Umanizzare l’ergastolo ostativo

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    Olga Bernasconi
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    Nel disorientamento sociale collettivo, in una società centrata sulla punizione da infliggere e da controllare nel tempo, occorrerebbe promuovere un atteggiamento generativo della stessa giurisprudenza, promuovere la cultura della coscienza anche da parte di quella parte di società “offesa” dal male.
    Precludere all’ergastolano la possibilità di un cambiamento è immorale, togliergli la possibilità di scegliere fra il bene e la recidiva del male, perché la scelta di un percorso rieducativo non deve essere negato a priori per avviare un cammino di recupero, riparazione, riconciliazione e reinserimento sociale.
    È ora di umanizzare l’ergastolo ostativo, per riconoscere all’ergastolano di avere una mèta, di programmare un giorno, in cui potrà chiedere allo Stato di valutare il suo percorso rieducativo, necessario per ambire a una possibile libertà.
    Va recuperata la prospettiva del cambiamento umano del singolo e dell’intera collettività, investendo risorse che guidino, sostengano e favoriscano il cambiamento: questo deve valere per tutti, nessuno escluso.
    È il momento che ci si concentri maggiormente sugli uomini e le donne che sbagliano, non soltanto sulla colpa, perché ogni persona possa sentire rispettata la propria dignità e, quasi per proprietà transitiva, potrà decidere di cambiare, riflettere sui problemi della condizione umana e restituire dignità alla società civile.

    • Questo topic è stato modificato 1 settimana, 3 giorni fa da Juri Aparo.
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