Andrea Gianni

Andrea Gianni – Intervista sulla creatività

Andrea Gianni è un giornalista e si occupavdi temi diversificati inerenti alla cronaca giudiziaria, al mondo del lavoro e all’economia. Secondo l’intervistato, nel suo lavoro è fondamentale la capacità creativa, in quanto tutti i giorni deve trovare il modo per scrivere una notizia che altri giornalisti non hanno intercettato o, al contrario, una notizia largamente diffusa che deve essere riportata in maniera originale rispetto ad altre testate giornalistiche. Ogni giorno ha davanti a sé una pagina bianca di giornale da riempire e deve andare alla ricerca di una notizia interessante da raccontare, con l’obiettivo di attirare il lettore con un articolo sensato e non ripetitivo. Secondo Andrea Gianni però, la creatività nel suo lavoro si esprime anche nella capacità di risolvere problemi, come può essere, per esempio, l’andare alla ricerca della fonte più credibile di informazioni su cui poi scrivere la notizia.

 

Anita: Che cos’è per te la creatività?

Andrea Gianni: Definirei il concetto di creatività riportando ciò che fanno i miei due figli piccoli, uno di due anni e l’altro di sei mesi. I bambini sono pieni di creatività e tutto ciò che fanno è da intendersi come azione creativa. La creatività quindi, secondo me, è un’attitudine con cui si nasce, ma che tuttavia si perde crescendo. Sarebbe utile per ciascuno di noi cercare di prendere parte ad iniziative creative e sviluppare progetti che ci permettano di coltivarla durante l’intero arco della vita.

 

Elisabetta: Cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Andrea Gianni: La creatività scatta, in primo luogo, in una situazione di bisogno o in un contesto che in qualche modo riesce a rompere gli schemi della quotidianità. Per esempio, per quanto concerne la mia persona, credo che la creatività scatti dal mio soggettivo bisogno di esprimere qualcosa, attraverso metodi, strumenti e linguaggi che già possiedo, oppure andando alla ricerca di nuove forme di espressione. Anche per quanto riguarda lo sviluppo della creatività penso che esso sia favorito da contesti e situazioni di bisogno. Inoltre, per far sì che la creatività si sviluppi in modo prolifico, non è per forza necessario un ambiente ricco di stimoli. Infatti, una persona si può trovare anche in un ambiente sterile dal punto di vista creativo e proprio questo particolare contesto potrebbe indurla a cercare di renderlo fecondo. Questo diverso approccio all’ambiente circostante dipende dall’atteggiamento soggettivo di ogni singola persona.

 

Anita: Quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Andrea Gianni: Pensando al mio settore, mi viene in mente l’immagine di un foglio bianco da riempire e credo che la creatività possa essere rappresentata come la capacità di collegare insieme diversi spunti e riflessioni e riuscire a dargli un senso.

 

Elisabetta: Che conseguenze può avere l’atto creativo nel rapporto con se stessi e con gli altri?

Andrea Gianni: La conseguenza principale di un approccio creativo alla vita è sicuramente un miglioramento della propria autostima e della propria immagine. Questo perché, dopo aver portato a termine un atto creativo, è inevitabile che la persona si senta meglio, in qualche modo più soddisfatta e appagata. Ciò vale sia nel rapporto con se stessi, sia con gli altri e, come se ciò non bastasse, l’azione creativa può portare benefici sia alla persona che la compie, sia all’individuo che la riceve o la osserva.

Se penso al mio lavoro di giornalista è chiaro che ogni atto creativo ha delle conseguenze benefiche per me in quanto, una volta terminato di scrivere il pezzo, mi sento appagato, soddisfatto e capace, ma provoca dei riscontri positivi anche nel caso del lettore, il quale apprende una notizia a lui sconosciuta o, se non altro, scritta in maniera originale e comprensibile. Io penso che la creatività abbia sempre delle conseguenze positive.

 

Anita: quanto è importante il riconoscimento degli altri per chi realizza un prodotto creativo?

Andrea Gianni: il riconoscimento degli altri è sicuramente molto importante per l’autore. L’atto creativo è difficilmente fine a se stesso ed è sempre rivolto ad una fruizione da parte di qualcuno. Il riconoscimento degli altri ricopre certamente un ruolo considerevole all’interno del processo creativo, da cui le frustrazioni di un artista che non si sente riconosciuto e di uno scrittore che non si sente apprezzato.

 

Elisabetta: esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali destinatari?

Andrea Gianni: mi risulta difficile pensare ad un modo universale di usufruire del prodotto creativo, in quanto dipende dai singoli ambiti. Se penso per esempio al mio campo professionale, credo che il metodo migliore di fruizione di un articolo creativo si riferisca non tanto alle caratteristiche peculiari della persona che lo legge, quanto a quelle dell’ambiente in cui esso viene letto, il quale deve permettere al lettore di mantenere l’attenzione. Sicuramente è meglio leggere un articolo di giornale interessante e creativo in riva al mare, in silenzio e con la possibilità di avere il tempo necessario per riflettere su ciò che si è letto. Oppure seduti ad un tavolo di un bar mentre si beve un caffè, che sicuramente è una modalità di fruizione migliore rispetto a quella che si verifica quando un articolo di giornale viene letto di fretta in metropolitana.

I destinatari sono tutte le persone in generale, il pubblico in toto, in quanto credo che, quando un autore compie un atto creativo, difficilmente lo immagina come rivolto solo ad uno specifico settore del pubblico. Per esempio, quando uno scrittore realizza un libro, la sua ambizione è quella di raggiungere e di comunicare con una fetta della popolazione il più ampia possibile. Deve per forza essere così, altrimenti rimane un gesto creativo e artistico confinato ad una nicchia specifica e all’interno di un percorso già tracciato.

 

Anita: la creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Andrea Gianni: sì, sicuramente ha una funzione sociale. Tanto per citarne alcuni, molto importanti sono i progetti con i disabili o con gli alunni all’interno delle scuole. In questi contesti è facile trovare numerosi progetti e attività che si pongono come obiettivo quello di sviluppare la creatività fin dai primi mesi di vita.

La creatività ricopre una funzione sociale importantissima, in quanto senza di essa saremmo dei robot che si limitano a lavorare, mangiare e dormire. Inoltre, ha una funzione sociale utile non solo per gli utenti che fanno parte categorie svantaggiate ma, al contrario, per tutti i cittadini.

 

Elisabetta: Parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cos’è per il bambino, per l’adolescente, per la persona adulta?

Andrea Gianni: Secondo me, per il bambino tutto è creativo: se penso alla mia esperienza pratica con i bambini, il fatto di riuscire a gattonare o di riuscire a superare un ostacolo per arrivare ad un giocattolo è tutto un atto creativo perché rappresenta un modo di risolvere i problemi nella maniera più efficace possibile. L’adolescente invece si trova in una fase di mezzo tra la perdita della creatività “pura” del bambino e il bisogno di ricercare una creatività che possa poi accompagnarlo nell’età adulta. Io credo che per la persona adulta sia più difficile sviluppare la creatività perché non si hanno strutture intorno che aiutino a incentivare la propria creatività e si è lasciati un po’ a sé stessi.

 

Anita: E in che modo può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Andrea Gianni: Secondo me, l’incidenza della creatività nelle relazioni sociali è molto importante. L’atto creativo è sempre rivolto all’altro, quindi è parte fondamentale della costruzione della percezione che gli altri hanno di te. Inoltre, è sicuramente un modo per mettersi in comunicazione con gli altri, trasmettendo le proprie emozioni e sentimenti. Per esempio, la stesura di un articolo di giornale ha sempre lo scopo di trasmettere al lettore determinate sensazioni e vi è un lavoro creativo nella ricerca delle parole o della sintassi da utilizzare.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Andrea Gianni: Io credo che possa essere entrambe le cose: per un artista è un dono innato, che lo spinge durante lo sviluppo della propria arte; tuttavia, credo che chiunque possa svilupparla e coltivarla.

 

Anita: A scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Andrea Gianni: Sicuramente degli effetti positivi: è importantissimo secondo me iniziare a sviluppare la creatività da bambini; quindi, la scuola dovrebbe dare a tutti la possibilità di avere spazi comuni e ore dedicate allo sviluppo di essa.

 

Elisabetta: Pensi che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Andrea Gianni: Si, avendo la creatività un effetto sempre positivo, può essere utilizzata nelle attività di recupero sia all’interno che all’esterno del carcere. Credo che sia soprattutto un modo per educare alla creatività persone che magari non hanno mai avuto la possibilità di interrogarsi su di essa e quindi di scoprirne il potenziale.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

Interviste sulla creatività

Gruppo della Trasgressione: Istruzioni per l’uso

La mia esperienza di tirocinio al gruppo si è quasi conclusa, ma mi ritengo fortunata: ho imparato tanto. Per questo motivo, vorrei condividere con i futuri tirocinanti alcune istruzioni per trarre il maggior vantaggio possibile dall’esperienza che, se vorranno, andranno a fare.

  1. Non fatevi spaventare. Ricordo che durante i primi incontri ero sconvolta e terrorizzata dai modi del prof. Non posso promettervi che i modi cambiano con il passare del tempo, ma ci si abitua e si comprende che sono più utili di quanto sembrano, perché permettono di uscire dal proprio guscio e di crescere individualmente e professionalmente.
  2. Prendetevi il vostro tempo. Imparate a conoscere il gruppo partecipando agli incontri, se è possibile di persona, e prendetevi il vostro tempo per conoscerlo e interagire con esso. Ognuno ha i suoi tempi, e non siete obbligati a rimanere se non vi trovate a vostro agio. Non abbiate paura di fare domande e di mettervi in gioco, vi assicuro che con il passare del tempo imparerete ad apprezzare la fluidità e l’essenza del gruppo. L’importante è provarci!
  3. Sentitevi liberi di sviluppare un pensiero critico. Al gruppo si può parlare di qualsiasi cosa, basta riuscire ad argomentarla. Sentitevi liberi di proporre nuovi argomenti o di contribuire alla discussione, l’importante è essere coerenti con il proprio discorso. Per esempio, una leggenda narra che un componente del gruppo abbia parlato per un ora delle emorroidi, costruendo un discorso logico e utile ai fini della discussione.
  4. Partecipate in modo attivo. Gli eventi e le attività, sia all’interno che all’esterno del carcere, sono una componente fondamentale del gruppo e sono utilissimi per comprendere le funzioni che il gruppo svolge. Partecipando agli eventi avrete la possibilità di comprendere le strategie che il gruppo adotta per affrontare diversi temi, e magari, se siete fortunati, avrete anche la possibilità di assistere ad una rapina!
  5. Create un rapporto con gli altri membri. Probabilmente è banale dirlo, ma la forza principale del gruppo è il gruppo stesso. Per questo motivo credo sia fondamentale creare un rapporto di fiducia reciproca con gli altri componenti, poiché permette di creare un ambiente in cui chiunque possa sentirsi accolto e protetto, e magari anche di amicizia. E credetemi, se si stabilisce un buon rapporto, è anche più facile svegliarsi alle otto di sabato mattina per andare a vendere la frutta.

In conclusione, non abbiate paura di buttarvi e farvi travolgere da questa esperienza. Vi assicuro che ne trarrete vantaggio, sia a livello personale che professionale. E se provate una strana sensazione allo stomaco non preoccupatevi: sono solo farfalle!

Anita Saccani – Tirocini

Giusi Fasano

Giusi Fasano – Intervista sulla creatività

Giusi Fasano è scrittrice e giornalista. Lavora per il Corriere della Sera dal 1989, occupandosi principalmente di cronaca nera e giudiziaria. Nel suo lavoro applica la creatività nella ricerca delle parole per trasmettere al meglio i fatti di cui scrive.

 

Elisabetta: Cos’è per lei la creatività?

Giusi Fasano: Ho imparato nel tempo che la creatività è come la fame: viene mangiando. Nel mio caso personale, la creatività è imparare a utilizzare le parole e il linguaggio, facendo tesoro sia della quotidianità sia dell’emotività. La creatività aiuta l’empatia e la comprensione delle cose, così come le parole giuste: noi siamo parole, i fatti sono parole e la capacità di trasporre l’emotività nelle parole è creatività.

 

Anita: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Giusi Fasano: Nel processo creativo in generale gli ingredienti sono legati a ciò che tu puoi attingere dalla vita per quello che fai. Per esempio, se tu sei una persona che nella vita è sempre stata in contatto con il dolore dei bambini in ospedale, come può essere un pediatra oncologico, il processo creativo potrebbe prendere spunto dal bisogno che gli altri hanno di stare meglio, quindi, in questo caso, il medico potrebbe travestirsi da clown per far si che un bambino prenda con più leggerezza una medicina.

Per me personalmente il processo creativo riguarda l’utilizzo e la mescolanza delle parole; riguarda anche il modo particolare di raccontare tutto l’insieme, costruendo un percorso di lettura per chi leggerà. Credo siano molteplici i fattori che contribuiscono al processo creativo: dall’esperienza passata all’emotività di un momento preciso, dal rapporto con gli altri alla capacità di cercare strade alternative.

 

Elisabetta: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Giusi Fasano: A volte mi capita di non sentirmi in grado di trasmettere agli altri quello che le persone di cui devo scrivere mi raccontano e, quando mi succede, m’incazzo. Questa mia incapacità di farmi portatore del messaggio mi induce ad avviare un processo che diventa creatività. Informarsi e cercare di approfondire il più possibile le cose dà luogo a un processo che ti permette di costruire un articolo partendo da un dettaglio. Questa ricerca, quindi, permette a me di sviluppare la mia creatività. Le condizioni, nel mio caso di giornalista, dipendono dal desiderio di essere il più possibile comprensibili, empatici e capaci di riprodurre il  pensiero altrui.

 

Anita: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Giusi Fasano: Conseguenze benefiche. Se creatività è lavorazione del pensiero che tu vuoi trasmettere, lavorazione delle parole e lavorazione anche dei pezzetti di vita o di cose che stai facendo per poter convivere con gli altri, se creatività è tutto questo, allora è benefico ed è salvifico avere la possibilità di incamerare pensieri e, in qualche modo, plasmarli per poterli fare tuoi e per poterli trasmettere agli altri. Io non credo ci sia un’accezione negativa della parola creatività, a meno che per creatività non s’intenda la creatività di un sadico nell’uccidere una persona.

 

Elisabetta: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di se stessa?

Giusi Fasano: Nel mio caso personale, l’atto creativo ha un’incidenza relativa perché io non riesco ad essere molto compiaciuta di quello che faccio. Per carattere, io sono una persona piena di dubbi, sempre disposta a rivedere le cose e, quindi, l’auto-esaltazione per un processo creativo non è una cosa che mi appartiene. Sono in grado di capire bene quando una cosa che ho fatto ha un valore, ma non riesco a gioirne pienamente.

 

Anita: Nel rapporto con gli altri il suo atto creativo cosa determina?

Giusi Fasano: Essere singolari, essere unici: ognuno di noi può scegliere di essere banale, di seguire un flusso, di accodarsi a qualcosa oppure di essere particolare e di cercare un modo che caratterizzi se stesso per la persona che si è. Secondo me, le persone uniche si riconoscono sempre perché hanno sicuramente della creatività nel loro modo di fare.

 

Elisabetta: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Giusi Fasano: Tutto quello che noi facciamo rispetto al mondo e agli altri lo facciamo perché gli altri riconoscano in noi il nostro modo di essere e che approvino, chi più e chi meno, il nostro modo di fare e il nostro comportamento. Io credo che senza gli altri non avvieremmo gran parte dei nostri processi creativi, perché non avremmo nessuno a cui mostrarli. L’accettazione e l’approvazione degli altri sono una grande spinta per il processo creativo. Al di fuori del bisogno del consenso altrui rimane quella piccola parte che facciamo per noi, che è uno spazietto che ci ricaviamo per crescere con noi stessi.

 

Anita: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Giusi Fasano: Direi che le prime persone che beneficiano del prodotto creativo sono gli autori stessi. Io penso che l’esplosione della creatività nella vita sia anche legata all’età: i giovani sono dei fruitori assoluti del loro prodotto creativo. Lo scoprire di avere un talento creativo durante l’età adolescenziale o nei primi anni da adulti è un’esplosione di sensi e di sensazioni che dura a lungo, che fa crescere e che aiuta l’orologio della vita a segnare delle ore precise, che possono ricordarti i diversi modi in cui sei cresciuto. Inoltre, credo che i fruitori del prodotto creativo siano anche quelle persone che hanno curiosità nella vita e anche coloro che sanno utilizzare il loro pensiero creativo applicandolo sia alla creazione manuale che alle cose di ogni giorno. Banalmente, la fruizione del prodotto creativo può andare da mio padre che s’inventa soluzioni creative per riparare gli oggetti in casa sino al grande scienziato che sperimenta qualcosa e si ritrova con l’invenzione del secolo.

 

Elisabetta: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Giusi Fasano: di primo impatto mi viene in mente il film Ghost, in particolare la scena in cui la protagonista sta costruendo un vaso in argilla. Se penso alla creatività intesa come realizzazione di un prodotto creativo fisico, come per esempio un vaso, un quadro, un’opera di architettura, mi viene in mente qualcosa che si realizza sotto gli occhi dell’autore… ad esempio, gli artigiani che a Murano creano il vetro allungandolo, gonfiandolo e stringendolo.

Per quanto riguarda i prodotti della creatività intesa in senso astratto invece, come per esempio la scrittura di un libro, un articolo o un saggio, non mi viene in mente nessuna immagine che possa ben rappresentarla, in quanto è un processo molto più lento, che può durare per giorni, mesi o anni. Per esempio in questo periodo sto scrivendo un libro che è stato definito come un esperimento letterario creativo, e penso davvero lo sia, però, se penso a un’immagine che ben rappresenti la creatività, non mi viene in mente il mio libro e il pensiero che vi sto scrivendo, ma qualcosa di tangibile e concreto.

 

Anita: pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

Giusi Fasano: Semmai, io vedo un collegamento tra depressione e mancanza di creatività. Pensiamo ad una persona ipercreativa, come ad esempio Andy Warhol che io definisco a metà tra la sfera intellettuale e quella pratica o anche Monet. Secondo me, persone di questo tipo, nel momento in cui non riescono più a dipingere, a creare e a trasmettere il loro messaggio, risultano esposte a un abbassamento del livello della felicità, della soddisfazione e della voglia di vivere, con la conseguenza che possono addirittura sviluppare una  depressione. Se io oggi non riuscissi a scrivere più niente, se non avessi più un pensiero che mi soddisfacesse dal punto di vista della comunicazione, penso che probabilmente mi deprimerei. In questo senso non intendo dire che la depressione inibisce la creatività; dico piuttosto che la persona ipercreativa, con mille idee sempre innovative, credo sia difficile che possa deprimersi perché si fa forte di questa sua capacità di vedere il mondo in modo creativo. Al contrario, una persona che per mille ragioni non trova più l’ispirazione oppure non riesce a metterla in pratica, è pericolosamente esposta alla depressione proprio perché non si percepisce più come persona creativa.

 

Elisabetta: quando un prodotto creativo è per lei davvero concluso?

Giusi Fasano: un prodotto creativo si può considerare concluso quando l’autore si sente soddisfatto guardando ciò che ha creato, non ha importanza se lo è davvero o meno. Se il creativo percepisce che il suo prodotto creativo è concluso, è come se all’interno di esso non ci potesse più entrare nemmeno un grammo di creatività. Il tentativo di eccedere nella creatività, stimolarla ancora e ancora fino a portarla allo stremo, diventa distruttivo per la stessa creatività.

 

Anita: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale, e se sì, quale?

Giusi Fasano: la creatività ha sicuramente una funzione sociale, più nello specifico rieducativa. Può essere utile per tutte quelle categorie fragili di persone che si trovano in difficoltà e che hanno bisogno di essere seguite nel loro percorso di vita. Se questi individui vengono esposti e stimolati alla creatività, sicuramente la creatività potrà restituire loro pezzi di vita perduti, pezzi di felicità dispersi o pezzi di sé.

 

Elisabetta: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Giusi Fasano: di base penso che la creatività sia un dono naturale. A conferma di ciò, penso ad alcune persone dotate di una creatività esplosiva come ad esempio Mozart che, a quattro anni, sapeva riconoscere se un musicista avesse prodotto una nota di un’ottava più alta o più bassa rispetto all’intera melodia. Ecco, in questo caso sicuramente la sua creatività era un dono innato. Nonostante sia un dono, è possibile anche coltivarla allenandosi continuamente ad esprimerla anche nelle attività quotidiane.

Questo però non vuol dire che l’accesso alla creatività regali automaticamente la capacità di metterla in pratica. Per esempio, se paragonassimo la creatività ad una stanza con le pareti piene di colori e di immagini, il semplice fatto che una persona abbia accesso alla stanza e riesca ad entrarci, non significa che automaticamente diventi in grado di produrre qualcosa di creativo. Tutto dipende dalla propensione, dalla curiosità e dalla personalità di un individuo.

Il fatto che la creatività sia accessibile a tutti può essere confermato anche dai risultati benefici provenienti dai laboratori creativi destinati alle persone con qualsiasi tipo di disabilità, fisica o mentale, grave o lieve che sia. Pur avendo delle evidenti difficoltà, se tali individui vengono stimolati alla creatività e vengono forniti loro gli strumenti necessari per sostituire le mancanze dovute alla condizione di disabilità, riescono anch’essi a produrre, a giocare e a vivere la loro vita in maniera creativa.

 

Anita: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Giusi Fasano: in entrambi i casi, sia a scuola che per il condannato, in quanto la creatività è da considerarsi tale a prescindere da chi la vive e la pratica. La funzione benefica che la creatività può ricoprire per un condannato nella sua cella o in un laboratorio all’interno del carcere è universale. È un risultato magnifico quello che si raggiunge quando si riesce a stimolare una persona e la si spinge a dare voce alla sua vena creativa, in quanto questo processo aggiunge automaticamente ricchezza alla nostra umanità e alla nostra specificità individuale. L’elemento importante, come detto prima, è la stimolazione alla creatività, la quale per un condannato o per un bambino con problemi di salute gravi può arrivare da parte degli educatori.

Sicuramente la stimolazione alla creatività potrebbe avere un ruolo fondamentale e benefico anche per gli adolescenti che nascono e crescono in quartieri disagiati o quelli in cui le attività della criminalità organizzata avvengono alla luce del giorno. Non ha importanza chi sia la persona in condizioni difficili, quanti anni abbia, quale ruolo ricopra o quale educazione abbia ricevuto. La creatività può, a prescindere, aiutarla.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani e Elisabetta Vanzini

Giusi FasanoInterviste sulla creatività

La paura di aprirsi

Non sono mai stata una persona chiacchierona. Sin da quando mi ricordo ho sempre preferito ascoltare gli altri, nutrendomi delle loro storie e senza dare nulla di me in cambio. Ho sempre utilizzato la scusa di avere una vita banale: una famiglia amorevole, un percorso scolastico nella media, un fidanzato stabile. Nulla che valesse la pena di essere raccontato.

Il tirocinio con il Gruppo della Trasgressione mi sta dando la possibilità di accorgermi che la mia è solo paura: paura di prendermi la responsabilità di aver detto una cazzata. Parlare di fronte ad altre persone mi provoca ansia e ho vissuto i primi incontri con un peso sullo stomaco che compariva alla mattina e se ne andava solo alle 17, ad incontro finito. Vivevo le tre ore dell’incontro con la paura che mi chiamassero in causa per avere la mia opinione, e avevo il terrore di dire inutili banalità.

Per un periodo ho anche pensato di annullare il tirocinio, bloccare le ore e trovare un altro ente più strutturato, dove qualcuno mi assegnasse un compito che avrei fatto fino alla fine delle 500 ore e basta. Sono andata a leggermi tutte le relazioni di tirocinio precedenti: molti dicevano che inizialmente si sentivano spaesati quanto me ma in seguito prendevano sicurezza e riuscivano ad integrarsi con il gruppo. Ingenuamente, ed egoisticamente, ho pensato che sarebbe arrivato anche per me il momento di svolta e che avrei dovuto solo aspettare. Mi sono accorta che non funzionava, anzi mi sentivo sempre più a disagio e quasi presa di mira. Poi, piano piano, ho iniziato a partecipare più attivamente, senza parlare perché ancora adesso mi terrorizza, prendendo parte alle interviste e alle trascrizioni delle stesse. Quando ho finito di trascrivere la prima intervista mi sono sentita utile per il gruppo, e vederla pubblicata sul sito mi ha fatto provare la soddisfazione di contribuire ad un lavoro comune.

Ho imparato ad apprezzare ciò che prima consideravo assenza di struttura, ovvero la molteplicità di argomenti trattati e la richiesta continua di partecipazione attiva. Mi sono resa conto che proprio questa è la forza del Gruppo poiché dà la possibilità a chiunque di esprimere la propria opinione e consente a tutti gli ascoltatori di arricchirsi. Non ci sono distinzioni tra detenuti, studenti e liberi cittadini: ci sono solamente persone che si confrontano su diversi temi per arrivare ad una soluzione finale comune.

Devo dire che per comprendere in pieno la forza del Gruppo mi sono servite le parole del professor Aparo: “Le persone s’innamorano e, quando sono innamorate, fanno cose. Dopodiché le persone si disinnamorano, però le cose che hanno fatto rimangono”. Ciò che mi ha fatto riflettere è stato l’utilizzare la parola amore per descrivere le relazioni interne al gruppo. In primo luogo, perché l’amore ha i suoi tempi: ci sono persone che s’innamorano a prima vista, c’è chi ci mette mesi o addirittura anni e c’è anche chi si nega l’amore, per paura o per orgoglio. Allo stesso modo, ci sono persone che s’innamorano del Gruppo sin dal primo momento, e altre, come me, che ci mettono un po’ di più, per il timore di lasciarsi andare. In secondo luogo, l’amore implica fiducia e apertura nei confronti dell’altro: solo donando qualcosa di se stessi si possono gettare le basi per costruire un rapporto solido. Io mi sono approcciata al gruppo con la pretesa di ricevere senza dare e mi sono resa conto di aver gettato le basi sbagliate, che portano alla costruzione di un rapporto instabile. Adesso so che devo lavorare anche su me stessa, provando ad aprirmi di più con gli altri senza avere la paura del giudizio e dandomi la possibilità di sbagliare.

Forse il peso sullo stomaco che sentivo, e sento ancora adesso, erano solo bruchi. E magari, quando si trasformeranno in farfalle mi consentiranno di parlare senza timore per una decina di minuti consecutivi. Speriamo che ciò avvenga entro la fine del mio tirocinio.

Anita Saccani

Tirocini

Fabrizio Jelmini

Fabrizio Jelmini – Intervista sulla creatività

Fabrizio Jelmini pratica fotografia da quando aveva undici anni. La sua passione nasce grazie al contributo dello zio, fotografo di paese, che lo ospitava nel suo negozio durante le estati. Egli ritiene che la fotografia sia per lui un mezzo per approcciarsi alla bellezza e al lato artistico delle cose. Nel corso degli anni ha lavorato in vari settori della fotografia professionale, tra cui il reportage giornalistico e documentaristico, di cui è sempre stato molto appassionato.

 

Anita: Cos’è per te la creatività?

Fabrizio Jelmini: Per quanto mi riguarda la creatività è vita. Tutto quello che fa parte dell’ambito creativo mi ha sempre dato una grande energia. Cambiare l’ordine delle cose mi dà la possibilità di uscire dalla mia classica comfort zone e di attivare un percorso di crescita. L’approcciarsi alla creatività permette una visione di amore.

 

Gloria: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Fabrizio Jelmini: Fondamentale è la curiosità, intesa come capacità di non rimanere legati alle proprie convinzioni. Gli stimoli esterni diventano per me benzina che alimenta il motore della curiosità. Nelle mie esperienze trasversali tutto mi è servito per avere uno spettro diverso a livello visivo.

 

Anita: Cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Fabrizio Jelmini: Io considero la creatività una ricerca costante e di conseguenza non riesco a identificare un fattore determinato che avvia la mia creatività. Nella mia esperienza ho però notato che durante i momenti più pesanti a livello emotivo, il motore di ricerca della creatività era molto più forte.

Per quanto riguarda lo sviluppo, credo sia un susseguirsi di stimoli che alimentano la creatività e le permettono di evolversi. Per esempio, a me è sempre piaciuto scrivere per me e un mio limite è non sapere scrivere bene quanto mi piacerebbe. Il lavoro da documentarista mi ha dato la possibilità di aggirare questo limite: facevo raccontare ad altre persone quello che avrei voluto scrivere.

 

Gloria: Che conseguenze ha sulle tue emozioni e il tuo stato d’animo la produzione creativa?

Fabrizio Jelmini: Dalla frustrazione alla liberazione più assoluta. La frustrazione può dipendere dal periodo di tempo passato per arrivare alla conclusione, durante il quale ti sorgono mille dubbi e domande. La liberazione invece è connessa alla gioia e alla leggerezza di essere riuscito a produrre ciò che prima era solo un’idea che girava in testa.

 

Anita: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso o dell’autore in generale?

Fabrizio Jelmini: Io non smetto di essere fotografo quando appoggio la macchina fotografica. Per me la fotografia non è soltanto professione. Il concetto creativo non si limita soltanto al fatto del fare un progetto fotografico, anzi lo stimolo maggiore mi arriva nel rapporto con gli altri e nella ricerca.

 

Gloria: Nel rapporto con gli altri il tuo atto creativo cosa determina?

Fabrizio Jelmini: Io credo sia fondamentale l’apertura reciproca: se io dovessi fotografarti, senza darti nulla di me ma cercando solamente di prenderti, mi ritroverei con un’immagine esteriore ferma. La mia apertura nei confronti dell’altro fa sì che ciò che mi ritorna è sempre superiore a ciò che do.

 

Anita: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Fabrizio Jelmini: C’è stato un periodo in cui quando producevo del materiale che trovavo estremamente interessante e trovavo qualcuno discorde, ci rimanevo malissimo perché lo portavo sul piano personale. Con il tempo però impari che non puoi piacere a tutti e ci saranno sempre persone con cui avrai più difficoltà a comunicare e a coinvolgere con il tuo prodotto creativo. Quindi adesso non mi pongo più il problema: una volta cercavo di convincere chi la pensava in modo diverso da me, oggi rispetto un punto di vista diverso dal mio e cerco addirittura di utilizzarlo per un’analisi personale, per vedere se può darmi una visione in più rispetto a quello che ho fatto.

 

Gloria: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Fabrizio Jelmini: Tutti possono fruire del prodotto creativo. Penso che sia importante che l’artista crei una connessione con coloro ai quali vuole mandare un messaggio. Io scinderei la fotografia professionale dalla fotografia con scopo introspettivo. Nella fotografia professionale ci sono dei costrutti da rispettare per arrivare ad uno scopo, mentre la fotografia introspettiva è più malleabile e può essere costruita di volta in volta. Questo per quanto riguarda coloro che diventano i soggetti del prodotto creativo. Per quanto riguarda invece il giovamento degli spettatori in generale, non so rispondere a questa domanda perché credo che il giovamento sia soggettivo ed ognuno ne usufruisce a modo suo.

 

Anita: Quale immagine ti viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Fabrizio Jelmini: Io non credo ci sia un’immagine adatta a rappresentare l’atto creativo perché esso è soggettivo. In linea generale credo che debba essere un’immagine che ti faccia star bene. Potrebbe essere anche un’immagine di prospettiva: non quella che hai in mente ma quella che vorresti che fosse, perché diventa una proiezione. Io non ho un’immagine ideale perché preferisco approcciarmi all’atto creativo liberamente e senza essere condizionato da qualcosa di già prefissato.

 

Gloria: Pensi esista una relazione tra depressione e creatività?

Fabrizio Jelmini: Si. Le mie foto più particolari le ho fatte nei momenti di difficoltà. Ricordo che in quei periodi avevo una percezione, un livello di sensibilità, spaventosi. Nei momenti in cui si è più chiusi, si riesce ad ascoltarsi meglio e questo aiuta nella ricerca di nuovi stimoli.

 

Anita: Quando un prodotto creativo è per te davvero concluso?

Fabrizio Jelmini: Non è mai concluso, perché è ciò che vivi in quel momento e ti rimarrà sempre qualcosa di quello che hai fatto. L’essere umano è in continuo movimento, di conseguenza può sempre riprendere un progetto e dargli una nuova vita. Come ho già detto, la creatività è un motore in costante movimento che porta alla continua ricerca di stimoli.

 

Gloria: Pensi che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Fabrizio Jelmini: Si. Per quanto mi riguarda, i lavori che ho fatto in diverse realtà sociali erano spinti dalla necessità di entrare in un mondo diverso dal mio. Credo che sia necessaria la capacità di comunicare in modo chiaro e comprensibile gli scopi del progetto. Ad esempio, uno dei progetti che ho svolto in Brasile aveva come scopo la promozione di una raccolta fondi per la costruzione di un ambulatorio in una favela. Per fare ciò, sono stato ospitato nella favela per raccogliere materiale da esporre. Pochi giorni dopo il mio arrivo, si è presentato davanti alla mia porta un bambino di 7 anni circa, e con fare arrogante ha chiesto di essere fotografato perché aveva sentito dire che le foto sarebbero servite per la raccolta fondi. È stato bellissimo secondo me perché sono riuscito a comunicargli l’importanza del progetto, e a quel punto lui si è offerto volontario, riconoscendo il vantaggio che ne avrebbe ricavato.

 

Anita: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Fabrizio Jelmini: Se dovessi fare una risposta breve direi la seconda. Però bisogna sempre tenere in considerazione le informazioni e il contesto in cui una persona nasce e cresce. Io credo che a chiunque e in qualsiasi momento debbano essere dati gli strumenti per sviluppare la propria creatività. Essa, infatti, non è necessariamente legata ad un banale concetto artistico, ma piuttosto credo sia la capacità di mettersi in gioco in qualunque situazione, cercando di superare i propri limiti e uscendo dalla comfort zone.

 

Gloria: La creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Fabrizio Jelmini: Certo che sì. Io credo che la creatività sia un modo di comunicare e ognuno di noi ha bisogno di comunicare qualcosa agli altri, si tratta solo di trovare il modo giusto. A questo proposito, vorrei raccontarvi di un progetto che ho svolto nel carcere di Bollate, con l’aiuto di Claudio Villa. Il tema del progetto era legato alla libertà e alla giustizia e io volevo rappresentare i detenuti nei loro vari momenti, partendo dalla cella per arrivare ai corridoi e all’esterno. Il progetto è stato accolto positivamente dai detenuti ed è stato per me molto istruttivo, poiché mi sono resoconto che la fotografia non è un mezzo fine a sé stesso ma può essere utilizzata come mezzo per condividere i propri pensieri. Durante il percorso il mio punto di arrivo è cambiato: non mi interessava più far vedere il carcere e la vita interna ad esso, bensì mi sono focalizzato sull’uomo in relazione alla libertà e alla giustizia che lui stesso esprime. Un punto fondamentale deve essere la voglia di comunicare con chi sta dall’altra parte, per renderlo completamente protagonista. La creatività è servita come strumento, ma per realizzare il progetto è stata necessaria la partecipazione attiva e volontaria dell’altro.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani e Gloria Marchesi

F. Jelmini InstagramGalleriaInterviste sulla creatività

Giovanna Di Rosa

Giovanna Di Rosa – Intervista sulla creatività

Giovanna Di Rosa è magistrato e Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano.  Come affermato da lei stessa, il suo incarico le piace molto perché nell’esercizio del suo ruolo ha la possibilità di esprimere la sua creatività, nonostante si tratti di un lavoro di grande responsabilità e accompagnato dal rischio di poter prendere decisioni sbagliate o di non riuscire a intercettare un particolare importante per una migliore visuale della situazione in esame.

Essendo questo un lavoro sull’uomo, la dott.ssa Di Rosa ritrova la creatività in tutti i compiti che è chiamata a svolgere. Ogni giorno si trova nella posizione di dover prendere delle decisioni che incideranno drasticamente sulla vita delle persone coinvolte e adempie al suo compito nella speranza di fornire la risposta più adatta ad ogni singola domanda. Ella ritrova la creatività proprio all’interno di questo tentativo di fornire una decisione che sia ritagliata e cucita nel migliore dei modi per la singola storia in esame, che oltretutto non è mai uguale rispetto ad un’altra storia anche in presenza di condizioni oggettive molto simili.

Secondo l’opinione dell’intervistata, in tutto il mondo della giustizia, anche se può suonare strano, deve essere costantemente applicata la creatività. Basti pensare all’indicazione secondo cui si deve cercare di adattare la norma al caso singolo, che altro non è che un’attività di interpretazione delle leggi. È un compito molto difficile che spesso espone alle critiche dei cittadini, i quali si chiedono come sia possibile che a due imputati che hanno commesso lo stesso identico reato vengano comminate due condanne differenti. Ciò è possibile in quanto ognuno ha la propria storia soggettiva alle spalle, le condizioni che lo hanno portato a delinquere sono differenti rispetto a quelle di qualsiasi altra persona e lo sono anche le modalità con cui il reato è stato commesso, il valore dell’oggetto che è stato utilizzato e una condizione diversa in cui si trova la vittima. Nel campo della giustizia, pensare in maniera creativa significa essere capaci di adattare il ragionamento scientifico e razionale del Diritto alla situazione specifica, in modo tale da far applicare, all’interno di un ventaglio di pene, quella più consona. È grazie a questo principio di azione che viene garantito il sistema della giustizia, in quanto si fa in modo che ad ogni colpevole venga data la punizione che si merita.

Il lavoro svolto dalla dott.ssa Di Rosa risulta essere un’attività interpretativa molto ricca in quanto le parole riportate all’interno delle leggi sono perentorie e pongono dei limiti, quasi come se fossero delle equazioni matematiche. Tuttavia, tra le stesse parole e la realtà concreta in cui dovrebbero essere applicate le leggi, l’immaginazione e la creatività trovano ampi spazi e permettono di applicare delle variazioni, le quali ovviamente devono essere ragionate e motivate.

Il compito del magistrato è quello di fare giustizia applicando la legge, rimanendo all’interno dei canoni prestabiliti ma cercando di modularli, arrivando così certe volte a soluzioni completamente opposte, all’interno di casi apparentemente identici, ma diversi sotto mille sfaccettature.

Tutto questo è il frutto di un’operazione creativa.

 

Elisabetta: Cos’è per lei la creatività?

Giovanna Di Rosa: Io penso che la creatività sia una capacità produttiva della ragione e della fantasia. Penso che la creatività sia un modo di guardare il mondo superando ciò che si vede e cercando di dare risposte diverse da quelle che sono immediatamente percepibili. La creatività è una forma di consapevolezza anche propria perché si dà nuova forma a quello che si vede e quindi ci si appropria di ciò che si vede o si pensa e lo si rende valore interiore. In conclusione, credo sia un modo di esprimere la propria libertà interiore.

 

Anita: Cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Giovanna Di Rosa: La forma tradizionale in cui si sviluppa la creatività è la forma artistica, ma in generale io credo che la creatività sia un modo di orientarsi della mente che genera idee per trovare soluzioni alternative. Credo quindi che si sviluppi in tutti gli ambiti e che non sia solo legata alla forma espressiva, si può anche tradurre in comportamenti tangibili. Per quanto riguarda le condizioni in cui si sviluppa credo che sia particolarmente importante un ambiente stimolante. Ci sono sicuramente persone che sono più propense, per propria natura, a mettersi in discussione e, facendo ciò, riescono a valutare le cose e a pensare in modo più ricco, originale e creativo rispetto a alla prima risposta. Ma credo che la stimolazione esterna possa aumentare le capacità creative anche di persone meno talentuose o con altro tipo di talenti.

 

Elisabetta: Quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Giovanna Di Rosa: In prima battuta, direi un cervello che lavora. Ma andando oltre, penso al mare. Il mare a prima vista può sembrare sempre uguale ma in realtà è in costante movimento e si può presentare in forme diverse. Ciascuno di noi può vedere il mare in questo movimento continuo e lo può personalizzare a seconda di come lo vuole fare proprio.

 

Anita: Che conseguenze può avere l’atto creativo nel rapporto con sé stessi e con gli altri?

Giovanna Di Rosa: Parto dall’arte perché è la risposta più immediata che mi viene, ma la traspongo anche nel mondo quotidiano, in quello che stiamo facendo adesso. Secondo me, è un orientamento della mente che genera idee per trovare soluzioni e risposte alternative, anche utilizzando la fantasia.

 

Elisabetta: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per chi realizza un lavoro creativo?

Giovanna Di Rosa: Io penso che il riconoscimento altrui sia molto importante anche se credo che per alcune strutture di personalità, come per esempio le più chiuse o le più autonome, può essere meno significativo. Personalmente, credo che ottenere il riconoscimento degli altri significa percepire che gli altri hanno compreso quello che si voleva dire e quindi che c’è stato uno scambio. Il riconoscimento spesso è associato al gradimento ma io non credo sia solo questo, piuttosto implica la capacità di comprendere i messaggi mandati dall’artista e la possibilità di avere uno scambio con gli altri. Quindi fa parte della relazione sociale che è alla base di quello che fa qualunque artista.

 

Anita: Esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali destinatari?

Giovanna Di Rosa: Io non credo che la fruizione del prodotto creativo sia destinata solo agli altri, ma ritengo che sia destinata anche a sé stessi, poiché è un bisogno interiore di manifestarsi. Il modo ideale di fruirne credo sia quello di comprenderla a fondo, quindi di mettersi a disposizione con la volontà di ascoltare e di farsi trascinare da quello che è stato il prodotto creativo. Io credo che il principale destinatario sia colui che l’ha prodotto, il resto è l’insieme delle relazioni sociali a cui si vuole offrire questo prodotto. Di norma ritengo che il prodotto creativo sia rivolto a tutti e che non sia differenziato in base a singole categorie. Forse gli artisti che operano settorialmente si orientano verso i settori ai quali sono destinate le loro opere, per esempio immagino che la creatività per bambini sia difficilmente comprensibile dagli adulti, tuttavia anche in questo caso si possono trovare dei messaggi e dei contenuti che possono essere compresi da tutti.

 

Elisabetta: La creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Giovanna di Rosa: Assolutamente sì. Nella mia esperienza professionale ho visto che ci sono state molte iniziative e molti laboratori con questa funzione sociale all’interno delle carceri e sono stati costruiti progetti di vera e propria inclusione sociale. La creatività è una forma per conoscere sé stessi, esprimendosi tramite una tela o un foglio di carta.  La destinazione di questi laboratori creativi è stata quella dell’inclusione sociale ma anche dell’acquisizione delle competenze. La funzione sociale è anche realizzata, secondo me, dal contatto con la materia viva che aiuta ad organizzare la conoscenza e la coscienza propria perché ci metti qualcosa di tuo in ogni prodotto che realizzi. La funzione sociale si esplicita quindi nel far transitare all’esterno queste produzioni proprie, facendo così comprendere che si è tutti esseri umani. Infine, questi laboratori permettono anche di acquisire competenze che possono essere utilizzate per avere una seconda possibilità una volta concluso il periodo di reclusione, soprattutto quelli che hanno utilità più pratiche.

 

Anita: parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cos’è per il bambino, per l’adolescente e per la persona adulta?

Giovanna Di Rosa: finora abbiamo parlato di quella forma di creatività che è maggiormente legata alla consapevolezza del sé. Tuttavia, è necessario prendere in considerazione anche la creatività meno legata alla consapevolezza e, di conseguenza, maggiormente influenzata dall’emotività.  Quest’ultima è più sviluppata nel bambino ed è maggiormente istintiva, meno influenzata dalle sovrastrutture mentali, dalle abitudini e dalle esperienze pregresse. Progressivamente, con l’avanzare dell’età, l’atto creativo diventa sempre meno istintivo e libero e viene sottoposto alle esperienze di vita passate. Più l’individuo cresce, diventa adolescente e poi adulto, più viene addestrato a pensare e razionalizzare ciò che fa e meno riesce ad agire in maniera istintiva e creativa.

 

Elisabetta: in che modo la creatività può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Giovanna Di Rosa: partiamo dal presupposto che realizzare prodotti creativi significa dare vita ai propri pensieri ed esternarli. Offrire agli altri le creazioni personali, frutto del proprio mondo interiore, rende l’autore disponibile alla relazione con l’altro. Quindi credo che la creatività favorisca una migliore comprensione di se stessi e aiuti ad  aprirsi verso gli altri, a stabilire relazioni migliori, più prolifiche, più sincere e più genuine.

 

Anita: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Giovanna Di Rosa: anche rispetto a questa domanda ho parzialmente risposto prima. Abbiamo detto che la creatività è una qualità e un atteggiamento mentale che alcune persone possiedono sotto forma di dono naturale. Quest’ultime sono individui più estrosi, versatili e predisposti a manifestare se stessi attraverso la creatività.

Detto questo, credo che sia possibile stimolare alla creatività anche le persone meno propense ad essa. La creatività è una potenzialità di qualsiasi cervello umano e, se si spinge un individuo alla riflessione e alla messa in discussione dei suoi limiti, allora chiunque può essere portato alla manifestazione di questa potente qualità umana.

Inoltre la creatività, essendo uno strumento per lo sviluppo della personalità, è strettamente legata alla storia individuale di ciascun individuo. Certamente, chi è vissuto in condizioni di deprivazione affettiva, non credo abbia avuto la possibilità di sviluppare questo talento. Magari egli ha un mondo interiore ricchissimo ma, avendo avuto dei modelli di vita improntati solamente su rapporti autoritari non credibili e avendo avuto da sempre l’esempio di valori che vanno contro il rispetto delle regole, non può che avere una percezione alterata di cosa possa voler dire esprimere se stessi in maniera creativa.

Sono convinta che l’essere umano sia fondamentalmente buono. Non credo che esista il male predeterminato e penso che l’uomo sia buono per natura. È compito delle istituzioni cercare di risvegliare l’umanità di chi ha sbagliato attraverso la creatività.

 

Elisabetta: a scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Giovanna Di Rosa: la scuola è sicuramente il primo ambito all’interno del quale prende avvio l’esercizio alla creatività.

La scuola insegna che ci sono due tipi di approccio alla realtà. Il primo è quello matematico e razionale, secondo cui ci può essere un solo risultato corretto alle operazioni matematiche. Allo stesso tempo però, gli insegnanti abituano gli allievi ad essere mentalmente flessibili, spiegando loro che esiste un altro tipo di approccio. Questo viene presentato come maggiormente legato all’emotività, permette di cambiare prospettiva e potenzia l’intelligenza dei ragazzi, in quanto permette di avere numerosi angoli di prospettiva rispetto alla medesima questione.

 

Anita: pensa che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Giovanna Di Rosa: certamente sì. Non solo perché favorisce l’interrogarsi su se stessi, sulla propria storia, su chi si è nel presente e sul proprio progetto di vita, ma anche perché, la modalità di espiazione della pena del condannato deve essere utile, altrimenti è solo una quantità di tempo fine a se stessa che non porta a nessun giovamento.

Gli anni di pena in carcere dovrebbero rappresentare un tempo contenitore della devianza, il quale offre reali possibilità di cambiamento e rieducazione. In caso contrario, il tempo della reclusione non porta a nessun giovamento anzi, favorisce un cambiamento in peggio, caratterizzato da rancore e frustrazione.

Per evitare il rischio di una pena inutile e senza contenimento della devianza, è necessario ricondurre il soggetto al suo progetto di vita.

Poco fa ho utilizzato l’immagine del mare per descrivere la creatività e questo perché immagino l’essere umano come immerso in un continuo flusso in divenire, all’interno del quale nessuno rimane sempre uguale e immobile.

Un’altra qualità dell’essere umano in cui credo fermamente è che l’uomo è capace di cambiare ed evolversi. Io non sono uguale alla persona che ero ieri. Le sollecitazioni di qualsiasi giornata, anche la più banale, portano indubbiamente alla riflessione e aumentano il nostro bagaglio di esperienze. Ciò fa sì che in ogni persona ci sia qualche cambiamento, positivo o negativo, rispetto alla giornata precedente.

Non avrebbe senso far trascorrere ai detenuti interi anni di reclusione senza impegnare positivamente il loro tempo. E allora cosa potrebbe essere utile per il condannato? Lo studio e la formazione, realizzate attraverso la creatività, costituiscono una forma di riparazione, la quale può aiutare a reinventare azioni utili per se stessi e di conseguenza per la collettività.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

Giovanna Di RosaSui dirittiInterviste sulla creatività

Silvio Di Gregorio

Silvio Di Gregorio – Intervista sulla creatività

Silvio Di Gregorio è il direttore della Casa di Reclusione di Milano Opera e, come previsto dal ruolo che ricopre, si occupa di esecuzione della pena e di reinserimento sociale dei condannati. Quest’ultimo aspetto, quello relativo al reinserimento sociale, gli è molto caro. Secondo il suo punto di vista, il carcere non deve essere concepito come un mero luogo di contenimento di chi ha sbagliato. Al contrario, deve essere uno spazio di crescita e di evoluzione costante in cui cercare e creare le possibilità per far sì che le persone decidano consapevolmente di cambiare il proprio modo di vivere.

Su Wikipedia si può leggere che all’interno del Carcere di Opera esistono molteplici attività creative messe a disposizione dei condannati: Leggere libera-mente, progetto di lettura e di poesia; Opera Liquida, compagnia teatrale che lavora all’interno del carcere; Il Gruppo della Trasgressione, composto da detenuti, ex detenuti, studenti e liberi cittadini che svolgono svariati progetti, tra cui il Progetto Scuole, in cui i detenuti diventano agenti di prevenzione del bullismo e della tossicodipendenza nelle scuole milanesi, la rappresentazione del Mito di Sisifo, i concerti della Trsg.band e la bancarella di Frutta & Cultura.

 

Anita: che cos’è per lei la creatività?

Silvio Di Gregorio: la creatività si sviluppa nel momento in cui si mette in campo tutto ciò che può essere utile per il raggiungimento di un obiettivo attraverso strade non consuete e prestabilite a priori. È importante notare come nella creatività non si debbano necessariamente rispettare schemi rigidi, altrimenti si parlerebbe di adattamento alla realtà che ci circonda. Se ci si riferisce alla creatività, invece, si deve mettere in conto che tutto ciò che appartiene al mondo circostante può essere utilizzato per raggiungere un obiettivo.

All’interno del ruolo che ricopro, credo che la creatività trovi ampio respiro poiché devo sempre reinventare un modo nuovo per permettere a chi ha sbagliato di evolversi. Se infatti partiamo dal presupposto che ogni persona è a sé stante ed ha personalità, potenzialità e vissuti diversi dagli altri, comprendiamo che le possibilità di cambiamento che il carcere offre devono essere diverse per ogni detenuto. Ogni giorno vanno inventati modi diversi per toccare le corde giuste del detenuto e per permettergli di trovare la volontà di riscatto personale e la voglia di produrre pensieri e comportamenti che siano in linea con il vivere civile.

 

Elisabetta: cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Silvio Di Gregorio: credo che la creatività nasca dalla volontà di stupire gli altri e di stupirsi. Prende avvio da un desiderio di ricerca di una strada nuova, non ancora esplorata e che consente di realizzarsi in maniera più gratificante rispetto alla soddisfazione che deriva dal rispetto di stereotipi. La condizione da cui prende avvio la creatività probabilmente è la volontà di superamento di un limite, il quale però viene inserito all’interno di un orizzonte molto più ampio a cui il soggetto aspira.

 

Anita: quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Silvio Di Gregorio: questa domanda mi permette di parlare di un progetto che abbiamo svolto di recente qui nel carcere di Opera. Da più di un anno e mezzo, tutto il pianeta subisce le conseguenze negative dovute alla pandemia e il mondo carcerario, esattamente come ogni altra organizzazione ed istituzione della nostra società, è stato messo a dura prova. In questi ultimi mesi io, i miei collaboratori e i detenuti abbiamo visto crollare tutte le nostre poche certezze. È mutato il modo di vivere e di sperimentare le relazioni, ancor di più all’interno di un carcere in cui, per un lungo periodo, non è stato più possibile far entrare nessuna figura educativa né tantomeno i famigliari dei reclusi.

Il progetto nasce dal bisogno di trovare un nuovo punto di riferimento che ci potesse guidare, una specie di faro nella notte, il quale ci potesse dare la forza per non abbatterci e perseguire per la realizzazione della nostra missione. In linea con questa idea, abbiamo cercato un’opera d’arte che potesse sostenerci nel raggiungimento dei nostri obiettivi e questo prodotto creativo è l’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, appesa all’ingresso della direzione.

L’ultima cena, Leonardo da Vinci

Ecco credo che quest’opera possa essere ben rappresentativa anche del concetto d creatività. Il quadro raffigura un tavolo intorno al quale ci sono già dei commensali. Le persone sedute al tavolo non rispondono agli stereotipi della collettività dell’epoca a cui il quadro si riferisce, ovvero 2000 anni fa. Ci si aspetterebbe di vedere personaggi prestigiosi; al contrario, qui sono rappresentate persone comuni, che per di più stanno programmando e realizzando un progetto religioso e di vita veramente inusuale, basato su una visione nuova del mondo che, a distanza di 2000 anni, risulta essere ancora ben radicata nel pensiero collettivo.

Oltre che su questo aspetto rivoluzionario, ci siamo concentrati anche sul fatto che solo i posti al di là del tavolo sono occupati, ma potenzialmente si potrebbero aggiungere altre sedie per fare sedere più persone. Io, i miei collaboratori e i detenuti ci sentiamo tutti rappresentati dai commensali già seduti, ma siamo ben felici di accogliere la collettività esterna e di farla sedere con noi al tavolo della creatività.

Sedersi ad un tavolo e cibarsi è una delle azioni più naturali dell’essere umano, durante la quale egli, spinto dal clima di convivialità, gratificazione e piacere, è libero di esprimere la sua personalità e di comportarsi in maniera spontanea. Quindi, far sedere allo stesso tavolo collaboratori, detenuti e collettività esterna, implica la creazione di uno spazio in cui ognuno, proprio in funzione del fatto che si comporta in maniera naturale, crea un legame profondo con gli altri commensali.

Questo incontro profondo di anime e di pensieri permette di conoscere, laddove ci fossero, le reali intenzioni di cambiamento del detenuto, e crea la condizione necessaria per fare in modo che gli vengano offerte delle possibilità di evoluzione concrete. È necessario far sedere a questo tavolo anche la collettività esterna in quanto, la volontà del detenuto di intraprendere un percorso di introspezione e di rielaborazione di tutti i suoi vissuti, è sicuramente una condizione necessaria, ma non sufficiente nel caso in cui la società non sia grado di accettare un cittadino nuovo.

Quindi, dal nostro punto di vista, quest’opera d’arte rappresenta bene la creatività poiché tutti, detenuti, amministrazione e comunità esterna si siedono al tavolo, portano il loro contributo e, dall’incontro delle nostre idee e competenze, nasce un progetto nuovo, talvolta rivoluzionario ed inevitabilmente creativo.

 

Elisabetta: che conseguenze ha l’atto creativo nel rapporto con se stessi e con gli altri?

Silvio Di Gregorio: l’atto creativo stravolge l’immagine della propria persona, sia nel rapporto con se stessi sia con gli altri. Nel rapporto con se stessi permette un arricchimento di carattere personale, consolida la propria autostima, fornisce una percezione di utilità della propria vita e afferma l’immagine di sé. Anche nel rapporto con gli altri la creatività costituisce una possibilità di evoluzione e di crescita personale. Questo perché, quando noi entriamo in relazione con un altro essere umano che è creativo, innovativo e portatore di una ricchezza, veniamo messi nella condizione di potere arricchire anche la nostra persona e lo stesso rapporto con l’Altro.

 

Anita: quanto è importante il riconoscimento degli altri per l’artista?

Silvio Di Gregorio: l’artista ha una responsabilità molto importante in quanto, proprio perché opera ed agisce nell’area di tutto ciò che viene considerato esteticamente bello, è destinato a toccare le corde più delicate dell’essere umano, gli anfratti più profondi che fanno vibrare l’anima delle persone. Quindi l’artista non deve solamente realizzare un prodotto accettabile e comprensibile, ma ha anche la responsabilità di dare vita a qualcosa che sia in grado di colpire nel profondo lo spettatore. Quando il creativo riesce a portare a termine questo compito e a suscitare nel pubblico una reazione di stupore, vive egli stesso una sensazione di appagamento che nutre la sua creatività e gli permette di iniziare un altro progetto creativo.

 

Elisabetta: Esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali fruitori?

Silvio Di Gregorio: Io non penso che ci sia un modo ideale da seguire per interpretare un atto creativo. Se un prodotto è creativo e deve stimolare la fantasia delle persone non è possibile spiegare le funzioni della creatività come se fossero istruzioni per l’uso. La creatività è destinata a toccare ogni singola persona in modo diverso, un po’ come un trattamento: l’artista ci mette il suo ma anche chi si accosta all’opera d’arte deve metterci la volontà di lasciarsi stupire e coinvolgere. Di conseguenza credo che chiunque possa essere destinatario dell’atto creativo.

 

Anita: La creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Silvio Di Gregorio: Certamente, la creatività ha il compito di ispirare le azioni umane e di spronare le persone ad emulare ciò che è stato visto. La creatività, soprattutto nel campo dell’arte, stimola le persone a spingersi oltre i limiti di quelle che sono le proprie conoscenze ed è un modo per spostare l’asticella sempre più lontano, sia nell’arte che nella cultura generale.

 

Elisabetta: Parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cosa è per il bambino, per l’adolescente, per la persona adulta?

Silvio Di Gregorio: Io credo che l’elemento che accomuna tutte e tre le fasi sia lo stupore, che è molto evidente nel bambino e meno nell’adulto. Probabilmente se anche l’adulto riuscisse a mantenere vivo il bambino che è in lui e quindi a utilizzare la voglia di scoperta del bambino durante le sue fasi di crescita, potrebbe riuscire a mantenere alta la capacità di stupirsi e di inventare.

 

Anita: e in che modo può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Silvio Di Gregorio: Approcciarsi a ogni relazione con lo stupore e con la voglia di conoscere, di apprendere è un atteggiamento molto positivo e denota apertura nella relazione con l’altro. Sottolineerei che lo stupore e la voglia di apertura permettono un approccio migliore nel relazionarsi con gli altri e l’arricchimento della relazione stessa.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Silvio Di Gregorio: Credo che la creatività sia qualcosa che appartiene a tutti, ma necessita di essere allenata come tutte le altre doti e virtù umane. Nell’adulto forse questo senso innato deve essere riscoperto perché molto spesso lascia il posto ad altri tipi di filtro che possono essere la ragione, l’esperienza, la delusione e via discorrendo. La creatività è una dote che ognuno di noi ha e che può essere coltivata e accresciuta attraverso l’allenamento.

 

Anita: A scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Silvio Di Gregorio: La scuola offre momenti di creatività, soprattutto nei confronti dei più giovani, arricchendo la cultura generale e permettendo di ampliare i propri orizzonti. Non penso che debbano essere dati periodi di tempo aggiuntivi, piuttosto la scuola dev’essere in grado di far percepire agli allievi che attraverso i processi di apprendimento è possibile aumentare la propria creatività. Lo studio deve essere un momento che arricchisce perché offre degli spunti di riflessione che ognuno ha poi il compito di rielaborare.

 

Elisabetta: Pensa che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Silvio Di Gregorio: Sicuramente, senza creatività non si va da nessuna parte. Sarebbe riduttivo pensare di poter catalogare una persona attraverso caratteristiche fisiche o comportamentali. Attraverso la creatività, infatti, l’uomo si scopre continuamente e ha la possibilità di interrogarsi su se stesso. Non si può definire un’attività più creativa di un’altra, ogni cosa che si fa è creativa. La vita offre in ogni occasione opportunità di crescita e di miglioramento personale continuo: se una persona affrontasse la propria esistenza nell’ottica di migliorarsi probabilmente si arricchirebbe ogni giorno.

 

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

 Silvio Di GregorioInterviste sulla creatività

La bancarella di Viale Papiniano

Sabato 19-06-2021 – Milano

Alice Viola

Adriano Sannino, Maddalena Baù

Adriano Sannino, Alice Viola, Anita Saccani, Elisabetta Vanzini, Roberto Cannavò, Arianna Picco,

Adriano, Alice, Anita, Elisabetta, Roberto, Arianna, Khaled Al Waki

Adriano, Arianna, Elisabetta, Angelo Aparo, Alice, Roberto Cannavò, Anita Saccani

Adriano Sannino, Alice Viola, Arianna Picco, Roberto Cannavò, Elisabetta Vanzini