Tornai a casa

Tornai a casa
Giovan Battista della Chiave

Tornai a casa,
trovai mio padre.
Il suo sguardo domandava,
io risposi che non era giornata,
di lasciarmi perdere,
ma insisteva,
mi diceva di fare qualcosa.
Io chiudevo la porta alle mie spalle,
non ascoltavo e non mi ascoltavo.
Giravo l’angolo e al primo pusher
comperavo la mia dose.
Lui era anche spiritoso e mi gridava:
la uno, la due o la tre?
Prendevo la prima e scappavo via.

Tornai a casa e
ad aspettarmi c’era mio padre,
mi guardava con la tristezza di un padre.
Il mio sguardo non riusciva a incrociare il suo,
mi allungò una carezza,
per un attimo mi scaldò il cuore
mi lavò la mente,
l’unica cosa che riuscii a chiedere
furono dieci euro.
Poi la fuga, il solito tran tran,
giravo per le vie, i locali,
ma niente, nessuna pace.
Volevo uscire,
scappare dal mio girovagare
non ho trovato la forza.

Tornai a casa
non trovai nessuno ad aspettare
il divano era vuoto e
sul tavolo un biglietto:
siamo in ospedale,
papà sta male.
Con calma mi sedetti al tavolo,
misi la mano nella tasca
e consumai l’ultima busta.
Poi mi recai in ospedale,
ma ormai era tardi
il pendolo aveva battuto la fine.

Tornai a casa e
non c’era più nessuno,
nessuno che mi potesse aspettare.

Un fardello con cui lavorare

Un fardello con cui lavorare
Roberto Canavò

 
Mi sono sentito veramente colpevole
quando ho trovato chi mi ha fatto capire
che anche io ero stato vittima


Pasquetta 2019, Piazza del Duomo Milano,
Lidia Brischetto al clarinetto: Only you

Ognuno di noi possiede una sorgente di purezza dal valore inestimabile. Quando, per varie ragioni, tra cui l’ignoranza, l’insicurezza e la mancanza di una guida, non riesci ad attingervi, cadi nell’oscurità, poiché la mente ti inganna, lasciando terreno fertile alla profondità del male.

Nel mio caso, quando commettevo atti indegni e irreparabili, avvertivo prima, durante e dopo, quel campanellino d’allarme di cui è dotata la coscienza, ma nello stesso tempo, cercavo di attutirne il suono attraverso la pseudo gratificazione che mi trasmetteva il mio gruppo di appartenenza. Spesso, guardandomi allo specchio, non mi riconoscevo nell’immagine che vedevo, eppure ero io a commettere i reati che portavo a termine con la massima determinazione. Dopo avere a lungo riflettuto sul mio passato, credo semplicemente che, quando commettevo reati, non concedevo alla mia coscienza l’opportunità di consigliarmi.

Il mio arresto, che poi è stato il male minore, visto che altrimenti sarei stato ucciso, mi ha condotto, dopo un decennio di tentennamenti, ad ascoltare finalmente la mia coscienza, che altro non è che quella fonte di purezza insita in ognuno di noi. Dal profondo ho fatto emergere pian piano la mia vera identità, quella che oggi mi sta permettendo di trasformare l’uomo che ero (libero col corpo, ma prigioniero di mente) in un uomo diversamente libero; oggi posso dire di aver conquistato la libertà mentale, pur essendo prigioniero o, come è più corretto dire, detenuto.

Il mio cammino è stato favorito anche dalla Direzione dell’Istituto di Opera (MI), che mi ha dato l’opportunità di partecipare al Progetto Sicomoro, una esperienza forte basata su incontri settimanali tra parenti delle vittime di mafia e i loro carnefici. Durante gli incontri ho avuto più volte la sensazione di non essere all’altezza di quei confronti, di non essere stato attento quanto avrei dovuto con le vittime. Tuttavia, dopo il primo incontro, il più importante, il più emozionante, non conoscendo l’effetto di ciò che avrebbe sortito psicologicamente in ognuno di noi, vittime e carnefici, ho iniziato, pian piano, a prendere contatto con realtà che mai avrei pensato di poter capire o di vivere così positivamente. In quella realtà ho sentito il bisogno di esternare cose molto riservate che difficilmente avrei detto in un contesto diverso. Ho sentito e vissuto, attimo dopo attimo durante gli incontri, i dolori, le paure, la rabbia, la voglia di giustizia, ma soprattutto la necessità delle vittime di capire le ragioni e le “motivazioni” per le quali “gente” come me aveva potuto commettere fatti gravissimi come uccidere. Attraverso i loro racconti, le loro fragilità emotive, mi sono reso conto di quanto dolore ho provocato ai familiari, agli amici, ai passanti, all’intera società e a me stesso, e di quanta fragilità avevo io, nascosta da scelte scellerate, dominante dal delirio di onnipotenza.

Sì, sono colpevole d’avere sgretolato il vero senso della vita, sono altresì consapevole, una volta riemerso dalle macerie causate dalle mie nefandezze, che la mia vita ha ancora ragione di esistere e di essere messa al servizio di azioni giuste. Oggi, grazie alle possibilità che mi ha concesso l’Istituto di Opera, ho l’onore di andare nelle scuole dove porto la mia negativa esperienza di vita affinché i giovani comprendano il più possibile come si può giungere al punto dove sono arrivato io e i danni che ne derivano per tutti. Faccio questo nella consapevolezza che nessuno può cancellare il mio passato, un fardello che, insieme al mio gruppo, cerco di trasformare giorno per giorno in strumento utile alla prevenzione della devianza in generale.

Purtroppo le scelte che si fanno quando si è adolescenti sono figlie di altre scelte, il cui senso rimane difficile comprendere fino a quando non si instaura un rapporto d’ascolto con il nostro Io. Le scelte sono sempre dettate dagli stati d’animo e gli stati d’animo sono, senza che ce ne rendiamo conto, il terreno in cui si definisce la direzione della nostra vita. Una volta presa consapevolezza di ciò, si può superare quella piattaforma costruita da stati d’animo fragili per cominciare a costruirne una più solida, basata su scelte maturate attraverso lo scambio con gli altri e il contatto con noi stessi. Per questo credo oggi che l’ascolto, il dialogo, soprattutto tra genitori e figli, sono importantissimi, sono la base per un continuato d’identità e per una buona relazione con la società. Le giustificazioni, gli alibi, per andare contro le leggi e la morale, sono solo delle scorciatoie che arrecano dolore a se stessi e agli altri.

Queste cose mi sono state impresse nella mente da persone degne di valore e da veri rappresentanti della legalità. Oggi, con orgoglio, le faccio mie perché ne sono intimamente convinto. Contribuire alla rinascita e alla evoluzione di chi ha deviato è, dal mio punto di vista, un valore inestimabile. L’essere stato riconosciuto dalla società mi ha permesso di acquisire quell’autostima necessaria per mantenermi in equilibrio nei consensi e nei dissensi e per comunicare con gli altri.

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La lotta con il Leviatano

La lotta con il Leviatano
Alessandro Crisafulli

Non c’è dubbio: l’uomo ha la tendenza al tradimento. Spesso lo attua per negligenza, superficialità o perché assillato da incombenze che gli sottraggono tempo ed energie da destinare, ad esempio, al proprio figlio; altre volte tradisce inconsciamente, adottando un comportamento che ha origine dal tradimento che a sua volta ha subìto. Ma c’è anche chi tradisce colpevolmente, con spirito vendicativo, nella convinzione che è arrivato il momento di far provare agli altri le sofferenze che ha patito. Come dice il dott. Angelo Aparo, “In ogni criminale c’è un bambino tradito che desidera proiettare sugli altri il proprio dolore”.

Poiché quasi sempre il tradimento è stato perpetrato da persone dalle quali ci aspettavamo amore, protezione e considerazione, tornare a fidarsi è un’impresa titanica. Ritengo, infatti, che finché non si instaura un rapporto sempre più intimo e profondo con la propria coscienza, quella sorgente luminosa che in assenza di grossi traumi ci infonde la saggezza per discernere il bene dal male, sia impossibile liberarsi dell’impronta originaria del tradimento. Se si desidera trasformare i tradimenti, bisogna farsi coraggio e aprire le porte che da troppo tempo teniamo sigillate. I traumi dell’infanzia causano cicatrici indelebili che contribuiscono alla creazione di una personalità malata, incapace di affrontare le sfide della vita tenendo conto dei limiti necessari alla convivenza civile.

Non c’è bisogno di una laurea in psicologia per comprendere che tutto ciò che ci ha fatto soffrire e che non siamo stati capaci di elaborare, non è magicamente scomparso solo perché abbiamo fatto finta di nulla; quei dolorosi pezzi di vita violati sono finiti nell’inconscio, quel mondo sotterraneo e pericoloso che sembra abbia vita propria. L’inconscio è come una polveriera, basta un evento per innescare una reazione a catena in grado di provocare danni enormi.

Dopo molti anni di introspezione, ho imparato ad ascoltare il mio dolore; qualche volta, in un atteggiamento quasi masochistico, sono arrivato a crogiolarmi nella sofferenza provocata dai ricordi della mia infanzia, nella convinzione che questa fosse la maniera per depotenziare la carica negativa che è insita in ogni tradimento. Infatti, penso che solo dialogando con il male si possa trovare la chiave per rinnovarsi, ma per farlo occorre uscire dalla spirale distruttiva che il tradimento inevitabilmente porta con sé. Come affrontare, allora, questo Leviatano che ci impedisce di vivere in armonia con noi stessi e che quotidianamente esige che gli sacrifichiamo nuove vittime?

Come dice Jung: “Non ci si illumina immaginando figure di luce ma dialogando con le tenebre”. Tanto per iniziare, occorre divenirne consapevoli. Naturalmente non ci sono formule alle quali rifarci: ognuno deve seguire la strada che gli viene indicata dalla propria voce interiore. Personalmente, dopo aver rovistato per anni in solitaria tra le macerie del mio passato, mi sono reso conto che da solo non ce l’avrei fatta a superare i miei traumi: da soli si muore dentro. Pertanto ho iniziato a cercare alleati con i quali potevo condividere il mio fardello e, contemporaneamente, ascoltare le loro storie, perché è soprattutto grazie alle relazioni con gli altri che si può fare luce su episodi della nostra vita che, a causa della sofferenza che ci hanno procurato, vengono seppelliti nell’inconscio.

Avendo deciso di smettere di vivere con superficialità, ho incontrato molte persone disposte a questo salutare scambio. Sono certo, però, che  i primi  risultati  importanti  che ho raggiunto sono stati possibili grazie al profondo supporto che molti anni fa ho ricevuto da due psicologi, la dott.ssa Pasci e il dott. Giacci, i quali mi hanno tenuto per mano in questo necessario percorso a ritroso infondendomi il coraggio che mi ha permesso di rintracciare le origini del tradimento che ho subìto da mio padre, il quale non solo non voleva che nascessi ma è arrivato al punto di non rivolgermi, sostanzialmente, la parola finché non sono diventato un criminale…come voleva lui… Non è un tradimento questo?!

Ho portato questo enorme macigno per una vita; il peso era così reale che sino a una decina di anni fa avevo un blocco al plesso solare. Naturalmente a quei tempi non ne ancora ero consapevole; tale disvelamento, come ho detto, non sarebbe stato possibile senza il lavoro, durato un anno e mezzo, fatto assieme agli psicologi, ai quali sarò per sempre grato. Solo successivamente sono stato in grado di mettere a fuoco anche i molti tradimenti da me commessi ai danni di un’infinità di persone alle quali ho tolto la gioia di vivere.

Ritengo che solo bonificando il tradimento una persona possa reinserirsi, come cittadino, nella società. Tentare di rielaborare il passato cercando di comprendere e, soprattutto, accettare i propri sentimenti e pensieri dell’epoca, è certamente un’impresa ardua, ma il sacrificio ne vale assolutamente la pena poiché in palio c’è la prospettiva di vivere un’esistenza all’insegna della costruzione e del piacere costante che da essa deriva.

Ma la svolta decisiva è certamente avvenuta nove anni fa, quando ho incontrato sulla mia strada quello che definisco il mio gruppo di appartenenza: il Gruppo della Trasgressione, il quale oggi per me rappresenta un’oasi di tranquillità in un deserto di incertezza. In questo gruppo mi sento libero di aprirmi completamente e, grazie al continuo stimolo dei miei compagni e, in particolare, del dott. Aparo, ho rintracciato vicende del mio passato che giacevano nei recessi più bui dell’inconscio. In questo gruppo ho maturato la consapevolezza che la perfezione non fa parte dell’uomo; anzi, è proprio grazie all’imperfezione che abbiamo la possibilità di crescere ed evolverci, perché accettandola ci predisponiamo ad includere nella mente le diversità che rendono ricco e variegato il nostro viaggio esistenziale.

Oggi sono cosciente che l’infanzia mi è stata negata; per sopravvivere a ciò mi sono costruito una prigione nella quale mi sono illuso di essere protetto: in realtà, ho solo seppellito le mie emozioni. Ma da quando ho deciso di riprendermi la mia vita, tutti i sentimenti che ho negato sono tornati in superfice, esigendo l’attenzione che non è stata loro dedicata a suo tempo. Continuare a negare questi bisogni sarebbe folle, perché perderei l’opportunità di continuare il cammino evolutivo che è alla base dell’esistenza e da cui scaturisce quella meravigliosa sensazione che mi fa sentire in armonia con tutto quello che mi circonda.

Io non sono padre, ma ritengo che questo cammino possa aiutare chi lo è a spezzare definitivamente la catena familiare, quella coazione a ripetere che ti zavorra e che inconsciamente ti porta a trasmettere ai figli i tradimenti subìti e i peccati commessi.

Sull’Autorità con gli scout

Incontro sull’Autorità -3 marzo 2018

  1. L’autorità fra potere e funzione
  2. Le attese: cosa ci si attende dall’autorità, cosa l’autorità si attende dalle persone che rappresenta e per le quali è in carica?
  3. Considerazioni e iniziative utili a evidenziare come si combinano potere e funzione nell’esercizio del ruolo.

Link di approfondimento:

Le immagini mi richiamano quello che per me è uno dei tratti centrali dell’Autorità. Grazie a Sofia, dunque, per avermi concesso di servire per qualche minuto la sua Autorità prediletta.

Lu sceccu, u vecchiu e u picciriddu

Lu sceccu, u vecchiu e u picciriddu,
di Gabriele Tricomi

Su una strada piena di buche un somaro avanzava a fatica, con gli occhi di fuori e le orecchie attente. Il padrone ogni tanto lo incitava facendogli ooh, ooh! Il povero asino rispondeva accelerando l’andatura, che reggeva però solo per pochi passi perché sulla schiena portava due pesanti sacchi di cemento, acquistati dal padrone per riparare i danni causati alla fattoria dall’ultimo temporale.

Chiesi al vecchio se potevo aiutarlo a tirare il somaro, che camminava sempre di meno. Il vecchio mi rispose di andar via e di farmi gli affari miei.

Non mi sembrava giusto che l’asino soffrisse così tanto e per questo decisi di continuare a seguirli. Ma il vecchio improvvisamente venne verso di me e mi diede uno schiaffo.

Io non volevo fargli del male, ma quando mi sentii fischiare le orecchie dal dolore gli urlai contro e diedi una pacca al somaro incitandolo a fuggire.

Il somaro reagì scalciando disordinatamente e si mise a correre; il vecchio, colpito da uno zoccolo, cadde a terra esanime; io rimasi lì impietrito.

  • L'asino qualche tempo dopo l'episodio


La luce di Caravaggio

Lettera di ringraziamento
Antonio Tango

Egregio presidente,
egregi soci del Rotary Club Milano,

sono Antonio Tango e volevo ringraziarvi per la donazione. Non vi nascondo l’imbarazzo e la gioia che ho provato quando Gianpietro Borasio mi ha comunicato di aver proposto il mio nome. Il mio imbarazzo è dovuto alla frustrazione che provo perché non penso di meritarmi le vostre attenzioni, in quanto ora riconosco che io per primo ho alzato un muro verso l’altro. Fin da piccolo, non ho fatto altro che costruire pregiudizi e soprattutto considerare l’altro la causa di tutti i miei mali, del mio dolore. Così ho preso come punto di riferimento il mio rancore verso tutti.

Quasi 10 anni fa ebbi la fortuna di incrociare sul mio percorso il gruppo della trasgressione, condotta dal dottor Angelo Aparo. In tutta sincerità, all’inizio considerai il gruppo come un mezzo per uscire prima di galera. Mi ricordo come se fosse ieri… si parlava di micro-scelte e di scelte. C’era lo storico dell’arte, professor Zuffi, che con le sue lezioni su Caravaggio cercò di farci conoscere ed esplorare le nostre emozioni in risposta a un dipinto. In quel periodo nasceva anche il nostro Mito di Sisifo e tanti altri argomenti.

Ogni volta attorno al tavolo ci si confrontava senza barriere o muri. Studenti, detenuti, liberi cittadini e professionisti, tutti allo stesso livello. Lì ebbe inizio la mia rivoluzione interna. Imparai a conoscere l’altro, nei suoi difetti e nei suoi pregi, ma quello che realmente ha aperto la mia gabbia mentale è stata la disarmante naturalezza con cui gli studenti mostravano la loro fragilità. Con il loro aiuto cominciai a capire che, in realtà, per più di 40 anni sono stato un burattino in mano a un burattinaio che si chiamava rancore.

Comprenderete che, se oggi riconosco l’altro come mio alleato e non come mio nemico, il merito è del dottor Aparo e del gruppo della trasgressione di cui Giampietro è un membro storico. Devo soprattutto a loro il meraviglioso legame che sto costruendo con mio figlio Michael.

Oggi vivo la gioia del riconoscimento, del rafforzamento dei legami, perché so di aver ancora bisogno di costruire relazioni. Più relazioni costruisco con l’altro, maggiore sarà il numero di appigli per non cadere dal precipizio.

E non solo, creo sempre di più dentro di me quel senso di responsabilità che mi porterà ad essere un uomo adulto. E chissà, forse un giorno riuscirò a realizzare il mio sogno: diventare cittadino del mondo come mio figlio Michael; lui è già sulla strada.

Permettetemi di ringraziarvi ancora per la donazione. Non vi nascondo il mio reale bisogno ma, credetemi, il vostro dono più prezioso è di avermi riconosciuto delle potenzialità, cosa di cui mi ricorderò quando, in certi momenti di malessere, io per primo dubito delle mie capacità.

Gianpietro, non so se mai un giorno riuscirò a sdebitarmi. Tu, il dottor Aparo e il gruppo siete stati per me e siete la luce del quadro di Caravaggio,  siete i miei fari nell’indicarmi la rotta da seguire. E ora, grazie a te, altri fari si sono riuniti per aiutarmi nel mio nuovo cammino.

Colgo l’occasione per augurarvi di tutto cuore buone feste.

Antonio Tango

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Una domenica al Coming out

Domenica 11 giugno apriamo il Coming out alla città

Abbiamo un palco dal quale parlare, giocare, suonare. Potremo comunicare le nostre idee con discorsi seri o scherzando, con i congiuntivi al posto giusto o anche no. Magari facciamo qualche pezzo del nostro mito di Sisifo e i ragazzi delle scuole che visitiamo potranno dar voce a qualcuno dei personaggi.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
(
Divina Commedia, Inferno, 2° Canto)

Forse qualcuno di loro racconterà ai presenti il senso del rapporto fra gli adolescenti e i componenti del Gruppo della Trasgressione. Detenuti, tirocinanti e tutti i componenti del gruppo avranno la responsabilità e il piacere di verificare se e quanto il nostro progetto può interessare gli abitanti della zona Barona e i cittadini che interverranno.

Probabilmente ci sarà anche un campione italiano dei pesi welter, ma nessuno darà pugni. Noi tutti, invece, proveremo a dire cosa vogliamo far venir fuori da noi stessi e dal nostro progetto comune. Di certo sarà una giornata in cui detenuti e figure istituzionali, adolescenti e insegnanti, potranno vivere la trasgressione di oltrepassare le colonne d’Ercole e verificare se, al loro ritorno, riusciranno a comunicare agli altri l’umanità e la ricchezza dell’esperienza vissuta.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
(Divina Commedia, Inferno, 26° Canto)

Per questo avremo chi porterà musica rap e chi canterà De André, avremo chitarre e violini e tamburi. Ci saranno grigliate, pane dal carcere, le piante di Opera in fiore e la bancarella di Frutta & Cultura. Se le cose vanno come si spera, dovremmo avere i primi esponenti del Coming out.


A mio figlio

Dal diario di Marcella di Levrano

Mio figlio sarà come me, saprà soffrire e nello stesso tempo essere felice, gli insegnerò ad affrontare le cose come ha fatto la sua mamma, ad avere gli stessi ideali, a lottare per amare, e a soffrire, a saper soffrire. Solo in questo modo io non morirò mai, morirà solo il mio corpo, quello che c’è dentro di me non si distruggerà, se no a che serve nascere? E’ per questo che vorrei un figlio!!

Dedicato a lei o lui.

Io vorrei insegnarti a soffrire, a sbagliare, a pagare e soffrire per il tuo sbaglio e quindi ad uscirne fuori più forte! Perché la libertà la si conquista giorno per giorno, pagandola prima di averla e continuando a soffrire per tenerla viva. E libertà significa prima di tutto “vita”. E se piangerai per la vita non ti prenderò in giro! Forse non ti dirò nulla, ma ti sarò sempre vicino, anche quando la vita stessa ci porterà lontano.

Così forse potrò aiutarti anche ad essere donna, una donna che riesce a vivere senza rancori ed inibizioni. Potrò aiutarti a non essere nemica dell’uomo in quanto maschio, e a capire che in ogni uomo non troverai solo un amante, ma un’altra te.

Sei nata per amore e d’amore voglio che sia piena la tua vita. Il tuo amore deve essere gioia, aggregazione, lotta. Anche verso di me. Chiamandomi pure stronza o regalandomi un bacio. Chiamandomi per nome oppure mamma. Perché sarai tu ad insegnarmi ad essere donna e madre. Perché tutto avrà senso solo se cresceremo insieme, costruendo poco a poco un’identità. Nell’autonomia, nel rispetto, nell’amore.

La tua mamma

 

Note di Piero Invidia
Marcella vive con la famiglia nella provincia di Brindisi. Nel 1984, a 20 anni, resta incinta dalla relazione con un ragazzo, da cui poi viene lasciata sola nella sua scelta di diventare madre.

Essa stessa è nata, seconda di tre figlie, in una famiglia, in cui la madre si separa da un marito rivelatosi violento e irresponsabile. Marcella trascorre così parte della sua infanzia con i nonni materni e quando si ricongiunge con la madre e le due sorelle –bella, vivace ed estroversa- rivela anche tratti di sofferenza ed estraneità nel gruppo familiare…

Nel secondo anno delle scuole superiori con delle coetanee ha le prime esperienze di tossicodipendenza e viene rifiutata dalla scuola. Si trova così a continuare su quella strada per 4 anni. Ma quando sa di essere incinta, ne è felice e decide di allontanarsi dalle sostanze e lo farà fino alla nascita della sua creatura.

Le toccanti riflessioni del suo diario vengono scritte in questo contesto.

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Un viaggio nell’adolescenza

Roberto Cannavò

L’esperienza che sto vivendo con gli studenti del Pia Marta è una forma di rivisitazione della mia, anzi mi permetto di dire, della nostra adolescenza. A differenza dell’esperienze che abbiamo fatto fino a oggi presso le varie scuole di Milano e Provincia, dove i confronti con gli studenti sono stati quasi sempre stati introdotti da rappresentazioni teatrali (il mito di Sisifo e altro), al Pia Marta abbiamo seguito un altro percorso, interagendo direttamente con alcuni studenti di circa 18 anni, segnalati per la loro “vivacità” dallo stesso Istituto.

Il 27 febbraio abbiamo avuto il primo incontro, durante il quale vi è stata una reciproca esplorazione tra loro e noi. Il 6 marzo, per essere più incisivi e per creare un po’ d’intimità, ci siamo divisi in 2 gruppi. In quello di cui faccio parte, l’inizio è stato, da parte degli studenti, solo di ascolto: nessuno di loro aveva rotto il guscio. Quindi, Massimo, componente del Gruppo della Trasgressione, ha iniziato a parlare della sua adolescenza e di tutte le scelte sbagliate, sicuramente fatte anche per colpe non sue, che lo hanno portato su percorsi devianti. Accanto a me era seduta una studentessa che aveva prodotto uno scritto, ma che, forse per mancanza di autostima, come in seguito mi confidò, non voleva fosse letto. Alla fine, tuttavia, siamo riusciti nell’intento di condividerlo.

Intanto che Massimo continuava a raccontarsi, cercavo di spiare nel modo più discreto possibile le emozioni di ogni singolo, compresi i miei compagni di gruppo. L’attenzione è stata altissima e mi ha fatto da apripista per raccontarmi un po’. Lo stesso hanno fatto altri miei compagni. Poi, durante una piccola pausa, ognuno di noi si è relazionato, a livello individuale, con uno studente e quando abbiamo ripreso l’incontro, come per magia, si sono rotte le corazze, così che abbiamo raccolto da ogni studente un pezzo della sua vita.

Ciò, secondo l’esperienza che sto facendo da anni con il gruppo, si è potuto realizzare (non avevo nessun dubbio in merito) in conseguenza del fatto che per primi ci siamo raccontati noi. I ragazzi prima si sono a tratti rispecchiati nelle stesse problematiche, poi è stato per loro quasi un dovere restituirci qualcosa del loro intimo.

Abbiamo creato così tanto feeling che il 20 marzo 2017, penultimo giorno dei nostri incontri con gli stessi studenti, abbiamo stabilito un patto: raccontare la nostra esperienza pubblicamente. Il “gioco”, se così lo possiamo definire, consisteva nell’essere protagonisti uno della storia dell’altro. Infatti, io ho raccontato, con il suo consenso, la storia di una ragazza e lei la mia. Lo stesso hanno fatto altri componenti del Gruppo della Trasgressione con altri studenti.

Sicuramente siamo all’inizio di un grande lavoro che condurrà i ragazzi e noi stessi verso la conquista di quei valori insiti in ognuno di noi, ma che sono stati abortiti nel corso del viaggio adolescenziale per ragioni che cercheremo di scoprire durante questo meraviglioso lavoro. Il tutto è così bello e promettente che auspico possa avere una continuità responsabilmente riconosciuta da parte delle Istituzioni.

I nostri obiettivi sono quelli di fare emergere le fragilità e le insicurezze che portano tante volte a rispondere con condotte devianti e con alleanze con cui si scivola gradualmente verso la perdita dei valori morali, l’autoreclusione e, nei casi estremi, il suicidio: strade che, purtroppo, abbiamo percorso in passato noi detenuti del Gruppo della Trasgressione e che, oggi, chi crede realmente nel recupero dell’uomo e della sua dignità ci aiuta a ripercorrere in senso inverso.

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