Andrea Gianni

Andrea Gianni – Intervista sulla creatività

Andrea Gianni è un giornalista e si occupavdi temi diversificati inerenti alla cronaca giudiziaria, al mondo del lavoro e all’economia. Secondo l’intervistato, nel suo lavoro è fondamentale la capacità creativa, in quanto tutti i giorni deve trovare il modo per scrivere una notizia che altri giornalisti non hanno intercettato o, al contrario, una notizia largamente diffusa che deve essere riportata in maniera originale rispetto ad altre testate giornalistiche. Ogni giorno ha davanti a sé una pagina bianca di giornale da riempire e deve andare alla ricerca di una notizia interessante da raccontare, con l’obiettivo di attirare il lettore con un articolo sensato e non ripetitivo. Secondo Andrea Gianni però, la creatività nel suo lavoro si esprime anche nella capacità di risolvere problemi, come può essere, per esempio, l’andare alla ricerca della fonte più credibile di informazioni su cui poi scrivere la notizia.

 

Anita: Che cos’è per te la creatività?

Andrea Gianni: Definirei il concetto di creatività riportando ciò che fanno i miei due figli piccoli, uno di due anni e l’altro di sei mesi. I bambini sono pieni di creatività e tutto ciò che fanno è da intendersi come azione creativa. La creatività quindi, secondo me, è un’attitudine con cui si nasce, ma che tuttavia si perde crescendo. Sarebbe utile per ciascuno di noi cercare di prendere parte ad iniziative creative e sviluppare progetti che ci permettano di coltivarla durante l’intero arco della vita.

 

Elisabetta: Cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Andrea Gianni: La creatività scatta, in primo luogo, in una situazione di bisogno o in un contesto che in qualche modo riesce a rompere gli schemi della quotidianità. Per esempio, per quanto concerne la mia persona, credo che la creatività scatti dal mio soggettivo bisogno di esprimere qualcosa, attraverso metodi, strumenti e linguaggi che già possiedo, oppure andando alla ricerca di nuove forme di espressione. Anche per quanto riguarda lo sviluppo della creatività penso che esso sia favorito da contesti e situazioni di bisogno. Inoltre, per far sì che la creatività si sviluppi in modo prolifico, non è per forza necessario un ambiente ricco di stimoli. Infatti, una persona si può trovare anche in un ambiente sterile dal punto di vista creativo e proprio questo particolare contesto potrebbe indurla a cercare di renderlo fecondo. Questo diverso approccio all’ambiente circostante dipende dall’atteggiamento soggettivo di ogni singola persona.

 

Anita: Quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Andrea Gianni: Pensando al mio settore, mi viene in mente l’immagine di un foglio bianco da riempire e credo che la creatività possa essere rappresentata come la capacità di collegare insieme diversi spunti e riflessioni e riuscire a dargli un senso.

 

Elisabetta: Che conseguenze può avere l’atto creativo nel rapporto con se stessi e con gli altri?

Andrea Gianni: La conseguenza principale di un approccio creativo alla vita è sicuramente un miglioramento della propria autostima e della propria immagine. Questo perché, dopo aver portato a termine un atto creativo, è inevitabile che la persona si senta meglio, in qualche modo più soddisfatta e appagata. Ciò vale sia nel rapporto con se stessi, sia con gli altri e, come se ciò non bastasse, l’azione creativa può portare benefici sia alla persona che la compie, sia all’individuo che la riceve o la osserva.

Se penso al mio lavoro di giornalista è chiaro che ogni atto creativo ha delle conseguenze benefiche per me in quanto, una volta terminato di scrivere il pezzo, mi sento appagato, soddisfatto e capace, ma provoca dei riscontri positivi anche nel caso del lettore, il quale apprende una notizia a lui sconosciuta o, se non altro, scritta in maniera originale e comprensibile. Io penso che la creatività abbia sempre delle conseguenze positive.

 

Anita: quanto è importante il riconoscimento degli altri per chi realizza un prodotto creativo?

Andrea Gianni: il riconoscimento degli altri è sicuramente molto importante per l’autore. L’atto creativo è difficilmente fine a se stesso ed è sempre rivolto ad una fruizione da parte di qualcuno. Il riconoscimento degli altri ricopre certamente un ruolo considerevole all’interno del processo creativo, da cui le frustrazioni di un artista che non si sente riconosciuto e di uno scrittore che non si sente apprezzato.

 

Elisabetta: esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali destinatari?

Andrea Gianni: mi risulta difficile pensare ad un modo universale di usufruire del prodotto creativo, in quanto dipende dai singoli ambiti. Se penso per esempio al mio campo professionale, credo che il metodo migliore di fruizione di un articolo creativo si riferisca non tanto alle caratteristiche peculiari della persona che lo legge, quanto a quelle dell’ambiente in cui esso viene letto, il quale deve permettere al lettore di mantenere l’attenzione. Sicuramente è meglio leggere un articolo di giornale interessante e creativo in riva al mare, in silenzio e con la possibilità di avere il tempo necessario per riflettere su ciò che si è letto. Oppure seduti ad un tavolo di un bar mentre si beve un caffè, che sicuramente è una modalità di fruizione migliore rispetto a quella che si verifica quando un articolo di giornale viene letto di fretta in metropolitana.

I destinatari sono tutte le persone in generale, il pubblico in toto, in quanto credo che, quando un autore compie un atto creativo, difficilmente lo immagina come rivolto solo ad uno specifico settore del pubblico. Per esempio, quando uno scrittore realizza un libro, la sua ambizione è quella di raggiungere e di comunicare con una fetta della popolazione il più ampia possibile. Deve per forza essere così, altrimenti rimane un gesto creativo e artistico confinato ad una nicchia specifica e all’interno di un percorso già tracciato.

 

Anita: la creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Andrea Gianni: sì, sicuramente ha una funzione sociale. Tanto per citarne alcuni, molto importanti sono i progetti con i disabili o con gli alunni all’interno delle scuole. In questi contesti è facile trovare numerosi progetti e attività che si pongono come obiettivo quello di sviluppare la creatività fin dai primi mesi di vita.

La creatività ricopre una funzione sociale importantissima, in quanto senza di essa saremmo dei robot che si limitano a lavorare, mangiare e dormire. Inoltre, ha una funzione sociale utile non solo per gli utenti che fanno parte categorie svantaggiate ma, al contrario, per tutti i cittadini.

 

Elisabetta: Parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cos’è per il bambino, per l’adolescente, per la persona adulta?

Andrea Gianni: Secondo me, per il bambino tutto è creativo: se penso alla mia esperienza pratica con i bambini, il fatto di riuscire a gattonare o di riuscire a superare un ostacolo per arrivare ad un giocattolo è tutto un atto creativo perché rappresenta un modo di risolvere i problemi nella maniera più efficace possibile. L’adolescente invece si trova in una fase di mezzo tra la perdita della creatività “pura” del bambino e il bisogno di ricercare una creatività che possa poi accompagnarlo nell’età adulta. Io credo che per la persona adulta sia più difficile sviluppare la creatività perché non si hanno strutture intorno che aiutino a incentivare la propria creatività e si è lasciati un po’ a sé stessi.

 

Anita: E in che modo può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Andrea Gianni: Secondo me, l’incidenza della creatività nelle relazioni sociali è molto importante. L’atto creativo è sempre rivolto all’altro, quindi è parte fondamentale della costruzione della percezione che gli altri hanno di te. Inoltre, è sicuramente un modo per mettersi in comunicazione con gli altri, trasmettendo le proprie emozioni e sentimenti. Per esempio, la stesura di un articolo di giornale ha sempre lo scopo di trasmettere al lettore determinate sensazioni e vi è un lavoro creativo nella ricerca delle parole o della sintassi da utilizzare.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Andrea Gianni: Io credo che possa essere entrambe le cose: per un artista è un dono innato, che lo spinge durante lo sviluppo della propria arte; tuttavia, credo che chiunque possa svilupparla e coltivarla.

 

Anita: A scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Andrea Gianni: Sicuramente degli effetti positivi: è importantissimo secondo me iniziare a sviluppare la creatività da bambini; quindi, la scuola dovrebbe dare a tutti la possibilità di avere spazi comuni e ore dedicate allo sviluppo di essa.

 

Elisabetta: Pensi che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Andrea Gianni: Si, avendo la creatività un effetto sempre positivo, può essere utilizzata nelle attività di recupero sia all’interno che all’esterno del carcere. Credo che sia soprattutto un modo per educare alla creatività persone che magari non hanno mai avuto la possibilità di interrogarsi su di essa e quindi di scoprirne il potenziale.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

Interviste sulla creatività

La differenza tra me e loro

C’è una vecchietta seduta davanti a me. È molto minuta e sembra quasi scomparire dentro la sedia gialla delle metro milanesi. Osservandola attentamente, però, è facile notare come la sua fragilità sia solo un’apparenza: il piede della gamba destra continua a fare avanti e indietro, ad un ritmo regolare e veloce, che ad osservarlo a lungo si rimane quasi ipnotizzati, e dietro i piccoli occhiali viola, due grandi occhioni vispi e allegri osservano il mondo intorno.

Il suo sguardo interrogativo e vivace si posa su ogni persona e cosa e, a un certo punto, arriva anche il mio turno diventando così un altro oggetto della sua curiosità. A mia volta la osservo, di sottecchi però, con fare intimidito, cercando di non farmi notare, ma mi ci vuole poco per capire che, anche se la guardassi dritta negli occhi, lei non se ne accorgerebbe, tanto è l’interesse con cui analizza ogni centimetro della copertina del libro che sto leggendo.

Di lì a pochi istanti, mi rivelerà che non è stato tanto il titolo ad attirarla, “Di cuore e di coraggio”, quanto l’associazione insolita tra questo titolo, il quale le ricordava i romanzi rosa che amava leggere da ragazzina, con l’immagine di una stereotipata uniforme arancione da detenuto, tuttavia vuota, senza un corpo che la riempia, e dalla quale si libra uno stormo di uccelli bianchi che attraversano gli interstizi tra le sbarre di una prigione.

“No, non è un romanzo” le rispondo facendo viaggiare a cento all’ora la sua curiosità. “È il racconto di un direttore di carcere e della sua esperienza decennale all’interno di numerosi istituti di pena italiani”.

E via subito che inizia ad incalzarmi ed interrogarmi: perché una ragazza giovane come me dovrebbe interessarsi di argomenti così complessi e ispidi? Perché mai una studentessa ventitreenne dovrebbe aver voglia di frequentare degli uomini che sono reclusi da anni a causa di condanne e sentenze gravose, come ad esempio spaccio, rapina, associazione mafiosa e omicidio? Quale può essere il giovamento di una ragazza derivante dall’incontro con delle persone, in definita, tanto diverse da lei?

E io inizio a chiedermi: ma io e “loro” siamo davvero così tanto diversi?

Durante la mia preadolescenza sono stata protagonista di un evento molto doloroso, il quale mi ha catapultato, senza tanti preamboli, nel mondo dei grandi e mi ha costretta a confrontarmi faccia a faccia con la Giustizia. Sono rimasta segnata profondamente da questo episodio e, durante tutti gli anni successivi fino ad oggi, ho dovuto imparare a combattere contro il retro pensiero immobilizzante che fossi una persona cattiva, maligna, sbagliata e inadeguata.

Tuttavia, più che l’evento tragico in sé, sono state le conseguenze ad essere ancora più distruttive. Le prese in giro dei compagni, l’isolamento sociale perpetrato dagli altri come se fosse una punizione della comunità allargata per ciò che (non) avevo commesso, il continuo giudizio, i pettegolezzi di paese, le dispute tra gli avvocati e la sofferenza dei miei genitori (a nulla erano valsi i loro immensi sforzi per difendere la propria figlia), hanno reso il mio terreno sempre più fertile per la rabbia e l’odio.

Percepivo continuamente una spada di Damocle al di sopra della mia testa, pronta ad infliggermi una punizione da un momento all’altro, e la cosa peggiore era che, in fondo, sentivo di meritare il castigo che di lì a poco sarebbe sicuramente arrivato. Dopo due anni di costante pressione e sofferenza psicologica mi sono convinta che, per essere accettata e lasciata in pace, avrei dovuto incarnare l’immagine della cattiva ragazza che gli altri mi avevano cucito addosso. Ho cominciato così ad uscire con una compagnia di “amici” molto più grandi di me, che non frequentavano mai la scuola ed erano impegnati in attività al limite del lecito.

Oggi mi rendo conto che cercavo di soffocare il dolore di non essere creduta e accettata, anche se vi sommavo altro dolore imponendomi di essere chi non ero, auto-punendomi, come se spargessi il sale su ferite già aperte. Tuttavia, l’enorme sofferenza che provavo reclamava una via d’uscita, e quindi mi ferivo per punirmi e sostituire il dolore fisico al dolore psicologico.

Intorno ai 15 anni, la trama della mia vita ha subito una brusca inversione. Mi sono iscritta in un liceo, pur se a scuola non studiavo mai. Ho cominciato a coltivare nuove amicizie, pur se non mi fidavo di nessuno. Ho incontrato dei professori che mi hanno fatto capire l’importanza di avere una guida credibile e autorevole, pur se fino a quel momento avevo odiato e avevo avuto paura di tutto ciò che rappresentava l’autorità e le istituzioni.

Oggi sono passati un po’ di anni, mi sono laureata con il massimo dei voti, ho al mio fianco una persona fantastica e degli amici che considero la mia famiglia, non di sangue ma per scelta, i quali spesso mi hanno letteralmente salvata nei miei momenti bui.

Ma se non avessi avuto la possibilità di andare in un’altra città a studiare in una scuola attenta al rispetto delle regole? E se non avessi incontrato professori capaci di non farmi più sentire sbagliata, malata, incapace di raggiungere qualsiasi obiettivo e se non mi avessero insegnato ad apprezzare valori importanti come la disciplina, il rispetto e la perseveranza? Se non avessi trovato un gruppo di amici capaci di farmi sentire parte di qualcosa, quando mi credevo non meritevole delle relazioni e del riconoscimento altrui?

Da piccola avevo una sorella gemella. Qualche mese prima che mia mamma portasse a termine la gravidanza, l’Altra Me non ce l’ha fatta e sono nata solo io. Spesso faccio questo gioco nella mia mente, in cui mi immagino che lei si trovi in un universo parallelo e che sia la me che non ha compiuto quella grande inversione a U a 15 anni. La immagino prima come un’adolescente allo sbando, lasciata a se stessa e provata dalla mancanza di guide che la riportino sulla strada giusta, e poi come una tossicodipendente fallita o una delinquente.

È un po’ come il film Sliding doors, non so se ce lo avete presente. È quello in cui, in base alla porta del treno su cui sale il protagonista, il corso della sua vita cambia completamente. Forse è proprio per questo che la voce della signora della sedia gialla ha continuato a domandarmi per giorni quale fosse la differenza tra me e “loro”. Forse si tratta solo di condizioni di vita diverse in cui si cresce, di possibilità fortunate di redimersi e di salvifici incontri con guide credibili che riconducano sulla strada giusta.

Quindi innanzitutto cancellerei la parola “loro”, riferita a questi fantomatici esseri mitologici senza cuore che sono approdati in carcere perché hanno solo saputo fare del potere, del denaro e dell’arroganza gli unici binari della propria vita. La differenza tra NOI esseri umani sta spesso nelle condizioni soggettive e oggettive, ambientali e contestuali, materiali ed emotive a cui siamo sottoposti, le quali influenzano fortemente il percorso di vita verso una direzione piuttosto che un’altra.

Ora che si è detto ciò, potremmo anche concludere che sembra quasi che si tratti, in buona parte, di una questione di fortuna, quella di nascere in condizioni favorevoli al proprio sviluppo. E se accettassimo tale conclusione, non verrebbe facile pensare che noi cittadini civili non possiamo fare niente per prevenire e combattere la devianza?

Tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Dobbiamo prendere una decisione: o subiamo passivamente ciò che accade all’interno di una società che ci vuole spaventati da tutto ciò che non conosciamo per tenerci lontani e per percepire gli “altri” come diversi, oppure diventiamo partecipanti attivi della nostra società ed esercitiamo il potere di cambiare il mondo e rivoluzionare il pensiero. Badate bene a quale strada scegliete perché, nel caso optaste per la seconda opzione, allora dovrete cominciare ad impregnarvi oggi stesso, seduta stante, a rivoluzionare il vostro pensiero e, di conseguenza, la società stessa.

La cosa più semplice da fare sarebbe quella di impegnarsi affinché quanto più cittadini possibile inizino a portare la società civile all’interno del carcere, contaminandolo come un morbo benefico. È bene che sempre più persone entrino come volontari negli istituti di pena e ascoltino le storie di quei “loro” tenuti tanto lontani da noi da sembrare alieni.

Non abbiate paura del dolore altrui e del male perché soltanto conoscendo e studiando il male, lo si può affrontare con le armi giuste per poi riuscire addirittura a prevenirlo. Studiamo le condizioni che conducono alla devianza non usando come cavie gli ex criminali, ma servendoci del loro aiuto di neonati cittadini responsabili per salvare chi oggi ha bisogno di un salvagente per ritornare sulla terraferma.

Il tempo per diventare una società responsabile è arrivato, ed è oggi.

Giusi Fasano

Giusi Fasano – Intervista sulla creatività

Giusi Fasano è scrittrice e giornalista. Lavora per il Corriere della Sera dal 1989, occupandosi principalmente di cronaca nera e giudiziaria. Nel suo lavoro applica la creatività nella ricerca delle parole per trasmettere al meglio i fatti di cui scrive.

 

Elisabetta: Cos’è per lei la creatività?

Giusi Fasano: Ho imparato nel tempo che la creatività è come la fame: viene mangiando. Nel mio caso personale, la creatività è imparare a utilizzare le parole e il linguaggio, facendo tesoro sia della quotidianità sia dell’emotività. La creatività aiuta l’empatia e la comprensione delle cose, così come le parole giuste: noi siamo parole, i fatti sono parole e la capacità di trasporre l’emotività nelle parole è creatività.

 

Anita: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Giusi Fasano: Nel processo creativo in generale gli ingredienti sono legati a ciò che tu puoi attingere dalla vita per quello che fai. Per esempio, se tu sei una persona che nella vita è sempre stata in contatto con il dolore dei bambini in ospedale, come può essere un pediatra oncologico, il processo creativo potrebbe prendere spunto dal bisogno che gli altri hanno di stare meglio, quindi, in questo caso, il medico potrebbe travestirsi da clown per far si che un bambino prenda con più leggerezza una medicina.

Per me personalmente il processo creativo riguarda l’utilizzo e la mescolanza delle parole; riguarda anche il modo particolare di raccontare tutto l’insieme, costruendo un percorso di lettura per chi leggerà. Credo siano molteplici i fattori che contribuiscono al processo creativo: dall’esperienza passata all’emotività di un momento preciso, dal rapporto con gli altri alla capacità di cercare strade alternative.

 

Elisabetta: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Giusi Fasano: A volte mi capita di non sentirmi in grado di trasmettere agli altri quello che le persone di cui devo scrivere mi raccontano e, quando mi succede, m’incazzo. Questa mia incapacità di farmi portatore del messaggio mi induce ad avviare un processo che diventa creatività. Informarsi e cercare di approfondire il più possibile le cose dà luogo a un processo che ti permette di costruire un articolo partendo da un dettaglio. Questa ricerca, quindi, permette a me di sviluppare la mia creatività. Le condizioni, nel mio caso di giornalista, dipendono dal desiderio di essere il più possibile comprensibili, empatici e capaci di riprodurre il  pensiero altrui.

 

Anita: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Giusi Fasano: Conseguenze benefiche. Se creatività è lavorazione del pensiero che tu vuoi trasmettere, lavorazione delle parole e lavorazione anche dei pezzetti di vita o di cose che stai facendo per poter convivere con gli altri, se creatività è tutto questo, allora è benefico ed è salvifico avere la possibilità di incamerare pensieri e, in qualche modo, plasmarli per poterli fare tuoi e per poterli trasmettere agli altri. Io non credo ci sia un’accezione negativa della parola creatività, a meno che per creatività non s’intenda la creatività di un sadico nell’uccidere una persona.

 

Elisabetta: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di se stessa?

Giusi Fasano: Nel mio caso personale, l’atto creativo ha un’incidenza relativa perché io non riesco ad essere molto compiaciuta di quello che faccio. Per carattere, io sono una persona piena di dubbi, sempre disposta a rivedere le cose e, quindi, l’auto-esaltazione per un processo creativo non è una cosa che mi appartiene. Sono in grado di capire bene quando una cosa che ho fatto ha un valore, ma non riesco a gioirne pienamente.

 

Anita: Nel rapporto con gli altri il suo atto creativo cosa determina?

Giusi Fasano: Essere singolari, essere unici: ognuno di noi può scegliere di essere banale, di seguire un flusso, di accodarsi a qualcosa oppure di essere particolare e di cercare un modo che caratterizzi se stesso per la persona che si è. Secondo me, le persone uniche si riconoscono sempre perché hanno sicuramente della creatività nel loro modo di fare.

 

Elisabetta: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Giusi Fasano: Tutto quello che noi facciamo rispetto al mondo e agli altri lo facciamo perché gli altri riconoscano in noi il nostro modo di essere e che approvino, chi più e chi meno, il nostro modo di fare e il nostro comportamento. Io credo che senza gli altri non avvieremmo gran parte dei nostri processi creativi, perché non avremmo nessuno a cui mostrarli. L’accettazione e l’approvazione degli altri sono una grande spinta per il processo creativo. Al di fuori del bisogno del consenso altrui rimane quella piccola parte che facciamo per noi, che è uno spazietto che ci ricaviamo per crescere con noi stessi.

 

Anita: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Giusi Fasano: Direi che le prime persone che beneficiano del prodotto creativo sono gli autori stessi. Io penso che l’esplosione della creatività nella vita sia anche legata all’età: i giovani sono dei fruitori assoluti del loro prodotto creativo. Lo scoprire di avere un talento creativo durante l’età adolescenziale o nei primi anni da adulti è un’esplosione di sensi e di sensazioni che dura a lungo, che fa crescere e che aiuta l’orologio della vita a segnare delle ore precise, che possono ricordarti i diversi modi in cui sei cresciuto. Inoltre, credo che i fruitori del prodotto creativo siano anche quelle persone che hanno curiosità nella vita e anche coloro che sanno utilizzare il loro pensiero creativo applicandolo sia alla creazione manuale che alle cose di ogni giorno. Banalmente, la fruizione del prodotto creativo può andare da mio padre che s’inventa soluzioni creative per riparare gli oggetti in casa sino al grande scienziato che sperimenta qualcosa e si ritrova con l’invenzione del secolo.

 

Elisabetta: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Giusi Fasano: di primo impatto mi viene in mente il film Ghost, in particolare la scena in cui la protagonista sta costruendo un vaso in argilla. Se penso alla creatività intesa come realizzazione di un prodotto creativo fisico, come per esempio un vaso, un quadro, un’opera di architettura, mi viene in mente qualcosa che si realizza sotto gli occhi dell’autore… ad esempio, gli artigiani che a Murano creano il vetro allungandolo, gonfiandolo e stringendolo.

Per quanto riguarda i prodotti della creatività intesa in senso astratto invece, come per esempio la scrittura di un libro, un articolo o un saggio, non mi viene in mente nessuna immagine che possa ben rappresentarla, in quanto è un processo molto più lento, che può durare per giorni, mesi o anni. Per esempio in questo periodo sto scrivendo un libro che è stato definito come un esperimento letterario creativo, e penso davvero lo sia, però, se penso a un’immagine che ben rappresenti la creatività, non mi viene in mente il mio libro e il pensiero che vi sto scrivendo, ma qualcosa di tangibile e concreto.

 

Anita: pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

Giusi Fasano: Semmai, io vedo un collegamento tra depressione e mancanza di creatività. Pensiamo ad una persona ipercreativa, come ad esempio Andy Warhol che io definisco a metà tra la sfera intellettuale e quella pratica o anche Monet. Secondo me, persone di questo tipo, nel momento in cui non riescono più a dipingere, a creare e a trasmettere il loro messaggio, risultano esposte a un abbassamento del livello della felicità, della soddisfazione e della voglia di vivere, con la conseguenza che possono addirittura sviluppare una  depressione. Se io oggi non riuscissi a scrivere più niente, se non avessi più un pensiero che mi soddisfacesse dal punto di vista della comunicazione, penso che probabilmente mi deprimerei. In questo senso non intendo dire che la depressione inibisce la creatività; dico piuttosto che la persona ipercreativa, con mille idee sempre innovative, credo sia difficile che possa deprimersi perché si fa forte di questa sua capacità di vedere il mondo in modo creativo. Al contrario, una persona che per mille ragioni non trova più l’ispirazione oppure non riesce a metterla in pratica, è pericolosamente esposta alla depressione proprio perché non si percepisce più come persona creativa.

 

Elisabetta: quando un prodotto creativo è per lei davvero concluso?

Giusi Fasano: un prodotto creativo si può considerare concluso quando l’autore si sente soddisfatto guardando ciò che ha creato, non ha importanza se lo è davvero o meno. Se il creativo percepisce che il suo prodotto creativo è concluso, è come se all’interno di esso non ci potesse più entrare nemmeno un grammo di creatività. Il tentativo di eccedere nella creatività, stimolarla ancora e ancora fino a portarla allo stremo, diventa distruttivo per la stessa creatività.

 

Anita: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale, e se sì, quale?

Giusi Fasano: la creatività ha sicuramente una funzione sociale, più nello specifico rieducativa. Può essere utile per tutte quelle categorie fragili di persone che si trovano in difficoltà e che hanno bisogno di essere seguite nel loro percorso di vita. Se questi individui vengono esposti e stimolati alla creatività, sicuramente la creatività potrà restituire loro pezzi di vita perduti, pezzi di felicità dispersi o pezzi di sé.

 

Elisabetta: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Giusi Fasano: di base penso che la creatività sia un dono naturale. A conferma di ciò, penso ad alcune persone dotate di una creatività esplosiva come ad esempio Mozart che, a quattro anni, sapeva riconoscere se un musicista avesse prodotto una nota di un’ottava più alta o più bassa rispetto all’intera melodia. Ecco, in questo caso sicuramente la sua creatività era un dono innato. Nonostante sia un dono, è possibile anche coltivarla allenandosi continuamente ad esprimerla anche nelle attività quotidiane.

Questo però non vuol dire che l’accesso alla creatività regali automaticamente la capacità di metterla in pratica. Per esempio, se paragonassimo la creatività ad una stanza con le pareti piene di colori e di immagini, il semplice fatto che una persona abbia accesso alla stanza e riesca ad entrarci, non significa che automaticamente diventi in grado di produrre qualcosa di creativo. Tutto dipende dalla propensione, dalla curiosità e dalla personalità di un individuo.

Il fatto che la creatività sia accessibile a tutti può essere confermato anche dai risultati benefici provenienti dai laboratori creativi destinati alle persone con qualsiasi tipo di disabilità, fisica o mentale, grave o lieve che sia. Pur avendo delle evidenti difficoltà, se tali individui vengono stimolati alla creatività e vengono forniti loro gli strumenti necessari per sostituire le mancanze dovute alla condizione di disabilità, riescono anch’essi a produrre, a giocare e a vivere la loro vita in maniera creativa.

 

Anita: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Giusi Fasano: in entrambi i casi, sia a scuola che per il condannato, in quanto la creatività è da considerarsi tale a prescindere da chi la vive e la pratica. La funzione benefica che la creatività può ricoprire per un condannato nella sua cella o in un laboratorio all’interno del carcere è universale. È un risultato magnifico quello che si raggiunge quando si riesce a stimolare una persona e la si spinge a dare voce alla sua vena creativa, in quanto questo processo aggiunge automaticamente ricchezza alla nostra umanità e alla nostra specificità individuale. L’elemento importante, come detto prima, è la stimolazione alla creatività, la quale per un condannato o per un bambino con problemi di salute gravi può arrivare da parte degli educatori.

Sicuramente la stimolazione alla creatività potrebbe avere un ruolo fondamentale e benefico anche per gli adolescenti che nascono e crescono in quartieri disagiati o quelli in cui le attività della criminalità organizzata avvengono alla luce del giorno. Non ha importanza chi sia la persona in condizioni difficili, quanti anni abbia, quale ruolo ricopra o quale educazione abbia ricevuto. La creatività può, a prescindere, aiutarla.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani e Elisabetta Vanzini

Giusi FasanoInterviste sulla creatività

Porta una sedia

Mercoledì 14 luglio, 2021, ORE 20:30
PARCO DELLE MEMORIE INDUSTRIALI

Il masso di SisifoAl parco delle memorie industriali

Giovanna Di Rosa

Giovanna Di Rosa – Intervista sulla creatività

Giovanna Di Rosa è magistrato e Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano.  Come affermato da lei stessa, il suo incarico le piace molto perché nell’esercizio del suo ruolo ha la possibilità di esprimere la sua creatività, nonostante si tratti di un lavoro di grande responsabilità e accompagnato dal rischio di poter prendere decisioni sbagliate o di non riuscire a intercettare un particolare importante per una migliore visuale della situazione in esame.

Essendo questo un lavoro sull’uomo, la dott.ssa Di Rosa ritrova la creatività in tutti i compiti che è chiamata a svolgere. Ogni giorno si trova nella posizione di dover prendere delle decisioni che incideranno drasticamente sulla vita delle persone coinvolte e adempie al suo compito nella speranza di fornire la risposta più adatta ad ogni singola domanda. Ella ritrova la creatività proprio all’interno di questo tentativo di fornire una decisione che sia ritagliata e cucita nel migliore dei modi per la singola storia in esame, che oltretutto non è mai uguale rispetto ad un’altra storia anche in presenza di condizioni oggettive molto simili.

Secondo l’opinione dell’intervistata, in tutto il mondo della giustizia, anche se può suonare strano, deve essere costantemente applicata la creatività. Basti pensare all’indicazione secondo cui si deve cercare di adattare la norma al caso singolo, che altro non è che un’attività di interpretazione delle leggi. È un compito molto difficile che spesso espone alle critiche dei cittadini, i quali si chiedono come sia possibile che a due imputati che hanno commesso lo stesso identico reato vengano comminate due condanne differenti. Ciò è possibile in quanto ognuno ha la propria storia soggettiva alle spalle, le condizioni che lo hanno portato a delinquere sono differenti rispetto a quelle di qualsiasi altra persona e lo sono anche le modalità con cui il reato è stato commesso, il valore dell’oggetto che è stato utilizzato e una condizione diversa in cui si trova la vittima. Nel campo della giustizia, pensare in maniera creativa significa essere capaci di adattare il ragionamento scientifico e razionale del Diritto alla situazione specifica, in modo tale da far applicare, all’interno di un ventaglio di pene, quella più consona. È grazie a questo principio di azione che viene garantito il sistema della giustizia, in quanto si fa in modo che ad ogni colpevole venga data la punizione che si merita.

Il lavoro svolto dalla dott.ssa Di Rosa risulta essere un’attività interpretativa molto ricca in quanto le parole riportate all’interno delle leggi sono perentorie e pongono dei limiti, quasi come se fossero delle equazioni matematiche. Tuttavia, tra le stesse parole e la realtà concreta in cui dovrebbero essere applicate le leggi, l’immaginazione e la creatività trovano ampi spazi e permettono di applicare delle variazioni, le quali ovviamente devono essere ragionate e motivate.

Il compito del magistrato è quello di fare giustizia applicando la legge, rimanendo all’interno dei canoni prestabiliti ma cercando di modularli, arrivando così certe volte a soluzioni completamente opposte, all’interno di casi apparentemente identici, ma diversi sotto mille sfaccettature.

Tutto questo è il frutto di un’operazione creativa.

 

Elisabetta: Cos’è per lei la creatività?

Giovanna Di Rosa: Io penso che la creatività sia una capacità produttiva della ragione e della fantasia. Penso che la creatività sia un modo di guardare il mondo superando ciò che si vede e cercando di dare risposte diverse da quelle che sono immediatamente percepibili. La creatività è una forma di consapevolezza anche propria perché si dà nuova forma a quello che si vede e quindi ci si appropria di ciò che si vede o si pensa e lo si rende valore interiore. In conclusione, credo sia un modo di esprimere la propria libertà interiore.

 

Anita: Cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Giovanna Di Rosa: La forma tradizionale in cui si sviluppa la creatività è la forma artistica, ma in generale io credo che la creatività sia un modo di orientarsi della mente che genera idee per trovare soluzioni alternative. Credo quindi che si sviluppi in tutti gli ambiti e che non sia solo legata alla forma espressiva, si può anche tradurre in comportamenti tangibili. Per quanto riguarda le condizioni in cui si sviluppa credo che sia particolarmente importante un ambiente stimolante. Ci sono sicuramente persone che sono più propense, per propria natura, a mettersi in discussione e, facendo ciò, riescono a valutare le cose e a pensare in modo più ricco, originale e creativo rispetto a alla prima risposta. Ma credo che la stimolazione esterna possa aumentare le capacità creative anche di persone meno talentuose o con altro tipo di talenti.

 

Elisabetta: Quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Giovanna Di Rosa: In prima battuta, direi un cervello che lavora. Ma andando oltre, penso al mare. Il mare a prima vista può sembrare sempre uguale ma in realtà è in costante movimento e si può presentare in forme diverse. Ciascuno di noi può vedere il mare in questo movimento continuo e lo può personalizzare a seconda di come lo vuole fare proprio.

 

Anita: Che conseguenze può avere l’atto creativo nel rapporto con sé stessi e con gli altri?

Giovanna Di Rosa: Parto dall’arte perché è la risposta più immediata che mi viene, ma la traspongo anche nel mondo quotidiano, in quello che stiamo facendo adesso. Secondo me, è un orientamento della mente che genera idee per trovare soluzioni e risposte alternative, anche utilizzando la fantasia.

 

Elisabetta: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per chi realizza un lavoro creativo?

Giovanna Di Rosa: Io penso che il riconoscimento altrui sia molto importante anche se credo che per alcune strutture di personalità, come per esempio le più chiuse o le più autonome, può essere meno significativo. Personalmente, credo che ottenere il riconoscimento degli altri significa percepire che gli altri hanno compreso quello che si voleva dire e quindi che c’è stato uno scambio. Il riconoscimento spesso è associato al gradimento ma io non credo sia solo questo, piuttosto implica la capacità di comprendere i messaggi mandati dall’artista e la possibilità di avere uno scambio con gli altri. Quindi fa parte della relazione sociale che è alla base di quello che fa qualunque artista.

 

Anita: Esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali destinatari?

Giovanna Di Rosa: Io non credo che la fruizione del prodotto creativo sia destinata solo agli altri, ma ritengo che sia destinata anche a sé stessi, poiché è un bisogno interiore di manifestarsi. Il modo ideale di fruirne credo sia quello di comprenderla a fondo, quindi di mettersi a disposizione con la volontà di ascoltare e di farsi trascinare da quello che è stato il prodotto creativo. Io credo che il principale destinatario sia colui che l’ha prodotto, il resto è l’insieme delle relazioni sociali a cui si vuole offrire questo prodotto. Di norma ritengo che il prodotto creativo sia rivolto a tutti e che non sia differenziato in base a singole categorie. Forse gli artisti che operano settorialmente si orientano verso i settori ai quali sono destinate le loro opere, per esempio immagino che la creatività per bambini sia difficilmente comprensibile dagli adulti, tuttavia anche in questo caso si possono trovare dei messaggi e dei contenuti che possono essere compresi da tutti.

 

Elisabetta: La creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Giovanna di Rosa: Assolutamente sì. Nella mia esperienza professionale ho visto che ci sono state molte iniziative e molti laboratori con questa funzione sociale all’interno delle carceri e sono stati costruiti progetti di vera e propria inclusione sociale. La creatività è una forma per conoscere sé stessi, esprimendosi tramite una tela o un foglio di carta.  La destinazione di questi laboratori creativi è stata quella dell’inclusione sociale ma anche dell’acquisizione delle competenze. La funzione sociale è anche realizzata, secondo me, dal contatto con la materia viva che aiuta ad organizzare la conoscenza e la coscienza propria perché ci metti qualcosa di tuo in ogni prodotto che realizzi. La funzione sociale si esplicita quindi nel far transitare all’esterno queste produzioni proprie, facendo così comprendere che si è tutti esseri umani. Infine, questi laboratori permettono anche di acquisire competenze che possono essere utilizzate per avere una seconda possibilità una volta concluso il periodo di reclusione, soprattutto quelli che hanno utilità più pratiche.

 

Anita: parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cos’è per il bambino, per l’adolescente e per la persona adulta?

Giovanna Di Rosa: finora abbiamo parlato di quella forma di creatività che è maggiormente legata alla consapevolezza del sé. Tuttavia, è necessario prendere in considerazione anche la creatività meno legata alla consapevolezza e, di conseguenza, maggiormente influenzata dall’emotività.  Quest’ultima è più sviluppata nel bambino ed è maggiormente istintiva, meno influenzata dalle sovrastrutture mentali, dalle abitudini e dalle esperienze pregresse. Progressivamente, con l’avanzare dell’età, l’atto creativo diventa sempre meno istintivo e libero e viene sottoposto alle esperienze di vita passate. Più l’individuo cresce, diventa adolescente e poi adulto, più viene addestrato a pensare e razionalizzare ciò che fa e meno riesce ad agire in maniera istintiva e creativa.

 

Elisabetta: in che modo la creatività può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Giovanna Di Rosa: partiamo dal presupposto che realizzare prodotti creativi significa dare vita ai propri pensieri ed esternarli. Offrire agli altri le creazioni personali, frutto del proprio mondo interiore, rende l’autore disponibile alla relazione con l’altro. Quindi credo che la creatività favorisca una migliore comprensione di se stessi e aiuti ad  aprirsi verso gli altri, a stabilire relazioni migliori, più prolifiche, più sincere e più genuine.

 

Anita: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Giovanna Di Rosa: anche rispetto a questa domanda ho parzialmente risposto prima. Abbiamo detto che la creatività è una qualità e un atteggiamento mentale che alcune persone possiedono sotto forma di dono naturale. Quest’ultime sono individui più estrosi, versatili e predisposti a manifestare se stessi attraverso la creatività.

Detto questo, credo che sia possibile stimolare alla creatività anche le persone meno propense ad essa. La creatività è una potenzialità di qualsiasi cervello umano e, se si spinge un individuo alla riflessione e alla messa in discussione dei suoi limiti, allora chiunque può essere portato alla manifestazione di questa potente qualità umana.

Inoltre la creatività, essendo uno strumento per lo sviluppo della personalità, è strettamente legata alla storia individuale di ciascun individuo. Certamente, chi è vissuto in condizioni di deprivazione affettiva, non credo abbia avuto la possibilità di sviluppare questo talento. Magari egli ha un mondo interiore ricchissimo ma, avendo avuto dei modelli di vita improntati solamente su rapporti autoritari non credibili e avendo avuto da sempre l’esempio di valori che vanno contro il rispetto delle regole, non può che avere una percezione alterata di cosa possa voler dire esprimere se stessi in maniera creativa.

Sono convinta che l’essere umano sia fondamentalmente buono. Non credo che esista il male predeterminato e penso che l’uomo sia buono per natura. È compito delle istituzioni cercare di risvegliare l’umanità di chi ha sbagliato attraverso la creatività.

 

Elisabetta: a scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Giovanna Di Rosa: la scuola è sicuramente il primo ambito all’interno del quale prende avvio l’esercizio alla creatività.

La scuola insegna che ci sono due tipi di approccio alla realtà. Il primo è quello matematico e razionale, secondo cui ci può essere un solo risultato corretto alle operazioni matematiche. Allo stesso tempo però, gli insegnanti abituano gli allievi ad essere mentalmente flessibili, spiegando loro che esiste un altro tipo di approccio. Questo viene presentato come maggiormente legato all’emotività, permette di cambiare prospettiva e potenzia l’intelligenza dei ragazzi, in quanto permette di avere numerosi angoli di prospettiva rispetto alla medesima questione.

 

Anita: pensa che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Giovanna Di Rosa: certamente sì. Non solo perché favorisce l’interrogarsi su se stessi, sulla propria storia, su chi si è nel presente e sul proprio progetto di vita, ma anche perché, la modalità di espiazione della pena del condannato deve essere utile, altrimenti è solo una quantità di tempo fine a se stessa che non porta a nessun giovamento.

Gli anni di pena in carcere dovrebbero rappresentare un tempo contenitore della devianza, il quale offre reali possibilità di cambiamento e rieducazione. In caso contrario, il tempo della reclusione non porta a nessun giovamento anzi, favorisce un cambiamento in peggio, caratterizzato da rancore e frustrazione.

Per evitare il rischio di una pena inutile e senza contenimento della devianza, è necessario ricondurre il soggetto al suo progetto di vita.

Poco fa ho utilizzato l’immagine del mare per descrivere la creatività e questo perché immagino l’essere umano come immerso in un continuo flusso in divenire, all’interno del quale nessuno rimane sempre uguale e immobile.

Un’altra qualità dell’essere umano in cui credo fermamente è che l’uomo è capace di cambiare ed evolversi. Io non sono uguale alla persona che ero ieri. Le sollecitazioni di qualsiasi giornata, anche la più banale, portano indubbiamente alla riflessione e aumentano il nostro bagaglio di esperienze. Ciò fa sì che in ogni persona ci sia qualche cambiamento, positivo o negativo, rispetto alla giornata precedente.

Non avrebbe senso far trascorrere ai detenuti interi anni di reclusione senza impegnare positivamente il loro tempo. E allora cosa potrebbe essere utile per il condannato? Lo studio e la formazione, realizzate attraverso la creatività, costituiscono una forma di riparazione, la quale può aiutare a reinventare azioni utili per se stessi e di conseguenza per la collettività.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

Giovanna Di RosaSui dirittiInterviste sulla creatività

Silvio Di Gregorio

Silvio Di Gregorio – Intervista sulla creatività

Silvio Di Gregorio è il direttore della Casa di Reclusione di Milano Opera e, come previsto dal ruolo che ricopre, si occupa di esecuzione della pena e di reinserimento sociale dei condannati. Quest’ultimo aspetto, quello relativo al reinserimento sociale, gli è molto caro. Secondo il suo punto di vista, il carcere non deve essere concepito come un mero luogo di contenimento di chi ha sbagliato. Al contrario, deve essere uno spazio di crescita e di evoluzione costante in cui cercare e creare le possibilità per far sì che le persone decidano consapevolmente di cambiare il proprio modo di vivere.

Su Wikipedia si può leggere che all’interno del Carcere di Opera esistono molteplici attività creative messe a disposizione dei condannati: Leggere libera-mente, progetto di lettura e di poesia; Opera Liquida, compagnia teatrale che lavora all’interno del carcere; Il Gruppo della Trasgressione, composto da detenuti, ex detenuti, studenti e liberi cittadini che svolgono svariati progetti, tra cui il Progetto Scuole, in cui i detenuti diventano agenti di prevenzione del bullismo e della tossicodipendenza nelle scuole milanesi, la rappresentazione del Mito di Sisifo, i concerti della Trsg.band e la bancarella di Frutta & Cultura.

 

Anita: che cos’è per lei la creatività?

Silvio Di Gregorio: la creatività si sviluppa nel momento in cui si mette in campo tutto ciò che può essere utile per il raggiungimento di un obiettivo attraverso strade non consuete e prestabilite a priori. È importante notare come nella creatività non si debbano necessariamente rispettare schemi rigidi, altrimenti si parlerebbe di adattamento alla realtà che ci circonda. Se ci si riferisce alla creatività, invece, si deve mettere in conto che tutto ciò che appartiene al mondo circostante può essere utilizzato per raggiungere un obiettivo.

All’interno del ruolo che ricopro, credo che la creatività trovi ampio respiro poiché devo sempre reinventare un modo nuovo per permettere a chi ha sbagliato di evolversi. Se infatti partiamo dal presupposto che ogni persona è a sé stante ed ha personalità, potenzialità e vissuti diversi dagli altri, comprendiamo che le possibilità di cambiamento che il carcere offre devono essere diverse per ogni detenuto. Ogni giorno vanno inventati modi diversi per toccare le corde giuste del detenuto e per permettergli di trovare la volontà di riscatto personale e la voglia di produrre pensieri e comportamenti che siano in linea con il vivere civile.

 

Elisabetta: cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Silvio Di Gregorio: credo che la creatività nasca dalla volontà di stupire gli altri e di stupirsi. Prende avvio da un desiderio di ricerca di una strada nuova, non ancora esplorata e che consente di realizzarsi in maniera più gratificante rispetto alla soddisfazione che deriva dal rispetto di stereotipi. La condizione da cui prende avvio la creatività probabilmente è la volontà di superamento di un limite, il quale però viene inserito all’interno di un orizzonte molto più ampio a cui il soggetto aspira.

 

Anita: quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Silvio Di Gregorio: questa domanda mi permette di parlare di un progetto che abbiamo svolto di recente qui nel carcere di Opera. Da più di un anno e mezzo, tutto il pianeta subisce le conseguenze negative dovute alla pandemia e il mondo carcerario, esattamente come ogni altra organizzazione ed istituzione della nostra società, è stato messo a dura prova. In questi ultimi mesi io, i miei collaboratori e i detenuti abbiamo visto crollare tutte le nostre poche certezze. È mutato il modo di vivere e di sperimentare le relazioni, ancor di più all’interno di un carcere in cui, per un lungo periodo, non è stato più possibile far entrare nessuna figura educativa né tantomeno i famigliari dei reclusi.

Il progetto nasce dal bisogno di trovare un nuovo punto di riferimento che ci potesse guidare, una specie di faro nella notte, il quale ci potesse dare la forza per non abbatterci e perseguire per la realizzazione della nostra missione. In linea con questa idea, abbiamo cercato un’opera d’arte che potesse sostenerci nel raggiungimento dei nostri obiettivi e questo prodotto creativo è l’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci, appesa all’ingresso della direzione.

L’ultima cena, Leonardo da Vinci

Ecco credo che quest’opera possa essere ben rappresentativa anche del concetto d creatività. Il quadro raffigura un tavolo intorno al quale ci sono già dei commensali. Le persone sedute al tavolo non rispondono agli stereotipi della collettività dell’epoca a cui il quadro si riferisce, ovvero 2000 anni fa. Ci si aspetterebbe di vedere personaggi prestigiosi; al contrario, qui sono rappresentate persone comuni, che per di più stanno programmando e realizzando un progetto religioso e di vita veramente inusuale, basato su una visione nuova del mondo che, a distanza di 2000 anni, risulta essere ancora ben radicata nel pensiero collettivo.

Oltre che su questo aspetto rivoluzionario, ci siamo concentrati anche sul fatto che solo i posti al di là del tavolo sono occupati, ma potenzialmente si potrebbero aggiungere altre sedie per fare sedere più persone. Io, i miei collaboratori e i detenuti ci sentiamo tutti rappresentati dai commensali già seduti, ma siamo ben felici di accogliere la collettività esterna e di farla sedere con noi al tavolo della creatività.

Sedersi ad un tavolo e cibarsi è una delle azioni più naturali dell’essere umano, durante la quale egli, spinto dal clima di convivialità, gratificazione e piacere, è libero di esprimere la sua personalità e di comportarsi in maniera spontanea. Quindi, far sedere allo stesso tavolo collaboratori, detenuti e collettività esterna, implica la creazione di uno spazio in cui ognuno, proprio in funzione del fatto che si comporta in maniera naturale, crea un legame profondo con gli altri commensali.

Questo incontro profondo di anime e di pensieri permette di conoscere, laddove ci fossero, le reali intenzioni di cambiamento del detenuto, e crea la condizione necessaria per fare in modo che gli vengano offerte delle possibilità di evoluzione concrete. È necessario far sedere a questo tavolo anche la collettività esterna in quanto, la volontà del detenuto di intraprendere un percorso di introspezione e di rielaborazione di tutti i suoi vissuti, è sicuramente una condizione necessaria, ma non sufficiente nel caso in cui la società non sia grado di accettare un cittadino nuovo.

Quindi, dal nostro punto di vista, quest’opera d’arte rappresenta bene la creatività poiché tutti, detenuti, amministrazione e comunità esterna si siedono al tavolo, portano il loro contributo e, dall’incontro delle nostre idee e competenze, nasce un progetto nuovo, talvolta rivoluzionario ed inevitabilmente creativo.

 

Elisabetta: che conseguenze ha l’atto creativo nel rapporto con se stessi e con gli altri?

Silvio Di Gregorio: l’atto creativo stravolge l’immagine della propria persona, sia nel rapporto con se stessi sia con gli altri. Nel rapporto con se stessi permette un arricchimento di carattere personale, consolida la propria autostima, fornisce una percezione di utilità della propria vita e afferma l’immagine di sé. Anche nel rapporto con gli altri la creatività costituisce una possibilità di evoluzione e di crescita personale. Questo perché, quando noi entriamo in relazione con un altro essere umano che è creativo, innovativo e portatore di una ricchezza, veniamo messi nella condizione di potere arricchire anche la nostra persona e lo stesso rapporto con l’Altro.

 

Anita: quanto è importante il riconoscimento degli altri per l’artista?

Silvio Di Gregorio: l’artista ha una responsabilità molto importante in quanto, proprio perché opera ed agisce nell’area di tutto ciò che viene considerato esteticamente bello, è destinato a toccare le corde più delicate dell’essere umano, gli anfratti più profondi che fanno vibrare l’anima delle persone. Quindi l’artista non deve solamente realizzare un prodotto accettabile e comprensibile, ma ha anche la responsabilità di dare vita a qualcosa che sia in grado di colpire nel profondo lo spettatore. Quando il creativo riesce a portare a termine questo compito e a suscitare nel pubblico una reazione di stupore, vive egli stesso una sensazione di appagamento che nutre la sua creatività e gli permette di iniziare un altro progetto creativo.

 

Elisabetta: Esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali fruitori?

Silvio Di Gregorio: Io non penso che ci sia un modo ideale da seguire per interpretare un atto creativo. Se un prodotto è creativo e deve stimolare la fantasia delle persone non è possibile spiegare le funzioni della creatività come se fossero istruzioni per l’uso. La creatività è destinata a toccare ogni singola persona in modo diverso, un po’ come un trattamento: l’artista ci mette il suo ma anche chi si accosta all’opera d’arte deve metterci la volontà di lasciarsi stupire e coinvolgere. Di conseguenza credo che chiunque possa essere destinatario dell’atto creativo.

 

Anita: La creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Silvio Di Gregorio: Certamente, la creatività ha il compito di ispirare le azioni umane e di spronare le persone ad emulare ciò che è stato visto. La creatività, soprattutto nel campo dell’arte, stimola le persone a spingersi oltre i limiti di quelle che sono le proprie conoscenze ed è un modo per spostare l’asticella sempre più lontano, sia nell’arte che nella cultura generale.

 

Elisabetta: Parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cosa è per il bambino, per l’adolescente, per la persona adulta?

Silvio Di Gregorio: Io credo che l’elemento che accomuna tutte e tre le fasi sia lo stupore, che è molto evidente nel bambino e meno nell’adulto. Probabilmente se anche l’adulto riuscisse a mantenere vivo il bambino che è in lui e quindi a utilizzare la voglia di scoperta del bambino durante le sue fasi di crescita, potrebbe riuscire a mantenere alta la capacità di stupirsi e di inventare.

 

Anita: e in che modo può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Silvio Di Gregorio: Approcciarsi a ogni relazione con lo stupore e con la voglia di conoscere, di apprendere è un atteggiamento molto positivo e denota apertura nella relazione con l’altro. Sottolineerei che lo stupore e la voglia di apertura permettono un approccio migliore nel relazionarsi con gli altri e l’arricchimento della relazione stessa.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Silvio Di Gregorio: Credo che la creatività sia qualcosa che appartiene a tutti, ma necessita di essere allenata come tutte le altre doti e virtù umane. Nell’adulto forse questo senso innato deve essere riscoperto perché molto spesso lascia il posto ad altri tipi di filtro che possono essere la ragione, l’esperienza, la delusione e via discorrendo. La creatività è una dote che ognuno di noi ha e che può essere coltivata e accresciuta attraverso l’allenamento.

 

Anita: A scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Silvio Di Gregorio: La scuola offre momenti di creatività, soprattutto nei confronti dei più giovani, arricchendo la cultura generale e permettendo di ampliare i propri orizzonti. Non penso che debbano essere dati periodi di tempo aggiuntivi, piuttosto la scuola dev’essere in grado di far percepire agli allievi che attraverso i processi di apprendimento è possibile aumentare la propria creatività. Lo studio deve essere un momento che arricchisce perché offre degli spunti di riflessione che ognuno ha poi il compito di rielaborare.

 

Elisabetta: Pensa che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Silvio Di Gregorio: Sicuramente, senza creatività non si va da nessuna parte. Sarebbe riduttivo pensare di poter catalogare una persona attraverso caratteristiche fisiche o comportamentali. Attraverso la creatività, infatti, l’uomo si scopre continuamente e ha la possibilità di interrogarsi su se stesso. Non si può definire un’attività più creativa di un’altra, ogni cosa che si fa è creativa. La vita offre in ogni occasione opportunità di crescita e di miglioramento personale continuo: se una persona affrontasse la propria esistenza nell’ottica di migliorarsi probabilmente si arricchirebbe ogni giorno.

 

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

 Silvio Di GregorioInterviste sulla creatività

La bancarella di Viale Papiniano

Sabato 19-06-2021 – Milano

Alice Viola

Adriano Sannino, Maddalena Baù

Adriano Sannino, Alice Viola, Anita Saccani, Elisabetta Vanzini, Roberto Cannavò, Arianna Picco,

Adriano, Alice, Anita, Elisabetta, Roberto, Arianna, Khaled Al Waki

Adriano, Arianna, Elisabetta, Angelo Aparo, Alice, Roberto Cannavò, Anita Saccani

Adriano Sannino, Alice Viola, Arianna Picco, Roberto Cannavò, Elisabetta Vanzini

Fabrizio D’Angelo

Fabrizio D’Angelo – Intervista sulla creatività

Fabrizio D’Angelo è consigliere di Municipio 5 a Milano e, all’interno di questa carica, svolge anche il ruolo di presidente della commissione per la gestione dei rapporti istituzionali tra il municipio stesso e gli istituti di pena presenti sul territorio milanese.

 

Elisabetta: cos’è la creatività?

Fabrizio D’Angelo: Parto da una premessa: L’essenza dell’uomo è costituita da due entità opposte, due facce della stessa medaglia potremmo dire: un lato razionale e uno creativo. In alcuni individui prevale l’aspetto più legato al raziocinio, altri invece si esprimono maggiormente secondo il lato creativo. Dei due tratti innati dell’essere umano, la creatività è quello che lo spinge e lo stimola a costruire, creare e comporre elementi che trova nella realtà. Lo scopo di questa azione creativa è il miglioramento della realtà che ci circonda, così da renderla più confacente alle nostre esigenze.

 

Arianna: cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Fabrizio D’Angelo: Credo che le condizioni che permettono l’espressione della creatività siano da ricondurre a un generale stato di insoddisfazione, curiosità e voglia di migliorare la propria persona e di crescere sempre. Quando è presente questo stato di insoddisfazione, l’uomo analizza ciò che ha intorno, si ingegna, e da qui cerca di realizzare tutti i prodotti creativi possibili, siano essi immaginari o concreti, con lo scopo ultimo di ottenerne giovamento e per godere del risultato finale. Credo che questo valga quando si tratta di un’opera, un disegno, una scultura, ma anche della realizzazione di un gruppo che si unisce per coltivare gli interessi della collettività o i propri.

D’altra parte, la creatività si contrappone alla spinta alla distruzione. A partire da quest’ultima, non può nascere un prodotto positivo e utile, e in questo senso si può dire che la distruttività esprime il senso negativo delle cose e dei fenomeni.

 

Elisabetta: quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Fabrizio D’Angelo: trovo che sia molto difficile per me, individuo maggiormente legato al lato raziocinante, trovare un’immagine che possa ben calzare con l’atto creativo. Comunque, l’atto creativo mi fa pensare a qualcosa che nasce dall’unione e dalla composizione di tutti gli elementi che, secondo l’autore, sono necessari per raggiungere il risultato finale. In concreto, mi immagino la tela bianca di un quadro che, man mano che il creativo procede, si riempie dei colori e delle immagini che egli vuole comporre, fino a raggiungere la raffigurazione finale che si era prefissato.

 

Arianna: che conseguenze può avere l’atto creativo nel rapporto con se stessi e con gli altri?

Fabrizio D’Angelo: dato che la creatività nasce da uno stato di insoddisfazione, una volta che l’autore realizza il suo atto creativo vive una sensazione di appagamento, di soddisfazione e di piacere e, di conseguenza, si sente in pace con gli altri e con il mondo che lo circonda. Tale pace interiore deriva dal fatto che si è riusciti a raggiungere l’obiettivo che ci si era prefissati, lasciando la propria creatività libera di esprimersi.

Sicuramente si può creare anche all’interno di un percorso caratterizzato da regole che vanno rispettate e da un percorso a priori prestabilito. Tuttavia, quello che ne consegue sarà solo un benessere relativo, in quanto derivante da un contesto in cui l’autore non ha avuto modo di esprimere tutto il suo estro creativo e ha dovuto rispettare ciò che gli altri gli hanno imposto di fare.

 

Elisabetta: quanto è importante il riconoscimento degli altri per l’artista?

Fabrizio D’Angelo: il riconoscimento degli altri è fondamentale, in quanto l’arte fine a se stessa è sterile. Sicuramente la creazione di un’opera creativa soddisfa il suo autore ma è una fonte di appagamento non profondo come potrebbe esserlo quando c’è anche il riconoscimento degli altri.

 

Arianna: esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali destinatari?

Fabrizio D’Angelo: è il creatore che decide il modo ideale di fruire del prodotto creativo. È egli stesso a stabilire il modo in cui si utilizza l’oggetto da lui creato.

Inoltre, l’autore ha anche il dovere di educare alla comprensione e all’apprezzamento dell’opera il pubblico che ne fruirà. Pensiamo ad esempio ai Promessi Sposi. Il messaggio che l’opera tramanda e le varie identità dei personaggi sono stati stabiliti da Manzoni. Vero è che il lettore può dare in minima parte una sua interpretazione personale, ma fino ad un certo punto, in quanto l’identità, la personalità e le vicende dei personaggi sono già state date dall’autore.

Anche i destinatari del prodotto creativo vengono individuati dal creatore stesso. Egli assegna una funzione alla sua opera e, in conseguenza ad essa, vengono definiti anche i destinatari.

Tuttavia, non tutti siamo nella condizione di poter apprezzare un’opera creativa, che sia un dipinto o un ponte. Per esempio, io fruisco del ponte ma, non avendo conoscenze che mi permettano di apprezzare l’opera ingegneristica che vi è alla base, ne fruisco da mero utilizzatore. L’utilità del ponte, quindi, termina nel momento stesso in cui esso viene utilizzato. La responsabilità della persona che crea è anche quella di educare i destinatari all’utilizzo, alla comprensione e all’apprezzamento della sua opera.

 

Elisabetta: la creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Fabrizio D’Angelo: sicuramente la creatività ha una funzione ed è quella di aiutare a comprendere meglio e ad organizzare la società. Avere in mente un progetto o un’idea è già esso stesso un atto creativo. Senza la creatività, noi esseri umani non avremmo modo di immaginare e di comprendere come è organizzata la nostra società e come si dovrebbe svolgere la nostra vita dalla mattina alla sera, all’interno del contesto che condividiamo con altre persone.

Questo concetto può poi essere ristretto ai campi più specifici dell’arte. Pensiamo alle arti figurative: il fatto di essere appassionati alla pittura permette di avere una visione e un pensiero su di essa, ed è proprio questa visione che rappresenta l’atto creativo vissuto interiormente dalla persona.

 

Arianna: parliamo dell’atto creativo nelle diverse età: cos’è per il bambino, per l’adolescente e per la persona adulta?

Fabrizio D’Angelo: nel bambino la creatività è assenza di regole, è essere sé stesso. Nell’adolescente è una lotta continua tra razionalità e creatività, è fare ciò che si sente e ciò che le regole gli impongono. Nell’adulto invece è scoprire chi realmente si è: se ho deciso di essere un creativo, un razionale, oppure né uno né l’altro e sconfino nel distruttivo e nell’irrazionale perché non creo né costruisco e non rispetto le regole della società.

 

Elisabetta: in che modo l’atto creativo può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Fabrizio D’Angelo: In modo estremamente positivo. Ho contrapposto l’atto creativo alla distruzione. La distruzione affonda la sua logica nell’assenza del rispetto delle regole; il fondamento della distruzione è il disprezzo verso sé stessi, infatti se si distrugge, prima di ledere gli altri si lede sé stessi. La creatività presuppone che oltre ad avere l’idea, si abbia la forza di metterla in atto; inoltre, la creatività è rispetto delle regole. Se si ha coscienza dell’impegno che presuppone l’atto creativo non è possibile non avere rispetto per la creatività degli altri: l’elemento fondamentale della società è il rispetto degli altri perché si ha la percezione dell’altro, del suo impegno e delle sue capacità.

 

Arianna: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Fabrizio D’Angelo: Io credo che alcune persone abbiano il dono naturale della creatività e in altre invece prevalga la parte razionale. Questo però non significa che non si possa diventare creativi, occorre crescita, educazione alla creatività.

Personalmente, cerco di portare avanti di pari passo il mio lato creativo con il mio lato razionale. Credo che l’obietivo fondamentale della nostra società sia stimolare l’arte e la creatività dentro di noi.

 

Elisabetta: a scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Fabrizio D’Angelo: la scuola oggi è solo un indottrinamento di concetti in versione sterile, con una prevalenza nelle verifiche di quiz che non danno la possibilità di esprimersi; questo soffoca la creatività, la capacità espressiva. Oggi la scuola è un atto amministrativo che non consegna un nuovo cittadino con una giusta percezione di sé e degli altri e con un’educazione artistica e civica. La scuola dovrebbe educare gli alunni ad apprezzare dell’arte, del bello e della creatività, al fine di favorire il progresso e lo sviluppo della società.

 

Arianna: pensa che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Fabrizio D’Angelo: Il condannato ha compiuto un atto che va contro la società, non ha percepito il bene e ha leso il prossimo. Tornando al discorso che facevo poco fa, se una persona non ha voluto essere costruttiva, ha leso un bene ed è stata distruttiva, questo è avvenuto perché non aveva una sua percezione della creatività e il conseguente rispetto di sé stesso e degli altri; per questi motivi, penso che attraverso la creatività egli possa imparare a non ledere più a nessuno.

L’educazione alla creatività è un ottimo atto di prevenzione a monte (motivo per cui ripeto che occorrerebbe farla nelle scuole); è prevenzione ai nuovi delitti in cittadini che prendono consapevolezza di sé stessi e degli altri.

Intervista ed elaborazione di
Elisabetta Vanzini e Arianna Picco

Fabrizo D’Angelo FacebookInterviste sulla creatività

Renato Converso

Renato Converso – Intervista sulla creatività

Renato Converso nasce in Calabria, da una famiglia di umili origini ed è il terzo di undici fratelli. A 17 anni va via di casa e sale su un treno per Milano. Per la prima settimana dopo il suo arrivo nel capoluogo lombardo dorme alla stazione centrale, poi andrà a vivere per qualche tempo in via Padova con alcuni suoi amici calabresi. Nella sua fuga il comico rintraccia l’inizio della sua esperienza creativa che, come lui stesso racconta, è animata dal bisogno vitale di far ridere il suo Io bambino; e così comincia a fare battute durante i suoi primi lavori di lavapiatti nei ristoranti e nei cantieri. L’ilarità che suscita nei colleghi gli procura un’intensa soddisfazione. Intorno ai 30 anni fa un provino presso un locale di Milano in cui sono nati comici italiani importanti e ottiene grande successo. In un secondo momento apre un proprio locale a Porta Genova, La Corte dei Miracoli Cabaret, in cui rimane per 35 anni vedendo crescere il proprio successo. 

 

Elisabetta: che cos’è per te la creatività?

Renato Converso: la creatività è figlia legittima del dolore e della sofferenza. Il genio comico di molti artisti del nostro Paese nasce proprio da una situazione di sofferenza. Pensiamo a Totò, figlio di un nobile che fece l’amore in una notte d’inverno con una donna di umili origini. Venne riconosciuto dal padre quando ormai era già un comico di successo. Questo è un esempio che conferma il concetto detto prima, ovvero che la creatività nasce da un contesto di estrema sofferenza, in questo caso l’iniziale mancato riconoscimento da parte del padre. 

L’obiettivo del comico non è quello di far ridere soltanto il pubblico, aspetto già di per sé molto importante, ma anche quello di far ridere se stesso o meglio, il suo Io bambino, per risarcirlo di tutti gli anni di dolore che ha subito durante la prima infanzia e adolescenza. Ed è quello che è successo nella mia esperienza: la comicità è stata per me una via d’uscita da una situazione drammatica. 

Corri Renà! Corri! Figli di terra rossa

Un altro aspetto importante della creatività è che essa crea la risata, questa antichissima ricetta per il mantenimento della salute, la quale fornisce soddisfazione e allegria. Ogni battuta detta in teatro, su un palco, crea ilarità ed induce il pubblico a vivere uno stato d’animo nuovo. Come affermano alcuni, questo stato d’animo nuovo è effimero e svanisce in un arco temporale breve, ma secondo me l’importante è proprio il fatto che il pubblico, una volta uscito dal teatro, riesca a percepire, anche per poche ore, una sorta di leggerezza positiva.

Ovviamente poi bisogna fare anche una distinzione tra la creatività positiva e quella distruttiva, la quale provoca grande dolore. Pensiamo ad esempio al contesto della guerra in cui, un genio creativo, crea una bomba che, se innescata, è in grado di uccidere centinaia di persone. Questa è la creatività distruttiva. Penso invece che la creatività che caratterizza noi comici sia sempre da considerarsi non nociva, in quanto permette di provare un’emozione positiva, sia al pubblico, sia al comico stesso. 

A prova del fatto che la creatività nasce da un contesto di sofferenza, vorrei riportare un episodio che accadeva spesso durante la mia infanzia. La mia famiglia viveva in condizioni economiche disagiate e, quando a pranzo chiedevo a mia mamma un po’ di formaggio grattugiato da mettere sulla pasta, lei mi costringeva dolcemente a guardarla negli occhi, prendeva un tovagliolo, faceva finta di tirare fuori da esso un po’ di formaggio, lo metteva sul mio piatto e io ridendo dicevo “Va bene così mamma, basta, grazie”. Questo piccolo gesto banale, anche nella sofferenza, faceva ridere me e i miei fratelli. Mia mamma era una persona molto creativa, e fin da piccolo cercavo di scoprire da dove nascesse il suo essere creativa nonostante la sofferenza provata.

 

Gloria: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Renato Converso: come detto prima, sicuramente l’ingrediente principale è una condizione di sofferenza. Infatti, una persona che non prova dolore nella propria vita ed ottiene tutto ciò che vuole, non ha alcun tipo di interesse e necessità nel creare un qualcosa di nuovo come un prodotto creativo. 

La creatività, oltre ad essere qualcosa che nasce in condizioni dolorose, è anche uno strumento che permette di superare le difficoltà. Per esempio la mia vena creativa si esprime anche nella capacità di suonare cinque strumenti musicali alla volta. Grazie al mio lavoro ho visitato molti stati del mondo e, nei momenti di difficoltà, ho sempre ripensato alla mia infanzia ed adolescenza travagliata ed a questa mia capacità creativa di suonare cinque strumenti alla volta. Questi pensieri mi hanno dato la forza straordinaria per affrontare anche i momenti più complicati.  

 

Elisabetta: cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Renato Converso: penso che una delle condizioni per lo sviluppo della creatività sia la guida di una persona che ha già conoscenze in campo comico. Io stesso sono stato un mentore per giovani che adesso sono personaggi di successo, come Pucci e Baz, Mister Forest, Max Pisu. Mi sento orgoglioso del fatto che dalla pedana della Corte dei miracoli sono nati artisti come I Fichi d’india, Flavio Oreglio, Marina Massironi e Giacomo Poretti, Nando Timoteo, Max Pieriboni, Scintilla Fubelli, Gianluca Impastato, Carletto Bianchessi e Marco Bazzoni Baz, il mago Elias, Duilio Martina e molti altri ancora. 

Un altro ingrediente che aiuta, che può sembrare banale ma non lo è, sono le uscite e le cene con gli amici comici. Infatti, è nei momenti in cui si parla del più e del meno e degli accadimenti più recenti che nascono le battute. Oppure la mia vena creativa trova espressione anche nei momenti in cui cammino per strada, incontro la gente che mi segue nei miei spettacoli e, per farla ridere, penso a battute nuove legate a ciò che sto vivendo in quel contesto. 

Gloria: che conseguenza ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?

Renato Converso: durante la produzione creativa avverto sempre tanta tensione perché è un processo che, volente o nolente, mi riconnette sempre con le mie esperienze passate.  Una volta concluso lo spettacolo invece, percepisco una grande soddisfazione per quello che ho creato, seguita da un vuoto fortissimo che però considero positivo perché deriva proprio dalla gratificazione precedente. È questo vuoto che, connesso al ricordo di aver provato una sensazione di piacevole soddisfazione, mi spinge a far ripartire da capo il processo creativo.

 

 


Elisabetta
: che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso?

Renato Converso: sicuramente vedere un prodotto creativo realizzato e portato a termine solo con le mie conoscenze e la mia forza è estremamente gratificante. Ho sempre scritto i miei testi e dialoghi da solo, come il libro che ho appena pubblicato, e quando la gente mi fa i complimenti e ride alle mie battute è molto gratificante perché mi rendo conto di quello che sono in grado di creare. Inoltre, come ho accennato precedentemente, la creatività mi permette di mettermi in contatto con una parte dolorosa della mia vita e consente, un’elaborazione emotiva del mio passato anche dopo anni. Complessivamente posso dire che, quando creo, provo una sorta di amore verso me stesso. 

 

Gloria: nel rapporto con gli altri il tuo atto creativo che cosa determina?

Renato Converso: è una specie di patologia seria, non posso fare a meno degli altri. Tutti sanno che nella vita non ho saputo fare di meglio che far ridere gli altri, quindi quando dici una cosa seria e drammatica devi inserire sempre un tocco di ilarità. E’ bello sentire l’altro ridere, emozionarsi. Mi dà sollievo e mi fa stare bene il rapporto con gli altri.

Cuore di Pane – Renato Converso

 

Elisabetta: quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Renato Converso: è tutto. E’ importantissimo che la gente rida quando si apre il sipario. Gli autori comici hanno sete della risata. Ti senti appagato e soddisfatto. Poi quando finisce la commedia molte persone stanno fuori ad aspettare che tu esca per farti qualche domanda abbracciarti, darti la mano, qualcuno che si è emozionato; è una cosa bellissima.

 

Gloria: chi sono i principali fruitori del tuo prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Renato Converso: nella mia esperienza alla Corte dei Miracoli, capitava venisse gente, coppie che prima dello spettacolo avevano litigato: alla fine mi scrivevano “abbiamo fatto pace grazie a te”. Oppure, faccio un esempio: io feci uno spettacolo al carcere di Opera con il dottor Aparo ed è successo che i detenuti fossero così divertiti e ridevano così tanto insieme agli operatori e ai poliziotti del carcere che si era creata un’unica grande famiglia. Per un momento gli ho fatto scordare che fossero in carcere. Io ero in un lago di sudore, sono sceso in mezzo a loro e molti mi hanno abbracciato anche se ero impresentabile. E’ importante per me quanto per loro, è uno scambio di emozioni alla pari. La creatività nasce dal dolore, ma riesce a far dimenticare la condizione di dolore durante lo spettacolo.


Locandina di Adriano AvanziniIl convegno nel carcere di Opera

 

Elisabetta: Quale immagine ti viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Renato Converso: qualche scena di Totò, è il mio punto di riferimento artistico. Mi fa ridere e commuovere. Mi ispiro molto, per quello che riguarda la comicità, a Totò.

 

Gloria: credi che esista una relazione tra la depressione e la creatività?

Renato Converso: è una bella domanda che si scontra con la mia quinta elementare che non mi permette di rispondere bene. Io ho avuto un’esperienza di depressione, ma non ha avuto attinenza col mio lavoro. 

 

Elisabetta: quando un prodotto creativo è per te davvero concluso?

Renato Converso: un prodotto creativo è concluso quando hai finito di scriverlo. Poi ti domandi cosa succederà dopo esserti esibito. Le reazioni del pubblico a fine spettacolo, quando poi torno a casa e mi corico sul letto e con gli occhi aperti fisso il soffitto e mi chiedo “è andata bene? è andata come mi aspettavo?”.

 

Gloria: pensi che la creatività possa avere una funzione sociale se sì quale?

Renato Converso: la creatività nel sociale è importantissima. Ho fatto tanti spettacoli per Emergency. Il pubblico fa donazioni agli spettacoli per aiutare. Offrire la comicità per ottenere la solidarietà. 

 

Elisabetta: la creatività è un dono naturale, privilegio di pochi o è una competenza accessibile a tutti che può essere allenata?

Renato Converso: può darsi che sia una cosa che riguarda un po’ tutti. Ma penso che la creatività venga sviluppata solo attraverso il dolore. E’ figlia legittima del dolore, in modo particolare per quanto riguarda i comici.

 

Gloria: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Renato Converso: la creatività mi ha salvato la vita, essendo nato in un contesto disagiato. Se non fosse stato per la creatività magari a quest’ora sarei un delinquente.

Intervista ed elaborazione di
Elisabetta Vanzini e Gloria Marchesi

Renato Converso su FacebookInterviste sulla creatività

Carmelo Carrubba

Carmelo Carrubba – Intervista sulla creatività

Carmelo Carrubba, pittore da decenni, da qualche anno si dedica con maggiore assiduità a quella che è stata la sua passione fin da piccolo, ovvero la scultura di pietre, metalli e materiali vari che raccoglie durante le sue passeggiate, una passione che ha ereditato dal nonno paterno, un pittore figurativo discretamente riconosciuto a Catania.

Il ritorno alle origini è stato attivato qualche anno fa da una pietra che “lo guardava” mentre Carrubba era a passeggio per le campagne di Ragusa. Nel volgere di poche ore ne è nata l’opera che egli definisce come la più spontanea e la più sorprendente delle sue. In conseguenza della estemporaneità della sua ispirazione, egli definisce la sua creatività merito soprattutto del suo istinto primitivo.

 

Elisabetta: Che cos’è per te la creatività?

Carmelo Carrubba: come prima cosa, credo utile distinguere fra creatività spontanea e quella indotta:

  • La prima comprende, ad esempio, gli episodi in cui, camminando per strada, vedo un oggetto che mi ispira e dà vita a un particolare progetto. Comincio ad immaginarmi cosa potrei fare con questo elemento naturale e in un secondo momento, mentre metto mano sull’elemento che mi ha attirato e procedo con il mio lavoro, esso si trasforma in un prodotto che non avevo previsto, che non corrisponde totalmente all’idea iniziale e che non sarei riuscito ad immaginare. In generale nell’arte, tranne per gli artisti che si dichiarano seguaci di una pittura piuttosto classica e sono quindi tenuti a seguire determinati canoni artistici, nessuno parte con un’idea precisa e un piano che viene seguito pedissequamente durante la produzione. Questo perché, in corso d’opera, ci sono tanti cambiamenti che portano ad un’idea diversa rispetto a quella da cui si era partiti. Paradossalmente, la creatività può prendere vita a partire da un errore, per esempio un colpo di scalpello inflitto troppo forte sulla pietra, che causa la rottura del naso sul viso che sto realizzando, e ciò costringe a rivedere e ripensare il prodotto creativo, il quale alla fine sarà differente da ciò che avevo immaginato all’inizio. È questo tipo di creatività spontanea che caratterizza in maggior misura la mia produzione artistica.
  • Con creatività indotta, invece, mi riferisco a quel tipo di curiosità verso un ambito preciso dell’arte, che nasce per esempio nel momento in cui l’individuo rimane colpito dalla visione di un documentario riguardante artisti molto particolari, e questo fa scattare l’interesse dell’artista.

 

Alice: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Carmelo Carrubba: credo siano principalmente due: da un lato, troviamo la capacità di trasformare degli stimoli ambientali in un’opera personale, processo reso possibile da un’immaginazione fervida; dall’altro, la soddisfazione che deriva dalla creazione dell’opera una volta portata a termine.

L’immaginazione è una qualità fondamentale, in quanto è ciò che permette di creare un progetto a partire da qualcosa che ci colpisce. Per esempio, l’immaginazione gioca un ruolo fondamentale quando, camminando per strada, vedo un cartellone pubblicitario sbiadito e rovinato dagli agenti atmosferici e, osservandolo bene e andando al di là del mero oggetto di carta, mi rendo conto che all’interno di esso riesco a distinguere un’immagine astratta che mi ispira.

Tuttavia sono convinto che la capacità di immaginare non sia prerogativa esclusiva dell’artista e che tutti possano cimentarsi nel processo di immaginazione. Per esempio, se si domanda ad una persona naïf (artisticamente parlando) cosa vede nell’opera che sta osservando, ella risponderà guidata da ciò che la sua immaginazione le permette di vedere, immagine che quasi certamente sarà diversa da ciò che ci vedo io.

Un altro aspetto che mi piace sottolineare è che la soddisfazione che deriva dalla realizzazione del prodotto creativo, permette l’attivazione di un circolo virtuoso che spinge alla produzione continua di nuove opere.

 

Elisabetta: cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Carmelo Carrubba: sicuramente una condizione molto importante che porta allo sviluppo del processo creativo è la spontaneità citata poco fa. L’atto creativo, infatti, prende avvio in maniera molto spontanea, come se ci fosse un fattore scatenante che mi stimola e mi spinge ad attivarmi, a muovere le mani e a produrre qualcosa di nuovo. È come se fossi guidato da un istinto che mi induce ad esternare ed a concretizzare il mio estro creativo, attraverso la lavorazione di un elemento naturale che mi colpisce e che io raccolgo per poi lavorarlo.

Per esempio è da due anni che sto cercando di portare a termine un’opera, la quale, pur non essendo ancora finita, non corrisponde all’idea iniziale su cui ho basato il mio progetto. La scintilla per la realizzazione di quest’opera è nata da un oggetto piuttosto singolare che ho trovato in campagna, ovvero un semicerchio incurvato di metallo che ho poi lavorato con la cartapesta. Da questo oggetto abbandonato e dimenticato ha preso forma un uomo stilizzato che cerca di scappare – una delle caratteristiche delle mie opere è che non realizzo mai le figure in maniera dettagliata ma le lascio piuttosto stilizzate –. Ad un certo punto però, mi sono reso conto che più aggiungevo elementi, meno l’opera mi soddisfaceva. Allora ho cominciato ad eliminare vari elementi e l’opera cominciava ad appagarmi di più. Tuttavia non sapevo come portare a termine il mio prodotto creativo, in quanto non riuscivo a realizzare la testa di quest’uomo e, per quanto ci provassi, non trovavo la giusta ispirazione per concluderla. Per fortuna qualche giorno fa, per caso, ho notato un oggetto da me realizzato precedentemente: ho preso un bicchiere di plastica all’interno del quale ho versato della ceramica in polvere che, dopo essersi indurita, ha dato forma ad un elemento dalla forma molto particolare, che ho usato appunto come testa dell’omino stilizzato. Ora, quando guardo la mia scultura, mi sento finalmente gratificato e soddisfatto, in quanto percepisco che mi comunica qualcosa. Oltre ad un’ispirazione improvvisa, non credo ci siano altre particolari condizioni necessarie alla creatività.

 

Alice: che conseguenze ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?

Carmelo Carrubba: sono cresciuto in un ambiente molto prolifico nel campo creativo e questo mi ha indotto a percepire la creatività come una qualità a cui aspirare. La produzione creativa mi dà forza e sapere di poter creare qualcosa mi appaga e mi fa sentire potente. È una soddisfazione personale, profonda ed intima, che nasce proprio dall’ispirazione non programmata ed improvvisa che vi sta alla base. Inoltre, quando sono impegnato nel processo creativo, mi sento permeato da un profondo senso di tranquillità.

Un altro aspetto molto interessante è che, quando realizzo un prodotto creativo, mi sento contemporaneamente estraneo e partecipe: estraneo, perché sto dando vita ad un oggetto su cui ho un progetto iniziale ma di cui non conosco il prodotto finale; partecipe, perché sto creando un’opera grazie alla sola forza delle mie mani e della mia immaginazione. In un certo senso, durante la concretizzazione del progetto, percepisco un distacco dal pubblico del mercato artistico, nel senso che non produco per piacere agli altri e quindi vendere, ma per rispondere ad un mio moto interno che mi ispira.

 

Alice: e nel rapporto con gli altri cosa determina?

Carmelo Carrubba: credo che il confronto approfondito con gli altri sia ristretto ad una cerchia di artisti con le conoscenze e le competenze necessarie per comprendere ciò che produco. Il rapporto con le persone che non appartengono al mondo artistico è più difficile. In generale, percepisco tra le persone una diffusa ignoranza artistica, causata dalla mancanza di un’adeguata educazione in tal senso. Non mi stupisce che i figli di registi, pittori e scrittori facciano, a loro volta, gli stessi lavori dei propri genitori. Questo avviene perché, fin da piccoli, sono stati educati e hanno vissuto in un ambiente artisticamente prolifico.

 

Elisabetta: quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Carmelo Carrubba: Ogni volta che si fa qualcosa e la si propone agli altri, è bello ricevere dei complimenti, se questi ultimi sono sinceri. È giusto che ci sia il riconoscimento, perché ognuno crede nelle sue opere e per questo è bello ricevere un riconoscimento anche da chi non condivide la tua forma di espressione; a maggior ragione quando questo proviene da persone dello stesso settore.

La mia soddisfazione, comunque, non è rivolta alle persone che guarderanno la mia opera, prima di tutto devo  essere io ad apprezzarla.

 

Alice: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo? Come ne traggono giovamento?

Carmelo Carrubba: I fruitori possono essere tutti e tutti ne potrebbero trarre giovamento, ma tutto dipende dall’educazione e dall’ambiente in cui si è nati. Se si ha avuto la possibilità di entrare in contatto con persone che apprezzano l’arte, sarà più facile fruire dei prodotti creativi e, di conseguenza, trarne giovamento. Il problema, a mio avviso, è la scarsità di cultura artistica, ma tutti possono ottenere e portare beneficio attraverso questa o quella forma d’arte. Ciascuno a suo modo cerca di trasmettere anche agli altri quello che sente. Qualcuno giunge all’espressione artistica solo in età adulta, senza aver avuto un percorso artistico alle spalle, e penso che questa sia una cosa bella, che tutti dovremmo fare. Tutti dovremmo avere uno scopo diverso dalla solita giornata lavorativa.

 

Elisabetta: Quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Carmelo Carrubba: Mi viene in mente un’immagine che ho visto ultimamente in un bel film su Michelangelo. Quasi alla fine del film, Michelangelo si ritrova con una grande mazza in mano e una colonna di marmo; in quel momento dice: “mi stai distruggendo” ed era proprio ciò che io volevo fare.

 

Donna

Alice:  pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

Carmelo Carrubba: Nel mio caso no, ma tanti altri artisti, grandi artisti, avevano dentro di loro una grande depressione. Tra questi Van Gogh, la cui depressione ha sicuramente influito sulla sua arte, sulla sua espressione ad alto livello. Dunque non escludo che possa esistere questo legame e che alcune persone possano ovviare alla depressione grazie alla loro creatività.

 

Elisabetta: quando per lei un prodotto creativo è davvero concluso?

Carmelo Carrubba: per me l’atto creativo è concluso quando io stesso sono soddisfatto; quando mi rendo conto che il risultato è quello che all’inizio cercavo, anche se non me ne rendevo conto.

 

Alice: secondo lei, la creatività può avere una funzione sociale?

Carmelo Carrubba: certo, la creatività ha una funzione sociale in tutte le sue espressioni. L’arte permette dicomunicare qualcosa agli altri, di fornire qualcosa da cui si possa trarre ispirazione.

C’è anche chi vede l’arte come uno strumento al solo scopo di lucro, di vendita, ma per me questo non è il veroobiettivo dell’arte: l’arte prima di tutto deve ispirare, fornire dei punti di riferimento.

 

Elisabetta: lei crede che la creatività sia un dono della natura, un privilegio di pochi oppure una competenza accessibilea tutti che si può acquisire ed allenare?

Carmelo Carrubba: non so se la creatività sia un privilegio di pochi, ma sicuramente può essere allenata. Se qualcuno che non ha mai preso un pennello in mano si mette davanti ad una tela ed comincia a impastare i colori, può scoprire di avere un talento. Sicuramente ci sono state tante persone che hanno avuto il dono innato della creatività; grandi artistiche già da piccoli riuscivano a riprodurre delle figure in maniera perfetta, senza aver mai preso lezioni di arte, che hanno imparato  da completi autodidatti.

Nel mio caso, pur essendo io un autodidatta, l’arte mi ha portato a vedere le cose in modo diverso da come le vedevo istintivamente, a scoprire la piccola scintilla che ognuno di noi ha dentro e che, se viene accesa, si può sviluppare.

 

Alice: la creatività può avere un ruolo utile nelle scuole? E nelle attività di recupero del condannato?

Carmelo Carrubba: certamente, sia nelle scuole, che nelle carceri! Se alle persone che non hanno più uno scopo si dà come obiettivo quello di creare un prodotto artistico o di fruirne, il recupero sociale è sicuramente facilitato. L’arte aiuta a sviluppare la consapevolezza di essere su una strada diversa da quella percorsa in precedenza, di poter essere utili a sé stessi e agli altri. Quando l’arte porta ad ottenere il riconoscimento e la stima degli altri, aiuta a capire che ciò che si ha dentro può essere investito anche in questa direzione che, sicuramente, da tanta soddisfazione.

L’arte, di qualsiasi tipo, dovrebbe essere utilizzata per prevenire, anche nelle scuole. Parlando con i ragazzi, spesso noto che sono molto preparati sull’arte. L’altro ieri, è venuto a farmi visita un ragazzino di tredici anni insieme a sua madre; ha visto un’opera in vetro-resina che avevo riassemblato  perché era caduta, creando così un’opera nuova. Prima di andarsene, il ragazzino mi ha detto: “Carmelo, dovresti fare altre opere così. Prendi un palloncino, lo riempi con del gesso, lo fai gonfiare, poi lo rompi e riassembli tutto”.

Questo vuol dire che l’arte permette di vedere il mondo per quello che è ma anche e forse soprattutto di immaginarlo come vorresti che diventasse e di adoperare le tue mani, nei limiti di ciò che per te è possibile, per farlo andare in quella direzione… che, oltretutto, è anche gratificante. L’unico vincolo è che, per operare nell’arte, bisogna avere qualcosa dentro di sé che dia la spinta e occorre fare attenzione a percepirne i segnali. Tante volte, infatti, ci si lascia distrarre dal frastuono intorno e non si captano i segnali che hai dentro te stesso o che ti comunica una pietra che incontri per strada.

 

Intervista ed elaborazione di 
Alice Viola ed Elisabetta Vanzini

La galleria di Carmelo Carrubba – Interviste sulla creatività