Diritti e Paradossi

Una startup statunitense sostiene di aver trovato un nuovo metodo per affrontare la crisi legata all’uso di sostanze stupefacenti. Negli Stati Uniti il consumo di droghe rappresenta da anni una delle principali emergenze sanitarie. I casi di overdose sono aumentati drasticamente, causando ogni anno la morte di decine di migliaia di persone.

Per questo motivo, il governo ha indetto un concorso nazionale, aperto a cittadini, ricercatori e aziende, con l’invito a chiunque a proporre una soluzione concreta per contrastare il fenomeno. Nel giro di appena quattro ore sono arrivati centinaia di progetti. A sorprendere la giuria è stata però la proposta di due ragazzi della periferia di New York con un progetto chiamato “Droghiamoci”.

L’idea sembrava quasi fantascienza. I due sostenevano di avere sintetizzato una sostanza capace di agire su specifici recettori cerebrali, annullando completamente gli effetti di qualsiasi droga assunta in precedenza e cancellando, allo stesso tempo, ogni ricordo piacevole legato al suo utilizzo.

Ma non era tutto. La sostanza, dopo pochi utilizzi, avrebbe addirittura modificato il comportamento di chi la assumeva, inducendolo a provare un forte desiderio di aiutare gli altri, compiere azioni altruistiche e contribuire gratuitamente al benessere della comunità.

Secondo gli ideatori, si trattava di una sorta di “risarcimento sociale”: un modo per restituire qualcosa alla collettività dopo aver alimentato, direttamente o indirettamente, il mercato delle sostanze illegali e il dolore provocato alle persone vicine.

Il progetto ha avuto un’enorme risonanza mediatica. Politici, giornalisti e cittadini lo hanno definito rivoluzionario. Molti lo hanno ritenuto una soluzione efficace, giusta e persino etica.

Ma è emerso un problema inatteso. Le persone con una grave dipendenza hanno rifiutato il trattamento. Pur avendo perso il lavoro, la famiglia, la casa, pur vivendo ormai in condizioni di estrema marginalità e pur sapendo che avrebbero potuto ricominciare da zero, moltissime persone hanno scelto di non assumere quella sostanza.

In attesa che il governo decida come procedere, psicologi, psichiatri e sociologi si interrogano e dibattono su cosa è la dipendenza: Se una persona rifiuta ciò che potrebbe salvarla, quanto è davvero libera di scegliere? E se la dipendenza compromette la capacità di decidere, fino a che punto è legittimo rispettare la volontà di chi è dipendente?

La domanda rimane aperta. Se esiste davvero una cura capace di cancellare la dipendenza senza effetti collaterali, abbiamo il diritto di imporla a chi la rifiuta? Oppure la libertà di scegliere deve rimanere intoccabile, anche quando quella scelta conduce lentamente alla propria distruzione?

Giulia Arisci

Un labirinto dove si è perso Dedalo – Il giornale del Falso

Marisa Fiorani a Delitto e Castigo

Riflessioni sulle interviste con Marisa Fiorani 
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

Marisa Fiorani è una madre che ha vissuto la tragedia indicibile di perdere la figlia Marcella, assassinata dalla Sacra Corona Unita in Puglia. Marisa racconta il suo primo, drammatico impatto con questa realtà, racconta che, all’inizio, dolore e rabbia quasi non le permettevano di vivere.

Ma col tempo e con l’incontro con Libera, Marisa ha imparato a non sentirsi prigioniera del dolore, fino a farlo diventare motivo per conoscere la storia di chi ha commesso reati. Questo l’ha motivata a chiedere al dott. Francesco Cajani di farle conoscere il carcere e, da lì, il suo incontro col Gruppo della Trasgressione.

La prima volta al tavolo, con commozione, ha raccontato la sua storia. Poco dopo un membro del gruppo – un uomo con un passato pesante legato alla criminalità organizzata – si è alzato e l’ha abbracciata. Da quel momento si è rotto un muro, si è aperta una breccia attraverso la quale il “carnefice” prova a incontrare la propria e altrui umanità.

Nel corso dell’intervista il Prof interviene per spiegare la filosofia che muove gli incontri del gruppo: l’obiettivo non è fare del semplice volontariato o della beneficenza, ma creare un “contenitore emotivo” in cui la sofferenza di chi ha subito il reato e il percorso di rielaborazione di chi lo ha commesso possano incontrarsi. In questo spazio non ci si siede per osservare gli altri, ma per partecipare attivamente. Allo stesso tempo, il silenzio, in questi contesti, ha un valore terapeutico immenso, si sta zitti per accogliere il dolore dell’altro e per aiutarlo a stare in piedi mentre si mette a nudo.

Questo percorso ha permesso a Marisa di trasformare la sua sofferenza in qualcosa di utile per la società, specialmente attraverso gli incontri con le scuole, dove la sua testimonianza e quella dei detenuti diventano uno strumento potente di prevenzione per i giovani.

La storia di Marisa tocca delle corde che fanno tremare le mani perché mette di fronte alla domanda più difficile di tutte: cosa faresti se ti strappassero la cosa più cara al mondo?

La reazione naturale sarebbe l’odio, un muro di cemento armato contro chi ti ha fatto del male. Eppure, la sua scelta di sedersi allo stesso tavolo con chi ha fatto parte di quel mondo criminale dimostra un coraggio quasi sovrumano, che va ben oltre il concetto tradizionale di perdono. Non si dimentica e non si sminuisce l’orrore, ma si cerca di capire che l’odio sterile finisce per consumare chi lo prova, diventando una seconda condanna.

L’intuizione del Prof trova qui la sua conferma più alta, il dolore non si cura con i manuali, ma offrendo un luogo sicuro dove farlo straripare. Quando un ex detenuto abbraccia una madre vittima, in quel singolo istante si rompe il circuito della violenza che alimenta le mafie e la devianza. È una giustizia che non si accontenta di applicare un codice penale dentro una cella, ma che cerca di ricostruire il tessuto umano strappato.

Fa riflettere anche la critica implicita alla nostra quotidianità: siamo troppo, e inopportunamente, abituati a delegare la giustizia alle istituzioni, a chiudere i problemi dietro le sbarre per non vederli, pensando che la punizione, da sola, basti a risolvere il male.

Questa testimonianza ci ricorda che il carcere, senza un percorso di profonda rielaborazione emotiva e senza un ponte con l’esterno, rimane solo un vuoto a perdere. In una società che scappa dalla sofferenza e che cancella chi sbaglia, l’esempio di questo incontro ci spinge a chiederci se siamo pronti a guardare oltre i nostri pregiudizi, ad ascoltare davvero le storie degli altri e ad accettare le nostre stesse fragilità come parte di un cammino comune.

Sofia Pellini

Marisa Fiorani, Marisa e Antonio Tango, Marisa e Flavio Merlo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Sul trasfert

Sono Domenico Mazzitelli, detenuto al carcere di Opera con pena all’ergastolo e frequento da tanti anni il Gruppo della Trasgressione.
Il dott. Aparo, ogni mercoledì, ci intavola tematiche sulle quali ognuno di noi esprime i propri punti di vista; la settimana scorsa ci ha parlato di transfert. Ho riflettuto sul punto, così mi sono deciso a scrivere qualcosa che spero diventi un argomento da discutere insieme al tavolo.

Il transfert è un processo invisibile attraverso cui un dolore mai elaborato cambia bersaglio. Non scompare, non si spegne: si sposta. Un bambino cresce in una casa dove la figura che dovrebbe proteggerlo è la stessa che lo ferisce. Il padre lo umilia, lo picchia, lo terrorizza. Ogni insulto diventa una cicatrice, ogni abuso un mattone che contribuisce a innalzare un muro dentro di lui. Da piccolo non può reagire, è troppo debole, troppo dipendente e troppo spaventato.

Così la rabbia resta intrappolata. Con il passare degli anni quell’odio verso il padre diventa parte della sua identità. Mentre gli altri costruiscono relazioni, lui coltiva rancore. Dentro di sé continua a rivivere le stesse scene, come in un film che non smette mai di essere proiettato. Da adulto, il padre non è più presente oppure non rappresenta più una minaccia reale, ma la rabbia è ancora lì, intatta. Non avendo mai trovato uno sfogo serio o una possibilità di guarigione, cerca una via d’uscita.

È qui che nasce il transfert: il bersaglio originale viene sostituito da altri individui. Le persone che incontra diventano simboli inconsci del padre che ha odiato per tutta la vita; un’offesa minima viene percepita come un’aggressione. La reazione non è proporzionata al presente perché appartiene al passato.

Quando esplode, la sua violenza non è diretta soltanto contro le vittime che ha davanti; in realtà egli sta combattendo contro il fantasma del padre che continua a vivere nella sua mente. Ogni atto criminale diventa un tentativo distorto di vendicarsi di chi gli ha rubato l’infanzia. Tuttavia la vendetta non funziona, nessuna vittima potrà sostituire davvero il responsabile originario del suo dolore.

Una persona ferita trasforma la propria sofferenza in sofferenza per gli altri. Il trauma iniziale non viene risolto ma replicato. Le vittime cambiano mentre la rabbia resta la stessa.

Questa dinamica mostra come gli abusi infantili possano generare conseguenze profonde e durature. Non tutti coloro che subiscono violenza diventano violenti, ma quando il trauma viene represso o alimentato dall’isolamento, può trasformarsi in una forza distruttiva capace di deformare la percezione della realtà e delle relazioni umane.

Il transfert, in questo contesto, è il passaggio del dolore da una persona all’altra, un’eredità tossica che si muove attraverso la rabbia, finché qualcuno non riesce a interrompere il circolo.

Questi processi non si verificano solo tra le mura domestiche, ma anche nelle scuole, sui social, nei rioni in degrado dove si creano i branchi e si pratica bullismo su ragazzi più deboli o problematici.

Credo che vada fatta più prevenzione dalle istituzioni con personale competente, aiutando i ragazzi nelle loro problematiche ed evitando il cammino verso la devianza, perché purtroppo aumenta sempre di più la piaga sociale della criminalità.

Domenico Mazzitelli

Percorsi della Devianza

L’intervista a Ignazio Marrone

Riflessioni sull’intervista con Ignazio Marrone 
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

L’intervista con Ignazio Marrone mi ha colpito soprattutto per il modo molto umano con cui emerge il suo bisogno di sentirsi riconosciuto, apprezzato e voluto bene. A differenza di altre testimonianze in cui il potere criminale viene raccontato principalmente come dominio sugli altri, nel suo caso sembra esserci soprattutto il desiderio di essere accettato e considerato importante attraverso ciò che faceva per gli altri, anche se in modo illegale.

E’ cresciuto in un contesto in cui la criminalità era già presente nella vita familiare, fin da piccolo vedeva il padre e il fratello come modelli da imitare, e alcune azioni illegali venivano percepite come pratiche normali. Quando si trasferì dalla Sicilia a Milano, affrontò un momento difficile, era lontano dalla famiglia, dalle amicizie e dai luoghi in cui era cresciuto. Da lì inizia progressivamente a delinquere insieme al fratello, entrando sempre di più in un ambiente criminale legato al traffico di auto rubate e ai rapporti con la ’Ndrangheta.

Ignazio racconta la propria devianza non tanto come ricerca di violenza, ma come una forma distorta di gratificazione personale, dice che si sentiva quasi un “Robin Hood delle macchine”, rubava auto, smontava i pezzi e aiutava altre persone a sistemare le proprie vetture.

Il problema è che in quel momento vedeva soltanto la gratitudine di chi riceveva il favore, mentre era completamente cieco rispetto al dolore provocato a chi subiva il furto. Questo aspetto fa riflettere molto su come una persona possa costruirsi una giustificazione morale per le proprie azioni quando vive per anni dentro determinati ambienti.

Il Prof spiega che Ignazio sembra avere un bisogno fortissimo di sentirsi apprezzato dagli altri, lui stesso racconta di sentirsi bene quando qualcuno gli sorride, lo ringrazia o gli dimostra affetto. In passato cercava questo riconoscimento attraverso il denaro, i favori e il potere legato alle attività illegali, oggi invece sembra cercarlo attraverso relazioni più autentiche e attraverso il lavoro.

Ho trovato molto significativo il rapporto che Ignazio ha con i suoi i figli, racconta che da piccoli lo vedevano quasi come un eroe, soprattutto perché riusciva a comprare loro tutto ciò che desideravano. Dopo l’arresto, però, il figlio ha iniziato a soffrire profondamente sia per la sua assenza sia per le conseguenze sociali della detenzione.

Mi ha colpito il momento in cui Ignazio dice di aver dovuto spiegare al figlio che lui non era un eroe e che non doveva nascondere la verità sulla sua situazione e dimostra quanto sia importante, all’interno di un percorso di cambiamento, imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni davanti alle persone che si amano.

Secondo me, uno dei punti più significativi dell’intervista riguarda proprio il valore educativo del carcere. Ignazio racconta più volte quanto siano stati importanti per lui il lavoro, il confronto con il Gruppo della Trasgressione e il sentirsi utile agli altri, dice che, proprio per questo,  il carcere dovrebbe offrire più possibilità lavorative, più studio e più percorsi di confronto umano. Non si cambia solo attraverso la punizione, ma soprattutto quando viene data la possibilità di sentirsi utile, responsabile e riconosciuto in modo positivo.

Trovo interessante, infine, come è cambiato il suo rapporto con le regole. Ignazio afferma che oggi si sente addirittura più libero rispettando le norme rispetto a quando viveva nella criminalità. Questo mi sembra molto importante, perché mostra una nuova idea di libertà, non più una libertà egoistica costruita senza pensare agli altri, ma una libertà che esiste insieme al rispetto delle altre persone, un po’ quello che alla fine diceva anche Alessandro Crisafulli.

Sofia Pellini

L’intervista a Ignazio Marrone – Le Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Il Giornale del Falso o della 4° ESSE

Il Giornale del Falso o L’Officina della 4° ESSE
è una rubrica nata diversi anni fa al Gruppo della Trasgressione e che sta avendo in questi giorni una improvvisa rifioritura.

Smarriti di fronte a notizie, spesso tali da non potersi distinguere se si tratti di provocazioni o di dilagante follia, abbiamo pensato di riattivarla. Non si può escludere, infatti, che notizie dichiaratamente false possano contenere spunti e criteri utili per non lasciarci confondere dalle “verità” che continuano a raggiungerci da tutte le parti del mondo.

Chi avesse piacere di contribuire alla rubrica con proprie “notizie” può inviare il proprio contributo alla nostra mail: associazione@trasgressione.net.

Per partecipare non occorre essere componenti del Gruppo della Trasgressione; basta dire fesserie, purché rispondenti al vincolo della 4° ESSE.

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Arte e norme di sicurezza

A partire dal 2027, tra i criteri per il riconoscimento della conformità a norma delle aule di tutti i licei d’Italia, rientrerà, oltre al rispetto delle direttive tecniche sulla sicurezza, la necessaria presenza di un’opera d’arte all’interno dello spazio didattico.

La decisione è stata presa dal Ministero dell’Istruzione a seguito dell’esito positivo di alcune prove svolte all’interno degli istituti milanesi. L’esperimento, che ha visto coinvolte alcune classi di diversi indirizzi e da diverse zone della città, è consistito nella collocazione, all’interno delle aule, di dipinti, tavole, sculture e altri manufatti dal valore storico-artistico da tempo dimenticati nei depositi dei musei di Milano.

Si è osservato come tutti gli studenti, indipendentemente dall’indirizzo di studio o dalla zona di provenienza, si siano adoperati (in totale autonomia) per creare all’interno dell’aula un’atmosfera compatibile con la presenza dei nuovi ospiti: sono scomparse le scritte sui banchi, è aumentata la pulizia degli spazi e si è abbassato notevolmente il volume delle voci; inoltre, è stato notato un radicale calo dei litigi e un’esponenziale crescita dell’interesse per lo studio.

Si valuta la possibilità di estendere tale iniziativa a tutti i luoghi di lavoro e/o di ritrovo sociale del Paese.

Beatrice Ajani

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

ECHO – RR Radio Ragione

Da ottobre dello scorso anno va in onda una nuova trasmissione radiofonica che, in pochi mesi, ha rivoluzionato il modo di fare informazione e intrattenimento.

Tutto nasce da un’indagine di mercato condotta tra il 2022 e il 2024, dalla quale è emerso un dato tanto semplice quanto sorprendente: gli ascoltatori tendevano ad abbandonare una trasmissione ogni volta che lo speaker esprimeva opinioni lontane dalle proprie convinzioni. Più il conduttore si mostrava contrario alle idee dell’ascoltatore, maggiore diventava il calo degli ascolti. Le principali emittenti europee hanno registrato una progressiva diminuzione del pubblico e, secondo alcuni analisti, molte di esse sarebbero state costrette a chiudere nel giro di pochi anni.

Viste le difficoltà del periodo per le radio, un ingegnere informatico ha deciso di investire tempo e risorse in un progetto destinato a cambiare il futuro della radio. Dopo aver riunito un’équipe composta da esperti di intelligenza artificiale, psicologi cognitivi e analisti del comportamento, sono iniziati due anni di ricerche con un unico obiettivo: creare una trasmissione in grado di non perdere mai un ascoltatore.

Nacque:  Echo.

Si tratta di un software che, una volta installato sullo smartphone o integrato nella radio dell’automobile, crea un profilo estremamente dettagliato dell’utente. Analizzando i contenuti visualizzati sui social network, le ricerche effettuate online, i podcast ascoltati, le preferenze musicali e perfino il linguaggio utilizzato nei messaggi vocali. Il sistema è in grado di comprendere gli interessi, le convinzioni e i valori della persona.

Lo speaker viene sostituito da una voce artificiale, praticamente indistinguibile da quella umana, capace di modificare in tempo reale il contenuto della trasmissione. Se un argomento divide l’opinione pubblica, ogni ascoltatore riceve una versione diversa del programma: la voce conferma le sue idee, sostiene le sue opinioni e argomenta sempre nella direzione che l’utente considera corretta. Così, due persone, sintonizzate allo stesso momento sulla stessa stazione radio, possono ascoltare due trasmissioni completamente diverse, entrambe convinte di ascoltare quello che realmente accade nel mondo.

Secondo i dati diffusi dagli sviluppatori, nei primi mesi di sperimentazione gli ascolti sono aumentati del 74%, mentre il tempo medio trascorso all’ascolto è quasi raddoppiato. Anche i messaggi di protesta inviati alle emittenti si sono ridotti drasticamente.

Per la scienza si tratta della radio del futuro: una radio capace di comprendere davvero ogni ascoltatore. Alcuni esperti, però, hanno espresso forti preoccupazioni. Se ogni persona ascolta soltanto ciò che desidera sentirsi dire, il rischio è che il confronto con idee diverse scompaia del tutto, lasciando spazio a una realtà costruita su misura per ciascuno.

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Confrontarsi con chi la pensa diversamente è spesso faticoso. È più semplice cercare persone, programmi e contenuti che confermino le nostre convinzioni, perché ci fanno sentire compresi e ci danno la rassicurante sensazione di avere sempre ragione. Eppure è proprio il confronto con idee diverse che ci permette di mettere in discussione noi stessi, di crescere e, talvolta, di cambiare. Forse il problema non è che qualcuno ci contraddica. Forse il problema nasce quando smettiamo di concedere a qualcuno la possibilità di farlo.

Giulia Arisci

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

TRASGRESSIONE

ln un luogo di dolore
come la vita spesso è
Attraversiamo uno spazio difficile
pieno d’insidie e di illusioni

E trasgredire è necessità
svincolarsi da una vita scontata
affrontando il rischio
di cadere e perdersi

Perché trasgredire è vita,
ma trasgredire bene non è facile
malati come siamo da un ego senza limiti
perché trasgredire bene chiede di soffrire e di ridursi

Accettando l’altro
amando l’altro
che comporta decentrarci
per ascoltare in profondità

La voce di chi ci sta accanto
le sue necessità e i suoi bisogni
che sono spesso anche i nostri
gli stessi di tutti

Perché trasgredire nel bene
è in fondo volersi bene

Paolo Romagnoli

Scelte e conseguenze

Chi ha letto la saga di Twilight ricorderà sicuramente Alice Cullen, il personaggio capace di vedere il futuro. Non un futuro già scritto, ma una realtà in continuo cambiamento: ogni decisione presa da una persona modifica le sue visioni, dando vita a nuovi possibili scenari.

Per anni questa capacità è rimasta confinata alla fantasia. Oggi, però, un gruppo internazionale di neuroscienziati e ricercatori nel campo dell’intelligenza artificiale sostiene di avere sviluppato un prototipo sorprendente, capace di ricostruire in tempo reale le possibili conseguenze delle scelte umane.

Il dispositivo, ancora in fase sperimentale, non predice il futuro con certezza e non dice quale decisione prendere. Ma analizzando miliardi di dati relativi al comportamento umano, alle relazioni sociali e alle probabilità statistiche, sarebbe in grado di mostrare in tempo reale la catena di eventi più probabile che potrebbe derivare da una determinata azione.

Durante i primi test, ai volontari è stato chiesto di affrontare alcune situazioni quotidiane. Chi decideva di restituire un portafoglio smarrito vedeva comparire davanti ai propri occhi una sequenza di immagini: il sollievo e la gratitudine del proprietario, una giornata che riprendeva normalmente, un bambino che ritrovava il padre sereno. Chi sceglieva di appropriarsene, invece, osservava le possibili ripercussioni della propria decisione: carte di credito bloccate, appuntamenti saltati, preoccupazione in famiglia, denunce e conseguenze che si estendevano ben oltre il momento del furto.

Secondo i ricercatori, il risultato ottenuto più sorprendente non è l’accuratezza delle simulazioni, ma il cambiamento nel comportamento dei partecipanti: la maggior parte di loro, dopo aver osservato gli effetti delle proprie scelte sugli altri, ha deciso spontaneamente di modificare la propria decisione.

«Non vogliamo eliminare la libertà di scelta», ha dichiarato la coordinatrice del progetto. «Vogliamo semplicemente rendere visibile ciò che normalmente rimane nascosto: ogni nostra azione produce conseguenze che raramente riusciamo a immaginare fino in fondo.»

Nei prossimi mesi il dispositivo sarà testato su un numero più ampio di volontari. Se i risultati saranno confermati, alcuni esperti ipotizzano un futuro impiego nei percorsi educativi, nella formazione dei giovani e nei programmi di prevenzione della criminalità.

Il progetto ha però già acceso un acceso dibattito etico. C’è chi ritiene che uno strumento simile potrebbe favorire una società più consapevole e responsabile; e chi, invece, si chiede se conoscere in anticipo gli effetti delle proprie azioni non finisca per influenzare e limitare la libertà dell’individuo.

Una domanda, in particolare, continua a dividere ricercatori e filosofi: se tutti potessimo vedere le conseguenze delle nostre scelte prima di compierle, saremmo davvero persone migliori… oppure smetteremmo semplicemente di scegliere?


Questa notizia è, naturalmente, falsa. O almeno, lo è il dispositivo. Ciò che non è affatto falso è il suo significato.

Molto spesso, quando prendiamo una decisione, ci fermiamo a valutarne il beneficio o il costo per noi stessi, dimenticando che ogni nostra azione genera una catena di conseguenze che si estende ben oltre ciò che riusciamo a vedere. Un gesto, una parola, una scelta o un’omissione possono influenzare la vita delle persone che ci circondano, la nostra, l’ambiente in cui viviamo e, talvolta, anche quella di persone che non incontreremo mai.

Sbagliare è parte della natura umana. Commettere errori, non prevedere tutte le conseguenze o prendere decisioni impulsive fa parte del processo di crescita e di apprendimento. Tuttavia, diventare consapevoli dell’impatto che le nostre azioni possono avere sugli altri è ciò che ci permette di maturare e di assumerci la responsabilità delle nostre scelte.

Forse non avremo mai un dispositivo capace di mostrarci il futuro o le conseguenze delle nostre scelte, ma abbiamo qualcosa di altrettanto prezioso: la possibilità di fermarci un istante prima di agire e chiederci quale traccia lascerà la nostra scelta.

Perché, anche se non possiamo vedere tutte le conseguenze delle nostre azioni, questo non significa che esse non esistano.

Giulia Arisci

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Word Count

L’ispirazione per il testo che segue è arrivata dopo la visione del film In Time, dove, in un futuro distopico, il tempo è diventato l’unica moneta di scambio possibile. Le persone pagano ogni cosa con i minuti della propria vita e hanno un timer luminoso sul braccio che, quando arriva a zero, li uccide.


È stato avviato un progetto pilota nelle carceri, a dir poco rivoluzionario! La sperimentazione prende il nome di Pena Silenzio. In questo caso, lo stesso, identico principio del film è stato applicato alle parole. Ogni detenuto dispone di un budget massimo di 50 parole al giorno. Un bracciale elettronico collegato alle corde vocali mostra un timer luminoso che scala il conto ogni volta che si apre bocca.

Arriva una mazzata, il metodo di pagamento. Quando un individuo sfora le 50 parole giornaliere, la macchina si collega ai dati del tribunale, e ogni parola in più costa un mese di carcere in aggiunta alla pena. Le parole sono la moneta più pericolosa del mondo!

All’inizio tutti vengono presi dal panico, nelle celle, nei corridoi, non vola una mosca. I detenuti passano le prime ore del mattino a calcolare come spendere intelligentemente il proprio bagaglio di parole. C’è chi consuma tutto subito per salutare la famiglia al telefono e chi invece risparmia parole in modo ossessivo, tenendole da parte per le emergenze, comunicando a gesti.

Gli ideatori di questa nuova pena pensavano che questo sistema avrebbe piegato la resistenza dei detenuti, che li avrebbe isolati gli uni dagli altri, rendendoli semplicemente più obbedienti e riducendo di conseguenza i contrasti con il personale. Ma qualche mese dopo l’inizio della sperimentazione si è attivata una dinamica imprevista: visto che parlare costava giorni di libertà, i detenuti hanno iniziato ad ascoltarsi.

Prima della riforma, il carcere era invaso da fiumi di parole, racconti di rapine, di colpi milionari, si urlava per nascondere i propri pensieri o per fare i duri. Le parole venivano usate come corazza per nascondere le proprie fragilità. Adesso che parlare è un lusso, quel rumore di fondo è scomparso.

Nelle celle si è creato uno spazio nuovo. Quando un detenuto decide di spendere 10 delle sue parole per dire ad un compagno “oggi sto male, mi manca mio figlio”, gli altri evitano di rispondere per non sprecare il loro budget quotidiano, ma allo stesso tempo si fermano ad ascoltare, lo guardano negli occhi, ne cercano i sentimenti e fanno spazio a quelli che loro stessi provano in risposta alle sue parole.

Il silenzio, non più vissuto come punizione, è diventato ogni giorno di più uno spazio per accogliere e dare valore alle parole e alle storie dei compagni.

La sperimentazione è stata presto sospesa, in quanto non ha prodotto l’isolamento previsto, ma, al contrario, solidarietà tra i detenuti e, addirittura, una diffusione del piacere di ascoltare gli altri, compresi gli agenti in divisa. Nulla di male, in realtà, salvo la necessità di riorganizzare il rapporto tra le diverse figure che popolano il mondo del carcere.

Nel frattempo e in attesa che vengano diffusi dal DAP nuovi criteri per regolamentare gli scambi tra reclusi e operatori, i detenuti hanno scoperto che ascoltare e comprendere quello che prova un altro soggetto vale di più che raccontare storie sulle proprie imprese e glorie passate.


Anche questa storia è venuta da sé, ma ci tengo a dire cosa mi ha motivato a scriverla.

Il film In Time è stata la mia ispirazione, lo stimolo per comprendere che troppo spesso diamo valore alle cose solo quando vengono razionate. In carcere il tempo e le parole vengono sperperati… tante volte le parole vengono addirittura utilizzate come moneta falsa per guadagnare prestigio e potere, per non affrontare il disagio del proprio fallimento e della propria impotenza nel presente.

La mia è una sorta di provocazione e allo stesso tempo un tentativo di mettere insieme parte di quello che ho capito col mio tirocinio al Gruppo della Trasgressione e con questa mia esperienza in carcere: per iniziare un cambiamento vero, credo occorra saper gestire il capitale di parole a nostra disposizione, smettendo di usarle per giustificarsi o per autocelebrarsi.

Spesso vediamo il silenzio come una privazione, ma secondo me è uno spazio dove coltivare l’empatia. Smettendo di riempire l’aria con vecchi codici, riusciamo a sentire la voce dell’altro, la parola ha un prezzo altissimo e il vero guadagno sta nella capacità di fare silenzio e saper ascoltare.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S