Andare oltre

Quando ho concluso la laurea magistrale, l’idea di iscrivermi ad una scuola di specializzazione non mi sfiorava nemmeno. Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con lo studio: studiavo più per dovere che per piacere, e il fine ultimo era il dover dimostrare agli altri, e a me stessa, di essere intelligente. Ai tempi del liceo, credevo che l’intelligenza fosse determinata solo ed esclusivamente dalla capacità di studiare e, di conseguenza, i voti che ricevevo diventavano, per me, un giudizio oggettivo e inconfutabile sulla mia intelligenza. Durante l’università, il mio rapporto con lo studio è migliorato: probabilmente grazie agli argomenti, che riuscivano a stimolare di più la mia curiosità e voglia di imparare. Tuttavia, la connessione tra studio e intelligenza era sempre presente e vivevo ogni risultato di esame come un giudizio sulla mia persona. Di conseguenza, non appena ho finito di discutere la tesi ho tirato un sospiro di sollievo: finalmente era finita.

Cosa è cambiato in questi tre anni? Cosa mi ha spinto a decidere di mettermi in gioco nuovamente e intraprendere un percorso di altri quattro anni?

So che sembra assurdo, ma credo che la “colpa” sia del carcere. O meglio, del Gruppo della Trasgressione. Quando ho iniziato il tirocinio post lauream al Gruppo della Trasgressione, non credevo che sarei riuscita a terminare le ore necessarie per il tirocinio: lo psicologo psicoterapeuta fondatore del Gruppo, Angelo Aparo, era, ed è ancora, un professionista alquanto particolare. Io volevo semplicemente svolgere le mie ore di tirocinio il più velocemente possibile, passando per lo più inosservata ma non mi è stato permesso e oggi, di questo, gli sono grata.

Il dottor Aparo lavora da più di quarant’anni come consulente psicologo nelle carceri presenti nel territorio milanese e nel 1997 ha fondato il Gruppo della Trasgressione, che può essere definito come un tavolo di confronto che utilizza la devianza, in tutte le sue forme e sfaccettature, come punto di partenza da cui generare riflessioni sull’essere umano e a cui siedono studenti, detenuti e liberi cittadini.

Nel suo ruolo di coordinatore del Gruppo, il dottor Aparo pretende partecipazione da tutti i presenti al tavolo. Per me, questo, è stato difficilissimo: in primo luogo perché non mi sono mai sentita a mio agio a parlare di fronte alle persone. Ho sempre il timore di dire una cosa sbagliata o in modo poco chiaro. In secondo luogo perché sono partita con il piede sbagliato: in quanto tirocinante pensavo di dover imparare solamente dal dottor Aparo, ci ho messo un po’ di tempo a capire che in realtà, per poter sfruttare al massimo il mio tirocinio, dovevo aprirmi al Gruppo e alle sue dinamiche. Non è stato facile, ancora oggi ci sono dei momenti in cui faccio fatica e mi sembra di brancolare nel buio.

Il Gruppo è stata la mia prima esperienza di psicoterapia: gli argomenti trattati mi hanno permesso di scoprire e comprendere parti di me che non conoscevo, o che forse non volevo vedere. In particolar modo, al Gruppo ho imparato a confrontarmi con le mie emozioni e, soprattutto, a utilizzare il mio sentire come punto di partenza per elaborare un pensiero critico e costruttivo.

Ricordo ancora l’agitazione di quando sono entrata per la prima volta nella casa di reclusione di Opera. Ho impressi nella memoria gli sguardi, le sensazioni e i colori di quel giorno, ma non sono sicura di essere in grado di spiegarli. Avevo uno strano peso nello stomaco quando mi sono seduta al tavolo con diversi ergastolani. Pensavo di trovare sguardi freddi e calcolatori, mancanza di empatia e tentativi di manipolazione, invece ho trovato sguardi timidi e riservati, occhi emozionati, persone alla ricerca della presenza dell’altro. Ho impiegato un po’ di tempo ad abbassare le difese che mi ero costruita, basate principalmente su preconcetti e pregiudizi, e a concedermi di vedere l’altro.

Non so bene cosa mi riserverà il futuro ma l’idea di lavorare in carcere ormai è abbastanza radicata dentro di me. L’aspetto che trovo più interessante della psicoterapia è la costruzione di una relazione e credo che questo sia un aspetto fondamentale in un mondo come quello del carcere. L’articolo 27 della costituzione prevede che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato; le case di reclusione investono quindi in progetti, formulati molto spesso da cooperative o associazioni esterne, che consentano ai detenuti di imparare un lavoro che possa permettere loro di ottenere una stabilità una volta conclusa la pena, con la speranza che questa stabilità li aiuti a non commettere più reati. Il lavoro viene quindi spesso considerato come punto cruciale nel successo della rieducazione, ma io credo che questa sia la strada più facile e meno dispendiosa in termini di energia mentale.

Trasgredire deriva dal latino e letteralmente significa “andare oltre”. Nel linguaggio comune, si utilizza per definire comportamenti o azioni che vanno oltre il limite consentito solitamente dalla legge, ma in alcuni casi anche della morale. Commettere un reato equivale a compiere una trasgressione, ma cosa spinge una persona a farlo?

L’opinione che mi sono formata io è che una persona commette un reato quando non è più in grado di riconoscere nell’altro un suo simile. L’altro diventa un oggetto e, in quanto tale, è possibile abusare di esso. Credo quindi che la “rieducazione” di un detenuto debba partire dalla costruzione di una relazione che possa permettergli di identificarsi nuovamente nell’altro. Il riconoscimento reciproco comporta un senso di appartenenza che è necessario per sentirsi parte della società e, di conseguenza, di sentirsi responsabile di essa.

La relazione, inoltre, gioca un ruolo fondamentale nella creazione di un progetto che permette alle persone di sentirsi credibili agli occhi degli altri e di avere un ruolo riconosciuto da altri, considerati pari. Sentirsi parte di una collettività ci aiuta a condividere il peso delle difficoltà o dei fallimenti, personali e non, e ci permette di sopportare meglio la fatica necessaria al rapportarsi con i conflitti che si generano in noi.

Uno degli aspetti con cui mi confronto spesso in carcere è la “facilità” con cui si precipita nella strada della devianza, le storie che sento sono molto simili: si inizia quasi per gioco, commettendo piccoli reati che altro non fanno che anestetizzare il cervello, facendo diventare l’abuso nei confronti dell’altro l’unico mezzo disponibile per ottenere un riconoscimento illusorio e una sensazione di potere. La devianza è una strada relativamente facile, in cui molto spesso si ottiene tutto e subito, e questo non basta mai. Perché forse, sotto sotto, si sente di non stare facendo alcuna fatica ed è necessario fare fatica per sentirsi appagati.

La costruzione di una relazione sana ci permette di sentirci accolti, accuditi e accompagnati nelle nostre fatiche e di riscoprirci consapevolmente responsabili di esse. La relazione è un contenitore sicuro, nel quale i conflitti possono essere un punto di partenza per una crescita consapevole.

Leggendo “Domanda e risposta” di Sergio Erba, mi sono trovata a riflettere sull’importanza di costruire una relazione tra terapeuta e paziente nella quale la responsabilità della relazione stessa sia distribuita equamente su entrambi. L’istituzione non attribuisce al detenuto nessuna responsabilità, se non quella del reato per cui è condannato, e in questo modo non gli permette di riconoscersi in qualcosa ma alimenta il suo isolamento ed estraniamento dalla società.

Gli anni al Gruppo della Trasgressione mi hanno insegnato che la costruzione di una relazione terapeutica è possibile anche all’interno di un carcere e, soprattutto, la conoscenza di sé è parte fondamentale del processo.

La volontà di approfondire alcuni aspetti di me stessa e riuscire a convivere in modo sereno con essi mi ha spinto ad intraprendere un percorso di analisi personale prima, e la decisione di iscrivermi ad una scuola di psicoterapia dopo.

Sono arrivata al Ruolo un po’ per caso, sentivo di avere il bisogno di iscrivermi ad una scuola perché gli strumenti che avevo non mi bastavano più e mi era, ed è, tornata la voglia di studiare, approfondire e incuriosirmi. Allo stesso tempo però avevo mille dubbi: sarei stata in grado di essere continuativa per quattro anni? E se avessi scelto un approccio non adatto a me? Come faccio a sapere che sarà la scelta giusta?

Credo che uno degli aspetti che mi ha portato a iscrivermi al Ruolo sia, per rimanere in tema, la responsabilità che mi è stata data nel momento della scelta. Questo mi ha consentito di poter essere sincera con me stessa e consapevole di aver scelto in prima persona, per un interesse mio e senza la possibilità di crearmi scuse.

Questo primo anno è stato intenso ed è coinciso con alcuni aspetti importanti della mia vita, tra cui, il compiere trent’anni, la decisione di sposarmi e la perdita di mio nonno. La scuola è stata per me fonte di conoscenza, confronto e ispirazione. Ha giocato anche un ruolo nella mia relazione terapeutica perché mi ha permesso di riscoprirmi paziente ed è stato molto faticoso: come si fa ad essere contemporaneamente paziente e apprendista terapueta? Chissà se il mio terapeuta mi porterà in supervisione? Che tipo di paziente sono io?

Mi sono divertita ad interrogarmi su queste domande e ad interrogare anche il mio terapueta e credo che questo sia stato utile alla nostra relazione.

In conclusione, considero l’inizio di questo percorso come l’inizio di una trasgressione: andare oltre i limiti che mi sono creata e permettermi di crescere sia come persona che come futura terapeuta. Credo che la trasgressione faccia parte dell’essere umano e, se compresa, riconosciuta e incanalata in modo costruttivo, possa essere una spinta potente nella costruzione di un equilibrio personale.

Dopotutto, anche Galileo Galilei è stato un trasgressore, giusto?

Anta Saccani

Il Gruppo della Trasgressione

 

Rispondo dunque sono

Durante uno dei miei primi incontri del Gruppo della Trasgressione a Opera, il professor Aparo disse una frase che mi colpì e che, da un po’ di tempo a questa parte, utilizzo anche io per spiegare di cosa si parla al Gruppo: “A questo tavolo non si parla di carcere.” Ricordo che rimasi abbastanza stupita, ero dentro ad un carcere con una decina di detenuti: di cosa potevamo parlare se non di carcere?

In quel periodo però per parlare dovevo emettere fatture e non volendo pesare eccessivamente sull’associazione, decisi che avrei trovato da sola la risposta alla domanda semplicemente ascoltando. Da due anni a questa parte ho ascoltato storie di genitori e storie di figli, storie di terre del Sud e di povertà, storie di potere, di arroganza e di seduzione, storie di morte e di vittime. Ma anche storie di rivalsa e di cambiamento, storie di responsabilità, di conoscenza e di sensi di colpa, storie d’amore, di vita e di libertà.

Storie di libertà, in un carcere. Com’è possibile?

Sempre più spesso mi capitava di sentire i detenuti dire che il Gruppo permetteva di sentirsi liberi e non capivo: come può una persona sentirsi libera quando è in una condizione di restrizione? Quando deve seguire regole in ogni momento e ogni cosa che gli capita dipende da altri?

La parola libertà io me la sono tatuata sulla pelle a ventidue anni, quando ero in Erasmus a Vilnius. Lì mi sono sentita per la prima volta totalmente libera, lontana da tutto ciò che conoscevo e completamente indipendente. Le prime settimane la libertà per me era poter tornare alle cinque del mattino senza dover rendere conto a nessuno, mangiare patatine sul letto guardando un film senza dover pensare a mettere in ordine le mie cose e poter bere alcolici senza dovermi preoccupare di nasconderlo a mia madre. Con il passare del tempo però la libertà è diventata anche l’essere in grado di fare una lavatrice senza tingere tutto di rosso, l’imparare una nuova lingua da zero ed essere in grado di sostenere gli esami, riuscire ad arrivare a fine mese con un budget tirato e, soprattutto, provare piacere nel chiamare la mia famiglia e condividere con loro la mia crescita. La libertà aveva assunto per me un nuovo significato: ero responsabile di me stessa e quindi, ero libera.

Sono stati gli incontri al Gruppo ad aiutarmi a mettere a fuoco la relazione tra responsabilità e libertà. I diversi confronti permettono infatti una crescita della coscienza che, nella maggior parte dei casi, culmina nella consapevolezza della propria responsabilità, individuale e collettiva. Assumersi la responsabilità delle proprie azioni comporta il raggiungimento di una libertà che non è più la libertà fisica di muoversi e fare quello che più ci piace, diventa libertà di conoscere e accettare noi stessi, con i nostri limiti, pregi, difetti e responsabilità, e imparare a conviverci.

Assumersi le proprie responsabilità non coincide solamente con il confessare i propri reati e il male che è stato fatto: è più un viaggio in profondità, che va a zappare, zolla dopo zolla, sulle convinzioni e sull’identità di una persona. È difficile per me, quindi fatico a immaginare come possa essere per un detenuto scavare nella sua identità e lavorare con il conflitto che si crea inevitabilmente quando si rielabora il proprio passato.

Tuttavia, è proprio il conflitto che spinge le persone a farsi delle domande e permette al detenuto di comprende che, forse, la libertà non l’ha mai conosciuta perché, nella vita, è sempre stato schiavo. Schiavo del potere, dell’arroganza, della facilità e della violenza. Schiavo del brivido e dell’adrenalina che porta una rapina compiuta. Schiavo della Mafia, che gli ha impedito di vedere e riconoscersi nell’altro. Perché la Mafia, alla fine, rende tutti schiavi, che tu sia una vittima, un parente, un soldato o un boss. La consapevolezza della schiavitù instilla il dubbio: ma sono stati i reati che ho commesso a rendermi schiavo oppure è stata l’incapacità di riconoscere l’altro?

La difficoltà è proprio nel riconoscere di essere stati schiavi, perché a ognuno di noi piace pensare di avere il controllo della propria vita e di essere consapevoli delle nostre scelte, di essere indistruttibili. Ma per essere liberi bisogna conoscersi e scoprirsi, portando a galla fragilità che nessuno vuole vedere.

Mi piace pensare al Gruppo come a una squadra di palombari che ci aiuta a portare a galla i nostri pensieri più profondi e, attraverso il confronto, li sostiene fino a che non imparano a galleggiare da soli, permettendoci di riconoscerci in essi.

E adesso capisco perché al tavolo non si parla di carcere: il carcere ti permette di restare immobile e in silenzio per anni, per essere liberi bisogna imparare a crescere e a rispondere di sé.

Percorsi della devianzaReparto LA CHIAMATA

L’azione della chiamata

I miei genitori sono entrambi grafici e amanti dell’arte e spesso, quando ero piccola, mi portavano in giro per musei e mostre. Come è possibile immaginare, il museo non era proprio il mio posto preferito dove passare il sabato pomeriggio. Mio padre però era furbo e per coinvolgermi si è inventato un gioco: ognuno di noi doveva immaginare i titoli delle varie opere e chi si avvicinava di più al titolo originale vinceva. Strano ma vero, vincevamo sempre io e mia sorella.

Ora che sono grande, nei musei ci vado volentieri di mia spontanea volontà. Spesso però mi capita di fermarmi a cercare di indovinare il titolo dei quadri, lo trovo un modo per capire se sono riuscita a percepire il messaggio che l’autore voleva mandare.

Nel caso de La chiamata di San Matteo invece, ho saputo il titolo prima ancora di vedere il quadro. So che il titolo originale è La vocazione di San Matteo, ma mi piace pensare che la scelta di presentarlo al Gruppo come chiamata sia fatto di proposito. Il titolo che gli ha dato il professor Aparo mi evoca una sensazione di dinamicità e di dialogo, di domanda e risposta. Trovo che rispecchi molto il quadro, perché guardandolo è difficile individuare subito il protagonista. Chi è il soggetto principale del quadro? Matteo, circondato da colleghi e apprendisti? O Cristo, coperto quasi interamente da Pietro? Per me, il soggetto principale di questo quadro è l’azione della chiamata, rappresentata dal dito di Cristo puntato su Matteo e dal dito di Matteo, rivolto a sé stesso.

Inoltre, un aspetto che adoro dell’arte è che consente di provare diverse sensazioni pur rimanendo sempre uguale. Aver ascoltato le percezioni degli altri, mi ha aiutato ad avere un’impressione più generale. Ho potuto quindi soffermarmi sull’espressione incredula di Matteo, sull’indifferenza degli altri avventori, sullo sguardo di Cristo, da alcuni percepito severo, da altri accusatorio.

Mi piace paragonare questo evolversi di sensazioni che si manifesta davanti ad un’opera d’arte all’evolversi della coscienza di un detenuto: l’incontro e l’ascolto delle esperienze, le opinioni e le riflessioni dell’altro sono  strumenti fondamentali per la crescita e lo sviluppo della propria identità.

Cristo chiama e Matteo può rispondere oppure no, entrambi però sanno che l’azione è eseguita da tutti e due.

Anita Saccani

Caravaggio in città

Il fallimento

Ci sono parole che evocano disagio solo a pensarle. Parole che vengono evitate, sussurrate. Parole che vengono lasciate sospese, parole non dette.

La parola “fallimento” è una di queste. Si cerca di evitare poiché evoca una sensazione sgradevole, sia in chi la pronuncia sia in chi l’ascolta. A volte viene usata in modo impersonale: “è stato un fallimento”. Un fallimento di chi? Mio? Tuo? Nostro?

Fallire è un verbo che non ci piace, ci ricorda che siamo umani e che possiamo sbagliare. È difficile anche solo pensare di aver fallito, figurarsi dirlo. E quando si trova il coraggio di ammetterlo, spesso gli altri tendono a trovare parole di conforto: “non preoccuparti, ti rifarai, avrai un’altra occasione, non pensarci”. Spesso è vero, in molti casi il fallimento ci permette di riprovarci, con sforzi ancora maggiori, e, nella maggior parte delle volte, così dicono, dopo il fallimento arriva il successo. È raro che si parli della sensazione di fallimento. Spesso si preferisce cercare le cause, oppure trovare soluzioni.

Il fallimento si affronta da soli, non se ne parla a cena con gli amici o al bar con i colleghi. Eppure la maggioranza di noi, prima o poi, fallisce almeno una volta nel corso della sua vita. Fallisce in amore, in famiglia, nella carriera, nello studio. Si può fallire in qualsiasi cosa, eppure non si riesce a confrontarsi con gli altri. Non si riesce a rendersi responsabili del fallimento.

Da quando frequento il Gruppo della Trasgressione, spesso parlo volentieri con amici e conoscenti di quello che faccio e delle sensazioni che il gruppo mi crea. Tuttavia a volte vengo liquidata con un “mah si, tanto i detenuti sono il fallimento della società”. Ma noi facciamo parte della società giusto? Ognuno di noi è la società. E allora perché riusciamo a parlare a cuor leggero di un fallimento generale, ma fatichiamo a pensare ad un nostro fallimento personale? Forse, se parlassimo di più dei nostri fallimenti riusciremmo ad accettarli più facilmente. E una volta accettati, potrebbe essere più facile cercare soluzioni e comportarsi in modo che non capitino di nuovo.

Di una cosa sono abbastanza certa: parlarne con qualcuno, senza vergogna o sensi di colpa, può aiutare a comprendere che qualcuno ha già vissuto e, nella maggior parte dei casi, anche superato quello che noi crediamo sia un fallimento insuperabile.

Il fallimento fa parte della natura dell’essere umano e, a volte, è giusto ricordarci che possiamo anche fallire.

Anita Saccani

Interrogarsi sulla trasgressione

Anita Saccani, Matricola: 792514
Tirocinio professionalizzante – Albo A, Area Sociale
Tipo di attività: Stage esterno
Periodo: 15 Aprile 2021 – 14 Ottobre 2021
Titolo: Interrogarsi sulla trasgressione

Caratteristiche generali dell’attività svolta
Ho svolto il secondo semestre del mio tirocinio professionalizzante presso il Gruppo della Trasgressione, una realtà composta da studenti, detenuti e liberi cittadini, fondata e coordinata dal Professor Angelo Aparo, psicologo e psicoterapeuta. L’associazione opera nelle case di reclusione di San Vittore, Bollate e Opera, e nel territorio milanese, con l’obiettivo di favorire la collaborazione e il dialogo tra detenuti e cittadini.

Il Gruppo della Trasgressione utilizza la devianza, in tutte le sue forme e sfaccettature, come punto di partenza per generare riflessioni sull’essere umano e sulla società in generale. Lo scambio reciproco di pensieri e idee favorisce la costruzione di un rapporto sincero tra i membri del gruppo, vengono abolite le etichette, non ci sono più detenuti, studenti, ex-detenuti o parenti di vittime, ma ci sono cittadini che insieme lavorano per costruire una società in continua evoluzione e miglioramento. È fondamentale ricordare che la trasgressione è una componente presente nell’animo umano e non basta “rinchiuderla” in una cella e dimenticarsi della sua esistenza per far sì che cessi di esistere, al contrario è necessario interrogarsi su di essa, formulare domande sulle sue origini e i suoi sviluppi e, in seguito, proporre risposte che possano aiutare a comprenderla e, nel possibile, a contrastarla.

Il particolare tipo di approccio del Professor Aparo consente ai membri del gruppo di interrogarsi su loro stessi, sulle proprie fragilità e certezze, sulle esperienze di vita e sui valori in cui ognuno crede, consentendo così un percorso di crescita e di conoscenza del sé atto a comprendere e riconoscere le responsabilità che ogni persona possiede nei confronti della società, sia come individui che come collettività. Le iniziative del Gruppo della Trasgressione mirano quindi a costruire relazioni e dinamiche di gruppo che consentano a un detenuto, o ex-detenuto, di sentirsi parte integrante della società e, di conseguenza, di sentirsi responsabile di essa.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte
Nel Gruppo del Trasgressione il tirocinante è prima di tutto un membro del gruppo
; quindi, è richiesta la sua partecipazione attiva a tutte le attività e iniziative del gruppo. A livello pratico, inizialmente ci si occupa della stesura dei verbali degli incontri; in seguito, man mano che si prende confidenza e conoscenza della filosofia del gruppo, si partecipa ai vari progetti in corso. Nel mio caso ho partecipato alle Interviste sulla Creatività e alla costruzione di progetti di prevenzione della devianza da attuare nelle scuole di Rozzano. Inoltre, lo studente è invitato a contribuire alle riflessioni trattate dal gruppo producendo degli scritti argomentati e coerenti, che verranno in seguito pubblicati sul sito.

Personalmente, ho avuto anche la possibilità di partecipare agli ultimi mesi di vita della Bancarella di Frutta & Cultura che si teneva il sabato mattina al mercato di Viale Papiniano, dove studenti e detenuti lavoravano insieme per promuovere le attività e ampliare le reti di conoscenze del gruppo, oltre che per vendere la frutta.

Infine, ho partecipato ai vari eventi organizzati dal gruppo durante il periodo del mio tirocinio, quali:

  • Il Concerto della Trsg-Band a Parabiago (24 Giugno)
  • L’evento di Pulizia del Parco delle Memorie Industriali di Milano e la messa in scena dello spettacolo “Il mito di Sisifo” (17 e 18 Luglio)
  • L’incontro tra Scout e detenuti nella casa di reclusione di Opera (18 Settembre)

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati
Gli incontri tradizionali del Gruppo della Trasgressione si tengono il Lunedì e il Martedì (14-17). Durante gli incontri vengono trattati diversi temi e ognuno può contribuire alla discussione, arricchendola con le proprie riflessioni. Quando ho iniziato il tirocinio, l’incontro del Lunedì verteva sulla “Banalità del Male”: ogni settimana si sceglieva un film da vedere e durante l’incontro si sviluppavano riflessioni intorno al film scelto. È stato molto arricchente, soprattutto perché sono state analizzate varie strade che portano al “male”: dall’abuso di sostanze stupefacenti alla carenza di affetto da parte dei famigliari, dalla nascita in contesti socioculturali sbagliati alle micro-scelte che portano sulla via della perdizione. Gli incontri del Martedì invece erano focalizzati sul rapporto “Genitori e Figli”: venivano quindi discusse le dinamiche famigliari che portano alla costruzione di rapporti difficili tra genitori e figli, soprattutto quando il genitore è un detenuto e, di conseguenza, è impossibilitato ad esercitare il proprio ruolo di genitore.

Successivamente, con l’attenuarsi della situazione pandemica, mi è stato possibile frequentare anche gli incontri interni alla casa di Reclusione di Opera, sia con i detenuti in alta sicurezza che con i detenuti comuni. Gli incontri interni sono molto simili come “modus operandi” agli incontri esterni: detenuti e tirocinanti si confrontano sui vari temi che tratta il Gruppo della Trasgressione e in questo modo contribuiscono alla crescita reciproca. Il detenuto, che spesso ha il doppio dell’età del tirocinante, condivide pezzi della sua vita ed elabora riflessioni sulle possibili origini della propria devianza e in che modo il percorso fatto all’interno del carcere lo abbia aiutato a prendere coscienza di sé stesso e delle proprie azioni; il tirocinante, d’altra parte, offre un punto di vista giovane, sincero e da esterno ai fatti, cercando di silenziare i pregiudizi e di mettersi in gioco attivamente.

Inoltre, ho partecipato anche al progetto delle “Interviste sulla Creatività”: sono state progettate interviste da rivolgere ad artisti, figure istituzionali e giornalisti, utilizzando la creatività come tema centrale. Lo scopo di questo progetto è duplice: da una parte, si vogliono evidenziare le funzioni che la creatività può avere nella prevenzione della devianza e nelle attività di recupero di un detenuto, dall’altra si cerca di suscitare un maggiore interesse da parte del “pubblico” verso il mondo della devianza anche per fare prevenzione e per poter divulgare ed ampliare le relazioni sociali del gruppo.

Infine, ho avuto la possibilità di partecipare alla stesura di un progetto di prevenzione della devianza nel comune di Rozzano. I membri del gruppo, insieme ad altre associazioni e a figure istituzionali, hanno progettato attività utili a informare i cittadini sulle varie forme di devianza e a comprendere come prevenirla, con particolare riguardo ai più giovani. A questo proposito, è stato organizzato un ciclo di incontri con due scuole superiori che partirà a Novembre e vedrà collaborare studenti, detenuti ed ex-detenuti nel cercare di comprendere le varie definizioni di devianza e, soprattutto, come contrastarle.

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte
Il professor Angelo Aparo è il fulcro del Gruppo della Trasgressione. È presente ad ogni incontro e sprona continuamente gli studenti tirocinanti a togliersi di dosso fin da subito la definizione di “tirocinanti” e ad essere membri attivi del gruppo, invitandoli a contribuire con riflessioni e scritti personali. Si mette personalmente in contatto con i tirocinanti e chiede aggiornamenti continui sulle attività svolte e sull’andamento dei progetti.

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)
Trovo estremamente difficile definire e catalogare tutte le conoscenze che ho acquisito durante questo tirocinio. In linea generale, ho compreso l’importanza e le funzionalità di un lavoro di gruppo: le relazioni tra i membri devono essere incentrate sul rispetto, sull’ascolto reciproco e sulla presenza costante, in questo modo si crea un clima positivo e stimolante.

Inoltre, ho compreso come sia necessario utilizzare le proprie energie mentali per costruire, analizzare ed elaborare una linea di pensiero che sia coerente con la persona che si crede di essere. Ho passato molte ore a rielaborare le varie discussioni avvenute durante gli incontri, cercando di analizzarle attraverso diversi punti di vista per arrivare a formulare un mio pensiero personale. Il Gruppo mi ha insegnato che ad analizzare le situazioni mettendosi nei panni dell’altro: questo permette di non cadere nell’errore di cercare verità assolute e consente di elaborare al meglio ogni aspetto di una determinata situazione.

Infine, mi sono avvicinata al mondo carcerario e ho avuto la possibilità di conoscere meglio sia le nozioni prettamente tecniche, sia i percorsi educativi che sono presenti all’interno. Credo che la cosa più significativa che ho imparato sia l’importanza di non parlare del carcere durante gli incontri con i detenuti: in questo modo, loro possono sentirsi liberi anche dentro il carcere; parlare troppo delle ingiustizie subite all’interno, come sostiene il dott. Aparo, rende i detenuti più rabbiosi verso le istituzioni e, spesso, dispensa dall’impegno su riflessioni e strategie volte al miglioramento del sé.

Abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)
In primo luogo, l’esperienza al Gruppo mi ha permesso di sviluppare un ascolto empatico e “puro” dell’altro. La condivisione di storie di vita così diverse dalla mia mi ha aiutato ad abbattere i pregiudizi e a cercare di sviluppare relazioni fondate sul rispetto reciproco. In secondo luogo, partecipare alla stesura dei verbali e alla trascrizione di interviste e testi di detenuti, mi ha consentito di migliorare la mia capacità di scrittura, aiutandomi nella rielaborazione dei contenuti. Infine, mi sono anche avvicinata al mondo organizzativo, imparando come si costruiscono progetti di prevenzione e di miglioramento del benessere.

Caratteristiche personali sviluppate
Questo tirocinio mi ha permesso di crescere professionalmente mostrandomi la psicologa che vorrei diventare, ma soprattutto mi ha aiutato nella crescita personale. Ho imparato che ci vuole del tempo per conoscere le diverse realtà e che non sempre la prima impressione è quella giusta.

Il Gruppo mi ha spinto a prendere conoscenza di me stessa, spronandomi ad uscire dal mio guscio e ad affrontare le mie fragilità senza vergognarmi di essa. Trovo enormemente soddisfacente l’essere riuscita a combattere la mia ritrosia a parlare in pubblico ed essere riuscita ad intervenire senza il bisogno di stimoli esterni.

Il lavoro prodotto dal Gruppo della Trasgressione dimostra come ognuno di noi può e deve avere un ruolo nella società e, di conseguenza, come siamo tutti responsabili nella costruzione di un percorso volto al miglioramento. La società ha il dovere di stimolare chiunque a sentirsi parte di essa, partendo da chi è sul gradino più basso e coinvolgendolo attivamente nello sviluppo di una responsabilità collettiva: solo così saremo in grado di costruire un futuro migliore, per tutti.

Andrea Gianni

Andrea Gianni – Intervista sulla creatività

Andrea Gianni è un giornalista e si occupavdi temi diversificati inerenti alla cronaca giudiziaria, al mondo del lavoro e all’economia. Secondo l’intervistato, nel suo lavoro è fondamentale la capacità creativa, in quanto tutti i giorni deve trovare il modo per scrivere una notizia che altri giornalisti non hanno intercettato o, al contrario, una notizia largamente diffusa che deve essere riportata in maniera originale rispetto ad altre testate giornalistiche. Ogni giorno ha davanti a sé una pagina bianca di giornale da riempire e deve andare alla ricerca di una notizia interessante da raccontare, con l’obiettivo di attirare il lettore con un articolo sensato e non ripetitivo. Secondo Andrea Gianni però, la creatività nel suo lavoro si esprime anche nella capacità di risolvere problemi, come può essere, per esempio, l’andare alla ricerca della fonte più credibile di informazioni su cui poi scrivere la notizia.

 

Anita: Che cos’è per te la creatività?

Andrea Gianni: Definirei il concetto di creatività riportando ciò che fanno i miei due figli piccoli, uno di due anni e l’altro di sei mesi. I bambini sono pieni di creatività e tutto ciò che fanno è da intendersi come azione creativa. La creatività quindi, secondo me, è un’attitudine con cui si nasce, ma che tuttavia si perde crescendo. Sarebbe utile per ciascuno di noi cercare di prendere parte ad iniziative creative e sviluppare progetti che ci permettano di coltivarla durante l’intero arco della vita.

 

Elisabetta: Cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Andrea Gianni: La creatività scatta, in primo luogo, in una situazione di bisogno o in un contesto che in qualche modo riesce a rompere gli schemi della quotidianità. Per esempio, per quanto concerne la mia persona, credo che la creatività scatti dal mio soggettivo bisogno di esprimere qualcosa, attraverso metodi, strumenti e linguaggi che già possiedo, oppure andando alla ricerca di nuove forme di espressione. Anche per quanto riguarda lo sviluppo della creatività penso che esso sia favorito da contesti e situazioni di bisogno. Inoltre, per far sì che la creatività si sviluppi in modo prolifico, non è per forza necessario un ambiente ricco di stimoli. Infatti, una persona si può trovare anche in un ambiente sterile dal punto di vista creativo e proprio questo particolare contesto potrebbe indurla a cercare di renderlo fecondo. Questo diverso approccio all’ambiente circostante dipende dall’atteggiamento soggettivo di ogni singola persona.

 

Anita: Quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Andrea Gianni: Pensando al mio settore, mi viene in mente l’immagine di un foglio bianco da riempire e credo che la creatività possa essere rappresentata come la capacità di collegare insieme diversi spunti e riflessioni e riuscire a dargli un senso.

 

Elisabetta: Che conseguenze può avere l’atto creativo nel rapporto con se stessi e con gli altri?

Andrea Gianni: La conseguenza principale di un approccio creativo alla vita è sicuramente un miglioramento della propria autostima e della propria immagine. Questo perché, dopo aver portato a termine un atto creativo, è inevitabile che la persona si senta meglio, in qualche modo più soddisfatta e appagata. Ciò vale sia nel rapporto con se stessi, sia con gli altri e, come se ciò non bastasse, l’azione creativa può portare benefici sia alla persona che la compie, sia all’individuo che la riceve o la osserva.

Se penso al mio lavoro di giornalista è chiaro che ogni atto creativo ha delle conseguenze benefiche per me in quanto, una volta terminato di scrivere il pezzo, mi sento appagato, soddisfatto e capace, ma provoca dei riscontri positivi anche nel caso del lettore, il quale apprende una notizia a lui sconosciuta o, se non altro, scritta in maniera originale e comprensibile. Io penso che la creatività abbia sempre delle conseguenze positive.

 

Anita: quanto è importante il riconoscimento degli altri per chi realizza un prodotto creativo?

Andrea Gianni: il riconoscimento degli altri è sicuramente molto importante per l’autore. L’atto creativo è difficilmente fine a se stesso ed è sempre rivolto ad una fruizione da parte di qualcuno. Il riconoscimento degli altri ricopre certamente un ruolo considerevole all’interno del processo creativo, da cui le frustrazioni di un artista che non si sente riconosciuto e di uno scrittore che non si sente apprezzato.

 

Elisabetta: esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali destinatari?

Andrea Gianni: mi risulta difficile pensare ad un modo universale di usufruire del prodotto creativo, in quanto dipende dai singoli ambiti. Se penso per esempio al mio campo professionale, credo che il metodo migliore di fruizione di un articolo creativo si riferisca non tanto alle caratteristiche peculiari della persona che lo legge, quanto a quelle dell’ambiente in cui esso viene letto, il quale deve permettere al lettore di mantenere l’attenzione. Sicuramente è meglio leggere un articolo di giornale interessante e creativo in riva al mare, in silenzio e con la possibilità di avere il tempo necessario per riflettere su ciò che si è letto. Oppure seduti ad un tavolo di un bar mentre si beve un caffè, che sicuramente è una modalità di fruizione migliore rispetto a quella che si verifica quando un articolo di giornale viene letto di fretta in metropolitana.

I destinatari sono tutte le persone in generale, il pubblico in toto, in quanto credo che, quando un autore compie un atto creativo, difficilmente lo immagina come rivolto solo ad uno specifico settore del pubblico. Per esempio, quando uno scrittore realizza un libro, la sua ambizione è quella di raggiungere e di comunicare con una fetta della popolazione il più ampia possibile. Deve per forza essere così, altrimenti rimane un gesto creativo e artistico confinato ad una nicchia specifica e all’interno di un percorso già tracciato.

 

Anita: la creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Andrea Gianni: sì, sicuramente ha una funzione sociale. Tanto per citarne alcuni, molto importanti sono i progetti con i disabili o con gli alunni all’interno delle scuole. In questi contesti è facile trovare numerosi progetti e attività che si pongono come obiettivo quello di sviluppare la creatività fin dai primi mesi di vita.

La creatività ricopre una funzione sociale importantissima, in quanto senza di essa saremmo dei robot che si limitano a lavorare, mangiare e dormire. Inoltre, ha una funzione sociale utile non solo per gli utenti che fanno parte categorie svantaggiate ma, al contrario, per tutti i cittadini.

 

Elisabetta: Parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cos’è per il bambino, per l’adolescente, per la persona adulta?

Andrea Gianni: Secondo me, per il bambino tutto è creativo: se penso alla mia esperienza pratica con i bambini, il fatto di riuscire a gattonare o di riuscire a superare un ostacolo per arrivare ad un giocattolo è tutto un atto creativo perché rappresenta un modo di risolvere i problemi nella maniera più efficace possibile. L’adolescente invece si trova in una fase di mezzo tra la perdita della creatività “pura” del bambino e il bisogno di ricercare una creatività che possa poi accompagnarlo nell’età adulta. Io credo che per la persona adulta sia più difficile sviluppare la creatività perché non si hanno strutture intorno che aiutino a incentivare la propria creatività e si è lasciati un po’ a sé stessi.

 

Anita: E in che modo può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Andrea Gianni: Secondo me, l’incidenza della creatività nelle relazioni sociali è molto importante. L’atto creativo è sempre rivolto all’altro, quindi è parte fondamentale della costruzione della percezione che gli altri hanno di te. Inoltre, è sicuramente un modo per mettersi in comunicazione con gli altri, trasmettendo le proprie emozioni e sentimenti. Per esempio, la stesura di un articolo di giornale ha sempre lo scopo di trasmettere al lettore determinate sensazioni e vi è un lavoro creativo nella ricerca delle parole o della sintassi da utilizzare.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Andrea Gianni: Io credo che possa essere entrambe le cose: per un artista è un dono innato, che lo spinge durante lo sviluppo della propria arte; tuttavia, credo che chiunque possa svilupparla e coltivarla.

 

Anita: A scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Andrea Gianni: Sicuramente degli effetti positivi: è importantissimo secondo me iniziare a sviluppare la creatività da bambini; quindi, la scuola dovrebbe dare a tutti la possibilità di avere spazi comuni e ore dedicate allo sviluppo di essa.

 

Elisabetta: Pensi che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Andrea Gianni: Si, avendo la creatività un effetto sempre positivo, può essere utilizzata nelle attività di recupero sia all’interno che all’esterno del carcere. Credo che sia soprattutto un modo per educare alla creatività persone che magari non hanno mai avuto la possibilità di interrogarsi su di essa e quindi di scoprirne il potenziale.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

Interviste sulla creatività

Gruppo della Trasgressione: Istruzioni per l’uso

La mia esperienza di tirocinio al gruppo si è quasi conclusa, ma mi ritengo fortunata: ho imparato tanto. Per questo motivo, vorrei condividere con i futuri tirocinanti alcune istruzioni per trarre il maggior vantaggio possibile dall’esperienza che, se vorranno, andranno a fare.

  1. Non fatevi spaventare. Ricordo che durante i primi incontri ero sconvolta e terrorizzata dai modi del prof. Non posso promettervi che i modi cambiano con il passare del tempo, ma ci si abitua e si comprende che sono più utili di quanto sembrano, perché permettono di uscire dal proprio guscio e di crescere individualmente e professionalmente.
  2. Prendetevi il vostro tempo. Imparate a conoscere il gruppo partecipando agli incontri, se è possibile di persona, e prendetevi il vostro tempo per conoscerlo e interagire con esso. Ognuno ha i suoi tempi, e non siete obbligati a rimanere se non vi trovate a vostro agio. Non abbiate paura di fare domande e di mettervi in gioco, vi assicuro che con il passare del tempo imparerete ad apprezzare la fluidità e l’essenza del gruppo. L’importante è provarci!
  3. Sentitevi liberi di sviluppare un pensiero critico. Al gruppo si può parlare di qualsiasi cosa, basta riuscire ad argomentarla. Sentitevi liberi di proporre nuovi argomenti o di contribuire alla discussione, l’importante è essere coerenti con il proprio discorso. Per esempio, una leggenda narra che un componente del gruppo abbia parlato per un ora delle emorroidi, costruendo un discorso logico e utile ai fini della discussione.
  4. Partecipate in modo attivo. Gli eventi e le attività, sia all’interno che all’esterno del carcere, sono una componente fondamentale del gruppo e sono utilissimi per comprendere le funzioni che il gruppo svolge. Partecipando agli eventi avrete la possibilità di comprendere le strategie che il gruppo adotta per affrontare diversi temi, e magari, se siete fortunati, avrete anche la possibilità di assistere ad una rapina!
  5. Create un rapporto con gli altri membri. Probabilmente è banale dirlo, ma la forza principale del gruppo è il gruppo stesso. Per questo motivo credo sia fondamentale creare un rapporto di fiducia reciproca con gli altri componenti, poiché permette di creare un ambiente in cui chiunque possa sentirsi accolto e protetto, e magari anche di amicizia. E credetemi, se si stabilisce un buon rapporto, è anche più facile svegliarsi alle otto di sabato mattina per andare a vendere la frutta.

In conclusione, non abbiate paura di buttarvi e farvi travolgere da questa esperienza. Vi assicuro che ne trarrete vantaggio, sia a livello personale che professionale. E se provate una strana sensazione allo stomaco non preoccupatevi: sono solo farfalle!

Anita Saccani – Tirocini

Giusi Fasano

Giusi Fasano – Intervista sulla creatività

Giusi Fasano è scrittrice e giornalista. Lavora per il Corriere della Sera dal 1989, occupandosi principalmente di cronaca nera e giudiziaria. Nel suo lavoro applica la creatività nella ricerca delle parole per trasmettere al meglio i fatti di cui scrive.

 

Elisabetta: Cos’è per lei la creatività?

Giusi Fasano: Ho imparato nel tempo che la creatività è come la fame: viene mangiando. Nel mio caso personale, la creatività è imparare a utilizzare le parole e il linguaggio, facendo tesoro sia della quotidianità sia dell’emotività. La creatività aiuta l’empatia e la comprensione delle cose, così come le parole giuste: noi siamo parole, i fatti sono parole e la capacità di trasporre l’emotività nelle parole è creatività.

 

Anita: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Giusi Fasano: Nel processo creativo in generale gli ingredienti sono legati a ciò che tu puoi attingere dalla vita per quello che fai. Per esempio, se tu sei una persona che nella vita è sempre stata in contatto con il dolore dei bambini in ospedale, come può essere un pediatra oncologico, il processo creativo potrebbe prendere spunto dal bisogno che gli altri hanno di stare meglio, quindi, in questo caso, il medico potrebbe travestirsi da clown per far si che un bambino prenda con più leggerezza una medicina.

Per me personalmente il processo creativo riguarda l’utilizzo e la mescolanza delle parole; riguarda anche il modo particolare di raccontare tutto l’insieme, costruendo un percorso di lettura per chi leggerà. Credo siano molteplici i fattori che contribuiscono al processo creativo: dall’esperienza passata all’emotività di un momento preciso, dal rapporto con gli altri alla capacità di cercare strade alternative.

 

Elisabetta: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Giusi Fasano: A volte mi capita di non sentirmi in grado di trasmettere agli altri quello che le persone di cui devo scrivere mi raccontano e, quando mi succede, m’incazzo. Questa mia incapacità di farmi portatore del messaggio mi induce ad avviare un processo che diventa creatività. Informarsi e cercare di approfondire il più possibile le cose dà luogo a un processo che ti permette di costruire un articolo partendo da un dettaglio. Questa ricerca, quindi, permette a me di sviluppare la mia creatività. Le condizioni, nel mio caso di giornalista, dipendono dal desiderio di essere il più possibile comprensibili, empatici e capaci di riprodurre il  pensiero altrui.

 

Anita: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Giusi Fasano: Conseguenze benefiche. Se creatività è lavorazione del pensiero che tu vuoi trasmettere, lavorazione delle parole e lavorazione anche dei pezzetti di vita o di cose che stai facendo per poter convivere con gli altri, se creatività è tutto questo, allora è benefico ed è salvifico avere la possibilità di incamerare pensieri e, in qualche modo, plasmarli per poterli fare tuoi e per poterli trasmettere agli altri. Io non credo ci sia un’accezione negativa della parola creatività, a meno che per creatività non s’intenda la creatività di un sadico nell’uccidere una persona.

 

Elisabetta: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di se stessa?

Giusi Fasano: Nel mio caso personale, l’atto creativo ha un’incidenza relativa perché io non riesco ad essere molto compiaciuta di quello che faccio. Per carattere, io sono una persona piena di dubbi, sempre disposta a rivedere le cose e, quindi, l’auto-esaltazione per un processo creativo non è una cosa che mi appartiene. Sono in grado di capire bene quando una cosa che ho fatto ha un valore, ma non riesco a gioirne pienamente.

 

Anita: Nel rapporto con gli altri il suo atto creativo cosa determina?

Giusi Fasano: Essere singolari, essere unici: ognuno di noi può scegliere di essere banale, di seguire un flusso, di accodarsi a qualcosa oppure di essere particolare e di cercare un modo che caratterizzi se stesso per la persona che si è. Secondo me, le persone uniche si riconoscono sempre perché hanno sicuramente della creatività nel loro modo di fare.

 

Elisabetta: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Giusi Fasano: Tutto quello che noi facciamo rispetto al mondo e agli altri lo facciamo perché gli altri riconoscano in noi il nostro modo di essere e che approvino, chi più e chi meno, il nostro modo di fare e il nostro comportamento. Io credo che senza gli altri non avvieremmo gran parte dei nostri processi creativi, perché non avremmo nessuno a cui mostrarli. L’accettazione e l’approvazione degli altri sono una grande spinta per il processo creativo. Al di fuori del bisogno del consenso altrui rimane quella piccola parte che facciamo per noi, che è uno spazietto che ci ricaviamo per crescere con noi stessi.

 

Anita: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Giusi Fasano: Direi che le prime persone che beneficiano del prodotto creativo sono gli autori stessi. Io penso che l’esplosione della creatività nella vita sia anche legata all’età: i giovani sono dei fruitori assoluti del loro prodotto creativo. Lo scoprire di avere un talento creativo durante l’età adolescenziale o nei primi anni da adulti è un’esplosione di sensi e di sensazioni che dura a lungo, che fa crescere e che aiuta l’orologio della vita a segnare delle ore precise, che possono ricordarti i diversi modi in cui sei cresciuto. Inoltre, credo che i fruitori del prodotto creativo siano anche quelle persone che hanno curiosità nella vita e anche coloro che sanno utilizzare il loro pensiero creativo applicandolo sia alla creazione manuale che alle cose di ogni giorno. Banalmente, la fruizione del prodotto creativo può andare da mio padre che s’inventa soluzioni creative per riparare gli oggetti in casa sino al grande scienziato che sperimenta qualcosa e si ritrova con l’invenzione del secolo.

 

Elisabetta: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Giusi Fasano: di primo impatto mi viene in mente il film Ghost, in particolare la scena in cui la protagonista sta costruendo un vaso in argilla. Se penso alla creatività intesa come realizzazione di un prodotto creativo fisico, come per esempio un vaso, un quadro, un’opera di architettura, mi viene in mente qualcosa che si realizza sotto gli occhi dell’autore… ad esempio, gli artigiani che a Murano creano il vetro allungandolo, gonfiandolo e stringendolo.

Per quanto riguarda i prodotti della creatività intesa in senso astratto invece, come per esempio la scrittura di un libro, un articolo o un saggio, non mi viene in mente nessuna immagine che possa ben rappresentarla, in quanto è un processo molto più lento, che può durare per giorni, mesi o anni. Per esempio in questo periodo sto scrivendo un libro che è stato definito come un esperimento letterario creativo, e penso davvero lo sia, però, se penso a un’immagine che ben rappresenti la creatività, non mi viene in mente il mio libro e il pensiero che vi sto scrivendo, ma qualcosa di tangibile e concreto.

 

Anita: pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

Giusi Fasano: Semmai, io vedo un collegamento tra depressione e mancanza di creatività. Pensiamo ad una persona ipercreativa, come ad esempio Andy Warhol che io definisco a metà tra la sfera intellettuale e quella pratica o anche Monet. Secondo me, persone di questo tipo, nel momento in cui non riescono più a dipingere, a creare e a trasmettere il loro messaggio, risultano esposte a un abbassamento del livello della felicità, della soddisfazione e della voglia di vivere, con la conseguenza che possono addirittura sviluppare una  depressione. Se io oggi non riuscissi a scrivere più niente, se non avessi più un pensiero che mi soddisfacesse dal punto di vista della comunicazione, penso che probabilmente mi deprimerei. In questo senso non intendo dire che la depressione inibisce la creatività; dico piuttosto che la persona ipercreativa, con mille idee sempre innovative, credo sia difficile che possa deprimersi perché si fa forte di questa sua capacità di vedere il mondo in modo creativo. Al contrario, una persona che per mille ragioni non trova più l’ispirazione oppure non riesce a metterla in pratica, è pericolosamente esposta alla depressione proprio perché non si percepisce più come persona creativa.

 

Elisabetta: quando un prodotto creativo è per lei davvero concluso?

Giusi Fasano: un prodotto creativo si può considerare concluso quando l’autore si sente soddisfatto guardando ciò che ha creato, non ha importanza se lo è davvero o meno. Se il creativo percepisce che il suo prodotto creativo è concluso, è come se all’interno di esso non ci potesse più entrare nemmeno un grammo di creatività. Il tentativo di eccedere nella creatività, stimolarla ancora e ancora fino a portarla allo stremo, diventa distruttivo per la stessa creatività.

 

Anita: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale, e se sì, quale?

Giusi Fasano: la creatività ha sicuramente una funzione sociale, più nello specifico rieducativa. Può essere utile per tutte quelle categorie fragili di persone che si trovano in difficoltà e che hanno bisogno di essere seguite nel loro percorso di vita. Se questi individui vengono esposti e stimolati alla creatività, sicuramente la creatività potrà restituire loro pezzi di vita perduti, pezzi di felicità dispersi o pezzi di sé.

 

Elisabetta: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Giusi Fasano: di base penso che la creatività sia un dono naturale. A conferma di ciò, penso ad alcune persone dotate di una creatività esplosiva come ad esempio Mozart che, a quattro anni, sapeva riconoscere se un musicista avesse prodotto una nota di un’ottava più alta o più bassa rispetto all’intera melodia. Ecco, in questo caso sicuramente la sua creatività era un dono innato. Nonostante sia un dono, è possibile anche coltivarla allenandosi continuamente ad esprimerla anche nelle attività quotidiane.

Questo però non vuol dire che l’accesso alla creatività regali automaticamente la capacità di metterla in pratica. Per esempio, se paragonassimo la creatività ad una stanza con le pareti piene di colori e di immagini, il semplice fatto che una persona abbia accesso alla stanza e riesca ad entrarci, non significa che automaticamente diventi in grado di produrre qualcosa di creativo. Tutto dipende dalla propensione, dalla curiosità e dalla personalità di un individuo.

Il fatto che la creatività sia accessibile a tutti può essere confermato anche dai risultati benefici provenienti dai laboratori creativi destinati alle persone con qualsiasi tipo di disabilità, fisica o mentale, grave o lieve che sia. Pur avendo delle evidenti difficoltà, se tali individui vengono stimolati alla creatività e vengono forniti loro gli strumenti necessari per sostituire le mancanze dovute alla condizione di disabilità, riescono anch’essi a produrre, a giocare e a vivere la loro vita in maniera creativa.

 

Anita: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Giusi Fasano: in entrambi i casi, sia a scuola che per il condannato, in quanto la creatività è da considerarsi tale a prescindere da chi la vive e la pratica. La funzione benefica che la creatività può ricoprire per un condannato nella sua cella o in un laboratorio all’interno del carcere è universale. È un risultato magnifico quello che si raggiunge quando si riesce a stimolare una persona e la si spinge a dare voce alla sua vena creativa, in quanto questo processo aggiunge automaticamente ricchezza alla nostra umanità e alla nostra specificità individuale. L’elemento importante, come detto prima, è la stimolazione alla creatività, la quale per un condannato o per un bambino con problemi di salute gravi può arrivare da parte degli educatori.

Sicuramente la stimolazione alla creatività potrebbe avere un ruolo fondamentale e benefico anche per gli adolescenti che nascono e crescono in quartieri disagiati o quelli in cui le attività della criminalità organizzata avvengono alla luce del giorno. Non ha importanza chi sia la persona in condizioni difficili, quanti anni abbia, quale ruolo ricopra o quale educazione abbia ricevuto. La creatività può, a prescindere, aiutarla.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani e Elisabetta Vanzini

Giusi FasanoInterviste sulla creatività

La paura di aprirsi

Non sono mai stata una persona chiacchierona. Sin da quando mi ricordo ho sempre preferito ascoltare gli altri, nutrendomi delle loro storie e senza dare nulla di me in cambio. Ho sempre utilizzato la scusa di avere una vita banale: una famiglia amorevole, un percorso scolastico nella media, un fidanzato stabile. Nulla che valesse la pena di essere raccontato.

Il tirocinio con il Gruppo della Trasgressione mi sta dando la possibilità di accorgermi che la mia è solo paura: paura di prendermi la responsabilità di aver detto una cazzata. Parlare di fronte ad altre persone mi provoca ansia e ho vissuto i primi incontri con un peso sullo stomaco che compariva alla mattina e se ne andava solo alle 17, ad incontro finito. Vivevo le tre ore dell’incontro con la paura che mi chiamassero in causa per avere la mia opinione, e avevo il terrore di dire inutili banalità.

Per un periodo ho anche pensato di annullare il tirocinio, bloccare le ore e trovare un altro ente più strutturato, dove qualcuno mi assegnasse un compito che avrei fatto fino alla fine delle 500 ore e basta. Sono andata a leggermi tutte le relazioni di tirocinio precedenti: molti dicevano che inizialmente si sentivano spaesati quanto me ma in seguito prendevano sicurezza e riuscivano ad integrarsi con il gruppo. Ingenuamente, ed egoisticamente, ho pensato che sarebbe arrivato anche per me il momento di svolta e che avrei dovuto solo aspettare. Mi sono accorta che non funzionava, anzi mi sentivo sempre più a disagio e quasi presa di mira. Poi, piano piano, ho iniziato a partecipare più attivamente, senza parlare perché ancora adesso mi terrorizza, prendendo parte alle interviste e alle trascrizioni delle stesse. Quando ho finito di trascrivere la prima intervista mi sono sentita utile per il gruppo, e vederla pubblicata sul sito mi ha fatto provare la soddisfazione di contribuire ad un lavoro comune.

Ho imparato ad apprezzare ciò che prima consideravo assenza di struttura, ovvero la molteplicità di argomenti trattati e la richiesta continua di partecipazione attiva. Mi sono resa conto che proprio questa è la forza del Gruppo poiché dà la possibilità a chiunque di esprimere la propria opinione e consente a tutti gli ascoltatori di arricchirsi. Non ci sono distinzioni tra detenuti, studenti e liberi cittadini: ci sono solamente persone che si confrontano su diversi temi per arrivare ad una soluzione finale comune.

Devo dire che per comprendere in pieno la forza del Gruppo mi sono servite le parole del professor Aparo: “Le persone s’innamorano e, quando sono innamorate, fanno cose. Dopodiché le persone si disinnamorano, però le cose che hanno fatto rimangono”. Ciò che mi ha fatto riflettere è stato l’utilizzare la parola amore per descrivere le relazioni interne al gruppo. In primo luogo, perché l’amore ha i suoi tempi: ci sono persone che s’innamorano a prima vista, c’è chi ci mette mesi o addirittura anni e c’è anche chi si nega l’amore, per paura o per orgoglio. Allo stesso modo, ci sono persone che s’innamorano del Gruppo sin dal primo momento, e altre, come me, che ci mettono un po’ di più, per il timore di lasciarsi andare. In secondo luogo, l’amore implica fiducia e apertura nei confronti dell’altro: solo donando qualcosa di se stessi si possono gettare le basi per costruire un rapporto solido. Io mi sono approcciata al gruppo con la pretesa di ricevere senza dare e mi sono resa conto di aver gettato le basi sbagliate, che portano alla costruzione di un rapporto instabile. Adesso so che devo lavorare anche su me stessa, provando ad aprirmi di più con gli altri senza avere la paura del giudizio e dandomi la possibilità di sbagliare.

Forse il peso sullo stomaco che sentivo, e sento ancora adesso, erano solo bruchi. E magari, quando si trasformeranno in farfalle mi consentiranno di parlare senza timore per una decina di minuti consecutivi. Speriamo che ciò avvenga entro la fine del mio tirocinio.

Anita Saccani

Tirocini

Fabrizio Jelmini

Fabrizio Jelmini – Intervista sulla creatività

Fabrizio Jelmini pratica fotografia da quando aveva undici anni. La sua passione nasce grazie al contributo dello zio, fotografo di paese, che lo ospitava nel suo negozio durante le estati. Egli ritiene che la fotografia sia per lui un mezzo per approcciarsi alla bellezza e al lato artistico delle cose. Nel corso degli anni ha lavorato in vari settori della fotografia professionale, tra cui il reportage giornalistico e documentaristico, di cui è sempre stato molto appassionato.

 

Anita: Cos’è per te la creatività?

Fabrizio Jelmini: Per quanto mi riguarda la creatività è vita. Tutto quello che fa parte dell’ambito creativo mi ha sempre dato una grande energia. Cambiare l’ordine delle cose mi dà la possibilità di uscire dalla mia classica comfort zone e di attivare un percorso di crescita. L’approcciarsi alla creatività permette una visione di amore.

 

Gloria: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Fabrizio Jelmini: Fondamentale è la curiosità, intesa come capacità di non rimanere legati alle proprie convinzioni. Gli stimoli esterni diventano per me benzina che alimenta il motore della curiosità. Nelle mie esperienze trasversali tutto mi è servito per avere uno spettro diverso a livello visivo.

 

Anita: Cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Fabrizio Jelmini: Io considero la creatività una ricerca costante e di conseguenza non riesco a identificare un fattore determinato che avvia la mia creatività. Nella mia esperienza ho però notato che durante i momenti più pesanti a livello emotivo, il motore di ricerca della creatività era molto più forte.

Per quanto riguarda lo sviluppo, credo sia un susseguirsi di stimoli che alimentano la creatività e le permettono di evolversi. Per esempio, a me è sempre piaciuto scrivere per me e un mio limite è non sapere scrivere bene quanto mi piacerebbe. Il lavoro da documentarista mi ha dato la possibilità di aggirare questo limite: facevo raccontare ad altre persone quello che avrei voluto scrivere.

 

Gloria: Che conseguenze ha sulle tue emozioni e il tuo stato d’animo la produzione creativa?

Fabrizio Jelmini: Dalla frustrazione alla liberazione più assoluta. La frustrazione può dipendere dal periodo di tempo passato per arrivare alla conclusione, durante il quale ti sorgono mille dubbi e domande. La liberazione invece è connessa alla gioia e alla leggerezza di essere riuscito a produrre ciò che prima era solo un’idea che girava in testa.

 

Anita: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso o dell’autore in generale?

Fabrizio Jelmini: Io non smetto di essere fotografo quando appoggio la macchina fotografica. Per me la fotografia non è soltanto professione. Il concetto creativo non si limita soltanto al fatto del fare un progetto fotografico, anzi lo stimolo maggiore mi arriva nel rapporto con gli altri e nella ricerca.

 

Gloria: Nel rapporto con gli altri il tuo atto creativo cosa determina?

Fabrizio Jelmini: Io credo sia fondamentale l’apertura reciproca: se io dovessi fotografarti, senza darti nulla di me ma cercando solamente di prenderti, mi ritroverei con un’immagine esteriore ferma. La mia apertura nei confronti dell’altro fa sì che ciò che mi ritorna è sempre superiore a ciò che do.

 

Anita: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Fabrizio Jelmini: C’è stato un periodo in cui quando producevo del materiale che trovavo estremamente interessante e trovavo qualcuno discorde, ci rimanevo malissimo perché lo portavo sul piano personale. Con il tempo però impari che non puoi piacere a tutti e ci saranno sempre persone con cui avrai più difficoltà a comunicare e a coinvolgere con il tuo prodotto creativo. Quindi adesso non mi pongo più il problema: una volta cercavo di convincere chi la pensava in modo diverso da me, oggi rispetto un punto di vista diverso dal mio e cerco addirittura di utilizzarlo per un’analisi personale, per vedere se può darmi una visione in più rispetto a quello che ho fatto.

 

Gloria: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Fabrizio Jelmini: Tutti possono fruire del prodotto creativo. Penso che sia importante che l’artista crei una connessione con coloro ai quali vuole mandare un messaggio. Io scinderei la fotografia professionale dalla fotografia con scopo introspettivo. Nella fotografia professionale ci sono dei costrutti da rispettare per arrivare ad uno scopo, mentre la fotografia introspettiva è più malleabile e può essere costruita di volta in volta. Questo per quanto riguarda coloro che diventano i soggetti del prodotto creativo. Per quanto riguarda invece il giovamento degli spettatori in generale, non so rispondere a questa domanda perché credo che il giovamento sia soggettivo ed ognuno ne usufruisce a modo suo.

 

Anita: Quale immagine ti viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Fabrizio Jelmini: Io non credo ci sia un’immagine adatta a rappresentare l’atto creativo perché esso è soggettivo. In linea generale credo che debba essere un’immagine che ti faccia star bene. Potrebbe essere anche un’immagine di prospettiva: non quella che hai in mente ma quella che vorresti che fosse, perché diventa una proiezione. Io non ho un’immagine ideale perché preferisco approcciarmi all’atto creativo liberamente e senza essere condizionato da qualcosa di già prefissato.

 

Gloria: Pensi esista una relazione tra depressione e creatività?

Fabrizio Jelmini: Si. Le mie foto più particolari le ho fatte nei momenti di difficoltà. Ricordo che in quei periodi avevo una percezione, un livello di sensibilità, spaventosi. Nei momenti in cui si è più chiusi, si riesce ad ascoltarsi meglio e questo aiuta nella ricerca di nuovi stimoli.

 

Anita: Quando un prodotto creativo è per te davvero concluso?

Fabrizio Jelmini: Non è mai concluso, perché è ciò che vivi in quel momento e ti rimarrà sempre qualcosa di quello che hai fatto. L’essere umano è in continuo movimento, di conseguenza può sempre riprendere un progetto e dargli una nuova vita. Come ho già detto, la creatività è un motore in costante movimento che porta alla continua ricerca di stimoli.

 

Gloria: Pensi che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Fabrizio Jelmini: Si. Per quanto mi riguarda, i lavori che ho fatto in diverse realtà sociali erano spinti dalla necessità di entrare in un mondo diverso dal mio. Credo che sia necessaria la capacità di comunicare in modo chiaro e comprensibile gli scopi del progetto. Ad esempio, uno dei progetti che ho svolto in Brasile aveva come scopo la promozione di una raccolta fondi per la costruzione di un ambulatorio in una favela. Per fare ciò, sono stato ospitato nella favela per raccogliere materiale da esporre. Pochi giorni dopo il mio arrivo, si è presentato davanti alla mia porta un bambino di 7 anni circa, e con fare arrogante ha chiesto di essere fotografato perché aveva sentito dire che le foto sarebbero servite per la raccolta fondi. È stato bellissimo secondo me perché sono riuscito a comunicargli l’importanza del progetto, e a quel punto lui si è offerto volontario, riconoscendo il vantaggio che ne avrebbe ricavato.

 

Anita: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Fabrizio Jelmini: Se dovessi fare una risposta breve direi la seconda. Però bisogna sempre tenere in considerazione le informazioni e il contesto in cui una persona nasce e cresce. Io credo che a chiunque e in qualsiasi momento debbano essere dati gli strumenti per sviluppare la propria creatività. Essa, infatti, non è necessariamente legata ad un banale concetto artistico, ma piuttosto credo sia la capacità di mettersi in gioco in qualunque situazione, cercando di superare i propri limiti e uscendo dalla comfort zone.

 

Gloria: La creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Fabrizio Jelmini: Certo che sì. Io credo che la creatività sia un modo di comunicare e ognuno di noi ha bisogno di comunicare qualcosa agli altri, si tratta solo di trovare il modo giusto. A questo proposito, vorrei raccontarvi di un progetto che ho svolto nel carcere di Bollate, con l’aiuto di Claudio Villa. Il tema del progetto era legato alla libertà e alla giustizia e io volevo rappresentare i detenuti nei loro vari momenti, partendo dalla cella per arrivare ai corridoi e all’esterno. Il progetto è stato accolto positivamente dai detenuti ed è stato per me molto istruttivo, poiché mi sono resoconto che la fotografia non è un mezzo fine a sé stesso ma può essere utilizzata come mezzo per condividere i propri pensieri. Durante il percorso il mio punto di arrivo è cambiato: non mi interessava più far vedere il carcere e la vita interna ad esso, bensì mi sono focalizzato sull’uomo in relazione alla libertà e alla giustizia che lui stesso esprime. Un punto fondamentale deve essere la voglia di comunicare con chi sta dall’altra parte, per renderlo completamente protagonista. La creatività è servita come strumento, ma per realizzare il progetto è stata necessaria la partecipazione attiva e volontaria dell’altro.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani e Gloria Marchesi

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