Percorsi e derive del potere

Mercoledì 21/11/18
Casa di Reclusione di Milano Opera

Una riflessione fra persone con ruoli molto diversi, ma tutte legate dall’idea che uno dei pochi argini al delirio di onnipotenza cui il potere espone è quello della responsabilità verso i destinatari della nostra funzione.

A tutte le persone che intendono partecipare chiediamo di contribuire al buon esito dell’iniziativa osservando le seguenti indicazioni:

  • Le richieste di prenotazione (obbligatoria) all’evento vanno inoltrate a associazione@trasgressione.net fino a un tempo massimo di 10 giorni prima dell’evento
    • specificando chiaramente: Nome e Cognome, Luogo e Data di nascita e N° Carta d’identità,
    • allegando la fotocopia del proprio documento di identità.
  • Ingresso gratuito.
  • Le prenotazioni possono essere inoltrate individualmente, ma per snellire il nostro lavoro chiediamo la cortesia, quando è possibile, di cumulare più richieste in un’unica mail.
  •  E’ indispensabile essere presenti all’ingresso entro le 13:30. Via Camporgnago 40, Milano.
  • Allo scopo di facilitare i controlli all’ingresso e per evitare ritardi è necessario presentarsi senza cellulari, senza oggetti elettronici, chiavette USB, ecc.

  • Associazione Trasgressione.net: interventi di prevenzione al bullismo nelle scuole medie superiori e inferiori, il teatro sul mito di Sisifo, convegni su i temi del gruppo, concerti della Trsg.band;
  • Cooperativa Trasgressione.net: consegne di frutta e verdura freschi a bar e ristoranti e a gruppi di consumatori associati, le bancarelle nei mercati rionali con gli stessi prodotti, il restauro di beni artistici, lavori di manutenzione e di piccola ristrutturazione.

Progettare e lavorare con chi ha commesso reati giova al bene collettivo e alla conoscenza dei percorsi devianti più della pena che il condannato sconta in carcere

La squadra anti-degrado

Un commento su “Percorsi e derive del potere”

  1. ADESSO CHE TUTTO E’ FINITO…
    UN RICORDO DI PAOLO FINZI
    (Gianni Sartori)

    Coincidenze? La notizia della tragica morte di Paolo Finzi mi arrivava il 21 luglio (19° anniversario della macelleria messicana di Genova 2001) contemporaneamente a quella dell’imminente sgombero sia di Frigolandia (deposito della memoria antagonista-alternativa degli ultimi 50 anni, oltre che presidio di resistenza umana e culturale) che del Conchetta di Milano. Forse davvero un ciclo si va chiudendo definitivamente e per la mia generazione è il momento di passare il testimone.
    Avevo iniziato a collaborare con “A, rivista anarchica” (di cui Paolo era stato tra i fondatori, quindi redattore e infine direttore per quasi 50 anni) negli anni ottanta. Con un articolo – se non ricordo male – sullo sfruttamento di balene e delfini addestrati per scopi militari. Paolo l’avevo incrociato in precedenza a qualche manifestazione. A Carrara, nel 1972 (a qualche mese dalla morte di Franco Serantini che Paolo aveva ben conosciuto) c’era anche stato un incontro con Alfonso Failla, militante storico dell’anarchismo carrarese, destinato a diventare suo suocero e su cui scriverà una avvincente biografia. La mia collaborazione con “A” fu tutto sommato di lunga durata, nonostante qualche polemica e discussione per i miei spiccati interessi nei confronti di popoli oppressi e minorizzati. Situazioni di cui Paolo diffidava avvertendo talvolta un eccessivo“ odor di nazionalismo” (mentre chi scrive ne coglieva piuttosto l’aspetto legato alle lotte di Liberazione dal colonialismo, dall’imperialismo, dal capitalismo etc.). Alla fine comunque, pur se con qualche riserva, pubblicò anche miei articoli, interviste e reportage su Paesi Baschi, Paisos Catalans e Irlanda. Oltre che su Indios (Moseten, Uwa…), Sinti (vedi l’articolo su Paolo Floriani), Curdi, Armeni e Adivasi dell’India.
    Uscì anche un articolo su “Mio padre partigiano” dove raccontavo oltre che della “brigata Silva” (Colli Berici) anche del nonno “obbligato” e dello zio operaio aggrediti dai fascisti con manganelli e olio di ricino. E per il numero speciale del gennaio 2011 (quarantesimo di “A”) mi chiese di curare l’intervento su “Anarchismi e indipendentismi”.

    In seguito, anche se ci siamo visti di persona varie volte, sia a Milano (dove passavo in redazione) sia in occasione di incontri a Padova, Abano (per un concerto di Alessio Lega), Mestre (presso gli “Imperfetti”) e Vicenza, il solco fra noi era destinato ad ampliarsi. Soprattutto per qualche mia collaborazione con riviste e siti giudicati troppo “identitari”. Per me rappresentava un tentativo di portare nel caotico ambiente autonomista e indipendentista tematiche anti-capitaliste, anti-gerarchiche, ecologiste etc.(fermo restando che riuscirci è sempre un altro paio di maniche).
    La rottura definitiva (dopo un primo temporaneo “congelamento”) risaliva a tre anni fa e sinceramente avevo sempre sperato che prima o poi ci saremmo spiegati e magari riconciliati.
    Invece il 20 luglio, in una stazione di Romagna, Paolo ha scelto di andare direttamente contro la morte, guardarla in faccia e morire in piedi a fronte alta. Una scelta alla Guy Debord degna di lui. Presumo non abbia voluto assistere passivamente al proprio declino dopo una vita trascorsa sulle barricate della Storia, in direzione ostinata e contraria, a pugno chiuso. Da anarchico.
    E mi torna in mente l’ultima volta che ci siamo visti, proprio in un’altra stazione. A Vicenza dove lo avevamo invitato, a Villa Lattes, per parlare del suo amico Fabrizio De André. Dopo un breve rimpatriata con Matteo Soccio alla Casa per la Pace, in attesa del suo treno per Milano (e della mia corriera per il paesello) parlammo a lungo delle radici “partigiane” e antifasciste delle rispettive famiglie.
    Mi raccontò soprattutto di sua madre Matilde Bassani. Partigiana combattente, era cugina dello scrittore Giorgio Bassani e di Eugenio Curiel (ucciso dai fascisti nel 1945).
    Vorrei ricordarlo con questa breve intervista, realizzata quattro-cinque anni fa, dove avevamo affrontato la questione ebraica su cui talvolta erano sorte discussioni (soprattutto in rapporto a quella palestinese).

    Un incontro con Paolo Finzi della redazione di “A, Rivista Anarchica”

    Con Paolo Finzi, ebreo ateo (precisa) e anarchico, abbiamo parlato di antisionismo. “Una questione che – sostiene – generalmente procede in parallelo con l’antisemitismo da cui trae alimento”. Ben sapendo, ovviamente, che i termini “semitismo” e “antisemitismo” nel linguaggio corrente vengono usati in modo improprio. Giornalista, saggista, unico superstite della originaria redazione di “A, Rivista Anarchica”, militante storico della sinistra libertaria (amico personale, tra gli altri, di Giuseppe Pinelli, Fabrizio De André e Don Gallo), Finzi si è occupato a lungo del fenomeno delle persecuzioni, soprattutto di quelle passate e presenti contro Rom e Sinti. Nel 2006 aveva prodotto il doppio DVD con libretto “A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari”. Da anni tiene conferenze (molte nelle scuole) sulla multiculturalità, le persecuzioni, la Memoria. Recentemente presso la comunità cattolica alle Piagge (Firenze), chiamato da don Alex Santoro.
    Presumo che qualcuno avrà da ridire sulle opinioni espresse da Paolo Finzi in merito allo stato di Israele. In ogni caso la sua era una campana che andava ascoltata, altrimenti il “pensiero unico” che scaraventiamo fuori dalla porta poi rientra dalla finestra (o viceversa, non ricordo).

    D. Quale differenza vedi tra antisemitismo e antisionismo, termini spesso usati in maniera indifferenziata?

    R. Premetto che non mi considero un esperto in senso accademico e che le mie riflessioni sono in gran parte legate al mio vissuto. Sorvoliamo pure sul fatto che il termite “semita” viene utilizzato in maniera etimologicamente errata e prendiamo atto che ormai “antisemita” è sinonimo di antiebraico. Mentre l’antisemitismo è un problema storico di vecchia data legato all’esistenza plurimillenaria degli ebrei, l’antisionismo ovviamente è un fenomeno più recente, successivo alla nascita del sionismo nel XIX secolo. Il sionismo si definisce nell’ambito dei movimenti ottocenteschi di liberazione e di costituzione nazionale. Con la differenza (rispetto per esempio al Risorgimento) che si applica ad un popolo disperso in vari paesi e non per propria scelta. Un popolo da riunificare, su principi di libertà e convivenza civile, nella prospettiva della realizzazione di una entità nazionale. Quindi anche l’antisionismo è relativamente giovane, circa un secolo e mezzo. Oggi i due termini si confondono, soprattutto dal 1948 quando nacque lo Stato di Israele, in un contesto e con modalità che i tanti antisionisti attuali ignorano o vogliono ignorare (il che è lo stesso).
    Mi si consenta una battuta. Israele è l’unico posto al mondo dove “uno sporco ebreo è solo un ebreo che non si lava”. Rende l’idea del perché, nonostante l’estrema frammentazione (politica, religiosa, di nazionalità, ecc.), tra Ebrei e Israele esista un rapporto così intenso, profondo… (il che non significa approvare tutto quello che fanno i governi israeliani).
    D’altra parte val la pena ricordare che molti Ebrei prima della nascita dello Stato di Israele erano contrari al sionismo (vedi il Bund, grande sindacato dell’Europa Centro-Orientale). Dopo la nascita di Israele, essere antisionisti assume un altro significato.

    D. Soprattutto a sinistra, ma anche in certa “destra radicale” ( peraltro strumentalmente, ricordando da che parte stavano i neofascisti italiani in Libano) l’antisionismo si presenta come anticolonialista, una scelta di campo a fianco degli oppressi. Questo atteggiamento, a tuo avviso, è sempre autentico o talvolta maschera un razzismo antiebraico di fondo?

    R. Ritengo che molta gente parli senza ben conoscere le cose di cui si occupa. Spesso chi si definisce antisionista non conosce i termini della questione. Si vede in Israele il luogo della confluenza degli Ebrei dopo la seconda guerra mondiale e si da per scontato il carattere anti-arabo e anti-palestinese di questa presenza. Come se gli Ebrei avessero imposto all’Europa (in preda ai sensi di colpa) la costituzione di questo stato a scapito dei Palestinesi. In base a questa lettura l’antisionismo diventa l’opposizione al colonialismo israeliano. Dopo la Guerra dei sei giorni (1967) in particolare abbiamo assistito ad un mutamento politico di gran parte della sinistra italiana (all’epoca rappresentata soprattutto dal PCI) che divenne ostile nei confronti di Israele, spesso mischiando la critica alla politica dei vari governi con la negazione della legittimità dell’insediamento “sionista”,
    Va anche aggiunto che lo stesso sionismo, rispetto alle origini ottocentesche, si è modificato. La questione è molto complessa, densa di problemi. Basti pensare a quanti interessi economici sono in gioco in quell’area, non solo il petrolio.

    Al di là dei singoli episodi (come recentemente in Francia) dovrebbe preoccupare la vasta presenza nella società di sentimenti antiebraici. Da un certo punto di vista l’ignoranza, i pregiudizi, l’opinione che gli Ebrei sono “una setta che pensa a fare soldi”, ecc. e tutti gli altri stereotipi diffusi a livello popolare possono essere più nocivi di Le Pen o del pazzo di turno che compie una strage. Esiste un continuum sociale che in determinate circostanze parte dalla piccola intolleranza o insofferenza quotidiana e arriva fino all’odio generalizzato e alla fine fa accettare tutto, anche le camere a gas.

    D. Il sionismo, la “questione ebraica”, così come la “questione palestinese” in alcuni paesi arabi, talvolta sono apparsi come un pretesto per distogliere l’opinione pubblica dai problemi interni. La tua opinione?

    R. In Europa gli Ebrei, così come Sinti, Rom e altre minoranze o soggetti “deboli” (v. gli albanesi negli anni ’90, i rumeni nell’ultimo decennio…), sono stati spesso utilizzati per coprire le contraddizioni di un paese. A conferma delle teorie che il “nemico interno” al potere serve sempre. Ovviamente è sempre meglio utilizzare quelli con un ruolo ormai consolidato di “diversi”, non-assimilabili, vittime predestinate. E gli Ebrei, sia per la loro perdurante esistenza che per la loro volontà appunto di non assimilazione, si prestano ottimamente. Non si dovrebbe dimenticare che in molti paesi tra i vari filoni dell’antigiudaismo ha giocato un ruolo rilevante anche quello di matrice cristiana.
    Mi piace altresì sottolineare che negli ultimi tempi ci sono stati passi avanti da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Così come, nel corso della storia e soprattutto durante le persecuzioni ad opera dei nazifascisti ci sono sempre stati frequenti esperienze di dialogo e solidarietà da parte di singoli credenti e religiosi.
    Mia madre, ebrea e socialista, partigiana combattente, a Roma, ricercata dai nazisti, riparò in un convento cattolico e lì fu protetta.
    Gianni Sartori

    nda Con il termine sionismo si indica un movimento sorto nel 1882 per “riportare a Sion” gli Ebrei della diaspora. La nascita coincide con una recrudescenza delle persecuzioni nella Russia zarista e con la fondazione a Varsavia del gruppo Chovevè Sion.

    Risale allo stesso periodo la fondazione della prima colonia ebraica in Palestina e la diffusione di “Autoemancipazione” pubblicato da Lev Pinsker a Odessa. Determinante l’impegno di Theodor Herzl per ottenere garanzie giuridiche internazionali a favore degli insediamenti ebraici. Nel 1897 Herzl convocò il primo congresso sionista dando origine alla Zionist Organization (Organizzazione sionista) e al Jewish National Fund (Fondo nazionale ebraico). L’immigrazione divenne più consistente a seguito della “dichiarazione Balfour” del 2 novembre 1917 con cui il ministro britannico si impegnava a favorire la costituzione di una sede nazionale ebraica. Tra i nuovi immigrati era prevalente una componente operaia rappresentata da partiti e movimenti come Poalé Zion (Operai di Sion) e Hapoel Hatsair (“Il giovane operaio”). Nel 1919 nasceva Ahdrut Haavoda (“Unità del Lavoro”) da cui in seguitò si staccò il Partito comunista di Palestina. Su posizioni di destra, il Partito sionista revisionista fondato nel 1924 da Vladimir Jabotinsky. Nel 1931 la milizia giovanile di questo partito, Betar, divenne l’Irgum Zwai Leumi, responsabile dell’attentato al King David Hotel (luglio 1946) e del massacro di Deir Yassin (aprile 1948). Nel novembre 1947 l’Onu approvò un piano di spartizione della Palestina. Allo scadere del mandato britannico, 15 maggio 1948, il comitato esecutivo controllato dai dirigenti sionisti si trasformò nel governo provvisorio della neonata nazione israeliana.
    G.S.

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