Dallo Strappo al Kintsugi

Ferve in sartoria l’impegno per ricucire Lo Strappo!

Tra l’altro, gli incontri del Gruppo della Trasgressione esterno, dal 6 febbraio 2018, avranno luogo nella sede dell’Associazione Libera di Milano, in Via G. Donizetti, 8/4, Milano, tutti i martedì dalle ore 14:00 alle ore 17:00.

E intanto si moltiplicano le alleanze in favore del Kintsugi

A volte ti ritrovi, all’improvviso, in un posto dove sembra che solo un missile ti avrebbe potuto portare; e invece anche lì sei arrivato grazie alle persone che ti hanno aiutato a zappare.

Lu sceccu, u vecchiu e u picciriddu

Lu sceccu, u vecchiu e u picciriddu,
di Gabriele Tricomi

Su una strada piena di buche un somaro avanzava a fatica, con gli occhi di fuori e le orecchie attente. Il padrone ogni tanto lo incitava facendogli ooh, ooh! Il povero asino rispondeva accelerando l’andatura, che reggeva però solo per pochi passi perché sulla schiena portava due pesanti sacchi di cemento, acquistati dal padrone per riparare i danni causati alla fattoria dall’ultimo temporale.

Chiesi al vecchio se potevo aiutarlo a tirare il somaro, che camminava sempre di meno. Il vecchio mi rispose di andar via e di farmi gli affari miei.

Non mi sembrava giusto che l’asino soffrisse così tanto e per questo decisi di continuare a seguirli. Ma il vecchio improvvisamente venne verso di me e mi diede uno schiaffo.

Io non volevo fargli del male, ma quando mi sentii fischiare le orecchie dal dolore gli urlai contro e diedi una pacca al somaro incitandolo a fuggire.

Il somaro reagì scalciando disordinatamente e si mise a correre; il vecchio, colpito da uno zoccolo, cadde a terra esanime; io rimasi lì impietrito.

  • L'asino qualche tempo dopo l'episodio

Per ricucire lo strappo

Milano: un documentario per ricucire “lo strappo” del crimine

All’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare «quattro chiacchiere sul crimine» e per presentare il documentario

di Paolo Foschini, Corriere della sera, 23/01/08, Cronaca Milano

Fa un certo effetto vedere seduti uno accanto all’altro un ergastolano per mafia e il magistrato Alberto Nobili, che contro la mafia ha combattuto una vita, e sentire il primo che dice “è un privilegio essere qui con lei”, e il secondo che risponde “l’emozione è mia, la sua presenza qui oggi e il suo percorso di recupero sono una delle soddisfazioni più grandi che ho provato dacché faccio il mio lavoro”.

È solo uno dei (tanti) momenti intensi che hanno caratterizzato la mattina di ieri all’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare “quattro chiacchiere sul crimine”, come recitava il titolo.

Chiacchiere si fa per dire, perché a parlarne e soprattutto rispondere alle domande dei ragazzi c’erano il fondatore di “Libera” don Luigi Ciotti, e familiari di vittime della criminalità più diversa – da Manlio Milani la cui moglie morì nella strage di Brescia a Maria Rosa Bartocci il cui marito fu ucciso in una rapina, da Margherita Asta che in un attentato di mafia perse la madre e due fratelli a Daniela Marcone a cui la criminalità uccise il padre – e poi il provveditore delle carceri lombarde, Luigi Pagano, e altri condannati per omicidio, e magistrati, giornalisti, avvocati.

Tutti lì per discutere di quella cosa che è “Lo strappo” prodotto ogni volta in cui c’è un crimine: strappo nella vittima, nella società, ma anche in chi lo compie. “Lo strappo” in effetti è anche il titolo del documentario presentato sempre ieri e realizzato su un’idea dello psicologo Angelo Aparo, del magistrato Francesco Cajani, del giornalista Carlo Casoli e del criminologo Walter Vannini, in collaborazione con il Comune, con Libera, con l’associazione Trasgressione.net, con la Casa della Memoria, con l’associazione Romano Canosa e con Agesci Lombardia. È scaricabile sul sito www.lostrappo.net.

Un motivo per farlo è già nelle parole con cui Manlio Milani lo apre: “Siamo abituati a pensare che le cose negative accadono sempre a qualcun altro, poi un bel giorno, quando colpiscono noi, ci accorgiamo che siamo parte di una realtà, che può colpire chiunque”.

La mattinata all’istituto Ettore Molinari, La locandina

Io, tra vittime e carnefici

Documentario Dieci78 GIF

“Mercy but murders, pardoning those that kill”
[W. Shakespeare – Romeo and Juliet: Act 3, Scene 1]
[1]

Solo da poco ho ripreso in mano un libro che il mio Professore di diritto penale, Federico Stella, tentò di farmi leggere all’età di 23 anni. Non poteva essere diversamente: è già difficile per un giovane studente di giurisprudenza comprendere il senso del diritto, figuriamoci quello della punizione… “Da millenni gli uomini si puniscono – e da millenni si domandano perché lo facciano”: inizia così il saggio di Eugen Wiesnet su “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita” e Stella, nella prefazione, ben sottolinea come “iniziare un cammino richiede che si vada alle radici”.

Ma quale sia stata l’idea che mi ha portato a tentare il concorso in magistratura è difficile indicarla in poche parole. Un embrione mi pare di trovarlo nelle pagine di un taccuino del 1994 quando, terminate le sessioni di esame, avevo l’abitudine di recarmi a Novo Mesto con alcuni amici ed amiche. Non certo in vacanza perché, all’epoca, era in corso un conflitto bellico e lì si trovava un campo profughi, nei pressi del confine tra Slovenia e Croazia.

Dietro quella abitudine la necessità, mia personale, di restituire “valore” al tempo che – all’epoca – ritenevo lo studio mi stesse sottraendo. E fu proprio in una di quelle occasioni che, per la prima volta, una persona mi raccontò – in un salone teneramente addobbato a discoteca con alcune luci natalizie – cosa avesse provato ad uccidere un proprio simile.

Quando poi nell’estate del 2001, durante un campo di formazione antimafia organizzato da Libera a Villa di Briano, il nostro pullman diretto verso Casal di Principe fu scortato da quattro macchine blindate della Polizia capìì finalmente che non c’era più bisogno di andare oltre frontiera, perché la guerra l’avevo anche sotto casa.

Cercai allora più vicino alla città dove sono nato…. fui subito colpito dal fatto che, proprio in quel periodo, avessero trovato nell’hinterland milanese un uomo all’interno di una scatola di legno: forse pensava che il mondo potesse essere racchiuso in quelle sue quattro mura, o che lui stesso potesse chiuderlo fuori da quella scatola. E (forse così pensando) è morto.

Chiedendomi quante di quelle scatole ci fossero in giro nelle case di Milano, trovai sul mio cammino Angelo (chiamato Juri) Aparo e il “suo” Gruppo della Trasgressione: “officina, laboratorio, palestra[2] frequentata da studenti di giurisprudenza, professori, magistrati e detenuti riuniti tutti intorno ad una comune esigenza dell’uomo, e cioè quella di condividere i propri (sia pure, a volte, diversi) punti di vista.

Giocando, paradossalmente, d’anticipo (per chi crede ancora che dovrebbe essere la società ad aprirsi al carcere, e non viceversa), dalla casa circondariale di San Vittore alcune persone chiedevano sottovoce a “chi sta fuori” di uscire dai soliti luoghi comuni che identificano il detenuto con la pena da scontare (riportata tra parentesi, come avviene ancora oggi su qualche articolo di stampa).

Accadde così che con “il dott. Aparo” suggellai quello che, in altre occasioni, ho definito “un patto tra macellai”. Nella mia incoscienza di educatore scout proposi uno scambio di prigionieri: carne giovane di ragazzi in cerca d’autore vs. carne meno giovane ma ugualmente interessante. Gli uni prigionieri dei preconcetti tipici dei loro 19/20 anni, gli altri prigionieri di mura troppo strette. Entrambi però desiderosi di evasione e – sia pure in quella prima fase inconsapevolmente – di mettersi a nudo fino al punto di farsi tagliare a piccoli pezzi da questa prospettiva di cambiamento interiore.

L’idea risultò vincente: partimmo nel marzo del 2003 con il primo incontro in carcere e da quel momento non abbiamo mai smesso di vederci “dentro e fuori”, organizzando – da ormai 15 anni con l’apporto di numerosi educatori scout e altri esperti del settore[3]  – un workshop capace ogni anno di restituire ad una trentina di giovani partecipanti una chiave di lettura di quanta complessità possa esserci intorno alla parola “Giustizia”.

Scriveva Aparo tre anni dopo: “in carcere è entrato un fiume vitale, capace di moltiplicare le possibili combinazioni del desiderio di riconoscersi”. Questo fiume vitale condusse, quale dono della moltiplicazione, all’approdo del Gruppo della Trasgressione in molti istituti scolastici. Ed impagabile fu per me il piacere di constatare che un manipolo di criminali riusciva ad incidere sull’indole di adolescenti, in 3 ore di “lezione” nelle classi, molto più di quanto gli insegnanti in un triennio.

Ma nonostante questa nuova forza (e, con essa, una sempre maggiore “dispersione positiva di energie”), con il Gruppo continuammo a progettare insieme nuove possibili combinazioni. Fino ad allargare quel “desiderio di riconoscersi” alle vittime di reato.

Ma come si può passare dall’attenzione per chi deve essere punito all’attenzione verso chi ha subito un danno da colui che ha commesso un reato?

L’origine di questa domanda, che poi – a riguardarsi indietro – è il primo filo della trama di questo documentario sullo strappo generatosi da un fatto criminale, la ritrovo nel convegno sugli “obiettivi della punizione”, organizzato proprio dal Gruppo della Trasgressione il 30 giugno 2005.

Negli atti preparatori a quell’incontro[4] ricordavo come, fin dalla mia tesi di laurea, mi aveva molto affascinato il pensiero di Duccio Scatolero[5] sulla necessità di scoprire, praticare ed affermare una “giusta punizione” – intesa come vero e proprio diritto del reo minorenne – perché questa contribuisce a dare dignità alla persona in crescita, a patto però che tutti gli altri diritti che lo riguardano (e in primis quello di essere educato) siano egualmente rispettati e fatti rispettare.

E proprio quella mia positiva esperienza a contatto con il Gruppo della Trasgressione mi aveva consentito di percepire come davvero imprescindibile la necessità (anche culturale) di recuperare il vero significato di educazione per adattarlo così a tutti coloro che hanno, in particolari momenti della loro vita, necessità che sia qualcun-altro-da-loro a “trarre fuori”[6] qualcosa di utile.

Dove allora punire bene implica necessariamente un interrogarsi sul soggetto da punire, indipendentemente dalla sua età, instaurando con esso una relazione che continua anche dopo l’irrogazione della pena, nel momento in cui – tramite l’atto del punire – riusciamo finalmente a prenderci idealmente carico del suo esito e della sua efficacia. In questo senso la punizione acquista anche significato dell’essere presente, laddove altri (la famiglia, la società, le Istituzioni) non ci sono stati. O ci sono stati ma in modo non del tutto soddisfacente, o parziale[7].

Ritenevo dunque, allora come oggi, di portarmi dentro un sentimento di continua preoccupazione circa gli effetti che scaturiscono dal mio operato, proprio per la difficoltà insita nel “punire bene” (che presuppone, in ogni caso, l’esistenza effettiva di un motivo per essere punito, all’esito delle indagini svolte e alla conseguente richiesta di punizione attuata dal Pubblico Ministero con l’esercizio dell’azione penale).

Tutto questo mio interesse, al momento dunque sbilanciato soprattutto su chi punisce/viene punito, divenne ancora più complesso quando – proprio a quel convegno – conobbi Walter Vannini.

Fu sostanzialmente lui a condurmi su una analoga traiettoria esperienziale, questa volta però tutta incentrata sul tema delle vittime del reato: perché effettivamente, come una volta ebbe efficacemente a dire ai ragazzi del workshop scout, noi “siamo più probabilmente vittime che probabilmente criminali[8].

E fu così che poi, alla fine di questo nuovo percorso, il 19 marzo 2010 mi ritrovai – insieme a lui – con una richiesta, confusa tra timore e pudore, di aver accesso a zone di sofferenza immensa, a me peraltro quasi del tutto ignote: infatti proprio a Milano, quel giorno di marzo, la XV Giornata della Memoria e dell’Impegno di Libera si apriva con un incontro a porte chiuse tra i Familiari delle vittime di mafia.

Fu proprio l’esito di quell’accesso che impiantò in me il seme per una ulteriore crescita personale. Ed è così che da alcuni anni – insieme al Centro per la giustizia riparativa e la mediazione del Comune di Milano – cammino a fianco ad alcuni Familiari di vittime di mafia: un percorso che ci ha portati fino a quella silenziosa lettura dei nomi dei loro cari all’interno del carcere di Opera[9], il 21 marzo del 2017.

Si spiega allora come, quantomeno nella mia testa, questo documentario nasce – sostanzialmente – dall’esperienza ormai quindicennale del workshop scout. E da una serie di “incastri” lungo il mio percorso esistenziale che, alla fine, hanno portato le nostre riflessioni a trarre nuova linfa vitale anche dalla sensibilità professionale di Carlo Casoli, con il quale per anni mi sono confrontato nei corridoi del Palazzo di Giustizia (perché nel mio ufficio non lo facevo entrare) sulla reale funzione dei media.

E si capisce dunque che siamo oggi di fronte ad un “noi” molto numeroso, non più limitato a detenuti da una parte e ragazzi dall’altra[10].

In mezzo a questo “noi” ci sono (e ci sono sempre stato) anche io… io che pensavo di “essere dalla parte delle vittime” solo per il fatto di essere poi diventato, nel 2004, un Pubblico Ministero. Senza, in realtà, aver mai riflettuto seriamente[11] su quanto esse fossero un territorio da me completamente inesplorato. Fino a quando poi arrivò, anche per me, il primo processo per omicidio e quella lettera di una giovane donna (che, nello stesso tempo, aveva perso padre e fratello) che ancora conservo tra le cose più preziose….. stava ottenendo Giustizia, ma a lei questo interessava poco: lei invece voleva parlare con l’assassino.

Ecco dunque che nel ritornare alle radici di questo percorso, occasione per voltarmi a rivederlo limpidamente, riscopro il tesoro dei miei ultimi 15 anni passati insieme a questi miei tre preziosi compagni di viaggio…. perché – altro tema ricorrente del coach Aparo e che ho riscritto sul mio taccuino di strada anche il 7 settembre 2016 nel carcere di Opera seduto accanto a Marisa Fiorani[12] – “la riflessione è un lusso che non sempre l’essere umano si vuole concedere”.

Da buon macellaio che volevo essere, il primo che si è “fatto tagliare a pezzetti” da tutta questa storia sono stato io.

Perché, da un lato, il Gruppo della Trasgressione è stato una palestra vitale anche per il mio essere Pubblico Ministero, e di questo esercizio porto ancora con me il peso della maggior fatica nell’affrontare il mio ruolo istituzionale ogni giorno.

Perché, dall’altro, i Familiari delle vittime interrogano nel profondo la mia coscienza di uomo, nei momenti in cui tende ad essere assonnata e pigra. Le loro parole, vive perchè non vogliono arrendersi al lutto e al ritornello del “tanto nulla può cambiare”[13], mi riportano prepotentemente – come un pugno nello stomaco – al concetto di distacco, che illumina di luce nuova i loro volti ma che invece troppo spesso noi tendiamo a dimenticare, a partire da quello apparentemente più semplice: il distacco da sé stessi. Ossia comprendere che è possibile fare qualcosa di più per gli altri che ci stanno accanto, ogni giorno.

Ri-svegliarmi dunque e non rimanere invece quel giudice dormiente, ben raffigurato da Thomas Couture.

Ed essere così in grado di ri-comprendere, insieme al reo, anche la vittima. Perché non esiste solo un diritto riconosciuto dall’art. 27 della nostra Costituzione al reo, ma anche un preciso dovere verso le vittime: quello di mettere in campo forze positive in grado di “scongelare”[14] il dolore affinchè possa, per quanto possibile, ri-trasformarsi in qualcosa di vivo.

In tutto questo non posso però non ripensare, ancora una volta, alle tante cose che, per un lunghissimo attimo, hanno bussato alla mia pancia tutte insieme, inaspettate, durante il dialogo che è seguito a quella lettura dei nomi delle vittime di mafia ad Opera.

Al fatto che, come si è lasciato sfuggire un detenuto, “certo, non tutte le carceri sono come Opera…quello che riusciamo a fare qui difficilmente si può fare in altre realtà”. E al fatto che, come si è lasciato invece sfuggire un Familiare, “in carcere ho trovato una umanità che fuori spesso non riesco a trovare”. Affermazioni entrambe vere. Ma considerazioni, per me, terribilmente amare. Come cittadino, prima che come magistrato. Ma, a dire il vero, anche come magistrato: perché non capisco come sia possibile che la fecondità dell’idea del Gruppo della Trasgressione, e con essa le fatiche quotidiane e molto spesso neppure retribuite di Juri Aparo, non venga doverosamente considerata dalle Istituzioni come un Patrimonio dell’Umanità intera.

Ma ancora una volta la strada da percorrere me la indicano con forza proprio quei Familiari che – nonostante la ferita, che resta sempre aperta – fanno memoria[15] senza retorica[16], richiamando inesorabilmente tutti noi alla indicazione di Peppe Diana: “non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di avere paura, il coraggio di fare delle scelte”. E a quel concetto di rivoluzione dell’agire umano[17], nel senso che intendeva Gaber quando invece dissacrava quelle “tante cose belle” che abbiamo “nella testa ma non ancora nella pelle”.

E per questo che, seduto accanto a Marisa, quel giorno rileggevo ad alta voce: “Per farsi coraggio, allora bisogna restare in contatto con sè stessi, con la propria autenticità, e averne cura, per non rischiare di inaridirsi. È necessario, poi, coltivare la speranza e mantenere lo sguardo su un futuro desiderabile nel nome del quale agire e vivere, serve custodire e nutrire la passione per qualcosa, perché sarà il bacino a cui abbeverare il coraggio quando vorremo lottare proprio in nome di quella passione, circondandoci di coloro che condividono e sostengono questo stile di vita e questo modo di vedere il mondo. Per questo serve anche riconoscere dei modelli di coraggio positivi per noi, da imitare guardando i valori che esprimono, per poterli incarnare a nostra volta”[18].

Anche se il documentario volutamente non vuole prendere posizione sul tema dello strappo ma solo restituirne l’estrema complessità, tutto nella mia testa ora – finalmente – torna. Così i quaderni dei fratellini di Margherita Asta, che ancora oggi ci parlano di una “primavera” che “si avvicina”, di “mani… piccole” per lasciare un segno sulla “mia terra”, sono anche per me pungolo per un rinnovato impegno come magistrato e cittadino. Ora a Milano come allora a Novo Mesto, quando alla fine su quel taccuino ricopiavo – per tenerla bene a mente – questa strofa di De Gregori: “… e adesso per favore dimmi quando finirà la guerra. Sono stufo di stare nella mia trincea di lusso”[19].

 

_____________

[1] contributo tratto dalla Guida alla visione del documentario Lo strappo. Quattro chiacchiere sul crimine

[2] Così efficacemente Carmelo I. definisce, nel documentario, il Gruppo della Trasgressione.

[3] Cfr. www.vocidalponte.it/2017/05/13/la-storia-siamo-noi.

[4] www.trasgressione.net/pages/trasgressione/int_teorici/Cajani.html (nov. 2004-feb. 2005).

[5] D. Scatolero, Atti delle giornate nazionali di studio e di riflessione sulla applicazione del nuovo codice di procedura penale, Milano, 23-24 ottobre 1991, p. 136; ID, La questione punitiva in “Punire Perché. L’esperienza punitiva in famiglia, a scuola, in istituto, in tribunale, in carcere: profili giuridici e psicologici” a cura di M. Cavallo, Franco Angeli Editore, 1993, p. 19.

[6] Cfr. Platone, “Teeteto” (in particolare: 149 a-151 d).

[7] Cfr. A. Aparo, Il giudice, un padre mutilato: (1998).

[8]www.ilworkshopsulcarcere.wordpress.com/2012/04/21/siamo-piu-probabilmente-vittime-che-probabilmente-criminali.

[9] www.vocidalponte.it/2017/03/31/fiori-per-un-fiore-2.

[10] www.ilworkshopsulcarcere.wordpress.com/2010/03/06/dialogo.

[11] Per questo motivo il mio personale ringraziamento va anche a Federica Cantaluppi e Luana De Stasio del Centro per la giustizia riparativa e la mediazione del Comune di Milano.

[12] Madre di Marcella Di Levrano (ritrovata uccisa, in un bosco tra Mesagne e Brindisi, il 5 aprile 1990 dopo che aveva deciso di raccontare alle Forze dell’Ordine quello che sapeva circa i traffici di sostanze stupefacenti gestiti dalla Sacra corona unita: cfr. www.vocidalponte.it/2017/04/21/a-mio-figlio), Marisa ha avuto il coraggio di incontrare ad Opera detenuti condannati per reati di criminalità organizzata e, tramite essi, sé stessa: cfr. P. Foschini, Marisa Fiorani al carcere di Opera: «Aiutiamoci parlando», Corriere della sera, 10.9.2016, p. 7.

[13] Così Stefania Grasso (figlia di Vincenzo Grasso, commerciante ucciso a Locri il 20 marzo 1989 dopo che anni prima aveva denunciato alle forze dell’ordine le richieste estorsive ricevute) ha salutato papa Francesco all’inizio della veglia del 21 marzo 2014 con i Familiari delle vittime di mafia: “Ci guardi, Santo Padre. Guardi ognuno di noi, legga nei nostri occhi il dolore della perdita di un padre, di una madre, di un figlio, di un fratello, di una sorella, di una moglie, di un marito. Guardi nel nostro volto i segni della loro assenza, ma anche del loro coraggio, del loro orgoglio, della nostra voglia di vivere. Guardi le nostre mani, il loro continuare a fare. Ci guardi, capaci di andare avanti per testimoniare il loro esempio. Ma soprattutto guardi e legga nel nostro cuore la speranza di coloro che sono certi che le cose possono cambiare.  Per questo continuano a combattere e noi guardiamo a lei, Santo Padre, per ringraziarla di essere qui adesso”.

[14] “Serve un lasciarsi andare vigile che ritroveremo confinato nel ghiaccio e il ghiaccio sarà pronto a liberarlo quando il sole avrà più forza e saremo pronti noi”: A. Ceolan, “Racconto di inverno”, Albert Ceolan edizioni, 2016, p. 15.

[15] “A molti di noi è mancato il riconoscimento sociale di quanto è accaduto alle nostre famiglie, come se fossimo figli di un’altra terra. L’indifferenza, soprattutto iniziale, delle nostre comunità ai tragici eventi accaduti alle nostre famiglie ci ha fatto sentire, spesso, soli nella nostra richiesta di giustizia. Da qui è nata l’esigenza di costruire un percorso che trasformi il ricordo individuale in memoria condivisa […] una memoria collettiva sulle vittime delle mafie”: così Daniela Marcone (figlia di Francesco Marcone, Direttore dell’Ufficio del registro ucciso a Foggia il 31 marzo 1995 dopo che alcuni giorni prima aveva presentato un esposto in Procura contro alcune truffe perpetrate da ignoti falsi mediatori che garantivano, dietro pagamento, il più rapido disbrigo di pratiche del suo stesso Ufficio) nella introduzione al libro Non a caso, Edizioni la meridiana, 2017.

[16] “Per­ché non basta ricor­dare. Le vit­time delle mafie non hanno vis­suto per essere ricor­date. Hanno vis­suto per la giu­sti­zia sociale, quindi per tutti noi. E abbiamo solo due modi cre­di­bili per ricor­darle: impe­gnarci a rea­liz­zare i loro ideali e non lasciare mai soli i loro familiari”: così Luigi Ciotti a Latina, il 21 marzo 2014.

[17] “Un’idea, un concetto, un’idea finché resta unidea è soltanto un’astrazione/ Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”: Un’idea, dall’album Dialogo tra un impegnato e un non so, 1972.

[18] L. Campanello, Diventare coraggiosi (senza essere eroi), Corriere della sera, 3 settembre 2016, p. 33.

[19] Ultimo discorso registrato, dall’album Buffalo Bill, 1976.

Lo strappo

Angelo Aparo intervistato da Sanja Lucic per Radio Popolare

Lo strappo; Istruire un prossimità; Io, tra vittime e carnefici

Max Rigano da “Gli Stati Generali”

A. Aparo: “Per far crescere una coscienza non serve un controllo persecutorio”

Istruire una prossimità

Giacinto Siciliano: “Un uomo è la differenza, un uomo è una storia e un futuro”

Torna all’indice della sezione

Una domenica al Coming out

Domenica 11 giugno apriamo il Coming out alla città

Abbiamo un palco dal quale parlare, giocare, suonare. Potremo comunicare le nostre idee con discorsi seri o scherzando, con i congiuntivi al posto giusto o anche no. Magari facciamo qualche pezzo del nostro mito di Sisifo e i ragazzi delle scuole che visitiamo potranno dar voce a qualcuno dei personaggi.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
(
Divina Commedia, Inferno, 2° Canto)

Forse qualcuno di loro racconterà ai presenti il senso del rapporto fra gli adolescenti e i componenti del Gruppo della Trasgressione. Detenuti, tirocinanti e tutti i componenti del gruppo avranno la responsabilità e il piacere di verificare se e quanto il nostro progetto può interessare gli abitanti della zona Barona e i cittadini che interverranno.

Probabilmente ci sarà anche un campione italiano dei pesi welter, ma nessuno darà pugni. Noi tutti, invece, proveremo a dire cosa vogliamo far venir fuori da noi stessi e dal nostro progetto comune. Di certo sarà una giornata in cui detenuti e figure istituzionali, adolescenti e insegnanti, potranno vivere la trasgressione di oltrepassare le colonne d’Ercole e verificare se, al loro ritorno, riusciranno a comunicare agli altri l’umanità e la ricchezza dell’esperienza vissuta.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
(Divina Commedia, Inferno, 26° Canto)

Per questo avremo chi porterà musica rap e chi canterà De André, avremo chitarre e violini e tamburi. Ci saranno grigliate, pane dal carcere, le piante di Opera in fiore e la bancarella di Frutta & Cultura. Se le cose vanno come si spera, dovremmo avere i primi esponenti del Coming out.

Numeri

“Noi siamo numeri”. Così ad un certo punto Romeo, studente del Pia Marta, ci dice di sentirsi. Ci dice che in certe situazioni lui si è sentito considerato un numero e non una persona. Appena Romeo ha comunicato questa sua sensazione le persone presenti hanno provato a capire in che senso si sentisse un numero, cercando di proporgli un’alternativa a questa sensazione, con riletture varie che potessero convincerlo a modificare il suo sentire.

Io ho ascoltato per un po’, ma intanto dentro di me riaffioravano i ricordi di quando anch’io mi sono sentita un numero, un voto, una media, un presente o assente sul registro. Ho deciso di prendere la parola e di dire a Romeo: “hai ragione!” In tantissimi momenti gli adolescenti si sentono un numero e non un individuo, con le sue paure, insicurezze, rabbie e frustrazioni, con la sua sensazione di solitudine.

Ricordo che alle superiori erano considerate persone quelle che erano sempre brave, non si ribellavano mai, facevano i sorrisi agli insegnanti. Io non ero una di queste, non studiavo, ero sempre in conflitto con la maggior parte degli insegnanti, li consideravo degli incapaci che facevano quel lavoro solo per avere uno stipendio a fine mese, non ho mai sorriso gratuitamente a nessuno di loro, il mio sorriso o il mio sguardo lo avevano solo quelli che se lo guadagnavano e credo che in 5 anni si possano contare sulle dita di una mano le volte in cui mi sono lasciata andare ad un sorriso. 

Sono stata un’adolescente abbastanza arrabbiata e rancorosa, ci sono diversi momenti che ricordo in cui gli “adulti” hanno contribuito a far crescere quel sentimento di non stima nei loro confronti, che in parte vivo ancora, ma voglio raccontarvene uno in particolare: eravamo in gita scolastica in terza superiore, stavamo facendo una passeggiata sulla via dell’amore alle 5 terre, io ero con due mie amiche, davanti avevamo il professore d’inglese di una delle altre classi e dietro la nostra professoressa di fisica.

Non ricordo perché ma ad un certo punto io ho cominciato a discutere con l’insegnante d’inglese sul significato della frase “ti amo tanto”. Lui sosteneva che non si può amare tanto o poco, o si ama o non lo si fa. Io sostenevo che l’amore ha diverse forme e diverse fasi e che si può amare tanto, tantissimo o semplicemente amare. Comunque non è questo quello che voglio raccontare.

Tornati dalla gita, mia madre è andata ai colloqui, ovviamente per me il giorno dei colloqui era terribile, venivo sempre sgridata e messa in punizione, anche quella volta andò così… ma mia madre mi disse anche che la professoressa di fisica era rimasta piacevole colpita da come io fossi matura e in grado di tenere una discussione con un “adulto” e che, se avessi usato la metà delle mie capacità anche nello studio, sarei stata sicuramente tra le migliori.

Mia madre mi riferì questa cosa convinta di motivarmi e di darmi uno stimolo per impegnarmi di più, io invece mi arrabbiai così tanto che cominciai a urlare le peggio cose nei confronti dell’insegnante, il fatto che quella che avrebbe dovuto essere una mia professoressa si era accorta dopo tre anni che la Noemi non era la media del 4 che aveva nella sua materia, ma era una ragazza che aveva qualcosa da dire a chi le permetteva di dirlo, fu per me la conferma e l’autorizzazione a continuare a non stimare quelle persone. Ovviamente a me la professoressa non disse mai nulla, né mai cambiò il suo comportamento nei miei confronti, continuò a rimproverarmi e a sfottermi per i miei risultati.

Purtroppo a distanza di 11 anni da questo episodio e da molti altri, mi rendo conto che l’unica ad essere stata punita sono io, ho vissuto male, ho sofferto e ho dovuto fare verifiche su verifiche per recuperare i voti e non essere bocciata, la professoressa ha continuato a vivere e a lavorare nella più completa tranquillità, e al fianco della sua totale incapacità di fare il suo mestiere.

Siamo numeri, lo siamo stati e lo saremo in moltissime situazioni, ma non lo siamo per tutti. La vita ci dà tantissime possibilità di essere riconosciuti come persone, con qualità, difetti, risorse e conflitti. Oggi mi sento un numero in molte situazioni, ma in altre tante mi sento Noemi.

Torna all’indice della sezione

Indagine sull’autorità

INDAGINE SULL’AUTORITÀ
Scuola media Via Aldo Moro di Buccinasco
Report di Alessandra Messa

Abbiamo programmato con questa scuola 3 incontri (16/2, 1/3, 17/3 ).
Nell’incontro con i professori abbiamo delineato come argomento principe: il concetto di Autorità, la sua fruibilità e credibilità.
Fra le domande centrali: A cosa serve l’autorità per il ragazzo?
Abbiamo pensato a un mini-percorso da seguire in questi 3 incontri:

  1. SISIFO: tutti gli aspetti problematici dell’autorità;
  2. AUTORITÀ: credibilità/fruibilità. Immagine attuale e quale può diventare (costruzione dell’identità);
  3. DA AUTORITÀ CHE CONTROLLA AD AUTORITÀ CHE SOSTIENE: autorità-guida.

 

PRIMO INCONTRO

Nel primo incontro abbiamo rappresentato il mito di Sisifo, facendo particolare attenzione ai rapporti di potere sottesi. A fine rappresentazione abbiamo iniziato il dibattito con gli studenti.

La domanda centrale posta dal dottor Aparo è stata: Come possiamo disegnare l’immagine dell’autorità di chi commette reati e quella che ne ha il ragazzino? E in che modo queste diverse immagini di autorità danno esito a vite diverse?

Ne è nato come sempre un dibattito sul tema, che ha visto interagire studenti e detenuti.

E’ stato chiesto agli studenti di fare un’analisi dei personaggi di Sisifo e del loro modo di relazionarsi al concetto di autorità.

Il personaggio rimasto più impresso fra i ragazzi è stato Asopo, considerato eccessivamente debole e sottomesso a Giove e quindi incapace di mostrare la sua autorità. Giove invece è stato riconosciuto come autoritario, ma egocentrico, incapace di ascoltare gli altri.

Ecco l’immagine che ne hanno ricavato i ragazzi:

  • Giove: folle, autoritario
  • Asopo: autorità debole e corrotta
  • Ade: autorità sottomessa
  • Thanatos: agli ordini di Giove

Dopo una breve disamina dei personaggi, è stato chiesto ai ragazzi se la loro immagine di autorità fosse sovrapponibile a quella del mito. Qual è la prima immagine dell’autorità che vi viene in mente?

Gli studenti hanno detto: vicepreside, preside, polizia e carabinieri, professori, i genitori, la forestale.

Un ragazzo: le persone che esercitano potere su qualcuno facendo rispettare le regole dalla comunità.

Anche i detenuti sono intervenuti sul tema esprimendo la loro opinione:

Rosario: I genitori dovrebbero essere la prima guida e autorità. Io però alla vostra età queste regole non le sapevo, le autorità erano solo dei nemici. A 14 anni ero già in mezzo alla strada e da lì mi sono costruito la mia gabbia per finire in carcere tutta una vita. Non avevo nessuno che mi indicasse cosa è giusto e cosa è sbagliato, avevo guide diverse.

Nicola: Ho avuto un pessimo rapporto con l’autorità; sono finito nel carcere minorile Beccaria poco dopo la vostra età. Ho squalificato fin da subito le autorità in casa, perchè con loro non c’era alcun dialogo. Senza una guida mi sono perso.

Roberto: Non ho avuto la possibilità di riconoscere una guida nei miei genitori, nemmeno da bambino e ragazzino. Se non hai in casa un punto di riferimento lo cerchi fuori, e se ti va bene sei fortunato, altrimenti può andare male come è successo a me.

Paolo: I miei genitori mi davano solo comandi. Cosi cercavo degli esempi esterni, nei film per esempio era qualche attore. Non ho mai preso in considerazione ciò che mi dicevano i miei genitori. Facevo cazzate in giro con gli amici e non riuscivo a capire l’importanza di vivere il percorso ancor più del traguardo.

Confrontando il diverso concetto di autorità espresso da detenuti e studenti, sono stati raccolti dei fogli scritti a mano. A grandi linee:

  • per i ragazzi l’autorità è: chi ti fa star bene, chi ti insegna qualcosa, chi può essere identificato come una guida;
  • per i detenuti l’autorità è: assente, impone regole, impedisce di essere se stessi

Il dottor Aparo chiede ai detenuti se ci sia stato uno spostamento nel modo di concepire l’autorità, negli ultimi 30 anni.

Mario: Non ho bei ricordi della mia infanzia, sono andato in collegio presto e non ho mai riconosciuto nessuno come autorità. Oggi invece la vedo diversamente.

Giuseppe: Tutti hanno parlato di Asopo come un di debole, ma lui è egoista. I miei genitori non parlavano con me; a 9 anni ho rubato in casa e mi hanno picchiato di santa ragione, senza però capire perché lo avessi fatto. Per me quel modello è diventato la normalità, ho fatto la stessa cosa con mia figlia, le davo soldi rubando. In carcere ho iniziato a riflettere. Ho iniziato a riconoscere la mia famiglia e ho capito di avere inconsciamente rancore verso l’autorità. Quando riconosci il rancore, riconosci i valori che avevi nascosto e inizi a ricercare il dialogo con la tua famiglia. Inizi anche a riconoscere le istituzioni.

Antonio: A 14 anni ero io la mia autorità, non credevo in nessuno. L’evoluzione c’è stata quando è nato mio figlio e l’ho lasciato a 15 mesi. Con il colloquio settimanale di due ore, in carcere, ho calcolato di averlo visto in totale 2 giorni e 8 ore in un anno. Ho iniziato ad avere il senso di colpa per aver perso tutto. L’autorità per me, oggi, significa credere in qualcuno; e ora io credo in me stesso e negli altri. L’autorità è anche crescere insieme e far crescere, come sto facendo con mio figlio.

 

SECONDO INCONTRO

Nel secondo incontro si è parlato del concetto di limite. Il resoconto della giornata è nel testo Trasgressioni e conquiste (Il lavoro sul limite è stato continuato anche con il Villoresi di Monza).

 

TERZO INCONTRO

Nel terzo e ultimo incontro abbiamo ascoltato i lavori che gli studenti avevano elaborato in classe. Ogni classe ha analizzato il concetto di autorità attraverso un’opera letteraria o un film.

  • Rapporto padre-figlio, ”Lettera al padre” di Franz Kafka
  • La ricerca della guida, il rapporto tra ragazzi e adulti,
    “I quattrocento colpi” di François Truffault
  • Guide e adolescenti. I modelli e la realtà. ”Class enemy” di Rok Bicek
  • ”Nessun uomo è un’isola” di John Donne
  • Autorità e limiti

 

Finita l’esposizione dei lavori fatti in classe, il dottor Aparo ha posto qualche domanda: A voi (detenuti), rispetto a questi ragazzi che espongono i loro lavori, cosa manca per interagire con l’autorità? Quali caratteristiche deve avere un adolescente per essere guidato al meglio?

Ivano: Da adolescente non ascoltavo, ero ribelle, sordo e cieco. Quando sono desideroso di apprendere mi sento un buon adolescente. L’autorità deve essere equilibrata, propensa all’ascolto. Si può fare qualcosa di serio solo se la si fa insieme.

Mario: Per essere un buon allievo bisogna essere disposti a credere nell’autorità. Loro sanno ascoltare, vedere le cose; io mi sto nutrendo da voi ragazzi e spero di trasmetterlo a mio figlio, quindi vi ringrazio.

Rosario: Vorrei tornare bambino per essere un’anima pura. Avrei voluto guide come voi, ragazzi.

Roberto: Da giovane mi è stata fatta abortire la possibilità di interrogarmi. Io ho iniziato a interrogarmi a 30 anni. Non abbiate paura di porre domande, perché un dovere dell’autorità è rispondere, altrimenti andrete a cercare le risposte altrove.

Massimo: Bisogna avere coscienza del futuro; io non guardavo più in là di un anno dal mio naso.

Mohamed: Da quando avevo 6 anni ho interpretato la parte del più forte, e non mi sono più liberato da questa immagine. E’ per questo che ho fatto solo reati di violenza.

Concludiamo la giornata con una frase di uno studente: Ognuno ha un odio dentro di sé. Una buona guida ti aiuta a utilizzarlo meglio di quanto possa fare da solo.

Torna all’indice della sezione

Chi ha rubato il mio quadro?

Chi ha rubato il mio quadro?
Gabriele Rossi

È come avere di fronte un quadro dipinto tutto di bianco. Un pittore direbbe che quello è l’inizio della sua opera d’arte, i colori risaltano meglio se come sfondo c’è il bianco, ma non siamo pittori e l’arte non è il nostro obiettivo.

L’autorità nella mia testa deve ancora essere dipinta, rappresentata, perché? Perché tutto quel bianco al posto di un’immagine anche poco definita? Perché riconosco possibile l’autorità nell’immagine che mi viene data da altri o dalla logica del comune sapere e non ne ho una nella mia testa, come ad esempio l’immagine del padre, di un vigile, del poliziotto di confine, del buon vecchio nonno in divisa da carabiniere? Perché io quell’immagine non ce l’ho? Chi ha rubato il mio quadro?

Sento che non mi basta riconoscerla senza davvero sentirla, in questo modo c’è, non c’è, insomma vacilla. Credo sia fondamentale avere (o riavere) il mio quadro, e a quel ladro che me l’ha portato via dico che se lo può tenere, purché a lui possa servire almeno quanto servirebbe a me ora.

Quell’immagine la voglio scolpita nelle pareti del mio cervello, accanto alla morale, ai desideri di far bene, alla voglia di riscatto e a quel sofferto e tardivo sapere che nella vita quel quadro è troppo importante.

Torna all’indice della sezione