Denaro falso all’Università degli studi di Milano

Tra febbraio ed aprile scorso, 9 classi di liceo/istituti professionali milanesi hanno partecipato ad un progetto di ricerca che li ha portati fino dentro le carceri di Bollate ed Opera, incontrando le persone detenute che fanno parte del Gruppo della Trasgressione e, con loro, alcuni familiari di vittime della criminalità organizzata.

Siamo lieti di invitarvi all’incontro di restituzione pubblica di questa esperienza che si terrà mercoledì 28 maggio, dalle 16.30 alle 19.30, presso l’Università degli studi di Milano – aula 211.

Interverranno, tra gli altri:

Stefano Simonetta – Prorettore ai Servizi agli Studenti e Diritto allo Studio dell’Università degli studi,

Maria Milano Franco d’Aragona – Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria della Lombardia,

Damiano Rebecchini – Professore di letteratura russa dell’Università degli studi,

Chiara Dell’Oca – responsabile Ufficio Progetto Carcere per l’Università (co-organizzatore dell’incontro)

Confidiamo anche sulla presenza di alcune persone detenute ad Opera e Bollate in dialogo con Marisa Fiorani e Paolo Setti Carraro (familiari di vittime della criminalità organizzata), con gli studenti e il resto del pubblico presente, e pertanto l’incontro sarà davvero denso di contenuti.

Per iscrizioni (fino ad esaurimento dei posti disponibili nell’Aula): https://work.unimi.it/eventir/registrazione?0&code=13800

Rimaniamo a disposizione per ogni ulteriore informazione: info@lostrappo.net

Colpa e pena secondo Google Maps

Ringraziando tutti voi per il carico di pensieri e di emozioni che mi avete regalato insieme a papà e figli detenuti, rispondo solo ora alla domanda di Juri: Conta di più la colpa passata o la funzione della pena aperta al futuro?

E mi è tornato alla mente un pensiero derivato in seguito alla lettura di un romanzo di Marco Pozza ALLA FINE ALL’IMPROVVISO (che parla anche di padri, di carcere, di seconda chance… curiosa coincidenza che mi sia capitato tra le mani in questi mesi).

Quando in auto sbagli strada perché cambi il percorso rispetto a quello che avevi programmato, con la conseguenza che perdi un mare di tempo perchè non puoi fare inversione a U in autostrada, google maps non ti dice “sei proprio un pirla, te lo avevo detto e non mi hai ascoltato, adesso hai sbagliato strada e ti toccherà metterci il doppio di tempo… adesso sono c***i tuoi...”.

No,non lo fa. Ricalcola il percorso. In silenzio. Ti dice dove sei adesso. Ti dice la strada che devi fare da lì dove sei, senza giudicarti. Sarà certo più lunga, ma ovunque tu sia finito ti riporta alla meta.

Forse è questo ciò che chiede la Costituzione a proposito della funzione della pena. Anche per tutti noi questa è stata un’occasione di ricalcolo del percorso di paternità.

Buon viaggio a tutti!

Samuele Cattaneo

Alla ricerca del padre

Nella valigia di mio figlio

Dopo il primo incontro e in vista di quello successivo,
abbiamo proposto due “esercizi”:

  • una lettera – con un viaggio nel tempo a ritroso – al “padre inesperto che ero” il giorno prima che nascesse mio figlia/a
  • una domanda: cosa vorrei mettere nella valigia di mio figlio per il suo viaggio verso il futuro?

Caro Papà Samuele!

 21 marzo 2010

Anzitutto benvenuto nella categoria dei neo papà… aspetta a scuotere il capo… conosco la tua obiezione mossa dal fatto che hai già tre figli più grandi, anche se una non è più con voi; so che forse per questo ti ritieni un padre ben navigato, addirittura anche già colpito dal più terribile dei naufragi, l’essere “orfano” di una figlia. Ma proprio per questo ti considero un neo papà, cui però la presunta “troppa esperienza” rischia di produrre l’effetto contrario.

Pensare che l’atteggiamento e la strategia comunicativa usata con un figlio possa valere per i successivi è una grande ingenuità, non solo perché ogni individuo è sempre un unicum, e non la copia dei precedenti, ma soprattutto perchè tu (e il mondo in cui abiti) sei diverso dal papà Samuele del 1998 o del 2001.

Essere neo papà significa che lo sei ogni giorno, ogni volta che si innesca quotidianamente una relazione empatica e non abitudinaria. Te lo avevo già detto in passato. Il pericolo più grande per te è quello di caricare di eccessive tue aspettative la crescita dei tuoi figli, nell’inconscio desiderio di vedere il vostro riflesso in loro. Lascia che seguano il loro dàimon (o la loro vocazione, come si diceva una volta) anche se è diverso dal tuo, senza però privarli del tuo punto di vista e della tua cura.

Ricorda che anche se seguirai tutti questi o altri consigli sbaglierai lo stesso, ma potrai sempre chiedere scusa in buona fede. Non rifiutare un abbraccio, nè pretendilo. Ogni giorno, quando li vedi per la prima volta, sorridi!

Vorrei mettere nella valigia di mio figlio per il suo viaggio verso il futuro un sano e prudente scetticismo circa la veridicità del proprio punto di vista e una grande curiosità e rispetto per quello altrui. Anche una copia con dedica de LA NEVE IN FONDO AL MARE di M.Bussola.

 

 Caro Stefano,

 Al padre inesperto che ero (?)
O che sono?

stai per diventare padre, avverrà presto. Arriverà una nuova vita che sconvolgerà la tua, porterà gioie e preoccupazioni, felicità e tensioni, dovrai cambiare le tue abitudini e riprogrammare le tue quotidianità, il tuo lavoro, il tuo tempo.

Nulla sarà come prima: questo piccolo essere ti costringerà a cambiare, ad essere meno spensierato e più responsabile, meno impulsivo e più paziente, meno incosciente e più prudente.

Dovrai fare delle scelte e non più unicamente per te ma per la tua famiglia, perché con l’arrivo del tuo primo figlio non sarete più solamente una coppia ma diventerete una famiglia.

Il primo figlio metterà sottosopra le vostre vite, metterà anche a dura prova il rapporto basato su equilibri tra due persone molto impegnate. Ma sarà un’esperienza unica ed irripetibile.

Nessuno ti potrà indicare la strada migliore o dare i consigli più giusti. Le scelte che farai, corrette o sbagliate, saranno solamente tue e saranno il frutto e le conseguenze di ciò che sei diventato in questi 44 anni.

Affronta questa nuova fase della tua vita con gioia e speranza. Cerca di trasmettere a tuo figlio i valori in cui credi: onestà, lealtà, educazione, rispetto, correttezza, coerenza, resilienza. Ma anche leggerezza, spensieratezza, gioco, curiosità, umorismo, amicizia. E, non per ultimo, la fede cristiana.

E sii tu a dare per primo l’esempio a tuo figlio perché le parole non basteranno da sole. Ascolta i consigli di tutti ma fai tu le scelte. Non essere solo razionale ma agisci anche d’istinto. Soltanto tu sai quello che sarà meglio per tuo figlio e per la tua famiglia.

Sei all’inizio di una nuova fase della tua vita, stai per intraprendere una nuova meravigliosa avventura, unica ed irripetibile. Non avere paura, abbi fiducia in te!

 

Cosa vorrei mettere nella valigia di mio figlio
per il suo viaggio verso il futuro?

Molti degli “attrezzi” li ho menzionati nella lettera: onestà, lealtà, educazione, rispetto, correttezza, coerenza, resilienza, leggerezza, spensieratezza, curiosità, gioco, umorismo, amicizia. E la fede cristiana. Vorrei trasmettere i valori ai quali ho cercato e cerco di fare riferimento nella mia vita affinché lo sostenga nella crescita per diventare un uomo.

Si troverà a fare i conti con la realtà che talvolta è fatta di compromessi, di persone che non potrà scegliere ma con le quali si troverà a studiare, a lavorare, a condividere lo sport e la vita di tutti i giorni. Persone che talvolta sono diverse per estrazione sociale, etnia, cultura. Persone che spesso non potrà scegliere. Come non ha potuto scegliere i genitori e i fratelli.

 

Caro Francesco,

non te lo aspettavi: non era nei programmi diventare, a 42 anni, il “papà” di un ragazzo di 9 che ha avuto una storia travagliata. Te l’avevano detto che “gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono”, ma forse non te lo ricordavi più. O forse lo sapevi e, per questo, ai progetti non hai mai creduto.

Ora cosa farai? Sarai capace di abituarti e di nascere tu come genitore? Di rimanere in equilibrio nella relazione in famiglia e con tuo “figlio”?

Sicuramente hai ed avete una missione. Dovete adoperarvi per rompere la catena del disagio, dare un esempio di famiglia che, nonostante le difficoltà ordinarie, che ci saranno, deve essere una famiglia di amore, di sostegno, di coerenza e stabilità, di condivisione, di attenzione all’altro, di crescita reciproca.

Qualcuno a cui ispirarsi lo hai. Lo hai avuto in casa e non solo. Padre, suocero, padri di amici, amici padri e amici figli.

Persone capaci di dosare la dolcezza e l’autorità, ricettive. Ispirati anche a te stesso ed ai valori che hai nel cuore. Non ascoltare chi dice “io mi metto in discussione tutti i giorni”: sei la persona che sei, con capacità e incapacità, per il percorso di vita che hai fatto. Se lo metti in discussione di continuo, ti perdi. Se lo analizzi lucidamente, guadagnerai in consapevolezza.

Sai che a volte dovrai forzare la mano, altre dovrai tenderla. Sbaglierai, è certo. Ma farai anche parecchie cose giuste. Ci sono l’affetto e l’amore a guidarti.

Dovrai stare vicino a tua moglie. Anche qui sbaglierai, tempi, modi e contenuti. Ma farai anche parecchie cose giuste.

Fornisci strumenti di vita, non ordini disciplinari. Ricorda che esistono anche questi ultimi: potranno esserti utili, anche se potrebbero pesarti.

Garantisci libertà ed evita il lassismo. Gioca. Evita di essere uno stupido giocherellone. Scherza senza essere offensivo. Riprendi senza cattiveria.

Proteggi. Come un faro che protegge le navi dallo scontrarsi sugli scogli. Tieni presente che la nave potrà finire in qualche secca. Capita. L’importante è uscirne.

Coinvolgi, a volte anche obbligando. Perché la conclusione saranno esperienze nel cuore del figlio che, spesso, ti dirà di essere stato contento. Il tempo passato insieme è l’oro della vita.

Cosa è restato di tuo padre e di quelli che consideri simil-padri, nel tuo cuore e nelle tue scelte? Saranno le stesse cose che resteranno in tuo figlio. Lui avrà la propria vita, la ha già avuta. E’ sua. Aiutalo a crescere, sapendo che lui è lui e non sei tu alla sua età. Quello che andava bene per te, potrebbe non andare bene per lui. E’ diverso da te ed il mondo di oggi è molto differente dal tuo di allora.

Da oggi ci sei anche tu nella tua vita. Ci siete anche voi. Vogliatevi bene

Tu sei importante (lo sai, vero?) non solo nelle questioni pratiche da affrontare che, al momento, ti aiutano a nasconderti dall’affrontare la relazione figlio-padre. Piano piano, ti abituerai a questa nuova realtà.

Ricordati, parafrasando un antico testo:

Sii come un padre per i piccoli,
e sarai come un figlio dell’Altissimo,
ed Egli ti amerà più di tua madre.

Tieniti queste parole almeno come auspicio.

Buone giornate, papà neonato.

 

Cosa vorrei mettere nella valigia di mio figlio
per il suo viaggio verso il futuro?
  • Quella che si chiama educazione. O meglio, garbo ed empatia verso gli altri. Aprono le porte della strada del bene, a lungo periodo.
  • L’idea che reagire alle situazioni è meglio dell’inerzia. Se non vinci le partite, non fa niente. Se le perdi perchè ti siedi, non avrai una buona immagine di te.
  • Sviluppare la capacità di leggere le situazioni e, di conseguenza, scegliere quelle che ti aiutano ad essere una persona più felice, sana, libera.
  • Il discernimento.
  • La passione per voler lasciare il mondo, il proprio piccolo angolo di mondo, un minimo migliore di come lo si è trovato.
  • Conoscere che esiste la carità e non solo il narcisismo.

 

Caro Ludovico,

per te la paternità è ancora un concetto astratto.

L’opportunità per realizzare te stesso, il modo di dare un senso alla tua vita. L’occasione di saldare il debito incommensurabile che senti verso tuo padre.

Sappi che sarà tutto molto diverso da come te lo immagini. Spesso non sarai all’altezza delle tue aspettative e la realtà sarà più complessa dei tuoi sogni, più difficile, più faticosa. A volte anche amara. Scoprirai, come mai prima, il significato delle parole “rimpianto” e “rimorso“. Eppure, incredibilmente, scoprirai una realtà più bella persino del più luminoso dei tuoi sogni.

E sappi che quel debito non esiste. Perché ciò che un padre dà ai figli, poco o tanto che sia, non è un prestito, ma un dono. Cerca solo di dar loro il meglio di te stesso. Non sarà mai perfetto, ma nessuno può aspettarsi di più. Non loro, non tuo padre, non tu.

Sii sempre grato alla loro madre. Neanche lei è perfetta, non lo è stata sino ad oggi e non lo sarà domani. Ma, se hai l’occasione di diventare un padre ed un uomo migliore, lo devi a lei come a te stesso. Forse di più.

 

 

La mia valigia

Sono passati 28 mesi circa. Tutti i giovedì al Gruppo della Trasgressione ho conosciuto volontari e tirocinanti, di cui alcuni sono ancora presenti, e un via vai di detenuti: chi è stato liberato, chi trasferito, chi ha rinunciato a partecipare.

Mi sono confrontato su mille argomenti: i conflitti, la droga, i nostri disagi, i percorsi della devianza, odio, rancore, delitti di mafia, genitori e figli, vita sociale e anche episodi e sentimenti della vita personale.

La valigia, mi ricordo bene il significato di questo argomento affrontato più di un anno fa. In quella valigia ho messo tutto quello che ho raccolto fino ad ora e che mi è servito per crescere.

Dei tanti eventi cui ho partecipato con il gruppo, uno mi ha colpito in particolare: Delitti di mafia. Seduta al mio fianco c’era una signora con la nipote alla quale era stato ucciso il marito. Avevo parlato un po’ con lei. Facevo fatica a guardarla negli occhi, lei era molto dolce. Il reato non mi riguardava, ma me ne sentivo complice per lo stile di vita che ho avuto negli anni passati.

Probabilmente all’età di sessant’anni la stanchezza, l’esperienza, la famiglia mi hanno aiutato ad allontanarmi dalle mie scelte di vita passate. Ma non basta, non è sufficiente. È come guidare una macchina senza prendersene cura: prima o poi la macchina si rompe e di questo sono consapevole.

Ecco a cosa serve questa valigia. La porto con me costantemente. in questi anni di gruppo, ho valutato quanto è importante riconoscere e riconoscersi negli altri.

Si dice che, a smettere di essere curiosi, si invecchia; questi incontri mi hanno incuriosito sempre di più. Ora, non solo partecipo al gruppo, io mi sento parte del Gruppo della Trasgressione dal giorno in cui il dottor Aparo mi consegnò quella lettera dove mi veniva riconosciuto l’impegno costante. E così mi sono guadagnato la sua fiducia, tanto da uscire anche per incontri fuori dall’istituto. Avere delle responsabilità, dare un mio contributo al gruppo dà senso alla mia vita.

Io uomo, io padre. l’incontro che abbiamo avuto sabato 12 aprile con altri genitori che venivano dall’esterno mi ha lasciato un principio ben chiaro: se non si è presenti con i figli, si perde il diritto alla parola del padre.

Io esco per fine pena il 5 maggio prossimo. Sabato, 19 marzo, mia figlia Eleonora, 26 anni, mi viene a prendere all’uscita del Carcere. Ci siamo abbracciati e durante la giornata c’è stato un momento in cui siamo rimasti da soli. Così le ho chiesto che ruolo ho per lei e lei mi risponde: io ti ho sempre rispettato come uomo e padre, so che per me provi amore come per gli altri miei fratelli, ma non basta. Se vuoi fare parte della mia vita, devi essere trasparente. Tutte le volte che hai fatto e ti sei fatto del male, hai fatto del male anche a noi. Io non te lo rinfaccio, ma non è corretto pensare di andare avanti con la stessa vita, sapendo quello che proviamo per te. Noi non ti abbiamo mai dimenticato. Non dimenticarti tu di noi.

Io credo che per essere padre si debba far parte del loro mondo costantemente. Ecco per me l’utilità del nostro Gruppo della Trasgressione.

Antonio Trionfo

Alla ricerca del padre

La risposta alla colpa tra passato e futuro

Nella pena che l’istituzione infligge al reo o nella imposizione del limite che il genitore impone al figlio che ha sbagliato quanta attenzione viene data al passato e quanta al futuro? Quanta alla colpa e quanta al progetto?

Quando un padre pone un limite al figlio che ha trascurato i propri doveri o quando l’istituzione punisce il cittadino per avere violato le norme sociali, quanta attenzione viene spesa per misurare l’entità della colpa e quanta ne viene concessa al progetto che i genitori hanno per i propri figli o che la collettività ha per ogni singolo cittadino?

Va da sé che quando si ricorre alla punizione, si è sempre in presenza di una deroga, uno strappo che non riguarda solo la violazione della norma, ma anche il progetto individuale e collettivo che prevede come meta un adulto capace di lavorare insieme con gli altri e di contribuire alla libertà propria e della collettività di cui fa parte.

Il giro di boa

Care ragazze e ragazzi della III liceo socio economico dell’istituto Barbara Melzi di Legnano,

la bellezza del racconto “Denaro Falso” di Tolstoj ci ha fatto discutere, sia in termini di propensione alla lettura di quelli che lo hanno letto, sia in termini di gusto personale: qualcuno di voi non si considera un lettore “forte” o assiduo e ha detto in modo sincero che ha fatto fatica a leggere tutto il racconto. Qualcun altro, più interessato alla lettura, ha trovato il racconto non tutto bello, non tutto godibile in modo uniforme: ad alcuni e ad alcune è piaciuta di più la prima parte, quella dell’ascensione verso le vette del crimine, pochi hanno trovato la seconda parte (quella che vira verso il bene) altrettanto bella e interessante.

Al di là dei gusti però o delle preferenze o dell’interesse per la lettura ci siamo trovati d’accordo sul fatto che questo racconto contiene un grande insegnamento, che merita di essere approfondito e ricordato: le cose che ci accadono ogni giorno e gli incontri più routinari possono essere all’origine di azioni che conducono in modo imprevisto e improvviso al dilagare del male e ad una serie di crimini sempre più gravi

La falsificazione della cedola è stata una ragazzata o si muove (come forse avrebbe incalzato il “nostro” pubblico ministero) già in pieno ambito criminale? La riflessione sul racconto mette in questione anche i criteri con cui leggiamo e giudichiamo le cose che accadono. La nostra risposta alla domanda sulla falsificazione della cedola dice qualcosa sul nostro reale grado di responsabilizzazione su ciò che diciamo e facciamo ogni giorno.

Pensiamo che la parte più importante dell’incontro del 16 aprile vissuto con il Gruppo della Trasgressione sia stata la conversazione sul personaggio del sarto, Čuev, che è iniziata ben prima della presentazione del vostro disegno.

Diversi di voi ragazzi hanno voluto segnalare il fatto che il sarto dà molto da pensare su un aspetto che ci ha sorpreso molto di sentire menzionato in modo spontaneo: voi ragazzi ci avete detto che il racconto fa riflettere sugli effetti e sul senso di ciò che avete chiamato “evangelizzazione”. Alcuni di voi hanno trovato convincente il fatto che l’evangelizzazione in certi contesti sia in grado di mobilitare risorse positive per migliorare la comunità e migliorarci come persone.

Il professor Aparo ha usato l’immagine del “giro di boa”. L’agire del sarto, così come l’agire di Marja, operano come occasioni per un giro di boa anche per il criminale più incallito. Il sarto e Marja si presentano nel racconto come attori o operatori di un richiamo a compiere un giro di boa che non inventano, ma che è nelle cose stesse

Il contributo offerto alla discussione dalla persone detenute è stato importante. Per alcuni il giro di boa è avvenuto con l’avvertire la loro vita criminale come un peso sempre più gravoso che portavano sulle spalle e con il bisogno di liberarsi del peso, in questo la fede è stata un innesco di liberazione e di ripensamento (Salvatore, ma non solo lui anche altri persone detenute che hanno preso la parola).

Altri hanno sottolineato che il giro di boa è avvenuto nel corso della loro vita in carcere quando il rimorso e la voce delle vittime si sono fatti via via più presenti nella loro vita e nella loro mente, come qualcosa a cui si doveva e si poteva rispondere cambiando la propria vita.

La presentazione del vostro disegno del sarto è stata molto interessante. Voi ragazzi avete dimostrato un livello di creatività e approfondimento notevole. Ci ha colpito l’idea di delineare il volto con un filo di gomitolo dando al viso del sarto il senso di un simbolo dell’intero percorso nel labirinto degli incontri della vita. Ci ha colpito che voi abbiate visto nell’idea del filo la compresenza insieme sia del male (inteso come labirinto e come Minotauro) e della via di scampo dal male (il filo di Arianna che segna la strada del ritorno di Teseo dopo la vittoria sul male).

Il disegno del sarto che avete realizzato è in effetti un compendio di ambiguità e di ambivalenza e di contiguità tra la via del male e la via contraria del bene: il busto del sarto presenta degli oggetti e dei colori che possono essere pensati sia nel male (l’oro come danaro, il rosso come sangue) che nel bene (l’oro come colore della luce e del bene, le campane come richiamo, il rosso come colore dell’amore); le gambe e l’addome del sarto, presentati nella forma di un ragno, alludono sia alla tessitura del crimine, sia alla “buona tessitura”, che è operata con decisione dal sarto grazie alla lettura comunitaria del vangelo. La figura del sarto è decisamente per il bene, senza ombre o ambiguità: proprio per la forza del suo operare, il sarto trasmette il bene anche attraverso simboli ambigui.

Nell’incontro abbiamo toccato molti altri argomenti, tutti interessanti e tutti molto ben posti… riportiamo di seguito alcune domande discusse insieme:

  • C’è sempre l’opzione del bene insieme all’opzione del male?
  • Riflettere è utile?
  • E’ più gravosa la pena o il rimorso del male che si è commesso?
  • Si diventa criminali per necessità? Risposta generale, no, c’è sempre un altro modo di affrontare i problemi, solo che i criminali non lo vedono o si sottraggono ad esso…
  • Ma dunque perché si smette di essere criminali e si pensa di “migliorarsi”? Il criminale avverte o non avverte come una “campana”, come un “richiamo” a costruire? È questo richiamo a costruire che “ferma” i criminali e gli fa cambiare modo di vivere?

Non vediamo l’ora di ricontrare voi (e tutte le altre classi partecipanti al nostro progetto di ricerca) il 28 maggio all’Università degli studi di Milano per l’incontro di restituzione pubblica!

Davide (con Chiara, Francesco e Tania)

CONTRIBUTI CRITICI SU DENARO FALSO

Diari dell’esperienza al carcere di Opera

Gentilissimi,
nel rinnovare il mio ringraziamento per averci offerto il progetto più bello che abbia mai vissuto con i miei ragazzi, da quando insegno, vorrei condividere con voi i diari dell’esperienza in carcere scritti dai nostri studenti (della classe IVA liceo scientifico sportivo) nelle ore successive all’incontro.
Ancora grazie e a presto,
con stima e gratitudine!

Daniela Ferrari (Istituto Leone XIII, Milano)

La mia esperienza al carcere di Opera rimarrà indimenticabile.
Entrando all’interno del carcere abbiamo parlato con le guardie che ci hanno spiegato il funzionamento della struttura.
E’ stato un alternarsi di emozioni, di pensieri e di sensazioni più o meno piacevoli.
Spesso si arriva a un contatto fisico e di scontro tra guardie e carcerati che li porta a rimanere in isolamento per due settimane.
Successivamente abbiamo avuto l’incontro con i carcerati che ha rappresentato il momento più forte e toccante.
Mi ha stupito il sentir raccontare che alcuni carcerati possono avere una sola visita al mese a causa delle loro condanne.
Il racconto più drammatico e’ stato quello della signora che ha raccontato la morte violenta della figlia.
Questa esperienza mi ha lasciato tristezza e mi fatto capire che nella vita esistono realtà molto lontane da quelle che vivo tutti i giorni.
Al tempo stesso mi insegna che non si devono infrangere le regole di una società e che riuscire a riabilitare queste persone rappresenta un ostacolo ancora molto difficile da superare ma rimane un dovere per ognuno di noi.

L’incontro con i detenuti del carcere di Opera mi ha suscitato tante emozioni.
Essere fisicamente vicino, sentire raccontare la propria storia da persone che probabilmente potrebbe avere ucciso un’altra persona, mi faceva venire i brividi.
Allo stesso tempo però sentire la storia del proprio passato e le riflessioni sul pentimento, mi ha acceso qualcosa dentro, perché anche loro alla fine sono persone umane. A mio parere, il momento più toccante è stato quando la mamma ha raccontato l’ agghiacciante storia della figlia defunta. Sentire le sue parole, anche solo pensare che una mamma possa avere il coraggio di andare avanti e addirittura condividere questa storia, mi ha fatto venire i brividi.

L’esperienza della visita in carcere è stata molto particolare, piena di emozioni sia positive che negative. Una delle emozioni più forti l’ho provata appena ho superato la porta d’ingresso. Quando sono entrato all’interno delle mura ho sentito una sensazione di impotenza pura, come se fossi chiuso in un luogo da cui non puoi più uscire. Davanti a me c’erano due edifici enormi, quasi intimidatori, che mi hanno fatto subito capire quanto fosse diversa quella realtà da tutto ciò che vivo ogni giorno.

Quando siamo entrati nell’aula per incontrare i detenuti, all’inizio c’era un po’ di paura e timidezza. Non sapevamo cosa chiedere o come comportarci. Poi però, ascoltando le loro storie, quella distanza è diminuita. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per conoscere tutti, perché ogni persona aveva qualcosa di importante da raccontare. Alcuni volti mi hanno incuriosito particolarmente, mi chiedevo che vita avessero vissuto per trovarsi lì dentro.

Quello che mi ha colpito di più è stato il contrasto tra l’aspetto normale di quelle persone e ciò che avevano fatto. Vedendoli, sembravano persone come noi, con una vita come la nostra. Nessuno si sarebbe mai immaginato che dietro quei volti ci fossero storie così estreme, come omicidi o altri crimini gravi. Questo mi ha fatto capire quanto sia facile giudicare qualcuno solo in base a ciò che sappiamo di lui, senza fermarci a pensare che dietro ogni errore c’è una storia, una vita, delle scelte sbagliate fatte magari in momenti di difficoltà.

Alla fine questa esperienza mi ha lasciato una grande lezione. Mi ha fatto capire quanto siamo fortunati a vivere una vita libera, ma anche quanto sia importante stare attenti alle scelte che facciamo ogni giorno. Ogni decisione, anche la più piccola, può influenzare tutto il nostro futuro. E spesso basta davvero poco per trovarsi dall’altra parte di quel muro.
Durante l’incontro con gli ex e attuali detenuti del carcere di Opera, ho avuto l’opportunità di ascoltare storie di vita che mi hanno profondamente toccato. Quasi ogni detenuto ha condiviso la propria esperienza, descrivendo il percorso che li ha portati dietro le sbarre. Una storia in particolare mi ha colpito: un detenuto ha raccontato come è passato dalla vendita di stupefacenti fino a commettere un omicidio. Un’altra testimonianza, quella di una madre che ha perso la figlia, uccisa a colpi di pietra da un coetaneo a causa del mondo della droga, il quale lei aveva denunciato non apprezzando ciò che aveva vissuto in passato, ha reso ancora più evidente il dolore e la devastazione che questo mondo può causare. Altri detenuti hanno parlato delle loro lotte contro la tossicodipendenza e delle scelte che li hanno portati a perdere tutto. Queste storie ci ricordano quanto sia importante intervenire preventivamente e supportare chi è a rischio di entrare nel mondo della criminalità e della tossicodipendenza. Poi spesso uno dei detenuti rientrava sempre sull’argomento del fatto che, se si pensa a quando si è piccoli, capita di rubare una caramella, ma poi crescendo si rischia di arrivare fino a uccidere una persona.
Quindi crescendo può capitare che ti ritrovi a causa del tuo passato, della tua
educazione o della tua crescita, in situazioni sempre più scomode. È fondamentale offrire opportunità di riabilitazione e reintegrazione per chi ha commesso errori, affinché possano ricostruire la propria vita e contribuire positivamente alla società.

La visita al carcere di Opera è stata un’esperienza davvero unica e coinvolgente. Avere l’opportunità di interagire direttamente con i carcerati è stato un’esperienza che mi ha permesso di entrare in contatto con le loro storie personali e le difficoltà che hanno affrontato nel passato. È stato davvero emozionante sentire le loro parole, spesso piene di sofferenza e riflessioni sulla vita.
Un momento che mi ha colpito particolarmente è stato quando abbiamo ascoltato la storia di una madre che ha perso sua figlia, uccisa in circostanze drammatiche. La forza con cui è riuscita a raccontare questa tragedia, parlando di fronte a noi con tanta dignità, mi ha impressionato.
Inoltre, abbiamo avuto l’opportunità di riflettere su un libro che avevamo letto, “Denaro falso”, e su richiesta, ho cercato di identificarmi in uno dei personaggi. Questo esercizio mi ha fatto riflettere ancora di più sul significato della storia e sulle diverse realtà che ci circondano.
Nel complesso, è stata un’esperienza che mi ha lasciato una grande impressione, purtroppo in questo incontro non abbiamo potuto fare tutte le domande che volevamo, ma credo che nel prossimo incontro ci sarà l’opportunità.

L’esperienza al carcere di Opera è stata per me molto significativa e sono sicuro che mi rimarrà impressa per tutta la vita. Fin dal primo incontro con l’Agente e l’Assistente Capo Coordinatore della Polizia Penitenziaria sono rimasto stupito dal fatto che quest’ultimi non abbiano strumenti per difendersi in caso di aggressione e che, come riportato dalle due guardie carcerarie, l’unico strumento per difendersi sia la penna con cui stilano la relazione di servizio. Allo stesso tempo, un’altra cosa che mi ha lasciato il segno che una giovane donna avesse come desiderio quello di lavorare all’interno di un carcere.
Dopo aver fatto l’incontro con i detenuti, mi sono rimaste impresse varie cose, che qui di seguito elencherò, secondo un elenco puntato.

  • La prima cosa che mi ha colpito è il fatto che dei detenuti con delle condanne significative (ovvero per rapina, spaccio o omicidio) possano girare liberamente per la struttura senza l’uso di dispositivi che nei limitino i movimenti (come le manette), e che nonostante la loro vita sia dietro le sbarre, siano comunque relativamente tranquilli e sorridenti.
  • La seconda cosa che mi ha colpito è il circolo vizioso della malavita che vede passare da un semplice furto a una rapina, per poi passare allo spaccio o addirittura agli omicidi. In particolare poi, ho capito il significato profondo che esiste dietro al furto di una semplice caramella o di un barretta kinder all’autogrill: nel senso che noi banalizziamo questi atti ma che in realtà si configurano come dei veri e propri furti.
  • La terza cosa che mi ha colpito è la biografia personale che ogni detenuto presente al gruppo ci ha raccontato ed in particolare quella di Salvatore Forte. Grazie a quest’ultimo ho capito infatti quanto il contesto familiare o in generale l’ambiente in cui nasci e cresci condizioni realmente la vita di un uomo: il fatto che da piccolo fosse stato legato in bagno con una catena mi ha lasciato sconvolto.
  • La quarta cosa che mi è rimasta impressa è il fatto che le nostre preoccupazioni relative al carcere siano comuni: anche i detenuti sostengono che il sistema giudiziario italiano non fosse all’altezza della Repubblica e che quanto indicato dall’articolo 27 della Costituzione, nella realtà infine non si verifica.

In conclusione quindi sostengo che l’esperienza al carcere di Opera sia un passaggio fondamentale per la crescita di noi ragazzi essendo estremamente toccante e formativa.

Quest’esperienza al carcere di Opera mi ha colpito molto perché stare in una stanza con dei detenuti che hanno fatto certe cose per essere li, mi ha stupito come certi carcerati parlavano molto bene, uno dei carcerati di nome Vincenzo quando ha scritto un testo riguardante il libro mi ha stupito come era, perché era scritto molto bene.
Poi parlando sulla vita dei carcerati mi ha stupito molto perché ad esempio Salvatore, che come ha raccontato lui è stato legato con una catena a sei anni nel bagno di casa con tutte le luci spente, i suoi genitori nel mentre andavano al mare e questa cosa non immagino quanto lo abbia traumatizzato.
Questa esperienza la consiglio ad altre persone perché secondo me è giusto conoscere altre persone che non vivono la nostra vita o vedano cose crudeli e subiscono cose, secondo questa esperienza ti fa un po entrare nei loro panni e ti aiuti anche in futuro così che quando saremmo più non faremmo queste cose secondo me orribili.

L’esperienza nel carcere di Opera mi ha colpito molto, all’inizio ero un po’ spaventata, ma quando sono arrivati i carcerati dopo qualche intervento sia nostro che loro, mi sono tranquillizzata ed ho ascoltato con interesse le loro storie. La cosa che mi ha colpito di più è stata la storia di un dei carcerati, mi è dispiaciuto che lui abbia dovuto passare un infanzia brutta, ho provato a capire il perché lui poi si sia ridotto ad una vita in carcere e a fare azioni brutte, e la risposta a parer mio era perché non è stato amato e accompagnato nella sua crescita.
È stata un’esperienza davvero unica che non avrei mai pensato di fare.

Prima di entrare in carcere non sapevo bene cosa aspettarmi e provavo un po’ di ansia per il fatto di dover stare a contatto ravvicinato con i detenuti.
Confrontarsi con loro sul libro è stato interessante, la conversazione non era del tutto incentrata su “denaro falso” ma è servito ugualmente. A parer mio lo psicologo avrebbe dovuto lasciare più tempo e spazio ai detenuti per fargli parlare.
L’uscita al carcere di Opera, secondo me, è stata una bellissima esperienza, ma che poteva essere gestiti a meglio.
Appena prima di entrare nel carcere (fuori dalle mura esterne) avevo un ansia molto forte, che, fortunatamente, è stata stemperata dalle guardie del carcere e dal giudice che ci accompagnava, perché ci hanno fatto una breve introduzione di cosa succede dentro e di cosa avremmo fatto appena fossimo entrati. Questo punto, a parere mio, è stato fondamentale per noi studenti.
Però, i miei pochi commenti “negativi”, li uso per descrivere l’incontro con i detenuti; perché non è stata lasciata molta parola ai detenuti per raccontare le loro esperienze, o semplicemente la loro storia, perciò, per me, si dovrebbe gestire meglio questo “pezzo”, nonché si dovrebbe lasciare più parola a loro e meno a noi studenti e alle altre persone lì presenti.
Tutto sommato, questo incontro mi è piaciuto ed è stato molto interessante e avvincente; sicuramente lo consiglierei ad altre persone.

L’incontro in carcere con i detenuti mafiosi mi ha profondamente colpito, suscitando molte riflessioni.
La storia di Salvatore, cresciuto in condizioni estreme, legato al water da bambino, mi ha emozionato. Ciò che mi ha sorpreso è come oggi sembri una persona cambiata, che anche grazie agli incontri con noi ragazzi sta cercando di migliorarsi ogni giorno. La sua evoluzione mi ha dato speranza.
Anche la storia di Mirko mi ha toccato: senza figure di riferimento e cresciuto nella povertà, ha seguito le orme del fratello criminale, come se fosse l’unica strada possibile. Il suo rimorso mi ha fatto riflettere su quanto le circostanze possano determinare le scelte.
Una storia che mi ha sorpreso particolarmente è quella della madre di una vittima, la cui figlia è stata uccisa a sassate. Nonostante il terribile dolore vissuto, la donna non ha provato rancore verso il colpevole, ma solo pena. Questo gesto di grande umanità mi ha lasciato senza parole e mi ha fatto riflettere sulla forza del perdono.
Infine, un detenuto ha parlato del suo percorso di studi, sottolineando che non a tutti è data questa possibilità. “Fuori è difficile trovare lavoro, figuriamoci per noi detenuti”, ha detto. Ha evidenziato come chi ha problemi psicologici o tossicodipendenze venga spesso escluso dai percorsi di recupero. Questa frase mi ha fatto pensare a quanto il sistema penitenziario non offra le vere opportunità di reintegrazione, fermandosi solo a un “carcere” senza permettere una vera rinascita.

Denaro falso

Anime Salve. Omaggio a F. De André

La Trsg.Band e il Gruppo della Trasgressione
Teatro Civico Roberto Da Silva – RHO (MI)
Venerdì, 16 Maggio, 2025 – H 21:00

Il più crudele dei mesi

Aprile è il più crudele dei mesi, lillà da terra morta, confondendo
memoria e desiderio, risvegliando
le radici sopite con la pioggia della primavera
[…]

Là vidi uno che conoscevo, e lo fermai, gridando: Stetson!
Tu che eri con me, sulle navi a Milazzo!
Quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino,
ha cominciato a germogliare? Fiorirà quest’anno?
Oppure il gelo improvviso ne ha danneggiato l’aiola?

[T.S. Eliot, La terra desolata. I – La sepoltura dei morti] 

I morti erano di ritorno da Gerusalemme, dove non avevano trovato ciò che cercavano. Mi pregarono di lasciarli entrare e implorarono il mio verbo, e così iniziai il mio insegnamento. Ascoltate: io inizio dal nulla. Il nulla è uguale alla pienezza. Nell’infinito il pieno è come il vuoto. Il nulla è vuoto e pieno. Potreste dire altrettanto bene qualche altra cosa del nulla, per esempio che è bianco e nero o che non è o che è. Una cosa infinita ed eterna non ha alcuna qualità poichè ha tutte le qualità.

[Carl Gustav Jung, Septem Sermones ad Mortuos – Sermone I]

Io non c’ero, quel giorno, a Palazzo.

La mattina del 9 aprile 2015 mi trovavo a Firenze, per motivi di lavoro uniti a passioni per le investigazioni informatiche coltivate da tempo anche tramite lo studio del Manuale di computer forensics di Eoghan Casey, che stavo ascoltando completamente assorbito dalle parole del suo intervento. Il telefono suona una, due volte. Me ne accorgo in ritardo e penso che sia strano che Francesca mi chiami con tale insistenza. Esco dalla sala e mia sorella quasi scoppia in un pianto liberatorio, al pensiero che ci fossi anche io dentro quel macello di cui erano giunte in Redazione le prime notizie.

Notizie confuse ma che, dopo una mia prima telefonata al responsabile della sezione antiterrorismo della Procura, impongono di non sottovalutare quello che sta succedendo: si, qualcuno sta sparando nel Palazzo di Giustizia, a Milano. E non si sa né perché nè contro di chi.

Così, per superare un senso di inutilità mai provato fino a quel momento, chiamo il mio amico Carlo. Da giornalista di razza quale è, mi invita a seguire in streaming RaiNews24 perché un suo collega era già sul posto. E sono, al momento, le uniche notizie certe. Da chi sta fuori.

Mentre con una mano tengo così a stento un piccolo schermo per cercare di vedere più da vicino, con l’altro telefono mi accerto della situazione delle persone che stanno invece dentro, e che lavorano nel mio ufficio prendendosene uguale cura, come una seconda famiglia: Mirella racconta che Loredana, sua collega cancelliera presente durante la prima sparatoria, aveva trovato la via di fuga risalendo le scale che arrivano dirette al nostro corridoio (siamo infatti proprio sopra l’Aula 2 al terzo piano, da dove si sono sentiti i primi spari); Giuseppe invece, Carabiniere di lunga esperienza, ha lasciato Fabio ed era sceso – arma di servizio in pugno – lungo quelle stesse scale, a presidiare il piano dove lavora sua moglie.

E poi chiamano alcuni Colleghi, pensando che forse noi Pubblici Ministeri abbiamo – per natura o funzione – qualche pronta soluzione in tasca. O almeno qualche buon consiglio, come quello da dare alla mia amica Caterina che voleva soltanto sapere quando potesse uscire da quella stanza nella quale si era rinchiusa insieme ad altre 40 persone. O meglio mi chiamava per sapere quando poteva uscire lei, insieme alla figlia che aveva in grembo, da quella stanza.

E poi, il giorno dopo, le poche parole di Luigi, il Pubblico Ministero che in quell’Aula di udienza non ci doveva neppure andare, quel giorno. Miracolosamente salvo, lui come tutti gli altri presenti a Palazzo di Giustizia ad eccezione di Lorenzo Alberto Claris Appiani, Giorgio Erba e Fernando Ciampi, uccisi per mano di uomo armato, Claudio Giardiello, che con quella stessa arma aveva ferito anche altre due persone.

Pur non conoscendo personalmente nessuna delle tre vittime, ricordo di aver voluto andare proprio con Caterina ai loro funerali in Duomo. E, nel tratto a piedi in un pomeriggio di aprile, abbiamo entrambi pensato a quanto lavoro sarebbe stato necessario per cercare di riparare i mille piccoli traumi che un simile evento aveva generato.

Non erano i terroristi, come molti di noi avevano pensato nei primi minuti di concitazione e confusione. Eppure lo scenario immaginato poteva essere simile a quello accaduto pochi mesi prima a Parigi, in quel 7 gennaio 2015 dentro la sede di Charlie Hebdo e lungo le strade ad esse adiacenti. E poi ripetutosi, nel novembre del medesimo anno, dentro il teatro Bataclan. Immagini, viste ugualmente alla TV molte e molte più volte, rimaste così indelebili nella mia memoria che ho sentito l’esigenza, complice il mese scorso una breve vacanza con la mia famiglia, di fare una passeggiata solitaria – di buon mattino – quasi per riconciliarmi con quei luoghi e con quei volti.

     

Perché è forse caratteristica intrinseca dell’essere umano temere di più quello che non riesce a vedere. Come durante il lockdown, quando ho dovuto accettare – sulla mia pelle- che in guerra non dovevano andare gli uomini, quelli che nel mentre erano poi diventati a tutti gli effetti componenti della sezione antiterrorismo della Procura di Milano e che erano stati capaci di ricercare i foreing fighter financo in Siria, nei territori dello Stato islamico. Perché invece io, e quell’uomo che è dentro di me, dovevo rimanere a Milano chiuso in casa, per 52 lunghissimi giorni da solo con due figli piccoli, ad aspettare una donna medico che tornasse, finalmente guarita, dal fronte.

Siamo passati con le ragazze e i ragazzi del nostro workshop scout, nei primi anni successivi a quella sparatoria a Palazzo di Giustizia, anche davanti alla stanza 250, al secondo piano. E abbiamo ascoltato, con le lacrime agli occhi, la testimonianza di un’altra Caterina, anche lei magistrato ma che quel giorno si trovava invece proprio nella stanza accanto a quella dove è stato ucciso il Giudice Fernando Ciampi, l’ultimo bersaglio. E pur non essendo presenti quel 9 aprile, anche quei giovani hanno finalmente visto.

E oggi, a distanza di 10 anni da quella sparatoria, dentro quell’Aula di udienza siamo stati tutti testimoni del dolore dei familiari delle vittime, ed in particolare di Alberta Brambilla Pisone, mamma dell’Avvocato Lorenzo Alberto Claris Appiani. Ritorna, per un attimo, sui sistemi di sicurezza mancanti quel giorno, “un teatrino di cartapesta” costato una montagna di soldi a carico dei contribuenti. Ma poi spiazza molti confidando che ha passato dieci anni, commemorazione dopo commemorazione, nel tenere vivo l’orgoglio di fare parte di una famiglia che ama il Diritto senza mai ricordare doverosamente chi fosse veramente suo figlio. E oggi, con parole così affettuose che solo una mamma è in grado di partorire, riesce a farcelo vedere, li ancora presente in quell’Aula mentre si accingeva a testimoniare.

E ricorda anche le sue ultime parole, “verità”, imprigionate dentro una fonoregistrazione di udienza prima del suono degli spari.

Per un attimo penso a Marisa Fiorani e alla nostra ricerca di quei nastri per far risuonare la voce di Marcella, ancora una volta dopo quel 24 giugno 1987 nella Questura di Lecce. Ma poi ritorno alla fatica delle parole di questa altra madre in piedi davanti a tutti noi, in questo 9 aprile del 2025, che a me sembra siano davvero generatrici di quel germoglio del racconto di Eliot. Una fatica capace di far ritornare i morti per cercare di fare – tutti – pace con loro.

Ed è in quel momento che l’affresco di “Adamo ed Eva dopo il peccato” che sta alle sue spalle, e che aveva catturato nuovamente il mio interesse anche ieri pomeriggio (in udienza, in quella stessa Aula 2 che ciascuno di noi ha frequentato anche negli anni successivi a 9 aprile 2015 con un senso di rimozione – a tratti meschino quanto utile per la naturale sopravvivenza della specie) mi sembra assumere un  significato nuovo. E mentre, per i casi della vita e del lavoro, mi tocca correre a prendere un treno ancora una volta per Firenze, penso anche a Daniela Marcone e al suo ultimo 31 marzo di fronte ai gradini dell’ingresso condominiale dove hanno ammazzato suo padre, ingresso che lei ogni santo giorno deve varcare per entrare ed uscire di casa.

E concordo che sarebbe davvero bello che quell’Angelo – al posto della spada – avesse portato oggi, anche in quest’Aula e in questo Palazzo (quasi una seconda casa per molti dei presenti), una benedizione.

Acqua capace di far crescere quel germoglio per prendersene davvero cura, acqua capace di pulire le ferite da quella terra sporca che i nostri occhi, troppo spesso distratti, contribuiscono ad infettare.