La vita accade

La vita accade.

Accade che Marisa Fiorani raccontasse, nel 2024, in una scuola di Legnano: “Marcella aveva 16 anni ed era al secondo anno di istituto magistrale quando – a causa dell’uso di sostanze – non fu più accolta in quella scuola di Brindisi”.

Accade che in quella scuola di Legnano il seme di quel racconto facesse nascere, nel 2025, un presidio scolastico di Libera, significativamente rappresentato da una frase sulla lavagna: “Marcella è stata cacciata dalla scuola ma noi la faremo rientrare”.

Accade che quel presidio, fattosi dopo 14 mesi germoglio, oggi accompagni Marisa fino a Brindisi proprio dentro quella scuola.

Abbiamo sostenuto, per Marcella, azioni di verità e giustizia verso lo Stato ma non ci stanchiamo di sostenere Marisa anche in azioni di cura di sé e di riparazione dello strappo che l’omicidio di sua figlia ha creato nel tessuto sociale.

Perché anche il racconto della vittima può allargarsi sull’altra parte, dal momento che anche il reo – e non solo lo Stato – sa molto della vittima. E a quella scuola di Brindisi oggi, con uguale forza e determinazione, può ben essere restituita la parola affinché non rimanga più reclusa e silente dietro la lavagna di una storia interrotta.

Francesco Cajani – www.lostrappo.net

Marisa mostra una foto di Marcella scattata durante una gita in terza media /Marisa con Juri Aparo e il Gruppo della Trasgressione al carcere di Opera, 25.3.2026

 

 

A cosa serve il carcere?

Nel dibattito per cui ci si chiede a cosa serve Il carcere, se non sia più dannoso che utile o quali siano le condizioni per cui possa essere più utile che dannoso, una delle prime risposte possibili è che, al momento, la restrizione in carcere è la sola risposta che la nostra società riesca a dare al cittadino che abbia fatto un uso improprio della propria libertà.

Tattavia, noi sappiamo anche che l’arresto, il processo, la condanna e la reclusione dovrebbero avere (questo suggerisce la Costituzione!) una sinergia mirata a orientare il detenuto verso condotte e sentimenti compatibili con il bene collettivo, così che libertà, coscienza di sé e responsabilità possano costituire un’utile bussola per vivere insieme.

Ma quali sono gli strumenti di cui l’officina ha bisogno per riparare o, addirittura, per costruire la bussola che ci interessa?  Isolare il detenuto dalle influenze esterne che avevano causato lo smarrimento della direzione può bastare? Limitare i contatti del ristretto con il mondo esterno è sufficiente per rendergli riconoscibile (non solo in senso cognitivo, ma anche sul piano affettivo) cosa occorre per muoversi in sintonia con la collettività?

Per pensarla in questo modo si dovrebbe potere essere certi che dentro ognuno di noi esista, chiara e riconoscibile, la mappa per muoverci in buona sintonia con gli altri e che nella mente del soggetto non possano prodursi accumuli di sporcizia tali da alterarne stabilmente la lettura. Ma è così?

A me pare che il modello di carcere attuale confidi troppo (e, mi sembra, in modo auto-deresponsabilizzante) sull’idea che il ristretto possa portare a compimento da solo la riparazione della bussola e la gestazione del cittadino di cui la collettività attende la nascita.

È difficile per il detenuto imparare la lingua della collettività deducendone la grammatica dalla semplice constatazione che la lingua che egli parlava all’epoca dei reati non fosse quella adatta per vivere insieme. La lingua, come tutti sanno, la si impara molto meglio vivendo nel posto dove la si parla.

Sperare che l’isolamento possa portare alla nascita dell’uomo nuovo è del tutto a-scientifico, ma è anche anti-economico, a maggior ragione se si considera che l’isolamento porta il detenuto a chiudersi nel suo guscio, nel suo lessico e nei suoi schemi di pensiero e che questi schemi si trasferiranno sui suoi figli tanto più massicciamente quanto più egli si sentirà braccato e, di conseguenza, autorizzato a far quadrato su se stesso.

Isolare il reo dal contatto col mondo esterno, se tutto va bene, permette di tenere la società al riparo dall’inquinamento che egli può portare oggi ma, alla distanza, espone la collettività che vogliamo proteggere al rinnovato rancore che l’isolamento avrà prodotto sul ristretto e sui suoi figli.

Juri Aparo

Reparto La CHIAMATA –Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

La cucitura paradossale

Caro amico, sarebbe bello giocare, litigare come due bambini curiosi, sull’esistenza di Dio per giungere comunque alla conclusione operativa e riconoscibile che l’uomo ha dentro di sé una “Nostalgia dell’Infinito” e una “Chiamata” a cucire le molteplici forme del “Finito”, cioè a riconoscere che nelle differenze con le quali il “Finito” o il “Creato” ci appaiono c’è il seme dell’Infinito e una fremente e insopprimibile consegna a lavorare verso l’obiettivo asintotico della cucitura paradossale tra Finito e Infinito”.

L’uomo cede mille volte all’illusione di poter percorrere la strada verso l’infinito attraverso il potere, ma col potere disconosce l’altro e collassa in un delirio dove le differenze vengono annullate senza essere riconosciute; San Francesco, per quello che ne so io, riconosce le differenze e in ciascuna di esse ritrova un fratello e se stesso… e fa strada verso la cucitura paradossale alla quale ciascun uomo è chiamato a contribuire.

Juri Aparo

Delitto e Castigo – Reparto LA CHIAMATA
Percorsi della devianza e Trame di Libertà

La mia devianza

Oggi, 4 febbraio 2026, il Dottor Aparo si chiedeva con noi al tavolo perché si arrivi a delinquere. Io questo problema me lo sono posto spesso, e non ho saputo dare una spiegazione. Perché non provengo da una famiglia di delinquenti anzi provengo da una famiglia numerosa di 10 figli con genitori umili, che ci hanno cresciuto con onestà e tanta difficoltà. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di bestiame e ricordo che ho iniziato a 7 anni a lavorare nell’azienda agricola.

Ho iniziato come per gioco a mungere le capre e poi a dare le prime poppate di latte ai caprettini che nascevano. Cosi pian piano imparavo tutti i lavori e a scoprire il mondo della natura.

A scuola andavo svogliato, o meglio, fino alla terza elementare andava tutto bene. Poi, a causa di alcune assenze, fui bocciato e dovetti ripetere l’anno. Essendo più grande dei miei compagni di classe di un anno, si può dire che facevo il bullo insieme ad altri due miei compagni. Arrivo alla quinta elementare e poi lascio la scuola per lavorare, ma presto ricomincio a annoiarmi e a cercare nuove esperienze. Così, all’età di 15 anni, mi trasferisco a Ischia dai miei parenti, che avevano un ristorante-pizzeria, e rimango lì per un annetto. Poi sento la mancanza della famiglia, l’odore della natura e della campagna, e torno da mio padre in azienda. Nel periodo estivo, invece, lavoravo nei villaggi turistici come pizzaiolo.

All’età di diciotto anni mi trasferisco in Emilia-Romagna, a Parma, e vivo con mia sorella. Lavoravo in fabbrica con suo cognato e, il weekend, lavoravo in una pizzeria. Perciò non mi mancava nulla: stavo bene.

Economicamente guadagnavo intorno a 4.500 euro al mese, ma ahimé conoscevo ragazzi che mi proposero di fare una rapina in un autogrill: dovevo guidare la macchina e io accettai. Non so neanche il perché, e da lì feci una serie di rapine, fino a quando non venimmo arrestati.

Perciò non mi rendevo conto del danno che creavo, né del rischio di essere ucciso o di poter uccidere qualcuno. Me ne sono reso conto solo il giorno del mio arresto. Mi trovavo in ospedale a Glastalla (RE) nel reparto di maternità, perché ero appena diventato papà, il 18/12/1995. Lì, mentre avevo il bambino in braccio, si presentarono due ufficiali, che scoprii dopo chi fossero. Mi dissero: “Signor Prestio, lasci il bambino che dobbiamo parlarle” e mi condussero in questura.

Lì vidi tutti gli altri complici e compresi che la mia vita, la mia libertà e la gioia di essere padre erano terminate in angoscia, tristezza e panico. Cominciai a riflettere su tutti le mie malefatte. Ho capito cosa vuol dire far del male quando provai anch’io il dolore, e mi voltai a guardare mia moglie, decidendo che non avrei mai più voluto quella vita.

Così scontai tutta la mia pena in carcere, ai domiciliari e in affidamento fino all’ultimo giorno, dal 1995 al 2000. Durante quel periodo ho completato anche la riabilitazione, tornando pulito e dedicandomi solo al lavoro. Ho portato avanti due attività con mia moglie, con onestà e sacrifici.

Ma accadde, quindici anni dopo, come per coincidenza: il 4 febbraio 2011 vengo arrestato per concorso in omicidio e detenzione di armi. Mi crolla il mondo addosso: altra distruzione di lavoro, famiglia e stabilità.

Questo calvario mi ha segnato per tutta la vita, con la sensazione di un ergastolo, di fine pena mai. Ora vorrei capire io stesso il perché della devianza. Perché, se non mi mancava nulla, mi sono scassato e ho fatto certe scelte?

Il motivo delle rapine del passato e il motivo per cui sono condannato: tutto nasce da una discussione nella mia azienda, e in quell’occasione ci è scappato il morto. Io, in quella circostanza, ho seppellito il corpo.

Su richiesta del boss Antonio Belnome, mi sono trovato dentro un fatto che poi lui ha perso di controllo e mi ha trascinato nella mischia. Ora qui è stata una disgrazia: se denunciavo, morivo, e se parlavo, mettevo a rischio la mia famiglia e la mia stessa vita. Ma col tempo ho trovato una certa pace e ho chiesto un incontro con la Procura di Milano per chiarire tutto ciò che ho vissuto.

Ora, analizzando il percorso della devianza, dalle due esperienze, non saprei spiegare perché si arrivi a sbagliare. Pur crescendo in una famiglia onesta, si può arrivare a fare il delinquente.

Per quanto riguarda la mia idea di libertà, io mi sento libero da quando ho accettato Dio, chiedendo perdono innanzitutto per i miei peccati. Mi sono liberato di questo peso che mi stava distruggendo, chiarendo tutto con la Procura di Milano. Mi sono rialzato grazie a tutti i percorsi che ho fatto in carcere: frequentando la scuola, i corsi offerti, il teatro e il corso sulla trasgressione. È un percorso importante per tutti noi. Ci ha aiutato ad aprirci e a sentirci come una famiglia, senza pregiudizi. Sono convinto che questo problema non ce l’abbia solo io, ma un po’ tutti, chi più, chi meno. Vorrei essere utile al corso e creare qualcosa di serio e lavorativo, che un domani possa essere utile anche ad altri.

Grazie a tutti e soprattutto a te, Federica, che sarai una futura criminologa. Vorrei condividere con te e fare un’analisi insieme al dottor Aparo e a tutto il gruppo. Grazie.

Prestia Leonardo, per gli amici Dino

Percorsi della devianza

Le interviste con Delitto e Castigo

Le interviste a Giornale Radio, settimana dopo settimana, si stanno trasformando, da interviste ai componenti del gruppo della trasgressione e alle persone che hanno diretti contatti col gruppo, in una piattaforma per riflettere su come nasce la devianza: quali sono i sentimenti, i pensieri, le ideologie che sono alla base dello stile di vita deviante e quali possano essere i modi più utili di prevenirla nell’adolescenza e contrastarla durante e dopo l’esecuzione della pena.

Alla trasmissione “Delitto e Castigo” si succedono dunque detenuti, operatori, familiari di vittime della criminalità, ma anche giornalisti e insegnanti, comuni cittadini e professionisti di vari ambiti per tentare di capire cosa ci si aspetta dalle istituzioni preposte a occuparsene. Le interviste, di solito individuali, stanno diventando via via conversazioni polifoniche, anche per mettere a frutto le varietà di opinioni che, comprensibilmente, si hanno in materia.

Lo scritto di Antonio Tango rientra in un’iniziativa partita circa 20 anni fa, il cui titolo, “Giornale del falso” voleva anche essere un modo provocatorio per discutere sui diversi modi di interpretare il ruolo del giornalista. A volte, infatti, sembra che il giornalista abbia quasi l’acqualina in bocca mentre riferisce di morti e feriti in un incidente.

Comunque, al di là di come possa essere interpretato il ruolo di chi racconta al lettore cosa accade nel mondo, la notizia di cui al link non ha nulla di vero, perché presentata su un giornalino beffardo che punta a stupire e conquistare l’attenzione del lettore esclusivamente con notizie false, integralmente campate per aria, senza dunque alcuno spargimento di sangue, senza sesso, senza soldi, senza tragedie; solo ironia su desiderabili ma improbabilissimi eventi paradossali: Il governo emana l’indulto, ma i detenuti si rifiutano di uscire

Juri Aparo

Il Giornale del falso – Delitto e Castigo