La perla degli occhi miei

La storia che sento il bisogno di raccontare, a me stessa prima ancora che agli altri, è quella della mia infanzia.

Sono nata nel 1940. Dopo appena cinque mesi dalla mia nascita, mio padre partì per la guerra. Fino ai cinque anni non ebbi la minima idea di come fosse fatto: non avevo mai visto una sua fotografia, non sapevo nulla di lui.

Nel 1945, finita la guerra, i militari rientrarono dalla Germania. Mio padre era tra loro.

Un giorno ero seduta sui gradini di casa, in via Gualtiero d’Ocra, insieme a mio fratello Antonio, che aveva più anni di me. Stavamo giocando, quando a un tratto lui gridò: «Mamma! Mamma! Lu Tata! Lu Tata!»

Noi contadini non dicevamo “papà”: dicevamo “Tata”.

Io, felice all’idea di vederlo finalmente, corsi verso l’angolo della via. All’epoca non c’era traffico, quasi nessuna macchina. Davanti a casa c’era un biroccio con un cavallo, dei signori che abitavano lì vicino. Mi avvicinai e vidi un uomo vestito male, scalzo: ai piedi aveva due pezzi di legno legati con delle fasce incrociate. Era mio padre.

Aveva la barba lunga, era sporco, irriconoscibile. Mi spaventai e tornai indietro, mentre lui correva per prendermi in braccio. Non mi aveva mai vista neppure lui. Rimasi sconvolta da quella figura.

Col passare dei giorni, in casa sentivo solo urla e litigi. Mia madre e mio padre non smettevano mai di discutere. Non capivo i motivi, avevo solo cinque anni, ma la paura era costante.

Ricordo un episodio in particolare, poco dopo il suo ritorno, in un giorno caldo di settembre. Mio padre si era lavato come si poteva allora: con un secchio d’acqua e una vasca. Poi era entrato in casa, ancora litigando con mia madre. Lei, impaurita, si nascose in un piccolo magazzino che chiamavamo “il sottoscala”.

Io la seguii. Mio padre, con l’asciugamano ancora addosso, glielo mise intorno al collo. Capì che la stava soffocando. Urlai e, per salvarla, lo morsi alle gambe con tutte le mie forze. Lui, per il dolore, lasciò l’asciugamano. Così mia madre si salvò.

Da allora non riuscii mai a chiamarlo “Tata”. Ne avevo terrore.

Mio padre si era portato dentro tutta la rabbia e la disperazione dei tre anni passati nei campi di concentramento. Mia madre non capiva quel tormento, e così finivano sempre per scontrarsi. Io vivevo in mezzo a loro, testimone di botte e grida. Mio fratello maggiore aveva altri mondi, altre uscite; io invece stavo sempre in casa.

Con mio padre non ho mai parlato davvero. Ci capivamo solo con i gesti. Non fu mai violento con me, ma non fu neppure un padre capace di una carezza o di una parola dolce. E io non mi sarei lasciata toccare comunque. È stato così per tutta la vita: silenzio tra noi, un silenzio pesante.

Nel 1962 mio padre ebbe un grave incidente: cadde da un albero, si fratturò una vertebra cervicale e rimase paralizzato. Per due anni fu portato di ospedale in ospedale, da Roma a Bari, per tentare di recuperare un po’ di mobilità. Io, che ero già madre, mi occupavo di mia figlia e dei miei fratelli più piccoli, mentre mia madre lo assisteva nei ricoveri.

Quando tornarono a casa, io passavo le giornate con loro: mia madre lavorava in campagna e io accudivo mio padre. Era quasi completamente paralizzato. Lo servivo in silenzio. Lui a volte mi diceva “grazie”, e basta. Non provavo rancore, ma era come se dentro di me la parola fosse morta.

Con mia madre litigavo spesso; con lui, mai. C’era solo il silenzio.

Anni dopo, intorno ai quarantacinque anni, iniziai un percorso di psicoanalisi. Dopo otto anni di lavoro sentii che dovevo affrontare il nodo più profondo: il rapporto con mio padre. Dare voce a ciò che non avevo mai detto.

Era il 19 marzo 1995, giorno di San Giuseppe, il suo onomastico. Sapevo che stava male. Presi il telefono, lo chiamai e gli dissi: «Buon onomastico, papà.»

Lui, con voce dura, mi rispose arrabbiato: «Devi tornare a casa, la tua famiglia siamo noi.»

Io vivevo a Milano, con mio marito e mia figlia. Gli dissi: «La mia famiglia è qui. Voi siete insieme, ma se vado via io, loro restano soli.»

Lui insistette, sempre più alterato: «Siamo noi la tua famiglia. Sei stata la perla dei miei occhi.»

Quelle parole mi arrivarono addosso come uno schiaffo e una carezza insieme. Per la prima volta nella mia vita mio padre mi diceva una frase d’amore. Trovai il coraggio di rispondergli: «Perché non me l’hai mai detto?» E chiusi la telefonata.

Nove giorni dopo ricevetti la notizia della sua morte. Viaggiai tutta la notte per raggiungerlo.

Quando arrivai, il suo corpo era ancora nel letto. Passai la notte accanto a lui, parlando per la prima volta davvero. Gli dissi tutto ciò che non avevo mai avuto il coraggio di dire: il dolore, la paura, la rabbia, ma anche la gratitudine. Gli chiesi scusa e lo ringraziai.

Annotai tutto nel diario che tenevo durante l’analisi: “Mio padre mi ha detto una frase d’amore. Mi ha detto: Sei stata la perla dei miei occhi.”

Fu l’unica volta. Nove giorni prima di morire.

Da allora ho potuto guardare diversamente la mia storia.

Capire che, nonostante tutto, mio padre mi aveva voluto bene. Che forse aveva provato a dirmelo, con gli occhi, in mille momenti che io non riuscivo a decifrare, chiusa com’ero nella paura.

Per tutta la vita mi ero sentita “di troppo”: unica femmina tra tre maschi, quella che “aveva disonorato la famiglia” perché era scappata di casa col padre delle sue figlie, e poi si era separata — nel 1968, quando una separazione era uno scandalo. Mi sentivo la pecora nera, la vergogna di tutti.

Solo molto tempo dopo ho capito che mio padre, nel suo modo silenzioso, aveva cercato di amarmi. Che anche il suo sguardo, quando era arrabbiato o fiero di me, diceva qualcosa che allora non sapevo comprendere.

Non si finisce mai di arrivare alla consapevolezza. Ma oggi, se ripenso a tutto questo, posso dire di viverlo con più libertà.

Marisa Fiorani

Racconti al tavolo del gruppo

La mia prima rapina

Alle medie frequentavo un gruppetto di amici più o meno della mia età. Il nostro ritrovo era un parchetto del mio paese e sedevamo su un muretto. Andavo ancora a scuola, ma ogni pomeriggio e sera quel parchetto e quella compagnia erano il mio appuntamento fisso, fatta eccezione di quando ogni tanto si andava all’oratorio a giocare a pallone.

Rompevamo la noia solo quando ne combinavamo una delle nostre e funzionava sempre alla stessa maniera: a uno di noi veniva in mente di fare un danno o di rubare qualcosa. Nessuno si tirava indietro e ogni volta era una prova di coraggio perché nessuno voleva passare per debole o fifone. Quando c’erano le giostre o le feste di paese, ogni occasione era buona per fare a botte con altre compagnie dei paesi vicini. Capitava di fare a botte anche la domenica pomeriggio in discoteca e quasi sempre avevamo la meglio. Lo ricordo bene come ci atteggiavamo: avevamo la fama di quelli che picchiavano duro, dei cattivi di cui bisognava avere paura e godevo di tutto ciò. Mi sentivo qualcuno!

Quel mio modo di passare le giornate però prese una piega molto più seria quando io e il mio amico Stefanino conoscemmo due ragazzi più grandi di noi: Felice e Massimo, il più cazzuto dei due. Loro avevano già la macchina, una 127 Fiat color carta da zucchero. Tra noi quattro si instaurò subito un’amicizia, anche perché io e Stefanino non volevamo più frequentare la vecchia compagnia. Giravamo in macchina con loro due e sedevamo allo stesso modo: Felice guidava, Massimo a lato e io e Stefanino dietro.

Dopo qualche settimana, mentre facevamo il solito giro in macchina, per la prima volta sentii parlare di una possibile rapina. Felice e Massimo ne parlavano come se fosse un’idea nuova ma a me era chiaro che invece ne avevano già fatte e volevano solamente vedere la nostra reazione.
Io e Stefanino accettammo. Ricordo che mi saliva l’adrenalina al solo pensiero di dover scegliere ai danni di chi fare il colpo e in seguito nel fare i sopralluoghi.

Ricordo che il giorno deciso fu un sabato e il negozio era un fiorista del nostro paese: tre vetrine fronte strada con una piccola scalinata all’ingresso. Dopo aver nascosto in una via vicino la macchina, la cui targa era stata alterata con un nastro isolante nero, ci calammo il passamontagna. Massimo e Felice impugnavano due pistole mentre io e Stefanino eravamo a mani nude.

Entrammo nel negozio, c’era qualche cliente e chi lavorava all’interno. Massimo puntò la pistola e iniziò a gridare di stare fermi. Io non guardavo in faccia nessuno e, come d’accordo, seguivo Felice verso la cassa. Mentre Felice puntava la pistola alla cassiera, persona di cui non riesco a ricordare il viso ancora oggi, afferrai i soldi e lasciai solo le monetine.

Una volta divisi i soldi continuammo a girare in macchina, fumando una sigaretta dietro l’altra, inventandoci particolari inesistenti della rapina. La sera andammo in una discoteca di un altro paese, era molto meglio di quella che avevo frequentato con la mia vecchia compagnia.

Questa fu solo la prima rapina e mi sentivo un grande, uno capace di far paura e questa sensazione mi faceva godere molto di più dei soldi che avevo e di quelli che mi misi in tasca altre volte. Mi sentivo grande all’idea che in giro per il paese si sapesse che ero dentro un gruppo di persone forti con cui c’era poco da scherzare. Questo fu solo l’inizio.

Sergio Sestito

Racconti al tavolo del gruppo

Il nonno, il limone, la bambina

Il nonno, il limone, la bambina cattiva e l’amore che resiste

È estate. Fa caldo, ma non caldissimo. Il mese preciso non lo ricordo. Ho sette anni, mia nonna è in cucina intenta a lavare i piatti. Il nonno è uscito dalla piccola casa per raggiungere la panca posta a sinistra del cortile, sotto il tetto. È sua abitudine, dopo pranzo, concedersi un pisolino, dice che aiuta la digestione. La nonna, senza smettere di sciacquare i piatti, si volta e ci raccomanda, a me e a mia sorella, di non fare rumore, per non svegliare il nonno.

Io però non mi curo delle sue raccomandazioni. La curiosità mi spinge altrove e, senza esitazione, mi dirigo verso l’orto, che è anche un giardino. La recinzione, una cancellata nera, lo protegge dalla strada vicina e sulle sue punte, come minuscole sentinelle, riposano le libellule. Sono tante, ogni punta ne ospita una. Mia sorella e io le disturbiamo, insidiose, per osservarle da vicino. Mi affascinano i loro occhi, che sembrano seguire ogni mio minimo movimento. Le loro ali sottili e delicate sono così fragili che basta un tocco per rovinarle, condannandole a non volare mai più.

Cammino tra i diversi blocchi, vedo i pomodori da una parte, l’insalata e i ravanelli dall’altra. Al centro, un albero di albicocche domina il piccolo appezzamento con la sua presenza. Ci sono anche le piante di rose, le viole, il basilico, la salvia e tanto rosmarino. Sono rapita da odori, colori e suoni, sento di essere felice; ci sono mia sorella, le libellule, le rose e le albicocche. Ci sono anche i due setter inglesi di mio zio, bianchi con macchie marroni, rinchiusi nel loro serraglio ombreggiato. Poco distante, galline bianche e un gallo, i produttori delle uova che mia nonna spesso mi invita a mangiare, convinta che mi faranno crescere bene.

Sperimentando il mondo, l’orto e il giardino, all’improvviso adocchio il nonno, di cui mi ero completamente dimenticata. Dorme all’ombra. Decido di andare da lui. Cammino a piedi scalzi sui sassi che separano la casa dall’orto. Le piccole pietre rotonde mi bruciano le piante dei piedi e mi costringono a correre più veloce per alleviare il dolore. Mi avvicino, il nonno ha la testa reclinata all’indietro, appoggiata al muro, le mani intrecciate sotto al cuore. È un ometto non molto alto, magro, ha un problema a un piede che lo costringe a una camminata zoppicante. Ama prendere appunti mentre guarda la televisione, annotandoli su “Tv Sorrisi e Canzoni”. Sarà da lui che imparerò l’abitudine di trascrivere frasi e parole che non conosco e che voglio ricordare.

Lo osservo per qualche istante. La bocca, rilassata e leggermente aperta, emette un leggero suono. Mia sorella è accanto a me. Lo guardiamo e ridiamo di gusto, coprendoci la bocca con la mano per non farci scoprire.

All’improvviso, mi attraversa un’idea. Corro in casa, ritrovo il bicchiere con cui il nonno ha bevuto a pranzo e prendo quello che cercavo, un mezzo limone già strizzato.

Lo afferro. Sono eccitata, quasi frenetica, spinta dall’urgenza di mettere in atto la mia fantasia. Ignoro le suppliche di mia sorella maggiore che, intuito quello che sto per fare, mi implora con preoccupazione di non farlo. Mi avvicino al nonno addormentato, salgo con un ginocchio sulla panca, cerco un appoggio stabile e strizzo con decisione il mezzo limone all’interno della sua bocca. Il succo rimasto basta per svegliarlo di soprassalto e farlo tossire. Visibilmente spaventato, si rivolge a me con parole di rimprovero.

Sono colpita. Rimango ferita, la sua reazione mi sembra ingiusta. Non ci penso due volte, afferro la bicicletta, ordino a mia sorella di fare lo stesso e ci lanciamo verso casa, pedalando a tutta velocità. Io davanti e lei dietro. Sei o sette minuti, non di più, ci separano dalla casa dei nonni.

Mamma è appena rientrata dal lavoro, papà non c’è. Non dico nulla, ma lei intuisce che sono arrabbiata. Poco dopo, il campanello suona, è il nonno, Armando. Chiede dove sono, è preoccupato ed è venuto ad accertarsi che io sia tornata e che stia bene.

Casa di Reclusione di Milano-Opera, 03-settembre-2025

Lara

Racconti al tavolo del gruppo

 

Scambio tra ex tirocinanti

Si alza il sipario e va in scena una tradizionale conversazione tra colleghi che si pongono domanda e si danno, spesso, risposte di circostanza. Anche se a volte…

E dove hai fatto il tirocinio?”

L’ho fatto a Milano in un’associazione che si chiama Gruppo della Trasgressione”.

Rispondo, sperando che la conversazione non prenda troppo piede

E che ti hanno fatto fare?”. Mi chiede il collega, forse incuriosito dal nome.

Non mi hanno fatto fare niente, sei tu che decidi quanto e come fare. Non ci sono capi né padroni. Al massimo vieni stimolato a conoscerti e il tuo silenzio non viene accettato di buon grado.”

Sei andato in una di quelle associazioni in cui non si fa un cazzo quindi

Conclude il collega con un sorriso che è un misto tra ammirazione e invidia. 

Allora leggermente infastidito rispondo:

Secondo te, con quel poco che ci fanno mettere in pratica, andavo in un posto in cui non si fa un cazzo? Sono dei gruppi terapeutici che si svolgono fuori e dentro le varie carceri milanesi: San Vittore, Bollate e Opera (che è il carcere di massima sicurezza). Le persone che prendono parte sono detenuti, ex-detenuti, civili, vittime e familiari di vittime, studenti e studentesse.  In pratica chiunque voglia.. è più università il gruppo della trasgressione che l’Università stessa.

Ah, a guidare la conversazione c’è uno psicoterapeuta con orientamento analitico.  Si chiama Angelo Aparo, ed è stato uno dei primi psicologi penitenziari d’Italia. Lavora in carcere da non so quanto tempo ormai, ha sviluppato di sana pianta un suo metodo di conversazione con i detenuti che porta veramente tanti e succosi frutti. Il vero problema è che il gruppo non vede una lira dallo Stato, le attività del gruppo sono autofinanziate e gli studenti che vi partecipano, purtroppo, lo fanno da volontari. Così come fondamentalmente è un volontario il professore  di cui ti parlavo.” 

Quindi sei entrato in carcere.. deve essere stato pesante.” 
Ma una volta uscito da quel posto mi sentivo molto meglio. Sentivo di essere cresciuto un po di più e di aver fatto un’esperienza che in pochi possono raccontare. Mi sono reso conto di quanta sofferenza non vediamo. E mi sono reso conto di quanto lo Stato abbia una fetta di responsabilità nella sofferenza dei detenuti e delle detenute. Se ci pensi anche solo il fatto che l’assistenza psicologica è ancora marginale all’interno del carcere che accoglie persone portatrici di sofferenza, e per tentare di “rieducare”, le  isola e continua a far vivere loro situazioni di disagio come vivere senza privacy, in pochi metri quadrati, dovendo chiedere continuamente il permesso per ogni cosa e dovendo rispettare un programma giornaliero che va seguito indipendentemente dalla loro approvazione o disapprovazione. C’è una cosa che ho imparato nel gruppo a cui non avevo mai pensato prima. Il carcere non chiede niente alla persona, gli impone solo cosa non fare. Le persone in carcere non vengono responsabilizzate e le responsabilità che avevano prima di entrare in carcere, non possono rivendicarle, non possono provare a prenderle, nonostante gli appartengano.

Per fortuna ci sono dei magistrati e dei direttori che sono un’eccezione. Forse hanno capito il controsenso del carce..”

Aspetta ma non hai detto che questo gruppo della Trasgressione opera all’interno del carcere? Quindi si potrebbe dire che il gruppo della Trasgressione è un servizio che offre il carcere!”
Sì il gruppo c’è una volta a settimana in tutte le carceri milanesi, adesso probabilmente inizia anche al carcere minorile, il Beccaria .”
Allora vedi che non è tutto una merda.”
Avere una visione critica di qualcosa non significa pensare che sia tutto una merda. Ti raccontavo dei problemi che ho riscontrato affinché si possano costruire realtà necessarie e di spessore come quella del gruppo della Trasgressione, i corsi di teatro, poesia, pittura e la possibilità di studiare all’interno del carcere”.
Ma perché necessarie? Che fate di utile per una persona che ha ucciso qualcuno per esempio?”
Si parla. Ti sembra poco? Si parla del reato, delle cause e delle conseguenze di quel gesto. Si parla di sentimenti, attaccamento familiare, ambiente in cui queste persone sono cresciute ma c’è spazio anche per la filosofia, l’attualità ecc… 

Si cerca di fare gli esseri umani, provando a dare un senso alle cose, senza incolpare o incolparsi, senza perdonare o essere perdonati.  Si cerca di accettare la realtà, di accogliere se stessi. Si cerca di utilizzare una comunicazione non giudicante, mettendosi costantemente in discussione. All’interno di un gruppo, chiunque ha delle responsabilità verso se stesso e verso gli altri e questo è utile per tutti e tutte, figuriamoci per una persona che sta chiusa per anni nello stesso luogo, con pochi stimoli e tanta frustrazione.” 

Sì, ma questo lo pensate solo voi che avete studiato. I detenuti non potrebbero vedere questa cosa del gruppo come una scorciatoia per uscire più velocemente?!” 
Sicuramente questo è accaduto e accadrà. Alcuni detenuti si avvicinano al gruppo per fare bella figura con la direzione e con il direttore del carcere. Ma sei sicuro che sia importante il motivo per cui si incomincia a fare qualcosa? Secondo me è più importante vedere dove ti porta quella cosa, come ti plasma, come ti tormenta fino a modificarti. Non puoi partecipare al gruppo fingendo che ti interessi, recitando una parte che non è la tua, indossando una maschera che già non possedevi. Il gruppo ti stimola a indossare la maschera migliore che hai, a essere la versione migliore di te stesso

Una volta al carcere di Bollate, dopo aver finito il gruppo, un membro del gruppo detenuto ormai da anni, ci ha tenuto ad avere una conversazione con me. Mi ha trattenuto dopo i consueti saluti perché ci teneva a sapere il mio punto di vista. Un uomo sulla sessantina, che si interessa del pensiero di un ragazzo di 23 anni. Questo è solo un esempio di quanto può ricevere chi prende parte a questo progetto. Poco dopo quella conversazione, un ragazzo entrato da pochi mesi in carcere  mi ha chiesto quale attività avessimo fatto. Dopo averglielo spiegato mi ha domandato come poter partecipare al Gruppo della Trasgressione…”

“Insomma, è stato bello!” 

Mi risponde il collega dopo il pippone inaspettato che gli ho attaccato. Forse voleva concludere la conversazione con un lieto fine, ma non era il mio stile e soprattutto non rispecchiava la realtà. Allora mi sono sentito di aggiungere:

Si bello ma quando vieni a sapere che nello stesso carcere in cui sei entrato qualche giorno prima si sono tolti la vita due ragazzi di vent’anni circa, ti assale un’angoscia non facilmente gestibile. Cominci a cercare quei nomi su facebook per capire se facevano parte del gruppo o anche solo se avevi involontariamente visto una delle loro facce, uno dei loro sguardi. 

Nel 2020 si pensava di aver registrato il più alto tasso di suicidi in carcere dell’ultimo ventennio, ben 11 ogni 10000 persone (61 suicidi totali). Invece questo triste primato è stato abbondantemente battuto nel 2022 in cui si sono suicidate in carcere 85 persone. 85 persone. Ci vogliono fondi per arginare questo problema e per dare ai detenuti e alle detenute la possibilità di pensare a qualcosa di diverso per le loro vite. Comunque.. questo è! Scusa se mi sono dilungato… Ma tu invece che tirocinio hai fatto?”

Ah niente di che, sono finito in un ente pubblico in cui mi facevano fare delle sintesi.”  
Ah, capito
Ora devo andare, mandami il link dove posso leggere qualcosa del gruppo se puoi. Ci vediamo!”
Certo, ciao”.

 

Davide Leonardo

Caro figlio mio

Caro figlio mio, o figlio mio caro: spesso noi due scherziamo – ripassando la grammatica anche in questo faticoso inizio di prima media – su come il mio professore di italiano al liceo diceva che la diversa posizione di una virgola nella stessa frase può cambiarne radicalmente il senso.

Ma anche la diversa disposizione delle parole conta…. e così nel “figlio mio caro” l’accento non cade più sull’amore ma sui costi della faticosa sopportazione da parte del genitore, in questa tua preadolescenza sempre più inquieta.

Capita spesso che fin da bambino qualsiasi esperienza ci venga proposta sempre suddivisa in due categorie: bianco o nero, buono o cattivo. E forse per questo cresciamo nel dissidio interiore di dover dare ascolto solamente ad una voce: e, preferibilmente nelle intenzioni di mamma e papà, quella dell’angioletto piuttosto che quella del diavoletto.

Se mi volto a guardare indietro, il ricordo ancora nitido è quello di me diciassettenne nell’anno di Noviziato con gli scout di Sesto San Giovanni: oggi sempre di più posso dire che è stato proprio quello il tempo in cui ho imparato a mettere ordine dentro me stesso. Fino a quel momento mi guardavo intorno e, forse per superare la banalità della gran parte delle cose che mi circondavano, avevo iniziato a trascrivere a mano su dei quaderni rossi i testi delle canzoni (soprattutto quelle in lingua inglese) che più mi facevano sentire vivo. Perché, al di là dello scoutismo e dei legami forti generatisi all’interno dell’ambiente scolastico nel quale i miei genitori mi avevano sapientemente inserito, per me “era sempre difficile rimettersi in marcia e, ogni volta che ritornavo a casa, era tutto e solamente un aspettare la successiva uscita. La città da una parte, così indecifrabile e indigeribile;  il bosco dall’altra, così desiderabile e terapeutico”.

E così arrivai alla fine della route di quella mitica estate 1988 e i miei compagni di Noviziato mi affidarono in dono, come totem e pertanto segno caratteristico del mio essere, quello di Tigre Gioiosa. Dove, al di là della tigre che ancora oggi connota il mio carattere spigoloso, l’aggettivo gioiosa mi fu assegnato in termini “migliorativi”, come cioè un invito a collocarmi di più verso sfumature di colori sentimentalmente più caldi.

Già, le sfumature. Perché con il tempo mi arrivò in premio un’altra folgorazione, dopo il senso di quell’anno straordinario del Noviziato e dopo tutte quelle parole vitali delle quali mi nutrivo ricopiandole su quei quaderni rossi, come fossero un breviario laico per l’anima.

Fu ad un campo scout di “formazione capi” quando, durante una sessione serale e nel fiume in piena dei miei 22 anni, sentii pronunciare dagli educatori che avevano cura di noi l’elogio dell’equilibrista: colui che per rimanere in piedi sul filo, e non cadere nel baratro o nel vuoto che sia, deve continuamente sbilanciarsi da una parte e dall’altra. In quell’immagine, così semplice ma per me straordinariamente efficace, trovai la soluzione a tutti i miei residui mali. 

E iniziai a non tormentarmi più nella vana ricerca di un equilibrio stabile, perché solamente una sana instabilità poteva farmi andare avanti, un passo alla volta. Perché in ogni singolo passo c’è inevitabilmente il segno plastico di tutto questo: sbilanciarsi in avanti per non rimanere fermi.

Capirai allora perché quando, all’inizio del nostro cammino all’interno del Reparto La Chiamata, ho sentito il nostro comune amico Juri parlare dell’altalena, ho avvertito il cuore nuovamente battere forte come in quella sera di 30 anni fa. E ho realizzato che in questo ultimo viaggio nel sottosuolo del carcere di San Vittore sei sempre stato tu il protagonista dei miei pensieri. E proprio per questo ho deciso di vedere quali pagine dei miei quaderni rossi, giovedì dopo giovedì, tale nuova esperienza di comunità educante sarebbe riuscita a fare riemergere dopo tutti questi anni.

Perché la musica, ormai e per fortuna, fa parte anche della tua giovane vita. Non potrò mai dimenticare uno dei miei primi timidi approcci con te sul tema… quella sera quando, sdraiati sul lettone di casa e dopo averti fatto ascoltare l’assolo di Gilmour a Pompei, mi avevi confidato: “Non male papà, ma lo sai che anche Rovazzi sa suonare la chitarra?”.

Sicuramente l’Hotel California nel quale un tempo cercavo rifugio, trasportato dalle note della mia chitarra bianca, può avere lo stesso significato della Swishland del cantante che oggi preferisci: un luogo di evasione.

Ma io ti auguro di trovare qualcuno che sappia poi dare voce al tuo dáimōn, affinché quella naturale ed innata voglia di evadere non ti porti all’autodistruzione ma sia capace di farti realizzare il disegno che la vita ha in serbo per te. Non sarò geloso nei suoi confronti, ma infinitamente grato: del resto il nonno e la nonna, che tu ben conosci, hanno avuto la capacità di coltivare il terreno, prepararmi la strada indicandomi una direzione di senso (nonostante la naturale timidezza del primo e qualche milligrammo di ansia – ugualmente naturale – della seconda) con l’esempio e senza tanti giri di parole. Ma sono stati poi altri, diversi dai mei genitori, a raccoglierne il testimone e a fare con me e su di me “il lavoro sporco”: una maestra elementare e a seguire una manciata di altri bravi insegnanti, un prete e una suora, alcuni capi scout, un amico di famiglia.

Quando, ancora oggi, devo affrontare qualche momento di difficoltà e sconforto, mi fermo ad ascoltare le loro voci che ancora tutte risuonano dentro di me. O rileggo le parole messe in poesia che mio papà ha pubblicato prendendo spunto dalle lettere che ci scambiavamo quando ancora non sapevamo come parlare alle nostre reciproche anime. O ripenso a qualche bigliettino che, ancora oggi, mia mamma non si stanca di lasciarmi infilato in qualche sacchetto.

Perché anche tu scoprirai, con il tempo, che essere te stesso non significa tanto ritrovare dentro di te il tuo vero io quanto sapere fare sintesi della molteplicità di voci che necessariamente abitano in te. E, come un direttore di orchestra, saper far suonare insieme tutti gli strumenti. Certo, avendo il coraggio di ascoltarli tutti, nessuno escluso, e di accordarli nel modo migliore affinché il suono così generato sia quello più utile e proficuo per l’occasione richiesta.

Confesso anche che credevo, nel mio strampalato senso giovanile di onnipotenza, di poter trarre da tutte le parole che con cura trascrivevo su quei quaderni non solo nutrimento interiore ma anche ispirazione per una canzone che avrei voluto scrivere io, e che sarebbe per ciò solo passata alla storia. Da anni sorrido di tutto questo anche perché ormai mi è chiaro che, se rinasco, non voglio più essere un cantautore ma un sentimental dj, sempre pronto a trovare – in ogni occasione della vita – quel disco capace di far star meglio una persona attraverso l’invito a curarsi, facendo risuonare dentro di sé parole di altri. E, proprio grazie a quella cura, saper ritrovare le proprie parole e riuscire finalmente a pronunciarle, come atto creatore capace di dare il vero nome alle cose.

Ma, a pensarci bene, è questo anche l’impegno che voglio prendere oggi – in questa festa del papà cosi particolare e quantomai sentita – con te e con tutti i giovani adulti del Reparto la Chiamata.

Per amore del mio popolo non tacerò”, e per aver invitato altri a non tacere più qualcuno ha anche perso la vita: il suo nome è don Peppe Diana, ucciso un 19 marzo di tanti anni fa (era il 1994) nella sua Chiesa, a soli 36 anni e nel giorno del suo onomastico, da un killer del clan dei casalesi. E ancora oggi sono molti a rimpiangerlo, perché in lui erano riusciti a trovare un padre.  Ma, come era solito dire ai suoi parrocchiani, “non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di aver paura, il coraggio di fare delle scelte”.

Caro figlio mio, “la vita è un bivio”: così ci ha ricordato – in maniera tanto semplice quanto efficace – Mattia durante uno dei nostri primi incontri a San Vittore. Quando anche tu ti sentirai prigioniero, ricordati quel pezzo di via Francigena che abbiamo voluto fare insieme – io e te soli – la scorsa estate: dopo 9 ore di cammino e portando anche il tuo zaino di fronte all’ultima fatica, imprecavo al cielo come un pazzo invitando il Sindaco di Monteriggioni a costruire un tapis roulant al posto di quella impervia salita che conduce all’ingresso delle mura medioevali.

 

Non abbiamo mai riso così tanto, perché anche tu sapevi che stavo scherzando: lo scoutismo infatti ci insegna che la strada più larga ed in piano difficilmente è quella che porta più lontano.

A differenza di Mattia e di tanti altri giovani adulti che non riescono più a trovare la via di casa, le scelte della tua vita tu le hai ancora tutte davanti. Buona strada allora: insieme a tua mamma e a tua sorella, sai che facciamo il tifo per te.

E io faccio il tifo anche per i giovani adulti del Reparto la Chiamata, perché ti auguro anche di scoprire sulla tua pelle che quando poi diventi padre le persone a cui vuoi bene le guardi e le ascolti come se fossero tutti figli tuoi.

Casa circondariale di Milano San Vittore, 12 gennaio 2023 – 16/19 marzo 2023

Reparto LA CHIAMATA        Genitori e figli         Alla ricerca del padre

Non dovevo confrontarmi con nessuno

Sono nato a Vimercate il 23 ottobre del 2000, ultimo di tre fratelli: una sorella e un fratello più grandi. Da come mi ha raccontato mia mamma, ci siamo trasferiti subito da Vimercate in Toscana, dove io ricordo che stavo tanto tempo con mia sorella e mio fratello. Con loro ero tranquillo, i miei genitori non c’erano mai, erano sempre al lavoro e, quando erano a casa, uscivano per andare a fare la spesa o per pagare le bollette, quando ce la facevano. Queste cose le so perché li sentivo parlare, discutere, ma non si preoccupavano di darmi delle attenzioni, però pretendevano che andassi bene a scuola.

Io non li ho mai ascoltati, ascoltavo mia sorella quando mi diceva di fare i compiti e quando portavo bei voti a casa lei era la sola a essere contenta.

Poi, all’età di nove anni, ho cominciato ad uscire per il paese con mio fratello, anche da solo delle volte, ma mai troppo distante da casa, finché un bel giorno i miei genitori mi chiesero di andare a comprare le sigarette, ed io ero invidioso che i miei si comprassero le sigarette mentre a me dicevano sempre di no quando chiedevo qualcosa.

Io vedevo in giro i miei amici con tutte le figurine, le carte da gioco, e tutte queste cose e l’invidia che provavo verso di loro mi ha fatto iniziare a rubare le figurine dal tabaccaio che si fidava di me.

Da lì a poco iniziarono i trasferimenti ma non per le figurine, ma per gli sfratti esecutivi a casa. Finii le elementari in Toscana e mi trasferii in Piemonte, dove iniziai le medie e dove cominciarono i primi problemi.

Iniziai a non aver più voglia di andare a scuola, a rispondere male ai professori, a evitare legami con altri ragazzi, perché sapevo che me ne sarei andato da lì a poco. Poi i primi provvedimenti disciplinari, tanta rabbia verso i miei genitori, due bocciature in prima media. Iniziai a fumare le prime sigarette nell’estate del 2013. Dopo un altro sfratto arrivai a Gerenzago, paese in provincia di Pavia.

Quando ci siamo trasferiti a Gerenzago io non avevo più mia sorella, che ha deciso di andare a vivere con il suo compagno. Io, da lì, ho deciso di prendere le distanze da lei e da tutto, vivere la mia vita come veniva. L’unica persona che mi seguiva mi aveva abbandonato, così ho deciso di abbandonare il rapporto con lei. Ho sofferto molto per il suo abbandono.

Non avevo più punti di riferimento, così sono diventato il punto di riferimento di me stesso. Da quel momento l’unica cosa che volevo era andarmene di casa a 18 anni. Iniziai a peggiorare ogni giorno di più; vivevo in una casa abusiva dove mi vergognavo di portare a casa amici, fidanzate. Era più forte di me e ogni giorno che passava odiavo sempre di più i miei genitori per tutte le situazioni che mi hanno fatto vivere.

Iniziai a drogarmi, usavo soprattutto eroina, iniziai a rubare in casa a vendermi computer, telefoni, prendere i soldi a mia mamma, a tornare a casa il più tardi possibile. Non volevo più provare la sensazione di non essere a casa mia, ho imparato ad essere indifferente, non provavo più niente.

Ogni giorno progettavo modi per trovare soldi, modi per potermi comprare la droga, quando tornavo a casa non la sentivo mia. Quella casa mi ha creato solo malessere, odio, rabbia, la mia casa era la piazza dove uscivo, mi sentivo bene lì, dove stavo sereno tranquillo, mi drogavo ed ero a casa.

Mi sbatterono fuori dalla scuola del paese, dove ormai andavo totalmente pieno di droghe nel corpo, ero insensibile, ogni cosa che mi facevano notare non mi toccava. Finché la preside fece in modo di farmi mettere gli assistenti sociali, mi fecero i primi test sulla droga, così iniziai con il SerD e centri diurni.

Nei primi periodi me ne fregavo totalmente, anzi cercavo tutti i modi possibili per poterli fregare e fingere che fossi pulito: iniziai a mentire nei gruppi, nei colloqui individuali. Finché arrivò il giorno dove mi beccarono facendomi test a sorpresa. Dovevo prendere la terapia che, però, non sempre prendevo. Anche lì fuggivo dal problema, non volevo uscire da quel mondo, avrei dovuto affrontare troppi sentimenti che facevano male, dovevo confrontarmi con la rabbia verso mia sorella e l’abbandono subìto, con i miei genitori delusi per la situazione in cui mi ero messo, ma che non avevano compreso che forse era un po’ anche colpa loro, ma non mi interessava più di tanto.

Ho capito una cosa: che in quel periodo ero bravo a tradire le persone che volevano darmi una mano. Mia sorella, l’unica persona di cui avevo bisogno, non c’era. Per me tradire le persone veniva naturale ormai, ero entrato, non volevo una mano, io stavo bene in quelle situazioni, non sentivo il giudizio di nessuno, non dovevo confrontarmi con nessuno.

Finché non feci la prima rapina, ero in astinenza, avevo rabbia verso me stesso, verso ogni persona che mi capitava davanti. Finii al Beccaria, dove feci tutto il possibile per andarmene, quindi cercai la comunità e andò bene. Arrivai in una comunità di soli adulti, ero il più piccolo. All’inizio stavo bene perché ero riuscito a scappare dal Beccaria, avevo raggiunto il mio obbiettivo.

Passò un anno in cui mi resi conto che avevo bisogno della mia famiglia. Durante quel periodo mi sentivo impotente, non più padrone della mia vita, e ho iniziato a rivalutare diverse cose. Dopo circa un anno e otto mesi, in tribunale, sono stato messo alla prova con le mie emozioni, mi sono trovato davanti alla persona a cui avevo fatto del male. Mi sono sentito una merda davanti al dolore che le si leggeva negli occhi, ma a quanto pare non è bastato visto che, dal momento in cui sono uscito dalla comunità, dopo un mese sono tornato a drogarmi e successivamente a delinquere. Tornai a drogarmi perché in comunità avevo capito che usando la droga avrei soppresso i miei sentimenti, così tornai nel pieno della droga: un modo che potesse portarmi in un’altra dimensione.

Tornai a casa, dove ritrovai lo stesso clima che avevo lasciato. Incontrai vecchie conoscenze con le quali passavo le nottate in piazza, così decisi di tornare a delinquere, rapinando diverse persone in diversi episodi per soddisfare la mia dipendenza, senza preoccuparmi delle conseguenze.

Finché un giorno incontrai la persona che ha cambiato la mia prospettiva di vita. All’inizio non ero convinto di questa relazione tanto che continuai per un anno a delinquere, a drogarmi, ma con il tempo mi sono reso conto di quanto fosse importante per me questa ragazza, lei sapeva che mi drogavo ma non sapeva come facevo a procurarmela.

Quando un giorno decisi di dire basta, lei aveva tanti progetti in testa per la sua vita e io ad un certo punto ho deciso di farla finita con questa vita, mi sono reso conto che stavo facendo soffrire lei e soprattutto le persone che derubavo, solo per star bene io. Decisi di trovare lavoro finché non mi trasferii a Torino di nuovo, dove trovai lavoro presso un’azienda di vendita porta a porta, andai avanti fino a prima dell’arresto, non riuscii a finire il mese per colpa dei miei errori e delle mie scelte pessime.

Prima di trovare lavoro ci misi del tempo ma non mi importava perché ero felice, ero contento di aver trovato qualcuno con cui condividere la mia vita.

Intanto che cercavo lavoro iniziai a non sentire più quel bisogno di droghe, di non essere lucido anzi, cercavo emozioni forti: gioia, amore, insicurezza, tristezza, perché sentivo il bisogno di iniziare a vivere alla luce del sole e non più al buio.

Arrivò il momento dell’arresto e mi trovai in isolamento, dove mi convinsi che era giusto quello che avevo progettato e che non vale la pena di vivere così. Passai poco tempo al carcere di Ivrea, dove qualche persona che era detenuta da tempo mi fece star male. Mi fece pesare i reati che ho fatto, tanto che da lì imparai a guardarmi allo specchio e a sentirmi in colpa per tutto quello che avevo fatto a quei ragazzi. Oggi non riuscirei neanche a guardarli in faccia, dal momento che non meritavano tutto questo.

Al momento non gli davo peso, pensavo solo a me e al mio guadagno, con il tempo che ho passato chiuso per la mia detenzione, ho iniziato a mettermi nei panni di quelle persone. Adesso che sono chiuso qui, ho capito davvero quanto sia stato difficile per loro in quella situazione e, se dovessi incontrarli un giorno, mi scuserei ma soprattutto li ringrazierei perché è anche grazie a loro se oggi ho più consapevolezza dei miei errori e del mio passato.

Lorenzo Rubino

Percorsi della Devianza

Ricordi d’infanzia

Sono nato a Reggio Calabria. Ricordo quando ho iniziato a esplorare il quartiere dove sono cresciuto, dove i palazzi nuovi si mescolavano alle case vecchie: per cinque anni ho vissuto in una di queste case vecchie, prima che il cemento coprisse la natura circostante.

Era un cascinale di tre appartamenti, costeggiato da una stradina poco asfaltata con rientranza di un piccolo pergolato: la prima casa era di un vecchietto che la usava come deposito di piccoli rottami. Ogni volta che andavo a trovarlo, l’odore di grasso e di oli esausti mi rimaneva impresso e ogni volta che entro in un’officina meccanica mi viene in mente Don Ciccio, questo era il suo nome. Mi insegnava come si smontavano gli avvolgimenti delle casse acustiche e dei trasformatori, per recuperare il filo di rame. Subito dopo c’era la mia casettina dove vivevo con mia madre, mio padre, le mie sorelle e i miei fratellini. La casa non era grandissima ma si stava bene. Il cascinale era ben lontano dalla strada e con i miei fratelli ci giocavamo senza che mia madre dovesse preoccuparsi per noi in mezzo alla strada trafficata. 

Più in là viveva una signora anziana, che per rispetto chiamavamo nonna Giulia. Era piccolina di statura e un po’ curva ma di cuore grande. Mi ricordo che viveva da sola. Mi è rimasto un bel ricordo di nonna Giulia. Lei ci rimproverava per il casino che facevamo con i miei fratelli giocando. Dopo averci rimproverati ci chiamava offrendoci dei biscotti fatti da lei e ci diceva: “u sapiti che vi voju beni!”.

Un altro mio ricordo era la festa patronale: mi divertivo a girare tra le bancarelle fermandomi a guardare come preparavano le mandorle pralinate e anche un tipo di biscotto fatto con tanto miele che noi chiamavamo ZIDDA o MUSTAZZOLI. La particolarità di questo dolce erano le molte forme, esempio pesce, cavallo, cestino, casetta, ecc. Sono belli da guardare e buoni da mangiare per chi ha denti forti. 

Un altro mio ricordo di mia mamma è il fischio con cui ci chiamava e col quale io e i miei fratelli capivamo che era l’ora di ritornare a casa.

Le passeggiate in Via Marina, il lungo mare di Reggio Calabria, con la sua ringhiera di ferro antico che affaccia sul mare e in lontananza si vede la Sicilia. La via marina come noi la chiamavamo, arrivando dal porto, divide le due strade a senso unico, un chiosco di gelati che ha circa 80 anni e dove per prendere una brioche con il gelato devi aspettare circa 30 minuti, però ne vale la pena. I gusti che prendevo di solito erano il caffè, la nocciola e la panna. La gustavo pianissimo per quanto era buona.

Più crescevo e più mi piaceva esplorare. Un giorno mio padre mi regalò una bicicletta misura 14 marca Graziella. E’ stata una gioia grande potermi spingere più lontano per conoscere la mia città.

La mia prima meta con la bicicletta è stata la Stazione Centrale con la sua piazza dove facevano capolinea i pullman di linea e quelli della città. Al centro della piazza sovrastava la statua di Giuseppe Garibaldi a cavallo.

Proseguendo in direzione nord, sul corso dedicato sempre a Garibaldi s’incontra la Villa Comunale con i suoi enormi alberi dai nomi esotici. Dalla parte di sotto, nella Villa Comunale si trova un laghetto pieno di pesci rossi che se la contendevano insieme ai cigni. Prima dell’uscita c’era un piccolo zoo con due leoni, tre babbuini, un pavone e una gabbia di uccellini.

Continuando sul corso Garibaldi si arriva al Duomo con le due statue di S. Pietro e Paolo e la grande piazza con i magazzini ai lati. Proseguendo si arriva al museo dove si trovano le statue di bronzo ritrovate a Riace che tutto il mondo ci invidia!

Questa è una parte della mia città .

Bollate, 16/09/2022
Salvatore Luci

Officina creativa

La macchia gialla

Si era più o meno di questa stagione.

Il mio papà una mattina mi portò a casa di mio nonno. Mio nonno faceva il contadino e abitava in una casa che, come quelle dei suoi vicini , anch’essi contadini, si affacciava su un grande cortile, di fatto un’enorme aia. Non mi piaceva particolarmente andare a casa di mio nonno, non saprei dire perché. Quel giorno, però, mi aspettava una sorpresa. Quando arrivai, superato il portone d’ingresso nel cortile, non riconobbi il luogo. Una magia l’aveva trasformato: l’aia era diventata color giallo sole e il contrasto col cielo azzurro era sorprendente. Ai bordi erano sedute molte persone che stavano sgranando le pannocchie di granturco. Chi canticchiava, chi parlottava, e intanto i chicchi gialli cadevano per terra e si aggiungevano agli altri, e la macchia gialla si allargava sempre di più.

La bellezza di quell’immagine mi avvicinò a mio nonno e al suo mondo e dopo quella volta ci andai  volentieri.

La bellezza di quell’immagine mi è rimasta nel cuore.

Officina creativa

Spara, Juri, spara

Il guerriero, il ricercatore, l’esploratore, l’archimandrita, l’anacoreta.

Spara, Juri, spara. Spara le tue parole, spara i tuoi discorsi, manda la maschera in pezzi e rivela l’uomo.

Proiettili le tue parole, armi i tuoi discorsi. E’ una strana guerra la tua, una guerra di ricerca, una guerra di ascolto.

Da sempre sei alla ricerca dell’uomo in coloro che incontri. Interroghi, indaghi e ascolti. Ascolti le voci di Freud, Lacan, Winnicott… e le voci da dentro. Le voci si intrecciano, si sommano, si accordano, stridono. Diventano storia. Ascolti la storia e spari i tuoi colpi. La ascolti di nuovo e poi ancora ed ancora. La storia è la stessa ma è anche diversa. Cogli nodi ed intoppi, sbrogli matasse intricate, arruffate da lapsus e mascherate da raptus. Metti in fila gli eventi, metti ordine nelle emozioni e nei sentimenti. E ancora e ancora. Interpreti le voci e spieghi la storia a chi, raccontandola, credeva di averla capita. Ti fermi quando l’aderenza tra forma e sostanza ti sembra raggiunta. Ti fermi quando la storia coincide con l’uomo. Ma poi ricominci.

Ascolti le voci, ascolti la storia, cominci a esplorare le scelte e i percorsi, i paesaggi e le mete.

Le scelte sbagliate, le mete fasulle, la realtà delirante di paesaggi inesistenti con una bussola nuova riacquistano senso, te ne servi per costruire mappe chiarissime.

Da bravo pastore non dimentichi pecore, pur riottose, se ti seguono attente. Sulla strada ritrovata avanzano lente, si nutrono delle tue parole e dei tuoi discorsi, strada facendo si scoprono un vello folto e lucente, vanto insperato e molto ammirato.

Ogni tanto il ricercatore ha un dubbio di troppo, l’esploratore si trova smarrito, il pastore perde una pecora. Ma è un attimo, poi si riprende. Riprende il cammino. E’ un po’ solo, a volte si chiede chi sbroglierà la sua matassa arruffata, chi spiegherà a lui quel pezzo della sua storia che non riesce a capire, chi gli rivelerà il percorso migliore per la bellezza, perché sa che la bellezza è una forza potente, cui nessuno resiste.

Nuccia Pessina

Le storie

 

Storia di Camilla

Sono agitatissima. tesa come una corda di violino. E’ la prima volta che nello spettacolo di fine anno ho una parte così importante: la protagonista!

Ma non mento a me stessa. La tensione non dipende solo da questo. Sono tesa perché vengono a vedermi mamma e papà insieme. E’ la prima volta.

Adele sta finalmente meglio. Sono così contenta che ce l’abbia fatta. Voglio molto bene a mia sorella Adele ma ogni tanto vorrei non avere una sorella o averne una normale. Lei è bella, intelligente, sensibile ma ha dentro di sé un dolore senza causa, secondo me, che la lacera, la corrode, la risucchia verso gesti insensati. E’ la seconda volta che tenta il suicidio. Per fortuna siamo arrivati in tempo. L’abbiamo portata al Pronto Soccorso più in fretta che potevamo, abitiamo molto vicini, se avessimo chiamato l’ambulanza ci avrebbe messo di più. Lavanda gastrica immediata e ce l’ha fatta. Questa sera l’abbiamo lasciata con una parente cui è molto affezionata, così io mamma e papà per una volta saremo una famiglia. Andremo a mangiare una pizza dopo il saggio e chiacchiereremo come non capita da tempo. Eccoli, sono arrivati, tra pochi minuti si comincia.

Sento gli applausi che scrosciano. Siamo stati bravi. Sono stata brava. Ho retto la parte con maestria. Ero dentro il personaggio. Sono mesi che ci lavoro. Ho quasi perso la mia identità per calarmi nel mio personaggio. A volte mi trovo a comportarmi come lei, a reagire come lei, a pensare come lei. E, francamente, a volte era un autentico sollievo. Essere lei era meglio che essere me stessa, mi acquietava, perché i suoi travagli erano finti, dunque sopportabili, il solo sforzo che dovevo fare era comprenderli. I miei travagli, invece, sono intollerabili ormai perché non sono miei davvero.

Gli applausi non smettono, è la quarta volta che ci chiamano sul palcoscenico. E’ bellissimo. Ma sono anche tanto stanca. Le luci di scena abbagliano e non mi fanno vedere chi c’è in sala. Chissà come sono contenti i miei. Contenti e orgogliosi che la loro piccolina sia stata così brava. Oh, ecco le luci anche in sala. Non li vedo.  Dove sono?

Sono al ristorante con tutti gli attori. Siamo contenti e sfiniti. C’è un vino molto buono. Va giù che è una meraviglia. Poi fa così caldo fuori e così freddo dentro! Bevo come se non avessi mai fatto altro. Poi una bella scorribanda notturna, tutti insieme. E’ una bella serata. E’ una bella serata?

Mi ritrovo a passeggiare con Andrea, amico del protagonista. Mi mette un braccio sulle spalle e mi stringe a sé. Lo lascio fare. La sensazione è piacevole. Camminiamo a lungo. L’effetto del vino pian piano si attenua. La testa ora è lucida. Troppo lucida. Andrea mi offre un tiro di fumo. Che buon aroma. Tiro un’altra boccata e un’altra ancora. Tutto mi sembra bello, il cielo è più terso, le stelle più lucenti, le gambe mi fanno volare, le persone sorridono amichevoli, parlo senza sforzo, tutti mi ascoltano, mi capiscono. Sono in sintonia con l’universo. Soprattutto il mio corpo è in sintonia con il mio cervello e il macigno sul mio sterno se ne è andato.

Forse anche noi possiamo andare a dormire. E’ quasi l’alba. Salgo in macchina con Andrea. Mi ritrovo le sue mani dappertutto e poi non solo le sue mani. Va bene così. Anche con questo sono in sintonia. Lo sento dentro di me. Mi penetra come se non avesse mai fatto altro, e un po’ mi fa male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace. E poi mi piace, mi piace, mi piace, mi piace.

Salgo le scale di casa, frugo nella borsa per cercare le chiavi e vedo il telefono che lampeggia. Messaggio. Adele è in ospedale in fin di vita. Si è affettata numerose parti del corpo, quasi fosse un prosciutto, mi dice mio padre con la voce rotta, ha perso molto sangue, forse troppo.

Vado in camera mia e mi stendo sul letto.

L’effetto del vino è ormai un ricordo, l’effetto del fumo se ne è andato tra le spire, l’effetto della vita, invece, c’è tutto ed è tutto qui appoggiato sul mio sterno. Per fortuna c’è qualcosa che mi può aiutare. Allungo la mano, apro il cassetto, trovo il blister, ingoio.

Buona notte Camilla! Sogni d’oro!
Domani riprende lo spettacolo della mia vita. Devo essere forte, devo stare bene, devo essere sorridente ed empatica, devo andare a trovare Adele in ospedale, devo rallegrarla, devo risollevare il morale dei miei. Non devo pensare, non devo sentire. Cercherò con impegno un altro personaggio cui dare vita, cui prestare corpo e spirito. Spero di trovarlo in fretta. E’ una questione di sopravvivenza.

L’altro giorno ho pianto per ore. E’ stato un pianto liberatorio. E non è un modo di dire. Ero così sfinita che non riuscivo a smettere, avevo perso i contatti con la realtà. A un certo punto, quando ho aperto gli occhi, ho visto la mamma che mi guardava desolata, l’ho sentita avvicinarsi, si è seduta accanto a me sul letto e ha cominciato ad accarezzarmi i capelli, me li ha accarezzati per ore, o così mi è parso e, dopo molto tempo, una sensazione di benessere mi ha pervaso.

Sopravviverò, imparerò a tenere a bada il dolore, ma non dovrò più farlo di nascosto. Condividere il mio dolore lo attutirà e renderà più sopportabile anche agli altri provare il loro.

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