Per continuare ci serve lavorare

San Vittore, la sfida di «Juri»: lo psicologo che trasforma i detenuti in cittadini
di Giusi Fasano – Corriere on line, 27/01/2020

Angelo Aparo dal 1977 segue migliaia di carcerati con il suo Gruppo della Trasgressione. «Il mio debito con Sergio Cusani. E dopo 40 anni dico: date fiducia e lavoro a queste persone, ne guadagnerà tutta la società»

Questa è la storia di un uomo che ha passato quarant’anni della sua vita in carcere senza essere né detenuto, né agente penitenziario. Uno che in carcere, 22 anni fa, ha cominciato una strana rivoluzione ancora oggi in corso: arruola soldati che fanno la guerra a sé stessi e al loro passato. Il campo di battaglia, diciamo così, si chiama «Gruppo della Trasgressione».

Che quei soldati siano assassini, rapinatori, corrotti, ladri, poco importa. Quel che conta è la regola di ingaggio nel Gruppo, per tutti uguale: per avere diritto di parlare, devi recitare il teorema di Pitagora o una poesia; devi insomma dimostrare che ti sei impegnato a imparare qualcosa.

Angelo Aparo presenta il Gruppo della Trasgressione e il mito di Sisifo – Foto di Alessio Ferraro

L’uomo dei 40 anni dentro si chiama Angelo Aparo, 68 anni, per tutti Juri, nome preso in prestito da vecchi pensieri su Juri del Dottor Zivago. Era un ragazzo dalle belle speranze quando a settembre del 1977 si presentò al portone del carcere di San Vittore. «Sono lo psicologo». E varcò per la prima volta la soglia della prigione più nota del Paese. «A quel tempo ero uno dei primissimi psicologi del carcere» ricorda lui. «C’ero io soltanto per San Vittore e per Varese, 2000 detenuti in tutto. Oggi ce ne sono 8-10 in ogni sede. Nel tempo è molto cambiato quel che faccio rispetto a 40 anni fa. Per una ventina d’anni ho incontrato e parlato con detenuti che non avevano nessun interesse a farsi conoscere e a raccontarsi, come invece fanno i miei pazienti fuori dal carcere. Succedeva che quando il tempo trascorso in cella era diventato compatibile con una possibile misura alternativa intervenivo io: chiamavo il detenuto, chiedevo, valutavo, scrivevo la relazione. Era raro che qualcuno si rivolgesse a me spontaneamente per chiedere aiuto, a meno che non fosse un aiuto per uscire in fretta dal carcere».

Una ventina d’anni così. Poi la svolta, cioè il «Gruppo della Trasgressione». Per chiarire: il Gruppo — la rivoluzione di Juri — è lo strumento di cui in 22 anni si sono serviti un migliaio di detenuti per viaggiare (come direbbe De André) «in direzione ostinata e contraria» al loro passato criminale. Il «Gruppo è discussione», autoanalisi, analisi di gruppo, incontri con le vittime di reato, teatro, insegnamento per giovani bulli nelle scuole o confronto con altri detenuti che vogliono capire, partecipare. È l’incontro con le istituzioni, con magistrati e direttori illuminati, con il mondo del lavoro, con la vita reale oltre le sbarre. È la via maestra che porta alla consapevolezza e alla creazione di una coscienza civile. In un solo concetto: il Gruppo trasforma i detenuti nei cittadini che non sono mai stati o che hanno dimenticato di essere. Dottor Aparo, torniamo indietro.

Ci spiega come è nato tutto questo?
«C’entra un viaggio e una passeggiata con la mia compagna a Bologna. Parlavamo di trasgressione e facemmo un discorso su quel concetto che mi rimase in mente. E poi c’entra Sergio Cusani. In quegli anni stava scontando la sua condanna ed era un mio paziente. Un detenuto che mi parlava per relazione, non per dovere. Una rarità. Stava male, si interrogava. Parlammo del fatto che io fossi molto interessato a persone come lui, a ottenere che i detenuti avessero voglia di capire la loro storia, di cercarla. E ci chiedemmo: come facciamo a trovare la via giusta perché questo accada? La risposta arrivò spontanea. Ci siamo detti che serviva un gruppo di riflessione svincolato dalle relazioni che lo Sato chiedeva per valutare i detenuti».

Da qui la creazione del Gruppo. 
«Cusani diventò mio alleato. Passarono alcune settimane dopodiché mi presentai dai detenuti della sezione penale, cioè quelli che erano stabili a San Vittore, e dissi: vorrei creare questo Gruppo. Ci state? Le adesioni arrivarono rapide e a pioggia, partimmo in quarta, con riunioni due volte alla settimana. A quel punto ne parlai con il direttore di allora, Luigi Pagano. E il progetto partì davvero».

Aparo con Cisky Capizzi durante un incontro nel 2015

Da dove avete cominciato? 
«Dalla ricerca delle trasgressioni di ciascuno, dagli ingredienti stessi di ogni trasgressione. Un tema che ricordo bene, all’inizio, fu la sfida. Cercavamo risposte al perché delinquere significa sfidare. Negli anni abbiamo battezzato l’adrenalina, la sfida, il bisogno di eccitazione, con l’espressione “virus delle gioie corte”. Accanto alle riunioni settimanali e agli scritti dei detenuti, avevamo molto spesso ospiti prestigiosi dai quali imparare e con cui confrontarci: Enzo Biagi, Enzo Jannacci, Roberto Vecchioni, Fabio Fazio. Il 24 dicembre del ’97, a casa di Dori Ghezzi e Fabrizio De André avevamo concordato che il nostro primo ospite sarebbe stato lui, ma poco dopo si ammalò e quell’incontro in carcere non ci fu mai: un dolore dal quale nacquero qualche anno dopo i concerti della Trsg.band con le canzoni di De André e le riflessioni dei detenuti sulle loro storie sbagliate».

Quanti detenuti si sono legati al Gruppo finora?
«Un migliaio in 22 anni. In questo periodo abbiamo 55-60 detenuti divisi in più gruppi, nei quali io sono sempre presente, nelle carceri di Opera, Bollate, San Vittore. E poi c’è il gruppo esterno, cioè detenuti che possono essere liberi di giorno o che sono in libertà condizionale con i quali ci ritroviamo una volta a settimana in una sede messa a disposizione dall’”Associazione Libera, Associazioni, Nomi e numeri contro le mafie”».

Per quanto tempo un detenuto resta nel gruppo?
«Molto. Alcuni sono con me da nove-dieci anni e hanno assorbito una tale quantità di concetti e di principi che ormai non è più riconoscibile il confine fra il loro vissuto e il vissuto del gruppo, fra quello che hanno imparato da me e quello che pensano. Ci sono situazioni nelle quali questo è lampante, ad esempio a San Vittore, dove tre detenuti con 9 anni a testa di esperienza nel gruppo escono dal carcere di Opera ed entrano con me in quello di San Vittore per aiutare i detenuti del reparto “giovani adulti” a emanciparsi dalle maschere da duro con cui sono finiti in carcere. Magari sbagliano qualche congiuntivo però sanno dire e sentire cose profonde, sanno riconoscere le loro fragilità e sanno che questo li rende liberi, con la mente ancor prima che con il corpo. A un certo punto uno dei valori aggiunti del Gruppo è stata la partecipazione ai nostri incontri di alcuni parenti di vittime di reato. Ci sono detenuti per i quali il gruppo è diventato famiglia. Alcuni tornano da me in studio, come pazienti, quando sono magari liberi da anni».

Il Gruppo è legato a una cooperativa, giusto?
«Giusto. Abbiamo aperto una cooperativa sociale nel 2012 che si chiama Trasgressione.net e che mi ha permesso di fare un grandissimo passo avanti sulla conoscenza del detenuto. Attraverso il lavoro della coop vedo com’è la sua interazione con gli altri, lo vedo vivere la vita vera. Perché ovviamente una cosa è parlare, un’altra è masticare le difficoltà della vita».

Di cosa si occupa questa cooperativa?
«Vende frutta e verdura. Al mercato, a ristoranti, bar, gelaterie, mense, gruppi di acquisto solidale, a chiunque ne abbia bisogno. Occasionalmente facciamo piccoli lavori di manutenzione, traslochi, tinteggiatura, lavori di pulizia. Ma in questo momento quello che la cooperativa riesce a mettere assieme non è sufficiente a dare lavoro alla ”Squadra anti-degrado” che servirebbe per l’attività sociale e di prevenzione che facciamo. La cooperativa ha lo scopo di dare un lavoro e quindi uno stipendio ai detenuti che poi sono gli stessi che fanno azione sociale attraverso il Gruppo. Faccio appello alla sensibilità sociale e civile di chi pensa che un detenuto recuperato, cittadino e lavoratore è un bene per tutti».

Che cosa chiede esattamente?
«Il principale obiettivo della nostra cooperativa è fare in modo che chi si comportava da predatore sentendosi del tutto estraneo alle sue vittime, possa sentirsi, nella sua seconda vita, parte significativa della collettività. Questo diventa più facile se i detenuti in misura alternativa e gli ex detenuti hanno un lavoro e partecipano a progetti a sfondo sociale. Col Gruppo della Trasgressione i detenuti imparano a far diventare le loro storie sbagliate e i loro percorsi evolutivi strumenti per comunicare in modo efficace e con i giovani. È quello che facciamo da oltre quindici anni nelle scuole e sul territorio per contrastare bullismo e dipendenze da droga, alcol e gioco d’azzardo; inoltre, con i nostri convegni cerchiamo tutti gli anni di documentare pubblicamente i risultati raggiunti e di condividerli con autorità istituzionali, studenti universitari e comuni cittadini.

Quindi? 
«Quindi affinché la nostra cooperativa possa avere dei testimonial capaci di svolgere questo ruolo è indispensabile che i detenuti, dopo anni di training col gruppo e una volta ottenuta la misura alternativa, abbiano un lavoro e uno stipendio. Abbiamo bisogno di lavorare di più, di un maggior numero di clienti — cioè di bar, ristoranti, mense, gelaterie — ai quali portare frutta e verdura. Tra l’altro, abbiamo qualità del prodotto, velocità nelle consegne e prezzi concorrenziali. In alternativa, possiamo stipulare contratti di lavoro fra la cooperativa e aziende che abbiano bisogno di mano d’opera. Se mi permette vorrei aggiungere un’altra cosa».

Prego.
«Vorrei dire che per ogni ex delinquente che diventa cittadino, la società guadagna anche il futuro dei suoi figli. Quindi il mio appello è: scriveteci, provate a partecipare a questo progetto (mail: cooperativa@trasgressione.net – www.vocidalponte.it – www-trasgressione.net). Lavoriamo assieme».

L’articolo originale sul Corriere on line.
Ringraziamo il Corriere per la gentile concessione

Per ordini di frutta e verdura: Adriano Sannino, 389 121 9992

Un uomo su cui e con cui lavorare

Roberto Cannavò: «Piango ogni giorno per aver ucciso un panettiere innocente»

L’ex killer della mafia, 53 anni, ha ammazzato 13 persone, ma nel 1991 sbagliò bersaglio e colpì per sbaglio il 18enne Filippo Parisi. «È il mio rimorso più grande. La madre ha diritto ad odiarmi, ma vivo per alleviare il suo dolore»

di Giusi Fasano, dal Corriere on line del 10/01/2020

«Si chiamava Filippo Parisi e aveva 18 anni. Stava aprendo un panificio quando sono arrivato lì vicino. Ho sparato a uno che dovevo ammazzare, ma un proiettile è rimbalzato e ha colpito lui. Era marzo del 1991, a Catania. Ho pianto tantissimo per quel ragazzo. È uno dei miei rimorsi piu grandi. L’ho pensato ogni santo giorno per anni e ancora adesso, soprattutto di notte, ricordo spesso quella scena. Vedo lo strazio di sua madre che dopo, negli anni del processo, veniva in aula con la fotografia di Filippo sul petto. Mi guardava e io facevo pure lo spaccone. Se ci ripenso… Non avevo ancora capito che cosa fosse il dolore, non avevo ancora imparato a gestire i miei impulsi peggiori, a distinguere il bene dal male. Non so cosa darei per tornare indietro e non essere quello che sono stato». A questo punto il racconto ha bisogno di un sospiro, una pausa, un sorriso. Roberto Cannavò parla e gesticola. Disegna ricordi nell’aria, percorre le vie tortuose di un tempo che fa parte di lui ma non gli appartiene più: quello in cui è stato assassino, mafioso, scippatore, ladro, rapinatore.

Quanti anni ha?

«Quasi 53. Sono nato a Torino a marzo del 1967 ma quando avevo quattro mesi i miei, che erano siciliani, tornarono a Catania, dove poi sono cresciuto».

Quale pena sta scontando?
«Sono in libertà condizionale da due mesi. Di giorno lavoro, di notte ho l’obbligo di rimanere a casa. Sto scontando l’ergastolo per associazione mafiosa e per gli omicidi».

Quanti omicidi?
«Tredici. Lo so: se uno mi conosce e mi parla adesso tutto questo sembra pazzesco. Ma è andata così e il passato purtroppo non si può cambiare».

Torniamo a quel ragazzo della panetteria.
«Il proiettile gli recise l’arteria femorale. Conoscevo infermieri dell’ospedale in cui lo portarono. Cercavo di informarmi sulle sue condizioni, ho sperato inutilmente che se la cavasse. Non avrei mai voluto uccidere un ragazzo innocente, nemmeno allora nonostante fossi quello che ero».

E che cos’era?
«Ero uno che aveva come punti di riferimento miti negativi, assassini, gente che mi faceva sentire grande e potente. Ho cominciato con qualche furto, uno dietro l’altro. Poi rapine. Diventare una pedina della criminalità organizzata, è stato un attimo. Io sono stato un affiliato, ho fatto il giuramento a Cosa nostra».

Un momento, troppa fretta. Riavvolgiamo il nastro: provi a individuare il momento in cui tutto è cominciato.
«Credo sia stato l’8 marzo del 1984, quando avevo 17 anni e sognavo ancora di avere un’officina meccanica tutta mia. Quel giorno mio padre fu ucciso, a 38 anni, per un errore di persona. I sicari volevano ammazzare un tizio che abitava venti metri più in là e che è stato ucciso otto giorni dopo. Mio padre si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato con una A112, come l’altro tizio. Mio fratellino di 9 anni ha visto tutto. I carabinieri sono venuti in officina, mi hanno portato sul luogo del delitto e hanno alzato il lenzuolo. Ero scioccato».

E cosa ha fatto?
«Ero arrabbiato. Mi pareva tutto ingiusto. Ho cominciato a fare danni. Dopo pochi mesi ho abbandonato l’officina e i pochi furtarelli che avevo fatto fino a quel momento — e che nella mia testa dovevano servire a comprare l’attrezzatura meccanica e vivere poi onestamente — sono diventati altro e di più. Il fatto di mio padre mi ha dato l’alibi per diventare peggiore».

Non si salvò nemmeno con l’arrivo della prima figlia.
«A gennaio dell’85 ho fatto la famosa fuitina, non avevo nemmeno 18 anni. Ad agosto di quello stesso anno mi hanno arrestato per rapina. La mia ragazza aveva 15 anni: l’ho lasciata incinta di un mese, quando sono uscito la bimba aveva un anno e mezzo. Oggi ha 34 anni e un figlio. Non ho visto nascere nemmeno la mia seconda figlia. Avevo 22 anni e ancora una volta ero in carcere. In quel periodo entravo e uscivo spesso: per rapine, furti, una rapina in banca. Non ero mai solo e non usavamo mai armi finte. Ci sembrava di andare a fare i giochi del far west ma era tutto vero».

Rubavate negli appartamenti?
«Sì. Guardavamo il palazzo. Cercavamo quelli prestigiosi. Prima chiamavamo per essere sicuri che nessuno fosse in casa. Ci allungavamo in Romagna, Lombardia, Lazio, Toscana perché lì non erano così sgamati come in Sicilia. Si trovava più roba, più oro. A maggio del ‘90 mi arrestarono di nuovo, sono uscito a dicembre e da lì in poi è stato il peggio che c’è. A gennaio del ‘91 uccisero il mio amico più caro. Era in corso una guerra fra cosche, morire era una possibilità, uccidere faceva parte della partita. Fra la morte del mio amico e aprile di quello stesso anno ho ammazzato quattro persone».

Perché dice aprile? Che cosa successe ad aprile?
«Sono diventato un uomo d’onore, come usano dire i mafiosi. Io avevo il mio uomo di riferimento. Uno che mi aveva seguito nel percorso criminale. Con Cosa nostra succede così: c’è qualcuno che è già uomo d’onore e che ti osserva attentamente. Lui sa se sei educato, ubriacone, umile, ubbidiente, sa come ti comporti con le donne, quanto sangue freddo hai. Se vai bene, se lo convinci, allora lui ti introduce, ti presenta agli altri, ti propone come uomo d’onore».

E quindi lui lo fece?
«Sì. Una sera mi disse: domani vestiti pulito che andiamo a fare una cena importante. Per me lui era un punto di riferimento, ma non sapevo che fosse un uomo d’onore. Sono andato a quella cena, c’erano altri che come me erano lì per giurare. Quella sera sono tornato a casa in pieno delirio di onnipotenza. Se ci ripenso oggi mi vengono i brividi. Dentro mi sentivo grande e invece di grande avevo soltanto la violenza. A quella tavola c’erano uomini che con un cenno della testa decidevano il tuo destino».

Non pensò nemmeno per un istante al passo che stava facendo?
«Sapevo che faceva schifo tutto: quelle persone e quello che facevano, ma in quel momento per me contava di più far parte di una famiglia mafiosa. Capivo che quelli che avevo frequentato fino a quel momento non valevano niente in confronto a me, nemmeno se avevano già ucciso. Noi eravamo una famiglia e io mi sentivo orgoglioso di farne parte. Volevo scalare le posizioni e arrivare all’apice. Avevo perso il senso stesso della vita, a quel punto».

Ma a casa o fra gli amici: possibile che nessuno avesse capito?
«Io non ho mai mischiato la mia famiglia con la mafia. Avevo amici d’infanzia con i quali andavo a pescare, a giocare a carte. Quando mi hanno arrestato sono rimasti tutti senza parole, nessuno doveva sapere o capire e nessuno aveva saputo o capito».

Lei dice di provare il suo più grande rimorso per quel ragazzo della panetteria. Per gli altri nulla? Le loro vite non valevano niente?
«Quel ragazzo era innocente, completamente fuori dal nostro schifo. Non c’entrava niente con noi e la nostra guerra tra clan. Quindi la mia coscienza davanti a lui è stata disarmata fin dal primo momento. Con gli altri c’è voluto più tempo prima che li sentissi pesare sulla coscienza. Ricordo un ragazzo di 19 anni, in uno scantinato. Quelli del mio gruppo mi hanno portato lì che lo stavano interrogando. Era uno che aveva a che fare con un gruppo rivale, volevano che dicesse dov’era nascosto uno. Lui piangeva, supplicava di lasciarlo andare, giurava di non sapere. Io mi sono messo a parlare con il capo dei torturatori, un po’ in disparte. Ma l’ho visto morire strangolato. Ricordo che sono uscito e mi veniva da vomitare. Era feccia e io ero talmente immerso in quella spazzatura. La maggior parte di quelli che ho ammazzato non li conoscevo nemmeno. L’ultimo, a Torino, me lo ha indicato con un dito un palermitano».

Poi arrivò l’ondata di arresti del ‘92.
«Arrestarono tutti i componenti del mio quartiere, compreso Santo Mazzei che era stato il capo del nostro gruppo. A un certo punto Mazzei stesso mi mandò a dire dalla cella che sarei dovuto andare a Mazara del Vallo a parlare con certa gente. Ci andai. E lì mi dissero: ora che Santo non c’è più devi prendere tu le sue redini. A quel punto mi sono spaventato, ma non potevo dire di no. Per fortuna nel febbraio del ‘93 mi hanno arrestato ed è finito tutto».

Però lei è rimasto fedele alla sua arroganza anche in carcere per un bel po’ di anni.
«È vero. Lo spartiacque è arrivato con i due anni di isolamento diurno che mi sono fatto dal 2006 al 2008. Due anni senza avere contatti con nessuno, senza uscire mai dalla cella se non per l’ora d’aria. Mi sono fermato completamente. Era tutto immobile attorno a me e dentro di me. È venuta a trovarmi la mia prima figlia. Aveva 18 anni. Per la prima volta le ho raccontato tutto quel che avevo fatto e lei per i sette anni successivi non ha più voluto sapere niente di me».

È stata quella reazione a farla cambiare?
«All’inizio l’ho attaccata, non l’accettavo. Facevo il padre prepotente. Poi ho cominciato a capire, a riflettere. La mia vita era stata un fallimento totale. Ho pensato e ripensato a quanta determinazione avevo messo nel diventare l’uomo abominevole che ero diventato. Ho capito fino in fondo il significato della parola ergastolo. E allora ho cominciato i percorsi formativi per dare un valore a quei pensieri nuovi».

E cioè?
«Discussioni di gruppo per guardarmi dentro, dieci anni di teatro-musical, un corso di comunicazione, incontri con i giovani detenuti. Mi hanno aiutato in molti, a cominciare dalla mia avvocatessa Eliana Zecca. In mezzo c’è stato anche un docufilm, Spes contra spem, realizzato da Nessuno tocchi Caino nel 2015 che ha fatto un passaggio anche al Festival del cinema di Venezia. Erano interviste a dieci ergastolani e io ero uno di loro. So che l’hanno visto e apprezzato anche molti giudici, dalla Corte Costituzionale alla Corte europea dei diritti dell’uomo, e di questo vado fiero. Insomma, ho fatto e faccio ancora oggi tutto quello che potevo e che posso fare per dimostrare a me stesso e agli altri che sono cambiato. È grazie a tutto questo e a tutto il bene che ho trovato sulla mia strada se oggi non sono più l’uomo dei primi anni Novanta».

Perché dovremmo crederle?
«Perché è la verità. So bene che si può non credermi, ma io so quello che sono e che sento: l’uomo che ero non esiste più».

Oggi vede le sue figlie?
«Sì. E vedo anche il mio nipotino di 9 anni. Sto cercando di recuperare le lacune del passato, con loro e nella vita di tutti i giorni. Leggo, scrivo poesie. Faccio parte del Gruppo della trasgressione, un gruppo di lavoro e di discussione creato dal dottor Juri Aparo che da 40 anni si occupa dei detenuti nelle carceri. Il lavoro nel gruppo, cioè lo scambio di pensieri e le iniziative con altri detenuti, religiosi, magistrati, psicologi, artisti, studenti mi ha aperto la mente e il cuore. Mi ha fatto capire in pochi anni quello che non avevo visto in una vita intera. Oggi vendo frutta al mercato per guadagnarmi da vivere e vivo con mia madre che ogni notte si sveglia assieme a me quando i carabinieri vengono a controllare se sono a casa. E sento che sto facendo bene perché ho rispetto delle persone e del patto sociale. Adesso ho la consapevolezza del male che ho fatto, non farei mai lo spaccone davanti alla mamma di quel ragazzino della panetteria che mi guardava in aula con la fotografia di suo figlio sul petto».

Ha mai provato a contattarla per dirglielo?
«Certo. Io ho chiesto la mediazione penale con tutti i parenti delle mie vittime, ma non ho ancora avuto risposta da nessuno. Mi metto a disposizione di queste persone per capire assieme a loro se e come posso alleviare il loro dolore. Non chiedo il loro perdono perché sono imperdonabile e semmai mi può perdonare solo Dio. A queste persone, soprattutto alla mamma di quel ragazzo innocente vorrei dire: cerchi di vedere suo figlio con i miei occhi che sono stato l’ultimo a vederlo. Io non sono più quell’uomo. So bene che le ferite non potranno mai rimarginarsi ma la prego: provi ad abbassare le barriere e cerchiamo di trovare insieme una strada per far vivere un po’ di bene da un dolore così grande».

È una mamma alla quale lei ha ucciso un figlio. Le sta chiedendo di fare un passo difficilissimo.
«Lo so. Ha il diritto di odiarmi fino alla fine dei suoi giorni, se vuole, come tutte le altre. Io sto cercando solo di restituire al mondo un po’ di bene, adesso che so che cos’è il bene. Oggi vivo per aiutare a vivere meglio quelli ai quali ho fatto del male».

Ringraziamo il Corriere e Giusi Fasano

 

Il gioco d’azzardo

Nelle patologie umane, anche in quelle più gravi, non c’è nulla che non sia presente in embrione anche nella esperienza comune di tutti i giorni.

Una prima osservazione sul gioco d’azzardo:

  • mentre il gioco classico è una rappresentazione della realtà, dove gli sfidanti si impegnano in una competizione che lascia sostanzialmente inalterate le vite e gli equilibri di chi ha giocato;
  • il gioco d’azzardo, al contrario, fa diventare il gioco una realtà e, nei casi più gravi, causa un progressivo degrado nella vita del giocatore.
I bari, Caravaggio

Il gioco d’azzardo è per definizione una sfida col caso nella quale non vengono impegnate le competenze dello sfidante e il cui esito non dipende da quello che lo sfidante ha saputo costruire. Il futuro dello sfidante, infatti, è affidato al caso.

Ma chi è nell’immaginario dello sfidante il caso?

  • una “mano divina” in grado di muovere le fila dell’esistenza.
  • un occhio onnipotente e malvagio, che intercetta l’immagine frammentaria che il giocatore ha di se stesso e che si nutre delle sue sconfitte;
  • un’autorità cattiva e respingente, che il giocatore spera possa almeno una volta accoglierlo, ma che alla fine lo respingerà come previsto dal drammatico copione che egli ha chiuso dentro se stesso.

Nei casi più patologici, il Dio del Gioco d’azzardo è un’autorità perfida e seduttiva, che ti apre le braccia per lasciarti ogni volta con l’ennesima umiliazione, con la riprova che questo mondo non è per te, non ti è accessibile se non attraverso le porte del caso… porte che ti vengono aperte solo le poche volte in cui, per distrazione o perfidia, lo sguardo onnipotente della slot machine si distoglie dalla tua inabilità a costruire…

La Chiromante, Caravaggio

…ma se quel giorno dovesse lasciarti vincere, sarai tu stesso a ricordarle che il tuo destino è perdere, così da tornare alla condizione di sempre, cioè quella per cui credi di sperare nella sua accoglienza e benevolenza, ma sai, e in qualche misura vuoi, che la beffarda autorità che hai dentro di te torni a cantarti la canzone di sempre: “non te lo meriti, sei un inetto, anche oggi rimani fuori, provaci domani

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