La mensola

23/04/2024

In attesa di un nuovo scritto sull’arroganza, il suo divenire e nuovi esempi letterari che ben spieghino il concetto, scrivo questo testo più “personale”, anche perché gli ultimi incontri che ho frequentato col gruppo mi hanno dato molto da pensare.

Ormai sono circa 2 mesi che frequento il gruppo della Trasgressione, poco meno che entro in carcere di Opera e stesso tempo che ascolto storie di vita e opinioni personali dei detenuti e questo non può che farmi riflettere sulla mia stessa vita.

Non è la prima volta che entro in carcere e ho a che fare con detenuti, questo perché faccio parte di un’associazione che mi ha permesso di diventare volontaria della CC di Biella e prestare il mio servizio in vari modi all’interno dell’istituto; sempre con la stessa associazione prestiamo attenzione alle persone scartate dalla società. Inoltre, per tradizione familiare sono sempre stata attenta alle questioni sociali. Sicuramente però tutte queste esperienze non possono essere alla pari di quella col Gruppo della Trasgressione perché non mi sono mai posta in una relazione “intima” con queste persone.

Ad ogni modo… mi chiedo spesso cosa ci faccio io qui, per quale motivo entro in carcere e perché comunque provo un senso di empatia verso queste persone, che… se sono dentro gli istituti, un motivo ben ci sarà!

La risposta che mi sono data per ora è che io lo faccio per un equilibrio personale: i miei genitori fin da piccola mi hanno sempre fatto notare quanto io fossi privilegiata, tipo dirmelo esplicitamente tante volte (abitudine opinabile, onestamente!), quindi già mi rendevo conto di quanto sia importante avere una famiglia dietro, vivere in una certa condizione economica, vivere in un certo quartiere (in realtà poi, io abito in periferia a Biella, davanti alle case popolari, quindi di episodi ne ho visti d’ogni), eccetera.

Ecco questo sapere di essere privilegiata mi fa sentire tremendamente in colpa, io perennemente vivo coi sensi di colpa quindi il poter entrare in carcere, entrare in contatto con i detenuti, constatare che, chi più chi meno, hanno tutti vissuto storie di vita allucinanti, mi riporta in un equilibrio di dare-avere. Questo mio pensiero lo trovo molto simile, seppur in forma diversa, a un pensiero che ha riportato il detenuto Matteo Manna nell’incontro alla fondazione Clerici il 19/04 quando lui stesso ha detto “io sono in debito con la società, ma il venire qui a fare questi incontri con voi e a raccontarvi la mia storia in realtà mi fa stare bene. E quindi lo faccio anche per un ritorno egoistico”.

Subito dopo questa frase il professore ha chiesto a me di provare a spiegare come è possibile che Matteo senta di pagare il proprio debito mentre ottiene anche un guadagno personale. Sul momento ho detto che ci dovevo riflettere, ecco secondo me lui si sente in debito con la società perché sa bene ciò che ha fatto in passato e quindi ci soffre, ma per mantenere una sorta di equilibrio interno positivo vuole fare del bene con gli incontri e tutte cose, quindi diventa un tornaconto personale. Probabilmente se non lo facesse, si ammazzerebbe, ma agendo oggi nel modo in cui agisce riesce a non rimanere schiacciato dai suoi sensi di colpa.

Ecco io penso di “funzionare” in modo simile: mi sento in debito per la mia situazione di privilegio e questo mi fa stare male e mi dà da pensare molto, ma agendo nel sociale e facendo anche questo tirocinio torno a un equilibrio di dare-avere, che mi fa stare quanto meno tranquilla. E questa è la prima cosa.

Se penso a quanto sono fortunata, una parte di me alle volte pensa l’esatto opposto. Dopo l’incontro di Cesano Maderno del 23/04 ho scritto sul mio quadernetto “ma allora io sono arrogante” e adesso spiego perché…

Dopo quell’incontro mi sono arrovellata la testa a pensare a moltissime cose e non mi do pace (ho grande potere di metacognizione e pensare è la cosa che meglio mi riesce). Io sono secondogenita di una famiglia composta da mamma professoressa e papà contabile, niente di ché, con un fratello più grande di me di 3 anni. Ho solo 24 anni e posso dire che tutta la mia vita è filata liscia fino ad oggi: la scuola sempre tutto bene, io sempre brava a studiare, sempre senza dare problemi di alcun genere, solo una salute un po’ cagionevole, ma comunque tutto bene. Come ha detto una ragazzina di Cesano, anche io avevo e ho tutt’ora un futuro da portare avanti, e forse mi sono presa fin troppo questo incarico.

Bene, questa è la mia vita, non ha niente a che vedere con le storie di vita che sento raccontare dai detenuti del gruppo (e qualcuna anche la trascrivo); ma comunque in tutto questo benestare non sono mancate le rotture di coglioni e gli sbattimenti che ho avuto, che fossero anche solo dei genitori sergenti che mi dicevano di avere la ghigna e non essere riconoscente nei loro confronti. Eppure io non ho mai preso e fatto il crimine, anzi manco mai li ho mandati a cagare. E’ qui che mi sento arrogante, è per questo che dico che io sono arrogante perché alle volte io stessa penso: “minchia, ma pure io ho avuto i miei problemi, va bene che non erano gravi quanto i vostri, ma nella mia bolla e nel mio quantificare la realtà sono stati gravi e poi… che dobbiamo giocare a fare chi sta peggio? No. Fanculo a voi, io non ho preso un coltello e non l’ho piantato nel fianco a mia madre anche se mi rompeva di brutto e non l’ho fatto con mio padre, ma anzi mi sono sempre comportata bene e ho sempre fatto ciò che mi veniva richiesto, infatti vedi un po’ che mi sto laureando e nel frattempo sto facendo altre mille cose e questo perché mi è stato trasmesso questo maledetto senso del dovere“.

Inoltre, io ho anche il problema di pensare di non essere interessante e non dire cose interessanti e/o giuste, motivo per il quale sto tendenzialmente sempre in silenzio a meno che non venga richiesta la mia opinione… che comunque poi, dopo averla espressa, la considero di poco valore (questo mio stare sempre in silenzio potrebbe sembrare dall’esterno un fatto di sentirsi superiore e saccente, ma basta poco per capire che non è assolutamente così).

Ecco vedere che Matteo Manna con la sua storia al termine dell’incontro di Cesano cattura l’attenzione di 100 e passa persone e le fa commuovere, ma in realtà me compresa, mi fa montare una rabbia allucinante perché penso: “minchia, ma io cosa ci faccio qua, pur avendo studiato per praticamente tutti gli anni della mia vita, essere una persona curiosa che legge, vede cose, viaggia e si interessa non potrò mai arrivare a quello che ha detto lui e dirlo nello stesso modo, e questo è un delinquente che ha fatto le peggio cose e spacciato a strafottere, e io che mi ammazzo di studio quando mi viene chiesto qualcosa mi esprimo male, non vengo ascoltata e dico cose di poco conto“.

Chiaramente pensare a queste cose mi fa incazzare, cioè io mi detesto quando penso a quanto appena detto sopra perché so benissimo che ognuno di noi è diverso e che, zio pera, è assurdo pensare che quest’uomo che prima era uno spacciatore adesso ha fatto questo salto di qualità e dice queste cose e io non posso che rimanere abbagliata da questa crescita. Quindi, poi in me prevale il mio pensare più “corretto” e “etico” se così si può dire, e mi ridimensiono e soppeso nelle giuste quantità e penso che, in fin dei conti, anche io sto facendo del bene e sto dando il mio contributo al gruppo, seppur in minima parte (forse manco quella), e torno al mio equilibrio di serenità in pace con me, equilibrio di dare-avere di cui all’inizio.

Bene, questi sono i pensieri che mi passano per la testa praticamente da che ho iniziato questo tirocinio. Non sono certa si sia capito molto in questo flusso al limite dello psicotico, ma forse mostra proprio il sentimento dell’uomo più basico. Non saprei, sicuramente non voglio che questo scritto venga pubblicato sul sito di Trasgressione, nemmeno se modificato dal prof.

 

29/05/2024

Il mio tirocinio sta volgendo al termine, formalmente per lo meno, e così scrivo questa relazione finale più personale e meno formale rispetto a quella fatta per l’università.

Beh, cosa dire? Questo tirocinio effettivamente mi ha cambiato; non posso paragonare 5 anni di studi all’università con ciò che ho imparato in questi 4 mesi fatti di incontri, riflessioni e pensieri. A proposito, se si potessero contare le ore di pensiero, io le mie 200 le avrei finite tutte nel giro di 1 mese probabilmente. Ad ogni modo…

Sono partita non capendo bene in cosa consisteva il Gruppo della Trasgressione e il suo operato, io semplicemente sono volontaria nel carcere di Biella, il direttore Siciliano mi aveva parlato del gruppo e quindi, bom, faccio il tirocinio con il gruppo senza farmi tante domande. All’inizio ero spaventata dai modi del professore e onestamente pensavo di poter e dover “apprendere” solo da ciò che veniva detto da lui e poi, per come sono fatta io, mi sono messa in una posizione di tirocinante che ascolta e apprende ma comunque sta in disparte.

Io di nozioni sul tema della devianza non ne avevo, e tutt’ora non ne ho, perciò dovevo imparare dal professore, coi suoi modi di entrare in relazione coi detenuti e vedere il percorso di questi nella loro presa di coscienza e riflessione. Io semplicemente dovevo ascoltare ed essere in una posizione di studentessa. Tant’è vero che se qualche altro componente, non detenuto intendo, faceva commenti o esponeva la propria idea, io quasi mi arrabbiavo e pensavo “ma siamo qui per loro, cosa possiamo portare noi al tavolo che di questa vita non ne sappiamo nulla e non c’è nulla di più lontano dalla vita che conduciamo noi?”.

Ho sempre e solo detto la mia opinione se esplicitamente richiesta, penso di non essere intervenuta di mia spontanea volontà mai, e quando mi veniva chiesto di fare un commento io tendenzialmente dicevo “bello, bravo, dici le cose bene e mi stupisce come prendi coscienza delle tue azioni del passato”, ma poi tornavo a casa e pensavo alle mie parole e mi incazzavo con me stessa perché mi dicevo: “ma insomma mica sei la maestra che deve dare i voti, esponiti e dì ciò che hai provato“, ma l’esposizione dei miei sentimenti non è cosa mia, perciò mi sono sempre trattenuta.

Poi, man mano, vedendo i detenuti di Opera in particolar modo e frequentando il gruppo praticamente a ogni evento e incontro che si teneva, mi sono “integrata” e ho iniziato a stringere dei legami con le persone componenti e ho iniziato a capire che qui davvero si è tutti alla pari e non ci sono posizioni di chi apprende e chi insegna, chi ascolta e chi parla, chi espone e chi sta in silenzio, ma si è davvero tutti allo stesso livello.

Allora inizio a pormi delle domande ovviamente, sulla mia posizione nel gruppo e sul mio operato fino a quel momento, anche rispetto alle altre persone tirocinanti come me e mi sono resa conto che io effettivamente dall’esterno potevo dare l’impressione di una persona che non parla perché non pensa o comunque non interviene perché non ascolta, così circa a fine aprile ho scritto una cosa per dimostrare che di pensieri ne ho e la mia partecipazione seppur silenziosa, era attiva. Sempre nel mio stile di persona timida riservata che non vuole disturbare e non si vuole esporre eccessivamente, ho scritto un testo personale per dimostrare appunto che anche io rifletto come ogni componente del gruppo e mi interrogo sui miei sentimenti, quindi sono al livello di ogni altra persona.

Dopo alcuni scambi con il professore e con altri componenti del gruppo, detenuti e non, praticamente ho iniziato a vedere il gruppo con occhi diversi, ho capito che anche io sono componente del gruppo, non sono studentessa tirocinante che deve studiare il detenuto, prendere appunti e valutare la storia di vita degli altri, ma io stessa posso e devo esporre il mio pensiero (che comunque è valido), posso e devo esporre le mie emozioni, posso e devo esporre proprio me stessa, il mio essere me e la mia identità di persona che studia, è fuori sede, ha delle passioni e degli interessi ed è pure in parte nevrotica.

Ogni volta che torno a casa dopo un incontro col gruppo mi fermo a pensare a tutte le cose che sono state dette e gli interventi che sono stati fatti. Dentro di me in realtà si crea un conflitto di pensiero: da un lato penso, in modo anche presuntuoso, di essere diversa dai detenuti e dalle loro storie di vita perché io non ho mai spacciato, ucciso o tenuto in mano una pistola e quindi quasi li detesto perché vivono la loro vita, sì chiusi in carcere, ma alcuni di loro hanno un’apertura mentale che io bramo e di cui sono amaramente invidiosa; dall’altro lato in realtà penso di essere proprio come loro, che in fin dei conti siamo tutti uguali e che il dolore che ognuno porta sempre dolore è, non si deve mettere a confronto e che ognuno agisce secondo le risorse e le capacità che ha, e quindi, se io di fronte alle rotture di cazzi dei miei genitori non ho fatto il panico e non sono andata a spacciare in giro, altre persone hanno reagito diversamente con le loro potenzialità e i loro “filtri” di funzionamento.

Con questo tirocinio ho compreso che in fin dei conti ciò che ognuno di noi desidera e necessita, ma tipo ogni persona essere umano, è essere amato ed essere riconosciuto per la persona che è. I detenuti nel loro percorso col gruppo prendono coscienza di ciò che hanno fatto e diventano se stessi (cioè non cittadini civili, o meglio anche, ma come effetto secondario), perché vengono riconosciuti e si riconoscono come loro stessi, ritrovano o forse trovano per la prima volta la loro identità che avevano nascosto sotto tanti strati quando erano delinquenti e commettevano i reati.

Voglio pensare che tutto questo tirocinio a me ha fatto del gran bene, ma anche un po’ male perché comunque spendo una quantità di energie cognitive a pensare alle cose che si dicono che proprio mi stanco, per la semplice ragione che anche io sono stata riconosciuta e “validata” per il mio essere me.

Mi sono spaccata la stessa a pretendere di non aver bisogno di tale riconoscimento, perché rispetto ai detenuti, comunque, i miei genitori sono state figure di riferimento credibili e non mi hanno mai fatto mancare l’amore, la vicinanza e tutte le cose belle, e volevo anche pretendere che potesse bastare essere presente alle cose, ma mi son resa conto che non basta: è necessario fare qualcosa, produrre, esporre il proprio pensiero, mostrare i propri sentimenti e le proprie debolezze perché tutte cose valide e utili da essere condivise.

Il mio fare qualcosa rimane comunque nella mia zona di comfort, quindi scrivere questi testi e espormi un cicinin in più, ma questo è! E ho compreso piacevolmente che è ciò che andava fatto fin da subito, ed è proprio l’idea che sta alla base del gruppo: ogni componente è sollecitato a riflettere su di sé e a crescere, ed è un laboratorio dove ognuno è alla pari.

“Io sono una mensola” è ciò che ho scritto il giorno mercoledì 8 maggio quando si parlava di stanze e del Gruppo della Trasgressione con alcuni componenti del Rotary perché è così che mi sentivo, un mobile della stanza silenzioso. Ora posso dire che se le persone del gruppo nella stanza si parlano e ne fanno parte, anche io sono con loro e contribuisco con piacere a ciò che ci si scambia.

Custodisco anche le parole del professore che mi ha detto che io ho la tendenza a stare sempre un passo indietro agli altri perché così funziono e per la mia storia di vita. Probabilmente mi è stato insegnato e/o io ho appreso a fare così, ma se prima stavo indietro di 10 metri ora magari sto dienro solo di un metro, sicuramente però ci sono.

Concludo con le parole del libro “La valle dell’Eden” di John Steinbeck, che è a me molto caro e che, secondo la mia opinione, sono in linea con ciò di cui si parla al gruppo e con ciò che mi porto a casa da questa esperienza di tirocinio, oltre a tutto ciò di cui sopra, e dicono “sotto gli strati superficiali della loro fragilità gli uomini desiderano essere buoni e vogliono essere amati. In effetti, molti dei loro vizi non sono che tentativi d’infilare scorciatoie per arrivare all’amore. Non importa quali fossero i suoi meriti, l’influenza e l’ingegno, se uno muore non amato la vita sarà per lui un fallimento e la morte un gelido orrore. A liberarli dalla loro colpa, nonché il perdono, è il sapere che è possibile essere liberi di scegliere. Liberi di sperare. (…) Il talismano che apre la nuova via è la parola ebraica timshel(“tu puoi”), con essa si spezzano metaforicamente le catene di quel determinismo, o servo arbitrio, che nelle creature si manifesta come senso di colpa”.

Benedetta Comoglio

Tirocini

Se si può dentro, allora anche fuori

Ho scelto di intraprendere il tirocinio curricolare di Scienze e Tecniche Psicologiche in carcere, spinta dalla voglia di essere partecipe di un cambiamento del contesto penitenziario, troppo spesso inadatto alla riabilitazione del detenuto, che collocato nella sua cella, non dispone della possibilità di affrontare un percorso realmente efficace, volto alla reintegrazione nella comunità.

Il Gruppo della Trasgressione si occupa proprio di questo. Si tratta di un collettivo fondato nel 1997 dal Dottor Angelo Aparo, psicologo e psicoterapeuta che tuttora coordina gli incontri nelle carceri di Opera, Bollate e San Vittore, le iniziative come concerti ed eventi di sensibilizzazione sulle tematiche trattate e gli interventi nelle scuole.

La riflessione è l’elemento chiave della riabilitazione, che permette al detenuto di mettersi nella condizione di porsi domande, confrontarsi con gli altri componenti e con le diverse prospettive di pensiero. Inoltre, le emozioni sono il linguaggio universale che permette la vicinanza e la comprensione tra persone con vissuti completamente diversi.

Attraverso questi strumenti il detenuto può comprendere se stesso e il proprio malessere, di cui spesso non è conscio. Questo è il punto di partenza per poter capire che è proprio dalla sofferenza, dal vuoto e dall’insicurezza che nasce l’abuso.

Grazie alla vicinanza con individui provenienti da altri contesti, l’abusante, gradualmente riesce ad entrare in empatia con l’altro, ovvero con la potenziale vittima, prendendo consapevolezza della sua umanità e del dolore che i propri abusi le possono causare e che hanno causato ad altri in passato.

Il gruppo è una sorta di microcosmo composto da detenuti, ex detenuti, tirocinanti, familiari di vittime di reato e liberi cittadini. Grazie a questa eterogeneità, il detenuto si può interfacciare con realtà differenti dalla propria e può gradualmente inserirsi in un contesto diverso da quello criminale, acquisendo un ruolo più costruttivo e prolifico nella società.

L’importanza del ruolo è fondamentale in questo percorso, poiché si tratta di un fattore che porta a rielaborare e ampliare la consapevolezza della propria identità.

L’identità deve essere considerata come dotata di più sfaccettature. L’individuo può decidere di lavorare su determinate qualità della propria personalità rispetto ad altre. L’obiettivo è favorire che ogni singola persona e l’intero gruppo esplorino nuovi tratti positivi di ogni singolo componente, così che questi possano essere esercitati in contesti più stimolanti e creativi rispetto ai contesti del passato.

Qui le emozioni tornano ad essere utili poiché, se incanalate nella giusta direzione, possono produrre ottimi risultati. Degli esempi possono essere gli scritti molto toccanti che i detenuti compongono e poi leggono agli incontri.

Durante il tirocinio ho partecipato a diverse iniziative che mi hanno fatto comprendere quanto l’arte sia un importante mezzo di comunicazione in grado di avvicinare le persone, dare voce ai detenuti e trasmettere emozioni.

Nell’Istituto Clerici di Brugherio, studenti e detenuti hanno avuto modo di collaborare e acquisire consapevolezza delle reciproche storie, condividendo emozioni e vissuti, apprendendo gli uni dagli altri. I ragazzi hanno dimostrato interesse e impegno negli incontri, scrivendo e incidendo delle canzoni che sono state presentate all’incontro finale tenutosi nel teatro del Carcere di Opera.

Sempre nel teatro di Opera, si è svolto il cineforum del film “La parola ai giurati“, in collaborazione con Extrema Ratio, un’associazione culturale che si occupa di giustizia riparativa. I detenuti hanno avuto l’occasione di commentare la pellicola e portare un punto di vista alternativo rispetto a quello giuridico.

Presso il Museo Universitario delle Scienze Antropologiche di Milano, ho assistito alla proiezione del documentario realizzato da Lo Strappo e alla discussione di tematiche relative al crimine, da parte di alcune figure tra le quali il dottor Aparo, Antonio Tango e Paolo Setti Carraro (componenti del gruppo).

Al Cimitero Monumentale di Milano ho partecipato all’itinerario ideato e condotto da Antonio Tango. Tramite le opere da lui scelte, ha raccontato la storia della sua vita e le sue emozioni.

Presso la Fabbrica del Vapore di Milano ho partecipato alla proiezione del video di Sandro Baldoni “Eravamo cattivi”, alla proiezione del video del Liceo Artistico di Brera “Il Teorema di Pitagora” e al concerto Trsg.band con le canzoni di Fabrizio De André combinate con le riflessioni dei componenti del Gruppo della Trasgressione.

Infine, ho assistito all’incontro con gli Scout e Francesco Cajani, nel quale i ragazzi sono rimasti molto colpiti dalle parole dei detenuti di Opera che, attraverso i loro scritti sul tema “L’infinito senza stelle”, hanno portato le proprie esperienze di perdizione e di rinascita.

Durante questi mesi, l’esperienza che ho intrapreso negli incontri esterni e interni al carcere è stata arricchente a livello professionale ma anche e soprattutto a livello umano.

L’opportunità di toccare con mano la realtà penitenziaria mi ha permesso di capire da vicino le dinamiche, purtroppo ancora disfunzionali, che impediscono la riabilitazione; allo stesso tempo, ho avuto modo di osservare la metodologia terapeutica che il professor Aparo utilizza e l’enorme potenziale che l’approccio del gruppo potrebbe avere nelle carceri italiane.

Ho conosciuto persone eccezionali che mi hanno accolta e fatta sentire in una grande famiglia. Per la prima volta ho sperimentato l’appartenenza ad un gruppo di persone pronte ad ascoltarsi ed aiutarsi a vicenda, con l’obiettivo comune di migliorare sé stessi e, nel loro piccolo, il mondo.

Non nascondo di aver avuto momenti di sconforto. La voglia di partecipare e di mettermi in gioco si è scontrata con la timidezza, la paura del giudizio ed il timore di non essere all’altezza.

Inoltre, spesso mi sono trovata ad ascoltare le storie dei detenuti senza il giusto distacco emotivo che la professione per cui sto studiando dovrebbe richiedere. A volte la rabbia, il dolore e la tristezza hanno preso il sopravvento al punto da restare turbata per giorni.

Altre volte, i racconti dei detenuti, che gioivano per situazioni ai miei occhi banali, mi hanno fatto apprezzare le piccole cose che davo per scontate e mi hanno fatta gioire a mia volta della loro rinascita, della loro contagiosa voglia di vivere e della sensazione di libertà totale, nonostante la condizione di reclusione.

Non pensavo che potesse realmente esistere un gruppo come questo e devo dire che da quando ne faccio parte il modo in cui vedo il mondo sta cambiando. Se anche in carcere c’è la speranza di poter riparare le cose e la voglia di vivere e costruire, allora ci deve essere anche fuori.

Voglio ringraziare il professor Aparo per gli insegnamenti e per la grande opportunità che mi ha concesso di poter affrontare questa difficile, ma straordinaria esperienza di vita e ringrazio anche tutti i componenti del Gruppo della Trasgressione per la generosità ed il coraggio con cui condividono le loro storie, esperienze e pensieri, che sono costanti stimoli a crescere e migliorare.

 

Giulia Sceusa

Relazioni di tirocinioNote sul metodo

Scambio tra ex tirocinanti

Si alza il sipario e va in scena una tradizionale conversazione tra colleghi che si pongono domanda e si danno, spesso, risposte di circostanza. Anche se a volte…

E dove hai fatto il tirocinio?”

L’ho fatto a Milano in un’associazione che si chiama Gruppo della Trasgressione”.

Rispondo, sperando che la conversazione non prenda troppo piede

E che ti hanno fatto fare?”. Mi chiede il collega, forse incuriosito dal nome.

Non mi hanno fatto fare niente, sei tu che decidi quanto e come fare. Non ci sono capi né padroni. Al massimo vieni stimolato a conoscerti e il tuo silenzio non viene accettato di buon grado.”

Sei andato in una di quelle associazioni in cui non si fa un cazzo quindi

Conclude il collega con un sorriso che è un misto tra ammirazione e invidia. 

Allora leggermente infastidito rispondo:

Secondo te, con quel poco che ci fanno mettere in pratica, andavo in un posto in cui non si fa un cazzo? Sono dei gruppi terapeutici che si svolgono fuori e dentro le varie carceri milanesi: San Vittore, Bollate e Opera (che è il carcere di massima sicurezza). Le persone che prendono parte sono detenuti, ex-detenuti, civili, vittime e familiari di vittime, studenti e studentesse.  In pratica chiunque voglia.. è più università il gruppo della trasgressione che l’Università stessa.

Ah, a guidare la conversazione c’è uno psicoterapeuta con orientamento analitico.  Si chiama Angelo Aparo, ed è stato uno dei primi psicologi penitenziari d’Italia. Lavora in carcere da non so quanto tempo ormai, ha sviluppato di sana pianta un suo metodo di conversazione con i detenuti che porta veramente tanti e succosi frutti. Il vero problema è che il gruppo non vede una lira dallo Stato, le attività del gruppo sono autofinanziate e gli studenti che vi partecipano, purtroppo, lo fanno da volontari. Così come fondamentalmente è un volontario il professore  di cui ti parlavo.” 

Quindi sei entrato in carcere.. deve essere stato pesante.” 
Ma una volta uscito da quel posto mi sentivo molto meglio. Sentivo di essere cresciuto un po di più e di aver fatto un’esperienza che in pochi possono raccontare. Mi sono reso conto di quanta sofferenza non vediamo. E mi sono reso conto di quanto lo Stato abbia una fetta di responsabilità nella sofferenza dei detenuti e delle detenute. Se ci pensi anche solo il fatto che l’assistenza psicologica è ancora marginale all’interno del carcere che accoglie persone portatrici di sofferenza, e per tentare di “rieducare”, le  isola e continua a far vivere loro situazioni di disagio come vivere senza privacy, in pochi metri quadrati, dovendo chiedere continuamente il permesso per ogni cosa e dovendo rispettare un programma giornaliero che va seguito indipendentemente dalla loro approvazione o disapprovazione. C’è una cosa che ho imparato nel gruppo a cui non avevo mai pensato prima. Il carcere non chiede niente alla persona, gli impone solo cosa non fare. Le persone in carcere non vengono responsabilizzate e le responsabilità che avevano prima di entrare in carcere, non possono rivendicarle, non possono provare a prenderle, nonostante gli appartengano.

Per fortuna ci sono dei magistrati e dei direttori che sono un’eccezione. Forse hanno capito il controsenso del carce..”

Aspetta ma non hai detto che questo gruppo della Trasgressione opera all’interno del carcere? Quindi si potrebbe dire che il gruppo della Trasgressione è un servizio che offre il carcere!”
Sì il gruppo c’è una volta a settimana in tutte le carceri milanesi, adesso probabilmente inizia anche al carcere minorile, il Beccaria .”
Allora vedi che non è tutto una merda.”
Avere una visione critica di qualcosa non significa pensare che sia tutto una merda. Ti raccontavo dei problemi che ho riscontrato affinché si possano costruire realtà necessarie e di spessore come quella del gruppo della Trasgressione, i corsi di teatro, poesia, pittura e la possibilità di studiare all’interno del carcere”.
Ma perché necessarie? Che fate di utile per una persona che ha ucciso qualcuno per esempio?”
Si parla. Ti sembra poco? Si parla del reato, delle cause e delle conseguenze di quel gesto. Si parla di sentimenti, attaccamento familiare, ambiente in cui queste persone sono cresciute ma c’è spazio anche per la filosofia, l’attualità ecc… 

Si cerca di fare gli esseri umani, provando a dare un senso alle cose, senza incolpare o incolparsi, senza perdonare o essere perdonati.  Si cerca di accettare la realtà, di accogliere se stessi. Si cerca di utilizzare una comunicazione non giudicante, mettendosi costantemente in discussione. All’interno di un gruppo, chiunque ha delle responsabilità verso se stesso e verso gli altri e questo è utile per tutti e tutte, figuriamoci per una persona che sta chiusa per anni nello stesso luogo, con pochi stimoli e tanta frustrazione.” 

Sì, ma questo lo pensate solo voi che avete studiato. I detenuti non potrebbero vedere questa cosa del gruppo come una scorciatoia per uscire più velocemente?!” 
Sicuramente questo è accaduto e accadrà. Alcuni detenuti si avvicinano al gruppo per fare bella figura con la direzione e con il direttore del carcere. Ma sei sicuro che sia importante il motivo per cui si incomincia a fare qualcosa? Secondo me è più importante vedere dove ti porta quella cosa, come ti plasma, come ti tormenta fino a modificarti. Non puoi partecipare al gruppo fingendo che ti interessi, recitando una parte che non è la tua, indossando una maschera che già non possedevi. Il gruppo ti stimola a indossare la maschera migliore che hai, a essere la versione migliore di te stesso

Una volta al carcere di Bollate, dopo aver finito il gruppo, un membro del gruppo detenuto ormai da anni, ci ha tenuto ad avere una conversazione con me. Mi ha trattenuto dopo i consueti saluti perché ci teneva a sapere il mio punto di vista. Un uomo sulla sessantina, che si interessa del pensiero di un ragazzo di 23 anni. Questo è solo un esempio di quanto può ricevere chi prende parte a questo progetto. Poco dopo quella conversazione, un ragazzo entrato da pochi mesi in carcere  mi ha chiesto quale attività avessimo fatto. Dopo averglielo spiegato mi ha domandato come poter partecipare al Gruppo della Trasgressione…”

“Insomma, è stato bello!” 

Mi risponde il collega dopo il pippone inaspettato che gli ho attaccato. Forse voleva concludere la conversazione con un lieto fine, ma non era il mio stile e soprattutto non rispecchiava la realtà. Allora mi sono sentito di aggiungere:

Si bello ma quando vieni a sapere che nello stesso carcere in cui sei entrato qualche giorno prima si sono tolti la vita due ragazzi di vent’anni circa, ti assale un’angoscia non facilmente gestibile. Cominci a cercare quei nomi su facebook per capire se facevano parte del gruppo o anche solo se avevi involontariamente visto una delle loro facce, uno dei loro sguardi. 

Nel 2020 si pensava di aver registrato il più alto tasso di suicidi in carcere dell’ultimo ventennio, ben 11 ogni 10000 persone (61 suicidi totali). Invece questo triste primato è stato abbondantemente battuto nel 2022 in cui si sono suicidate in carcere 85 persone. 85 persone. Ci vogliono fondi per arginare questo problema e per dare ai detenuti e alle detenute la possibilità di pensare a qualcosa di diverso per le loro vite. Comunque.. questo è! Scusa se mi sono dilungato… Ma tu invece che tirocinio hai fatto?”

Ah niente di che, sono finito in un ente pubblico in cui mi facevano fare delle sintesi.”  
Ah, capito
Ora devo andare, mandami il link dove posso leggere qualcosa del gruppo se puoi. Ci vediamo!”
Certo, ciao”.

 

Davide Leonardo

La mia grande avventura

Relazione finale di tirocinio
La mia grande avventura!

Ricordo con piacere il primo giorno in cui mi sono recata nella sede per gli incontri, giorno in cui ho visto per la prima volta il Dott. Aparo, Adriano e Nuccio. Fin da subito sono rimasta colpita dall’atmosfera che si respirava, dai temi trattati, dalle belle poesie di Nuccio, dal modo schietto e diretto del Dott. Aparo; ho capito così che finalmente avevo trovato ciò che stavo cercando e la sera stessa ho chiamato Alessandra per confermare il mio tirocinio. Inizia così la mia grande avventura!

Ho iniziato partecipando ai gruppi esterni, che si tengono il lunedì e martedì; ho poi avuto il piacere di presenziare e partecipare agli eventi culturali nei parchi, ad un concerto organizzato con Libera e infine ho preso parte agli incontri settimanali all’interno del Carcere di Opera, a contatto con l’alta e la media sicurezza.

Rammento il primo giorno in cui sono entrata in carcere: il timore di chi si appresta a vivere una nuova esperienza di cui non conosce nulla si alternava alla curiosità e voglia di mettermi in gioco. A incontro iniziato mi sono subito sentita a mio agio, trovandomi poi immersa in un turbinio di emozioni forti e positive che mi hanno stimolato profonde riflessioni e permesso di conoscere meglio me stessa.

Ho visto da vicino l’effetto positivo che un percorso riabilitativo realizza, all’interno del quale l’individuo viene stimolato a riflettere e a ripercorrere le motivazioni e le circostanze che lo hanno portato su determinate strade. Ho visto e preso parte al cambiamento in corso di alcuni membri; ho sentito il racconto di altri che sono riusciti a ricostruirsi una vita da buoni cittadini.

Durante gli incontri viene incentivato e proposto di produrre degli scritti: questo è un grande punto di forza del gruppo perché porta sempre ad elevare il punto di partenza delle riflessioni e a creare una tavola rotonda avvincente.

Ho constatato di persona l’importanza degli interventi per la prevenzione del bullismo nelle scuole, è stata una scoperta inaspettata ed interessante, esperienza a cui voglio continuare a dedicarmi.

Ho partecipato alle consegne di frutta e verdura alle famiglie bisognose di Rozzano insieme ad Antonio, con cui ho trascorso parecchio tempo e instaurato una buona amicizia; è stato divertente e positivo.

Ho preso parte agli incontri su Caravaggio e in seguito a quelli dedicati a Delitto e Castigo dentro il Carcere di Opera, esperienze che hanno lasciato a tutti i partecipanti un grande bagaglio sia culturale sia emotivo e che hanno aperto la strada alla nascita di altre iniziative.

Il gruppo ha un compito importante: risveglia le coscienze, cerca e riporta l’uomo perduto ad essere un buon cittadino e abbatte il muro che c’è tra esterno e interno, portando gli studenti e la gente comune dentro il carcere. Contrasta l’emarginazione e l’illegalità con la cultura, ed è così che si impara a conoscersi: si raccontano le proprie vicissitudini personali, si mettono a nudo le proprie sensazioni del momento, ci si pone domande scomode ma necessarie, si impara a lavorare in gruppo.

Il gruppo non si ferma mai, è sempre in fermento, c’è sempre un nuovo progetto da sviluppare che crea inclusione ed entusiasmo e stimola la mente come ad esempio “La chiamata”, che prevede che nel carcere di San Vittore un reparto venga orientato secondo le coordinate del gruppo.

Il mio tirocinio è finito ma non la mia grande avventura, che continuo a vivere in modo partecipe ed entusiasta con il gruppo di cui sento di far parte.
Un grande ringraziamento al Dott. Aparo, a tutte le persone che ho conosciuto dentro e fuori dal carcere, con cui collaboro e che rendono le giornate speciali.

Carlotta Boccaccio

Tirocini

Un regalo e un impegno

Ilaria Pinto – Relazione di tirocinio
Università Milano Bicocca – Facoltà di Psicologia

Ho svolto il mio tirocinio universitario con il Gruppo della Trasgressione e oggi sono molto contenta di farne parte.

Ricordo molto bene il mio primo ingresso nel carcere di Opera. Lì, trovandomi di fronte a circa trenta detenuti, di cui la maggior parte condannata per omicidio, provai paura. Non avevo mai incontrato di persona, almeno in modo consapevole, qualcuno che avesse commesso dei crimini. Quella volta mi colpì che il disagio non durò molto. Ho cominciato ad ascoltare, a cercare di capire chi parlava, così che, a un certo punto, mi ero dimenticata che la persona che avevo davanti era un “criminale”. Erano persone esattamente come me, come tutti noi, esseri umani!

A chi non capita, quando ascoltiamo alla televisione o leggiamo sul giornale che una persona ha ucciso, di provare rabbia e paura? Spesso mi sono chiesta se anch’io un giorno avrei potuto mai commettere un reato o uccidere e io credo di sì.

Mi sono sempre chiesta come possa funzionare la mente di un uomo che commette certi crimini, ma la domanda su cui è più opportuno ragionare è piuttosto: in una situazione di frustrazione, che tutti noi abbiamo provato nella nostra vita, quali sono le variabili che incidono e fanno in modo che la risposta a tale frustrazione sia scegliere la strada sbagliata, credendo sia quella giusta?

Contesto, mancanza di figura di riferimento credibile, rabbia, fragilità, insicurezza, mancanza di obiettivi, voglia di riscatto nei confronti della vita per dimostrare di essere qualcuno, arroganza, potere: sono questi i concetti chiave su cui ci siamo soffermati al gruppo per cercare di fornire una risposta.

A tal proposito, la maggior parte di coloro che si sono raccontati sostiene di aver vissuto durante l’adolescenza una fase di delirio di onnipotenza in cui è loro mancata una figura credibile e rispettabile.

Siamo esseri umani e, in quanto tali, incompleti. Il potere è forse la dipendenza più pericolosa da cui possiamo essere affetti, proprio perché ci fa sentire qualcuno, rispettati, importanti, come magari nessuno fino a quel momento ci aveva fatto sentire, ma non è la realtà.

Detenuto: “…non avevo obiettivi, anzi uno sì, quello di fare soldi, ed era sbagliato. Ho inseguito la strada più facile, questo mi faceva sentire più intelligente e più potente. La verità è che ho solo causato sofferenza alla mia famiglia. Sono stato vittima di me stesso e così ho perso tutto”.

Ci illudiamo di essere liberi, ma non è così. Siamo esseri influenzabili, mutevoli. La nostra identità, a seconda delle situazioni che incontriamo, assume sfaccettature diverse, ma siamo noi a creare la nostra storia e per questo, fino al giorno in cui moriremo, quest’ultima potrà essere cambiata. Non si nasce delinquenti, lo si diventa, ma proprio come lo si diventa si può smettere di esserlo.

Ci chiediamo se sia effettivamente possibile cambiare, una volta superati i nostri limiti, ad oggi so per certo che ciò è possibile. È necessario affrontare un lungo e faticoso viaggio, ma è con la fatica e con l’impegno che si ottengono risultati. Per questo dobbiamo sempre ambire al cambiamento e alla crescita. Nulla ci viene regalato.

Spesso mi capita di lamentarmi e di non sentirmi abbastanza orgogliosa di me stessa e, in parte, mi sento un’egoista.

Ho avuto la possibilità di osservare uomini e ragazzi raccontarsi e sentire il bambino che c’è in loro, quel bambino che chiede aiuto, che ha bisogno di essere capito, amato e visto per ciò che è realmente. Ho capito quanto sia importante avere un punto di riferimento nella vita, qualcuno che, soprattutto nei primi anni di crescita, creda in noi, ci apprezzi e ci insegni che cosa è l’amore, qualcuno che ci offra i mezzi per poter affrontare le difficoltà della vita. Qualcuno che quando sbagliamo ci faccia vedere un’altra parte della realtà, perché non ne esiste solo una e non è tutto una merda. La vita è un dono e dobbiamo sfruttarla al meglio.

Sono così fortunata che nemmeno me ne rendo conto, io tutto questo l’ho avuto e ho tutte le motivazioni per essere felice. Mi rattrista che molti di loro non possano dire la stessa cosa.

Ad oggi ho deciso di farmi un regalo, ossia prendermi l’impegno di far parte del gruppo della Trasgressione. Per me non è stato un semplice tirocinio, ma un’esperienza di vita travolgente ed è, a tal proposito, anche un’importante occasione per aprirsi completamente all’altro, in quanto esseri umani. Il gruppo è un tavolo ove si riflette, in cui ci si guarda dentro e si cresce insieme.

Sin da bambina mi sentivo inferiore rispetto agli altri e credo che in parte questo fosse dettato dal fatto che a scuola non mi sono stata mai sentita compresa fino in fondo. Mi impegnavo tanto, ma piano piano ho cominciato a sentirmi come se fossi un voto: io ero il sei, gli altri erano l’otto e il nove, ma anche il dieci. Tutto ciò mi portò ad accumulare varie insicurezze riguardo la mia intelligenza, ad aver paura di dire ciò che pensavo perché credevo fosse sempre sbagliato.

Nel gruppo è richiesta una partecipazione attiva con interazione. Devo dire che all’inizio ho fatto fatica, divenendo rossa come un peperone ogni volta che mi veniva chiesto di esprimere la mia idea, ma ad oggi posso dire che sono riuscita ad aprirmi molto con il gruppo, fino ad arrivare a piangere davanti a tutti e a spogliarmi di ogni mia maschera o quasi.

Quindi, sì ad oggi posso dire che, fra le mie tante soddisfazioni personali, il gruppo della Trasgressione è un regalo della vita che non mi posso permettere di rifiutare.

Un GRAZIE a tutte le bellissime persone che ho avuto l’occasione di conoscere. Ognuno mi ha lasciato qualcosa.

Ilaria Pinto

Indice tirocini

Relazione di tirocinio

Camilla Bruno, Relazione finale di tirocinio
Master di I livello in Devianza, Sistemi della Giustizia e Servizi Sociali presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca

Ai fini della partecipazione al Master di I livello in Devianza, Sistemi della Giustizia e Servizi Sociali presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca, ho svolto un tirocinio curriculare insieme al Gruppo della Trasgressione.

Il Gruppo nasce grazie al Dottor Angelo Aparo. Psicologo e psicoterapeuta, operando in carcere, egli sente la necessità di avviare un progetto innovativo e circa venticinque anni fa crea il Gruppo: uno spazio di libertà, fisico e mentale, dove riunire detenuti, ex detenuti, studenti, famigliari di vittime di reato e comuni cittadini. Il dottor Aparo tuttora coordina il Gruppo, i cui incontri avvengono stabilmente con appuntamento fisso ogni settimana, sia all’interno delle carceri milanesi di Opera, Bollate e San Vittore, sia all’esterno.

Nel 2006 nasce poi l’Associazione Trasgressione.net Onlus, che si occupa delle attività culturali del gruppo; qualche anno dopo, nel 2012, nasce la Cooperativa Sociale Trasgressione.net, braccio imprenditoriale del gruppo impegnata nel reinserimento sociale dei detenuti ed ex detenuti attraverso opportunità lavorative.

L’obiettivo fondamentale del Gruppo è la conoscenza dell’uomo, la ricerca dell’umanità in ogni uomo, la scoperta dei legami e delle alleanze tra gli uomini, chiunque essi siano e di qualunque tipo siano state le loro esperienze. A partire da questa premessa i detenuti vengono coinvolti in una ricerca e una riflessione su di sé, volta a comprendere meglio le azioni compiute, le possibili ragioni delle scelte fatte, il proprio vissuto, arrivando a una consapevolezza, prima inesistente, di sé e della realtà circostante. Tale consapevolezza è un traguardo faticoso, arduo, per raggiungere il quale è necessario un percorso lungo, a volte molto lungo, non lineare, che può avere temporanei arresti e cambi di direzione. In tale percorso la presenza di solidi punti di riferimento, quali una guida cui rivolgersi, e l’analisi delle emozioni e degli stati d’animo presenti al momento delle scelte fatte, sono basilari per arrivare a maturare un senso di responsabilità, prima sconosciuto o disconosciuto, che è tratto distintivo dell’uomo sociale, del cittadino. L’interazione con il mondo esterno, con i cittadini componenti il Gruppo e con altri che le varie occasioni portano ad incontrare, è determinante perché permette al detenuto di uscire dalla bolla di marginalizzazione che lo rinchiude e di essere ora utile a quella società che in precedenza ha danneggiato.

Ho deciso di iniziare questo mio percorso di tirocinio con il Gruppo della Trasgressione spinta da una grandissima voglia di vedere con i miei occhi e percepire sulla mia pelle quello che le persone vivono, provano, sentono all’interno di quelle mura, senza fermarmi all’immagine collettiva che si ha del carcere e della vita intramuraria suggerita tendenzialmente da film e qualche sporadica testimonianza a volte romanzata.

La problematica della devianza mi ha sempre affascinata. Questo mio interesse e il percorso fatto durante la triennale in Sociologia mi hanno portato all’incontro e alla collaborazione con il Gruppo. Questo tirocinio, dopo poco più di sei mesi dall’inizio, è stato in grado di darmi a livello emotivo e razionale una quantità di informazioni e riflessioni, basate su molteplici esperienze, che non pensavo di potere ricevere in così poco tempo.

Gli incontri settimanali del Gruppo sono così suddivisi:

  • I gruppi esterni, in orari pomerifdiani (14.30-17.00 circa), hanno luogo il lunedì nella sede del comune di Rozzano (Via degli Oleandri, 39) e il martedì a Milanonella sede dell’associazione Trasgressione.net (Via Sant’Abbondio 53A). In entrambe le occasioni partecipano ex detenuti, detenuti in permesso o in misura alternativa, studenti tirocinanti e non, famigliari di vittime di reato o famigliari di autori di reato e comuni cittadini. Agli incontri ci si puà collegare anche via Zoom.
  • Mercoledì 9.30-13.00 ha luogo il gruppo interno ad Opera con i detenuti di alta sicurezza; fre le 13.00 e le 15.00 segue quello con i detenuti di media sicurezza.
  • Giovedì mattina, 9.30-12.30 il Gruppo entra nel carcere di San Vittore con il progetto “Un amico controcorrente” assieme ai detenuti del reparto dedicato ai giovani adulti.
  • Giovedì pomeriggio, 14.30-17.00, infine, il gruppo si sposta a Bollate, insieme ai detenuti del secondo reparto.

Per quanto riguarda le attività, il Gruppo organizza e prende parte a molte iniziative culturali e di incontro; in particolare:

  • La Cooperativa si occupa della parte lavorativa: è stata creata una bancarella di Frutta&Cultura che si occupa della vendita di frutta e verdura in loco e della loro consegna a bar, ristoranti, mense e a famiglie bisognose. I dipendenti della Cooperativa, sia detenuti che ex detenuti, si occupano anche di lavori di tinteggiatura, manutenzione e pulizia.
  • Con l’associazione vengono organizzati – oltre ad i soliti incontri interni ed esterni – convegni, incontri con le scuole superiori per la prevenzione al bullismo, al gioco d’azzardo, alla tossicodipendenza ed in generale alla devianza (sia nelle scuole che nelle carceri), rappresentazioni teatrali e concerti della band.

Durante questi mesi ho potuto partecipare ad alcune di queste attività. In particolare:

  • incontri con il liceo artistico di Brera (MI) presso il loro istituto e con una scuola superiore di Parabiago nel teatro del carcere di Bollate;
  • incontri genitori-figli nel carcere di Opera, volti ad offrire un confronto e a favorire un dialogo sincero tra le parti, con possibili interventi di tutti i presenti, detenuti e non;
  • visione di rappresentazioni teatrali soprattutto nel carcere di Opera, in particolare il Mito di Sisifo, che racchiude in se’ tematiche chiave del Gruppo, quali la devianza, il delirio di onnipotenza, il difficile rapporto genitori-figli dettato dal modello genitoriale padre-padrone e, per concludere, il raggiungimento da parte del detenuto di una nuova consapevolezza del proprio vissuto e delle proprie azioni e di una nuova responsabilità nei confronti dell’altro, delle istituzioni e di se stesso.

Da ultima, ma non per minore importanza, la partecipazione al convegno “Una mappa per la pena” organizzato dal Senatore Mirabelli in collaborazione con il Gruppo, tenutosi al palazzo del Senato della Repubblica a Roma il 25 maggio 2022. Il Gruppo della Trasgressione è potuto entrare in Senato per la prima volta, assieme a detenuti ed ex detenuti davanti alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia e al capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Carlo Renoldi. In questa occasione il Dottor Aparo è intervenuto presentando in primis il Gruppo e gli effetti di questo sulle persone, detenute e non, che ne fanno parte, ma soprattutto proponendo il progetto di un Centro-studi all’interno delle carceri di Opera, Bollate e San Vittore, attraverso il quale si possano analizzare non solo i fattori socio-culturali che portano una persona a preferire la strada della devianza e quindi a delinquere, ma anche i fattori psicologici, caratteriali ed emotivi che incidono sulle micro e macro scelte compiute giorno dopo giorno che contribuiscono a creare un’identità caratterizzata in toto dalla devianza.

Giunta alla fine di questo percorso, posso dire di aver costruito anche io una nuova consapevolezza: ho capito che per crescere si deve fare fatica, che non basta starsene lì fermi, in un angolo sicuro a guardare, ma che bisogna essere disposti ad impegnarsi realmente per poi far del bene.

Ho capito che niente arriva alle porte della tua coscienza se non sei tu a portarci qualcosa.

Ho imparato che per occupare un posto nel mondo che abbia un senso per se stessi e per gli altri bisogna tirarsi su le maniche, cercare persone che siano nostre alleate, prendere atto di ciò che siamo stati e di ciò che abbiamo fatto per essere in grado di essere oggi persone responsabili.

Ho conosciuto persone, uomini, anime segnate dal dolore e dalla sofferenza. Persone che ad un certo punto hanno perso tutto, ma che pian piano e con fatica hanno riacquistato l’amore per la vita, mettendosi in gioco giorno dopo giorno, per loro stessi e per i loro cari.

Ho conosciuto persone che per tutta una vita hanno camminato nel buio, ma che oggi risplendono di luce brillante e meravigliosa.

Ho conosciuto persone che per anni hanno fatto del male, ma che oggi spendono ogni minuto della propria giornata per essere d’aiuto al prossimo, mettendoci anima, corpo e soprattutto cuore.

Ho imparato a pensare che non sempre ciò che penso è sbagliato, che non sempre quello che vorrei portare come mio contributo è inutile. Ho imparato che le parole hanno un peso specifico, che possono davvero essere d’aiuto per qualcuno, così come potrebbero anche fare danni.

Ho capito che nella mia vita voglio mettermi in gioco, anche se ancora faccio fatica, ma voglio arrivare a capire che posso farlo anche io.

Ho imparato che posso accogliere l’altro, le sue emozioni, i suoi vissuti, e che io posso a mia volta essere accolta, senza paura.


Da LPT Studio

Questo gruppo mi ha dato davvero tanto, sia a livello conoscitivo ai fini della professione, sia a livello emotivo e personale. Mi sono ripromessa di custodire gelosamente e con cura dentro di me un pezzetto di ogni persona che ho conosciuto in questi mesi, perché ognuna di loro è stata in grado di lasciarmi qualcosa di importante.

Ringrazio il prof Aparo per essere stato fonte di grande ispirazione; ringrazio il Gruppo della Trasgressione per avermi dato la possibilità di vivere un’esperienza del genere, che credo cambi la propria visione della realtà.

Ringrazio ogni singola persona che mi ha permesso di entrare nella sua vita e ringrazio chi ha voluto fare lo stesso entrando nella mia.

Spero un giorno di poter essere alla vostra altezza.

Camilla Bruno

Indice Tirocini

Relazione finale di tirocinio

Leonardo Esposti, matricola 953451
Tirocinio curricolare presso l’associazione: “Trasgressione.net
Corso di Laurea: Scienze dei Servizi Giuridici
Periodo : 08.03.2022 – 13.06.2022

Caratteristiche generali del tirocinio: l’istituzione, l’organizzazione o l’unità operativa in cui si è svolta l’attività, l’ambito operativo, l’approccio teorico e pratico di riferimento
Trasgressione.net è un’associazione ONLUS costituita da detenuti ed ex-detenuti, familiari di vittime, studenti, professionisti e liberi cittadini, il cui obiettivo è contribuire a un percorso di maturazione, riabilitazione e responsabilizzazione personale del detenuto, finalizzato al suo reintegro nella società civile.

Tale associazione si occupa delle iniziative culturali e sociali del Gruppo della Trasgressione che opera a diretto contatto con i detenuti, sia all’interno delle tre carceri milanesi per adulti, sia esternamente nella sede di Via Sant’Abbondio 53A, sempre a Milano.

Il Gruppo, oltre che dell’associazione, si avvale anche del sostegno di una Cooperativa Sociale il cui obiettivo è quello di coltivare e rafforzare il rapporto di progettualità tra i detenuti, gli altri componenti del gruppo e, più in generale, il mondo esterno.

Descrizione dettagliata del ruolo e delle mansioni svolte:
Durante il periodo di tirocinio ho partecipato regolarmente agli incontri del Gruppo esterno, a quelli all’interno delle carceri di Opera, San Vittore e Bollate, nonché ai numerosi eventi organizzati dall’associazione.

Gli incontri esterni, con cadenza settimanale, mi hanno consentito di approfondire numerosi temi quali:

  • Il reato e l’abuso;
  • Alcune diverse letture del concetto di libertà;
  • La banalità del male e la mediocrità dell’uomo;
  • L’arroganza del deviante;
  • La responsabilità del detenuto e delle istituzioni;
  • Il significato della punizione, la riabilitazione e il reinserimento del detenuto nella società civile;
  • Il rapporto tra genitori-detenuti e figli;
  • La prevenzione della devianza giovanile;
  • Le micro-scelte quotidiane che portano alla devianza e alla macro-scelta dell’attuazione di un reato;

Nel corso degli incontri all’interno delle carceri ho avuto una collaborazione diretta con i detenuti. Con essi ho instaurato un dialogo utile alla comprensione di storie di vita difficili e di percorsi di devianza dolorosi.

Durante tali incontri è stato molto importante il ruolo del coordinatore del gruppo che coinvolgeva tutti noi tirocinanti a partecipare attivamente al dialogo con i detenuti e a collaborare in attività concrete.

Attività concrete, metodi e strumenti adottati:
Il Gruppo della Trasgressione, estroso e poliedrico, ha organizzato numerose attività culturali a cui ho avuto l’occasione di partecipare.

Il 9 Marzo 2022 nel carcere di Opera, in collaborazione con il gruppo ForMattArt, è stata organizzata una mostra-incontro con gli studenti di una Scuola secondaria di Milano che hanno interagito con alcuni detenuti dei reparti di media e alta sicurezza. Nella prima parte dell’incontro sono stati visionati e discussi molti lavori artistici audiovisivi di diversa natura (immagini astratte, foto, dipinti, video, tracce audio) che rimandavano all’idea di sofferenza, ai sogni dei detenuti, all’idea di giustizia e al valore dell’articolo 27 della Costituzione. Si è trattato di un percorso guidato che invitava alla visione di quadri raffiguranti immagini di sbarre, visi di persone o persone rannicchiate, il tutto accompagnato da un sottofondo audio che proponeva domande come: “Ti senti responsabile per quello che hai fatto?” “Infrangi spesso le regole?” “Segui i principi della tua morale oppure quelli del Diritto Costituzionale?”. Continuando il percorso, si arrivava a un tavolo dove potevamo sfogliare gli scritti di bambini su quadernini che riportavano i loro sogni, le loro speranze, i loro sentimenti, le loro preoccupazioni. Infine, su una costruzione di legno a forma di sfera si poteva leggere l’incisione dell’articolo 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Nella seconda parte dell’incontro è stato organizzato un laboratorio didattico in cui gruppi misti di studenti, detenuti e tirocinanti come me, hanno composto delle frasi di senso compiuto estrapolando parole da vari ritagli di giornale. Le frasi riflettevano, per esempio, il sentimento del detenuto tradito dall’ambiente di provenienza, dai suoi amici, dai modelli di riferimento; la sua tristezza, il dispiacere e il rimorso per quello che ha fatto; la speranza nelle prospettive future di riabilitazione e di crescita personale. Questo incontro, avvenuto il giorno del mio primo ingresso nel carcere di Opera, è stato particolarmente emozionante e mi ha fatto comprendere il modus operandi del Gruppo nella pratica reale.

Nei successivi incontri, sempre nel carcere di Opera, ho assistito alla rappresentazione teatrale del mito di Sisifo. Una rappresentazione rivisitata, frutto dell’ingegno del coordinatore del gruppo della Trasgressione il dottor Angelo Aparo. Il mito di Sisifo in questa versione è stato scelto e sfruttato per trattare diverse tematiche quali: il rapporto tra il detenuto e l’autorità, l’arroganza del detenuto e il rapporto tra detenuto e figlio.

Sisifo è il re di Corinto, città che attraversa un periodo di gravissima siccità. Gli abitanti pregano gli dei e, in particolare, fanno sacrifici in favore di Giove e di Asopo, dio delle acque, affinché questi concedano a Corinto una sorgente per coltivare i campi. Ma gli dei si dedicano ai loro festini mentre il popolo di Corinto muore di sete. Sisifo, senza andare troppo per il sottile, riesce a procurare l’acqua al suo popolo, ma incorre nelle ire del re dell’Olimpo, che si vendicherà con la famosa pena del masso”.

Nella simbologia teatrale, Sisifo, che vive in un mondo in cui la violenza è alimentata e innaffiata continuamente, rappresenta l’arroganza dello stile deviante, che si manifesta con un costante disdegno verso le regole e un’irritante altezzosità verso il prossimo.

Asopo, il dio dell’acqua, dileggiato da sua figlia a causa delle compagnie poco raccomandabili che egli frequenta e per la totale assenza di credibilità come genitore, rappresenta un’autorità che conosce la violenza come unico mezzo per farsi rispettare.

Il 30 Marzo e il 7 Aprile sono stati organizzati due incontri al Liceo Artistico di Brera (con sede in Via Camillo Hajech) in cui detenuti e studenti hanno potuto riflettere sulle ragioni della devianza. Durante questi incontri ci si è interrogati sulle variabili che incidono sulla tipo di risposta che viene data alla frustrazione. Tra i vari interventi dei detenuti sono emersi i numerosi fattori scatenanti la devianza, tra cui l’ambiente sociale e il contesto in cui ognuno di noi nasce, cresce e vive; la sensazione di impotenza e le fragilità interne che conducono sovente anche all’uso e all’abuso di sostanze stupefacenti; il desiderio di accumulare denaro e beni voluttuari e infine la seduzione che la vita da criminale e i soggetti di riferimento esercitano sul futuro deviante.

Tra le varie iniziative proposte dal Gruppo, la più importante è sicuramente il convegno tenutosi il 30 Maggio 2022 al Senato di Roma nella Sala Zuccari del Palazzo Giustiniani, che ha visto la partecipazione di importanti cariche istituzionali come il Ministro della Giustizia Marta Cartabia, il capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Carlo Renoldi e i due Senatori della Repubblica Franco Mirabelli e Monica Cirinnà, nonché di alcuni ex-detenuti e detenuti in permesso speciale. Il convegno è stato un’importante occasione per presentare alle cariche istituzionali la filosofia del Gruppo e il suo modo di operare, allo scopo di stringere una proficua collaborazione con le istituzioni stesse.

Presenza di un coordinatore o di un supervisore e modalità di verifica e di valutazione delle attività svolte:
Il Gruppo della Trasgressione è coordinato dal Professor Aparo, terapeuta ed ex-Docente universitario, il quale propone, ad ogni incontro, nuovi temi e spunti di riflessione da cui nascono ricche discussioni e occasioni di confronto. Il prof. Aparo ha prestato particolare attenzione al percorso di maturazione personale di noi tirocinanti, coinvolgendoci sempre nelle attività proposte e invitandoci a redigerne costantemente relazioni e verbali.

Conoscenze e abilità acquisite:
L’esperienza con il Gruppo della Trasgressione, attraverso un approccio pratico e moderno, mi ha permesso di approfondire la conoscenza del mondo carcerario e della giustizia penale, soggetti da me analizzati parzialmente e solo da un punto di vista teorico durante il percorso di studi. In particolare ho imparato a instaurare un dialogo autentico con l’autore del reato e ad avere una maggiore comprensione delle motivazioni, dei sentimenti e delle fragilità che sono alla base della devianza.

Il contatto diretto con i detenuti e il mondo carcerario in generale mi hanno fatto capire che per riabilitare e riforgiare un uomo in detenzione l’istituzione dovrebbe assegnargli una funzione e responsabilizzarlo nei confronti della cittadinanza libera. Da studioso del Diritto, questa visione aperta del Gruppo mi pare rappresenti un punto di partenza per rivoluzionare la ratio classica della pena da scontare.

Caratteristiche personali sviluppate:
Far parte del Gruppo della Trasgressione ha migliorato le mie capacità interpersonali e relazionali attraverso l’ascolto delle esperienze dei detenuti, e mi ha aiutato a espormi in prima persona e a mettere a nudo con me stesso, prima che con gli altri, alcune fragilità e insicurezze.

Il Gruppo, inoltre, è stato fondamentale per spingermi a mettere in discussione certi stereotipi e pregiudizi sul mondo carcerario e per apprezzare il valore della cooperazione tra membri che desiderano farsi promotori di un cambiamento nell’istituzione.

Altre eventuali considerazioni personali:
In Italia, ogni giorno, più di cinquantacinquemila persone vivono una costante situazione di crudeltà e sofferenza psico-fisica, completamente inconciliabile e contrastante con la nostra Costituzione e con i Trattati Internazionali che la Repubblica si è impegnata a osservare.

Il primo passo per riabilitare il detenuto è quello di riconoscerne la dignità in qualità di essere umano, malgrado l’efferatezza del crimine da lui commesso. Privare un detenuto dei diritti fondamentali, infliggendogli una pena inutilmente dolorosa, significa negargli ab origine la sua dignità. Ritengo infatti che una logica punitiva squisitamente retributiva, secondo cui il dolore sarebbe l’unica moneta con cui il detenuto ripaga il danno che ha causato alla società, porti alla patologia del sistema e ad un alto tasso di recidiva.

Concludendo, a mio avviso, il detenuto dovrebbe essere messo nelle condizioni di esercitare delle funzioni di responsabilità, attraverso l’assegnazione di un lavoro e l’approfondimento della propria cultura. Questa seconda visione meglio si concilierebbe con i valori enucleati in larga parte nei Principi Fondamentali della Carta Costituzionale, ma non solo: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […]. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine […] sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. E ancora: La responsabilità penale è personale. […] (art. 3 Cost.). Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 Cost.). Il “recupero sociale del condannato” è “fine ultimo e risolutivo della pena”, da attuare attraverso un vero e proprio riconoscimento di un “diritto all’educazione” (Sent. Corte Cost. n. 204/1974).

La rieducazione del condannato passa attraverso una serie di strumenti che lo Stato e i liberi cittadini decidono di mettere a disposizione. E in tal senso si innesta l’operato del Gruppo della Trasgressione.

Indice dei Tirocini

Un progetto

Il Gruppo della Trasgressione

Ho iniziato il tirocinio con il Gruppo della Trasgressione perché ero e sono affascinata dal tema della devianza e speravo di poterlo approfondire facendo anche delle esperienze concrete. A tre mesi di distanza posso dire di aver vissuto delle situazioni incredibili che mi hanno aiutata e cambiata in prima persona.

Al termine di ogni riunione con il gruppo esamino ciò che abbiamo affrontato ed ogni volta ne ricavo qualcosa di nuovo, non solo a livello concettuale ma anche relazionale.

Il confronto con il detenuto è un’occasione estremamente costruttiva, un incontro in cui a volte mi sono rispecchiata perché mi sono spesso privata della libertà di fare e di dire ciò che volevo, per paura di sbagliare, di ferire o per piacere a qualcuno, tralasciando me stessa. In questo mi ha aiutato molto il gruppo perché mi ha insegnato e dimostrato che per poter iniziare a cambiare è necessario essere sinceri e che si deve parlare in modo veritiero, libero, intervenendo solo per dire ciò che si pensa, altrimenti si perde solo tempo!

Ho compreso quanto il dialogo sia fondamentale, bisogna però andare in profondità con esso ed essere in grado di individuare ciò che si sta cercando, discutendo e mettendo a nudo le proprie esperienze e sofferenze. In questo modo, quasi senza accorgersene, si cresce e si matura coltivando quella consapevolezza che creerà una coscienza pensante e responsabile.

Le banalità vengono lasciate fuori dalla porta: “io non giudico nessuno” uno frase che credevo fosse sinonimo di nobiltà d’animo, ma ho compreso che è semplicemente lo scudo di chi non vuole prendere o mostrare la propria posizione nel mondo, una vigliaccheria nascosta che ho capito essere irreale. Ognuno giudica eccome, bisogna però acquisire gli strumenti adatti per farlo con intelligenza, mettendosi in discussione ed il gruppo è in grado di fornirli.

Non è stato un semplice tirocinio universitario, ma un’esperienza travolgente. Questo perché non è richiesta una presenza passiva ma bisogna mettersi in gioco, lavorare ed impegnarsi, prima di tutto su noi stessi. Quando ho iniziato questo percorso non riuscivo a parlare davanti a molte persone, mi tremava così tanto la voce che per paura evitavo di fare qualsiasi intervento, anche in università, ponendomi un limite che credevo fosse insuperabile.

Se mi avessero detto che avrei pianto in un teatro raccontandomi davanti ad alcune persone o che il 25 maggio avrei recitato in Senato, non ci avrei mai creduto e invece è quello che è successo, ed è qualcosa che non ho ancora realizzato.

Spesso in passato mi sono sentita smarrita, senza un obbiettivo, facendomi trascinare da ciò che accadeva intorno a me e senza riuscire a prendere la giusta posizione. Mentre scrivo mi rendo conto che questa sensazione non mi appartiene più come prima, sono consapevole che ci voglia impegno e costanza, ma mi sento come se fossi parte di un progetto in cui credo pienamente, di una rivoluzione in cui spero di poter far parte e dare il mio vero contributo.

Credo non ci sia sensazione più appagante del sentirsi nel posto giusto. Sono immensamente grata per quest’opportunità. Vi devo molto.

Francesca Pozzi

Indice dei tirocini

Tirocinio in Psicologia Sociale

Micol Sini, Matricola: 8786772
Tirocinio professionalizzante post lauream 500 ore
Periodo: dal         15/10/2021        al          14/04/2022

Caratteristiche generali dell’attività svolta: istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

Il Gruppo della Trasgressione è un progetto ideato dal Dott. Angelo Aparo alla fine degli anni ‘90, che ha come obiettivo principale la costruzione e il mantenimento di un ambiente nel quale detenuti, ex detenuti, studenti, famigliari delle vittime e liberi cittadini possano riflettere insieme sul rapporto individuo-società, dando ognuno il proprio contributo.

Dal Gruppo sono state successivamente create un’associazione e una cooperativa che si occupano di diverse iniziative, grazie alle quali si cerca un’interazione diretta con le istituzioni e con altri gruppi/associazioni, con lo scopo di aiutare i detenuti a raggiungere un percorso di emancipazione e integrazione durante la propria detenzione o nel periodo dell’applicazione di misure alternative, ma anche nell’immediato “dopo pena”.

L’idea di fondo è che una reale inclusione e il superamento della sensazione di marginalità e di estraneità alle regole possa avere luogo solamente se si partecipa attivamente ad attività e a esperienze concrete, in modo tale che il singolo e la società crescano e si rinnovino.

Durante gli incontri settimanali con i detenuti, gli ex detenuti, i famigliari delle vittime di reato, gli studenti e i cittadini, si affrontano diverse tematiche, come il rapporto con l’istituzione carceraria, il delirio di onnipotenza, la relazione tra detenuto e figli/famiglia, l’abuso, la libertà, la responsabilità, la prevenzione alla devianza e al bullismo.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Gli incontri del Gruppo della Trasgressione si tengono presso la sede di Via Sant’Abbondio o tramite piattaforma online. Durante queste giornate ho avuto l’opportunità di conoscere diverse persone, partendo dai detenuti e dagli ex detenuti, arrivando a liberi cittadini, tra i quali spesso partecipavano anche parenti delle vittime di reato.

Durante il mio percorso ho avuto modo di ascoltare diverse storie, soprattutto di detenuti ed ex detenuti appartenenti al mondo della Mafia (ma non solo). Attraverso i racconti ciascun componente del gruppo cercava di analizzare la propria vita, le scelte del passato, le fragilità che lo hanno portato sulla strada della devianza. Ad ogni incontro c’era sempre qualcuno che riusciva a “mettersi a nudo” e uno degli obiettivi principali del gruppo è aiutare i propri componenti a raggiungere consapevolezza dei propri errori e riconoscere, di conseguenza, le proprie fragilità, scavando dentro sé stessi per riuscire a ritrovare quella libertà persa ormai da tempo. Libertà non solo fisica ma soprattutto dell’anima.

Quindi, in quanto tirocinante di psicologia, ho avuto modo e piacere di poter osservare da vicino come le fragilità e i vissuti passati dei detenuti vengono affrontati e analizzati dagli stessi; come certi avvenimenti, come esperienze di abuso o di abbandono, li hanno portati alla scelta di perseguire una strada piuttosto che un’altra; come l’assenza di un genitore possa creare in un bambino, o in un adolescente, incertezze riguardo la propria identità e al proprio ruolo nel mondo. Ma, allo stesso tempo, ho potuto ammirare l’acquisizione di coscienza dei detenuti, la loro voglia di rinascere e di costruire una vita nuova per sé stessi e per i propri cari, la consapevolezza della propria libertà, di quella altrui e della responsabilità che ne consegue.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Ho sempre partecipato agli incontri settimanali del Gruppo, per la maggior parte delle volte tramite piattaforma Zoom, insieme agli altri tirocinanti e ai vari componenti del gruppo, tra i quali i detenuti ed ex detenuti che fanno parte del Gruppo ormai da anni.

In diverse occasioni, al termine degli incontri, il Professore chiedeva a noi tirocinanti di redigere delle relazioni su quanto emerso durante gli incontri. Inoltre, ad ogni tirocinante era richiesto di diventare vero e proprio componente del gruppo, farne parte partecipando in maniera attiva e contribuendo attraverso i propri pensieri e le proprie idee.

In più, in questo semestre di tirocinio, ho avuto l’occasione di poter partecipare a diversi incontri nelle scuole.  Durante questi incontri i detenuti portano in prima persona le proprie esperienze davanti a studenti di 15-18 anni e l’obiettivo è quello di riuscire a fare prevenzione alla devianza ma anche al bullismo, fenomeno che si presenta in svariate forme soprattutto durante gli anni del liceo. Questi incontri sono stati un’esperienza splendida e, a mio avviso, rispecchiano esattamente lo scopo del Gruppo della Trasgressione, ossia rendere partecipe in maniera attiva tutta la collettività, per fare in modo che insieme si possa creare un ambiente all’interno del quale ciascuno possa crescere, imparare, essere libero.

Non da meno, il Gruppo, con l’associazione e la cooperativa, organizzano diversi incontri con le istituzioni (a fine maggio si terrà un importante convegno a Roma davanti alla ministra Cartabia) e collaborazioni con altre realtà. Per esempio, attualmente si sta cercando di creare una trasmissione radiofonica presso una stazione radio del Comune di Rozzano.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Durante tutto il mio percorso presso il Gruppo della Trasgressione, la presenza del Professor Aparo è stata fondamentale. Il coordinatore, nonché fondatore del Gruppo stimola tutti i componenti e i partecipanti a condividere i propri pensieri, le proprie idee e le proprie emozioni in merito alle diverse tematiche che vengono affrontate durante i vari incontri. L’obiettivo del prof è di spronare tutti i tirocinanti a esporsi partecipando in maniera attiva e concreta, pur accettando le fragilità di ciascuno di noi e le diverse personalità.

Ovviamente il Dott. Aparo leggeva e correggeva tutte le relazioni e i verbali redatti da noi tirocinanti.

 

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative) e abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)

Grazie alla mia permanenza presso il Gruppo della Trasgressione ho avuto la possibilità di conoscere il mondo carcerario e la realtà che vivono i detenuti e gli ex detenuti e di confrontarmi con loro e con gli altri componenti del gruppo riguardo a tematiche importanti; ho sicuramente migliorato e sviluppato la mia capacità di ascolto, anche se il dott. Aparo mi ha criticato per i miei silenzi perché prediligevo l’ascolto rispetto all’intervento durante gli incontri. Ma penso che, come futura psicologa, sia una tra le capacità più importanti da potenziare; inoltre, ho implementato sicuramente le capacità di condivisione e di collaborazione di gruppo; infine, ho imparato l’importanza di riconoscere e accettare le fragilità altrui e, partendo da queste, aiutare chi si trova in difficoltà a ritrovare la propria strada, cosa che penso rispecchi esattamente l’obiettivo del mio futuro lavoro.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Per quanto magari abbia fatto prevalere la mia parte più ascoltatrice, credo comunque di aver imparato ad esporre le mie idee e le mie impressioni, anche grazie alle relazioni che ho redatto, soprattutto nell’ultimo periodo, in seguito agli incontri nelle scuole, i quali hanno sicuramente lasciato un segno importantissimo dentro di me, o agli incontri ordinari del Gruppo.

Ringrazio il Gruppo per avermi dato la possibilità di poter far parte di un mondo che mi sta molto a cuore, di avermi aiutato ad aprire la mente e ampliare la mia visione della realtà, di avermi spronato ad affrontare anche le mie fragilità e le mie timidezze.

Torna all’indice della sezione

La paura di aprirsi

Non sono mai stata una persona chiacchierona. Sin da quando mi ricordo ho sempre preferito ascoltare gli altri, nutrendomi delle loro storie e senza dare nulla di me in cambio. Ho sempre utilizzato la scusa di avere una vita banale: una famiglia amorevole, un percorso scolastico nella media, un fidanzato stabile. Nulla che valesse la pena di essere raccontato.

Il tirocinio con il Gruppo della Trasgressione mi sta dando la possibilità di accorgermi che la mia è solo paura: paura di prendermi la responsabilità di aver detto una cazzata. Parlare di fronte ad altre persone mi provoca ansia e ho vissuto i primi incontri con un peso sullo stomaco che compariva alla mattina e se ne andava solo alle 17, ad incontro finito. Vivevo le tre ore dell’incontro con la paura che mi chiamassero in causa per avere la mia opinione, e avevo il terrore di dire inutili banalità.

Per un periodo ho anche pensato di annullare il tirocinio, bloccare le ore e trovare un altro ente più strutturato, dove qualcuno mi assegnasse un compito che avrei fatto fino alla fine delle 500 ore e basta. Sono andata a leggermi tutte le relazioni di tirocinio precedenti: molti dicevano che inizialmente si sentivano spaesati quanto me ma in seguito prendevano sicurezza e riuscivano ad integrarsi con il gruppo. Ingenuamente, ed egoisticamente, ho pensato che sarebbe arrivato anche per me il momento di svolta e che avrei dovuto solo aspettare. Mi sono accorta che non funzionava, anzi mi sentivo sempre più a disagio e quasi presa di mira. Poi, piano piano, ho iniziato a partecipare più attivamente, senza parlare perché ancora adesso mi terrorizza, prendendo parte alle interviste e alle trascrizioni delle stesse. Quando ho finito di trascrivere la prima intervista mi sono sentita utile per il gruppo, e vederla pubblicata sul sito mi ha fatto provare la soddisfazione di contribuire ad un lavoro comune.

Ho imparato ad apprezzare ciò che prima consideravo assenza di struttura, ovvero la molteplicità di argomenti trattati e la richiesta continua di partecipazione attiva. Mi sono resa conto che proprio questa è la forza del Gruppo poiché dà la possibilità a chiunque di esprimere la propria opinione e consente a tutti gli ascoltatori di arricchirsi. Non ci sono distinzioni tra detenuti, studenti e liberi cittadini: ci sono solamente persone che si confrontano su diversi temi per arrivare ad una soluzione finale comune.

Devo dire che per comprendere in pieno la forza del Gruppo mi sono servite le parole del professor Aparo: “Le persone s’innamorano e, quando sono innamorate, fanno cose. Dopodiché le persone si disinnamorano, però le cose che hanno fatto rimangono”. Ciò che mi ha fatto riflettere è stato l’utilizzare la parola amore per descrivere le relazioni interne al gruppo. In primo luogo, perché l’amore ha i suoi tempi: ci sono persone che s’innamorano a prima vista, c’è chi ci mette mesi o addirittura anni e c’è anche chi si nega l’amore, per paura o per orgoglio. Allo stesso modo, ci sono persone che s’innamorano del Gruppo sin dal primo momento, e altre, come me, che ci mettono un po’ di più, per il timore di lasciarsi andare. In secondo luogo, l’amore implica fiducia e apertura nei confronti dell’altro: solo donando qualcosa di se stessi si possono gettare le basi per costruire un rapporto solido. Io mi sono approcciata al gruppo con la pretesa di ricevere senza dare e mi sono resa conto di aver gettato le basi sbagliate, che portano alla costruzione di un rapporto instabile. Adesso so che devo lavorare anche su me stessa, provando ad aprirmi di più con gli altri senza avere la paura del giudizio e dandomi la possibilità di sbagliare.

Forse il peso sullo stomaco che sentivo, e sento ancora adesso, erano solo bruchi. E magari, quando si trasformeranno in farfalle mi consentiranno di parlare senza timore per una decina di minuti consecutivi. Speriamo che ciò avvenga entro la fine del mio tirocinio.

Anita Saccani

Tirocini