Il nonno, il limone, la bambina

Il nonno, il limone, la bambina cattiva e l’amore che resiste

È estate. Fa caldo, ma non caldissimo. Il mese preciso non lo ricordo. Ho sette anni, mia nonna è in cucina intenta a lavare i piatti. Il nonno è uscito dalla piccola casa per raggiungere la panca posta a sinistra del cortile, sotto il tetto. È sua abitudine, dopo pranzo, concedersi un pisolino, dice che aiuta la digestione. La nonna, senza smettere di sciacquare i piatti, si volta e ci raccomanda, a me e a mia sorella, di non fare rumore, per non svegliare il nonno.

Io però non mi curo delle sue raccomandazioni. La curiosità mi spinge altrove e, senza esitazione, mi dirigo verso l’orto, che è anche un giardino. La recinzione, una cancellata nera, lo protegge dalla strada vicina e sulle sue punte, come minuscole sentinelle, riposano le libellule. Sono tante, ogni punta ne ospita una. Mia sorella e io le disturbiamo, insidiose, per osservarle da vicino. Mi affascinano i loro occhi, che sembrano seguire ogni mio minimo movimento. Le loro ali sottili e delicate sono così fragili che basta un tocco per rovinarle, condannandole a non volare mai più.

Cammino tra i diversi blocchi, vedo i pomodori da una parte, l’insalata e i ravanelli dall’altra. Al centro, un albero di albicocche domina il piccolo appezzamento con la sua presenza. Ci sono anche le piante di rose, le viole, il basilico, la salvia e tanto rosmarino. Sono rapita da odori, colori e suoni, sento di essere felice; ci sono mia sorella, le libellule, le rose e le albicocche. Ci sono anche i due setter inglesi di mio zio, bianchi con macchie marroni, rinchiusi nel loro serraglio ombreggiato. Poco distante, galline bianche e un gallo, i produttori delle uova che mia nonna spesso mi invita a mangiare, convinta che mi faranno crescere bene.

Sperimentando il mondo, l’orto e il giardino, all’improvviso adocchio il nonno, di cui mi ero completamente dimenticata. Dorme all’ombra. Decido di andare da lui. Cammino a piedi scalzi sui sassi che separano la casa dall’orto. Le piccole pietre rotonde mi bruciano le piante dei piedi e mi costringono a correre più veloce per alleviare il dolore. Mi avvicino, il nonno ha la testa reclinata all’indietro, appoggiata al muro, le mani intrecciate sotto al cuore. È un ometto non molto alto, magro, ha un problema a un piede che lo costringe a una camminata zoppicante. Ama prendere appunti mentre guarda la televisione, annotandoli su “Tv Sorrisi e Canzoni”. Sarà da lui che imparerò l’abitudine di trascrivere frasi e parole che non conosco e che voglio ricordare.

Lo osservo per qualche istante. La bocca, rilassata e leggermente aperta, emette un leggero suono. Mia sorella è accanto a me. Lo guardiamo e ridiamo di gusto, coprendoci la bocca con la mano per non farci scoprire.

All’improvviso, mi attraversa un’idea. Corro in casa, ritrovo il bicchiere con cui il nonno ha bevuto a pranzo e prendo quello che cercavo, un mezzo limone già strizzato.

Lo afferro. Sono eccitata, quasi frenetica, spinta dall’urgenza di mettere in atto la mia fantasia. Ignoro le suppliche di mia sorella maggiore che, intuito quello che sto per fare, mi implora con preoccupazione di non farlo. Mi avvicino al nonno addormentato, salgo con un ginocchio sulla panca, cerco un appoggio stabile e strizzo con decisione il mezzo limone all’interno della sua bocca. Il succo rimasto basta per svegliarlo di soprassalto e farlo tossire. Visibilmente spaventato, si rivolge a me con parole di rimprovero.

Sono colpita. Rimango ferita, la sua reazione mi sembra ingiusta. Non ci penso due volte, afferro la bicicletta, ordino a mia sorella di fare lo stesso e ci lanciamo verso casa, pedalando a tutta velocità. Io davanti e lei dietro. Sei o sette minuti, non di più, ci separano dalla casa dei nonni.

Mamma è appena rientrata dal lavoro, papà non c’è. Non dico nulla, ma lei intuisce che sono arrabbiata. Poco dopo, il campanello suona, è il nonno, Armando. Chiede dove sono, è preoccupato ed è venuto ad accertarsi che io sia tornata e che stia bene.

Casa di Reclusione di Milano-Opera, 03-settembre-2025

Lara

Racconti al tavolo del gruppo

 

Il nonno, il limone, la bambina

Il nonno, il limone, la bambina cattiva…
e l’amore che resiste

Estate, la nonna in cucina
Il nonno riposa sotto il tetto con la testa reclina
Corro nell’orto, scalza sui sassi roventi
Nei miei ricordi i giorni contenti

Tra pomodori, ravanelli e albicocche,
rido e gioco con mia sorella
a tormentare eleganti e delicate libellule.

Colori, odori e suoni
non bastano a dimenticare il sonno del nonno.

Ero bambina cattiva,
con in mano un mezzo limone,
che strinsi ridendo sulla bocca ignara.

Il succo aspro sveglia il silenzio.
Il vecchio si spaventa per lo scherzo crudele
e mi rimprovera con ogni suo mezzo.

Scappo e pedalo a catena
dalla colpa giovane che stringo in mano
e con il cuore che sprofonda in pena.

Ero bambina cattiva,
con in mano un mezzo limone,
che strinsi ridendo sulla bocca ignara.

Il campanello suona affannato
arriva il nonno preoccupato
per la nipote ribelle
Il limone è già dimenticato

Ero bambina cattiva
con in mano un mezzo limone
che strinsi ridendo sulla bocca ignara

Ma il nonno è venuto a cercarmi

Lara Giovanelli

Racconti al tavolo del gruppo

Enciclopedia Trasgressione

Relazione finale di tirocinio

Scrivere questa relazione ha significato rielaborare un percorso non lineare, talvolta caotico, proprio come l’esperienza vissuta all’interno del Gruppo della Trasgressione. Il filo conduttore che ho scelto di adottare nasce proprio da uno degli ultimi incontri a cui ho partecipato presso la sede dell’associazione, durante il quale si è discusso il concetto dell’“alleggerire la coscienza”, a partire dalla lettura di una poesia di Nuccio, componente storicissimo del gruppo.

In quell’occasione il professor Aparo ha sottolineato il paradosso racchiuso in questa espressione, rispetto al significato che Nuccio gli attribuiva nella poesia: ciò che Nuccio intende con i suoi versi non è un gesto di “fuga” dal peso della propria coscienza, bensì l’opportunità di arricchirla di consapevolezza, riconoscendo il peso delle proprie scelte e imparando a dare voce al proprio vissuto emotivo. Questo concetto mi ha spinto a rileggere a ritroso la mia esperienza di tirocinio, cercando di comprendere in che modo essa abbia contribuito a “nutrire la mia coscienza”.

Gran parte del mio tempo nel Gruppo è stata dedicata all’ascolto e alla riflessione. Ogni volta che partecipavo a un tavolo del Gruppo percepivo che, pur nella libertà del dialogo su vissuti, esperienze e idee riportati dai partecipanti, vi fosse sempre un secondo intento. Con il tempo ho compreso che ogni riflessione proposta non mirava solo a raccogliere aneddoti, ma a stimolare un confronto su questioni specifiche, contribuendo alla costruzione di un patrimonio condiviso. Questo insieme di concetti, che si arricchiva di volta in volta, è ciò che ho imparato a riconoscere come la vera e propria “enciclopedia del Gruppo”. Di seguito proverò a riportare alcune delle nozioni dell’“enciclopedia della Trasgressione” che ho potuto apprendere nei vari contesti in cui si muove questa realtà.

Rapporto con l’autorità – Gruppo della Trasgressione nelle scuole
Uno dei primi temi in cui mi sono imbattuta durante il tirocinio riguarda il rapporto con l’autorità, che si osserva nel parallelismo tra le relazioni genitori–figli, adolescenti–scuola e detenuti–istituzioni. In ciascuna di queste diadi, il modo in cui l’autorità esercita il proprio potere influenza profondamente le risposte degli individui, generando dinamiche che possono sfociare nel conflitto. Durante l’adolescenza – così come nei percorsi che possono condurre alla devianza – l’arroganza nei confronti dell’autorità non è tanto un tratto caratteriale, quanto il risultato di una relazione conflittuale. Quando il bisogno di ascolto e di riconoscimento rimane insoddisfatto e l’autorità viene percepita come castrante o disinteressata, la reazione degli individui può tradursi in rabbia, prepotenza o comportamenti auto-distruttivi. Alla radice di tale rabbia non c’è soltanto la ferita del passato, ma soprattutto il bisogno costante di essere riconosciuti e legittimati nel presente.

In questo senso, le testimonianze dei detenuti nei progetti scolastici del Gruppo della Trasgressione assumono un forte valore educativo: attraverso strumenti come la rappresentazione del mito di Sisifo, mostrano agli studenti che crescere significa imparare ad affrontare un confronto autentico con l’autorità – genitori, insegnanti o istituzioni – e a rinunciare al rancore che può nascere da relazioni conflittuali. Lo stesso messaggio riguarda anche le figure educative, che hanno la responsabilità di accompagnare i giovani nella crescita: l’inerzia o l’indifferenza da parte di chi dovrebbe fungere da guida rischiano di compromettere i processi evolutivi. Quando l’autorità abusa del proprio ruolo o si mostra assente, il messaggio che passa è che non valga la pena impegnarsi, alimentando così sentimenti negativi e la giustificazione a regredire. Chi detiene l’autorità deve esercitarla con credibilità, affinché chi si trova in posizione subordinata possa trasformarla in un’occasione di crescita.

Abuso e pena – Gruppo della Trasgressione in associazione
L’abuso, tema approfondito durante tavoli del Gruppo, viene inteso non solo in quanto atto concreto, ma come espressione di uno stato emotivo e relazionale. Per chi lo commette diventa spesso un modo per sentirsi onnipotente e per nascondere la propria fragilità, schiacciando la vittima in una condizione di impotenza. In questo meccanismo, la vittima viene ridotta a un oggetto su cui riversare rabbia, frustrazione o desideri di rivalsa: “Ci si sente potenti, infatti, nel fare provare all’altro il dolore che non si è capaci di sentire in prima persona” (Aparo, 2025). Ma quindi come si risponde a questa concezione di abuso? La società, basata sull’idea che chi abusa sia colpevole e vada punito perché avrebbe potuto scegliere di essere “buono” invece che “cattivo”, opera su un presupposto diverso da quello del Gruppo. Qui, infatti, l’invito è ad approfondire “quali sono gli umori che portano l’individuo ad amministrare la propria condotta in modo distruttivo e abusante” (Aparo, 2025). L’approccio del Gruppo consiste in una continua esplorazione delle emozioni che orientano le nostre scelte, partendo dal principio che “l’uomo è responsabile di ciò che fa, ma meno responsabile di ciò che sente” (Aparo, 2025). Da questo deriva l’esercizio di rintracciare gli stati d’animo che hanno condotto all’abuso e di mettere a fuoco quei sentimenti che possono invece allontanare dall’impulso distruttivo, aprendo così alla possibilità di riconoscere l’altro come persona e non come oggetto. Se “commettere reati significa distruggere relazioni e vivere con disinteresse il rapporto con l’altro” (Aparo, 2025), il lavoro del Gruppo mira esattamente a compiere il movimento opposto.

L’ergastolo dell’odio– Gruppo della Trasgressione a teatro
Le conseguenze dell’abuso ricadono tanto su chi lo compie quanto sui familiari delle vittime. Il reato, infatti, genera un trauma che per questi ultimi si trasforma spesso in un vero e proprio “ergastolo emotivo”: un legame doloroso e persistente con il carnefice, alimentato da odio, desiderio di vendetta o bisogno di giustizia. Per questo il Gruppo della Trasgressione promuove momenti di incontro e prossimità tra detenuti e familiari delle vittime, con l’obiettivo di favorire un riconoscimento reciproco delle esperienze e dei vissuti. Dal dolore di entrambe le parti può così nascere un processo trasformativo: il familiare della vittima trova uno spazio per dare voce alla propria sofferenza e, al tempo stesso, il reo viene sollecitato a riattivare la propria coscienza anestetizzata. In questo percorso, chi ha subito il reato può trasformare l’odio in una possibilità di interrompere la catena del male, mentre il reo può superare l’identità criminale fondata su rabbia, arroganza e negazione dell’altro. I familiari delle vittime diventano così catalizzatori di cambiamento, mostrando ai detenuti che un’evoluzione è possibile. In questo dialogo, tanto il reo quanto i familiari delle vittime trovano la possibilità di emanciparsi dalla sofferenza.

L’incontro con i “marziani” – Gruppo della Trasgressione in carcere
L’esperienza dell’incontro con i detenuti e con il mondo del carcere porta con sé il senso di entrare in contatto con una realtà estranea.  A questo riguardo ho trovato molto interessante la metafora del “delinquente marziano” e la sensazione che ne deriva dall’incontro con questo “estraneo”.  In una società segnata dall’ingiustizia e dal malessere, c’è chi considera il delinquente soltanto come un individuo indegno, e chi invece – spesso per senso di colpa o per convinzioni etiche – sente il bisogno di aiutarlo. Mettere insieme il “delinquente marziano” e persone animate da compassione porta però, talvolta, a un atteggiamento che rischia di ridursi a una forma di accudimento e infantilizzazione del detenuto. Ciò che invece viene fatto in carcere attraverso il Gruppo della Trasgressione consiste nel chiamare il detenuto alla responsabilità al fine di spingerlo a costruire una realtà e un modo di stare al mondo che non preveda il tradimento dell’altro e che permetta di superare il senso di ingiustizia verso una società che lo ha privato di opportunità di crescita. “Amare un delinquente significa chiamarlo a diventare tuo fratello e quindi una persona responsabile” (Aparo, San Vittore, 2025). Il fine è proprio quello di creare una responsabilità condivisa che deve rimanere come messaggio al detenuto e a chiunque partecipi al gruppo in qualità di libero cittadino. “Libero” in quanto legato dal vincolo di vivere all’interno di una collettività sociale nella quale le azioni dell’uno possano anche servire al benessere e alla crescita dell’altro.

La nuova identità – Gruppo della Trasgressione in società
Il momento dell’uscita dal carcere rappresenta una fase complessa e delicata, segnata dalla sfida di vivere e continuare a costruire una nuova identità. Paradossalmente, il carcere, pur essendo una realtà chiusa e stigmatizzata, offre ai detenuti un mondo con regole chiare, in cui è possibile continuare a riconoscersi in un’identità delinquenziale all’interno di uno spazio di azione sicuro e conosciuto. “È doloroso separarsi dall’illusione e dalla magia del delinquere perché questo suscita la paura di perdere un’identità potente e forte” (Aparo, San Vittore, 2025). Nei mesi che precedono la scarcerazione il desiderio di libertà comporta una forte spinta al cambiamento, ma una volta fuori questo slancio rischia di lasciare spazio alla tentazione di ricadere in vecchi schemi e perpetrare il tradimento dell’altro, in quanto “ognuno di noi insegue diverse identità attraverso diversi modelli e l’eco dell’identità precedente è sempre presente” (Aparo, San Vittore, 2025). Ho compreso quindi che l’uscita dal carcere non coincide automaticamente con una vera evoluzione dell’individuo: senza la costruzione di relazioni che diventino un punto di riferimento e una base per la costruzione di progetti alternativi, il rischio di ricadere nelle vecchie abitudini e di lasciarsi attrarre dalla scorciatoia dell’eccitazione rimane molto alto.  È necessario costruire e nutrire una nuova identità, trovare relazioni e stimoli capaci di alimentare una motivazione diversa, “la motivazione a costruire”. In questo processo il Gruppo assume un ruolo fondamentale, perché accompagna il detenuto a trasformare la propria esistenza in un senso responsabilità verso la collettività, favorendo il passaggio dalla funzione di reo a quella di cittadino.

Il tirocinio nel Gruppo della Trasgressione è stato per me un’esperienza intensa e complessa, che mi ha permesso di confrontarmi con modalità comunicative e concettuali lontane dal mio abituale approccio, ma al tempo stesso estremamente formative. Il metodo del gruppo, basato sulle libere associazioni e su un’interpretazione in chiave filosofica e psicoanalitica delle esperienze di vita dei membri del Gruppo, si è rivelato un canale privilegiato per dare voce al “bambino interiore” e rileggere i comportamenti della vita adulta alla luce dei vissuti dell’infanzia, e questo non solo per i detenuti ma per tutti i partecipanti al tavolo del Gruppo.

Le metafore e i simboli utilizzati dai membri del Gruppo hanno avuto un ruolo centrale: sintetici e capaci di rendere accessibili concetti complessi ma universali. Un aspetto altrettanto significativo è la “teatralità” con cui alcuni ex detenuti, membri storici del Gruppo, riescono a rappresentare parti di sé e a consolidare nuove identità, decostruendo progressivamente i “miti di sé stessi” creati negli anni della devianza. Anche il disordine e la confusione, personalmente ancora destabilizzanti, hanno avuto un senso: per accedere al nostro mondo interiore non sempre è utile la rigidità del pensiero, anzi spesso è necessario lasciare spazio ad altri binari per trovare delle risposte autentiche. Ammetto che questo modo di procedere mi ha messo alla prova, poiché distante dalla mia formazione e dal mio modo di pensare. Tuttavia, col tempo, ho iniziato a comprenderne la logica interna e il valore trasformativo del metodo utilizzato dal Gruppo. Ho imparato ad apprezzare il valore delle libere associazioni, delle metafore e della “teatralità” come strumenti di crescita collettiva e individuale.

Ma, soprattutto, ho appreso un nuovo modo di intendere il rapporto con la coscienza: non come mezzo da alleggerire, ma come strumento da nutrire. Il “trucco” del Gruppo della Trasgressione sta nel favorire un cambiamento nei partecipanti senza che se ne rendano conto, e posso dire di essere anch’io dentro questo processo. Non sono ancora riuscita a lasciarmi andare del tutto nella condivisione dei miei vissuti, ma ho sicuramente avuto l’occasione di rielaborare, attraverso l’enciclopedia della Trasgressione, aspetti che appartengono anche alla mia esperienza. Vorrei quindi ringraziare tutte le persone incontrate durante questo percorso per aver condiviso parti autentiche di sé e per avermi mostrato, concretamente, cosa significa nutrire la propria coscienza.

Martina Mutti

Relazioni di tirocinio

Schizzi d’autunno

In questo autunno 2025, al gruppo abbiamo in corso due iniziative:

  • una parte da Max Rigano, giornalista;
  • l’altra da Massimo Zanchin, componente del gruppo A. S. di Opera.

 

Max Rigano è già al lavoro con un giornalista radiofonico, Daniele Biacchessi, che conduce la trasmissione “Il Timone” e con il quale ha concordato di fare diverse interviste ai componenti del gruppo. Dopo la prima a me (andata in onda nei giorni scorsi), Max intende procedere con interviste ad alcuni degli altri componenti del gruppo (ex detenuti, comuni cittadini, familiari di vittime di reato, studenti tirocinanti e detenuti in carcere).

Le interviste riguardano cosa è il gruppo e cosa fa, qual è il ruolo di ciascuno all’interno, i nostri obiettivi, cosa ciascuno di noi ne ricava, ecc.  Le interviste sono individuali. Ognuno potrà concordare con Max dove vedersi o sentirsi e sarà lui a coordinare la comunicazione (la sede di Via Sant’Abbondio, se serve, è comunque utile allo scopo; volendo, lì si può procedere anche con due o tre interviste di seguito). L’intervista viene registrata durante l’incontro a due e poi diffusa nel corso della trasmissione radiofonica mattutina “Il Timone”.

Non posso escludere che, strada facendo, le interviste possano essere estese a direttori di carcere e magistrati. In fondo, è già successo qualcosa del genere con Byoblu, dove agli incontri sono stati presenti anche un magistrato e la direttrice del carcere di Monza.

Invito i componenti del gruppo che hanno piacere di prendere parte all’iniziativa a darmene segno, così che io possa metterli in comunicazione con Max Rigano. La prima intervista deve avvenire nei primi giorni della prossima settimana (29 o 30 settembre).

 

Nata su suggerimento di Massimo Zanchin, l’iniziativa prevede che un componente del gruppo racconti al tavolo un episodio della sua vita. Ognuno, detenuto o meno, sceglie di raccontare quello che gli pare, senza altro vincolo se non quello di stare dentro i 15 minuti.

Le persone sedute al tavolo, concluso il racconto, pongono domande al protagonista della giornata, fanno osservazioni, critiche, richieste di chiarimenti, portano ricordi personali evocati dal racconto. Ne vengono fuori riflessioni di ogni tipo, come di norma accade al tavolo del gruppo.

Infine, il coordinatore del gruppo propone una sua interpretazione del racconto e degli interventi che ne sono seguiti.

L’iniziativa prevede che per ogni racconto venga realizzato un podcast per la radio o per una puntata televisiva di circa 30/45 minuti. Per procedere alla registrazione occorre ovviamente l’autorizzazione della direzione delle diverse carceri.

Se Andrea Spinelli o una persona che sa disegnare vorrà corredare lo snodarsi del racconto e degli interventi con schizzi o bozzetti che riprendano alcuni dei passaggi, avremo delle puntate televisive più ricche.

Al momento, siamo già alla 7° puntata, di cui 5 nel carcere di Opera, una a San Vittore e l’altra a Bollate. Nel carcere di Opera il racconto ha luogo tutti i mercoledì: al mattino con il gruppo dell’Alta Sicurezza, al pomeriggio con quello della Media Sicurezza.

Non escludo che nel tempo si possano avere al gruppo giornate in cui il racconto verrà proposto da soci del Rotary o da ospiti esterni.

L’iniziativa sarà anche oggetto di studio per i tirocinanti universitari che frequentano il gruppo, ai quali viene richiesto di trascrivere il racconto, di riassumere i passaggi ritenuti significativi della giornata e di collegarli con le teorie e le griglie di lettura degli autori conosciuti attraverso i loro studi universitari.

Anche questi racconti, che si muovono tra errori, paure, fantasie, aspirazioni, sono uno strumento della nostra palestra.

Angelo Aparo

La nostra palestra

Il mio (non) tirocinio

Il mio ingresso in carcere
La complessità della relazione tra un’autorità, come un genitore, e un bambino o un adolescente è stato il primo argomento affrontato appena entrata in carcere presso la casa circondariale San Vittore con il progetto “Alla ricerca del padre” e pressoo la casa di reclusione di Milano–Opera con il progetto “Restart Opera 2 – Progetto Genitorialità”.

Attraverso questi due progetti ho sperimentato il punto centrale del gruppo: l’incontro tra il mondo del carcere e la società. Il gruppo infatti costituisce un ponte tra interno ed esterno e permette di vivere ai detenuti e ai liberi cittadini quel senso di reciproca appartenenza che le mura del carcere tendono a cancellare.

Dal primo incontro ho capito che avevo il dovere di mettermi sullo stesso piano dei presenti, sul piano del “tavolo del gruppo” in cui si parla liberamente di ogni pensiero, emozione ed esperienza. Il clima che ho da subito percepito è stato quello di un ascolto costruttivo, alle volte anche critico. Il tavolo è un flusso di pensieri, anche confuso e disordinato, che alla fine di ogni incontro trova spazio nelle coscienze dei presenti.

I progetti permettono di comprendere che non c’è differenza di emozioni tra chi è dentro e chi è fuori dal carcere ma che la differenza sta nella direzione di vita che ogni persona ha intrapreso. È dunque fondamentale che ogni persona comprenda la propria storia, l’importanza del suo valore e di raccontarsi ai propri figli: bisogna accettare di aprirsi per rendersi credibili. Ogni figlio ha bisogno di percepire autenticità perché questo permette di avere stima dei propri genitori, e questo aiuta ad evitare la strada dell’abuso.

Attraverso gli incontri durante il progetto “Restart” ho vissuto le difficoltà dei genitori detenuti a dover raccontare ai figli la propria storia e ciò che ha portato loro ad abusare dell’altro. Il valore di questi incontri è percepibile da chiunque abbia la possibilità di partecipare, ma ho toccato con mano la sua rilevanza nel racconto di Michelangelo che, dopo un mese dalla fine del progetto, ha riferito al gruppo di essere riuscito a raccontare a suo figlio la realtà della sua storia personale.

Incontri del gruppo in carcere
Il lavoro del gruppo all’interno del carcere è volto principalmente a indagare i motivi sottostanti al reato e ciò avviene attraverso un dialogo circolare tra detenuti e liberi cittadini. Il gruppo si riunisce il lunedì nel carcere minorile Cesare Beccaria dalle 15 alle 17, il mercoledì nel carcere di Opera dalle 9:30 alle 13:00 con l’Alta Sicurezza e dalle 13:00 alle 15:00 con la Media Sicurezza, il giovedì nel carcere di San Vittore dalle 10 alle 12:30 e nel carcere di Bollate dalle 14:30 alle 17:30.

Grazie agli incontri in carcere ho compreso che la responsabilità si riferisce alla capacità di rispondere delle proprie scelte, una capacità che si acquisisce nel tempo attraverso il legame con le figure di riferimento: la diversità nella percezione del senso di responsabilità è strettamente connessa alle esperienze di vita. Ognuno nel corso della propria vita beneficia di officine differenti, come la famiglia e le amicizie, da cui elabora il senso di responsabilità. Capita che persone che hanno frequentato officine equivalenti possiedano un senso di responsabilità differente e ciò dipende dalle esperienze, speranze e illusioni che ogni individuo sperimenta dentro di sé.

Essere giuridicamente responsabile di un reato non equivale necessariamente a percepire la propria responsabilità ed è per questo motivo che alcuni detenuti indicano il proprio reato attraverso il riferimento all’articolo del codice corrispondente, senza soffermarsi sulla dimensione emotiva legata all’atto commesso. Il tavolo del gruppo consente al detenuto di rintracciare la camera dei propri pensieri al momento del reato, permettendo di considerarlo nelle sue dinamiche emotive sottostanti. Una testimonianza a tal proposito è il racconto di Antonio Tango, ex detenuto appartenente al gruppo da 17 anni, che attraverso la frequenza al gruppo ha compreso che nel corso della sua vita è stato… “un burattino nelle mani del suo burattinaio, la rabbia“.

Attraverso questa testimonianza, e quella di molti altri detenuti, ho compreso che spesso l’uomo commette reati per rovesciare la sua condizione da vittima a carnefice. In questo contesto il reato si configura come lo strumento attraverso cui rivendicare la sofferenza vissuta all’interno delle relazioni significative.

Più volte nel corso di questi mesi ho sentito affermare da alcuni detenuti di non poter riconoscere e ricordare i volti delle proprie vittime e questa dichiarazione è la testimonianza del fatto che chi subisce il reato è il destinatario di una vendetta che in realtà è rivolta alle figure di riferimento dell’autore del reato e alle loro mancanze. La vittima dunque viene percepita come un oggetto tramite cui è possibile rivendicare la propria ferita e al tempo stesso come un ostacolo al raggiungimento di ciò non si possiede ma si desidera ottenere.

A tal proposito la partecipazione dei familiari di vittime di reato al tavolo del gruppo riveste un ruolo fondamentale perché favorisce l’umanizzazione dell’altro e restituisce un volto a ciò che inizialmente era percepito solamente come un oggetto, un mezzo per affermare sé stessi. L’incontro con i familiari consente dunque di comprendere le conseguenze delle proprie azioni: “il riconoscimento è centrale nella vita di tutti e la sua mancanza causa deviazioni negative dal proprio progetto di vita e di conseguenza nel progetto della collettività” (Aparo, Opera, 2025).

Il lavoro del gruppo all’interno del carcere è quindi volto all’evoluzione dell’autore di reato, non al suo cambiamento. L’evoluzione qui intesa considera la responsabilità di ogni singolo nei riguardi della collettività perciò il detenuto viene costantemente stimolato a riconoscesi nell’altro poiché la libertà di ciascuno è strettamente connessa alla relazione con gli altri. Attraverso il dialogo al tavolo del gruppo, il detenuto sperimenta il senso di costruzione e comprende l’importanza del lavoro.

Il lavoro che il detenuto deve svolgere durante il suo percorso consiste nell’impegno a costruire insieme ai volontari e ai familiari di vittime di reato per consolidare la sua identità, un’identità che deve però essere esercitata per essere mantenuta perché è qualcosa di dinamico e non di statico: “Bisogna farsi carico del fatto che l’identità è qualcosa che va accudita per evitare la sua regressione” (Aparo, Opera, 2025).

Il lavoro del gruppo della trasgressione all’interno del carcere evidenzia che non è sufficiente incontrare l’altro per evolversi, ma bisogna coltivare la ricerca e l’evoluzione domandando, ascoltando e riflettendo. Al gruppo è fondamentale poter parlare di tutto ciò che riguarda l’uomo, non devono esistere tabù perché ogni componente del tavolo deve assumersi la responsabilità di esporsi, mettersi in gioco e confrontarsi. Il tavolo del gruppo rappresenta uno spazio in cui non è consentito assumere il ruolo di spettatore: ciascun partecipante ha il dovere di manifestare autenticamente sé stesso.

Il mio (non) tirocinio al gruppo della trasgressione
Il “non” tra parentesi ha un significato specifico che non intende svalutare l’esperienza formativa a cui ho avuto la possibilità di partecipare. Quel “non” ha una connotazione estremamente affettiva perché ho vissuto un tirocinio non ordinario, al di fuori di ogni schema lavorativo che potevo immaginare. Se penso a questi mesi al gruppo ciò che più mi viene in mente è l’imprevedibilità, un concetto a cui ho sempre attribuito un valore negativo ma che ad oggi mi ha permesso di crescere come persona.

Durante gli incontri a scuola ho preso parte al Mito di Sisifo e ho recitato la parte di uno dei personaggi e ho inconsapevolmente preso parte alla simulazione di una rapina. Durante gli incontri in carcere sono stata inaspettatamente stimolata nella mia storia personale e nei miei ricordi. Mi sono emozionata, ho perso il controllo della mia emotività e mi sono sentita libera e accolta. Ho anche accolto l’emotività degli altri e mi sono sentita vicina a storie che credevo troppo distanti da me. La bellezza del gruppo risiede nella moltitudine di persone, personalità e vissuti che si fondono insieme per ritrovare una continuità nella propria storia di vita. Il gruppo permette a chiunque di evolversi e di ritornare sulla strada su cui ci si era persi o di costruirne di nuove.

Al gruppo sento di aver avuto la possibilità di costruire un nuovo sentiero per la mia vita futura e per questo ringrazio ogni persona con cui ho avuto la possibilità di condividere questi mesi. Un sentito e doveroso ringraziamento al dott. Aparo, a Lara e ad Antonio.

Carolina Rocca

Relazioni di tirocinio