Alessandro Crisafulli, One More Time

La pag. di A. Crisafulli – Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Tessere e identità

Alessandro Crisafulli oggi ha postato sulla chat del gruppo della trasgressione una canzone, con l’invito ad ascoltarla e a coglierne l’intensità. Qualche minuto dopo, lo stesso Alessandro ha segnalato che la canzone era un prodotto dell’intelligenza artificiale.

A me la canzone artificiale e la commozione artificiale (le lacrime posticce dei giudici e del pubblico) hanno suggerito una riflessione che è in continuità con quello che da tempo cerco di problematizzare: il concetto di volontà e di scelta (micro e macro-scelte).

Credo che la nostra volontà e le nostre scelte siano il risultato di una grande quantità di informazioni, di tessere che includono stimoli, immagini e colori emotivi, come sulle carte da gioco, dove osserviamo numeri e colori.

Troverei interessante (pur se un po’ da Frankenstein) un gioco: istruire due reti di computer e le rispettive AI con miliardi di informazioni:

  • da una parte, informazioni e colori emotivi che celebrano la bellezza del bene, dell’amore (nasce un bambino accompagnato da sorrisi; due persone si stringono la mano per un trattato di pace e la gente è felice, un cane si tuffa in acqua per salvare un uomo caduto nel fiume, ecc.);
  • dall’altra, informazioni che celebrano il potere dei soldi, il piacere e l’eccitazione dell’abuso, del trionfo, dell’indipendenza assoluta, l’ebrezza del pericolo, del rischio, ecc.).

Una volta inserite queste informazioni, il gioco consiste nel chiedere alle due Intelligenze Artificiali di costruire una canzone coinvolgente, di produrre un testo su come organizzare la politica di una città del futuro, di comporre i simboli per la bandiera di uno stato in via di formazione dopo la catastrofe nucleare.

Ipotizzo che i due testi parlerebbero di città molto diverse:

  • una città, caratterizzata da centri sociali e asili nido nei quali i bambini vengono incoraggiati a darsi la mano e gli adulti a intenerirsi tutte le volte che un bambino sorride mentre ne aiuta un altro ad alzarsi;
  • l’altra, immagino, avrebbe asili e scuole che suggeriscono che è importante vincere, ottenere la paura e gli inchini di tutti quelli che stanno sotto di noi nella gerarchia (insomma, Sisifo che finalmente riesce a fare inginocchiare Asopo).

Ma a me sembra che questo è esattamente quello che accade a noi uomini senza bisogno di ricorrere all’intelligenza artificiale. In altri termini, credo che la nostra volontà e le nostre scelte, già oggi, siano frutto di una composizione che, pur non essendo voluta in modo organico da qualcuno in particolare, è però il risultato delle informazioni digitali ed emotive che danno luogo all’humus nel quale siamo cresciuti e che ha contribuito a formare la nostra identità (da cui le nostre scelte e quella che noi chiamiamo “volontà”).

Concluso il pensiero, ho quasi la sensazione di aver detto qualcosa di peccaminoso, di inaccettabile, nonostante sia proprio ciò che penso. E mi rimane:

  • da un lato, un turbamento, “l’Unheimlich” freudiano, che è la conseguenza della difficoltà di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario, il vivo dal morto, un essere umano da un androide;
  • dall’altro, la voglia di costruire un ambiente dove aumentino le probabilità che ci si possa sentire rappresentati da una stretta di mano più che da una genuflessione.

Ma in fondo, se anche ciò che sentiamo, pensiamo e vogliamo dovesse somigliare più al risultato dell’intelligenza artificiale che a quello di una volontà che ognuno di noi ha scelto per sé, nulla ci impedisce di tentare di costruire realtà e città che somiglino sempre di più a quelle che ci sembra di avere scelto, che ci sembrano più utili e che non ci costringano a guardarci le spalle da chi è stato informato e formato dall’altra Intelligenza Artificiale.

Alla fine, forse, conviene solo disseminare il terreno di tessere che aumentino le probabilità che ciascuno di noi possa aver voglia di stringersi la mano con il vicino. Ora che ci penso, questo è anche quello che viene suggerito di fare in chiesa col “segno della pace”, ma forse lì, le tessere sono vissute da molti solo come carte da gioco sul tavolo e non come tessere della nostra identità.

Juri  Aparo

Delitto e Castigo – Il mito di Sisifo

La mia libertà

LA CONOSCENZA È STATA “LA MIA LIBERTÀ”
Dialogo-Intervista con Alessandro Crisafulli
ex alunno della sezione carceraria dell’Istituto di
Istruzione Superiore “Benini” di Opera Milano

La conversazione con Alessandro Crisafulli – già protagonista di un intenso percorso di rinascita attraverso la scuola nel carcere di Opera e oggi testimone di legalità e responsabilità sociale – offre uno sguardo profondo e umano nella forza dell’educazione come via di riscatto. Non un’intervista nel senso tradizionale, ma un dialogo autentico, dove la memoria personale si intreccia con la riflessione pedagogica e civile. Ne emerge la voce di un uomo che ha trasformato la colpa in consapevolezza, la pena in parola, la prigionia in libertà interiore.

Giuseppe Trapani: Alessandro, anzitutto ti ringrazio per il materiale che mi hai inviato: la tua storia mi ha aperto un mondo che non conoscevo. La prima regola del giornalismo, ai tempi della scuola di Urbino, era far sì che ogni storia diventasse notizia. E questa tua lo è, eccome. Ma entriamo nel vivo del nostro dialogo sulla tua esperienza di studente in carcere e ti chiedo allora: Che tipo di incontro è stato, per te, quello con la scuola in carcere? E in che modo l’istruzione ti ha permesso di dare un nuovo senso al tempo della reclusione?

Alessandro Crisafulli: Sono arrivato alla scuola di Opera nel settembre del 2000, dopo sei anni di carcere. Ero stato arrestato nel 1994 e nei primi anni avevo fatto avanti e indietro tra San Vittore e il supercarcere di Padova, dove mi avevano trasferito perché una legge prevedeva che i promotori di associazioni criminali dovessero stare fuori dalla propria regione. A Padova l’ambiente era rigidissimo: ero arrivato pochi mesi dopo l’evasione di Felice Maniero e il clima era teso, sospettoso. All’inizio non ho vissuto un impatto negativo col carcere.

Paradossalmente, è lì che ho iniziato a leggere. Io che non avevo mai letto nulla in vita mia – neppure le istruzioni di qualcosa – ho scoperto un bisogno vorace di lettura. Passavo le giornate facendo sport e leggendo, soprattutto romanzi: ricordo I miserabili, un libro che mi ha segnato profondamente. Credo che quel periodo sia stato propedeutico al mio ingresso a scuola, perché mi aveva predisposto al desiderio di imparare. Spesso, in carcere, molti vanno a scuola solo per uscire dalla cella, ma nel mio caso c’era una motivazione vera. Quando mi proposero di iscrivermi, lo feci con convinzione.

Un ispettore, Poli, capì subito la mia determinazione e riuscì a farmi assegnare definitivamente al carcere di Opera per consentirmi di frequentare. È stato il primo a credere che non fossi lì per “fare casino”, ma per cambiare. Così è iniziato il mio percorso scolastico. All’epoca c’era il progetto Sirio, una sperimentazione per adulti: non esistevano ancora i cinque anni completi, ma un biennio con un piccolo esame e poi un terzo anno integrativo. Ricordo il professor Gargiulo, e ricordo soprattutto l’accoglienza. Non quella condiscendente, ma un’accoglienza adulta, fatta di rispetto e fiducia. Secondo me, la difficolta maggiore dell’insegnamento in carcere è creare un rapporto capace di abbattere la barriera della diffidenza. Si ha a che fare con persone profondamente ignoranti: io stesso venivo da una terza media “regalata”. Avevo un vocabolario povero e una capacità comunicativa ridotta. Ma ho trovato insegnanti che hanno saputo vedere oltre, riconoscendo in me un potenziale che ancora non sapevo di avere.

Quel rapporto fatto di empatia, umanità e assenza di giudizio è stato decisivo. Ti senti accolto nel tuo possibile, anche quando il possibile sembra lontano.Devo dire però che il carcere di Alta Sicurezza non incentivava la scuola. Per frequentare, dovevi rinunciare all’aria”: le tre ore d’aria al giorno. E poiché la scuola era negli stessi orari, molti detenuti preferivano uscire nel cortile piuttosto che studiare. Ci eravamo iscritti in quaranta, ma dopo tre giorni eravamo rimasti in dieci.

Giuseppe Trapani: Nel tuo racconto parli spesso di empatia, di sguardi, di incontri che ti hanno cambiato. Ricordi un episodio o un momento particolare in cui uno sguardo di un insegnante ti ha fatto capire che stavi davvero cambiando strada?

Alessandro Crisafulli: Sì, più che un momento preciso, un periodo. Riguarda la professoressa Crisci, insegnante di inglese. Era napoletana, aveva vissuto a Londra; una donna piena di vitalità, ma colpita da un tumore. Tornò a scuola con i capelli rasati, nel pieno della chemioterapia, e rimase con noi ancora per alcuni mesi. In quel periodo si creò un rapporto di umanità che andava oltre la didattica. Un altro ricordo indelebile è legato a Milo De Angelis. È stato lui a farmi amare la poesia. Ricordo quando mi fece imparare a memoria L’Infinito. Io, che non ricordavo neppure il mio nome, mi trovai a recitare quei versi davanti a lui. Vidi nei suoi occhi un orgoglio paterno; mi sentii per la prima volta figlio di qualcuno.

Milo è un uomo schivo, ma quando parla di letteratura incanta. In quel momento ho capito quanto la parola potesse salvare. E ancora oggi, dopo vent’anni, ricordo quella sensazione. Più tardi, quando sua moglie, la poetessa Giovanna Sicari, si ammalò e morì, Milo pubblicò Il tema dell’addio, un libro di struggente bellezza. Avrei voluto recitare una poesia di quell’antologia all’esame finale, ma mi commossi e non ci riuscii. Gliela lessi anni dopo desidero offrirla a voi. Recita così:

“Quando su un volto desiderato si scorge il segno di tante stagioni,
e una vena troppo scura si prolunga nella stanza,
quando le incisioni della vita giungono in folla,
il sangue si ferma dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba.
Allora non è soltanto lì. Se la grande corrente si ferma,
allora è notte: è notte su ogni volto che abbiamo amato.”

Questa poesia mi è rimasta scolpita dentro come simbolo di quello che la scuola e la parola hanno rappresentato per me: una possibilità di restare umano.

Giuseppe Trapani: Hai scritto che “la conoscenza è un passaporto verso il futuro”. Cosa significa per te, oggi, quella frase?

Alessandro Crisafulli: Allora non pensavo molto al futuro. Vivevo nel presente, nel “qui e ora”.  Avevo un ergastolo e non vedevo possibilità d’uscita, quindi il mio tempo non lo subivo: lo abitavo. Ho usato il tempo come alleato, non come nemico. Quando scrivevo che la conoscenza è un passaporto verso il futuro, intendevo dire che è il mezzo con cui puoi attraversare il confine tra l’ignoranza e la libertà. Lo studio mi ha dato strumenti per conoscermi, per pensare, per esprimermi. La parola è un codice: più la maneggi, più sei libero. Io lo dico sempre ai ragazzi che incontro oggi. La conoscenza è la prima forma di libertà, perché ti permette di accedere al tuo mondo interiore, che è una ricchezza che tutti abbiamo. Ma per attraversare il fiume dell’ignoranza o del dubbio non basta la sola volontà. Serve una guida, qualcuno che indichi la via e che, come Virgilio con Dante, accompagni senza imporsi, traghettando l’anima verso la luce della consapevolezza. Mi viene in mente l’immagine di un “Caronte” con uno scopo opposto al cupo nocchiero che conduce le anime verso la fine. Ci serve un educatore che sappia attendere, spiegare, incoraggiare; che sappia – ecco il buon nocchiero – mostrare la riva opposta e, se serve, anche tornare indietro per cercarci quando non abbiamo avuto il coraggio di salire sulla barca.

Giuseppe Trapani: Oggi sei spesso nelle scuole, testimone della tua esperienza: cosa provi quando parli ai ragazzi e quale messaggio cerchi di lasciare?

Alessandro Crisafulli: La prima cosa da fare con i ragazzi è distruggere il mito. Il ragazzo borderline, quello in bilico tra legalità e devianza, vede nel criminale una figura carismatica. Io arrivo e dico: “Guardate, quella non è forza, è debolezza. ”Non puoi farlo con prediche: devi raccontarlo, farlo capire per contrasto, mostrando le conseguenze, non solo le colpe. Quando vado in comunità – come quella di don Claudio Burgio chiamata Kayrós – incontro ragazzi che vengono dal carcere minorile. Sono già “di là”. Ecco, in quelle circostanze devi stare attento a ogni parola: se parli male dell’omertà, per esempio, rischi di perderli. Pensa che una volta, per affrontare il tema, dissi loro: “Se qualcuno qui dentro porta la droga e rischia di far chiudere la comunità, chi è il traditore? Quello che lo segnala o quello che mette a rischio tutti?”. Quel giorno li vidi riflettere. Sono momenti in cui capisci che qualcosa passa. Che la parola può scalfire la corazza dell’abitudine e far nascere un dubbio. E dal dubbio, a volte, nasce la libertà.

Giuseppe Trapani: Nelle tue parole torna spesso l’idea di “riconsegna”. Non di espiazione, ma di restituzione. Come vivi oggi questo rapporto con la libertà?

Alessandro Crisafulli: La libertà è una parola complicata, perché molti la intendono come assenza di vincoli. Io, invece, l’ho scoperta dentro le regole. In carcere impari che la libertà non è fare ciò che vuoi, ma saper scegliere dentro i limiti. È la coscienza di poter dire di no, anche quando tutto intorno ti spinge a dire di sì. Fuori, molti non se ne accorgono, ma vivono da prigionieri: del giudizio degli altri, del consumo, dell’immagine. Io sono stato in cella vent’anni, ma non mi sentivo più in gabbia quando ho capito che la mia mente poteva viaggiare. È un paradosso, ma è così. La libertà, per me, è poter pensare.

Giuseppe Trapani: E la scuola, in tutto questo, che posto occupa oggi nella tua vita?

Alessandro Crisafulli: Un posto enorme. Non solo per ciò che mi ha dato, ma per ciò che continua a generare. Ogni volta che torno in un’aula, anche da uomo libero, sento lo stesso rispetto di allora: la lavagna, i banchi, le parole che rinascono. La scuola è stata la mia seconda nascita. Mi ha insegnato a nominare il mondo e a non averne più paura. Oggi lavoro con tanti insegnanti e studenti che vogliono capire cosa accade “dentro”. Porto la mia storia non come modello, ma come avvertimento e speranza. Racconto che la cultura è l’unico modo per non essere manipolati, che la parola è un’arma se la sai usare bene, e una condanna se la usi male.

Giuseppe Trapani: Ecco, la parola. Sembra tornare come un filo rosso in tutta la tua vita, dal silenzio alla parola.

Alessandro Crisafulli: Sì, perché la parola è tutto. Quando entri in carcere, perdi subito il diritto alla parola: parli solo se ti è concesso, rispondi solo se interrogato. È un meccanismo che ti riduce, ti svuota. Ma poi la parola può restituirti dignità. Quando impari a usarla, a nominarla, a scrivere, a leggere, la parola ti ricostruisce.

Io credo che la parola sia una forma di cura. È la possibilità di raccontarsi e, nel racconto, di ricominciare. Oggi, quando vado nelle scuole, dico ai ragazzi che parlare di sé non è debolezza, ma forza. E che saper ascoltare è ancora più diffiCile che parlare.

Giuseppe Trapani: Hai mai pensato a raccogliere queste esperienze in un libro, un racconto o una testimonianza organica?

Alessandro Crisafulli: Sì, ci sto lavorando, anche se non so se riuscirò a finirlo. Vorrei che fosse un libro sincero, non autocelebrativo. Non la storia del “pentito” o del “redento”, ma quella di un uomo che ha imparato a stare al mondo diversamente. Il problema, sai qual è? È che scrivere significa tornare dentro, rimettere mano alle ferite. E ogni volta devi decidere se hai la forza di riaprirle. Ma so che un giorno lo farò.

Giuseppe Trapani: E se ti chiedessi una definizione sintetica, una frase per dire cosa ti ha lasciato l’esperienza scolastica in carcere?

Alessandro Crisafulli: Ti direi così: la scuola mi ha insegnato a restare umano. Nonostante tutto. Nonostante le sbarre, la rabbia, la colpa. Mi ha insegnato che l’uomo non coincide con l’errore che ha commesso. Ecco, se dovessi lasciare una sola parola ai ragazzi, sarebbe questa: umanità.

Giuseppe Trapani: Grazie, Alessandro. Credo che chi leggerà questa intervista sentirà la stessa forza che si avverte parlando con te: quella di un uomo che ha attraversato il buio e ha imparato a chiamarlo per nome. E credo che in questo tuo racconto ci sia la prova più limpida che l’educazione può essere una forma di salvezza reciproca: per chi insegna e per chi impara.

Alessandro Crisafulli: Sì, reciproca. Perché io sono vivo grazie a chi ha creduto in me. La mia libertà è nata dallo sguardo di chi mi ha visto come persona quando non lo ero più nemmeno per me stesso. E se oggi posso restituire qualcosa, è solo perché qualcuno, a un certo punto, ha deciso di non arrendersi.

Intervista tratta da:
LA CURA EDUCATIVA IN CARCERE – Il pdf originale
L’istruzione carceraria tra pena e rieducazione

A CURA DI
CORRADO COSENZA

Percorsi della devianza e Trame di libertà
La pagina di Alessandro Crisafulli

Ho sempre amato la pioggia

Ho sempre amato la pioggia. Credo che da bambino l’amavo perché mi dava una sensazione di pace e sicurezza. Camminavo anche per ore sotto la pioggia, coperto quanto bastava per non inzupparmi. Il ticchettio continuo delle gocce di pioggia che colpivano il cemento del marciapiede mi tranquillizzava e mi faceva sentire meno solo. Non pensavo a nulla di particolare: mi godevo, semplicemente, il nutrimento che la pioggia mi donava.

Poco fa sono andato a fare la spesa. La pioggia scendeva copiosamente, ma sul mio piumino con il cappuccio atterrava con gentilezza: probabilmente perché ha riconosciuto il bambino che ha nutrito molto tempo fa. Mentre camminavo verso il supermercato, mi sono sentito ricco e pieno di vita ma, soprattutto, fiero del cammino che mi ha permesso di traghettare quel bambino verso la libertà, una libertà mai scontata e, forse per questo, più apprezzata e rispettata.

Nel tempo che mi resta da vivere in questo corpo, desidero intensamente prodigarmi affinché i giovani trovino la loro strada verso la costruzione e la bellezza. È un progetto ambizioso che rasenta la presunzione, ne sono consapevole, perché i surrogati della felicità abbondano sulla via della seduzione; ma chi se ne fotte! sono pronto a lottare!

Alessandro Crisafulli

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

L’evoluzione del reo al servizio della società

Il nostro laboratorio sociale, in carcere e fuori, prevede l’attivazione di pratiche e riflessioni utili a promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità. Si realizza grazie al coinvolgimento attivo dei partecipanti e moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra carcere e mondo esterno. Oggi siamo alla Università Cattolica di Milano davanti a una cinquantina di studenti della prof.ssa Miriam Parise.

In aula c’è un bel clima e partiamo spediti. Al Gruppo della Trasgressione non è consentito essere semplici spettatori; ogni componente ha la responsabilità di condividere la propria esperienza per contribuire all’evoluzione dell’autore di reato e agli obiettivi più generali del gruppo. L’emancipazione del reo, infatti, non costituisce l’unica finalità del gruppo della trasgressione che, già all’atto della sua costituzione,  nel 1997,  puntava all’obiettivo di utilizzare lo studio della devianza e il percorso evolutivo del condannato per fare prevenzione sociale.

Una peculiarità del gruppo consiste nel fatto che, avendo il reo come partner di studio, le dinamiche del reato e dello stile deviante vengono indagate a partire dall’esperienza e dalla testimonianza diretta di chi le ha vissute in prima persona. Questo aiuta a raccogliere informazioni sulla percezione soggettiva delle condizioni individuali, sociali e familiari che hanno portato una persona a intraprendere il percorso deviante. L’obiettivo è alimentare un archivio in cui i racconti e le rielaborazioni personali possano diventare patrimonio comune.

Attraverso il dialogo che si instaura durante gli incontri in carcere con i liberi cittadini, il detenuto viene stimolato a esplorare la propria storia e i fattori che lo hanno condotto al percorso deviante. Ciò gli consente di accedere alle dinamiche emotive e alle fantasie che al momento del reato non erano ancora del tutto consapevoli, come non lo erano quel “diritto al rancore” e quella sensazione di “credito inestinguibile” che  avevano contribuito a “legittimare” l’abuso e a ignorare o, peggio, a godere del dolore della vittima. Il gruppo assume così la funzione di contenitore emotivo, ma anche di camera di gestazione capace di raccogliere e riorganizzare tali vissuti, restituendo loro un nuovo significato e recuperandone il valore propulsivo.

Dalle testimonianze di Antonio Tango, Alessandro Crisafulli e Ignazio Marrone, emerge come la carriera criminale affondi le proprie radici in un sentimento di rivalsa legato al bisogno di riconoscimento, un bisogno rimasto inappagato nelle prime fasi della vita. L’agito deviante diviene così una modalità attraverso cui affermare sé stessi e attribuirsi un ruolo. In questo senso, il reato si configura come l’agito di un disagio interno e come il mezzo tramite il quale tale disagio viene neutralizzato.

L’essere umano necessita di una funzione, di sentirsi amato e riconosciuto e non va dimenticato che chi delinque, pur se prendendo male la mira, ricerca proprio la soddisfazione di tali bisogni.

Il Gruppo della Trasgressione promuove nel detenuto un processo di rielaborazione della propria storia, di assunzione di responsabilità, che avviene anche grazie al confronto con i familiari delle vittime di reato e alla possibilità di vivere da vicino le conseguenze del proprio agire. In questo modo il detenuto sperimenta il piacere della relazione e della costruzione condivisa, avendo l’opportunità di tessere legami sociali che lo fanno sentire riconosciuto e gli restituiscono un ruolo. L’obiettivo, infatti, è condurre per mano l’individuo al riconoscimento dell’altro e, allo stesso tempo, alla valorizzazione delle proprie potenzialità.

Partecipando a questo processo, il detenuto rielabora il proprio vissuto criminale e accede alle “trame di libertà”, a quegli stimoli e legami che gli consentono di rendersi un cittadino vivo e operoso della collettività. In questo senso, il gruppo utilizza l’evoluzione dell’autore di reato in modo che la sua esperienza divenga una risorsa per la collettività in termini di prevenzione sociale e di conoscenza della nostra complessità.

Carolina Rocca, Angelo Aparo

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Incontro in Cattolica

19/11/25 – Incontro in Cattolica su
Percorsi della Devianza e Trame di libertà

L’incontro si è aperto con la presentazione, da parte del Dottor Aparo, dei 2 temi della giornata:

  • Percorsi della devianza, ovvero le strade che portano alla pratica del reato e, soprattutto, a uno stile di vita nel quale il reato fa parte della quotidianità;
  • Trame di libertà, cioè le relazioni, i sentimenti e le azioni attraverso cui le persone ”allargano gli orizzonti della propria libertà”.

 

Le riflessioni e le pratiche che ne discendono hanno l’obiettivo di

  • mettere le esperienze dei detenuti del Gruppo (con anni di lavoro alle spalle) al servizio degli adolescenti delle scuole medie primarie e secondarie che visitiamo per l’attività di prevenzione contro droghe e bullismo;
  • offrire alle figure istituzionali che si occupano della rieducazione del condannato dati sulla propria personale esperienza evolutiva e sugli strumenti che l’hanno favorita.

La prima parte della giornata è stata dedicata ai Percorsi della devianza.

A riguardo sono intervenuti Antonio Tango, Ignazio Marrone e Alessandro Crisafulli, detenuti ed ex detenuti che da anni sono componenti attivi del Gruppo; ciascuno ha raccontato il proprio percorso, indagando i contesti, le relazioni e le emozioni che li hanno portati a commettere reati.

Antonio ha individuato, come uno dei fattori che lo hanno portato sulla strada della devianza, il mancato riconoscimento da parte del padre, che fin da quando era piccolo lo ha ritenuto incapace, ”scemo”, per via dei suoi problemi di salute. Inoltre, a scuola era vittima di bullismo; di conseguenza, e non avendo avuto una figura di riferimento credibile, lo stesso Antonio è arrivato a squalificarsi, a reprimere le sue emozioni e a cercare il riconoscimento degli altri attraverso atti violenti e di potere. “Comandato dalla rabbia come fosse un burattino“, ha iniziato a commettere reati, fino a disconoscere completamente le sue vittime e a trasformare le persone in oggetti utili al raggiungimento dei suoi obiettivi. Come lui stesso sottolinea, nella sua mente i loro volti smettevano di avere una fisionomia.

Ignazio ha raccontato la sua infanzia in Sicilia, in una famiglia nella quale la delinquenza era normalità. Ha ricordato suo padre che gli chiedeva di nascondere la pistola e i primi furti commessi con leggerezza. Non è stato accompagnato nella sua crescita, accudito e amato come sentiva di aver bisogno. Da ragazzo si è trasferito a Milano e ha iniziato a rubare per trovare i soldi con cui mantenersi. Ha incominciato, però, a ricavarne soddisfazione; sentiva che commettere furti lo rendeva più potente, riconoscibile e stimabile agli occhi degli altri. Ha iniziato a “prenderci gusto”, i furti non erano più solo un modo per sopravvivere, ma ciò che gli permetteva di accedere facilmente alla “bella vita”, tra lusso e delinquenza, alla quale si era gradualmente abituato. Anche per lui, le persone erano diventate solo un mezzo per ottenere quello che desiderava.

Alessandro è nato e cresciuto in un contesto di degrado, Quarto Oggiaro, nel quale fin da piccolissimo si è trovato immerso nella criminalità. Ha raccontato di aver sentito su di sé il peso di non essere stato voluto dalla propria famiglia; veniva riconosciuto dal padre solo quando dimostrava di essere capace di commettere reati. Col passare degli anni l’immagine che egli aveva di se stesso si è sempre più conformata a quella del delinquente, tanto da rendere il reato una pratica quotidiana.

Tutti e tre, con l’obiettivo di sentirsi potenti e ottenere il riconoscimento degli altri, hanno sentito l’esigenza di collezionare vittime e hanno usato la fragilità di queste per espellere da sé e proiettare su di loro la propria.

La seconda parte dell’incontro è stata dedicata al capitolo delle Trame di libertà, le quali non riguardano solo chi commette reati, perché ogni persona (come ha sottolineato Paolo Setti Carraro) ha i propri gradi di libertà.

Antonio è stato arrestato pochi mesi dopo la nascita di suo figlio; ha trovato nel desiderio di vederlo crescere e aiutarlo a diventare un cittadino come gli altri la motivazione per lavorare, indagare il proprio percorso e crescere a partire da esso, diventando così un esempio per lui.

Ha trovato nel dialogo con i componenti esterni del Gruppo, che lo hanno “costretto” a confrontarsi con le loro fragilità (ma anche con la sua), uno strumento fondamentale per le sue trame di libertà.

Anche Ignazio ha ricavato dal lavoro col Gruppo il ritorno al riconoscimento dell’altro; sentire di avere una funzione all’interno della squadra e assumersi la responsabilità di lavorare per il raggiungimento di obiettivi comuni gli ha permesso di sentirsi un cittadino, capace di rendersi utile alla società e di sentirsi un buon padre per i suoi figli.

Alessandro ha sottolineato, inoltre, l’importanza del dialogo con i parenti e le vittime di reato; trovarsi faccia a faccia con le vittime e il male loro causato lo ha portato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, a riconoscerne il peso e a renderle un punto di partenza dal quale iniziare a costruire con la società.

È intervenuto poi Paolo Setti Carraro, medico e parente di vittima, il quale ha spiegato come entrare in carcere e interagire con coloro che hanno causato dolore lo abbia aiutato ad emanciparsi dalla sua posizione di vittima, immagine di sé che rischia di diventare parte preponderante dell’identità della persona che ha subito un reato.

Infine, è intervenuta Carolina Rocca, studentessa ed ex-tirocinante del Gruppo; per lei, il suo contributo (e quello di tutti gli studenti del Gruppo) alla crescita ed evoluzione del detenuto sta nella possibilità di confronto; portare il proprio punto di vista mette gli altri nella condizione di arricchire la propria visione delle cose, portando ciascuno a responsabilizzarsi.

Beatrice Ajani

Percorsi della devianza e Trame di Libertà

Emozioni e abuso

Innanzi tutto desidero ringraziare il Dott. Aparo per il testo che ci ha consegnato: “Istruire una prossimità”, scritto che mi permette di fare ulteriori riflessioni sul mio passato deviante e carico dell’umanità di chi crede realmente che risanare il tessuto sociale lacerato dall’abuso sia utile non solo a vittime e carnefici ma anche a tutti coloro che si impegnano costantemente nella ricerca della verità. Questo scritto è per me un pozzo pieno d’acqua per placare l’arsura, sete che si identifica nella continua ricerca della coscienza smarrita, cammino che ritengo non abbia mai fine e che pertanto vada nutrito quotidianamente.

Come tanti altri miei compagni, fino a pochi giorni fa io ritenevo che, all’epoca degli abusi, la vittima fosse per me solo un ostacolo da abbattere per raggiungere i miei obiettivi. E intanto pensavo di non provare alcuna particolare emozione verso “l’ostacolo”. Per anni mi sono detto che all’epoca dei reati la vittima era stata per me un oggetto estraneo senza nome. Questa mi è sembrata per anni la spiegazione della facilità con cui insultavo la vita mia e altrui, della anestesia che mi permetteva di combattere la mia guerra per conquistarmi ciò che la vita mi aveva negato.

Questa convinzione di non provare emozioni durante l’abuso si era talmente consolidata nella mia mente che mi ha accompagnata fino a pochi giorni fa! E’ stato grazie ai dubbi sollevati dal dott. Aparo in merito a questa convinzione, che tra l’altro accomuna quasi tutti gli abusanti, che ho iniziato a rifletterci a fondo.

E così mi si è aperto un mondo che avevo completamente trascurato e con il quale sto imparando a dialogare. Mi sono reso conto che non è possibile non provare emozioni, specialmente quando uccidi un uomo: sarebbe disumano!

Allora perché, inconsciamente, adottavo questo sistema? L’unica spiegazione che riesco a darmi è che anche il peggior criminale non potrebbe convivere con l’enormità derivante dall’uccisione di un proprio simile e quindi per una forma di protezione elabora un meccanismo di difesa che gli consente di non sentire prossimità con la vittima.

Prendere confidenza con le emozioni che ho seppellito all’epoca dei fatti è un processo doloroso ma catartico, che mi aiuta a mettere in comunicazione il ragazzo “che non voleva sentire” con l’uomo in evoluzione quale mi sento.

Di tutti gli attori che vengono coinvolti nella spirale dell’abuso è certamente alla vittima – o a un suo parente – che si dovrebbero indirizzare le maggiori attenzioni, perché come dice il Dott. Aparo: “perdere il proprio caro per volontà di una marionetta mossa dal delirio di onnipotenza genera un tormento che non si placa”.

Io ho avuto il privilegio di partecipare al progetto “Sicomoro”, il quale ha messo a confronto vittime e carnefici. Quando ho fatto questa esperienza, sette anni fa, avevo già iniziato da tempo il mio viaggio nella profondità del male che avevo causato. Ma quando mi sono trovato di fronte a persone in carne e ossa, con tutto il loro carico di dolore che traspariva dagli occhi ma anche da ogni gesto o parola che pronunciavano, tutti gli abusi da me commessi, come un boomerang, mi sono piombati addosso. L’impatto con la realtà mi ha destabilizzato per parecchio tempo: mi sono sentito l’essere più schifoso della terra.

Ma poiché la vita, come una madre, non smette mai di accogliermi con la sua generosità, l’aiuto che necessitavo è arrivato proprio dai familiari delle vittime, che al termine del viaggio fatto insieme e durato tre mesi, mi hanno donato un abbraccio che si è scolpito indelebilmente nel mio cuore. Ritengo che loro abbiano (naturalmente mi riferisco a quelli che sono pronti per iniziare un processo di guarigione) un vitale bisogno di vedere nel carnefice il risveglio della coscienza, forse perché la vita che è stata loro strappata sta generando una nuova vita nell’abusante e questo rende un po’ meno traumatica l’assenza del proprio caro.

Da qualche mese ho stretto un bellissimo rapporto con Elisabetta, una mamma alla quale un folle che guidava un’auto ha ucciso il figlio di soli 15 anni! Tra Elisabetta e me sta nascendo una relazione che si avvicina alla parentela; infatti, non so grazie a quale magia, quando ci sentiamo o vediamo, spesso ci chiamiamo “sorella e fratello”. Io, che sono un ex assassino, vengo chiamato fratello da una donna cui hanno ucciso un figlio… è pazzesco! Ma anche questa è una meraviglia della vita. Lei è una delle mie più fervide sostenitrici e preferirei bruciare vivo piuttosto che arrecarle altro dolore. E così avviene che invece di essere io a donarle sollievo è lei che mi aiuta a riempire di nobili contenuti la mia esistenza. Grazie Elisabetta e grazie a tutti quelli che mi stanno aiutando a riscrivere la mia storia con i colori dell’amore.

Sono pienamente convinto, per averlo sperimentato personalmente, che il primo segnale di “cambiamento di rotta” avviene dentro noi stessi. Senza questo desiderio profondo di evolvere nessuno può aiutarci perché ci si trova in una condizione di “sordità e negazione”. Dopo questo primo e fondamentale step è altresì necessario trovare delle guide che ci indirizzino verso i valori su cui poggia la civiltà, una sorta di moderni Virgilio che ci tendano la mano nell’arduo percorso di risalita dagli inferi.

Naturalmente l’apporto delle figure istituzionali è altrettanto fondamentale per riappropriarsi del valore rappresentato dalla giustizia e dalla legalità. Lassismo, menefreghismo e addirittura indifferenza delle Istituzioni, spesso sono l’ago della bilancia in negativo nel recupero del reo, perché è evidente che chi o coloro che rappresentano un punto di riferimento, se abusano del proprio potere per gestire i loro interessi, incidono in modo estremamente sfavorevole nella mente già deviata dei criminali, la quale fa un semplice ragionamento di comodo: “poiché se ne fregano loro perché dovrei impegnarmi io?” Quindi, per arginare lo sconvolgimento che provoca l’abuso è necessario l’apporto di tutti gli uomini che hanno a cuore la vita. Inoltre, ritengo che perseguendo questo nobile cammino possiamo solo arricchirci e riappropriarci della libertà che a causa di tutti gli abusi perpetrati in passato è stata svilita, violata e maltrattata, lasciandoci in una condizione di apnea.

Non c’è dubbio che la situazione delle carceri (Opera è da una decina d’anni un’eccezione) non favorisce l’evoluzione del reo, soprattutto a causa della scarsità di strumenti trattamentali atti a sostenere la rielaborazione critica del passato criminale; anche la pochezza di progetti a lungo termine non ne incoraggia il reinserimento e tutto ciò ostacola il cambiamento.

Naturalmente questo non deve diventare un alibi per scaricare le proprie responsabilità sugli altri, anche perché, a mio avviso, il processo interiore che ognuno deve compiere per migliorarsi non può arrestarsi per nessun motivo. Mi piace pensare a una futura alleanza tra detenuti e figure istituzionali: i primi con l’obiettivo di diventare cittadini, gli altri per elevare il livello di giustizia in un mondo in cui la menzogna sembra prevalere su tutto.

Alessandro Crisafulli

Istruire una prossimità

Una lunga notte

All’improvviso riapro gli occhi. È ancora buio. In un attimo realizzo che non mi trovo nella mia cella: infatti sono in permesso e quindi stavo dormendo in un luogo estraneo. Tutt’intorno regna il silenzio assoluto; allora che cosa mi ha svegliato? Una sensazione di allarme mi pervade; d’istinto allungo la mano verso il comodino a fianco al mio letto per guardare l’ora sul display del telefonino: è l’una. Nel mentre noto che ho ricevuto, quattro minuti prima, due messaggi; la sensazione di allarme aumenta e viene confermata dal testo dei messaggi.

È Zeno che mi scrive: sua madre l’ha cacciato di casa. Zeno (uso un nome di fantasia per tutelare la sua privacy) è un ragazzo ancora minorenne che sta vivendo un periodo difficile e con il quale mi sto relazionando da qualche mese. Sta vagando, incazzato ma anche un po’ spaventato, per il suo quartiere, che a quell’ora è popolato solo da sbandati in cerca di un surrogato di felicità da consumare a basso prezzo. Il rischio di commettere qualche cazzata è enorme, ma Zeno non ha ancora intrapreso la “strada senza ritorno” perché dentro di sé è consapevole di essere sul ciglio del burrone. Pertanto, dopo averci  riflettuto per un bel po’, dimostrando maturità e una buona dose di umiltà – perché alla sua età è difficile ammettere di avere bisogno degli altri -, decide di contattarmi; ma è quasi l’una di notte e quindi, per non disturbare troppo, invece di telefonarmi mi invia due messaggi, il primo a distanza di un minuto dal secondo. Immediatamente gli rispondo, e così inizia una lunga notte.

La nostra comunicazione  in principio si svolge solo attraverso messaggi; lui si sfoga esternandomi tutto il suo malessere e la difficoltà di rimanere ancorato alla vita che pare gli stia sfuggendo. Le sue parole mi allarmano sempre di più; vorrei andare  a prenderlo, ma non posso uscire di casa perché una delle prescrizioni che mi ha dato il magistrato mi impone di stare a casa dalle 22 alle 7 del mattino seguente. Allora decido, a mia volta, di chiedere aiuto ai miei compagni del Gruppo della Trasgressione.

All’appello risponde prima Eleonora e subito dopo Alessandra: entrambe conoscono Zeno. Chiedo  loro se sono disposte ad andare a prendere Zeno per portarlo da me e immediatamente si rendono disponibili. A quel punto chiamo  Zeno sperando che mi risponda poiché è restio a parlare al telefono. Gli prospetto la situazione e lui, purtroppo, rifiuta  perché non vuole dare fastidio… Naturalmente gli faccio capire che per me è un piacere e aggiungo che è normale dare una mano a un amico. Ma Zeno è irremovibile, mi dice di stare tranquillo perché ha un posto dove dormire: il box di un suo amico. Nel frattempo anche Alessandra ed Eleonora cominciano a comunicare con lui, e così, lentamente, Zeno si tranquillizza. Questa situazione va avanti sino alle quattro, finché lui stesso ci dice che sta meglio e che è il caso che andiamo tutti a dormire… Prima di lasciarci mi dice che l’indomani, o meglio, in mattinata – data l’ora – avrebbe chiesto a suo padre (i suoi sono divorziati) se lo ospitava e che mi avrebbe chiamato per darmi conferma. Alla fine mi saluta ringraziandomi e mi  dice “ti voglio bene”. Queste ultime tre parole, così potenti nella loro semplicità, penetrano nel mio cuore e… mi commuovo.

Alessandra ed Eleonora sono state due alleate preziosissime; insieme abbiamo fatto squadra e siamo riusciti a contenere una situazione che poteva degenerare. Questa è la forza del Gruppo della Trasgressione: poter contare su persone competenti, motivate e disponibili a prendersi cura di chi è in difficoltà. Sono estremamente orgoglioso di far parte di questo gruppo.

Questa vicenda mi ha fatto vivere delle emozioni che non avevo mai provato poiché mi sono trovato a dover svolgere la funzione di genitore, cosa per me nuova visto che non sono padre. Ho potuto toccare con mano cosa può provare un genitore quando è in ansia per il proprio figlio e la gioia che si prova quando sai che è in salvo, anche se non definitivamente.

Naturalmente i problemi di Zeno non sono magicamente scomparsi. Sarebbe stupido illudersi che le problematiche di un ragazzo che ha vissuto un’infanzia difficile, le cui conseguenze si stanno manifestando nell’adolescenza, vengano cancellate con un colpo di spugna. Purtroppo è probabile che si troverà in altre situazioni rischiose, in cui un passo falso potrebbe compromettere in modo rilevante il suo futuro. Pertanto, il nostro dovere di adulti è quello di accompagnarlo in questa complicata fase della sua esistenza, riconoscendolo innanzitutto come persona e infondendogli quotidianamente quella fiducia in se stesso che lo aiuti a non sentirsi inadeguato.

Io sono certo che Zeno ce la farà a non essere risucchiato dall’ambiente criminale: è troppo intelligente per farsi fottere la vita da quegli stronzi che cercano di sedurlo facendogli credere che l’esistenza stessa vada presa a morsi e che il lavoro, l’impegno, la serietà e la responsabilità sono cose inutili da coltivare.

Come promesso, la mattina successiva Zeno mi ha chiamato e mi ha detto, con entusiasmo, che sarebbe andato ad abitare da suo padre.

Abbiamo fatto solo un piccolo passo avanti, ma ciò che conta è che finalmente Zeno si è  incamminato verso la libertà, quella libertà che nasce dai valori di civiltà su cui poggia l’essenza della società e che Zeno dovrà conquistarsi giorno per giorno costruendo, assieme alle persone che fanno il tifo per lui, la piattaforma che gli consentirà di fondare il suo progetto di vita.

Opera, 12 maggio 2017

                  Alessandro Crisafull

Storie

Delitto e coscienza

Il delitto è un’azione umana. Così come umano è possedere una coscienza. Credo che il delitto porti alla erosione della coscienza fino a sopprimerla, ma tale soppressione non è un’azione compiuta solo dai criminali. La coscienza si può sopprimere per non soffrire, per non capire, per non vedere, per mascherarsi e fingere di non accorgersi del proprio malessere o del malessere legato all’ambiente che ci circonda. Il delitto amplifica e porta questo atto psichico fino allo “stadio” ultimo.

Se sopprimere una coscienza è azione innata e inconscia frutto del dolore, ritengo che sia saggio partire dal dolore. Dolore e conflitto sono intrinsecamente legati.

“Vogliamo sentire il conflitto perché ci umanizza.” Ha detto Vincenzo, detenuto. E credo che questa chiave di lettura dell’argomento si intersechi profondamente in un discorso che unisce vittime di reati, autori di reati e coloro che con i reati ci lavorano.

Il conflitto ci umanizza, certo. Ma ritengo che l’autore e la vittima del reato vivano due conflitti diversi. Il primo conflitto è frutto di un dolore che non si è percepito quando viene commesso il reato; il secondo conflitto è frutto di un reato e portatore di un dolore che non si sarebbe dovuto provare di principio, un dolore ingiusto, un dolore che nasce dall’abuso. Il primo è un dolore che bisognava provare. Il secondo un dolore che non andrebbe mai provato.

La maniera di vivere il dolore poi muta e si muove su piani differenti e intersecati ma in evoluzione:

  • l’evoluzione che negli anni fa il detenuto per affrontare il peso della propria azione e soffrirne dopo la consapevolezza, desiderando diventare strumento utile per una vita migliore;
  • l’evoluzione del dolore della vittima, che si fa strumento portatore di valori quali la giustizia, la legalità e il coraggio. Il coraggio di chi dopo un percorso decide di mettersi a confronto e affrontare con dignità luoghi e persone che possono ricordare il trauma subito.

Raskolnikov è solo un genere di criminale, certo, ma non credo sia un caso che Delitto e Castigo sia uno dei libri più letti nelle carceri del mondo. Che forse il criminale sia curioso? Curioso di vedere come altri percepiscono e vivono il delitto?

Non ritengo dunque che la soppressione della coscienza sia di per sé disumana (in diversi stati e gradi, sono convinta che tutti abbiamo avuto momenti del genere nel corso della nostra esistenza) ma che lo diventi se portata all’estremo. Non provare dolore e non volerlo affrontare diventa problematico quando l’assenza del proprio conflitto e anestetizzarsi l’anima porta a un conflitto tragico nella vita altrui.

Usando le parole di Emanuele e Pasquale, il conflitto porta dolore, ma porta anche a nuove occasioni di crescita. Crescita, poi, porta a un miglioramento che si riflette in luce nuova e positiva per il soggetto, per gli affetti più stretti, per la società.

Una persona che vive il conflitto e cresce, si responsabilizza – i detenuti parlano della responsabilità dell’essere padri. Una responsabilità che si vive nei riguardi dei figli e una gioia e un impegno che non sarebbe possibile senza aver vissuto il conflitto. Perché mettersi in conflitto e comprendere consapevolmente il peso delle proprie azioni genera degli insegnamenti positivi che verranno portati fuori, all’esterno, partendo dalle proprie famiglie.

Credo che qui stia il senso del conflitto. Conflitto è maturare. Maturare significa migliorare e ogni piccolo passo di una persona verso il bene è progresso per la società intera e un passo prezioso per la guarigione di un mondo ove il crimine viene subito, il crimine viene commesso.

Angelica Falciglia

Delitto e Castigo