L’arroganza del maschio

Siamo nel XII secolo a.C. circa, sulle coste dell’odierna Turchia.

Ilio è in fiamme, i Troiani dopo dieci anni d’assedio sono sconfitti. Le donne, ammassate negli accampamenti dei vincitori Achei, non riescono a respirare e non solo perché  l’aria è densa di fumo acre, a causa degli incendi,  ma perché pensano al loro futuro.

Regine o ancelle che siano, finiranno serve nelle case achee, concubine nei talami achei, odiate da mogli che si sentiranno messe da parte, costrette a subire la loro presenza e a condividere con loro il corpo dei propri uomini.

Saranno violate nel corpo e nello spirito e nessuno avrà pietà di loro. Non sanno ancora chi sarà il loro padrone, l’unica certezza è che nessuno avrà considerazione per la loro sorte.

Andromaca non riesce a respirare. Non sa che cosa sarà di lei, non sa in che terra andrà, non sa di chi sarà la schiava, ma soprattutto non sa che cosa sarà di Astianatte, il suo figlioletto.

Poi arriva Taltibio e glielo comunica: “Tuo figlio sarà precipitato dalle torri troiane…… Non stringerlo tra le braccia; sopporta coraggiosamente questi mali e non pensare di opporti, giacché non hai aiuto da nessuna parte…… Ti esorto a non resistere, a non fare alcunché di sconveniente, a non scagliare imprecazioni contro gli Achei. Se infatti dirai qualcosa per cui l’esercito abbia a sdegnarsi, questo tuo figlio non avrà né sepoltura né compianto…”

Andromaca: “O figlio tanto amato, morrai per mano dei nostri nemici….Ti ucciderà il valore stesso di tuo padre…. O figlio tu piangi! Comprendi la tua sventura ? Perché mi afferri con le tue mani e ti serri al mio peplo, come un uccellino che si ricoveri sotto le mie ali? Non verrà Ettore, dall’oltretomba, a portarti salvezza…. O tenero figlio! O soave profumo del tuo corpo! Invano questo seno ti nutrì in fasce! Serra le braccia intorno alle mie spalle e accosta la tua bocca alla mia!

O Elleni, che avete escogitato un supplizio degno di barbari, perché uccidete questo bambino che di nulla è colpevole?”

Ecuba, regina di Troia e moglie di Priamo, dopo aver creduto che sua figlia Polissena fosse stata posta a cura del sepolcro di Achille, scopre la cruda verità: è stata sgozzata sulla tomba di Achille, votata a un cadavere senza vita.

 

Siamo nel XX secolo

Sul finire della seconda guerra mondiale, i Russi che entrano in Germania e arrivano a Berlino, man mano che procedono, violentano e depredano.

In Giappone alla fine della seconda guerra mondiale andavano di moda le comfort women. Provenienti principalmente da Corea, Taiwan e Cina. Le stime variano tra le 20.000 e le 300.000 donne; in base alle testimonianze raccolte si reputa attendibile il numero di 200.000

Per rendere l’idea dell’entità del fenomeno e delle brutalità di cui soffrirono le donne, benché la logica sottesa a queste violazioni sia assai più grave delle dimensioni, si può provare a dare una misura approssimativa di quanto accadde nel sud-est asiatico durante la Seconda Guerra Mondiale. La maggior parte delle superstiti ha testimoniato (WCCWI, Inc. 2005) di aver subito da 5 a 20 rapporti sessuali al giorno (in alcuni casi fino a 30 violenze giornaliere), per un minimo di 5 giorni alla settimana per una media di 3-5 anni di detenzione. Calcolando le cifre minime di 5 stupri per 5 giorni, otteniamo l’agghiacciante risultato di 1.800 violenze carnali subite annualmente da una singola donna, che, contando i tre anni minimi di detenzione, diventano 5400 in totale.

La mancata assunzione di responsabilità politica e la discriminazione sociale determinarono che, nonostante la gravità degli eventi, si dovettero aspettare circa quarant’anni prima che queste donne uscissero dal loro silenzio e incoraggiassero le indagini sugli abusi subiti. Ciò accadde innanzitutto perché i governi coinvolti non considerarono di alcuna rilevanza politica il problema, e in secondo luogo perché le pesanti discriminazioni subite dalle sopravvissute alla fine del conflitto trasformarono la loro memoria da denuncia a confessione.

Senza continuare un elenco che forse non finirebbe mai, si può affermare che ovunque c’è una guerra lo stupro è a tutti gli effetti considerato uno strumento di belligeranza, dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri.

Per fortuna da tempo le donne indiane non vengono più immolate sulla pira del marito quando egli muore. Per fortuna da tempo in Cina non si bendano più i piedi alle donne fino a impedire la crescita ossea e a renderle storpie.

Ma nel mondo musulmano si muore ancora per una ciocca di capelli sfuggita al foulard e, in molti paesi, la testa coperta e delle vesti che infagottano non sono ritenute sufficienti a salvaguardare la purezza delle donne. Si pretende che nascondano anche il viso e parzialmente anche gli occhi: è come se si volesse negare loro un’identità e le si volesse relegare alla condizione di ombre.

In Afganistan le donne non possono più andare a scuola.

 

Siamo nel XXI secolo

In un luogo di lavoro dove la parità di genere non è garantita e a mansioni uguali corrispondono retribuzioni diverse si assiste spesso alla vergognosa promozione che vede favorito un uomo non perché sia il migliore ma semplicemente perché è l’uomo. Una donna per vincere il confronto con un uomo deve essere più preparata, più disposta a lavorare di più di quanto il contratto preveda, più creativa, più disponibile.

Perché la qualità non può semplicemente essere riconosciuta indipendentemente dal genere che la esprime?

Nell’occidente sviluppato, una cucina moderna e dotata di ogni comfort alle otto di sera è ancora deserta e inutilizzata.

Nel salotto una coppia guarda il telegiornale. Lui è tranquillo e attento alle ultime notizie, lei apparentemente pure. In realtà è leggermente inquieta: si sente in colpa, perché ancora non si decide al alzarsi e andare a preparare la cena.

Che cosa fa ritenere l’uomo autorizzato ad aspettarsi che a preparare la cena sia lei?

Perché l’uomo non si sente in colpa?

Perché persino il papa si è sentito autorizzato a usare l’espressione “chiacchiericcio da donne”?

Nuccia Pessina

Uomini e donne

Ritorno dal nulla

Inizialmente, i miei atteggiamenti e stati d’animo erano dovuti a situazioni che non mi piacevano. L’arroganza ha iniziato a manifestarsi quando, senza il mio volere, mi portavano a casa di mia nonna, dove c’erano regole da rispettare diverse da quelle a casa dei miei. Ricordo che non accettavo i suoi rimproveri, non la riconoscevo come sostituto dei miei genitori.

Era una donna molto autoritaria: le cose, o si facevano come diceva lei oppure si arrivava a uno scontro senza mai dei chiarimenti. Per me ha fatto tanti sacrifici, ma credo che il mio rapporto difficile con lei non sia stato solo per colpa mia. Negli anni di scuola, quando c’erano gli incontri genitori-professori, mi ritrovavo spesso senza nessuno, tranne qualche volta quando veniva lei; questo mi faceva sentire diverso, inferiore, emarginato.

Con il tempo ho iniziato a convivere con quel disagio, alzando dei muri per non sentire più nulla. Ho iniziato a fregarmene di tutti e a pensare di poter fare quello che volevo senza dar conto a nessuno. Col tempo questo è diventato naturale, ti abitui a vivere così e non ti accorgi della tua trasformazione. La tua coscienza qualche volta ti manda segnali, ma non l’ascolti, non ti ascolti, non ascolti nessuno.

Per ottenere il riconoscimento di cui avevo bisogno ho iniziato a superare i limiti morali senza averne diritto. Così mi sono trovato imprigionato in un malessere costante. A quel punto, l’unica cosa che fai è cercare giustificazioni, le trovi usando droghe e alcol mentre l’arroganza e l’indifferenza diventano il tuo stile di vita.

La droga ha avuto un ruolo importante nella mia vita sin da piccolo, la vedevo usare in casa mia ed era normale; mia mamma è morta di overdose giovanissima mentre mio padre ne ha fatto uso per molti anni.

Ho iniziato ad usarla per far sentire a mio padre come mi sentivo io nel vedere lui. Ogni giorno morivo per stare vivo, penso che lo sballo non sia nient’altro che scappare dalla realtà, dai problemi o dal semplice fatto che non ti senti all’altezza di quello che ti circonda, hai paura di guardarti dentro e non vuoi sentire il tuo dolore. Ogni giorno è sempre la stessa cosa, ti fai schifo, ti senti una merda, ma non sai come uscirne, non sai e non vuoi vedere oltre a quel malessere da dove non è facile uscire.

Devi scavarti dentro, toccarti l’anima e sentire la tua coscienza ma soprattutto chiedere aiuto senza aver paura di essere giudicato. Solo così puoi realmente vivere la tua vita.

Oggi voglio essere, non avere. È faticoso dopo aver vissuto una vita credendoti un eletto ma è possibile iniziare ad ascoltare la tua coscienza, che ti indica la strada da prendere, che ti porta a casa se la vuoi trovare. Tenerti dentro le tue paranoie e i tuoi stati d’animo non serve a niente e tutte le volte che l’ho fatto mi sono sentito male, sprofondando sempre di più.

Invece bisogna tirare fuori tutto e dissipare la nebbia, solo così si possono vedere i colori che ti circondano. Bisogna prendersi le proprie responsabilità e non scaricarle sugli altri, così facendo si prende in mano la propria vita.

Oggi, con la consapevolezza di quello che è stato, piuttosto che isolarmi e rimanere chiuso nel mio buio, ho deciso di uscire dall’oscurità e di dare un senso alla mia vita. Che strana la vita! Ho iniziato a sentirmi libero qui dentro, cosa che mi permette di migliorare ogni giorno che passa, dando del tempo alla società dopo tutto quello che le ho tolto.

Nella mia vita ho fatto tanti errori, ma può succedere che un giorno mi ricorderanno per quello che sono oggi e non per quello che ho fatto in passato.

Cristian Silvagna

I Sentieri dell’arroganza

 

Noi, figli del ghetto

Mi chiamo Montenegro Vito e voglio per prima cosa ringraziare Aparo e tutto il gruppo di studenti che ci dedicano il loro tempo, così da poterci mettere in gioco.

Inizio questa mia umile storia spiegando che io, personalmente, mi sono accorto solo dopo un lungo percorso di carcerazione di essere stato arrogante. Faccio presente che nasco e trascorro tutta la mia infanzia, come anche la gioventù, in un quartiere a rischio, dove regnava molta delinquenza e dove praticamente tutte le famiglie provenivano dal Sud, le case erano dormitori.

Stiamo parlando di Corsico, dov’era molto facile credere di avere il diritto di prendere la bici oppure il motorino a chi stava meglio di noi. Nella mia famiglia eravamo in 5 e lavorava solo mio padre, quindi la mia infanzia è stata abbastanza povera, anche se devo ammettere che i miei genitori hanno fatto tutto il possibile per non farci mancare niente. Proprio per il contesto che era Corsico, anche la scuola era una scuola di arroganza e prepotenza: c’era la supremazia  delle prime bande di quartiere e poco tempo per studiare perché, se non stavi attento, ti rubavano il giubbotto, la bicicletta, ecc…

Quindi dovevi per forza difendere il tuo e gli esempi che avevamo erano persone più grandi di noi che stavano bene proprio perché rubavano o rapinavano: avevano macchine belle e tante ragazze e noi li ammiravamo, crescendo con questi esempi.

Personalmente, mi sono accorto tramite il lungo percorso di carcerazione, di essere stato prepotente e arrogante, ma voglio spiegare tramite la mia esperienza che quando nasci in certi contesti il confine che separa la legalità dall’illegalità è talmente sottile che non ti rendi conto, sei giovane e ti senti pieno di te. Quindi, diventa normale prendersi il diritto di prevalere sugli altri. Sei molto arrabbiato perché basta spostarsi di pochi chilometri e uscire dal quartiere e vedere che ci sono tuoi coetanei a cui non manca niente e pensi che non sia giusto e così. Allora vai con prepotenza gli togli quello che hanno, perché a te serve. Così, continui il tuo percorso, facendo reati sempre più grossi perché credi di poterlo fare, ti metti pure in mostra tornando in quartiere con i soldi e una bella macchina, pensi che tutto ti sia dovuto.

Ciao solo adesso ho capito che ogni persona ha il suo percorso e può cambiare, come è successo a me. Devo ringraziare anche la scuola durante la mia prima carcerazione: nel 1998 il professore mi spronò a prendere la licenza di scuola media e iniziare a leggere. E’ stato bellissimo, ho finito le scuole e sono stato trasferito in Piemonte, dove regnava ancora l’arroganza, ma dopo qualche anno sono riuscito ad andare per motivi scolastici a Prato, dove ho studiato ragioneria. Lì la cosa era diversa perché non ero più arrogante, mi impegnavo con la scuola di ragioneria e anche gli assistenti sociali erano bravi. Lì mi sono accorto che se fai qualcosa di buono alla fine vieni premiato.

Successivamente fui trasferito a Bollate dove continua il percorso, la direttrice Castellano era bravissima e mi mise in biblioteca, così ebbi l’opportunità di leggere molto e senza nemmeno accorgermi mi trovai a cambiare.

Purtroppo, nei lunghi anni di carcerazione mi lasciai con mia moglie perché La galera logora gli affetti ma per fortuna mi portavano mio figlio che ancora adesso non mi ha abbandonato perché quando ero fuori ho dato tutto me stesso e gli ho fatto capire quanto lo amavo. Però, quando sono uscito e sono tornato in quartiere, mi servivano i soldi e quindi, pur consapevole sono ricaduto in galera ma lui e tutta la mia famiglia non mi hanno abbandonato, perché hanno capito che non ero più quel rapinatore spavaldo e arrogante.

Ormai, anche se è tardi, mi sono sensibilizzato rendendomi conto che c’è chi sta peggio di me. Sono anche consapevole che a giugno entrerò in dialisi e questo mi ha mandato un po in depressione. In ogni caso, io sto combattendo e ho fatto questo mutamento grazie alle persone che mi sono state vicine e tramite anche la consapevolezza che lo studio è tutto, ti aiuta a superare la presunzione e l’arroganza, aprendoti agli altri.

In un’altra vita vorrei fare il professore per spiegare a tutti i ragazzi che la libertà è tutto e che il resto è solo un fuoco di paglia, io ho perso tanto in questa vita. Anche se credevo di avere tanto, alla fine la vita ti presenta il conto.

Adesso compirò 56 anni e faccio i conti con me stesso, mi rendo conto che tutta la mia arroganza e la prepotenza era dovuta a una rabbia che avevo già da ragazzino, era dovuta allo scontento e durante tutto il mio percorso verso la criminalità che ho fatto nella gioventù non me n’ero mai accorto. Fino a quando, nel carcere di Prato mi hanno aperto una porticina e io l’ho tenuta aperta; allo stesso modo anche a Bergamo come a Prato ho fatto volontariato con la Caritas e i ragazzi Down. È stata un’esperienza bellissima che mi dava molto piacere perché mi sentivo utile.

Penso che nessuno nasce cattivo o arrogante ma in certi contesti sei obbligato a diventarlo e ti viene naturale per cercare di uscire dal ghetto. Quando ero ragazzino ricordo che andavo con il pullman a Milano e verso sera guardavo le luci soffuse delle case in zona Duomo, pensavo cosa succedeva in quelle case signorili e mi dicevo che da grande volevo anch’io abitare in quelle case. Infatti così feci, sono riuscito ad uscire dal quartiere ma con i soli mezzi che sapevo usare: la via più breve, quella dell’arroganza e della prepotenza. Tutto sembrava normale, non mi sono mai posto il problema che, per stare bene io, magari sottraevo o mettevo a rischio altre persone.

Mentre ero latitante è nato mio figlio, la cosa più bella che mi è rimasta della vita movimentata che ho avuto. Lui non ha preso la mia strada e questo mi rende molto fiero. Spero che presto riuscirò a migliorare la mia famiglia vicina. Ho capito che fuori è pieno di brava gente, basta cercarla.

Volevo ancora ringraziarvi per il vostro tempo perché con il gruppo adesso posso di nuovo rimettermi in gioco, potendo parlare e confrontarmi con delle persone che cercano di capire il perché di tanta cattiveria e arroganza. Spero che con questo mio umile scritto sono riuscito ad esprimere il mio punto di vista.

Vito Montenegro

I Sentieri dell’arroganza

Fino alla 5° elementare

In risposta ai temi degli ultimi incontri, ho piacere di raccontare come ho vissuto la mia infanzia. A scuola ho frequentato fino alla quinta elementare, provengo da una famiglia composta da 9 figli, mio padre si occupava di una impresa di trasporti e logistica, e mia madre, casalinga, accudiva tutti noi.

Volendo realizzare i miei sogni con i mezzi più veloci, sono arrivato a possedere delle armi, motivo per il quale venni arrestato all’età di 13-14 anni, e successivamente rilasciato.

Continuavo con la mia testardaggine e arroganza non dando ascolto ai miei genitori, che vedevo come impedimento e quindi entravo continuamente in contrasto con loro.

Da lì a pochi mesi vengo nuovamente arrestato per una rapina commessa in banca all’età di 14-15 anni. Entro quindi nel carcere minorile dove, per evitare di subire, mi dovetti adeguare e talvolta anche usare violenza.Torno in libertà all’età di 21 anni, con la voglia finalmente di poter vivere la mia vita.

Inizio a frequentare una ragazza che poi diventerà mia moglie. Nonostante il nostro amore, io non riuscivo a capire che la mia arroganza creava solo del male ad entrambi e alle persone che ci circondavano.

All’età di 24-25 anni vengo nuovamente arrestato e mi vengono contestati numerosissimi reati che sto ancora espiando. Nei primi 10 anni di carcere ha prevalso in me quella mentalità arrogante.

Piano piano grazie all’amore che i miei genitori mi trasmettevano ed anche grazie a mia moglie che, nonostante tutto, mi è stata sempre accanto, dentro di me maturavano sensi di colpa. Vedevo i miei figli crescere e mi vergognavo di raccontar loro perché mi trovavo in carcere.

Quindi nonostante i regimi di isolamento in cui sono stato per 5 anni, ho voluto riprendere a studiare, e così pian piano ho arricchito il mio bagaglio culturale, nei limiti del possibile.

La mia vita da uomo libero è stata molto breve. Se oggi mi ritrovo a riflettere sul mio trascorso è anche grazie agli incontri settimanali con il gruppo della trasgressione che mi ha indotto a guardarmi dentro e a prendere consapevolezza dei miei errori.

Anche se non posso rimediare al male fatto, mi auguro di poter essere d’aiuto al fine che altri giovani incerti possano anche, riflettendo sul mio passato, cercare una vita virtuosa per il loro futuro.

“Questo è il mio teorema di Pitagora”. Sempre grato per il vostro supporto morale, cordialmente vi saluto.

Alessandro Strano

I sentieri dell’arroganza

I palazzi e il mio castello

L’arroganza è un tema che in questo ultimo periodo si sta trattando al gruppo e che mi porta a fare una ricerca su di me e i miei trascorsi. Io per primo penso di aver esagerato, anche perché un tempo non davo alla parola lo stesso significato che le do oggi. Infatti l’attribuivo a un personaggio arrogante, scorbutico, maleducato e fastidioso, senza accorgermi che nella descrizione rientravo anche io.

Quando ero giovane, a fine anni 80, mentre nell’hinterland milanese crescevano i palazzi, a Corsico-Buccinasco arrivavano famiglie nuove. Noi ragazzi di strada -dico così perché purtroppo io l’educazione l’ho appresa lì- facevamo capire a tutti che eravamo noi a comandare, con le buone o con le cattive maniere.

Quando ero piccolo mi domandavo perché gli altri avevano le cose e io no. Qualsiasi cosa, materiale o no, quando la volevo, dovevo averla punto e basta. Ditemi se non era questa arroganza! Durante l’adolescenza mi sentivo maturo e forte, in un modo sbagliato dico oggi, tanto che andavo in giro con persone molto più grandi di me. A 15 anni già avevo un’auto mia e, facendo il furbo, mi vestivo con gli abiti di mio padre per apparire più grande ed evitare i posti di blocco.

Gli anni passavano e la mia arroganza cresceva: avevo acquistato “rispetto” dagli altri, mi sentivo superiore e potente su tutti e questo era ciò che volevo. Oggi la vedo con altri occhiali, un tempo era pura ignoranza: parete dopo parete, mi ero costruito un castello, non sapendo che stavo tirando su la stanza dove sto chiuso da 20 anni.

Viste le mie esperienze negative passate e la consapevolezza di adesso, oggi cerco di non trascurare più nulla, apro le orecchie e ascolto gli altri e soprattutto me stesso, ho un nuovo modo di vedere la realtà e cerco di usare gli strumenti che un tempo avevo lasciato sotto la polvere.

Ho deciso di scrivere del mio passato perché penso che molte fasi della mia vita rispecchiano i temi che trattiamo al gruppo, qui in carcere e agli. incontri con i ragazzi delle scuole. Ad ogni modo, sono convinto che un briciolo di arroganza noi tutti l’abbiamo, ma sta a noi come utilizzarla. Ad esempio il proprietario di una ditta potrebbe usare la sua arroganza e il suo potere con i suoi dipendenti: ognuno ha il suo tasto o bottone di arroganza, se vuole lo preme, altrimenti no; anche qua in carcere può succedere e qui mi fermo.

Potrei andare avanti con tanti altri paragoni, però quello che mi dà fastidio è vedere tanti ragazzi insoddisfatti della vita, rovinarsi per niente, molti dei quali inconsapevoli di quello cui vanno incontro, proprio come la maggior parte di noi qua.

Tornando a parlare di me e della mia vita, anche io ho cominciato con il bullismo, cosa comune tra i ragazzi di oggi. Dopo un po’ il bullismo non basta più perché diventa la normalità e allora si passa a combinare cose più grandi che non ci si rende conto. E secondo te, uno da giovane si ferma a pensare? Macché!

Ogni giorno ne fai una più grossa. Ma oggi questo posso paragonarlo a un castello fatto di sabbia che con una semplice onda viene spazzato via, e così arrivi qua dove sto io, messo di fronte alle scelte sbagliate che sono state prese nella vita.

Se scrivi “carcere” e sposti due vocali, la parola diventa “cercare”, ed è proprio questo che sto facendo da qualche anno a questa parte, anche con l’aiuto del gruppo: cerco cosa mi ha spinto dentro questa cruda realtà che vivo ogni giorno. Oggi me ne rendo conto: un’adolescenza molto burrascosa, senza dare valore a quello che avevo davanti, tutto era normalità, dove sono cresciuto era così, l’arroganza regnava, la strada era quella, ho preso il vicolo sbagliato e si vede, e purtroppo tutt’oggi è ancora così per altri ragazzi.

Posso provare rammarico per il passato ma non per il mio presente. Se penso ai valori che ho acquisito durante questi anni, mi riprometto di non provocare dolore a chi mi è vicino, compresi voi membri del gruppo.

Ciao a tutti,
Nunzio Galeotta

I sentieri dell’arroganza

Come credere in chi è morto?

Di fronte a quanto accaduto al Beccaria inorridisco ma non provo stupore.

Dio è morto. L’hanno cantato i Nomadi, ma Friedrich Nietzsche li aveva preceduti di oltre un secolo. La religione non rappresenta più un centro di irradiazione di principi e comportamenti socialmente condivisi. Ognuno sembra essere Dio di se stesso, capace di decidere che cosa è giusto e che cosa sbagliato e agire di conseguenza.

Il padre è morto. L’autorità in famiglia, a scuola, nello Stato non riesce più a stabilire criteri condivisi di comportamento e tanto meno a farli rispettare. Sempre più spesso chi ha un potere non lo esercita in maniera illuminata ed equanime.

Il risultato è che i deboli (socialmente o moralmente), gli infelici (per sorte o per colpa), gli ultimi (per provenienza o per responsabilità propria) si sentono autorizzati a comportamenti abusanti. L’autorità poco degnamente esercitata e volta all’abuso genera comportamenti abusanti ad ogni livello.

Come ridare credibilità a un’autorità ormai svilita?

È una domanda che tutti, ad ogni livello, dovrebbero porsi, autorità comprese. Credo che la risposta sia molto difficile, ma sono convinta possa essere trovata a condizione che l’affermazione di partenza sia condivisa e che la sua costruzione sia frutto di una collaborazione di  intenti da parte di uomini capaci e di buona volontà.

Nuccia Pessina

I sentieri dell’arroganza

Il gelato dell’arroganza

Buongiorno, sono Ignazio. Al gruppo della Trasgressione è un periodo che ci si confronta sui nostri ricordi e sugli inizi della nostra arroganza. Io penso che l’arroganza è nella mente di tutti noi. Ma cosa è l’arroganza? E’ un vanto di sé stessi e disprezzo degli altri.

Sono nato in un paesino della Sicilia e, quando ero giovane, ricordo che per chiedere un gelato usavo quel modo arrogante e chi era dall’altra parte si indeboliva.

Ricordo che il paese era diviso da due categorie di ragazzi ma anche di famiglie. Il modo di fare e la parlata arrogante nutriva il nostro esistere, a differenza di quei ragazzi, figli di genitori acculturati professori, notai ecc., insomma la gente di Piazza che avevano belle case e vicino al comune al centro del paese.

Invece io e i miei compagni vivevamo in un quartiere fuori paese, dove vedevi solo campagna, senza lampioni e senza numero civico, tra i contadini e pastori. Quei ragazzi non sapevano che esisteva il nostro quartiere. Erano obbligati dai loro genitori a fare certe vie e a non frequentarci. A scuola venivano con belle scarpe e bei vestiti, anche con il motorino e con quell’aria che esistevano solo loro.

Anche questa differenza accresceva la nostra arroganza, la coltivava, il non avere fa ingelosire e così si comincia a rubare, a spacciare e a fare omicidi. Questo è il mondo dove la maggior parte dei giovani cresce con la presunzione di poter fare quello che vuole, senza pensare agli altri.

Anche per questo motivo sono stato allontanato dalle braccia di mia madre. Avevo 14 anni, mio fratello maggiore mi portò via, per andare in Lombardia per costruire un futuro. All’inizio non volevo stare a Milano, non c’era più la campagna, quel bel sole, mi mancava l’affetto di mia mamma, i miei amici veri, non ero più libero, stavo chiuso alla sera, non uscivo, avevo vergogna di parlare, paura che mi perdevo, non sapevo bene l’italiano, non avevo amici, uscivo solo con mio fratello per andare in giro col camion a comprare del ferro, quando c’era il padrone, oppure giravamo per rubarlo.

Questo tira e molla di lavoro mi ha fatto conoscere tante gente. Il mio obiettivo, l’essere siciliano e quell’arroganza mi hanno portato a fare strada. Piacevo, ero simpatico, ci sapevo fare con le macchine da vendere, che poi ho trasformato in autodemolizione, credo anche che quell’arroganza che ho usato per crescere sul lavoro mi è stata d’aiuto con i clienti e anche con gli operai per migliorare il senso del lavoro. Però dentro di me cresceva un male: volevo soldi e potere e andare sempre più in alto, non mi accorgevo che ero entrato in un’aria grigia, non vedevo più se era giusto o sbagliato fare certe cose.

Oggi col Gruppo della Trasgressione riesco a parlare, a sentire, a capire la responsabilità del male fatto a quelle persone che non conoscevo, ma di sicuro avranno sofferto per questa mia arroganza, quella di aver fatto rubare tante macchine per vendere i pezzi e ingrandire il mio potere e non pensare agli altri che soffrivano.

Il gruppo ti fa arricchire di sani valori, so che la libertà delle persone non va tolta, la consapevolezza del male fatto serve per una crescita della nostra vita, sia in carcere che fuori dalle mura. Partecipare a incontri dentro il carcere o nelle scuole è utile per noi detenuti, per gli studenti e per i nostri figli. Raccontiamo come si è sviluppata la nostra arroganza e credo che questo può essere d’aiuto a non commettere gli stessi nostri sbagli.

Ignazio Marrone

I Sentieri dell’arroganza

 

Morte dell’autorità e identità deviante

L’arroganza viene definita come un senso di superiorità nei confronti del prossimo, che si manifesta con un costante disdegno e un’irritante altezzosità. Essa si manifesta nella vita quotidiana parlando sopra gli altri, ignorando le opinioni altrui, sminuendo le capacità o i meriti degli altri.

Ma da dove nasce questa caratteristica dell’uomo e quindi di noi tutti? Il gruppo della trasgressione sostiene che l’arroganza, pur se nel tempo potrà diventare una carattreristica individuale, va considerata un tratto della relazione tra il soggetto e la sua autorità di riferimento. Essa, infatti, nasce da una relazione malata tra il soggetto e l’autorità, soprattutto nel periodo dell’adolescenza, tanto più quando il ragazzo si trova a scontrarsi con dei genitori che vive come autorità opprimenti, svilenti e negative.

Da qui l’adolescente interiorizza una figura di riferimento negativa, alla quale si abitua a contrapporsi con arroganza. L’interiorizzazione di questa figura soffocante ha come conseguenza una sfiducia verso tutte le autorità sulle quali il giovane proietta i suoi sentimenti interni e che vede come poco stimabili; questo causa di nuovo comportamenti strafottenti e risposte deludenti o addirittura violente, alimentando un circolo vizioso.

Il giovane vive quindi una situazione ambivalente: da un lato di scontro e di odio verso i propri genitori, perché vuole affermarsi, diventare indipendente, non preoccuparsi del giudizio di questa autorità così opprimente sulla sua autonomia; dall’altro, ha bisogno di una figura solida cui fare affidamento per riuscire nei suoi compiti evolutivi.

Il giovane è combattuto e non sa dove andare a parare e in chi o in cosa riporre la sua fiducia, ed è qui che diventa cruciale l’ambiente e tutto ciò che circonda la sua vita ed è qui che il gruppo della trasgressione trova un legame con il tema della delinquenza: nel gruppo dei pari si trova quella affermazione di sé, quel potere, quel riconoscimento che tanto si stavano cercando.

Chiaro è che, se si cresce in contesti degradati, scivolare verso la delinquenza è una strada in discesa: La conferma del gruppo dei pari in risposta ai primi reati, la rabbia verso i genitori che hanno perso credibilità portano il ragazzo a delinquere, facendolo sentire autorizzato a procedere nel reato e a ricavarne senso di autostima e di potere.

Il tema dell’arroganza viene trattato in diversi ambiti, come letteratura, arte e mitologia, e con alcuni esempi viene più semplice spiegare quanto discusso prima. Il primo esempio può essere il mito di Sisifo, che viene peraltro interpretato dal gruppo in teatro. Questa la sintesi: Sisifo è un giovane adolescente che si sente trascurato dalle proprie figure di riferimento, in lui cresce un senso di rabbia e arroganza che, unita alla sua grande intelligenza, lo porta ad ingannare gli dei per ottenere l’acqua che lui desiderava. Nella mitologia, questo comportamento irriverente e presuntuoso può essere interpretato come una sfida alla volontà divina o come un tentativo di superare i limiti imposti dagli dei, che quindi decidono di punirlo con la famosa fatica di Sisifo.

Altro esempio della mitologia, che spiega bene il tema dell’arroganza e si accosta facilmente all’interpretazione che ne dà il gruppo della trasgressione, è il personaggio di Icaro, il quale dotato delle ali di cera costruite dal padre e accecato dall’entusiasmo e dall’ambizione di volare sempre più in alto, ignora i suoi moniti e si alza sempre più vicino al sole. Di conseguenza, le ali di cera si sciolgono e Icaro precipita in mare. La sua arroganza viene intesa come la sua decisione di ignorare i consigli e gli avvertimenti di suo padre, credendo di essere invincibile e di poter superare le leggi della natura. L’ambizione e il desiderio di provare il proprio coraggio e la propria audacia lo portano alla rovina.

Sulla stessa scia dei precedenti esempi, Dante nel canto XIV dell’Inferno incontra Capaneo, un guerriero greco della mitologia, anche lui noto per la sua superbia e il suo disprezzo per gli dei, infatti è nel girone dei bestemmiatori. L’arroganza del personaggio mitologico era diretta principalmente contro Giove e la sua autorità divina. Capaneo si considerava al di sopra degli dei e si rifiutava di sottomettersi alla loro volontà, sfidandoli apertamente con le sue parole audaci “O Giove, scommetto che nemmeno tu riuscirai a fermarmi!”, così Giove lo polverizza immediatamente con un fulmine. La sua pena consiste nel giacere supino su una pianura di roccia bruciante sotto una pioggia di fuoco e, mentre è tormentato dalle fiamme, emette urla di dolore e bestemmie contro Dio. Il dannato non è ateo, anzi riconosce la presenza di Dio, ma gli si vuole opporre perché crede soltanto nel proprio valore e nel proprio coraggio, proprio come l’adolescente che si ribella alle figure genitoriali.

In conclusione, quando l’adolescente perde fiducia nelle sue figure di riferimento, in lui nasce un sentimento di rabbia e cresce l’arroganza; i genitori di fronte a questo atteggiamento di sfida tendono sempre meno il braccio della protezione e del contenimento e questo alimenta sempre più il dolore e la sfiducia dell’adolescente.

Egli, non riuscendo a governare questi sentimenti in modo corretto, reagirà al lutto dell’autorità perduta cercando una compensazione nel gruppo dei pari che, se è a sua volta caratterizzato da delusioni, rabbia e arroganza, porterà il giovane a intensificare la sua condotta delinquenziale e a cristallizzarsi nella propria identità deviante.

Benedetta Comoglio

I Sentieri dell’arroganza

Icaro e Panagulis

L’arroganza è presente in ognuno di noi, in qualche modo rende possibile affermare la nostra identità, permettendoci di vivere con gli altri. Una giusta dose è quindi necessaria alla convivenza con gli altri, è come una spinta che permette di credere in sé stessi, nelle proprie facoltà e capacità di agire in un mondo sempre più mutevole e incerto.

Ma è possibile stabilire un limite entro il quale contenere un’arroganza sana, “normale” e quindi adattativa? Quando si può parlare invece di un’arroganza non socialmente accettabile, in questo senso quindi non addomesticata?

Credo che il confine fra le due tipologie di arroganza venga oltrepassato quando un soggetto viola la libertà altrui, provocando nell’altro un malessere, sia esso psicologico o fisico. In questo caso, infatti, l’arroganza non è più motivata dal desiderio di essere riconosciuto come soggetto o di affermare le proprie istanze, ma diviene un metodo per attuare un sopruso. È adoperata per dominare l’altro, imporre le proprie idee e la propria volontà, sfruttando l’altro come un mezzo per raggiungere i propri fini e senza riconoscergli la dignità di persona.

Durante il periodo dell’adolescenza è una problematica che diventa centrale, infatti l’adolescente, in quanto essere in divenire, prova un grande bisogno di affermare la propria identità. Per far questo spesso può assumere un atteggiamento arrogante nei confronti dei genitori, degli insegnanti e dell’autorità in genere.  Queste manifestazioni di arroganza possono in alcuni casi anche sfociare in atti di violenza e di aggressione qualora questa autorità venga percepita come respingente o ingiusta.

È possibile, inoltre, riconoscere nel fenomeno del bullismo, una delle manifestazioni di arroganza più comune fra i ragazzi. In questi casi, ci si nasconde dietro una maschera per celare la propria reale fragilità e insicurezza.

In questo senso vorrei far riferimento al mito di Icaro, il quale riceve le ali con penne di uccello, sigillate alla schiena con la cera da Dedalo. Il padre gli fa una raccomandazione, quella di non allontanarsi troppo da lui e di non avvicinarsi troppo al sole, per evitare che si sciolga la cera delle ali. Icaro però, affascinato dal sole, si dimentica dell’ammonizione del padre e precipita in mare. Egli ha voluto volare più in alto, pensando che niente potesse arrestarlo e questo atteggiamento diventa la causa della sua rovina. Pensava di essere più saggio di suo padre e di essere invincibile, ma così facendo porta danno a sé stesso e a coloro che lo circondano.

La sua vicenda conferma che la sensazione di potere inebria fino a illudere di essere portatori di qualità superiori e che nessuno può eguagliare.

Per sviluppare la tematica in un’altra direzione, vorrei anche esaminare il rapporto fra suddito e tiranno, dove si vede l’ambiguità dell’arroganza e la sua difficile categorizzazione. Per parlare di ciò, farò riferimento alla storia di Alexandros Panagulis, politico, rivoluzionario e poeta greco da cui è tratto il libro “Un Uomo”.

Egli nel 1968, nel periodo in cui la Grecia cadde sotto la dittatura di Papadopulos, decise di opporsi attentando alla vita del tiranno a capo del regime. Il tentativo però fallì e venne condannato a morte, successivamente ricevette un’amnistia e venne incarcerato per svariati anni. Durante questo periodo fu sottoposto a torture indicibili, negli ultimi anni addirittura gli fu assegnata una cella a forma di tomba per evitare ulteriori tentativi di fuga e per punirlo per le sue continue ribellioni. Egli, infatti, durante il periodo di carcerazione continuò a sfidare il potere costituito, servendosi del suo grande intuito e della sua capacità di infastidire coloro che lo seviziavano. Continuò a lottare per guadagnarsi la libertà, motivato ad affermarsi come individuo in una società fondata sul principio del sopruso e della sopraffazione. Per farlo si servì quindi della violenza, però ciò che lo muovevano erano gli ideali di libertà e di lotta contro un potere ingiusto.

In questa storia possiamo osservare due tipi di arroganza, quella di Aleksandros e quella dei carcerieri e del tiranno. La prima è però un’arroganza mossa da alti ideali, il suo fine ultimo era quello di liberare il popolo greco dal giogo del tiranno. Dall’altro lato abbiamo un sistema creato appositamente per dominare il popolo servendosi del potere militare praticando la violenza verso qualsiasi suddito provi a sfidarlo. Questi sudditi sono quindi agli occhi del potere uomini senza volto e senza dignità.

Possiamo quindi notare che l’arroganza è un tema complesso, che vale la pena studiare da svariate angolazioni, senza dare per scontato che essa riguardi solo chi è malato, asociale e tale da dovere essere punito senza ulteriori domande.

Gaia Mariani

I sentieri dell’arroganza

Stava sul podio

Stava sul podio come
un dio onnipotente
con sguardo duro ma
non lungimirante.

Pensava al domani ma
non al futuro e niente
e nessuno gli faceva
paura.

La sua corazza
non era la forza si circondava
di ceffi e cafoni.

Il suo carisma non dimorava
nel cuore era tutta
apparenza e niente sostanza.

Un pallone gonfiato di
boria inetta.

Dentro sé stesso un
castello di carta.

Un pusillamine senza
virtù cantava le gesta
di eroi del passato che
come fantasmi vedeva
la notte.

Di giorno vantava potere
e ricchezza con l’arroganza
di chi sa già tutto.

Altero e superbo oltre
misura si guarda allo specchio
con supponenza.

Il riflesso rimandava l’ego
di un misero uomo mortale.

Francesco Musitano

I sentieri dell’arroganza