I nostri figli con gli agenti

Sulla scia del progetto “Genitorialità responsabile”, abbiamo parlato al gruppo anche della figura dell’agente penitenziario. La nostra esperienza dice che l’agente penitenziario, agli occhi di molti dei nostri figli, rappresenta la negazione della libertà dei genitori. Poco conta per i nostri ragazzi (e, bisogna ammettere, anche nella nostra visione di qualche anno fa) che l’agente in carcere faccia semplicemente il lavoro grazie al quale provvede al suo sostentamento e col quale è chiamato a svolgere una funzione importante per la società.

L’argomento è spinoso e delicato, ma in un cammino di riflessione e di introspezione ci è parso importante affrontarlo perché riteniamo di non dover lasciare zone d’ombra che potrebbero indurre i nostri figli a sviluppare un’immagine distorta della realtà.

Inoltre, non è difficile pensare che, specie quando si cresce in un ambiente ostile e con un’educazione segnata da un genitore che non ha onorato le proprie responsabilità, i figli possono giungere a vedere nella divisa il carnefice del proprio padre detenuto.

A questo contribuiscono tante cose, fra cui il modo in cui noi negli anni passati abbiamo descritto il nostro rapporto con le figure istituzionali e i modi, non sempre attenti ai sentimenti dei ragazzi, di applicare i controlli e le perquisizioni per i familiari all’ingresso. A volte, infatti, i congiunti dei detenuti devono sottoporsi a ispezioni che, in menti fragili e già problematizzate dai conflitti che gli adolescenti vivono con i propri stessi genitori, inducono i ragazzi a sviluppare una forte ostilità verso le istituzioni e a dimenticare che le istituzioni svolgono fondamentalmente la funzione di proteggerci.

Dopo aver constatato, con i tanti incontri con il Gruppo della Trasgressione, che la conoscenza abbatte i muri, proponiamo che un nostro figlio possa entrare in contatto in maniera diversa dal solito con la figura dell’agente. Un modo potrebbe consistere nel coinvolgimento degli agenti penitenziari in qualcuna delle attività del Gruppo della Trasgressione, come ad esempio: gruppi di formazione, testimonianze, partite di calcio ed eventi culturali.

Crediamo che tale progetto sia determinante per favorire un cambiamento progressivo della visione distorta della realtà che può avere un figlio col padre o con la madre in carcere.

L’iniziativa non ha assolutamente lo scopo di influenzare o di interferire con il lavoro degli agenti penitenziari e ci sembra anzi che la nostra proposta sia allineata con gli obiettivi dell’istituzione e delle figure che ci lavorano.

Giorgio Ciavarella

Genitori e Figli

Quelle persone grandi

Durante la mia adolescenza credevo fermamente che il potere appartenesse solo alle persone grandi, quelle stesse persone che molto presto mi avrebbero incoraggiato a praticare le scelte di vita che ho seguito. Mi sono accorto tardivamente che quelle persone usavano noi adolescenti come meglio credevano senza alcun rimorso o senso di colpa.

Negli anni successivi non è stato difficile per me assumere gli stessi atteggiamenti e superare ogni limite possibile. Oggi sono qua a ripercorrere quell’assurdo passato dove, senza nemmeno rendermene conto, anch’io ho portato sofferenza a tante persone.

Ma per capirlo c’è voluto un lungo periodo di presa di coscienza e questo è stato possibile attraverso il confronto che quando non c’era il virus abbiamo portato avanti insieme con gli studenti e con le persone che si sedevano con noi detenuti allo stesso tavolo del gruppo.

Giorgio Ciavarella

Torna all’indice della sezione

Bagliori dal carcere

Sono Giorgio Ciavarella, componente del Gruppo della Trasgressione da circa 4 anni. Il 5 giugno scorso abbiamo avuto l’incontro collettivo con i nostri familiari, un evento dove noi detenuti cerchiamo di comunicare ai nostri congiunti quello che facciamo col gruppo. I temi che affrontiamo durante l’anno sono tanti (l’arroganza, il senso di onnipotenza, la bulimia della grandiosità, la presa di coscienza), ma in quella giornata, parlando con le nostre mogli, i nostri figli e i nostri genitori, cerchiamo soprattutto di buttare giù le maschere dietro le quali ci siamo nascosti per anni.

In quella giornata un componente del gruppo, raccontando il suo percorso in relazione al reato commesso, si è reso protagonista di un evento fuori dal comune e tale da commuovere anche la persona più dura. Alcune testate giornalistiche, però, hanno travisato la lettera da lui scritta e l’hanno riassunto in modo da suscitare scalpore e, soprattutto, rigetto fra i parenti della vittima.

Quando facciamo sentire la nostra voce al di là delle mura (scuole, centri culturali, teatri) non lo facciamo per comperare la nostra libertà; il nostro principale interesse è valorizzare il lavoro sulla coscienza effettuato in questi anni. Non è compito nostro decidere qual è la giusta punizione o se è giusto perdonare; il nostro obiettivo è dare valore all’uomo di oggi e al lavoro che ognuno di noi fa per riconoscere le proprie responsabilità e i propri errori.

Questo non equivale a cancellare il passato; sappiamo bene che non è possibile per le vittime dei nostri reati e non lo è per noi! Ma proprio perché impossibile, è da qui che inizia il nostro impegno sia nel riconoscere le nostre responsabilità sia nel recuperare quello che di buono c’è in noi e metterlo a frutto. Ricostruire come siamo arrivati ai nostri reati e dove abbiamo lasciato le nostre prime aspirazioni è quello che facciamo principalmente al gruppo. Credo che in questo modo riusciamo a recuperare la dignità e l’autostima che ci servono per tornare in società in modo responsabile.

Spesso penso alle vittime che si chiedono: “Perché proprio a me?”. Non c’è una risposta, non c’è una ragione. So di essere legato alle vittime dei miei reati, sono stato io a propagare il male senza nemmeno sapere il perché e a causare il loro male solo perché in quel momento eravamo sulla stessa strada. Progetti come quello del Gruppo della Trasgressione ci sono utili a ricucire, nei limiti del possibile, lo Strappo che abbiamo prodotto. Non ci sono pulsanti rossi, forse solo ago e filo, per chi ha voglia di usarli.

Giorgio Ciavarella e Angelo Aparo

Giorgio Ciavarella

Torna all’indice della sezione