Il mondo vuole sorridermi

Il mondo vuole sorridermi
io non voglio sorridergli…
cercavo la libertà, ma ora che l’ho conquistata
capisco che non la desidero

ciò che voglio è non capire…
vorrei non essere padrone della ragione,
vorrei chiudere gli occhi per non riaprirli…

mi accorgo di essere solo,
sì, solo adesso riesco a vedere ciò che mi circonda…
ho paura di vivere in un mondo non più mio,
che accoglierà questa vecchia carcassa,
questo orologio arrugginito
che è rimasto fermo sempre sulle due…

il mondo vuole sorridermi
io non voglio sorridergli…

cosa so io di libertà?
cosa so io di rapporti con l’essere umano scalzo?

Sono un tubetto di dentifricio vuoto,
sono un foglio accartocciato
che rotola lungo un corridoio desolato…
sono un insieme di ossa che vagano
sotto un cielo stellato che l’occhio non vede…
sono un’anima oramai priva di identità
che rincorre una veste che potrebbe scaldare il mio corpo…

cercavo la libertà, ma ora che l’ho conquistata
capisco che non la desidero
era una speranza alla quale aggrapparmi,
un traguardo da raggiungere per rimanere vivo…
non è ciò che voglio, ciò che voglio è imparare ad amarmi.

Oggi mi guardo allo specchio e non trovo quel ragazzo luccicante,
adesso c’è un uomo con gli occhi vuoti,
ho paura a guardarlo…
sono finalmente libero e ho paura, ho paura…

il mondo mi sorride e io tento di contraccambiare
con un sorriso triste di circostanze opprimenti…
nella testa ho mille esplosioni,
il corpo si muove per abitudine…
sono libero, finalmente libero,
ma io non voglio questo,
poi, dopo un secondo sono felice,
faccio un sorrisone al mondo
e il mondo s’incupisce, non sorride,
torno alla confusione…

cammino per le strade con occhi bassi, sento gracchiare,
scruto in lontananza il pennuto corvo ormai grigio,
lo raggiungo, m’inginocchio a lui
parlando di paure e frustrazioni incomprensibili…
con le zampette prende la rincorsa e vola,
alzo gli occhi scrutando il volo arrogante di un amico indifferente,
sudo freddo, ho le palpitazioni…

apro gli occhi accorgendomi che un sogno illumina
un orologio puntato sulle due…
sono libero e non ci sono corvi o margherite
che crescono in mezzo al cemento,
non trovo più le rose che avvolgono il mio corpo
come tra le spire di un serpente,
non c’è più l’odore acre delle grate arrugginite
che perforano le mie narici,
non ci sono più i demoni che facevano burle alla solitudine…
tutto questo adesso non c’è più,
e… cosa mi è rimasto?

Lo so io cosa mi è rimasto…
Un sorriso anziano intrappolato
tra le corde di un violino che suona una melodia lontana.
Mi è rimasto un pugno di poesie che narrano la storia del bimbo uomo tramutato in un giovane anziano…

Questo è ciò che mi rimane,
un viaggio a ritroso con i volti dei partecipanti,
le loro voci, i loro occhi, gli abbracci mai dati…
il mondo mi sorride e io cosa devo fare?
Gli sorrido o no?
Apro gli occhi e sono ancora le due.

Marcello Cicconi

Poesie

Mio caro muro

Nonostante i miei limiti in materia, rimango affascinato ogni volta che leggo questa lirica. L’idea di un richiamo al passato governato dal presente mi ha dato modo di fermarmi a riflettere. Trovo sorprendente come si riesca a raccontare più cose nello stesso momento in cui vengono vissute.

Sono naufragato anch’io in questo e in tanti altri mari di pensieri e riflessioni e, andando avanti, questi
potrebbero essere infiniti…

Tra le tante riflessioni, una è stata I’idea che il passato, anche se passato, possa essere riorganizzato partendo dal presente… anche se nel mio caso, con in tasca un passato di gran lunga più pesante del futuro, il presente può a volte spaurire.

Andando avanti, ho pensato a come un ostacolo possa trasformarsi in un’opportunità e, nel caso di Leopardi, a un’infinità.

Questo mi ha avvicinato a Mohamed e alla sua presente situazione, con la mamma in ospedale e il dolore di non riuscire a ottenere l’autorizzazione per andare a trovarla senza la scorta armata. A Mohamed volevo dire di prendere questa chiusura (si spera temporanea) da parte delle figure istituzionali alla maturità che ha raggiunto come un’opportunità per dimostrare la sua forza e la sua capacità di rimanere in equilibrio.

Dare prova di quello che si può diventare è anche per me uno dei motivi che mi motivano a partecipare al gruppo della trasgressione. Vorrei mettermi in gioco e dimostrare che Giovanni non è solo quello che può emergere dal fascicolo ma è anche tanto altro. Se me ne sono reso conto io, potranno farlo le persone che mi auguro vogliano darmi l’opportunità di migliorarmi e valorizzare quello che sto diventando.

In tema di ostacoli, oggi il mio più grande è quello contro cui mi ritrovo a combattere ogni giorno, cioè IL MURO. L’arma di distruzione più potente al mondo perché, come ho letto da qualche parte e poi ho vissuto, il muro non è un’idea ma è proprio qualcosa che ti fa male senza nemmeno fisicamente toccarti.

E a proposito, caro bel muretto, voglio dirti che per me oggi tu sei come quella siepe sul colle di Recanati e mi auguro che continuerai ad esserlo fino a quando non ti avrò più davanti agli occhi!

Giovanni Oliverio

Officina creativa

Lettera al mio corpo

Ti ho maltrattato in passato. Ti ho negato il cibo quando avevi fame e te ne ho dato troppo quando non ne avevi bisogno. Mi sono vergognata di te, ti ho nascosto e non so ancora per quale motivo. Pensavo solo alla tua funzione estetica e non mi rendevo conto del male che ti stavo infliggendo.
Solo ora, con tutto il dolore che grazie a te riesco a superare, capisco quanto tu sia straordinario:
Grazie perché la mattina riesco a svegliarmi.
Grazie perché nonostante tutto sono ancora in piedi.
Grazie perché, anche se ti ho odiato, ci sei sempre stato.
Grazie perché, anche se qualche volta ti do la colpa per quello che mi succede, mi permetti di vivere.

 


La colonna rotta di Frida Kahlo

Un buco sulla pancia. Poi tre. Poi quattro e così via. La bocca che fa male, la gola gonfia che brucia e non mi permette di deglutire nemmeno la mia stessa saliva. Le mani gonfie, le vene rotte, i lividi sulle braccia. Il telefono sul comodino che non ho la forza di prendere. Non ho voglia di rispondere a tutti i “come stai?” degli amici e dei familiari preoccupati. Non ho voglia di ripetere altre mille volte quanto sto male. Non ho voglia di far preoccupare mia mamma che ha quella brutta abitudine di soffrire più di me quando sto male.

Ogni tanto penso a Frida Kahlo perché lei ha passato gran parte della sua vita a soffrire fisicamente, era malata e ha avuto un grave incidente. Nonostante tutto la sua produzione artistica fu molto prolifica e forse nacque anche dalla sofferenza.

Gloria Marchesi

Officina Creativa

Alberto Figliolia

Alberto Figliolia – Intervista sulla creatività

Gloria: di che tipo di arte ti occupi e qual è la sua origine?

Alberto Figliolia: di scrittura. Sono nato come autore, poi sono diventato anche giornalista e ora lo faccio come freelance, occupandomi di ciò che mi interessa (e in base ai miei tempi). In passato ho collaborato con diversi quotidiani o testate nazionali; nel frattempo ho continuato a scrivere libri muovendomi soprattutto nell’ambito della poesia e della letteratura sportiva, a volte anche unendo questi due campi. Faccio una postilla: alla base di tutto c’è un lettore accanito; prima di tutto sono uno che legge. La lettura è fondamentale e la considero un atto creativo, dopo c’è la scrittura.

 

Asia: che cos’è per te la creatività?

Alberto Figliolia: è, probabilmente, la capacità, attraverso un talento di base e tanta tenacia, di riuscire a rielaborare i vari input che arrivano alla nostra mente e al nostro cuore. Quindi la capacità di rielaborare le esperienze producendone di nuove. Tutto in una logica di ausilio al resto del consesso umano col quale ti relazioni. Difatti io credo molto nella forza empatica della lettura e della scrittura, nella trasmissione e nella condivisione del sapere.

 

Gloria: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Alberto Figliola: c’è il lavorio della mente, quello che ti ribolle nel profondo, nell’inconscio, che affiora nell’universo onirico. Poi ci sono le costruzioni razionali. Io per esempio lavoro sulla poesia come se fosse un’architettura: magari ho un’idea sulla quale poi faccio delle operazioni mentali. L’ispirazione non basta, è un processo molto lungo, che in fondo dura tutta la vita… Facendo un paragone col mondo dello sport, non credo che basti il talento. Il talento va allenato con umiltà: non si può pensare di sapere tutto. “So di non sapere” parafrasando il famoso filosofo greco. Poi c’è il labor limae, non finisci mai… Io qualcosa scrivo ogni giorno. È importante stare molto attenti alle piccole cose, anche particolari irrilevanti su cui di solito non ci si sofferma: anche un fiore le cui radici spaccano l’asfalto è importantissimo. I greci avevano un verbo bellissimo: “agorazein”, discorrere in piazza, in una sorta di ozio creativo. Non è vero che l’ozio è il padre dei vizi, è importante in tempi convulsi come questi prendersi uno spazio per meditare senza fretta.

 

Asia: che cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Alberto Figliolia: per esempio, ieri stavo andando a vedere una mostra a Milano e sono passato per Piazzale Tirana, una zona periferica che frequentavo da bambino perché mia nonna abitava da quelle parti, e c’erano, nella rotonda del tram, dei magnifici fiori viola e papaveri. Lì mi è scattato un link e ho pensato un haiku. Poi ho visto, percorrendo via Giambellino, le ombre dei platani e le foglie che si muovevano al vento e mi è venuto in mente un altro haiku (una forma di poesia giapponese a tre versi e diciassette sillabe). La macchina creativa ha preso avvio da un particolare in apparenza infimo. Quando sono arrivato a casa ho trascritto tutto quello che avevo memorizzato ed erano una decina di haiku. Devo aggiungere che l’haiku nasce così, dallo sguardo verso la natura e le piccole cose della natura presenti anche nella città. Poi delle volte ci sono degli elementi più complessi che danno vita a poesie più lunghe, e dipende molto dallo stato d’animo. Dico sempre che il beota e il beato non scrivono. Penso che anche la frustrazione possa essere una potente molla creativa; una persona perfettamente felice non scriverebbe un rigo probabilmente. Paradossalmente anche la nevrosi può generare scrittura. Forse è anche un meccanismo difensivo, di sopravvivenza. Pensiamo a “La ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde: non l’avrebbe mai scritta se non fosse mai stato incarcerato per ciò di cui incredibilmente era accusato al tempo. Le poesie più lunghe nascono anche da situazioni di disagio esistenziale. Non è un caso che dal nostro Laboratorio di scrittura creativa in carcere le persone detenute che lo frequentano sono estremamente abili e producono dei versi eccellenti, a volte addirittura magistrali e sempre emblematici. Il dolore, la noia, la solitudine, il senso di fallimento incombente riescono a portare alla genesi di lavori poetici mai autoreferenziali, oltremodo interessanti.

 

Gloria: che conseguenze ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?
Alberto Figliolia: è catartica. Quando scrivo in prosa, soprattutto giornalistica, si attiva un’altra parte pensante e sono un osservatore più obiettivo e meno “sentimentale” dei fatti. Di sicuro c’è una grande gratificazione nello scrivere, anche se è commista alla fatica. Scrivere è faticoso. Si mischiano piacere, fatica e catarsi finale. Quando esce un tuo libro è quasi come un parto, come se fosse un piccolo figlio.

 

Asia: Come incide l’atto creativo sulla percezione di sé?

Alberto Figliolia: incide perché è un continuo scavo interiore che fai incessantemente nel profondo, mettendo a nudo e ti mettendoti a nudo. Chi scrive non può fingere più di tanto, nonostante quello che diceva Pessoa coi suoi versi… “Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente.” Con la poesia metti a nudo anche la tua fragilità ed è importante che si manifesti questa fragilità in un mondo che vorrebbe il superuomo super-produttivo e super-efficiente. Bisogna invece imparare a guardarsi dentro, scrutarsi anche senza ritegno ed esplicitare quello che senti. Poi c’è anche la forma, specialmente se parliamo di poesia. Nella percezione di sé, nella conoscenza di sé stessi è fondamentale andare nei meandri della propria anima. Ciò è  molto terapeutico, oltre che un dono al mondo. Nel caso della scrittura non bisogna temere chi ti dona sé stesso attraverso la poesia. La poesia salva la vita, almeno a me ha salvato la vita tante volte.

 

Gloria: nel rapporto con gli altri che cosa determina l’atto creativo

Alberto Figliolia: gli altri sono “costretti a fruirne”… Per esempio, non solo i lettori che magari non mi conoscono, ma anche nelle relazioni coi miei amici la scrittura è importante, per me è un mezzo. Infatti anche con i social mando poesie. Poi gli amici apprezzano, quindi diventa uno scambio proficuo. Il lavoro poetico non è più solo mio, ma anche di chi lo legge. È chiaro, ribadisco tuttavia, che io legga più di quanto scriva e legga più poesie di quante ne scriva, per cui non mi occupo solo della mia poesia in maniera solipsistica o per affermare il mio io. Mi piace molto collaborare con altri, ho scritto libri a quattro mani, ho scritto prefazioni. Si stabilisce un universo di relazioni che aiuta la creatività reciproca. A volte non riesco neanche a fare tutto quello che vorrei. Ma va bene così, meglio avere tanto da fare che non avere nulla da fare.

 

Asia: è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Alberto Figliolia: sicuramente sì, è inutile negarlo. Io scrivo perché è la mia modalità d’espressione, con cui cerco di mettere ordine nel caos del (mio) mondo. Poi è gratificante il fatto che ciò che scrivi possa piacere o essere d’aiuto agli altri. Questo è un rimando che non ti lascia di certo indifferente, anche se poi non è quello il motivo per cui si scrive, perché io scriverei comunque. Guido Morselli, un grande autore del secolo scorso, morto suicida, è stato pubblicato tutto dall’Adelphi, ma in vita non l’aveva pubblicato nessuno. Un genio incompreso in vita, eppure ha continuato a scrivere nonostante l’incomprensione. Forse, se avessero pubblicato prima le sue opere, non si sarebbe suicidato. Questo è un esempio lampante di come anche il riconoscimento esterno possa essere utile a chi è creativo.

 

Gloria: chi sono i suoi principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Alberto Figliolia: io credo che la poesia sia fruibile da tutti. È chiaro che non è un prodotto da laboratorio, anche se dietro c’è tanto studio. Deve colpirti e l’impatto emozionale è importante. Quindi nel mio “presunto”/potenziale pubblico ci sono lettori molto variegati.  Io credo che la poesia sia un fenomeno molto democratico. A me è capitato di fare anche molto il “poeta di strada”, a contatto con gente sconosciuta che si fermava e a cui leggevo una poesia. Poi non è detto che comprasse il libro, ma intanto si era stabilito un nesso. Quindi chiunque può fruire della poesia, è questione di buona volontà, di apertura del cuore e di non avere pregiudizi nella testa. La poesia per questo motivo sfonda le porte.

 

Asia: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Alberto Figliolia: essendo un fanatico dei libri per me aprire un libro, sfogliarlo, annusarlo è già un atto creativo, così come prendere appunti e pensare a mille progetti. Se dovessi indicare un’immagine direi la carta e la penna che trascrive le parole. È vero anche che la poesia si può serbare nella mente, ma la scrittura permette di fissarla e renderla disponibile a tutti.

 

Gloria: pensa che possa esistere una relazione tra depressione e creatività?

Alberto Figliolia: secondo me sì. Io, quando ho avuto momenti di depressione, di scoraggiamento esistenziale, di spaesamento, ho sempre scritto e mi è sempre stato di giovamento. Poi non è detto che quello che scrivi sia sempre bello e magari dopo mesi o anni puoi buttare via, ma qualcosa può rimanere. Una conferma di ciò l’ho avuta nella mia esperienza di insegnante volontario in carcere. Il luogo in cui si scrive di più a mano è il carcere, anche perché emerge il bisogno di mettere sulla carta i propri pensieri, ponendosi in relazione con gli altri, pur in situazioni anche molto frustranti dal punto di vista esistenziale. Certo, la vita è un’altalena, ci sono alti e bassi, quindi a volte si scrive anche in condizioni di moderata felicità. Nonostante ciò, nel mio caso, la frustrazione, la malinconia, lo spaesamento mi portano ad essere anche più creativo. E ogni tanto è bello essere spaesati perché si vedono le cose in un’ottica diversa… Io dico sempre che i visionari sono i meglio informati dei fatti, mentre il pragmatismo rischia di rovinare il mondo.

 

Asia: quando un prodotto creativo è davvero concluso?

Alberto Figliolia: forse mai, a parte probabilmente la Divina Commedia, l’Iliade, l’Odissea… Anche Manzoni ha riscritto I promessi sposi. Anche Il giocatore di Dostoevskij ha delle piccole discrasie, però è egualmente un capolavoro.  Prendendo in mano un mio vecchio libro mi capita di pensare che alcune cose le scriverei diversamente. Bisogna essere aperti anche questo panorama di possibile mutamento.

 

Gloria: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Alberto Figliolia: sicuramente sì. Non esisterebbe letteratura, se non fosse così. Io credo, soprattutto nel caso della poesia, che l’autore non debba mai essere svincolato dalla lettura del mondo. Deve intervenire nel mondo, tant’è vero che i poeti sono spesso temutissimi dal potere e sovente esiliati o condannati a morte. A me è capitato di partecipare ad un’antologia di poesie per Giulio Regeni, dove sono intervenuti decine di poeti, perché il poeta non solo ha il diritto, ma il dovere di intervenire nelle cose del mondo. Il poeta non si occupa solo di filosofia, metafisica, destini del mondo, e non è perso in universi di simboli. Quindi la relazione e la funzione sociale della poesia sono imprescindibili.

 

Asia: la creatività è un dono naturale, privilegio di pochi, o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Alberto Figliolia: credo che ci sia di base, come detto, un talento e che questo vada “allenato” con continuità e costanza. Non è detto che tutti debbano per forza scrivere un romanzo o delle poesie. Anche un professore che ama la poesia e ne parla ai suoi allievi, pur non scrivendo poesie, sta comunque facendo qualcosa di creativo. Io spesso sono andato nelle scuole a tenere laboratori di haiku o a leggere poesie e parlare di scrittura. Tanti docenti non scrivevano, eppure aiutando gli allievi a costruire relazioni e conoscenze, stavano facendo qualcosa di creativo. Sicuramente c’è un talento, che in ogni caso deve essere coltivato. I miei genitori non leggevano molto, io invece ho sempre amato i libri – e loro comunque mi hanno assecondato e agevolato in questa mia passione, ciò di cui gli do con riconoscenza ampio merito, Credo quindi di avere avuto dentro di me, sin dall’incipit della mia vita, questa scintilla. Ciò che mi è servito è stato continuare a leggere e cimentarmi con il passare degli anni, passando anche attraverso il fallimento. Attraverso i tentativi e le prove il proprio talento può affinarsi e iniziare ad essere di sostengo agli altri, essere un dono per tutti.

 

Gloria: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Alberto Figliolia: se si pensa che il bambino è padre dell’adulto e che dobbiamo sempre coltivare il fanciullino che è in noi è chiaro che bisogna agire soprattutto nelle scuole e alla più tenera età. I bambini, ad esempio, scrivono degli haiku bellissimi perché sono spontanei e hanno il dono della meraviglia. Anche per le persone detenute la scrittura, con quel continuo scavo dentro di sé, consente di rimettersi in carreggiata, di re-instaurare un corretto percorso esistenziale, facendo i conti con il proprio vissuto, senza farsi facili sconti. Per essere più consapevoli. Anche elaborando quella che io chiamo “la sindrome della tripla R”: rabbia, rimpianto e rimorso; attraverso questa elaborazione si può ripristinare una nuova via verso un orizzonte più luminoso.  In questi anni in cui ho lavorato come volontario nelle carceri ho potuto notare che grazie alla scrittura è come se germinasse un nuovo individuo, che nasce da quello vecchio, ma dal meglio di quello vecchio.  Ogni anno nel Laboratorio del carcere riusciamo realizzare un Calendario poetico-fotografico, ma anche antologie monografiche collettive o personali. Qualche anno fa è stato pubblicato il libro di uno del nostro Laboratorio: “Nessuna pagina rimanga bianca”, con il cui titolo si voleva indicare che ogni giorno è una pagina bianca su cui possiamo scrivere, se si ha consapevolezza. Senza questa, infatti, si scrive sul niente, si è semplicemente una vittima dell’ignoranza, di un contesto degradato. La scrittura riesce ad elevarti e a portarti in un’altra dimensione vitale ed esistenziale, che ti permette di capire le ragioni degli altri, anche di coloro a cui prima magari hai fatto del male. Sono sempre più convinto che la scrittura, ma soprattutto la lettura, siano un grande dono che si può fare a sé stessi e agli altri.

Intervista ed elaborazione di 
Asia Olivo e Gloria Marchesi

Alberto Figliolia: PoesiePubblicazioni Alberinube – Facebook

Interviste sulla creatività

 

Mamma

Il tuo ventre ha scolpito
la mia immagine.
Le tue braccia
hanno udito la solitudine
del mio faro.
Ti affanni nel silenzio
del mio respiro
donna senza risparmio…
quelle mani aspettano un sorriso di quiete.
Ti sento vicina
nella stanchezza
dei miei pensieri.
Le mie pupille
hanno assaporato
il calore del tuo tempo.
Siamo un solo battito,
Mamma!

Roberto Cannavò

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Mia figlia e suo figlio

Quando gli occhi subiscono il rapimento di un incanto che nel suo splendore cede ad una poesia, frammenti di coscienza si fondono e danzano con la vita.

Ho aspettato questa danza per quasi 27 anni . Chissà quante volte è sfuggita ai miei occhi e quante notti ai miei tormenti.
Attimi d’intimità rubati da uno scatto fotografico.
Mia figlia e suo figlio…

Lei ed io, così distanti per decenni, così distinti e amanti oggi.
Sembra un passaggio di seme non vissuto, quasi surreale. Non metabolizzante per una coscienza vigile ai sentimenti e attenta alla perdizione.

Il mio passato degradante annientato da quest’attimo che oggi riconosco e vivo con la consapevolezza che proprio in questi frammenti ci si apre alle fragilità e ci si consegna ad una identità certificata dall’amore.

Mi ero assentato, ma non mi sono perso.

Roberto Cannavò

Genitori e Figli

Pratica di cittadinanza

Lunghe fasi dominate dal distanziamento sociale, a cavallo tra due anni scolastici, nell’impossibilità di toccarsi, mesi a dannarsi per imparare nuove piattaforme, con ansie vissute in solitaria. Perdere per strada ragazzi più fragili o demotivati, smarriti nei labirinti dei supporti digitali inadeguati o mancanti, delle connessioni che saltano. Scoprirsi una timidezza nel guardarsi in uno specchio, nell’usare un microfono davanti ad una platea spesso invisibile e impiegare mesi a preparare materiali didattici adatti alla nuova situazione.

Insegno lettere nel liceo artistico di Brera, ho faticato a padroneggiare la didattica a distanza e, nella mia antichità, mi sono posta quest’obiettivo: usare ogni strumento per realizzare il “non uno di meno”. La domanda è stata: come trasformare il problema in una risorsa? La risposta possibile: scegliere tra le pratiche didattiche quelle che sono risultate, nel tempo, più coinvolgenti.  Gli studenti avvertono se quello che fai è per passione o per forza. La condivisione del piacere che nasce dalla curiosità per gli altri, dalla conoscenza è il privilegio del mestiere di insegnante, è una delle rare scintille che si accendono nei ragazzi quando qualcosa ha funzionato oltre l’apprendimento della nozione.

Ho sentito così che in questo periodo di pandemia in cui la reclusione è divenuta, nelle differenze, condizione comune, aveva senso portare avanti il gemellaggio Brera in Opera che conduciamo da anni tra il nostro liceo e il carcere nelle due attività del Laboratorio della trasgressione per il triennio e del Laboratorio di poesia per il biennio. Sapevo che il dottor Aparo (generoso psicologo fuori dagli schemi, con lunghissima esperienza nelle carceri milanesi e coordinatore del gruppo della trasgressione), nell’impossibilità di continuare le attività in carcere, aveva dato inizio nel lockdown ad un cineforum che promuovesse una riflessione su banalità e complessità del male. Sua ambizione era estendere ad una dimensione geografica più allargata il gruppo, costituito da studenti del liceo, detenuti ed ex reclusi, studenti universitari, vittime di reati comuni o di mafia, operatori culturali e sociali, insegnanti. Il tema richiama il testo di Hannah Arendt, che s’intende declinare in chiave di attualità e nei vissuti di ciascuno.

Ci siamo inseriti come progetto Brera in Opera con la proposta di un pacchetto orario sullo stesso tema ma calibrato su un percorso curricolare e interdisciplinare di italiano, storia, filosofia, educazione civica. Abbiamo proposto una rosa di film su neorealismo e “dintorni” in cui il male banale e complesso assumeva una dimensione storica, sociale, individuale nelle declinazioni delle sopraffazioni o della riduzione consumistica degli uomini ad oggetti. E così, anche se non è stato possibile avere nel nostro liceo il gruppo dei detenuti di Opera, né andare nel carcere dove sono cessate durante la pandemia le visite degli esterni, come quelle dei familiari (reclusione nella reclusione) abbiamo scoperto che lavorare con il gruppo della trasgressione poteva riservare sorprese anche nella didattica a distanza.

L’obiettivo ambizioso di far comunicare mondi diversi ha funzionato ancora una volta. Ci si è parlati, ci si è preparati vedendo film, leggendone recensioni, ragionando insieme. Cosa rende così importante il contatto tra i detenuti e i ragazzi? L’intensità dell’esperienza con cui il mondo degli adolescenti ha colto la differenza tra il delinquente di un tempo e l’uomo di adesso che ha fatto una scelta di campo: passare dentro il lancinante percorso di coscienza del male compiuto, che non era percepito come tale, quando il processo di empatia era inibito, il dolore della vittima non avvertito.

Questo hanno testimoniato i ragazzi nel raccontare l’esperienza. Il laboratorio della trasgressione, nei lunghi percorsi psicologici condotti nelle carceri milanesi dal dottor Aparo, libera l’umano sepolto nel carnefice anestetizzato al dolore dell’altro. Non è un percorso facile, si diventa infami agli occhi dei detenuti irriducibili, che etichettano con questo termine chi entra nei percorsi di recupero e sceglie di dare un senso all’educazione come uscita dal lager dell’assenza della propria anima, della propria umanità. Qualcuno può iniziare per tornaconto, per abbreviare la pena o avere permessi, ma il calcolo è sbagliato, il conto non torna: guardarsi dentro, andare al centro del male prodotto ad altri fa male al nuovo sé stesso, quello che sente com-passione.

Salvarsi vuol dire perdere il sé stesso di prima, è il lutto di chi ha prodotto lutto. È una lingua nuova appresa oltre l’odio che albergava tra vittima e carnefice ferendoli entrambi. In questa lingua parlano oggi Roberto, Adriano, che attraverso la cooperativa di frutta e verdura in cui lavorano durante i permessi dal carcere, prestano soccorso in questo tempo di nuove povertà da covid, distribuendo gratuitamente a chi non ha. E’ una pratica nuova il gratuito, è il senso dell’umano ritrovato.

La presenza negli incontri di persone molto diverse ha portato valore aggiunto, una ricchezza inestimabile a detta degli studenti, che raccontano la loro. Ed ecco il bilancio: ragazzi che non intervengono in classe hanno parlato davanti a una platea virtuale di 70 persone. Lo stesso è accaduto nel laboratorio di poesia per il biennio (con il poeta Vittorio Mantovani, ex recluso di Opera e la regista teatrale Roberta Secchi) sul tema “la ferita e la cura”: una ragazza ha rivelato che si taglia, cosa che nessuno sapeva; lo studente con sordità ha parlato di questa sua ferita. A me e alla mia collega veniva da piangere. E ancora un paio di miracolose situazioni, inattese. Come se il silenzio intorno consentisse una concentrazione diversa, come se un’esposizione paradossalmente meno diretta producesse qualcosa di inconsueto. Insomma, non ho una teoria rigida sulla didattica a distanza, dipende da che tipo di scuola si fa.

Credo che vadano considerate alcune varianti che ci sfuggono, situazioni nuove. Indubbiamente un liceo ha uno spaccato familiare privilegiato rispetto ad altre scuole e la didattica in presenza è insostituibile perché fuori dalle aule cresce il divario sociale. In dad i più piccoli non accendono la videocamera, continuano a sfuggire, ragazzi fragili e in condizioni di svantaggio si perdono. Siccome sono una stalker, uno di loro, introvabile in altro modo, vado a cercarlo su instagram nella disapprovazione di mia figlia a cui chiedo aiuto per usare il mezzo: “Claudia, secondo te mi risponderà? E lei di rimando:” Secondo te? Ma ti pare che rispondono alla professoressa su Instagram?” Infatti aveva ragione lei: non mi ha risposto. Però è venuto all’incontro di poesia e mi ha mandato sue composizioni. Insomma, mi sembra utile osservare tutto e valutare con sguardo sgombro.

Ora che nella scuola l’educazione civica è divenuta oggetto di valutazione, sta a noi riempire di significato non nozionistico questa “disciplina” trasversale, evitando di creare un controsenso. Cosa è educazione civica se non pratica di cittadinanza attiva?

Cosa vuol dire apprendere la Costituzione? Non fare recita arida di articoli scritti con il sangue di chi ha pagato per consegnarcene l’eredità, ma attuare i suoi articoli. Per noi fare cosa viva della Costituzione significa praticare l’articolo 27 che fa dell’educazione dei detenuti riscatto e ricostruzione di sé, che rende lo scambio di conoscenze, attraverso una comunicazione sensibile, il valore più fecondo.

Giovanna Stanganello

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Te chiedo scusa a Ma’

A Ma’ stasera nun torno
va a letto nun m’aspetta’
faccio ‘n sarto all’artro monno…
Te chiedo scusa a Ma’
c’era n’amico ‘n difficoltà
nun me la sentivo de scappa’…
Erano tutti grossi e muscolosi
c’avevo na paura
se vedeva che erano pericolosi…
M’hanno ammazzato come n’animale
ma che ho fatto de male ?!?!?
A Ma’ hai visto come so piccolo
però so dovuti veni ‘n tanti
co sto sorriso li sdrajavo tutti quanti …
Mortacci loro come menavano
io ar massimo je sorridevo…
Te chiedo scusa Ma’
ma quarcuno li doveva affronta’ …
Quarcuno je doveva fa capì che sbajaveno
c’avevano troppo veleno…
Quello che nun capisco de sta gente
invece de divertisse e ride
vanno in giro a cerca’ e sfide…
Se sentono forti e onnipotenti
ma a strigne so na massa de deficienti…
A Ma’ io volevo solo mette pace
de litiga’ nun me piace…
Aho’ mo non voglio passa’ da eroe
l’ho affrontati
ma c’avevo na paura de sti tatuati…
Poi a Ma’ non ho più sorriso
Ma che se fa così
senza neppure n’avviso
Me so spento
lento lento…
Ancora adesso me sto a chiede er perché
de tutta sta cattiveria e rabbia verso de me…
Ora te saluto a Ma’
Che c’ho da fa’…
Sto a sali e scale
Me devi promette che nun starai male…
Ammazza quante so che fatica
ricorda che la vita nun è finita…
Ogni vorta che te manco pensa a sto sorriso
Che er fjo tuo te sta vicino dar paradiso

Er Poeta Romantico Fastidioso

In ricordo di Willy Monteiro Duarte

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I bambini della notte

Si muovono nella notte,
la colla nella manica a
sniffare paradisi;
sono pupille dilatate nel silenzio,
in attesa di una mano amica,
di un sorriso fraterno,
di ricordi svaniti
in un viaggio di polvere senza ritorno,
e fuggono da una strada all’altra
e giacciono e fuggono
e ancora giacciono:
esausti, magri, abbandonati,
sopra la sabbia, fra pezzi
di cemento, nell’erba arida.
Per compagnia quali sogni?
E quali risvegli?
Forse la notte è ancora una possibilità
per quei sorrisi stenti, spenti.
Ma il giorno? Il giorno è un’odissea
di pietra, un vagare da fantasmi,
senza identità, senza ragione.
Invisibili.
Invisibili.
Scomparsi fra la gente,
le misere botteghe,
le auto onnivore,
le lamiere ondulate della paura.
Invisibili.
Invisibili,
e bambini.

 

Addis Abeba, 24 ottobre 2019
Alberto Figliolia (da Audrey Hepburn ad Addis Abeba, Edizioni Il Foglio, 2020)

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