Francesco Scopelliti

Francesco Scopelliti – Intervista sulla creatività

Francesco Scopelliti è psicologo psicoterapeuta, direttore del Ser.D in Area Penale e Penitenziaria e responsabile dell’unità operativa dei Ser.D nel carcere di Bollate e nel Tribunale di Milano. È altresì professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano. Come dice egli stesso, il suo ruolo è per definizione istituzionale e poco creativo perché gli interventi sono regolamentati in maniera molto rigida dall’ASST Santi Paolo e Carlo, ospedale per cui lavora. In questi contesti le prestazioni devono essere standardizzate e riconducibili ai livelli assistenziali minimi (LEA), perciò gli aspetti creativi sono poco praticabili proprio perché non riconosciuti. Fino a qualche anno fa si poteva godere di maggiori margini di creatività poiché era consentita l’ideazione di programmi trattamentali che includevano il teatro, il cineforum, lo yoga, ecc., attività socio-educative meno standardizzate. Allo stato attuale, una delle attività più creative è il trattamento che ha luogo a “La Nave”, reparto di trattamento avanzato volto alla cura e al recupero di detenuti tossicodipendenti presso il carcere di San Vittore. Si tratta di un tipo di trattamento particolarmente originale, unico in Italia, che vede aspetti innovativi come l’autogestione del reparto quasi a custodia zero.

 

Gloria: Cos’è per lei la creatività?

 Francesco Scopelliti: Per me la creatività è un piacere, un orgasmo, è un modo per percorrere dei piaceri che possono presentarsi sia a livello del pensiero, del sogno, sia attraverso l’azione. Per me la creatività riguarda comunque la massima soggettività, ad esempio l’ideazione di soluzioni creative che non necessariamente sono funzionali o risolutive.

 

Ottavia: Come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

 Francesco Scopelliti: Credo che siamo tutti più o meno creativi, anche chi nega di esserlo. Per me la creatività è contestualizzata, a seconda dei momenti: a volte è soprattutto azione, manipolazione e cambiamento di oggetti e dell’ambiente che mi circonda; altre volte la riconduco soprattutto al pensiero, alla immaginazione. Mi capita di avere delle fantasie che si riferiscono a dei miei hobby e che, attraverso il pensiero, cerco di amplificare, in modo da modificare gli spazi e i contesti dell’immagine nella mia mente. È più facile pensare una cosa del genere piuttosto che tradurla in azione.

Ho bisogno di colmare la rigidità propria del mio lavoro istituzionale, perciò quando posso, amo passare il mio tempo in movimenti e azioni che reputo creativi. Ad esempio, adoro il riutilizzo o il recupero dell’oggetto morto o inutilizzato, cerco di portarlo a essere usato in forme e funzioni differenti. Mi piace collocare un oggetto che di norma si trova in un determinato spazio e in una certa dimensione in altri spazi e dimensioni a prescindere dai risultati che otterrò. Infatti, per me la creatività non è qualcosa di funzionale in termini di tempo, spazio e costi. Posso lavorare cinque ore di fila su un oggetto spendendo molto tempo e denaro a fronte di un risultato che potrebbe essere sostituito dall’acquisto dello stesso oggetto con pochissimi soldi. Certamente mi fa piacere che alla creatività possa corrispondere un risparmio di tempo e di denaro ma non è certamente questa l’essenza della creatività.

Uno dei miei hobby è il mio garage dove ci sono moltissimi elementi e materiali, che si possono coniugare tutti tra di loro: la falegnameria con la fusione del metallo, la parte elettronica con quella meccanica. A queste attività manuali seguono a volte risultati modesti ma costituiti da elementi sempre in interazione tra di loro. Ad esempio, alcune parti della mia moto sono diventate un sedile perché in quel momento era ciò di cui avevo bisogno.

Ho costruito questo sedile con la base di un’altra sedia, con alcuni avanzi delle travi di un tetto e dello scaffale di una libreria. Per quanto riguarda il risultato, non mi chiedo nemmeno se sia bello, brutto o se sarà longevo perché magari un giorno potrei volerlo ritrasformare, ad esempio, in un tavolino. Un altro esempio è quello della lavatrice a cui ero molto affezionato e che alla fine sono stato costretto a buttare. Per anni ero riuscito a farla resuscitare costruendo diversi motori quasi con un accanimento terapeutico perché mi dispiaceva l’idea di buttarla. Credo che questo sia il mio legame con la vena artistica. Ciò che mi interessa, a prescindere dal risultato finale, è il pensiero che vi sta dietro.

 

Gloria: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e sul suo stato d’animo la produzione creativa?

 Francesco Scopelliti: È un piacere puro. In termini evolutivi, reputo la creatività una delle più importanti essenze della vita. Senza la creatività non ci si evolve da un sistema. Penso che l’uomo sia più creativo rispetto ad altre specie, per quanto il regno animale non sia esente da processi creativi. La creatività soggettiva è quella che però mi interessa di più, che ognuno ha e si attribuisce e che consente di interagire, per esempio, con un piatto di pasta: dal modo in cui si inforchetta la pasta, a cosa si mangia prima e cosa dopo. Sono tutti aspetti che fanno parte di un’interpretazione soggettiva dell’ambiente, di una traduzione del proprio modo d’essere attraverso lo sguardo e i movimenti.

 

Ottavia: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di sé stesso?

 Francesco Scopelliti: Per me incide molto perché l’immagine è qualcosa che ci rappresenta…  dall’atteggiamento, all’abbigliamento al modo di parlare. Anche essere vestiti in un certo modo, magari meno attento e adeguato rispetto ai canoni del contesto, fa parte dell’essere creativi: è più facile conformarsi con la giacca e la cravatta piuttosto che mettersi dei jeans bucati. È un tentativo di maggior creatività, per quanto mal riuscito.

Per me la creatività non ha legami col risultato e con la bellezza del prodotto. Io odio finire le cose, tutto ciò che faccio non è mai finito: uno scritto, un oggetto, un pensiero. La fine corrisponde a una tristezza, a una morte, a una perdita che si traduce in un abbandono. Tutta la mia vita è colma di cose non finite. Al tempo dell’informatizzazione, amavo modificare e creare computer e tutt’ora mi piace farlo. Una volta il prof. Aparo mi portò a casa un computer nuovo e io ne interpretai il cambiamento, perciò con un cacciavite e altri strumenti lo modificai completamente rendendolo plurifunzionale, con molte più funzioni rispetto a prima… esteticamente era molto meno bello di prima ma non avrei mai potuto finirlo perché è una modalità che non mi appartiene. Oltretutto, quando un oggetto è finito, si pone al giudizio dell’altro, mentre se è incompleto mi sento giustificato per le sue imperfezioni.

 

Gloria: Nel rapporto con gli altri, che cosa determina il suo atto creativo?

 Francesco Scopelliti: Fino a pochi anni fa, la mia creatività, anche quella del pensiero, richiedeva fortemente il riconoscimento altrui mentre con gli anni ho imparato a godere principalmente in prima persona del mio atto creativo. Con l’età c’è stata una sorta di rivoluzione in questo senso, sono sempre più consapevole che la creatività sia qualcosa che mi fa sentire vivo e che mi dà piacere. Ora la mia creatività è una dimensione più personale e privata, ma rimane comunque una forma di comunicazione che solitamente necessita dello sguardo dell’altro.

Ottavia: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

 Francesco Scopelliti: Al momento sono io stesso il principale fruitore del prodotto creativo, però lo sono anche le persone con cui ho un legame affettivo e con le quali ho bisogno di ribadire la mia identità. Non mi è mai appartenuta una comunicazione sfrontata della mia eventuale creatività: la reputo l’espressione di un’intimità, perciò mi sento infastidito dalle intrusioni che provengono dal di fuori rispetto al mio mondo relazionale e affettivo. In generale invece, credo che la creatività, in qualità di essenza della vita, sia un elemento comunicativo trasversale. La creatività permette l’evoluzione e la crescita, a prescindere che avvenga attraverso la produzione musicale o attraverso la scoperta di una formula chimica. La creatività rivolta all’esterno, inoltre, permette il passaggio dalla caverna all’attuale casa riscaldata. Tuttavia, non sempre la creatività è qualcosa di positivo: le guerre sono la testimonianza di una creatività distruttiva. Anche il virus ha una modalità di espressione creativa: muta per contrastare il vaccino, creando nuove sotto-dimensioni. È interessante osservare l’evoluzione della pandemia anche dall’altra prospettiva: se il virus non fosse creativo, sarebbe morto. È importante anche che vi sia una componente di intelligenza perché senza questa non c’è creatività. Anche le piante possono essere creative perché cambiano per adattarsi all’ambiente circostante.

 

Gloria: Quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

 Francesco Scopelliti: Mi viene in mente qualcosa di astratto… il pensiero. Al momento è la sede elettiva della mia creatività perché certi pensieri non possono tradursi in azioni per diversi motivi legati a vincoli esterni. Qualche anno fa non avrei mai provato piacere attraverso il pensiero mentre col tempo mi sono reso conto che la casa della mia creatività è proprio il pensiero perché supera la materia e le possibilità dell’agire. Nei luoghi della mente la creatività può fare cose incredibili regalando piaceri altrettanto grandi. Questo permette a persone con patologie e deprivazioni di esperire una realtà immaginativa che può apportare miglioramenti alla qualità di vita. Per fare un esempio, una persona paraplegica può scegliere di interrompere il suo percorso di vita oppure può scegliere di vivere in un mondo “parallelo” fatto di creatività e pensiero, dando così significato alla propria esistenza.

Anche un detenuto può essere supportato dal pensiero creativo, essendo in uno spazio di deprivazione e interruzione di molte attività e affetti. Accompagnare la persona a sviluppare percorsi creativi è qualcosa di clinicamente valido, è una forma di esercizio che fornisce le basi per una ripartenza.


Grammofono del 1890, restaurato da Francesco Scopelliti e oggi perfettamente funzionante

 

Ottavia: Pensa esista una relazione tra depressione e creatività?

Francesco Scopelliti: Assolutamente sì, la creatività può produrre pensieri, azioni o situazioni che viviamo come drammatiche, come la delusione delle nostre aspettative. Come dicevo prima, uno potrebbe avere una determinata idea ma potrebbe non possedere i mezzi per metterla in atto e questa impossibilità può determinare risposte di tipo depressivo. Quando un clinico cerca di stimolare il pensiero e la progettualità futura di un detenuto deve stare attento a farlo stare con i piedi per terra perché la fiducia nelle proprie risorse creative potrebbe diventare eccessiva e condurre alla megalomania, causando delusioni e cadute all’indietro. Mi è capitato di parlare con detenuti che avevano dei pensieri e delle speranze che però si scontravano radicalmente con le risorse effettive che avrebbero incontrato una volta usciti dal carcere.

 

Gloria: Pensa che la creatività possa avere una funzione sociale? Se sì, quale?

 Francesco Scopelliti: Si, sicuramente! La creatività è la trasmissione di un punto di vista e di un pensiero, perciò ha una funzione sociale. Inoltre, la creatività può coinvolgere il singolo ma può anche essere praticata in contesti di gruppo: persone con diverse competenze si possono unire per produrre o per apportare cambiamenti in un contesto. Insieme, con le diverse abilità e predisposizioni, si può dar vita a un prodotto creativo; oppure, può essere il singolo individuo ad avvalersi delle competenze altrui. Ad esempio, se la mia moto ha un guasto (e io non ho intenzione di portarla dal meccanico), mi avvalgo di video su YouTube per trovare dei consigli sul come ripararla. Per essere creativi bisogna anche studiare, allenarsi, “perderci” molto tempo. Creatività è anche assorbimento delle produzioni altrui.

 

Ottavia: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

 Francesco Scopelliti: La creatività è accessibile a tutti, è un esercizio, è uno dei percorsi possibili della mente umana. Poi il risultato e la bellezza del prodotto creativo sono un giudizio soggettivo, ma sicuramente è una caratteristica appartenente a tutti. Anche nascere e vivere in un contesto creativo, di artisti, è un forte predittore dell’utilizzo della creatività e del suo successivo allenamento.

 

Gloria: La creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

 Francesco Scopelliti: Sì e, anzi, deve proprio averla. Purtroppo, i servizi da noi erogati non sono creativi perché questo ci impongono le istituzioni. Tutti sappiamo che il carcere è inutile e svantaggioso sia per il detenuto sia per la società. La colpa per la mancanza di creatività e innovazione viene data alla politica, quando invece il problema è di matrice culturale. Pur essendoci da anni un pensiero innovativo in merito alla situazione carceraria, i cambiamenti non vengono attuati, perciò è riduttivo additare la colpa ai politici. Essere creativi significa andare al di là delle regole, trasgredire, mettersi di fronte al giudizio degli altri col rischio di essere sanzionati rispetto a dei risultati considerati come non validi. Quando esercito la mia professione mi nascondo dietro il mio ruolo istituzionale per non mettermi in gioco perché di mezzo c’è anche la mia posizione. Credo che le regole che ci diamo siano rivolte alla necessità di consolidamento della nostra identità. Purtroppo, al fine di assolvere a una funzione prestabilita, non ci si mette in discussione. Cambiare le regole significa cambiare la partita, cambiare i ruoli e rinunciare al proprio ruolo non è cosa facile.

Intervista ed elaborazione di
Ottavia Alliata e Gloria Marchesi

 Francesco ScopellitiInterviste sulla creatività

Renato Rizzi

Renato Rizzi – Intervista sulla creatività

Renato Rizzi è medico chirurgo, oncologo e psicoterapeuta. Egli ha scritto alcuni saggi (sul perdono, sul rancore) e dei romanzi, crede molto nella lettura e nella scrittura come fondamentale strumenti di crescita.

 

Ottavia: Che cos’è per lei la creatività?

Renato Rizzi: La creatività è dare spazio e concretezza a un pensiero e può riguardare varie forme d’arte, dalla prosa, alla poesia, alla scultura, ecc.

 

Gloria: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

 Renato Rizzi: Per me la scrittura è un bisogno intimo di espressione. Nel mio caso cerco di trasferire i miei vissuti e le mie esperienze, sia in qualità di medico sia in qualità di psicologo, nel lavoro che faccio in carcere, contesto in cui vi sono vissuti di grande sofferenza. Cerco di ricreare qualcosa di molto vicino alla realtà anche se in parte modificato e romanzato. L’ingrediente principale del processo creativo è la necessità che avverto di modificare le cose in modo tale che rimangano comunque verosimili.

 

Ottavia: Che conseguenze ha la produzione creativa sulle sue emozioni e sul suo stato d’animo?

 Renato Rizzi: Per me la creatività produce effetti liberatori, consolatori e di compassione.

 

Gloria: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di sé stesso o dell’autore in genere?

 Renato Rizzi: Sicuramente l’atto creativo porta a una compensazione delle mie emozioni, è una forma d’aiuto ma si tratta di un processo in buona parte inconscio. La scrittura mi fa crescere. Quasi sempre scrivo in prima persona e questo mi rende felice per l’essermi messo nei panni di un’altra persona.

 

Ottavia: Che cosa determina l’atto creativo nel rapporto con gli altri?

 Renato Rizzi: Personalmente scrivo per me, non per gli altri, perciò è difficile rispondere. Gli altri giudicano il mio lavoro, lo spirito critico è importante perché induce a migliorarsi. Quando finisco di scrivere ho proprio finito il prodotto, mi sposto su un altro progetto o su un’altra esperienza. Non mi piace l’idea di fare dei sequel o di creare personaggi permanenti.

Il mio primo romanzo si intitola “Berto il cialtrone”. A quel tempo insegnavo Psicologia all’Università di Urbino, avevo fatto delle ricerche sulla menzogna su un campione di circa 700 persone. Ne sono seguite una serie di conoscenze che volevo riportare non più in un saggio – ne avevo già scritti uno sul perdono e uno sul rancore – bensì in un romanzo. In seguito, mi sono venute in aiuto diverse esperienze e fatti autobiografici che mi hanno messo per la prima volta nella condizione di scrivere quello che sarebbe stato poi il mio primo romanzo. Preso atto dell’insoddisfazione del mio editor sul finale, che trovava un po’ scialbo, ho deciso di scrivere cinque finali diversi e di fare scegliere al lettore quello che gli piaceva di più.

 

Gloria: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

 Renato Rizzi: Quando scrivo, faccio leggere i primi risultati del mio prodotto a mia moglie, che è molto critica. In tutti i romanzi ci dev’essere una storia d’amore, non necessariamente per una persona, ma anche per la patria, per il lavoro. Il mio primo romanzo ha riscosso un buon successo, ho riscontrato le critiche fatte sui giornali, ho vinto un premio di esordiente, ma non so se il libro sia stato d’aiuto a qualcuno. Invece, il penultimo libro che ho scritto, sulla storia vera di un detenuto, è stato letto nel carcere di San Vittore da gruppi di detenuti che poi mi hanno fatto molte domande. In quell’occasione mi sono sentito veramente utile perché mi sembrava di essere riuscito a indurre qualcuno a pensare e non tanto a fare. Secondo me questo è il fine ultimo di una creazione: stimolare il pensiero. Mi ricordo l’emozione che ho provato quando ho visto un efebo – una statua greca – a Mozia, un’isola di fronte a Trapani. Vi era solo questa statua all’ingresso di una villa liberty: ho vissuto un’emozione intensa…  che mi ha indotto a pensare.


L’efebo di Mozia

 

Ottavia: Le viene in mente un’immagine che possa ben rappresentare l’atto creativo?

 Renato Rizzi: Tra pochi giorni vado a Napoli, accompagno mio nipote a Pompei, ci sono già stato ma quello che mi incuriosisce davvero è vedere il Cristo Velato: le sculture mi impegnano e mi emozionano soprattutto quando rappresentano la figura umana. Non posso dire che si verifichi lo stesso quando vedo dei quadri raffiguranti dei paesaggi.

 

Gloria: Pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

 Renato Rizzi: Credo proprio di sì, credo che la creatività sia favorita da uno stato depressivo. Allo stesso tempo, la creatività è una forma di aiuto e di cura per la depressione, è un modo per sentirsi meglio.

 

Ottavia: Quando un prodotto creativo è davvero concluso?

 Renato Rizzi: Secondo me il prodotto creativo è concluso quando non c’è più nient’altro da dire o da aggiungere in quella determinata creazione. Anche la scultura non finita può rappresentare per l’autore un’opera conclusa perché non c’è più nulla da comunicare. Penso sia una cosa estremamente personale e che l’opera sia davvero conclusa quando non vi sono più emozioni a stimolare la produzione. Per quanto riguarda i romanzi, ci sono autori che riscrivono le loro opere venti volte. Io, personalmente, quando finisco di scrivere un romanzo, non voglio più rivederlo né rileggerlo, è davvero concluso.

 

Gloria: Pensa che la creatività possa avere una funzione sociale? Se sì, quale?

 Renato Rizzi: Sicuramente sì. Ritornando alla scrittura, credo che i circoli letterari siano un’arma sociale utile per discutere un pensiero e ritengo possano avere un impatto a livello sociale, anche se per un pubblico molto ristretto; solamente i romanzi di grande successo possono influire su una popolazione più ampia. Comunque, anche i romanzi più terribili e scritti male hanno sempre una frase, un concetto che salva il libro e che stimola una crescita personale.

 

Ottavia: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

 Renato Rizzi: Il talento esiste ma è comunque allenabile ed educabile. Ad esempio, fare il medico richiede una parte di talento ma soprattutto tanta compassione: senza questi due elementi è difficile svolgere efficacemente questa professione. Nella creatività servono una grande capacità di espressione emotiva e l’abilità di saper esprimere cose terribili… basti pensare ai quadri di Alberto Burri che esprimono una rabbia immensa.

 

Gloria: La creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Renato Rizzi: Sì sicuramente, anzi credo che la creatività sia uno degli migliori strumenti ma che non viene sufficientemente utilizzato. A questo proposito, sto cercando di convincere la tipografia Zerograrfica, cooperativa sociale nata su iniziativa di persone detenute, a diventare una piccola casa editrice. Ho proposto di fare un premio letterario destinato ai detenuti della Lombardia o di tutta Italia per il miglior racconto. Credo che questa iniziativa possa rappresentare un buon incentivo principalmente per due motivi: il premio letterario permette di ottenere un riconoscimento mentre la scrittura stimola la riflessione e la verbalizzazione di vissuti e pensieri del soggetto. Il narrato, se non viene ben verbalizzato, si perde e alla società non viene dato nulla. Credo sia molto utile spingere i bambini o i ragazzi a scrivere di sé. È uscito da poco un libro, “L’appello”, che narra di un insegnate di liceo cieco che viene assunto in una scuola come supplente. Il fatto che sia privo della possibilità di vedere e quindi di riconoscere nell’altro il linguaggio non verbale, aiuta in maniera molto più profonda a comprendere lo studente. Il rapporto insegnante – alunno si sviluppa in una forma di apertura che i ragazzi non avevano mai esperito prima e che successivamente si delinea attraverso la scrittura. È fondamentale insegnare ai ragazzi un modo per guardarsi dentro soprattutto perché l’adolescenza è un’età assai delicata e difficile in cui si ha una bassa autostima e un’identità in essere, non ancora definita.

Intervista ed elaborazione di 
Ottavia Alliata e Gloria Marchesi

 Renato Rizzi Studio – Libri dell’autoreInterviste sulla creatività

Alberto Figliolia

Alberto Figliolia – Intervista sulla creatività

Gloria: di che tipo di arte ti occupi e qual è la sua origine?

Alberto Figliolia: di scrittura. Sono nato come autore, poi sono diventato anche giornalista e ora lo faccio come freelance, occupandomi di ciò che mi interessa (e in base ai miei tempi). In passato ho collaborato con diversi quotidiani o testate nazionali; nel frattempo ho continuato a scrivere libri muovendomi soprattutto nell’ambito della poesia e della letteratura sportiva, a volte anche unendo questi due campi. Faccio una postilla: alla base di tutto c’è un lettore accanito; prima di tutto sono uno che legge. La lettura è fondamentale e la considero un atto creativo, dopo c’è la scrittura.

 

Asia: che cos’è per te la creatività?

Alberto Figliolia: è, probabilmente, la capacità, attraverso un talento di base e tanta tenacia, di riuscire a rielaborare i vari input che arrivano alla nostra mente e al nostro cuore. Quindi la capacità di rielaborare le esperienze producendone di nuove. Tutto in una logica di ausilio al resto del consesso umano col quale ti relazioni. Difatti io credo molto nella forza empatica della lettura e della scrittura, nella trasmissione e nella condivisione del sapere.

 

Gloria: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Alberto Figliola: c’è il lavorio della mente, quello che ti ribolle nel profondo, nell’inconscio, che affiora nell’universo onirico. Poi ci sono le costruzioni razionali. Io per esempio lavoro sulla poesia come se fosse un’architettura: magari ho un’idea sulla quale poi faccio delle operazioni mentali. L’ispirazione non basta, è un processo molto lungo, che in fondo dura tutta la vita… Facendo un paragone col mondo dello sport, non credo che basti il talento. Il talento va allenato con umiltà: non si può pensare di sapere tutto. “So di non sapere” parafrasando il famoso filosofo greco. Poi c’è il labor limae, non finisci mai… Io qualcosa scrivo ogni giorno. È importante stare molto attenti alle piccole cose, anche particolari irrilevanti su cui di solito non ci si sofferma: anche un fiore le cui radici spaccano l’asfalto è importantissimo. I greci avevano un verbo bellissimo: “agorazein”, discorrere in piazza, in una sorta di ozio creativo. Non è vero che l’ozio è il padre dei vizi, è importante in tempi convulsi come questi prendersi uno spazio per meditare senza fretta.

 

Asia: che cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Alberto Figliolia: per esempio, ieri stavo andando a vedere una mostra a Milano e sono passato per Piazzale Tirana, una zona periferica che frequentavo da bambino perché mia nonna abitava da quelle parti, e c’erano, nella rotonda del tram, dei magnifici fiori viola e papaveri. Lì mi è scattato un link e ho pensato un haiku. Poi ho visto, percorrendo via Giambellino, le ombre dei platani e le foglie che si muovevano al vento e mi è venuto in mente un altro haiku (una forma di poesia giapponese a tre versi e diciassette sillabe). La macchina creativa ha preso avvio da un particolare in apparenza infimo. Quando sono arrivato a casa ho trascritto tutto quello che avevo memorizzato ed erano una decina di haiku. Devo aggiungere che l’haiku nasce così, dallo sguardo verso la natura e le piccole cose della natura presenti anche nella città. Poi delle volte ci sono degli elementi più complessi che danno vita a poesie più lunghe, e dipende molto dallo stato d’animo. Dico sempre che il beota e il beato non scrivono. Penso che anche la frustrazione possa essere una potente molla creativa; una persona perfettamente felice non scriverebbe un rigo probabilmente. Paradossalmente anche la nevrosi può generare scrittura. Forse è anche un meccanismo difensivo, di sopravvivenza. Pensiamo a “La ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde: non l’avrebbe mai scritta se non fosse mai stato incarcerato per ciò di cui incredibilmente era accusato al tempo. Le poesie più lunghe nascono anche da situazioni di disagio esistenziale. Non è un caso che dal nostro Laboratorio di scrittura creativa in carcere le persone detenute che lo frequentano sono estremamente abili e producono dei versi eccellenti, a volte addirittura magistrali e sempre emblematici. Il dolore, la noia, la solitudine, il senso di fallimento incombente riescono a portare alla genesi di lavori poetici mai autoreferenziali, oltremodo interessanti.

 

Gloria: che conseguenze ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?
Alberto Figliolia: è catartica. Quando scrivo in prosa, soprattutto giornalistica, si attiva un’altra parte pensante e sono un osservatore più obiettivo e meno “sentimentale” dei fatti. Di sicuro c’è una grande gratificazione nello scrivere, anche se è commista alla fatica. Scrivere è faticoso. Si mischiano piacere, fatica e catarsi finale. Quando esce un tuo libro è quasi come un parto, come se fosse un piccolo figlio.

 

Asia: Come incide l’atto creativo sulla percezione di sé?

Alberto Figliolia: incide perché è un continuo scavo interiore che fai incessantemente nel profondo, mettendo a nudo e ti mettendoti a nudo. Chi scrive non può fingere più di tanto, nonostante quello che diceva Pessoa coi suoi versi… “Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente.” Con la poesia metti a nudo anche la tua fragilità ed è importante che si manifesti questa fragilità in un mondo che vorrebbe il superuomo super-produttivo e super-efficiente. Bisogna invece imparare a guardarsi dentro, scrutarsi anche senza ritegno ed esplicitare quello che senti. Poi c’è anche la forma, specialmente se parliamo di poesia. Nella percezione di sé, nella conoscenza di sé stessi è fondamentale andare nei meandri della propria anima. Ciò è  molto terapeutico, oltre che un dono al mondo. Nel caso della scrittura non bisogna temere chi ti dona sé stesso attraverso la poesia. La poesia salva la vita, almeno a me ha salvato la vita tante volte.

 

Gloria: nel rapporto con gli altri che cosa determina l’atto creativo

Alberto Figliolia: gli altri sono “costretti a fruirne”… Per esempio, non solo i lettori che magari non mi conoscono, ma anche nelle relazioni coi miei amici la scrittura è importante, per me è un mezzo. Infatti anche con i social mando poesie. Poi gli amici apprezzano, quindi diventa uno scambio proficuo. Il lavoro poetico non è più solo mio, ma anche di chi lo legge. È chiaro, ribadisco tuttavia, che io legga più di quanto scriva e legga più poesie di quante ne scriva, per cui non mi occupo solo della mia poesia in maniera solipsistica o per affermare il mio io. Mi piace molto collaborare con altri, ho scritto libri a quattro mani, ho scritto prefazioni. Si stabilisce un universo di relazioni che aiuta la creatività reciproca. A volte non riesco neanche a fare tutto quello che vorrei. Ma va bene così, meglio avere tanto da fare che non avere nulla da fare.

 

Asia: è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Alberto Figliolia: sicuramente sì, è inutile negarlo. Io scrivo perché è la mia modalità d’espressione, con cui cerco di mettere ordine nel caos del (mio) mondo. Poi è gratificante il fatto che ciò che scrivi possa piacere o essere d’aiuto agli altri. Questo è un rimando che non ti lascia di certo indifferente, anche se poi non è quello il motivo per cui si scrive, perché io scriverei comunque. Guido Morselli, un grande autore del secolo scorso, morto suicida, è stato pubblicato tutto dall’Adelphi, ma in vita non l’aveva pubblicato nessuno. Un genio incompreso in vita, eppure ha continuato a scrivere nonostante l’incomprensione. Forse, se avessero pubblicato prima le sue opere, non si sarebbe suicidato. Questo è un esempio lampante di come anche il riconoscimento esterno possa essere utile a chi è creativo.

 

Gloria: chi sono i suoi principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Alberto Figliolia: io credo che la poesia sia fruibile da tutti. È chiaro che non è un prodotto da laboratorio, anche se dietro c’è tanto studio. Deve colpirti e l’impatto emozionale è importante. Quindi nel mio “presunto”/potenziale pubblico ci sono lettori molto variegati.  Io credo che la poesia sia un fenomeno molto democratico. A me è capitato di fare anche molto il “poeta di strada”, a contatto con gente sconosciuta che si fermava e a cui leggevo una poesia. Poi non è detto che comprasse il libro, ma intanto si era stabilito un nesso. Quindi chiunque può fruire della poesia, è questione di buona volontà, di apertura del cuore e di non avere pregiudizi nella testa. La poesia per questo motivo sfonda le porte.

 

Asia: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Alberto Figliolia: essendo un fanatico dei libri per me aprire un libro, sfogliarlo, annusarlo è già un atto creativo, così come prendere appunti e pensare a mille progetti. Se dovessi indicare un’immagine direi la carta e la penna che trascrive le parole. È vero anche che la poesia si può serbare nella mente, ma la scrittura permette di fissarla e renderla disponibile a tutti.

 

Gloria: pensa che possa esistere una relazione tra depressione e creatività?

Alberto Figliolia: secondo me sì. Io, quando ho avuto momenti di depressione, di scoraggiamento esistenziale, di spaesamento, ho sempre scritto e mi è sempre stato di giovamento. Poi non è detto che quello che scrivi sia sempre bello e magari dopo mesi o anni puoi buttare via, ma qualcosa può rimanere. Una conferma di ciò l’ho avuta nella mia esperienza di insegnante volontario in carcere. Il luogo in cui si scrive di più a mano è il carcere, anche perché emerge il bisogno di mettere sulla carta i propri pensieri, ponendosi in relazione con gli altri, pur in situazioni anche molto frustranti dal punto di vista esistenziale. Certo, la vita è un’altalena, ci sono alti e bassi, quindi a volte si scrive anche in condizioni di moderata felicità. Nonostante ciò, nel mio caso, la frustrazione, la malinconia, lo spaesamento mi portano ad essere anche più creativo. E ogni tanto è bello essere spaesati perché si vedono le cose in un’ottica diversa… Io dico sempre che i visionari sono i meglio informati dei fatti, mentre il pragmatismo rischia di rovinare il mondo.

 

Asia: quando un prodotto creativo è davvero concluso?

Alberto Figliolia: forse mai, a parte probabilmente la Divina Commedia, l’Iliade, l’Odissea… Anche Manzoni ha riscritto I promessi sposi. Anche Il giocatore di Dostoevskij ha delle piccole discrasie, però è egualmente un capolavoro.  Prendendo in mano un mio vecchio libro mi capita di pensare che alcune cose le scriverei diversamente. Bisogna essere aperti anche questo panorama di possibile mutamento.

 

Gloria: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Alberto Figliolia: sicuramente sì. Non esisterebbe letteratura, se non fosse così. Io credo, soprattutto nel caso della poesia, che l’autore non debba mai essere svincolato dalla lettura del mondo. Deve intervenire nel mondo, tant’è vero che i poeti sono spesso temutissimi dal potere e sovente esiliati o condannati a morte. A me è capitato di partecipare ad un’antologia di poesie per Giulio Regeni, dove sono intervenuti decine di poeti, perché il poeta non solo ha il diritto, ma il dovere di intervenire nelle cose del mondo. Il poeta non si occupa solo di filosofia, metafisica, destini del mondo, e non è perso in universi di simboli. Quindi la relazione e la funzione sociale della poesia sono imprescindibili.

 

Asia: la creatività è un dono naturale, privilegio di pochi, o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Alberto Figliolia: credo che ci sia di base, come detto, un talento e che questo vada “allenato” con continuità e costanza. Non è detto che tutti debbano per forza scrivere un romanzo o delle poesie. Anche un professore che ama la poesia e ne parla ai suoi allievi, pur non scrivendo poesie, sta comunque facendo qualcosa di creativo. Io spesso sono andato nelle scuole a tenere laboratori di haiku o a leggere poesie e parlare di scrittura. Tanti docenti non scrivevano, eppure aiutando gli allievi a costruire relazioni e conoscenze, stavano facendo qualcosa di creativo. Sicuramente c’è un talento, che in ogni caso deve essere coltivato. I miei genitori non leggevano molto, io invece ho sempre amato i libri – e loro comunque mi hanno assecondato e agevolato in questa mia passione, ciò di cui gli do con riconoscenza ampio merito, Credo quindi di avere avuto dentro di me, sin dall’incipit della mia vita, questa scintilla. Ciò che mi è servito è stato continuare a leggere e cimentarmi con il passare degli anni, passando anche attraverso il fallimento. Attraverso i tentativi e le prove il proprio talento può affinarsi e iniziare ad essere di sostengo agli altri, essere un dono per tutti.

 

Gloria: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Alberto Figliolia: se si pensa che il bambino è padre dell’adulto e che dobbiamo sempre coltivare il fanciullino che è in noi è chiaro che bisogna agire soprattutto nelle scuole e alla più tenera età. I bambini, ad esempio, scrivono degli haiku bellissimi perché sono spontanei e hanno il dono della meraviglia. Anche per le persone detenute la scrittura, con quel continuo scavo dentro di sé, consente di rimettersi in carreggiata, di re-instaurare un corretto percorso esistenziale, facendo i conti con il proprio vissuto, senza farsi facili sconti. Per essere più consapevoli. Anche elaborando quella che io chiamo “la sindrome della tripla R”: rabbia, rimpianto e rimorso; attraverso questa elaborazione si può ripristinare una nuova via verso un orizzonte più luminoso.  In questi anni in cui ho lavorato come volontario nelle carceri ho potuto notare che grazie alla scrittura è come se germinasse un nuovo individuo, che nasce da quello vecchio, ma dal meglio di quello vecchio.  Ogni anno nel Laboratorio del carcere riusciamo realizzare un Calendario poetico-fotografico, ma anche antologie monografiche collettive o personali. Qualche anno fa è stato pubblicato il libro di uno del nostro Laboratorio: “Nessuna pagina rimanga bianca”, con il cui titolo si voleva indicare che ogni giorno è una pagina bianca su cui possiamo scrivere, se si ha consapevolezza. Senza questa, infatti, si scrive sul niente, si è semplicemente una vittima dell’ignoranza, di un contesto degradato. La scrittura riesce ad elevarti e a portarti in un’altra dimensione vitale ed esistenziale, che ti permette di capire le ragioni degli altri, anche di coloro a cui prima magari hai fatto del male. Sono sempre più convinto che la scrittura, ma soprattutto la lettura, siano un grande dono che si può fare a sé stessi e agli altri.

Intervista ed elaborazione di 
Asia Olivo e Gloria Marchesi

Alberto Figliolia: PoesiePubblicazioni Alberinube – Facebook

Interviste sulla creatività

 

Renato Converso

Renato Converso – Intervista sulla creatività

Renato Converso nasce in Calabria, da una famiglia di umili origini ed è il terzo di undici fratelli. A 17 anni va via di casa e sale su un treno per Milano. Per la prima settimana dopo il suo arrivo nel capoluogo lombardo dorme alla stazione centrale, poi andrà a vivere per qualche tempo in via Padova con alcuni suoi amici calabresi. Nella sua fuga il comico rintraccia l’inizio della sua esperienza creativa che, come lui stesso racconta, è animata dal bisogno vitale di far ridere il suo Io bambino; e così comincia a fare battute durante i suoi primi lavori di lavapiatti nei ristoranti e nei cantieri. L’ilarità che suscita nei colleghi gli procura un’intensa soddisfazione. Intorno ai 30 anni fa un provino presso un locale di Milano in cui sono nati comici italiani importanti e ottiene grande successo. In un secondo momento apre un proprio locale a Porta Genova, La Corte dei Miracoli Cabaret, in cui rimane per 35 anni vedendo crescere il proprio successo. 

 

Elisabetta: che cos’è per te la creatività?

Renato Converso: la creatività è figlia legittima del dolore e della sofferenza. Il genio comico di molti artisti del nostro Paese nasce proprio da una situazione di sofferenza. Pensiamo a Totò, figlio di un nobile che fece l’amore in una notte d’inverno con una donna di umili origini. Venne riconosciuto dal padre quando ormai era già un comico di successo. Questo è un esempio che conferma il concetto detto prima, ovvero che la creatività nasce da un contesto di estrema sofferenza, in questo caso l’iniziale mancato riconoscimento da parte del padre. 

L’obiettivo del comico non è quello di far ridere soltanto il pubblico, aspetto già di per sé molto importante, ma anche quello di far ridere se stesso o meglio, il suo Io bambino, per risarcirlo di tutti gli anni di dolore che ha subito durante la prima infanzia e adolescenza. Ed è quello che è successo nella mia esperienza: la comicità è stata per me una via d’uscita da una situazione drammatica. 

Corri Renà! Corri! Figli di terra rossa

Un altro aspetto importante della creatività è che essa crea la risata, questa antichissima ricetta per il mantenimento della salute, la quale fornisce soddisfazione e allegria. Ogni battuta detta in teatro, su un palco, crea ilarità ed induce il pubblico a vivere uno stato d’animo nuovo. Come affermano alcuni, questo stato d’animo nuovo è effimero e svanisce in un arco temporale breve, ma secondo me l’importante è proprio il fatto che il pubblico, una volta uscito dal teatro, riesca a percepire, anche per poche ore, una sorta di leggerezza positiva.

Ovviamente poi bisogna fare anche una distinzione tra la creatività positiva e quella distruttiva, la quale provoca grande dolore. Pensiamo ad esempio al contesto della guerra in cui, un genio creativo, crea una bomba che, se innescata, è in grado di uccidere centinaia di persone. Questa è la creatività distruttiva. Penso invece che la creatività che caratterizza noi comici sia sempre da considerarsi non nociva, in quanto permette di provare un’emozione positiva, sia al pubblico, sia al comico stesso. 

A prova del fatto che la creatività nasce da un contesto di sofferenza, vorrei riportare un episodio che accadeva spesso durante la mia infanzia. La mia famiglia viveva in condizioni economiche disagiate e, quando a pranzo chiedevo a mia mamma un po’ di formaggio grattugiato da mettere sulla pasta, lei mi costringeva dolcemente a guardarla negli occhi, prendeva un tovagliolo, faceva finta di tirare fuori da esso un po’ di formaggio, lo metteva sul mio piatto e io ridendo dicevo “Va bene così mamma, basta, grazie”. Questo piccolo gesto banale, anche nella sofferenza, faceva ridere me e i miei fratelli. Mia mamma era una persona molto creativa, e fin da piccolo cercavo di scoprire da dove nascesse il suo essere creativa nonostante la sofferenza provata.

 

Gloria: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Renato Converso: come detto prima, sicuramente l’ingrediente principale è una condizione di sofferenza. Infatti, una persona che non prova dolore nella propria vita ed ottiene tutto ciò che vuole, non ha alcun tipo di interesse e necessità nel creare un qualcosa di nuovo come un prodotto creativo. 

La creatività, oltre ad essere qualcosa che nasce in condizioni dolorose, è anche uno strumento che permette di superare le difficoltà. Per esempio la mia vena creativa si esprime anche nella capacità di suonare cinque strumenti musicali alla volta. Grazie al mio lavoro ho visitato molti stati del mondo e, nei momenti di difficoltà, ho sempre ripensato alla mia infanzia ed adolescenza travagliata ed a questa mia capacità creativa di suonare cinque strumenti alla volta. Questi pensieri mi hanno dato la forza straordinaria per affrontare anche i momenti più complicati.  

 

Elisabetta: cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Renato Converso: penso che una delle condizioni per lo sviluppo della creatività sia la guida di una persona che ha già conoscenze in campo comico. Io stesso sono stato un mentore per giovani che adesso sono personaggi di successo, come Pucci e Baz, Mister Forest, Max Pisu. Mi sento orgoglioso del fatto che dalla pedana della Corte dei miracoli sono nati artisti come I Fichi d’india, Flavio Oreglio, Marina Massironi e Giacomo Poretti, Nando Timoteo, Max Pieriboni, Scintilla Fubelli, Gianluca Impastato, Carletto Bianchessi e Marco Bazzoni Baz, il mago Elias, Duilio Martina e molti altri ancora. 

Un altro ingrediente che aiuta, che può sembrare banale ma non lo è, sono le uscite e le cene con gli amici comici. Infatti, è nei momenti in cui si parla del più e del meno e degli accadimenti più recenti che nascono le battute. Oppure la mia vena creativa trova espressione anche nei momenti in cui cammino per strada, incontro la gente che mi segue nei miei spettacoli e, per farla ridere, penso a battute nuove legate a ciò che sto vivendo in quel contesto. 

Gloria: che conseguenza ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?

Renato Converso: durante la produzione creativa avverto sempre tanta tensione perché è un processo che, volente o nolente, mi riconnette sempre con le mie esperienze passate.  Una volta concluso lo spettacolo invece, percepisco una grande soddisfazione per quello che ho creato, seguita da un vuoto fortissimo che però considero positivo perché deriva proprio dalla gratificazione precedente. È questo vuoto che, connesso al ricordo di aver provato una sensazione di piacevole soddisfazione, mi spinge a far ripartire da capo il processo creativo.

 

 


Elisabetta
: che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso?

Renato Converso: sicuramente vedere un prodotto creativo realizzato e portato a termine solo con le mie conoscenze e la mia forza è estremamente gratificante. Ho sempre scritto i miei testi e dialoghi da solo, come il libro che ho appena pubblicato, e quando la gente mi fa i complimenti e ride alle mie battute è molto gratificante perché mi rendo conto di quello che sono in grado di creare. Inoltre, come ho accennato precedentemente, la creatività mi permette di mettermi in contatto con una parte dolorosa della mia vita e consente, un’elaborazione emotiva del mio passato anche dopo anni. Complessivamente posso dire che, quando creo, provo una sorta di amore verso me stesso. 

 

Gloria: nel rapporto con gli altri il tuo atto creativo che cosa determina?

Renato Converso: è una specie di patologia seria, non posso fare a meno degli altri. Tutti sanno che nella vita non ho saputo fare di meglio che far ridere gli altri, quindi quando dici una cosa seria e drammatica devi inserire sempre un tocco di ilarità. E’ bello sentire l’altro ridere, emozionarsi. Mi dà sollievo e mi fa stare bene il rapporto con gli altri.

Cuore di Pane – Renato Converso

 

Elisabetta: quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Renato Converso: è tutto. E’ importantissimo che la gente rida quando si apre il sipario. Gli autori comici hanno sete della risata. Ti senti appagato e soddisfatto. Poi quando finisce la commedia molte persone stanno fuori ad aspettare che tu esca per farti qualche domanda abbracciarti, darti la mano, qualcuno che si è emozionato; è una cosa bellissima.

 

Gloria: chi sono i principali fruitori del tuo prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Renato Converso: nella mia esperienza alla Corte dei Miracoli, capitava venisse gente, coppie che prima dello spettacolo avevano litigato: alla fine mi scrivevano “abbiamo fatto pace grazie a te”. Oppure, faccio un esempio: io feci uno spettacolo al carcere di Opera con il dottor Aparo ed è successo che i detenuti fossero così divertiti e ridevano così tanto insieme agli operatori e ai poliziotti del carcere che si era creata un’unica grande famiglia. Per un momento gli ho fatto scordare che fossero in carcere. Io ero in un lago di sudore, sono sceso in mezzo a loro e molti mi hanno abbracciato anche se ero impresentabile. E’ importante per me quanto per loro, è uno scambio di emozioni alla pari. La creatività nasce dal dolore, ma riesce a far dimenticare la condizione di dolore durante lo spettacolo.


Locandina di Adriano AvanziniIl convegno nel carcere di Opera

 

Elisabetta: Quale immagine ti viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Renato Converso: qualche scena di Totò, è il mio punto di riferimento artistico. Mi fa ridere e commuovere. Mi ispiro molto, per quello che riguarda la comicità, a Totò.

 

Gloria: credi che esista una relazione tra la depressione e la creatività?

Renato Converso: è una bella domanda che si scontra con la mia quinta elementare che non mi permette di rispondere bene. Io ho avuto un’esperienza di depressione, ma non ha avuto attinenza col mio lavoro. 

 

Elisabetta: quando un prodotto creativo è per te davvero concluso?

Renato Converso: un prodotto creativo è concluso quando hai finito di scriverlo. Poi ti domandi cosa succederà dopo esserti esibito. Le reazioni del pubblico a fine spettacolo, quando poi torno a casa e mi corico sul letto e con gli occhi aperti fisso il soffitto e mi chiedo “è andata bene? è andata come mi aspettavo?”.

 

Gloria: pensi che la creatività possa avere una funzione sociale se sì quale?

Renato Converso: la creatività nel sociale è importantissima. Ho fatto tanti spettacoli per Emergency. Il pubblico fa donazioni agli spettacoli per aiutare. Offrire la comicità per ottenere la solidarietà. 

 

Elisabetta: la creatività è un dono naturale, privilegio di pochi o è una competenza accessibile a tutti che può essere allenata?

Renato Converso: può darsi che sia una cosa che riguarda un po’ tutti. Ma penso che la creatività venga sviluppata solo attraverso il dolore. E’ figlia legittima del dolore, in modo particolare per quanto riguarda i comici.

 

Gloria: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Renato Converso: la creatività mi ha salvato la vita, essendo nato in un contesto disagiato. Se non fosse stato per la creatività magari a quest’ora sarei un delinquente.

Intervista ed elaborazione di
Elisabetta Vanzini e Gloria Marchesi

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