Spara, Juri, spara

Il guerriero, il ricercatore, l’esploratore, l’archimandrita, l’anacoreta.

Spara, Juri, spara. Spara le tue parole, spara i tuoi discorsi, manda la maschera in pezzi e rivela l’uomo.

Proiettili le tue parole, armi i tuoi discorsi. E’ una strana guerra la tua, una guerra di ricerca, una guerra di ascolto.

Da sempre sei alla ricerca dell’uomo in coloro che incontri. Interroghi, indaghi e ascolti. Ascolti le voci di Freud, Lacan, Winnicott… e le voci da dentro. Le voci si intrecciano, si sommano, si accordano, stridono. Diventano storia. Ascolti la storia e spari i tuoi colpi. La ascolti di nuovo e poi ancora ed ancora. La storia è la stessa ma è anche diversa. Cogli nodi ed intoppi, sbrogli matasse intricate, arruffate da lapsus e mascherate da raptus. Metti in fila gli eventi, metti ordine nelle emozioni e nei sentimenti. E ancora e ancora. Interpreti le voci e spieghi la storia a chi, raccontandola, credeva di averla capita. Ti fermi quando l’aderenza tra forma e sostanza ti sembra raggiunta. Ti fermi quando la storia coincide con l’uomo. Ma poi ricominci.

Ascolti le voci, ascolti la storia, cominci a esplorare le scelte e i percorsi, i paesaggi e le mete.

Le scelte sbagliate, le mete fasulle, la realtà delirante di paesaggi inesistenti con una bussola nuova riacquistano senso, te ne servi per costruire mappe chiarissime.

Da bravo pastore non dimentichi pecore, pur riottose, se ti seguono attente. Sulla strada ritrovata avanzano lente, si nutrono delle tue parole e dei tuoi discorsi, strada facendo si scoprono un vello folto e lucente, vanto insperato e molto ammirato.

Ogni tanto il ricercatore ha un dubbio di troppo, l’esploratore si trova smarrito, il pastore perde una pecora. Ma è un attimo, poi si riprende. Riprende il cammino. E’ un po’ solo, a volte si chiede chi sbroglierà la sua matassa arruffata, chi spiegherà a lui quel pezzo della sua storia che non riesce a capire, chi gli rivelerà il percorso migliore per la bellezza, perché sa che la bellezza è una forza potente, cui nessuno resiste.

Nuccia Pessina

Le storie

 

Storia di Camilla

Sono agitatissima. tesa come una corda di violino. E’ la prima volta che nello spettacolo di fine anno ho una parte così importante: la protagonista!

Ma non mento a me stessa. La tensione non dipende solo da questo. Sono tesa perché vengono a vedermi mamma e papà insieme. E’ la prima volta.

Adele sta finalmente meglio. Sono così contenta che ce l’abbia fatta. Voglio molto bene a mia sorella Adele ma ogni tanto vorrei non avere una sorella o averne una normale. Lei è bella, intelligente, sensibile ma ha dentro di sé un dolore senza causa, secondo me, che la lacera, la corrode, la risucchia verso gesti insensati. E’ la seconda volta che tenta il suicidio. Per fortuna siamo arrivati in tempo. L’abbiamo portata al Pronto Soccorso più in fretta che potevamo, abitiamo molto vicini, se avessimo chiamato l’ambulanza ci avrebbe messo di più. Lavanda gastrica immediata e ce l’ha fatta. Questa sera l’abbiamo lasciata con una parente cui è molto affezionata, così io mamma e papà per una volta saremo una famiglia. Andremo a mangiare una pizza dopo il saggio e chiacchiereremo come non capita da tempo. Eccoli, sono arrivati, tra pochi minuti si comincia.

Sento gli applausi che scrosciano. Siamo stati bravi. Sono stata brava. Ho retto la parte con maestria. Ero dentro il personaggio. Sono mesi che ci lavoro. Ho quasi perso la mia identità per calarmi nel mio personaggio. A volte mi trovo a comportarmi come lei, a reagire come lei, a pensare come lei. E, francamente, a volte era un autentico sollievo. Essere lei era meglio che essere me stessa, mi acquietava, perché i suoi travagli erano finti, dunque sopportabili, il solo sforzo che dovevo fare era comprenderli. I miei travagli, invece, sono intollerabili ormai perché non sono miei davvero.

Gli applausi non smettono, è la quarta volta che ci chiamano sul palcoscenico. E’ bellissimo. Ma sono anche tanto stanca. Le luci di scena abbagliano e non mi fanno vedere chi c’è in sala. Chissà come sono contenti i miei. Contenti e orgogliosi che la loro piccolina sia stata così brava. Oh, ecco le luci anche in sala. Non li vedo.  Dove sono?

Sono al ristorante con tutti gli attori. Siamo contenti e sfiniti. C’è un vino molto buono. Va giù che è una meraviglia. Poi fa così caldo fuori e così freddo dentro! Bevo come se non avessi mai fatto altro. Poi una bella scorribanda notturna, tutti insieme. E’ una bella serata. E’ una bella serata?

Mi ritrovo a passeggiare con Andrea, amico del protagonista. Mi mette un braccio sulle spalle e mi stringe a sé. Lo lascio fare. La sensazione è piacevole. Camminiamo a lungo. L’effetto del vino pian piano si attenua. La testa ora è lucida. Troppo lucida. Andrea mi offre un tiro di fumo. Che buon aroma. Tiro un’altra boccata e un’altra ancora. Tutto mi sembra bello, il cielo è più terso, le stelle più lucenti, le gambe mi fanno volare, le persone sorridono amichevoli, parlo senza sforzo, tutti mi ascoltano, mi capiscono. Sono in sintonia con l’universo. Soprattutto il mio corpo è in sintonia con il mio cervello e il macigno sul mio sterno se ne è andato.

Forse anche noi possiamo andare a dormire. E’ quasi l’alba. Salgo in macchina con Andrea. Mi ritrovo le sue mani dappertutto e poi non solo le sue mani. Va bene così. Anche con questo sono in sintonia. Lo sento dentro di me. Mi penetra come se non avesse mai fatto altro, e un po’ mi fa male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace. E poi mi piace, mi piace, mi piace, mi piace.

Salgo le scale di casa, frugo nella borsa per cercare le chiavi e vedo il telefono che lampeggia. Messaggio. Adele è in ospedale in fin di vita. Si è affettata numerose parti del corpo, quasi fosse un prosciutto, mi dice mio padre con la voce rotta, ha perso molto sangue, forse troppo.

Vado in camera mia e mi stendo sul letto.

L’effetto del vino è ormai un ricordo, l’effetto del fumo se ne è andato tra le spire, l’effetto della vita, invece, c’è tutto ed è tutto qui appoggiato sul mio sterno. Per fortuna c’è qualcosa che mi può aiutare. Allungo la mano, apro il cassetto, trovo il blister, ingoio.

Buona notte Camilla! Sogni d’oro!
Domani riprende lo spettacolo della mia vita. Devo essere forte, devo stare bene, devo essere sorridente ed empatica, devo andare a trovare Adele in ospedale, devo rallegrarla, devo risollevare il morale dei miei. Non devo pensare, non devo sentire. Cercherò con impegno un altro personaggio cui dare vita, cui prestare corpo e spirito. Spero di trovarlo in fretta. E’ una questione di sopravvivenza.

L’altro giorno ho pianto per ore. E’ stato un pianto liberatorio. E non è un modo di dire. Ero così sfinita che non riuscivo a smettere, avevo perso i contatti con la realtà. A un certo punto, quando ho aperto gli occhi, ho visto la mamma che mi guardava desolata, l’ho sentita avvicinarsi, si è seduta accanto a me sul letto e ha cominciato ad accarezzarmi i capelli, me li ha accarezzati per ore, o così mi è parso e, dopo molto tempo, una sensazione di benessere mi ha pervaso.

Sopravviverò, imparerò a tenere a bada il dolore, ma non dovrò più farlo di nascosto. Condividere il mio dolore lo attutirà e renderà più sopportabile anche agli altri provare il loro.

Storie

Il mio mito

Caro Dott. Aparo,
mercoledì mi ha chiesto di produrre uno scritto sulla mia vita “vissuta”.

Non sono tanto bravo con carta e penna, ma gli incontri con il gruppo mi stimolino tanto e trovo giusto almeno provarci, non solo per produrre uno scritto, ma più che altro per imparare che ogni limite affrontato può essere anche superato.

Vengo dalla Sicilia, più precisamente da Catania, terra che lei conosce abbastanza bene (abbastanza perché lei rappresenta la parte per bene, io quella fatta di male: una moneta che mostra le due facce).

Quando avevo quattro anni mamma e papà hanno divorziato, e si sa che queste decisioni, quando vengono prese non civilmente, finiscono per ripercuotersi sui figli. Io e mia sorella siamo cresciuti con mia mamma, donna che ha sempre lavorato per provvedere ai nostri bisogni; quindi, per motivi nobili diventava assente nella nostra vita quotidiana, diversamente da mio padre che era assente semplicemente per una sua scelta.

Frequentavamo la scuola delle suore proprio per le necessità lavorative di mia mamma, la scuola delle suore infatti ci teneva impegnati per tutto il giorno, dalle 8.30 alle 18.30 e sapere che noi eravamo a scuola permetteva a mia mamma di sentirsi sicura.

Purtroppo, tante volte si guarda al problema più lontano e non a quello che abbiamo davanti agli occhi, infatti la possibilità di una mia devianza era proprio in famiglia. Mio cugino, il nipote di mio padre, era più grande di me e aveva una visione della vita distorta, deviante: era un rapinatore. Purtroppo, nel nostro contesto sociale è più facile nascondere una devianza che una cosa buona. Con mio cugino ci trascorrevo tanto tempo, ero affascinato da lui, dal suo modo disinvolto che aveva verso la vita quotidiana. Io non ero un bambino stupido, anzi ero molto sveglio: nel quartiere dove sono cresciuto, o eri furbo o eri scemo.

Una volta iniziate le scuole medie mi sono sentito più adulto, in grado di scegliere la mia vita; mentre in me crescevano tutte queste domande, un giorno arriva una risposta tanto concreta: ammazzano mio cugino. In quel momento in me entrò il buio totale, l’odio: il male peggiore. Era stato ucciso il mio idolo, il mio mito, quello che aveva dato un senso a tutto quel vuoto della mia vita.

Da quel momento in me era sparita ogni traccia di quel bambino dalle scelte insicure: sapevo cosa volevo, vendicare mio cugino, l’unico modo per scacciare quel dolore che premeva dentro.

Dopo un po’ anche a scuola la mia rabbia era padrona, infatti alla prima occasione è emersa, esplosa. Una convocazione con la preside per un mio comportamento in classe fu l’occasione per farmi allontanare dalla scuola: alzai le mani sulla preside.

Il mio allontanamento da scuola per cinque anni e gli impegni lavorativi di mamma favorirono la mia “libertà”. Ho iniziato a vivere la strada, meditare sempre di più la mia vendetta. Da quel momento in poi la mia vita è stata un continuo progredire verso la delinquenza, affinché chi della strada era padrone potesse accorgersi di me. Con gli anni si sono accorti di me, del dolore che avevo dentro, della rabbia e dell’odio cresciuto in me, della mia sete di vendetta, alla quale non ho nemmeno provato a resistere quando se ne è presentata l’occasione. Il giorno in cui ho ucciso l’uomo che aveva ucciso mio cugino, mi sono sentito bene.

La mia vendetta era stata fatta, ma anche il mio futuro era stato segnato.

Angelo Cacisi

Percorsi della devianza

Il bambino che non sono mai stato

Buongiorno a tutti, sono Nunzio. Ultimamente al gruppo si è parlato molto del contesto sociale dal quale proviene una persona e delle scelte di “vita”. Ripenso alla mia adolescenza deviante e, in fondo, non vissuta: collegio, carcere minorile e a San Vittore a 20 anni. Ripenso a quello che mi ha portato in collegio, a quello che poi ha permesso alla mia rabbia di prevalere su quella che poteva essere un’infanzia più tranquilla. Ricordo che, in comune con quasi tutti i bambini del collegio, avevo i genitori separati e trascorrevo i weekend uno con mamma e uno con papà, alternandoli. Nelle volte in cui toccava al secondo, tante volte quel weekend si trasformava in paura, orrore, attese varie e alla fine pure in realtà: mio padre non ci veniva mai a prendere, stavamo lì alla finestra a vedere gli altri che andavano a casa… E stai lì a distrarre il mio fratellino e consolarlo.

Quando andavo con mamma a casa sua, c’era sempre suo fratello, che ai tempi era un delinquente affermato, uno dei capi della zona di Giambellino. Con la sua presenza e il suo “affetto”, riusciva a mettere in ombra l’assenza di mio padre, mi sentivo sicuro: il suo essere presente anche economicamente mi portava a pensare, sognare che anch’io un domani avrei potuto prendermi cura di mamma e del mio fratellino.

Qualche anno dopo feci la mia prima esperienza al Beccaria (carcere minorile) per furto con altri cinque ragazzi. Arrivati lì, neanche il tempo di entrare che le guardie mi fecero sapere che mio zio Michele aveva detto di stare tranquillo, che tra pochi giorni sarei tornato a casa e che lui era molto orgoglioso di me. Oltre al messaggio, mi depositò un milione di lire sul libretto, per poter aiutare qualcuno che era in difficoltà: una cosa normale per uno come lui, entusiasmante per me. Penso, anzi oggi ne sono certo, che il carcere minorile sia la scuola di delinquenza più grande in assoluto, quella che forma un vero delinquente. La cosa che mi colpì di più in tutto questo, che mi rese orgoglioso di me stesso, fu la considerazione che quel falso “mito” aveva da parte di tutti: sempre più spesso dove andavo mi sentivo dire non che ero il figlio di Giovanni, ma il nipote di Michele.

Questa è stata la costruzione del “mito” di me stesso. Inutile raccontare quanto la mia vita criminale sia stata sempre a crescere, tant’è che oggi sono un ergastolano. Non do minimamente colpa a mamma o papà o alla compagnia; mamma lavorava dalla mattina alla sera per non farci mancare nulla, papà aveva una piccola impresa artigianale e mi ha sempre voluto al suo fianco (solo al lavoro) però io avevo “scelto” altro e tutt’ora ne pago le conseguenze. Però, come dice il Dottor Aparo, col tempo trovi quello che coltivi nell’orto. Oggi, l’importante è che uno, dalle sofferenze che ha creato e sta patendo, trovi il modo per costruire un presente meno cupo, come le tante mattine che mi alzo, girando e camminando, ammazzando il tempo per anni, non giorni, senza meta.

Oggi quando sento dire che il contesto sociale è il “motivo” di devianza, mi fa un po’ rabbia, anche se, a guardarla così, il contesto dove sono cresciuto sarebbe per me un’attenuante per i reati che ho commesso. Penso che il contesto sociale possa favorire la devianza, tenendo però presente che la scintilla è dentro di noi. Sicuramente oggi ho la consapevolezza di riconoscerla nella rabbia accumulata da bambino, assieme alla delusione di un padre assente che potevo solo immaginare, mentre aspettavo alla finestra tra la rabbia e le lacrime che rendevano buia anche una giornata di sole.

Mercoledì, come altre volte, il Dottor Aparo ha notato che sembra che io non partecipi agli incontri. Le chiedo scusa, questa non è una mia scelta, ma la voglia di capire, di imparare, di riflettere e di guardarmi più in profondità. Come vede non lascio tutto al tavolo: lo porto con me, in me, in quello spazio vuoto che è il carcere, per riflessioni come queste. Scrivere è un modo certamente più facile per me, che non nascondo di essere un po’ timido, ma sono più concreto con carta e penna, perché mi aiuta anche ad ascoltare me stesso come non avevo mai fatto prima: fragile, debole, ma anche tanto curioso di scoprire e di scoprirmi curioso come quel bambino che non sono mai stato.

Nunzio Galeotta

Percorsi della devianza

Le zanzare vincono quasi sempre

Le zanzare per nostra sfortuna vincono sempre, o quasi.

È una notte d’estate, mentre tutti dormono, sento le zanzare che cercano ostinatamente di attaccarmi: è un combattimento impari, vincono quasi sempre loro. In questa battaglia notturna mi viene in mente mio padre. È molto tempo che non lo ricordavo più, chissà perché. Fa un caldo terribile in queste celle, il caldo toglie il respiro, mi vien voglia di urlare, intanto penso a mio padre. Cerco anche di ricordare i visi delle persone che conoscevo, ma inutilmente; sarà il caldo, penso. Mi sforzo ma è inutile ricordare i loro visi, non ho neppure le foto di tutti coloro che vorrei ricordare e associare alla mia vita passata. Ho trascorso parecchio tempo in carcere e ho incontrato molte persone. Con alcune di loro abbiamo fatto un percorso di confronto culturale e personale, tuttavia ricordo a stento i loro nomi. Ho sempre pensato che è meglio non affezionarsi a nessuno, specie in luoghi come questo.

Mio padre era un semplice contadino, ha cercato per quanto gli fosse possibile di darmi degli insegnamenti; ha fatto di tutto, sono io che non ho fatto nulla per aiutarlo. Ricordo in particolare quando durante l’estate ci svegliava prestissimo per aiutarlo ad irrigare i campi dove lui lavorava, dal momento che il suo turno di erogazione dell’acqua gli veniva concesso durante la notte; ricordo le sue corse con la zappa in mano per tappare i buchi nel terreno, quelli lasciati dalle piccole talpe che fuoriuscivano alla ricerca di refrigerio, onde evitare che andasse persa qualche goccia d’acqua.

A pensarci bene, non ho una foto da adulto insieme a lui. Lo ricordo sempre alla ricerca di una giornata di lavoro, ce la metteva tutta per portare, come si dice, il pane a casa. Abitavamo in una casa colonica, di caldo ne faceva tanto durante l’estate in quel profondo sud. Invece oggi debbo sopportare lo stesso caldo, con la differenza che a casa potevo uscire e dormire fuori all’aria aperta, magari sopra l’erba rinfrescata dalla brina notturna; mentre qua non è possibile, ci sono i cancelli di ferro. Ecco che di nuovo il pensiero corre a mio papà, alla mia infanzia, ai miei quattro fratelli e a mia madre. L’ultima volta che ho incontrato mio padre è stato in carcere, era venuto a trovarmi, forse ad abbracciarmi per l’ultima volta; stava per morire, ho visto gli occhi di mia madre che me lo enunciavano, mentre lui si sforzava di chiacchierare forse per darmi coraggio. Pensava forse che avessi bisogno di quello.

Oggi penso a tutto quello che avrei voluto dirgli, raccontare di me, della mia vita, manifestargli il mio affetto, la mia stima, la mia ammirazione per la sua grandiosità di essere uomo, per la sua umiltà, per non averci mai fatto mancare nulla, né a noi né a mia madre, che venerava. Non ho voluto farlo, forse per non apparire debole ai suoi occhi e me ne rammarico.

Mi bastava guardarlo per capire quello che gli passava per la testa, era una persona semplice, non conosceva cattiveria, malizia, invidia. Non sapeva cosa fossero. Non erano sentimenti che gli appartenevano, per questo molti si approfittavano della sua nobiltà d’animo e della sua incapacità di sottrarsi alle richieste di aiuto; era facile per gli altri circuirlo, approfittando della sua semplicità, per non pagarlo della fatica che svolgeva nei campi. In poche parole era semplicemente una brava persona, perbene, con delle qualità rare, tanto da sembrare anacronistico nei suoi modi di fare. La sua vita sacrificata mi faceva arrabbiare parecchio.

Ho iniziato già da ragazzino ad applicarmi con l’intento di riuscire a dare ed avere qualche soddisfazione in più, ma diventando tutto l’opposto di lui. Ho avuto molte soddisfazioni per il mio carattere, ma questo mi ha anche trascinato fuori dal contesto sociale. Non desidero attenuanti. Invece vorrei parlare a mio padre in questa notte di caldo, chiuso in una cella insieme ad altre due disgraziati come me, che adesso dormono beatamente con il lenzuolo bagnato appositamente d’acqua sopra il corpo. Vorrei chiedergli scusa per la mia assenza al suo funerale, non è dipeso dalla mia volontà; chiedergli scusa per tutte le volte che avrei voluto abbracciarmelo forte per dirgli quanto mi è mancato, quanto mi hanno fatto sentire sicuro i suoi di abbracci, per dirgli “grazie Papà per tutto quello che hai fatto per noi”.

Ieri ho chiamato mia madre e dopo i primi convenevoli, mi ha detto che a breve ricorre l’anniversario della morte di papà. Ho risposto che quella data non la dimentico e che ho pensato di fare recitare una messa dal cappellano. È una bugia, non sono credente e mia madre non lo sa; se lo sapesse ne farebbe un dramma.

Non riesco a dormire ed accendo a volume zero la tv, guardo le immagini di migranti sui barconi; molti non arriveranno a destinazione, altri forse ce la faranno e sono contento per loro. Penso questo perché credo che ognuno abbia bisogno di opportunità, di una chance, per raggiungere la felicità, o perlomeno per tentare di migliorare il proprio stato. Mi rattrista pensare che molti rimarranno delusi nelle loro aspettative non trovando l’isola felice che speravano di raggiungere. Alcuni di loro dopo la lunga attraversata, si ritroveranno in carcere, inghiottiti in questa buia voragine, aggiungendo alla sofferenza passata quella che il carcere riserverà loro, comprese le torride notti di caldo trascorse a lottare contro l’infinito esercito delle zanzare, che cercano continuamente di attaccare e che, per nostra sfortuna, vincono sempre, o quasi.

Vincenzo Martino

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Le vite degli altri

Durante il nostro ultimo incontro al tavolo del gruppo, abbiamo commentato la giornata trascorsa con i nostri familiari nel teatro del carcere di Opera e la lettera di Vito Cosco, che di quella giornata è stata protagonista.

Della lettera hanno anche parlato alcuni giornali, provando a farne uno scoop. Di sicuro le nostre storie non hanno la stessa risonanza di quella di Vito, ma dietro ognuno di noi c’è una storia e, come come ha detto Vito quel giorno… “per fare quello che abbiamo fatto c’è voluto poco tempo e poco impegno, ce ne vuole invece molto per capire quello che facevamo“.

La detenzione utile è quella che ti fa prendere coscienza di te stesso, non quella che ti costringe a oziare sul letto, intanto che aspetti il fine pena. Le emozioni che abbiamo provato quel giorno sono collegate a come recuperare il rapporto con noi stessi e con i nostri famigliari.

Io spero che dall’altra parte ci sia qualcuno che osserva realmente il percorso che fa il detenuto. Non chiediamo perdono o di cancellare le nostre colpe, chiediamo che vengano osservate e riconosciute le attività che svolgiamo in carcere e valutati i risultati.

A volte la televisione e i giornali parlano superficialmente di quello che fanno i detenuti pur di vendere, ma queste non sono vere notizie, è solo speculazione. La vera notizia sarebbe entrare nel merito di quello che fa il Gruppo della Trasgressione. Il suo lavoro è quello di tirare fuori dalla persona quello che la persona ha già ma che non sa di avere.

Il problema è che l’arte della maieutica non è facile, mentre è invece molto più facile, eccitante e vendibile, parlare di mostri che non potranno mai essere perdonati.  Ma dedicare attenzione alle cose eccitanti e vendibili è esattamente quello che facevamo noi all’epoca in cui passavamo il tempo ad assumere e vendere sostanze invece che a occuparci di sostanza.

La sensazione che ho provato quel giorno, dopo la lettura della lettera e il discorso di Vito, è stata straordinaria, ma allo stesso tempo ho capito quanto possa essere difficile far comprendere alla gente il cambiamento che avviene in chi ha riscoperto la propria coscienza.  Ho sentito dire a uno dei familiari presenti quel giorno che, se non avesse vissuto di persona questa giornata, per lei Vito Cosco sarebbe dovuto morire in carcere perché solo questo meritava.

Quando si fanno questi incontri, i giudizi smettono di essere coltelli e si arricchiscono di empatia. Forse è proprio di questo che il mondo ha più bisogno… di ascoltare con attenzione le storie degli altri… quello che non abbiamo saputo fare noi quando non prestatavamo attenzione alle vite degli altri.

Marcello Portaro e Angelo Aparo

Marcello Portaro

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Alla ricerca della coscienza

Il 13 agosto del 1999 avrei dovuto trovarmi davanti alla chiesa ad aspettare la mia amata per sposarla, invece mi sono risvegliato rinchiuso in una stanza sporca e buia. Tutta la notte era trascorsa rigirandomi sul letto, non riuscivo a capacitarmi di cosa fosse successo, forse mi stavo risvegliando da un brutto incubo? No, era la realtà! Stavolta avevo superato ogni limite e adesso il mio pensiero fisso era “guarda dove sono per avere cercato di essere ciò che in realtà non sono“.

Ho sperperato molti anni della mia gioventù provocando dolore agli altri, dando spazio a un delirio d’onnipotenza che sembrava insaziabile. Ormai tutti i miei casini erano diventati abitudinari, non riuscivo più a ragionare, sino a quando ho superato il limite estremo, ho tolto la vita a un’altra persona che aveva, come me, solo 19 anni. E questo perché, secondo la mia mentalità criminale di allora, lui mi aveva fatto un torto che si poteva ripagare solo con la vita.

Al pensiero di quel gesto cosi vigliacco, oggi mi sento un vero schifo, vorrei tanto anch’io pigiare quel pulsante rosso per tornare indietro. Purtroppo quel pulsante non esiste. Il Dott. Aparo in uno degli ultimi incontri ha detto “esistono pulsanti di altro colore“. Oggi, con la consapevolezza degli errori fatti nel passato, sono alla ricerca di quei pulsanti.

A causa di questi miei errori, sono rimasto detenuto per 6 anni come carcerazione preventiva. Poi sono stato scarcerato. Ero riuscito a “farla franca”, se cosi si può dire, non pagando il mio reato più grave, l’omicidio, per mancanza di indizi di colpevolezza.

Uscito dal carcere, realizzo finalmente il mio sogno, mi sposo. Ma i miei incubi si riaffacciano sempre anche se faccio di tutto per cancellarli. La mia vita continua, nasce mio figlio e con lui arrivano una felicità immensa e responsabilità maggiori. Dopo due anni arriva mia figlia, altra gioia immensa. Pensavo di avere ormai tutto nella vita: nuove amicizie, nuove abitudini, vita regolare, lavoro e famiglia.

I miei sogni si erano realizzati, pensavo che ormai il passato fosse evaporato. Ma dopo 13 anni si riaprono le ferite che non si erano mai chiuse del tutto; la giustizia viene a chiedere di saldare il conto. Mi sono sentito cadere il mondo addosso, anche se era una cosa che comunque mi aspettavo. Erano passati sette anni dall’ultima mia carcerazione e avevo avuto tutto il tempo e le persone giuste al mio fianco per affrontare il trauma.

Le basi erano più solide, ero un’altra persona, con degli ideali diversi e progetti futuri, cose che mi erano mancate nella mia adolescenza. Pronto a tutto, saluto mia moglie e i miei figli che all’epoca erano troppo piccoli per capire, e vado costituirmi spontaneamente.

La mia vita all’interno del carcere aveva bisogno di nuova linfa per andare avanti; adesso non dovevo nascondermi da nessuno, tutti sapevano chi ero stato nel mio passato, ma nessuno sapeva chi sarei potuto diventare col tempo. Ormai i miei vecchi compagni mi vedevano in modo diverso. Davanti a loro c’era un Sergio che ragionava con la sua testa e non più come un burattino pronto per essere diretto e usato.

Dopo qualche anno di carcerazione mi trovo a parlare con un mio corregionale al quale racconto il mio passato e le mie intenzioni per il futuro. Lui mi suggerisce di iscrivermi al Gruppo della Trasgressione, dove avrei potuto usare le mie esperienze come motivi di confronto e dare una svolta definitiva alla mia vita. E così è stato.

Il mese scorso un nostro compagno ha presentato al gruppo uno scritto nel quale, nero su bianco, parla della sua vita criminale e dell’uomo padre che vuole essere oggi. Condivido tutto quello che lui ha scritto e in parte mi rispecchio nella sua storia.

L’analisi dello scritto è andata avanti oltre i nostri abituali appuntamenti e, infatti, se ne è parlato anche in un incontro con i familiari. In occasioni precedenti i miei familiari non erano mai stati presenti: il mio compito era stato solo quello di ascoltare comodamente seduto. Ma stavolta, il 5 Giugno, i miei familiari sono riusciti ad esserci. Questo non è stato per me tanto comodo, ma è stato un motivo per dare il mio massimo contributo.

Il dott. Aparo per la prima volta mi invita a salire sul palco per dire ciò che io pensavo dello scritto di Vito Cosco. Sapevo che prima o poi sarebbe toccato anche a me dare un contributo in più al gruppo e sono felice che sia successo questa volta che erano presenti anche mia moglie e i miei figli.

Non nascondo che ero emozionantissimo anche perché i miei non erano abituati a sentirmi parlare di temi di questa portata. Non ricordo le parole che sono riuscito a dire ma non potrò mai dimenticare lo sguardo commosso di mia moglie. Tornato a sedermi, mia moglie mi ha detto: “oggi ti vedo con una luce e uno sguardo diverso negli occhi “. Io credo che mia moglie abbia visto lo sguardo di una persona cha ha iniziato a percepire il dolore causato agli altri e a farlo suo. Solo raggiungendo questo principio si può evitare di ricadere negli stessi errori.

Ma le emozioni e le sorprese non erano ancora finite. Rimanendo seduta ad ascoltare i vari interventi, mia figlia di 12 anni mi chiede quanto ancora sarebbe durato l’incontro perché si era un po’ stancata. E credo sia naturale per una bambina della sua età. Invece, mio figlio, che di anni ne ha 14, teneva lo sguardo sempre fisso al palco. Ho cercato di distoglierlo un po’ da quello che si diceva. Non so se l’ho fatto come gesto di protezione nei suoi confronti, giudicandolo ancora troppo piccolo per affrontare certi discorsi.

Invece lui, niente, voleva solo essere lasciato in pace ad ascoltare. Alla fine dell’evento, io sentivo il desiderio di capire quello aveva percepito durante l’evento. Mio figlio mi risponde: “mi sono sentito per un momento come il figlio del tuo amico, che ha pianto dopo aver saputo di cosa è accusato suo padre“. Io sono rimasto spiazzato, a stento ho trattenuto le lacrime per le parole che mi aveva detto.

Oggi. grazie al Gruppo della Trasgressione, sento di essermi avvicinato ancora di più all’obbiettivo che mi ero prefissato. Spero che in futuro ci siano altri incontri come il 5 giugno, in modo di dare la possibilità sia a noi che ai nostri familiari di vivere altre emozioni.

Sergio Tuccio e Angelo Aparo

Sergio Tuccio

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Il Cinque giugno

Egregio direttore, dott. Silvio Di Gregorio,

noi detenuti del gruppo della trasgressione le scriviamo questa missiva per informarla di quello che abbiamo prodotto in queste ultime settimane, tra cui lo scritto di un componente del gruppo e l’evento con i nostri familiari.

Come Lei sa, i componenti del gruppo producono a volte dei testi che vengono letti e commentati nelle riunioni settimanali e poi pubblicati sul sito del gruppo. In questi scritti ognuno può parlare della propria vita e di tutto quello che gli passa per la mente; ovviamente con la serietà che contraddistingue il Gruppo della Trasgressione.

Mercoledì 29 maggio scorso, uno di noi, Cosco Vito, ha portato uno scritto riguardante la sua storia personale, che è stato poi commentato e apprezzato. Lo scritto ha suscitato in noi molte emozioni per la sua drammaticità. Di conseguenza, molti di noi hanno parlato del triste passato personale e della bellezza di sapere oggi che anche noi possiamo avere quella coscienza che avevamo accantonato.

Nell’evento del cinque giugno scorso siamo stati con le nostre famiglie e le abbiamo messe a conoscenza del nostro lavoro, facendoci scoprire delle persone che sanno ammettere le proprie responsabilità e gli errori del passato.

Abbiamo parlato davanti a loro e abbiamo visto i nostri figli e i nostri genitori emozionarsi con noi. Con il risultato che siamo usciti da questo evento molto più ricchi nell’anima e con la speranza di riuscire a coinvolgere più spesso i nostri cari e tutti quelli che vorranno seguirci in questa bellissima avventura.

Per il Gruppo della Trasgressione
Pasquale Trubia e Angelo Aparo

Pasquale Trubia

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“Cosa fai stasera?” [The blood of the Lazarus heart]

Oggi ha guardato sotto la sua camicia
e c’era una ferita nella carne, così profonda e larga
Dalla ferita un fiore splendido cresceva
da qualche posto in profondità
Si voltò a fronteggiare la madre
a mostrarle quella ferita

che nel petto gli bruciava come un marchio a fuoco
Ma la spada che lo aveva squarciato
stava nelle mani di sua madre.
[…] Anche se la spada era la sua difesa
era la ferita stessa a dargli forza
La forza di riplasmarsi nell’ora più buia
<La ferita ti darà coraggio e dolore> lei disse
<Quel dolore che non puoi nascondere>
E dalla ferita un fiore splendido cresceva
da qualche posto in profondità”

Sting – The Lazarus heart, 1987

Cosa fai stasera?”: la più semplice delle domande racchiude, nascosta dietro una pietra rotonda, un incontro con sé stesso. O con un-altro-da-te che, ben prima di te, ha dovuto affrontare la Vita e ha fatto delle scelte.

Per questo sabato scorso un gruppo di giovani scout, dopo aver “girovagato” per la città di Milano avendo come unica bussola alcuni pezzi di un racconto reale (“cosa faresti tu, al suo posto?”), hanno potuto trarre beneficio da un incontro straordinario.

Marisa Fiorani e Giorgio Bazzega: due storie, le loro e quelle dei loro cari uccisi, così diverse ma – a risentirle nel mezzo di un corridoio che confina con due stanze separate – per molti versi così simili.

 

Eppure quello che mi sorprende, alla fine di questa loro ennesima utile fatica nel rendere testimonianza ad una morte così assurda, è sentire rivolgere loro delle domande che sembrano un inno alla vita…. “Marisa, cosa ti rimane di bello di tua figlia?”  “Giorgio, che significato hanno quei tatuaggi sul tuo braccio?”

Ed ecco allora, in una ennesima resurrezione, arrivare Marcella: “adesso, dopo tanti anni di sofferenze, non la sogno più con solo metà corpo fuori … ora la vedo dalla testa ai piedi, danzare leggera sopra la sua tomba”. Eccola, accompagnata dal Maresciallo di Pubblica Sicurezza Sergio Bazzega: “questo teschio rappresenta mio papà, raffigurato come in quella usanza messicana della festa del giorno dei morti”.

Avevo 16 anni – più o meno l’età di quelle ragazze e ragazzi che guardo con una certa ammirazione– e una vita ancora tutta davanti quando mi innamorai di quella canzone di Sting, attratto soprattutto dalla musica non comprendendo ancora appieno il significato delle parole… allora non c’erano ancora cartoni animati come Coco in grado di restituire con efficacia, anche ad un bambino di 5 anni, il messaggio che una persona cara muore davvero solo quando non viene più ricordata.

Ebbene, cosa fai stasera? Che scelte hai deciso di mettere al centro della tua vita dopo aver raccolto il fiore splendido che continua a crescere dalle ferite di Marisa e Giorgio?

Tra i tanti pensieri che mi frullano per la testa non trovo – per il momento – altro di meglio che ripetere ad alta voce quella frase di Luigi Ciotti che, altri scout come loro, hanno trascritto su quel cartello che ha sfilato davanti a me lungo le strade di Padova lo scorso 21 marzo:

 

Dare un senso a tutto quel sangue versato forse è il “miracolo di ogni giorno” al quale Gordon Matthew Thomas Sumner fa riferimento quando scrive, dopo aver perso la madre: “sarei il sangue del cuore di Lazzaro”.

Muovere tutto sè stesso, come in una trasfusione vitale, per regalare la vita anche agli altri; per non far morire Marcella e Sergio, insieme a tanti altri.

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