agli insegnanti entusiasti delle ultime letture collettive del racconto “Denaro falso” di Lev Tolstoj che abbiamo organizzato la primavera scorsa, quando abbiamo portato dentro due carceri milanesi non solo i liceali del Tito Livio ma anche i tecnici-informatici del Torricelli. Una esperienza formativa indimenticabile per una gioventù, la loro, meravigliosa indipendentemente dal corso di studi prescelto. Del resto, l’art. 17 dell’ordinamento penitenziario, da cinquant’anni a questa parte, non fa distinzioni di sorta: “sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari… tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”.

Ovviamente, fino al 20 ottobre scorso, con l’autorizzazione e secondo le direttive del Magistrato di sorveglianza, su parere favorevole e sotto il controllo del Direttore: l’uno e l’altro oggi, invece, bypassati da meccanismi di centralizzazione burocratica imposti, per la maggior parte delle attività in carcere, da una circolare di due pagine.

C’è stata una persona che, alcune settimane fa, in una occasione pubblica mi ha presentato come un Pubblico Ministero che fa anche il volontario in carcere. Io avrei voluto correggerla, sostituendo a volontario la parola cittadino. Perché da tempi non sospetti penso che il carcere, in quanto Istituzione, debba essere utile non solo a chi sta dentro ma anche a chi sta fuori. E come cittadini abbiamo tutti titolo per poter beneficiare di tale possibilità, anche se non portiamo sopra il cuore il peso di affetti morti ammazzati ma solo, sottopelle, la fatica di ferite ancora da rimarginare. Cambiando il carcere iniziando da sé stessi, nell’incontro con l’altro-da-noi-recluso. E ri-uscire anche noi, un poco, riparati.

Ecco perché, proprio in quanto cittadini, dobbiamo tutti auspicare che nel sistema penitenziario italiano vengano al più presto rimossi quegli ostacoli che, di fatto, impediscono occasioni di confronto con l’esterno, e tramite esse opportunità reciproche per ricucire gli strappi del nostro tessuto sociale.

Francesco Cajani – cittadino componente del comitato scientifico “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine”

[contributo pubblicato oggi su Avvenire, p. 7, a corredo dell’articolo di Fulvio Fulvi “Se in carcere è vietato anche il pranzo di Natale“]

 

L’alba inattesa

Cardedu, 23 agosto 2019

Sono grato.

Stride molto questo sentimento con questo giugno pieno di fatica e disillusione.
Eppure sono grato, non c’è più alcun dubbio.

Durante l’ultimo nostro incontro in carcere, il 10 maggio scorso, seduto – come nel primo nostro ingresso a San Vittore del 12 aprile – tra Luca e Francesco, a un certo punto mi sono ritrovato gli occhi pieni di lacrime ma non riuscivo a capire bene perché.

Mi ero riproposto che dovevo pensarci bene, lasciando che quelle emozioni inattese continuassero a trafiggermi senza però consentire che l’effetto benefico si esaurisse al risveglio, l’indomani mattina.

La fretta di dover cambiare argomento o tonalità, ritornando ai ritmi frenetici appena usciti dal sottosuolo di San Vittore, doveva arrendersi – per una volta – alla necessità di trovare quella risposta: perché?

Ci voleva del tempo, certo. Come tutte le cose.

Ma poi questa ultima settimana, segnata dai riti di passaggio tipici della fine della quinta elementare e della terza media (una congiunzione astrale difficile da gestire all’interno di un’unica famiglia), mi ha regalato il tesoro nascosto.

Sono grato alla maestra di mia figlia che, dopo un anno di relazioni sempre più difficili all’interno della sua classe, è riuscita a trasformare quelle difficoltà in opportunità di crescita. La fine della cerimonia di graduation restituiva plasticamente l’obiettivo educativo (prima che scolastico), io – con la mia rigidità nel rapporto genitore/insegnante – non trovavo le parole adatte neppure per un semplice “grazie” e lei mi ha colto di sorpresa con un “beh, ora possiamo abbracciarci anche noi?”.

Sono grato a quei capi scout che neppure io conoscevo e che hanno custodito mia figlia lo scorso weekend accompagnandola per mano dentro un territorio che lei neppure voleva conoscere. Di ritorno a casa la domenica, ho ritrovato nel suo entusiasmo un tratto che abitava un tempo anche in me, perché a volte la timidezza del carattere non riesce a farti indirizzare lo sguardo verso l’impensabile e l’inimmaginabile.

Sono grato alle insegnanti e agli insegnanti di mio figlio che – dopo essersi presi cura per oltre due anni e mezzo non solo del suo sapere ma anche della sua adolescenza inquieta, con un entusiasmo e una dedizione che più volte mi ha intimamente commosso- lo accoglieranno oggi alle 8.00 per l’esame orale di terza media, nonostante tutto questo non gli abbia fatto prendere sonno questa sera dopo aver preparato uno zaino con 12,5 kg di libri dentro. E io, con lui, a sperare che arrivasse finalmente Morfeo a dare forma ai suoi sogni. E in quella attesa durata due ore, disteso accanto a lui sullo stesso letto, non mi preoccupavo tanto di non avere ricordi nitidi né della fine della quinta elementare né della fine della terza media. Perché a me basta il ricordo della maturità, come se fosse stato ieri, quando sono uscito da quell’aula dopo l’esame orale. Mi sono guardato indietro per rendere indelebile quello che finora così è rimasto in me:  quella sensazione del me-che-chiudo-quella-porta, lentamente. Un misto di rimpianto e soddisfazione.

Un qualcosa che – quando sei giovane – è in parte differente da quello stare, come magnificamente indica Nicolò Fabi, “nella pausa che c’è tra capire e cambiare” tipica dell’età che ci ostiniamo a chiamare adulta.

Capivo (ma forse solo intuivo) che era finito un ciclo della mia vita ma quella mia stessa vita non mi aveva ancora fornito gli strumenti di consapevolezza per comprendere che quella porta, così consapevolmente chiusa, avrebbe aperto realmente ad un cambiamento.

Eppure quel momento è stato forse la mia prima alba, attesa per tanto tempo anche se non sapevo, appunto, quale territorio nuovo avrebbe illuminato.

Un qualcosa dunque che, come spiega invece Andrea Parodi, assomiglia forse più all’abacada: “nella lingua sarda …. significa momento di contrapposizione paritetica di forze, caratterizzato dalla serena calma che precede il cambiamento e la svolta esattamente come quei brevi, intensi istanti che non sono ancora giorno e non sono più notte”. E proprio a questo pensavo, ricordo ugualmente indelebile, nell’agosto 2019 quando per la prima volta ho portato mio figlio a fare il bagno in quella precisa scansione temporale, nel mare di Cardedu.

Ed è accaduto nelle vacanze natalizie di quello stesso anno, volendo invece mettere meglio a fuoco il rapporto di padre con mia figlia più piccola, che mi sono ritrovato tra le mani il libro di Alberto Pellai “Da uomo a padre”. Anche di questo sono grato, a lui che lo ha scritto quanto all’insieme di circostanze – che non riesco a ricostruire perché da me neppure lontanamente immaginate – che me lo ha fatto, appunto, trovare e mettere in valigia.

E alla fine quella lettura (che si è fermata a lungo, a pag. 173, sulla “permanenza della <<zona grigia>>”, ovvero “chi è stato mio padre per me? Che ruolo ha giocato nel determinare la persona che sono, ciò che avrei voluto essere? Come mi ha permesso di realizzare ciò che sognavo di fare della mia vita?”) si è trasformata, ugualmente inattesa ed inimmaginabile,  in una preziosa occasione per conoscerlo meglio, io che pensavo di aver compreso ormai tutto di lui e di avergli fino a quel momento sempre manifestato il mio affetto di figlio riconoscente.

Ecco, ora mi è chiaro: erano lacrime di gratitudine le mie, dentro il sottosuolo di San Vittore.

Dopo aver sentito il racconto del mio amico Luca sui padri che ha cercato da giovane con tutte le sue forze e fortunatamente adottato, in uno con il racconto di Francesco sul figlio in affido con tutte le fatiche quotidiane ma anche le gioie connesse, in quel momento ho pronunciato davanti a tutti parole a tratti confuse ma che effettivamente davano il senso anche del mio percorso di figlio, apparentemente cosi diverso da Luca,  e di padre, apparentemente così diverso da quello di Francesco.

Eppure, ripensando anche ora a quel preciso momento, mi sembra davvero che ci siamo tutti abbracciati. Nell’ascolto empatico anche con i padri e i figli detenuti, in quell’abbraccio collettivo credo che ognuno di noi – arrivati fino a quel crocevia, tutti da strade differenti  – sia riuscito a fare un po’ di pace con l’ideale del padre che avremmo voluto avere. E con l’ideale di padre che avremmo voluto essere ma che, ormai è chiaro a tutti, non siamo né riusciremo (mai/più) ad essere.

Di questa esperienza, tra le tante cose che conservo nel mio cuore, una immagine mi si è fatta ugualmente nitida in questa ultima settimana: non è tanto l’attesa dell’alba quello che ci renderà padri migliori, ma un’alba inattesa.

Per tutto questo sono grato ai padri, Juri compreso, che ho incontrato dentro e fuori da San Vittore in questi mesi. Sono sicuro che l’energia che è scaturita dal nostro stare insieme e dal nostro confronto “senza farci sconti” ci aiuterà ad indirizzare sempre più lo sguardo verso qualcosa di inimmaginabile al nostro primo appuntamento, un qualcosa di fronte al quale ciascuno di noi riuscirà – finalmente – a stupirsi di sé stesso.

Grazie ancora, a tutti noi insieme e a ciascuno di voi per quello che siete riusciti a donarmi!

Alla ricerca del padre

Denaro falso ad Opera con skytg24

Grazie a Diletta Giuffrida e alla Direzione di Skytg24 per aver voluto raccontare uno degli incontri del nostro progetto Denaro Falso.

Il servizio integrale è reperibile qui.

Il 19 marzo al carcere di Opera ci è venuto a trovare anche Andrea Spinelli, che ha saputo – come sempre – raffigurare meravigliosamente le emozioni di tutti i partecipanti:

Denaro falso

Dolori, Percorsi, Orizzonti

immagine di Andrea Spinelli per la diretta SkyTG24 Live In MIlano del 4/5/2025 (per gentile concessione)

Il 3 settembre 1982 Paolo Setti Carraro ha perso sua sorella Emanuela, uccisa dalla mafia a Palermo.

A partire da settembre 2013, una decina di Familiari di vittime della criminalità organizzata che si riconoscono nell’Associazione Libera iniziano a riunirsi presso il Centro per la giustizia riparativa del Comune di Milano. Intraprendono un lungo e faticoso percorso che li ha aiutati a riconoscere il proprio dolore, chiamandolo finalmente per nome. Dopo alcuni anni, Marisa Fiorani è la prima – nel marzo 2017 – a chiedere di “incontrare il dolore dell’altro”, in un nuovo viaggio che l’ha portata dentro il carcere di Opera, il 7 settembre 2016.

Qualche anno dopo Paolo decide, insieme a Marisa, di partecipare in maniera stabile agli incontri del Gruppo della Trasgressione che si tengono ogni mercoledì proprio in quel carcere. Nel giugno del 2013, Paolo ha scritto una lettera aperta – quasi un bilancio interiore dopo i primi  365 giorni così trascorsi – nella quale ogni parola è pesata e ogni forma misurata. Parole come  quelle che gli abbiamo sentito pronunciare mercoledì pomeriggio in diretta nazionale su skytg24, per riaffermare che “è il cambiamento osservato e praticato a soddisfare l’umano bisogno di dare un senso ed un valore al dolore comune”:

Incontri con le vittime