Enciclopedia Trasgressione

Relazione finale di tirocinio

Scrivere questa relazione ha significato rielaborare un percorso non lineare, talvolta caotico, proprio come l’esperienza vissuta all’interno del Gruppo della Trasgressione. Il filo conduttore che ho scelto di adottare nasce proprio da uno degli ultimi incontri a cui ho partecipato presso la sede dell’associazione, durante il quale si è discusso il concetto dell’“alleggerire la coscienza”, a partire dalla lettura di una poesia di Nuccio, componente storicissimo del gruppo.

In quell’occasione il professor Aparo ha sottolineato il paradosso racchiuso in questa espressione, rispetto al significato che Nuccio gli attribuiva nella poesia: ciò che Nuccio intende con i suoi versi non è un gesto di “fuga” dal peso della propria coscienza, bensì l’opportunità di arricchirla di consapevolezza, riconoscendo il peso delle proprie scelte e imparando a dare voce al proprio vissuto emotivo. Questo concetto mi ha spinto a rileggere a ritroso la mia esperienza di tirocinio, cercando di comprendere in che modo essa abbia contribuito a “nutrire la mia coscienza”.

Gran parte del mio tempo nel Gruppo è stata dedicata all’ascolto e alla riflessione. Ogni volta che partecipavo a un tavolo del Gruppo percepivo che, pur nella libertà del dialogo su vissuti, esperienze e idee riportati dai partecipanti, vi fosse sempre un secondo intento. Con il tempo ho compreso che ogni riflessione proposta non mirava solo a raccogliere aneddoti, ma a stimolare un confronto su questioni specifiche, contribuendo alla costruzione di un patrimonio condiviso. Questo insieme di concetti, che si arricchiva di volta in volta, è ciò che ho imparato a riconoscere come la vera e propria “enciclopedia del Gruppo”. Di seguito proverò a riportare alcune delle nozioni dell’“enciclopedia della Trasgressione” che ho potuto apprendere nei vari contesti in cui si muove questa realtà.

Rapporto con l’autorità – Gruppo della Trasgressione nelle scuole
Uno dei primi temi in cui mi sono imbattuta durante il tirocinio riguarda il rapporto con l’autorità, che si osserva nel parallelismo tra le relazioni genitori–figli, adolescenti–scuola e detenuti–istituzioni. In ciascuna di queste diadi, il modo in cui l’autorità esercita il proprio potere influenza profondamente le risposte degli individui, generando dinamiche che possono sfociare nel conflitto. Durante l’adolescenza – così come nei percorsi che possono condurre alla devianza – l’arroganza nei confronti dell’autorità non è tanto un tratto caratteriale, quanto il risultato di una relazione conflittuale. Quando il bisogno di ascolto e di riconoscimento rimane insoddisfatto e l’autorità viene percepita come castrante o disinteressata, la reazione degli individui può tradursi in rabbia, prepotenza o comportamenti auto-distruttivi. Alla radice di tale rabbia non c’è soltanto la ferita del passato, ma soprattutto il bisogno costante di essere riconosciuti e legittimati nel presente.

In questo senso, le testimonianze dei detenuti nei progetti scolastici del Gruppo della Trasgressione assumono un forte valore educativo: attraverso strumenti come la rappresentazione del mito di Sisifo, mostrano agli studenti che crescere significa imparare ad affrontare un confronto autentico con l’autorità – genitori, insegnanti o istituzioni – e a rinunciare al rancore che può nascere da relazioni conflittuali. Lo stesso messaggio riguarda anche le figure educative, che hanno la responsabilità di accompagnare i giovani nella crescita: l’inerzia o l’indifferenza da parte di chi dovrebbe fungere da guida rischiano di compromettere i processi evolutivi. Quando l’autorità abusa del proprio ruolo o si mostra assente, il messaggio che passa è che non valga la pena impegnarsi, alimentando così sentimenti negativi e la giustificazione a regredire. Chi detiene l’autorità deve esercitarla con credibilità, affinché chi si trova in posizione subordinata possa trasformarla in un’occasione di crescita.

Abuso e pena – Gruppo della Trasgressione in associazione
L’abuso, tema approfondito durante tavoli del Gruppo, viene inteso non solo in quanto atto concreto, ma come espressione di uno stato emotivo e relazionale. Per chi lo commette diventa spesso un modo per sentirsi onnipotente e per nascondere la propria fragilità, schiacciando la vittima in una condizione di impotenza. In questo meccanismo, la vittima viene ridotta a un oggetto su cui riversare rabbia, frustrazione o desideri di rivalsa: “Ci si sente potenti, infatti, nel fare provare all’altro il dolore che non si è capaci di sentire in prima persona” (Aparo, 2025). Ma quindi come si risponde a questa concezione di abuso? La società, basata sull’idea che chi abusa sia colpevole e vada punito perché avrebbe potuto scegliere di essere “buono” invece che “cattivo”, opera su un presupposto diverso da quello del Gruppo. Qui, infatti, l’invito è ad approfondire “quali sono gli umori che portano l’individuo ad amministrare la propria condotta in modo distruttivo e abusante” (Aparo, 2025). L’approccio del Gruppo consiste in una continua esplorazione delle emozioni che orientano le nostre scelte, partendo dal principio che “l’uomo è responsabile di ciò che fa, ma meno responsabile di ciò che sente” (Aparo, 2025). Da questo deriva l’esercizio di rintracciare gli stati d’animo che hanno condotto all’abuso e di mettere a fuoco quei sentimenti che possono invece allontanare dall’impulso distruttivo, aprendo così alla possibilità di riconoscere l’altro come persona e non come oggetto. Se “commettere reati significa distruggere relazioni e vivere con disinteresse il rapporto con l’altro” (Aparo, 2025), il lavoro del Gruppo mira esattamente a compiere il movimento opposto.

L’ergastolo dell’odio– Gruppo della Trasgressione a teatro
Le conseguenze dell’abuso ricadono tanto su chi lo compie quanto sui familiari delle vittime. Il reato, infatti, genera un trauma che per questi ultimi si trasforma spesso in un vero e proprio “ergastolo emotivo”: un legame doloroso e persistente con il carnefice, alimentato da odio, desiderio di vendetta o bisogno di giustizia. Per questo il Gruppo della Trasgressione promuove momenti di incontro e prossimità tra detenuti e familiari delle vittime, con l’obiettivo di favorire un riconoscimento reciproco delle esperienze e dei vissuti. Dal dolore di entrambe le parti può così nascere un processo trasformativo: il familiare della vittima trova uno spazio per dare voce alla propria sofferenza e, al tempo stesso, il reo viene sollecitato a riattivare la propria coscienza anestetizzata. In questo percorso, chi ha subito il reato può trasformare l’odio in una possibilità di interrompere la catena del male, mentre il reo può superare l’identità criminale fondata su rabbia, arroganza e negazione dell’altro. I familiari delle vittime diventano così catalizzatori di cambiamento, mostrando ai detenuti che un’evoluzione è possibile. In questo dialogo, tanto il reo quanto i familiari delle vittime trovano la possibilità di emanciparsi dalla sofferenza.

L’incontro con i “marziani” – Gruppo della Trasgressione in carcere
L’esperienza dell’incontro con i detenuti e con il mondo del carcere porta con sé il senso di entrare in contatto con una realtà estranea.  A questo riguardo ho trovato molto interessante la metafora del “delinquente marziano” e la sensazione che ne deriva dall’incontro con questo “estraneo”.  In una società segnata dall’ingiustizia e dal malessere, c’è chi considera il delinquente soltanto come un individuo indegno, e chi invece – spesso per senso di colpa o per convinzioni etiche – sente il bisogno di aiutarlo. Mettere insieme il “delinquente marziano” e persone animate da compassione porta però, talvolta, a un atteggiamento che rischia di ridursi a una forma di accudimento e infantilizzazione del detenuto. Ciò che invece viene fatto in carcere attraverso il Gruppo della Trasgressione consiste nel chiamare il detenuto alla responsabilità al fine di spingerlo a costruire una realtà e un modo di stare al mondo che non preveda il tradimento dell’altro e che permetta di superare il senso di ingiustizia verso una società che lo ha privato di opportunità di crescita. “Amare un delinquente significa chiamarlo a diventare tuo fratello e quindi una persona responsabile” (Aparo, San Vittore, 2025). Il fine è proprio quello di creare una responsabilità condivisa che deve rimanere come messaggio al detenuto e a chiunque partecipi al gruppo in qualità di libero cittadino. “Libero” in quanto legato dal vincolo di vivere all’interno di una collettività sociale nella quale le azioni dell’uno possano anche servire al benessere e alla crescita dell’altro.

La nuova identità – Gruppo della Trasgressione in società
Il momento dell’uscita dal carcere rappresenta una fase complessa e delicata, segnata dalla sfida di vivere e continuare a costruire una nuova identità. Paradossalmente, il carcere, pur essendo una realtà chiusa e stigmatizzata, offre ai detenuti un mondo con regole chiare, in cui è possibile continuare a riconoscersi in un’identità delinquenziale all’interno di uno spazio di azione sicuro e conosciuto. “È doloroso separarsi dall’illusione e dalla magia del delinquere perché questo suscita la paura di perdere un’identità potente e forte” (Aparo, San Vittore, 2025). Nei mesi che precedono la scarcerazione il desiderio di libertà comporta una forte spinta al cambiamento, ma una volta fuori questo slancio rischia di lasciare spazio alla tentazione di ricadere in vecchi schemi e perpetrare il tradimento dell’altro, in quanto “ognuno di noi insegue diverse identità attraverso diversi modelli e l’eco dell’identità precedente è sempre presente” (Aparo, San Vittore, 2025). Ho compreso quindi che l’uscita dal carcere non coincide automaticamente con una vera evoluzione dell’individuo: senza la costruzione di relazioni che diventino un punto di riferimento e una base per la costruzione di progetti alternativi, il rischio di ricadere nelle vecchie abitudini e di lasciarsi attrarre dalla scorciatoia dell’eccitazione rimane molto alto.  È necessario costruire e nutrire una nuova identità, trovare relazioni e stimoli capaci di alimentare una motivazione diversa, “la motivazione a costruire”. In questo processo il Gruppo assume un ruolo fondamentale, perché accompagna il detenuto a trasformare la propria esistenza in un senso responsabilità verso la collettività, favorendo il passaggio dalla funzione di reo a quella di cittadino.

Il tirocinio nel Gruppo della Trasgressione è stato per me un’esperienza intensa e complessa, che mi ha permesso di confrontarmi con modalità comunicative e concettuali lontane dal mio abituale approccio, ma al tempo stesso estremamente formative. Il metodo del gruppo, basato sulle libere associazioni e su un’interpretazione in chiave filosofica e psicoanalitica delle esperienze di vita dei membri del Gruppo, si è rivelato un canale privilegiato per dare voce al “bambino interiore” e rileggere i comportamenti della vita adulta alla luce dei vissuti dell’infanzia, e questo non solo per i detenuti ma per tutti i partecipanti al tavolo del Gruppo.

Le metafore e i simboli utilizzati dai membri del Gruppo hanno avuto un ruolo centrale: sintetici e capaci di rendere accessibili concetti complessi ma universali. Un aspetto altrettanto significativo è la “teatralità” con cui alcuni ex detenuti, membri storici del Gruppo, riescono a rappresentare parti di sé e a consolidare nuove identità, decostruendo progressivamente i “miti di sé stessi” creati negli anni della devianza. Anche il disordine e la confusione, personalmente ancora destabilizzanti, hanno avuto un senso: per accedere al nostro mondo interiore non sempre è utile la rigidità del pensiero, anzi spesso è necessario lasciare spazio ad altri binari per trovare delle risposte autentiche. Ammetto che questo modo di procedere mi ha messo alla prova, poiché distante dalla mia formazione e dal mio modo di pensare. Tuttavia, col tempo, ho iniziato a comprenderne la logica interna e il valore trasformativo del metodo utilizzato dal Gruppo. Ho imparato ad apprezzare il valore delle libere associazioni, delle metafore e della “teatralità” come strumenti di crescita collettiva e individuale.

Ma, soprattutto, ho appreso un nuovo modo di intendere il rapporto con la coscienza: non come mezzo da alleggerire, ma come strumento da nutrire. Il “trucco” del Gruppo della Trasgressione sta nel favorire un cambiamento nei partecipanti senza che se ne rendano conto, e posso dire di essere anch’io dentro questo processo. Non sono ancora riuscita a lasciarmi andare del tutto nella condivisione dei miei vissuti, ma ho sicuramente avuto l’occasione di rielaborare, attraverso l’enciclopedia della Trasgressione, aspetti che appartengono anche alla mia esperienza. Vorrei quindi ringraziare tutte le persone incontrate durante questo percorso per aver condiviso parti autentiche di sé e per avermi mostrato, concretamente, cosa significa nutrire la propria coscienza.

Martina Mutti

Relazioni di tirocinio

Sisifo e la cassetta degli attrezzi

Per allenare il pensiero e il mondo emozionale, il Gruppo della Trasgressione si avvale di diversi attrezzi. Uno di questi è il mito di Sisifo, che riflette le dinamiche delle relazioni umane e il loro substrato emotivo. Questo mito non è solo un racconto del passato, ma un mezzo efficace di analisi e prevenzione, soprattutto nei contesti scolastici, dove il rapporto tra studenti e insegnanti, così come tra giovani e adulti, rappresenta il cuore delle interazioni quotidiane.

Al centro di queste relazioni c’è sempre un’autorità che detiene un potere e che può scegliere come esercitarlo: può utilizzarlo come strumento di crescita e valorizzazione dell’altro oppure di repressione e annientamento. Dall’altra parte ci sono individui che rispondono a queste scelte, modellando il proprio atteggiamento in base al modo in cui l’autorità agisce. Ed è proprio in questo scambio, quasi sempre conflittuale, a volte costruttivo, a volte bellicoso, che prendono forma i comportamenti di ognuno.

Un elemento centrale del mito di Sisifo è l’arroganza, che però non va intesa come un semplice tratto individuale, ma come il risultato di una relazione disfunzionale tra l’individuo e un’autorità respingente, repressiva e punitiva. Il mito di Sisifo lo esemplifica perfettamente: Sisifo sceglie di umiliare Asopo, il dio dell’acqua, perché lo considera e lo conosce come un’autorità fallimentare, incapace di prendersi cura dei cittadini di Corinto. La sua arroganza, quindi, non è un semplice atto di superbia, ma una reazione alle mancanze di chi lo avrebbe dovuto proteggere e guidare. Lo stesso può accadere nei rapporti tra genitori e figli o tra studenti e insegnanti. La ribellione dei più giovani non è solo una fase di crescita o un tratto caratteriale, ma spesso il riflesso di un conflitto con un’autorità percepita come distante, ingiusta o inefficace.

Oltre all’arroganza e alla ribellione, nel mito di Sisifo emerge un’altra risposta a un’autorità carente e disattenta: l’autodistruzione. La mancanza di riconoscimento e le carenze affettive di Asopo nei confronti della figlia spingono Egina su un cammino oscuro, dove l’assenza di sostegno e comprensione la portano a cercare rifugio in scelte autolesioniste. Egina si lascia sedurre dalle promesse di Giove, una figura autoritaria e dissoluta che le offre solo illusioni di piacere senza chiederle nulla in cambio e, meno che mai, di fare qualcosa per migliorarsi. Rinunciando ai propri sogni e alle proprie potenzialità, Egina si avvia verso un percorso di perdizione alla ricerca di soluzioni autodistruttive. Un meccanismo simile si ritrova nelle scelte che conducono alla delinquenza, dove il desiderio di guadagni facili e immediati spesso si trasforma in un cammino di autodistruzione, alimentato dall’illusione che il potere possa essere ottenuto senza il lavoro su se stessi.

Il mito di Sisifo si trasforma in uno strumento universale per comprendere le reazioni di giovani, studenti, detenuti e, più in generale, di tutti noi di fronte all’autorità. Esprime in modo universale le emozioni e i meccanismi che ci spingono a scegliere tra la ribellione o l’autodistruzione quando ci confrontiamo con un’autorità castrante, sia essa esterna o interna, e della responsabilità insita all’interno di tale relazione. Chi esercita il potere ha la responsabilità di fornire strumenti di crescita a chi è sotto la sua influenza, mentre chi subisce tale potere è chiamato a riflettere sugli elementi che scaturiscono da questo legame. Tale responsabilità richiede dunque un riconoscimento reciproco, tanto dell’altro quanto di sé stessi.

In questo contesto, il mito diventa uno strumento per esplorare le radici dei sentimenti che conducono a comportamenti distruttivi. Si parte dal presupposto che non siamo noi a “scegliere” ciò che sentiamo, ma reagiamo a un substrato emotivo che può essere indagato attraverso il vocabolario e i simboli offerti dal Gruppo. Gli strumenti del Gruppo della Trasgressione condividono un nucleo centrale che, una volta afferrato, può essere applicato e riconosciuto in un’infinità di situazioni. Ed è solo quando riusciamo ad accedere a questo nucleo e ad interiorizzarlo che possiamo trasformare la nostra consapevolezza emotiva in uno strumento di cambiamento e crescita, sia personale che collettiva.

Martina Mutti

Il mito di Sisifo