Un libro da leggere

Un libro da leggere
Emmauel Huaranga

Era un 24 dicembre quando una madre sacrificava la sua vita per salvare quella del proprio figlio. Le spararono 6 colpi di revolver, che in realtà erano indirizzati verso il figlio. Ma lei gli fece da scudo. L’omicida fuggì. Questo è stato l’avvenimento più tragico della mia vita. Molte volte, quando ero un ragazzino, fantasticavo su quali sarebbero state le mie reazioni se un giorno avessi incontrato la persona che mi aveva portato via mia madre.

Molte notti rivivo ancora quel giorno terrificante. Al risveglio, certe volte mi domando se potrei mai perdonare quella persona. Inizialmente mi ingannavo dicendomi avrei potuto farlo, se me lo avesse chiesto sinceramente, ma più crescevo e più mi rendevo conto che quel perdono non ci sarebbe mai stato! Perdonare una persona che aveva compiuto un atto cosi vile sarebbe togliere voce a una di quelle tante vittime di femminicidio; sarebbe come fare un patto vigliacco per una pacifica convivenza, spinti da quella voglia di tornare a vivere. Non ho mai avuto il bisogno di perdonare il carnefice di mia madre, non avevo bisogno di fare quel patto per tornare a vivere.

lo ho vissuto l’omicidio di mia madre nella maniera più positiva possibile, perché lei mi fece due volte il dono della vita. L’omicida di mia madre non fu mai arrestato, dato che si diede fin da subito alla latitanza. Quando ero bambino pensavo che prima o poi lo avrebbero arrestato, ma ciò non avvenne, anzi venni a conoscenza che fu bloccato alla frontiera italo-francese ma subito rilasciato per la mancata traduzione del mandato d’arresto. Questi avvenimenti crearono in me una conflittualità sul riconoscimento dell’autorità; crescendo come un adolescente arrabbiato e come una vittima a cui era stato fatto un torto, sentivo che potevo violare qualsiasi limite senza nessun rimorso o conseguenza.

Ad aggravare il tutto c’era anche un padre del tutto assente e, nelle poche volte in cui era presente, lo era solo per punire e l’unico modo per punire era la violenza. Da piccolo, ho anche subito atti di bullismo, perché figlio di immigrati in un paese straniero in cui l’inserimento sociale viene proclamato ma difficilmente applicato. Nonostante avessi chiesto aiuto a psicologi e professori, non mi venne mai concesso nessun aiuto. Per essere sincero, ci furono una professoressa di matematica del mio liceo che cercò di darmi una mano e due miei zii, ma ormai il mio processo di auto distruzione era cominciato.

Forse se l’omicida di mia madre fosse stato subito arrestato e portato a un giusto processo non avrei avuto quella conflittualità; forse se fossi stato ascoltato, preso in considerazione, messo sui binari giusti, non sarei sbandato cosi tanto; forse, se quel 24 dicembre mia madre non fosse tornata a prendere i regali che aveva dimenticato, sarebbe ancora qui, ma dei “forse” non si vive, ciò che è concreto è ciò che si è fatto e subito.

Accecato dal consumo sproporzionato di alcol, alla ricerca di compagnie che mi facessero sentir bene, mosso da quel senso di vacuità e da una continua ricerca di protagonismo, mi ritrovai in poco tempo a dovere rispondere di un concorso anomalo in omicidio. Mi sono ritrovato sulla stessa sponda del carnefice di mia madre.

Oggi sono recluso ormai da parecchi anni; so di avere acquisito i miei strumenti molto in ritardo, vivo questa carcerazione come una doppia condanna: per lo spreco del dono che mi venne fatto e per aver tradito tutta la fiducia che mi venne data da quelle poche persone.

Ma mi sento di dire che questi avvenimenti hanno fermato la mia autodistruzione completa. Questi processi, questa carcerazione sono stati anche una salvezza, ma dovrò pagare per le mie azioni. So che una vita è stata tolta. Mi sento sì di chiedere scusa alla famiglia della vittima ma mai il loro perdono perché so che non potrei mai ripagarli. L’unico modo è cercare di fare qualcosa di utile per la comunità. Vorrei concludere dicendo che tocca a noi dimostrare se siamo solo quelle due pagine bianche insanguinate o siamo un libro che vale la pena leggere.

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Istruire una prossimità

Qualche tempo fa il Gruppo della Trasgressione aveva preso parte nel carcere di Opera a un incontro sul rapporto fra vittime e autori di reato. Il confronto, cui avevano preso parte anche magistrati e giornalisti, era stato giudicato da tutti i presenti interessante, ma più di una persona aveva osservato con bonaria ironia che… “mancavano i carnefici”.

Non potevo non convenirne! Anche se erano loro stessi a dire che “… all’epoca dei reati, non avevamo lo spazio dentro per sentire la vittima”, i detenuti che avevano preso la parola sembravano ben altro da quello che avevano dichiarato di essere stati all’epoca dei loro crimini. Dicevano apertamente che “quando non si dà valore alla propria vita, non si può avere coscienza del dolore della vittima”, ma il loro modo di parlare sembrava guidato proprio dalla coscienza e dal gusto di viverla e di ricercarla.

D’altra parte, essi erano tutti parte di un gruppo di studio dove si cerca di comprendere: 1) come si diventa criminali; 2) il modo confuso con cui il principio della giustizia è presente anche nel predatore; 3) se e come si può rinunciare gradualmente all’eccitazione dell’abuso per il piacere della relazione; 4) quanto sia difficile stabilizzare l’equilibrio psico-sociale del neo-cittadino proveniente da un’adolescenza vissuta nella devianza.

Dopo avere ascoltato per anni i loro contributi, oggi credo che dietro ogni gesto criminale ci sia un genitore al quale il reo fantastica di restituire un tradimento subito. Ma la trama storica e psicologica che dà origine a queste fantasie e gli atti criminosi che ne discendono sono difficili da ricostruire; e così, spesso si trascura che rancore, reato e fantasie di rivalsa fanno parte di un impasto tumultuoso, spesso artificiosamente glaciale, nel quale l’abuso e la violenza hanno per chi li esercita il sapore del risarcimento.

Ma proviamo a entrare in questa oscura selva di fantasie negate! Da più di un detenuto era stato detto che nell’atto del reato “… la vittima non è una persona, ma soloun ostacolo da eliminare”, in altre parole, un oggetto col quale non si vive alcuna relazione affettiva. Pur se in presenza di diverse vittime di reato, parlando dei loro crimini, i detenuti avevano confidato che “… è brutto dirlo, ma io alla vittima non ci pensavo, non provavo nulla”.

A me pare però che le loro affermazioni corrispondano solo a un frammento di verità… e mi sembra, piuttosto, che fra chi commette il reato e chi lo subisce esista una relazione molto più intensa, pur se sotterranea, che somiglia a quella che il bullo ha con la sua vittima e, prima ancora, a quella che la bambina ha con la sua bambola quando la sgrida. Mi sembra, insomma, che la vittima sia per il reo un “oggetto” molto meno estraneo di quanto egli senta coscientemente e sia, come per il bullo, il supporto sul quale egli proietta in modo espulsivo la sua fragilità e il suo senso d’impotenza, cioè un fratello al quale far pagare il tradimento subito (o che fantastica di aver subito) dalle persone deputate a proteggerlo e gli stati d’animo che ne discendono: rancore, senso di emarginazione, difficoltà a muoversi nella legge del padre, implicita autorizzazione alla pirateria.

Ma recuperare la coscienza della parentela negata fra il reo e la vittima è per tutti un percorso in salita, che equivale a perdere i vantaggi dell’abuso, senza la certezza di guadagnare qualcosa in cambio! L’abuso, per il reo, corrisponde a una rivolta contro il tiranno, a un delirante flash di libertà, a un’affermazione della propria onnipotenza; per il comune cittadino, a un sistema per identificare i tratti del persecutore e tenerlo distante; per i giornalisti, a un banchetto cui invitare quante più persone possibile; per il tribunale, a una violazione di cui restituire il peso a chi l’ha commessa e i conteggi ai cittadini; per la vittima, a un trauma che toglie il fiato e placca il pensiero.

Insomma, interpretare l’abuso come l’indicatore di una parentela (e non solo di un conflitto fra estranei) è un’operazione difficile, costosa, temeraria. Eppure, dopo qualche tempo dallo shock, qualcuno si mette in cerca di questa parentela; e a farlo, è proprio la vittima o i suoi congiunti più cari… forse, semplicemente perché sono proprio loro ad avere il bisogno più sentito di “istruire una prossimità”.

Quando un bullo umilia un suo coetaneo estorcendogli un panino, lo sottomette per avere il panino o gli prende il panino per umiliarlo? E il suo bisogno di umiliare la vittima da cosa nasce?

La scena dell’abuso, nella gran parte dei casi, può essere riassunta come quella di un soggetto costretto all’impotenza da chi, pilotato dall’odio verso chi lo ha reso a sua volta impotente, ha bisogno di espellere la propria vulnerabilità. Il bottino, che nell’opinione comune è la meta del reato (ma che non a caso viene consumato in un baleno), credo sia soprattutto un diversivo per coprire che l’obiettivo del reato è ottenere un’ennesima conferma (che però non basta mai!) d’essere così invincibili da non potere essere sottomessi, tanto duri da potere sfidare il fantasma di un genitore castrante e/o latitante, tanto indipendenti da potersi lasciare alle spalle la propria impotenza, delegandola, una volta per tutte, alla vittima. Qualcuno lo fa umiliandola, qualcuno offrendo un bicchiere d’acqua a chi sbianca per la paura nel corso di una rapina, ma è ancora un sintomo… e i sintomi, si sa, ritornano mille volte proprio perché non se ne riconosce il messaggio, costringendo il loro “esecutore” a girare dentro un loop da fare invidia a Sisifo.

Le persone detenute che avevano offerto le loro considerazioni nel corso dell’incontro, invece, sembravano motivate a interrogarsi sull’origine dei loro sintomi e sull’humus dei loro reati quanto gli altri protagonisti della ricerca, vittime e magistrati compresi. Fra di loro, uno confidava che un tempo pensava di essere diventato adulto il giorno in cui ha picchiato suo padre, e che in tempi più recenti si era invece reso conto che essere adulti è una meta verso la quale, nella più sorridente delle ipotesi, si procede intrecciando il piacere della libertà con il piacere della responsabilità verso l’altro.

Finalmente possiamo rallegrarci, almeno con alcuni, del fatto che le stesse persone che in passato sono state carnefici oggi ci aiutano a ricostruire il mosaico dell’identità deviante e a toccare con mano che, quando l’arbitrio e l’eccitazione diventano il principale strumento per zittire il proprio senso di marginalità, il reato può investire chiunque, come chiunque può essere investito da un autista ubriaco o da un burattino intontito dal delirio di un’indipendenza posticcia.

Ma se perdere un figlio per un incidente, per una disgrazia priva di intenzioni, causa dolore e sgomento, perderlo per volontà di una marionetta mossa dal delirio, comprensibilmente, genera un tormento che non si placa. Chi perde un congiunto rimane legato per tempi lunghissimi all’omicida. Quasi sempre, in un primo momento, la vittima sviluppa verso il colpevole odio e voglia di vendetta; poi, molte volte, passa al desiderio che il processo gli “restituisca” la giusta punizione; infine (ma qualche volta anche in tempi molto brevi), soprattutto per chi a causa del reato ha perso un congiunto, accade che il desiderio di giustizia si trasforma nel desiderio che il reo possa sviluppare la coscienza della perdita causata. Ricordo le parole straziate della moglie di una delle vittime della strage di Capaci al funerale: “Io li perdono, ma loro si devono inginocchiare… ma lo so, loro non si inginocchiano”. Perché questo bisogno così intenso che la persona che ci ha ferito abbia coscienza del nostro dolore? Perché questo bisogno di far pace con gli assassini del marito?

Probabilmente, anche dopo che il male ha ultimato il suo corso, nessuno quanto la vittima ha bisogno che nel carnefice nasca la coscienza dell’altro. Sembra paradossale, ma molto spesso chi ha subito una perdita così grave ha bisogno di pensare al congiunto che ha perso la vita insieme con la persona che gliel’ha tolta, qualche volta persino di sentirla parte della sua stessa cerchia affettiva. Chi patisce il dolore ha bisogno che dal dolore nasca qualcosa e di orientarlo in una direzione… e questa direzione non può essere quella dell’odio… perché nel tempo la vittima capisce che la prigione dell’odio consuma la sua stessa vita senza restituirle nulla. La vittima capisce, potremmo aggiungere, quello che il carnefice ha difficoltà a riconoscere e che tiene distante da sé grazie all’eccitazione compulsiva di droghe e abusi di potere.

Si intuisce che aiutare chi subisce un reato a emanciparsi dalla ragnatela che quasi sempre ne avviluppa i pensieri è doveroso e funzionale per la salute sociale almeno quanto favorire l’evoluzione del reo. Ma perché chi ha subito il male ha così tanto bisogno che chi lo aveva causato ne abbia coscienza? Spessissimo vediamo le vittime spendere a tale scopo incredibili quantità di energia. Ricordo che circa 20 anni fa Luciano Paolucci, padre del piccolo Lorenzo, ucciso da un pedofilo, venne una domenica da Foligno a San Vittore senza altro compenso che la possibilità di riflettere col Gruppo della Trasgressione sul perché del male subito da suo figlio.

Credo che la lacerazione dovuta a una grave perdita affettiva, giunta traumaticamente e senza una comprensibile ragione, per potere essere tollerata, debba diventare seme di una storia: il terremoto non ha volontà, traumatizza, ma non chiude i sopravvissuti nella prigione del rancore; quando la morte viene determinata intenzionalmente, invece, i parenti più stretti della vittima, per poterne sopportare la perdita, hanno bisogno che la volontà dell’omicida cambi direzione, che l’odio mortifero diventi coscienza della prossimità e origine di nuove relazioni. Ma perché questa “gravidanza” possa essere avviata, occorre la ricostruzione di una storia che, di fatto, non conosce nemmeno il carnefice, se non nei suoi risvolti più superficiali e comunque non nei nodi che sono all’origine delle sue scelte; occorre una storia che conduca chi ha commesso l’abuso alla libertà di entrare in relazione con l’altro.

Con questo non si vuol dire che il reato viene commesso in una condizione di “illibertà”; è assiomatico che chi commette un abuso ne è responsabile. Ma se per la società non è possibile fare a meno del presupposto della responsabilità e se per la Legge è ragionevole misurare soprattutto la responsabilità nel reato, per la psicologia è importante interrogarsi sui meccanismi in virtù dei quali la persona allarga o restringe ogni giorno i confini della propria libertà. Per chi indaga sui retroscena della scelta, l’area della responsabilità riguarda anche la cura o l’incuria con cui ci si occupa della propria libertà di scelta e degli stati d’animo che ne costituiscono il liquido amniotico. Al Gruppo della Trasgressione, dove l’esplorazione di questi territori è pratica quotidiana, recentemente uno dei componenti diceva che “recuperare la coscienza del proprio delirio e del male perpetrato corrisponde a restituire alle vittime il dolore e il rispetto che meritano e a noi stessi il risveglio dall’anestesia nella quale abbiamo vissuto”.

Ascoltando le parole dei magistrati, dei giornalisti, delle vittime e di chi a suo tempo è stato carnefice, si percepisce, chiaro, il desiderio di tutti di recuperare coscienze esiliate; da parte mia, credo che per farlo occorrano storie che permettano alla “banalità del male” di disvelare la sua intelaiatura nascosta e corrosiva.

Per riuscirci, però, non basta perdonarsi e abbracciarsi; è indispensabile, tra l’altro, che l’immagine cristallizzata dell’autorità che di solito ha il criminale (quella di un tiranno che esercita il potere esclusivamente a proprio beneficio) venga rielaborata e bonificata. Ma questo diventa del tutto impossibile senza programmi mirati e se non si tiene conto del fatto che personaggi pubblici e, a volte, perfino figure istituzionali si lasciano sovrapporre al prototipo di autorità che chi commette abusi ha interiorizzato già nei primi anni di vita. Affinché una punizione e la restrizione della libertà possano essere tollerate senza diventare per il ristretto un’ulteriore autorizzazione alla pirateria, occorre che il condannato possa imparare a nutrirsi della relazione con l’altro, e questo è possibile solo se il dolore della punizione e la fatica di recuperare la coscienza esiliata vengono condivisi dall’autorità stessa (particolarmente interessante sul tema la relazione della dott.ssa Cosima Buccoliero al Teatro Dal Verme lo scorso 15 ottobre).

Per fortuna, pur se il rinnovamento del clima istituzionale avviene con lentezza, questa è la direzione degli ultimi anni. Avviare studi e aprire spazi strutturati in cui ci si possa servire della motivazione che hanno in tal senso le vittime di reato non può che giovare alla causa. È vero che la vittima ha bisogno di recuperare la prossimità col suo carnefice per tornare a vivere libera dal rancore, ma questo, oltre a essere un valore morale, è in definitiva ciò di cui abbiamo bisogno noi tutti.

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Ricordi di un’età

Ricordi di un’età
Tonino Scala

Sognerò di me
di quel passato che non c’è
e di quel tempo che verrà
che non sarà mai più com’era

Sognerò di te
di tutto quello che c’è stato
di tutto ciò che era sbagliato
e di quel “giusto”
che abbiamo buttato via.

Sognerò e so già
che non vorrò svegliarmi più
e non smetterò di cercarti
per parlarti e raccontarti
che son qui,
che non sono andato via
e non mi son lasciato andare
e non ho cercato niente
sono qui ad aspettare
che qualcosa cambierà
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

Sognerò una strada
che non ho tracciato mai
ma anche al buio la troverei
e una casa che non ho abitato mai

 

Parlerò a un amico
che non ho conosciuto mai
ma che sa tutto di me
e che mi perdonerà
tutte le volte che …

Sognerò e so già
che quando mi risveglierò
avrò poco tempo per spiegarti
che c’è stato un tempo per parlarti
e un tempo per ascoltarti
ma … ma è mancato quello
per capirci e sopportarci
e adesso non ci resta
che guardare avanti …
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

per parlarti e raccontarti
che son qui,
che non sono andato via
e non mi son lasciato andare
e non ho cercato niente

sono qui ad aspettare
che qualcosa cambierà
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

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Dentro ognuno di noi

Dentro ognuno di noi
Tonino Scala

Dentro ognuno di noi
c’è nascosta un’idea
servirebbe a cambiare una vita
inventarla a misura
ne varrebbe la pena
di provare a partire
si potrebbe tornare bambini
e nelle mani il domani

Dentro ognuno di noi
c’è nascosto qualcosa
e vorresti tenerla ed usarla
con molta pazienza
non la trovi nel banco dei pegni
nelle notti agitate
è la cosa più rara che hai
per non perderti mai

ed io posso scoprire dov’è
nascosta dietro il mio cuore
che posso aprire e far crescere
fino a poterla sognare
proprio dentro di noi
c’è un bimbo
che ci difende e ci fa ripartire

La nicchia, la crosta e il rosmarino

tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea

adesso immagina qui
una grande poesia
dove tutto è nascosto e proibito
dove niente è sicuro
a volte è sincera
ed inventa l’amore
nasconde i nostri cuori
dagli ostacoli

ed io posso scoprire dov’è
nascosta dietro il mio cuore
che posso aprire e far crescere
fino a poterla sognare
proprio dentro di noi
c’è un bimbo
che ci difende e ci fa ripartire
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea

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Il sapore delle ciliegie acerbe

Il sapore delle ciliegie acerbe
Carmelo Impusino

Quando ero bambino, vicino a casa mia, a un centinaio di metri dall’ortomercato, c’era un distributore di benzina all’interno di un’autorimessa con due entrate su due vie ad angolo. Per me e per alcuni miei amici era un punto di riferimento e un appuntamento quasi settimanale. Quello che ci attraeva di quel posto erano due alberi, un ciliegio e uno di fichi verdi, a ridosso del muro della rimessa, staccati alcuni metri l’uno dall’altro.

Durante la settimana non potevamo avvicinarci per via del benzinaio che lavorava a pieno regime, specie con i camion di transito per l’ortomercato; lui ci impediva di salire sugli alberi, non tanto perché non voleva che ne prendessimo i frutti, che alla fine nessuno coglieva, ma più che altro perché aveva timore che potessimo farci male cadendo giù. Ma la domenica le pompe di benzina erano chiuse e gli alberi erano incustoditi, tutti per noi. Sembrava fossero loro stessi a invitarci a coglierne i frutti, che altrimenti sarebbero andati persi a terra. E così, dopo pranzo, armati di sacchetti, dal basso dei nostri sguardi di bambini, ci ritrovavamo lì a scrutarli ancor prima di arrampicarci, alla ricerca dei punti più invitanti. Ricordo ancora come lo sguardo e il pensiero però andavano anche a tutti quei frutti sprecati che nessuno aveva potuto o voluto cogliere e che ormai giacevano a terra in via di decomposizione. E questo mi faceva arrabbiare.

Gli alberi erano alti entrambi una decina di metri e per noi diventava un vero piacere scalarli ramo dopo ramo fino ad arrivare nei punti alti e ai frutti più maturi. Quelli acerbi provavamo a lasciarli maturare rispettosamente…  a dire il vero, non sempre! A volte, presi dalla golosità o da chissà cosa, mangiavamo anche quelli. Non sapevamo aspettare… da un albero all’altro coglievamo fichi e ciliegie, e nonostante l’intesa di mangiarli a fine raccolta, spesso non riuscivamo a resistere alla tentazione di mangiarli ancora seduti sui rami.

Il nostro luogo per la pausa era il tetto della rimessa stessa, lungo e largo una cinquantina di metri, in catrame e metallo. Alto un po’ meno degli alberi, ci permetteva di mangiarne i frutti seduti comodamente, ma anche di correrci sopra, guardare le strade dall’alto e sentirci in contatto con una dimensione tutta nostra. Dopo qualche ora tornavamo a casa sporchi, stanchi e appagati. Mia madre, nonostante le macchie sui miei panni e il lavoro per lavarli, mi sorrideva… un po’ per quei frutti che avevo portato, un po’ perché quei frutti le davano la certezza che quel giorno non avevo fatto danni o creato problemi.

Oggi, pensando a quei giorni e a quegli alberi che abbracciavo e scalavo, che mi divertivano, sporcavano e nutrivano, non posso non pensare a loro come agli amici, genuini, silenziosi e accondiscendenti che hanno fatto parte della mia infanzia. Non avrei immaginato di poterli pensare un giorno con questa visione amichevole, ma la realtà è che, solo ora che li ho ritrovati nei miei ricordi, ne riconosco il loro valore. Mi auguro che ci siano ancora e che possano aver dato e diano tuttora anche ad altri le stesse emozioni che hanno dato a me. Anche quei frutti che giacevano a terra sono oggi per me spunti di riflessione; forse avrei voluto anch’io essere un buon frutto a beneficio di qualcuno, mentre invece un po’ mi accosto a quei frutti sprecati che giacevano a terra.

Nel profondo del mio cuore avrei voglia di scalarli e sporcarmi ancora con loro, abbracciandoli e salutandoli come accade con gli amici che non si incontrano da tanti anni. E proprio come si trattasse di vecchi amici, mi piacerebbe ringraziarli per avermi nutrito un po’ il cuore, per quei genuini sorrisi che assieme abbiamo regalato a mia madre, per quell’indimenticabile sapore delle ciliegie acerbe, pieno di significato, che nessun fruttivendolo potrà mai darmi.

La gratitudine

La gratitudine
Carmelo Impusino

Ai tempi in cui andavo a scuola cambiai più volte classe per motivi di logistica e per le bocciature, finché non abbandonai definitivamente la scuola in seconda media. Alle elementari ci fu una mia maestra di sostegno della quale non ricordo il nome, ma che mi avvicinò alla lettura esclusivamente con i fumetti. Poi ce ne fu un’altra, Prof.ssa Barbera, che mi fece conoscere il fascino del cosmo, e proprio come faceva la maestra di sostegno, anche lei mi portava libri illustrati che riuscivano letteralmente a rapire la mia attenzione, e oggi come oggi i miei tatuaggi la dicono lunga su come l’universo mi abbia affascinato. Ma ci anche fu quello che ritengo essere stato il mio maestro più significativo per quel che mi ha lasciato interiormente in positivo.

Ero in prima elementare nella classe N quando incontrai quello che fu il mio primo maestro di scuola, il Professore Amerigo Mungo, nella scuola Tommaso Grossi, in via Monte Velino, nel quartiere sudest di Milano. Era un uomo sui settant’anni, alto, magro e calvo, con dei sani principi e metodi educativi d’epoche passate; raramente lo si vedeva sorridere, e quando si arrabbiava lo si capiva inequivocabilmente poiché alzava notevolmente la voce. Ero l’unico che riusciva a dargli grattacapi e soddisfazioni nello stesso tempo; credo di essere stato il classico alunno che nessun maestro vorrebbe mai nella propria classe, credetemi sulla parola. Ai tempi però più che un maestro da ascoltare per me rappresentava un ostacolo che non mi permetteva di fare quello che volevo a scuola. Non si possono contare tutte le volte che finivo la lezione fuori dalla classe, in corridoio, seduto sul calorifero a guardare dalla finestra, dove giocavo a indovinare il colore delle macchine che passavano nel viale sottostante. Ogni tanto quando facevo davvero troppo casino mi arrivava un sonoro ceffone piuttosto che finivo in direzione al cospetto del preside, un brav’uomo simpatico, che al posto di sgridarmi mi faceva scrivere a macchina. C’erano però dei giorni in cui il maestro era contento di me, erano quelli dove si faceva il laboratorio di creta e lezioni di scacchi, ma soprattutto erano le lezioni sui temi e riassunti su eventi e personaggi storici, tanto che una volta, scherzosamente, mi soprannominò il poeta maledetto, in quanto trovava i miei concetti al di sopra delle righe, e quindi meritevoli dì voti alti e soddisfazione.

Il maestro un giorno ci portò in classe sua figlia di circa 3 anni, che tutti sapevamo essere adottiva. Non ricordo il suo nome, ma ricordo ancora limpidamente quella piccola bambina con gli occhi azzurro intenso e i capelli neri a caschetto, silenziosa e sorridente, sembrava davvero una graziosa bambola. Ricordo bene anche la tenerezza con la quale il maestro la trattava, una tenerezza che a uno come me, nato e vissuto nelle periferie degradate di Milano, in una famiglia disagiata, fratello di sei figli con un padre sempre in carcere e una madre sempre al lavoro per mantenerci, è sempre mancata; e così da quel momento di quel maestro ebbi una visione diversa, più umana e meno formale, e quel giorno per quanto mi riguarda rappresentò davvero una delle lezioni più significative della mia vita sotto l’aspetto interiore, solo che ancora non lo capivo.

Giunto in terza elementare cambiai classe e maestri, ma con il maestro Mungo rimasi sempre in buoni rapporti a tal punto che quando a scuola mi vedeva mi chiedeva sempre come stavo e come andavo, specie con le partite a scacchi. Non essendo più il mio maestro, per me non rappresentava più quella figura che si frapponeva tra me e la baldoria che facevo in classe, quindi era diventata una persona amichevole che trattavo con stima e rispetto.

Gli anni passarono e arrivai alle scuole medie portando inconsciamente con me quel piccolo bagaglio di apprendimenti che col passare del tempo andava via via migliorando. Un bel giorno, durante le mie bigiate e le scorribande metropolitane verso il centro di Milano, seguendo il tragitto più veloce e scorrevole dal centro città al mio quartiere e viceversa, io e qualche amico aspettavamo il bus 84 alla fermata davanti a un portone di via Fratelli Campi, tra via Spartaco e viale Monte Nero, quando a un tratto vedemmo uscire dal portone il maestro Mungo, che ci vide e subito ci sorrise salutandoci e mettendosi a parlare con noi. Ad una finestra al terzo piano una donna chiamò il maestro per nome, quasi a volersi sincerare che non ci fosse qualche problema. Il maestro ci disse che quella era sua moglie e quella la finestra di casa sua, e così la salutammo facendo le presentazioni; subito dopo arrivò il bus e così dovemmo salutarli.

Gli anni passarono, e lasciai le scuole per continuare la carriera nell’illegalità cominciata ormai già da tempo, e che mi portò in carcere minorile qualche settimana dopo aver compiuto quattordici anni, ancor prima di abbandonare le scuole. Ogni tanto casualmente mi ritrovavo ad aspettare il bus sempre alla fermata dove abitava il maestro, e puntualmente buttavo lo sguardo al suo cognome sul citofono e alla sua finestra, che trovavo quasi sempre o tutta chiusa o tutta aperta ma con le tapparelle sempre tutte alzate, come a voler sfruttare appieno la luce solare; speravo sempre di incrociarlo e salutarlo, ma non ebbi occasione.

A sedici anni, a causa del forte attrito con mio padre andai in una sorta di comunità collegio dove quantomeno riuscii a prendere la licenza media alle 150 ore, e così per qualche tempo non ebbi più modo di passare sotto casa del maestro; in collegio ci rimasi fino alla maggiore età, poi tornai nel mio quartiere, dove grazie al mio sguazzare nell’illegalità, che continuò pure in collegio, ormai vivevo in piena autonomia. Parlando con qualcuno venni a conoscenza che il maestro Mungo era morto, questo mi rattristò ma non spense il pensiero verso lui, e così passando spesso in tram o in auto davanti al portone del maestro gettavo sempre uno sguardo alla sua finestra, e quando ero in scooter a volte mi fermavo apposta per vedere se ancora c’era il suo cognome sul citofono, che sì, trovai sempre lì. Il mio agire e il pensiero ormai si accontentavano della malinconica emozione che mi suscitava il ricordo che avevo di lui e di sua figlia.

Passarono altri anni e nel 1999 venni arrestato e condannato pesantemente. Nel 2005 mi ritrovai nel carcere di Fossombrone in una situazione punitiva, e il vivere in cella chiusa e singola, per istinto di sopravvivenza interiore, mi fece rispolverare quelle basi che il maestro mi aveva insegnato e così, oltre che a ritrovarmi a giocare spesso a scacchi con qualcuno nelle ore d’aria, mi ritrovai nelle restanti ore della giornata, chiuso in cella con una penna e un’agenda in mano. Dal basso della mia cultura e forte della mia presunzione, giocai a mettermi alla prova nella scrittura, scrivendo poesie, fiabe, racconti, canzoni e anche un romanzo. Per un paio di anni dovetti scrivere esclusivamente a penna, poi grazie ad una direttrice di vedute costruttive, che subito riuscirono a far scappare, potei acquistare un computer da tenere in cella, e con quello mi addentrai in una forma più approfondita della scrittura e la cultura. Partecipai a vari concorsi, a volte classificandomi e vincendo pure un premio in denaro, e venni anche inserito in alcune antologie. Il piacere della scrittura ormai era entrato nel mio metabolismo, e mi accompagnò anche quando tornai in Lombardia nel carcere di Bollate e, sebbene fossi preso da molte altre cose, non persi l’entusiasmo e la voglia di mettermi alla prova anche come redattore per le riviste del carcere, scrivendo articoli di vario genere.

Dopo un paio di anni di Bollate finalmente ottenni il lavoro esterno e i permessi premio, e fu così che in un modo o nell’altro ero nuovamente in giro per Milano dopo 13 anni circa dal mio arresto. Presto mi trovai a ripassare casualmente anche davanti al portone del maestro. Ormai avevo più di quarant’anni ma era come se fossi rimasto quel ragazzino di allora, curioso, attratto da quel portone, quella finestra al terzo piano, e quell’immagine nostalgica del maestro che puntualmente mi balenava ogni volta che passavo di là; e così mi fermai nuovamente per vedere se era cambiato qualcosa, e scoprii che il cognome sul citofono era ancora lì, fermo nel tempo, proprio come quella finestra a volte aperta e a volte chiusa, proprio come il mio pensiero e il mio rituale.

Passarono ancora un paio di anni circa e venni scarcerato in affidamento sul territorio. Transitando in scooter davanti a quel portone avevo scoperto un buon panettiere, e se avevo un po’ di fame ero solito fermarmi per mangiare un pezzo di pizza, parcheggiando lo scooter proprio accanto al citofono del maestro. Ora che il maestro non c’era più pensavo a sua moglie, che sicuramente era anche lei deceduta vista l’avanzata età, ma soprattutto pensavo a sua figlia, calcolando l’età di quest’ultima, ricordando ancora limpidamente la sua immagine da bambina, cercando di immaginarmela ora e fantasticando di incontrarla per salutarla e scambiare qualche parola in ricordo di quei tempi che tanto mi erano rimasti nel cuore e nella mente.

Un giorno di metà primavera del 2014 mi ritrovai puntualmente ancora davanti a quel portone a mangiare pizza guardando citofono e finestra, manco fosse un appuntamento dovuto, quando ad un tratto vidi avvicinarsi al citofono una donna con i capelli lunghi neri che subito suonò il citofono del maestro. La cosa mi colse di sorpresa, e tra masticazione e stupore rimasi di sasso. I secondi passavano, mentre la donna, con il volto girato verso il lato opposto al mio, aspettava che qualcuno rispondesse al citofono. Dopo una decina di secondi qualcuno rispose e la donna disse un semplice: sono io! Questo bastò per aprire il portone. Allo scattare della serratura del portone finalmente la donna nell’azione dell’aprirlo si voltò verso di me mostrandomi il volto; i suoi occhi erano di un azzurro intenso, proprio come quelli della figlia del maestro, e in cuor mio non ebbi alcun dubbio sul fatto che fosse lei.

Avrei voluto fermarla per sincerarmene, salutarla e raccontargli chi ero, e di quanto quell’immagine di suo padre con lei a scuola mi fosse rimasta in mente come immagine simbolo di qualcosa di buono, bello e genuino nei valori della mia vita. Ma soprattutto avrei voluto parlarle di suo padre, della forza e dell’importanza di quello che mi aveva insegnato in quei due anni di scuola elementare, e di quanto quelle basi del gioco degli scacchi e della scrittura che mi aveva insegnato mi avessero aiutato a vivere serenamente e al meglio i lunghi anni di detenzione, ma non ebbi il coraggio o la prontezza di farlo, e lei entrò dentro al portone che si richiuse velocemente alle sue spalle, lasciandomi pensieroso ma felice di aver dato delle risposte quantomeno ipotetiche ma soddisfacenti alle mille volte che fra me e me mi ero chiesto di loro.

Nel tempo mi rimase il rimorso di non averla fermata, chissà, forse un giorno avrò un’altra occasione, poiché è certo che in futuro mi fermerò ancora a quel portone che per me ormai rappresenta un esemplare e indelebile punto di riferimento emozionale che mi accompagnerà per tutta la mia esistenza, e nonostante tutti i miei errori nella vita, per quel che mi ha trasmesso mi sento di dovergli della gratitudine a quel mio maestro scolastico e di vita.

Purtroppo, dagli altri anni di scuola elementare e media, a parte la ginnastica, non ho saputo trarre vantaggio, e non mi sono rimasti ricordi significativi tali da reputarli importanti o validi anche solo per il mio lato emozionale. Oggi come oggi invece gli scacchi, la creta e la scrittura per me sono diventati veri e propri hobby che cerco di praticare quando trovo la possibilità di farlo, e il fatto che io stia concorrendo con questo scritto credo confermi la mia affermazione … grazie maestro Mungo.

La freccetta

Quell’ultimo sabato di agosto, Sara e Manuela avevano cercato la freccetta dai primi riflessi del tramonto fin quando non c’era stata più abbastanza luce. Si erano conosciute appena tre giorni prima in Toscana, in casa del nonno di Sara, dove Manuela e io, vecchio amico di Franco, avevamo deciso di fermarci qualche giorno prima del rientro a Milano.

Nella serenità di quei tre giorni, fra un salto a Vicopisano e qualche passeggiata fra gli ulivi ai quali Franco si dedica, quel sabato pomeriggio avevamo deciso di guadagnarci la cena giocando a freccette. Manuela si era unita alla sfida e tutti e tre avevamo trascorso l’ultima ora segnando con grande serietà i rispettivi punteggi.

Spesso le freccette andavano distanti dal bersaglio, ma si lasciavano sempre rintracciare sull’erba attorno. Quell’ultima freccia no! Aveva sfiorato la tavola sulla quale era appeso il bersaglio e, trasgressivamente, mentre le alette della freccia erano cadute proprio  ai piedi del nostro obiettivo, la sua punta era andata velleitariamente oltre, non si sa dove.

Le vane ricerche si erano concluse con una promessa di Sara: “Manuela, cercherò la freccetta per tutta la vita, fin quando non la troverò”.

Rientrati a Milano, Manuela e io ci eravamo dimenticati della freccetta; Sara no! E mercoledì mattina arriva la conferma della sua determinazione.

Forse nulla di strano, ma a colpirmi sono soprattutto gli occhi di Sara. A me la sua espressione richiama la felicità di chi mostra la medaglia d’oro sul podio alle Olimpiadi, ma forse per Sara la freccetta è ancora di più di un primo posto e di una medaglia.

Vorrei tanto capire cosa prova questa piccola atleta della ricerca per riuscire a comunicarlo a chi tutti i giorni smette di cercare, affidando all’eccitazione della droga e del potere il ruolo di condurlo dove, nella effimera, delirante grandiosità del momento, si conclude ogni ricerca.

Forse queste persone potrebbero poi andare da Sara e chiederle perché non ha smesso di cercare la punta della freccia che si era spinta così in là. Chissà, forse aveva solo desiderio di far contenta Manuela o forse voleva rimetterla con le altre per veder giocare ancora insieme il nonno Franco e gli altri adulti con tutte le freccette.

Ciao Sara, grazie.

Juri

 

Le storie, un passaporto verso il futuro

Perché gli uomini raccontano storie? Forse proprio per ricordare a se stessi di essere uomini. Probabilmente l’uomo è l’unico animale che racconta storie. E non le racconta per divertimento, ma perché le storie sono parte integrante della sua identità, il suo passaporto verso il futuro.

La storia è un insieme di emozioni che si incontrano e si scontrano, generandone altre e permettendo così alla storia di farsi più densa, più ricca, infondendole quella forza che le consente, anche a distanza di moltissimi anni, di mantenere intatto tutto il suo potenziale emotivo. Infatti, la storia va ben oltre lo spazio e il tempo in cui si è verificata; essa è un bene prezioso, che va salvaguardato con la massima cura.

C’è stato un tempo in cui mi sono dimenticato di essere un uomo! Che poi, a ben vedere, è in base ai pensieri che elabori e alle azioni che metti in pratica che acquisisci il diritto di sentirti uomo: credo che non si nasca uomini, naturalmente nell’accezione più nobile del termine; tutt’al più lo si può diventare!

Una mattina di circa trent’anni fa mi sono alzato dal letto come se fosse stato un giorno normale – che poi di normale nella mia vita non c’era nulla – e con una naturalezza sconcertante mi sono recato all’appuntamento con la morte, la morte di un uomo che avevo deciso di uccidere. Ancor prima di ucciderlo materialmente, l’avevo già ucciso con la mente. Come con una gomma cancelli la traccia lasciata da una matita, con la stessa apparente semplicità mi sono arrogato il diritto di cancellare l’esistenza di un uomo e, indirettamente, ho modificato il corso degli eventi di tutte le persone che gravitavano attorno alla sua vita. Come se non bastasse, dopo averlo ucciso ho provato soddisfazione: avevo dimostrato a me stesso, ma forse più agli altri, che ero un “uomo”!

All’epoca ero così presuntuoso che ero convinto di possedere tutto ciò che mi serviva per vivere al meglio quella vita dove, invece, rimanevo confinato a intontirmi e lottare per sopravvivere. Ma io mi sentivo diverso da quelli che sottostavano passivamente a questa ingiustizia; io credevo di avere le palle per prendermi con la forza quello che mi era stato negato!

Che stupido sono stato! e quanto sangue ho versato in nome di una guerra che in effetti ho combattuto contro me stesso! E così, dopo quel primo omicidio, anch’io sono morto …

Sin da piccolo ho negato le mie fragilità, soprattutto perché a quel tempo credevo che, accettandole, avrei minato le mie esigue possibilità di sopravvivenza. Sono cresciuto creandomi l’illusione di essere un bambino forte, in grado di produrre autonomamente gli elementi vitali di cui un essere umano necessita: amore, considerazione, protezione.

Naturalmente questa illusione ha avuto vita breve. Infatti, quando ho abbandonato quel luogo desolante in cui sono cresciuto e dove ho coltivato la mia rabbia, la maschera dell’indipendenza si è frantumata, dando luogo a quella dell’arroganza che, come un fiume che esonda, si è trasformata successivamente in delirio di onnipotenza, provocandomi uno scollamento dalla realtà.

Non essendo stato capace di affrontare le mie fragilità, mi sono nutrito, attraverso la violenza, di quelle degli altri. Ma l’abuso costante, che all’inizio rappresentava la mia rivalsa, come un boomerang mi si è ritorto contro, aumentando il mio senso di smarrimento e facendomi sprofondare sempre più in una spirale distruttiva che mi ha portato ad essere completamente sordo ai bisogni degli altri.

L’infanzia l’ho vissuta quasi esclusivamente con mia madre, e poiché eravamo in simbiosi ho assorbito tutto il suo male di vivere. Quello che rammento maggiormente di lei sono i suoi grandi occhi azzurri, che purtroppo rappresentavano un cielo privo di sole.

Penso che solo chi ragiona in modo superficiale può credere sia facile giungere a uccidere un uomo. Credo, infatti, che ogni macro-scelta sia figlia delle micro-scelte che quotidianamente compiamo; poco importa quanto tali scelte siano consapevoli: le conseguenze arrivano comunque! È per questo che, sin dalla più tenera età, è importantissimo comprendere che ogni nostra decisione, anche quella che sembra più banale, influirà più o meno profondamente sul nostro e sull’altrui futuro.

Essendo cresciuto senza una guida positiva, indispensabile per proiettarsi nel mondo in maniera costruttiva, intorno ai dodici anni, quando ho iniziato a commettere reati e a drogarmi, mi è venuto naturale credere che quella fosse l’unica strada che potevo percorrere; quello che avevo saputo ricavare da mio padre, con il quale ho instaurato un rapporto solo quando sono divenuto un vero criminale (prima non mi considerava), andava verso l’illegalità più assoluta. Per lui non c’era spazio per regole e sentimentalismi: un uomo doveva prendersi a ogni costo quello che desiderava. Con questi presupposti era alquanto improbabile che potessi percorrere un cammino diverso, anche se questo non può e non vuole costituire un alibi per il male che ho causato.

Quindi tutti i giorni, per anni, non ho fatto altro che nutrire la rabbia, l’unica risorsa che pensavo di possedere, compiendo quelle micro-scelte che mi hanno condotto all’atto estremo di uccidere. Quello è stato sicuramente il momento nel quale l’ultimo barlume di umanità che ancora cercava strenuamente di resistere mi ha abbandonato, lasciandomi completamente nelle mani del mio delirio. Ormai ero ammaliato dalla sensazione di potere, dal delirio di disporre della vita degli altri!

Senza più nulla che potesse arginarmi, come un treno senza macchinista lanciato a folle velocità, ho continuato a scendere sempre più negli abissi; ormai sapevo che solo la morte o la galera potevano fermarmi: il mio karma prevedeva la galera. L’arresto è stato la mia liberazione.

Sin dall’inizio ho sentito un senso di pace che mi avvolgeva: finalmente avevo smesso di correre senza meta, alla ricerca di una identità che stupidamente pensavo di conquistare con la violenza. E così ho cominciato a cercare tra le macerie di questa mia vita svenduta al primo stronzo. Che fatica è stata guardare dentro ai segreti della mia anima: troppa era la sofferenza che custodiva.

Nonostante ciò, più gli anni passavano e più sentivo l’urgenza di dialogare con me stesso. Finché nel 2000 sono giunto a Opera, luogo nel quale è iniziata la mia catarsi. Mi sono subito reso conto che avevo bisogno di elevare il mio scadente livello scolastico e pertanto mi sono iscritto a scuola. Devo molto ai miei professori, i quali con impegno, pazienza e professionalità mi hanno supportato, dandomi il coraggio per migliorarmi e per recuperare l’autostima.

Lo studio ha ampliato notevolmente la mia visione globale della vita, insegnandomi che la consapevolezza dei nostri mezzi può farci raggiungere traguardi insperati. Il punto dal quale ripartire è senz’altro l’introspezione, indispensabile per focalizzare nuove mete, rette da valori per i quali valga la pena vivere; tutto ciò con passione e creatività, ma soprattutto nel rispetto verso gli altri, con i quali ricercare una comunicazione vera e profonda, capace di scaldarci il cuore e di cogliere il messaggio che si cela dietro alle parole.

C’è voluto tantissimo tempo per ristabilire un contatto con me stesso. Ho lottato con tutte le mie forze per sradicare la concezione distorta che mi ha portato ad alienarmi dagli uomini e da Dio. Con tenacia e costanza sono sceso nelle profondità del mio inferno e ho guardato in faccia il male che ho procurato; ritengo che riconoscere il proprio male sia l’inizio di un ritrovato bene.

È stato doloroso prendere consapevolezza che la devianza si era impossessata della mia coscienza; inoltre ho compreso che, se volevo riconquistarla, avrei dovuto fare pace con il ragazzo che ero e traghettarlo verso un futuro da costruire insieme.

Oggi ho accettato le mie fragilità; esse fanno parte di me e in un certo senso mi sento in dovere di proteggerle, perché è anche attraverso il loro riconoscimento che ho cominciato a coltivare le mie qualità e a dialogare con i miei limiti.

Il passato non è qualcosa da cui possiamo congedarci, cosa che del resto sarebbe sbagliata; quello che sto cercando di fare è cucire la prima parte della mia esistenza con quella che sto costruendo da ventitré anni a questa parte, dimodoché l’una venga assorbita dall’altra. Per fare questo è necessario un collante che le unisca, che dia fondamenta solide a questa nuova fase della mia vita.

Ebbene, questo collante l’ho trovato nel Gruppo della Trasgressione, con il quale ho l’opportunità di costruire progetti a lungo termine nei quali mi riconosco e vengo riconosciuto. Il più importante di questi consiste nell’andare nelle scuole per prevenire bullismo e tossicodipendenza; inoltre ritengo che per gli studenti instaurare una relazione seria con persone con un passato come il mio possa fornire loro le coordinate per riconoscere meglio i tranelli di cui si servono i “falsi miti”  dai quali bisogna tenersi alla larga.

Mettermi a nudo di fronte ai ragazzi mi ha permesso innanzitutto di farmi riconoscere come una persona con la quale è possibile costruire qualcosa di positivo. Questa interazione mi ha dato inoltre la possibilità di valorizzare le mie fragilità e ricavarne ogni giorno nuova linfa per recuperare il bambino che c’è in ognuno e alimentare la creatività che ci rende liberi.

Non posso esimermi dal parlare della recentissima collaborazione che il Gruppo della Trasgressione ha instaurato con la Croce Rossa Italiana. Da qualche tempo, assieme ad alcuni miei compagni, ho il privilegio e l’onore di far parte proprio dell”‘unità di strada” della Croce Rossa. Andare per le strade con l’obiettivo di occuparsi delle persone bisognose è qualcosa di indescrivibile. È pazzesco rendermi conto che un tempo consideravo gli uomini delle pedine da spostare o “mangiare” a mio piacimento! Quanta dignità ho scorto nei loro volti! Ascoltare le loro storie mi ha permesso di mettere a fuoco passaggi della mia storia. Non posso che ringraziarli per avermi concesso di entrare nel loro mondo e per avermi permesso, in questo modo, di comprendere meglio chi sono stato.

E così la mia storia ha preso una piega inaspettata; io stesso non avrei scommesso un centesimo se qualcuno avesse ipotizzato che sarei rinato! E se ce l’ho fatta io, allora significa che nessuno è mai definitivamente perduto.

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Con l’AVIS il sangue per un altro scopo

Milano, 27 giugno 2017

Spettabile AVIS,

parecchie volte abbiamo sentito appelli in radio o in TV con cui invitavate i cittadini a recarsi presso i vostri centri di raccolta a donare il sangue. Non potendo venire da Voi, in quanto detenuti presso il carcere di Opera, con la presente Vi chiediamo di organizzare, qui all’interno dell’istituto, una giornata nella quale alcune decine di detenuti componenti del Gruppo della Trasgressione possano vivere questa esperienza di civiltà e di responsabilità.

Sappiamo che in passato le istanze individuali di alcuni detenuti non hanno ricevuto risposta da parte Vostra; forse esiste una regola che lo vieta. In ogni caso, dopo avere raccolto numerose richieste dei nostri compagni di detenzione e dopo aver consultato la direzione dell’istituto dove siamo detenuti, abbiamo pensato di rivolgerci a Voi con una lettera collettiva per chiederVi, oggi che abbiamo maggiore coscienza delle nostre responsabilità, di poterle onorare.

Come forse sapete, il Gruppo della Trasgressione, grazie alla mediazione del Rotary club Milano-Duomo e del PRAP (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria) da un paio di anni ha una fattiva relazione con la Croce Rossa Italiana. Molte persone del nostro gruppo, infatti, hanno frequentato il corso di “Primo Soccorso” e ottenuto il relativo attestato e alcuni di noi hanno anche seguito il corso di “Operatore Sociale Generico” e hanno completato proprio in questi giorni il tirocinio per il “soccorso in città” verso i diseredati e i senza tetto.

Per noi sarebbe un onore poter organizzare una giornata AVIS all’interno del carcere di Opera, ormai definito un gioiello di emancipazione e di recupero dei detenuti, grazie ai corsi formativi ed artistici, tra i quali eccelle il nostro gruppo. Inoltre pensiamo che, anche per voi, questa iniziativa potrebbe avere un alto valore simbolico, poiché la presenza di un vostro pullman all’interno adibito alla raccolta sarebbe come affermare che… anche in mezzo agli ultimi si possono scorgere scintille… anzi, gocce di umanità e di senso civico!

Sarebbe bellissimo organizzare una vera domenica di festa nella quale presentare tutti i progetti AVIS e tutte le iniziative del Gruppo della Trasgressione, invitando le Istituzioni Pubbliche e le famiglie, trasformando un luogo di detenzione in un centro di costruzione, di reciproco riconoscimento e di mutuo soccorso.

Molti detenuti vedono in questa possibilità un’occasione per risarcire, almeno in piccola parte, quella società che hanno ferito. Ogni atto o fatto umano lascia tracce nella memoria delle persone e dei luoghi in cui accadono… vi chiediamo quindi di aiutarci a lasciare tracce del nostro passaggio diverse da quelle che hanno contraddistinto il nostro passato.

Cordialmente,
Il “Gruppo della Trasgressione

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Nicola Petrillo, il liutaio

Nicola Petrillo è liutaio presso il laboratorio “Casa dello spirito e delle arti”, interno alla Casa di Reclusione Milano-Opera, dove sta scontando una condanna all’ergastolo.

Nasce nel 1960 a Tricarico (Matera) da genitori contadini, trasferitisi a Milano nel 1967 con l’obiettivo di un lavoro stabile e un futuro migliore per i propri figli. Frequenta le scuole dell’obbligo con scarsi risultati: bocciato sia in seconda elementare che in seconda media, dopo essere stato sospeso per tutto l’anno scolastico, ottiene il diploma di terza media come privatista per gentile regalo del preside, con la promessa di non farsi più rivedere.

Già alle elementari era un bambino problematico, arrogante e prepotente con i compagni di classe e con i professori e dedito a piccoli furti. Alle medie la sua fama di bullo era nota in tutta la scuola e nel quartiere. In continuo conflitto con il padre, autoritario, manesco e alcolizzato, giunge presto alla sua squalifica come guida. Spinto dalla rabbia e dall’odio verso tutte le figure istituzionali, viene facilmente sedotto dal guadagno facile.

Appena compiuti i quattordici anni, fa la prima esperienza nel carcere minorile Beccaria, per ritornarci ancora qualche anno dopo. Nonostante avesse trovato un lavoro come tornitore, svolto poi per più di vent’anni, entra nel carcere di San Vittore ancora nel 1981, dove sconta otto mesi per tentato furto. Nell’82 prende tre anni per una tentata rapina e possesso di armi; nell’86 altri quattordici mesi per spaccio.

Ormai contagiato dal “virus delle gioie corte“, nemmeno il matrimonio con una ragazza onesta, avvenuto nel 1988, e la nascita della figlia l’anno successivo riescono a guarirlo dal delirio di onnipotenza. Col passare degli anni, si dedica ad azioni sempre più rischiose e si allontana sempre più dai propri simili.

Nel maggio del 1999, durante una rapina a un furgone portavalori, contribuisce a togliere la vita ad un poliziotto di 27 anni (Vincenzo Raiola) che interveniva in difesa dei cittadini. Per questo reato dopo due mesi viene arrestato e condannato in via definitiva alla pena dell’ergastolo. Dopo aver girato varie carceri della Lombardia, nel 2004 viene trasferito definitivamente nel carcere di Massima Sicurezza di Milano – Opera.

Nel 2007 accadde qualcosa d’ importante. Il divorzio dalla moglie e l’amore per la figlia, lo costringono finalmente a farsi delle domande, e ogni tanto a porsi anche quella giusta. Dopo un periodo di depressione, deciso a riprendere in mano la sua vita, si rimette in gioco. Nel giugno 2009, gli viene offerta la possibilità di partecipare a un corso di liuteria organizzato da Federica Della Casa, presidente della cooperativa Opera in Fiore, e finanziato dalla regione Lombardia.

La formazione era il meglio sulla piazza: la scuola cremonese. Petrillo  lavora così con grandi maestri del calibro di Valery Kondratoff Prilipko, che forse più di tutti gli trasmette la passione per questo lavoro. A seguire, Robert Glowaschi, che gli lascia le basi per la tecnica. Petrit Koopsaj gli insegna la precisione e le malizie del mestiere. Senza dimenticare i preziosi insegnamenti di Luisa Vania Campagnolo.

Nell’ottobre del 2011, dopo un periodo di scarso lavoro per la mancanza di fondi per le materie prime e per l’assenza del maestro, colpito da uno stato ansioso per la frustrazione di non poter continuare ad imparare le ultime lavorazioni per il montaggio delle corde, le continue promesse non mantenute, con un forte conflitto interiore, rinuncia a proseguire la formazione di liutaio come volontario.

Dopo un periodo di ozio, casualmente sente parlare del Gruppo della Trasgressione coordinato dal Dott. Angelo Aparo; incuriosito dai discorsi di alcuni compagni decide di fare richiesta per essere inserito. Nell’ottobre del 2012 viene esaudita la richiesta. Dopo le prime difficoltà iniziali, acquistando fiducia nel gruppo e in se stesso, riscoprendo la propria fragilità, partecipa sempre più attivamente, ricostruendosi un nuovo scheletro e una nuova identità.

Ritrovato il proprio equilibrio grazie al Gruppo della Trasgressione, la passione trasmessa dal maestro Prilipko pulsa sempre più forte, nel frattempo il laboratorio di liuteria passa alla gestione della Casa dello Spirito e delle Arti presieduta da Arnoldo Mosca Mondadori. Nel gennaio 2014 chiede e ottiene di poter ritornare come volontario per acquisire le ultime tecniche di montaggio e l’arte della verniciatura degli strumenti. Nel febbraio 2015 torna a frequentare un corso di montaggio e verniciatura con il maestro Enrico Dell’Orto. Costruisce così il suo sesto strumento, ma il primo completo e verniciato: un Guarnieri del Gesù del 1743 mod. “Il Cannone” (così chiamato dal maestro Nicolò Paganini per il suo suono).

Ad oggi Nicola Petrillo ha costruito in tutto 12 strumenti, concedendosi il lusso di inventare un nuovo modello chiamato “Il Milanese”, al momento in fase di costruzione.

Attualmente frequenta il Gruppo della Trasgressione con impegno; da tre anni partecipa attivamente alla prevenzione della devianza, andando nelle scuole a portare la propria esperienza negativa, parlando ai ragazzi di bullismo, tossicodipendenza, spaccio e conflitti con le autorità. Frequenta corsi di criminologia e mediazione dei conflitti con l’Università Bicocca in qualità di tutor. Collabora con l’Istituzione carceraria come componente della Commissione Detenuti, al fine di migliorare la vivibilità nell’Istituto. Lavora dal 2012 come volontario bibliotecario. Fa parte della redazione del giornalino “Prospettiva Oltre” realizzato nell’istituto.

Il suo sogno nel cassetto: aprire un laboratorio di liuteria all’esterno e vivere con i guadagni del suo lavoro.

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