A mio figlio

Dal diario di Marcella di Levrano

Mio figlio sarà come me, saprà soffrire e nello stesso tempo essere felice, gli insegnerò ad affrontare le cose come ha fatto la sua mamma, ad avere gli stessi ideali, a lottare per amare, e a soffrire, a saper soffrire. Solo in questo modo io non morirò mai, morirà solo il mio corpo, quello che c’è dentro di me non si distruggerà, se no a che serve nascere? E’ per questo che vorrei un figlio!!

Dedicato a lei o lui.

Io vorrei insegnarti a soffrire, a sbagliare, a pagare e soffrire per il tuo sbaglio e quindi ad uscirne fuori più forte! Perché la libertà la si conquista giorno per giorno, pagandola prima di averla e continuando a soffrire per tenerla viva. E libertà significa prima di tutto “vita”. E se piangerai per la vita non ti prenderò in giro! Forse non ti dirò nulla, ma ti sarò sempre vicino, anche quando la vita stessa ci porterà lontano.

Così forse potrò aiutarti anche ad essere donna, una donna che riesce a vivere senza rancori ed inibizioni. Potrò aiutarti a non essere nemica dell’uomo in quanto maschio, e a capire che in ogni uomo non troverai solo un amante, ma un’altra te.

Sei nata per amore e d’amore voglio che sia piena la tua vita. Il tuo amore deve essere gioia, aggregazione, lotta. Anche verso di me. Chiamandomi pure stronza o regalandomi un bacio. Chiamandomi per nome oppure mamma. Perché sarai tu ad insegnarmi ad essere donna e madre. Perché tutto avrà senso solo se cresceremo insieme, costruendo poco a poco un’identità. Nell’autonomia, nel rispetto, nell’amore.

La tua mamma

 

Note di Piero Invidia
Marcella vive con la famiglia nella provincia di Brindisi. Nel 1984, a 20 anni, resta incinta dalla relazione con un ragazzo, da cui poi viene lasciata sola nella sua scelta di diventare madre.

Essa stessa è nata, seconda di tre figlie, in una famiglia, in cui la madre si separa da un marito rivelatosi violento e irresponsabile. Marcella trascorre così parte della sua infanzia con i nonni materni e quando si ricongiunge con la madre e le due sorelle –bella, vivace ed estroversa- rivela anche tratti di sofferenza ed estraneità nel gruppo familiare…

Nel secondo anno delle scuole superiori con delle coetanee ha le prime esperienze di tossicodipendenza e viene rifiutata dalla scuola. Si trova così a continuare su quella strada per 4 anni. Ma quando sa di essere incinta, ne è felice e decide di allontanarsi dalle sostanze e lo farà fino alla nascita della sua creatura.

Le toccanti riflessioni del suo diario vengono scritte in questo contesto.

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Un viaggio nell’adolescenza

Roberto Cannavò

L’esperienza che sto vivendo con gli studenti del Pia Marta è una forma di rivisitazione della mia, anzi mi permetto di dire, della nostra adolescenza. A differenza dell’esperienze che abbiamo fatto fino a oggi presso le varie scuole di Milano e Provincia, dove i confronti con gli studenti sono stati quasi sempre stati introdotti da rappresentazioni teatrali (il mito di Sisifo e altro), al Pia Marta abbiamo seguito un altro percorso, interagendo direttamente con alcuni studenti di circa 18 anni, segnalati per la loro “vivacità” dallo stesso Istituto.

Il 27 febbraio abbiamo avuto il primo incontro, durante il quale vi è stata una reciproca esplorazione tra loro e noi. Il 6 marzo, per essere più incisivi e per creare un po’ d’intimità, ci siamo divisi in 2 gruppi. In quello di cui faccio parte, l’inizio è stato, da parte degli studenti, solo di ascolto: nessuno di loro aveva rotto il guscio. Quindi, Massimo, componente del Gruppo della Trasgressione, ha iniziato a parlare della sua adolescenza e di tutte le scelte sbagliate, sicuramente fatte anche per colpe non sue, che lo hanno portato su percorsi devianti. Accanto a me era seduta una studentessa che aveva prodotto uno scritto, ma che, forse per mancanza di autostima, come in seguito mi confidò, non voleva fosse letto. Alla fine, tuttavia, siamo riusciti nell’intento di condividerlo.

Intanto che Massimo continuava a raccontarsi, cercavo di spiare nel modo più discreto possibile le emozioni di ogni singolo, compresi i miei compagni di gruppo. L’attenzione è stata altissima e mi ha fatto da apripista per raccontarmi un po’. Lo stesso hanno fatto altri miei compagni. Poi, durante una piccola pausa, ognuno di noi si è relazionato, a livello individuale, con uno studente e quando abbiamo ripreso l’incontro, come per magia, si sono rotte le corazze, così che abbiamo raccolto da ogni studente un pezzo della sua vita.

Ciò, secondo l’esperienza che sto facendo da anni con il gruppo, si è potuto realizzare (non avevo nessun dubbio in merito) in conseguenza del fatto che per primi ci siamo raccontati noi. I ragazzi prima si sono a tratti rispecchiati nelle stesse problematiche, poi è stato per loro quasi un dovere restituirci qualcosa del loro intimo.

Abbiamo creato così tanto feeling che il 20 marzo 2017, penultimo giorno dei nostri incontri con gli stessi studenti, abbiamo stabilito un patto: raccontare la nostra esperienza pubblicamente. Il “gioco “, se così lo possiamo definire, consisteva nell’essere protagonisti uno della storia dell’altro. Infatti, io ho raccontato, con il suo consenso, la storia di una ragazza e lei la mia. Lo stesso hanno fatto altri componenti del Gruppo della Trasgressione con altri studenti.

Sicuramente siamo all’inizio di un grande lavoro che condurrà i ragazzi e noi stessi verso la conquista di quei valori insiti in ognuno di noi, ma che sono stati abortiti nel corso del viaggio adolescenziale per ragioni che cercheremo di scoprire durante questo meraviglioso lavoro. Il tutto è così bello e promettente che auspico possa avere una continuità responsabilmente riconosciuta da parte delle Istituzioni.

I nostri obiettivi sono quelli di fare emergere le fragilità e le insicurezze che portano tante volte a rispondere con condotte devianti e con alleanze con cui si scivola gradualmente verso la perdita dei valori morali, l’autoreclusione e, nei casi estremi, il suicidio: strade che, purtroppo, abbiamo percorso in passato noi detenuti del Gruppo della Trasgressione e che, oggi, chi crede realmente nel recupero dell’uomo e della sua dignità ci aiuta a ripercorrere in senso inverso.

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Con gli studenti sulla trasgressione

Verbale dall’incontro a Opera del 29-03-2017
Cristina Brioschi

Gli studenti della scuola “Laura Conti” di Buccinasco avevano già partecipato ad un incontro con il Gruppo della Trasgressione, sono perciò arrivati al Carcere di Opera con alcuni spunti, a partire dai quali si è snodata la discussione della mattinata. In particolare, i ragazzi avevano individuato tre diversi tipi di trasgressione (utile, inutile, inutile ma comprensibile) e insieme ci si è chiesti se avessero una matrice comune.

Questa è stata dapprima individuata nel superamento di un confine e nel voler raggiungere un obiettivo. Quest’ultimo concetto è un po’ vacillato quando ci si è chiesti quale potesse essere l’obiettivo di dar fuoco ad un clochard. Si è quindi passati all’ipotesi che le trasgressioni, più che avere un obiettivo chiaro, hanno di solito una spinta confusa. Proprio il fatto che in molti casi non sono ragionate e progettate segna un discrimine tra un gesto che distrugge e uno che crea. Quest’ultimo ha come caratteristica quella di far parte di un percorso che tende ad un fine.

A questo punto Marco (ragazzo della scuola di Buccinasco) ha chiesto ai detenuti perché si fanno trasgressioni inutili e dannose, pur avendole riconosciute come tali. Spesso le si fa perché si dà il carattere dell’irrinunciabilità a qualcosa che non si possiede.

L’individuare la condizione di vita che può dar luogo a questa tensione è stato utile per capire che questa tensione ci accomuna tutti, pur se ciascuno vi reagisce in modo personale. Da piccoli capita di considerare qualcosa irrinunciabile e di volerlo subito; lo stesso succede quando si è grandi ma non si è o non ci si sente ascoltati dalle istituzioni, dalla società, dal mondo: ci si sente di nuovo piccoli e, per ottenere qualcosa, si “puntano i piedi” e si sconfina.

Abbiamo poi ragionato su come una trasgressione, da dannosa e distruttiva che era stata, può divenire utile alla crescita individuale e collettiva. I detenuti hanno cercato di comunicare agli studenti i risultati della riflessione su se stessi: tasselli necessari per il percorso sono prendere consapevolezza dei propri errori, essere capaci di autocritica, ma soprattutto comunicare con le proprie fragilità e con qualcuno in cui si ha fiducia e che possiamo riconoscere come guida.

E’ però difficile imbastire un dialogo con se stessi, se per buona parte della vita non si è nemmeno immaginato di poterlo avere: secondo Alessandro, l’esigenza di comunicare con se stessi nasce da qualcosa di non razionale che ci fa invertire la strada, un’urgenza al pari di quella che spinge a trasgredire, ma che va nella direzione opposta. Ci si accorge di non essere in equilibrio, si vedono affiorare nuove esigenze a cui bisogna fare spazio; affinando il proprio ascolto, ci si dà la possibilità di cambiare, mentre si impara a scegliere e a prendersi la responsabilità di quello che si fa. Occorre immaginarsi il proprio futuro per poterlo creare nel presente una scelta dopo l’altra: avere un progetto su di sé fa la differenza nel come facciamo le nostre trasgressioni.

Nella seconda parte dell’incontro i ragazzi e i detenuti si sono vicendevolmente intervistati per poi raccontare l’uno la storia dell’altro a tutto il gruppo. Credo che questo sia un lavoro utile per rinnovare lo sguardo su di sé, per avere una prospettiva più globale, per decifrare la propria direzione e per capire come la si sta portando avanti, per toccare con mano che quello che viviamo è stato in gran parte scelto da noi: si può continuare sui propri binari se ci si riconosce nella direzione che abbiamo intrapreso o provare a svoltare, se il nostro percorso lo richiede.

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Pedala, sennò cadi!

Ci sono certe prime volte che non ti rimangono impresse nella memoria, mentre altre difficilmente se ne andranno via. Pochi ricordano la prima volta che hanno comprato un vasetto di marmellata, o la prima volta in cui sono saliti sopra ad un ponte; ma ci sono quelle prime volte che sono così importanti che diventano indimenticabili, un confine da cui si può decifrare con precisione un prima e un dopo (e non sto parlando esclusivamente di quelle prime volte in cui i vestiti sono sparpagliati sul pavimento). Spesso può avvenire un cambiamento così profondo che la persona dimentica completamente come fosse la vita prima di quel determinato evento, quale visione avesse del mondo attorno e un po’ di chi fosse. Voglio raccontarvi di due prime volte, così distanti nel tempo eppure così simili.

Ero un bimbetto di poco più di un metro (circa 80 centimetri fa), di poche parole e una capigliatura che allora non mi sembrava così imbarazzante (o forse ancora non sapevo cosa fosse l’imbarazzo). Come tutti i giorni di primavera gironzolavo in sella al mio biciclino nel solito parcheggio davanti a casa dei miei nonni. Questa volta però non stavo sfrecciando da una parte all’altra… ero fermo, saldamente ancorato al pavimento con tutti e due i piedi e le manine che iniziavano a sudare sul manubrio di plastica. Un osservatore poco attento avrebbe potuto non accorgersi della differenza dai giorni precedenti: lo stesso bambino, nello stesso parcheggio e con la stessa bicicletta.

Ma quella volta c’era qualcosa di meno, così piccolo eppure così importante. Era il primo giorno senza le mie preziose rotelle, il mio unico sostegno. Mi ricordo che nel pomeriggio mio nonno aveva violentato la mia piccola biciletta svitando con un cacciavite la mia sicurezza, lasciando il macabro trofeo sul bancone del garage. “Oggi è il giorno in cui diventi grande” la faceva facile lui, mica doveva trovarsi d’un tratto senza certezze, su una sella dove l’equilibrio non lo dovevi trovare in rotelle di plastica ma dentro di te!

Appena levavo un piede dal pavimento per metterlo sul pedale e la bicicletta iniziava pericolosamente a traballare, riappoggiavo immediatamente il piede a terra. Ero completamente bloccato, i miei timidi tentativi di partenza non sortivano l’effetto desiderato. Più ci provavo e più mi agitavo e più mi bloccavo. “Non devi aver paura, l’hai sempre fatto e sai come si fa!” Bravissima persona mio nonno ma come motivatore era davvero scarsino e banale. Però ho provato ad ascoltarlo. Una gamba, poi l’altra, la pressione sul pedale. I primi giri di ruota e il manubrio che tremava cambiando di continuo direzione. Il terreno che sembrava volesse a tutti i costi abbracciarmi. La gravità che non era mai stata così pesante. Ero instabile e insicuro, non sapevo a cosa appoggiarmi.

“Non ti fermare, se no cadi! Continua a pedalare!” non potevo abbandonarmi ma dovevo faticare e spingere verso il basso quei dannati pedali. Con sempre più convinzione, la ruota iniziava a girare più forte e il manubrio traballava molto meno. Aveva ragione il nonno nella sua banalità! Era davvero una cosa che avevo sempre fatto e che sapevo fare, solo che ora non avevo nulla che mi proteggesse. Et voilà, ho imparato ad andare in bicicletta. Non che non sia mai caduto, anzi, molto probabilmente non mi ricordo nemmeno un centesimo di tutte le volte che mi sono ritrovato sdraiato sull’asfalto (e chissà quante altre volte mi ricapiterà!) ma avevo iniziato ad andare senza rotelle ed ero diventato grande.

L’altra prima volta che vi voglio raccontare è successa a circa vent’anni di distanza dalla precedente. Era una mattina di inizio primavera, una di quelle in cui prima di uscire pensi per 10 minuti se sia il caso di mettersi la giacca invernale o qualcosa di più leggero (e puntualmente sbagli ritrovandoti a crepare di caldo o a lamentarti per il freddo). Via Pusiano 52, alla fine di un vicolo a senso unico c’è l’Istituto Pia Marta, un comprensorio di più edifici su un enorme parcheggio centrale. Le scuole si assomigliano tutte, come con gli ospedali riesci a riconoscerle a prima vista e in pochi secondi riaffiorano tutte le ansie di quando anche tu eri incatenato a quei banchi. L’appuntamento era alle 9:30 del mattino nel piazzale della scuola, ci siamo ritrovati cercando di sembrare più svegli di quanto in realtà non fossimo.

Ci siamo divisi in due squadre cercando di equilibrare gli anni di esperienza al gruppo. L’agitazione si poteva respirare, non c’eravamo preparati nulla ma questo è tipico del Gruppo della Trasgressione. Nell’aria galleggiava una domanda che nessuno ha avuto il coraggio di fare: “siamo davvero pronti?”. Stavamo per andare a fare il gruppo, una cosa che facciamo solo 5 volte alla settimana, in una scuola in cui eravamo già stati alcune volte, con ragazzi che avevamo già conosciuto; eppure era una cosa così diversa e nuova che nessuno si sentiva certo del risultato.

Quel giorno mancavano le preziosissime rotelle. Il fondatore e conduttore del gruppo, leader, psicoterapeuta e tante altre parole altisonanti, Juri Aparo oggi non ci sarebbe stato. Provare a descriverlo è molto più difficile del risolvere equazioni di secondo grado. C’è chi l’ha definito “bizzarro”, di sicuro non è la parola esatta ma è anche una delle prime che ti vengono in mente. Un concentrato di imprevedibilità che difficilmente si riesce a trovare in una persona sola: al gruppo non puoi MAI rilassarti, da un momento all’altro potresti ritrovarti a dover recitare una scena di Sisifo mentre pochi minuti prima si stava parlando della differenza tra le arachidi e le mandorle. Ma il prof è tanto imprevedibile quanto carismatico, qualsiasi membro del gruppo si farebbe senza battere ciglio da Opera al Duomo di Milano a piedi se te lo chiedesse. Con questo mix il prof riesce a gestire ogni situazione, qualsiasi imprevisto. Potrebbe benissimo parlare per 40 minuti di un tovagliolino del bar della stazione dei treni di Molfetta senza alcun problema. Spesso non capisci quale sia la direzione che stia prendendo, dove voglia arrivare o cosa capiterà tra pochi minuti ma sai che qualcosa uscirà fuori. La sua presenza è una sicurezza di riuscita, un paracadute che in qualsiasi situazione ti salverà.

Beh, oggi il prof non ci sarebbe stato, quindi si può ben capire di quanta responsabilità fosse caricato ogni componente del gruppo. Ognuno di noi doveva prendere in mano un remo per dare alla nostra zattera una direzione anche senza il suo “capitano”, per far capire che non siamo solo un mucchio di legnetti legati con un po’ di spago ma siamo un vero e proprio gruppo.

Suona la campanella, sono le 10 e dobbiamo entrare. Come sempre ci mettiamo in cerchio attorno a un tavolo su cui gettiamo un po’ di caramelle e qualche interrogativo sulla vita. Arrivano i ragazzi, si siedono tra di noi e dopo poche parole questa distinzione tra noi e loro cade. Questa è la magia del gruppo, qui sono tutti umani con le proprie colpe, i propri dubbi, le proprie idee e le proprie passioni. Puoi essere una persona che ha fatto piangere tante famiglie o puoi essere una che non schiaccerebbe nemmeno un moscerino che ti sta tormentando, ma a quel tavolo siamo tutti sullo stesso livello, siamo tutti uomini. Studenti, detenuti, volontari, tirocinanti, ex detenuti, tutti lì seduti su quelle scomode sedie a parlare di quella cosa così strana che è la vita. È la bellezza del gruppo.

Per conoscerci abbiamo messo sul tavolo la nostra storia, per aprire agli altri una piccola finestrella su ciò che siamo stati e ciò che siamo ora. Eravamo saliti sul sellino e stavamo iniziando a pedalare, come sempre i primi giri di ruota sono incerti. Il manubrio traballa, prima troppo a sinistra poi troppo a destra per raddrizzarsi. “Continua a pedalare! Non ti fermare, se no cadi!” E allora fai quello che hai sempre fatto: pedali!

I ragazzi sono stati fantastici (quei ragazzi segnalati dalle insegnanti perché più difficili ma che forse hanno sempre e solo avuto bisogno di poter parlare ed essere ascoltati), non abbiamo dovuto spiegare loro nulla, ognuno ha preso lo spazio che più gli si addiceva. Come le piante, alcune hanno bisogno di una luce intensa per poter fiorire; altre muoiono se le metti al sole mentre nella penombra riescono a sbocciare. Eravamo tutti interessati e partecipi a quelle storie così diverse dalla nostra eppure così vicine. In pochissimo tempo abbiamo visto i ragazzi aprirsi come spesso nemmeno dopo anni di terapia. Storie così toccanti che spesso avrei voluto gettare il mio cuore per terra per non sentire tutte quelle cose. Ma la cosa giusta da fare è l’esatto opposto, bisogna strappare un po’ di quella sofferenza e prenderla sulle proprie spalle per alleggerire chi la sta raccontando. Da soli non si riescono a combattere i propri demoni. Il gruppo è un valido alleato, ti fa capire che c’è qualcuno che ti ascolta, che ha già combattuto i propri demoni e che può allungarti una mano per aiutarti.

Quel giorno abbiamo dimostrato che il gruppo riesce ad andare anche senza le rotelle. Ognuno ha dovuto fare qualcosa in più del solito senza la protezione di una guida sicura. Ognuno di noi era una parte della bicicletta, le ruote che sembravano più gonfie del solito, il manubrio che assecondava meglio la strada, i freni che rallentavano senza inchiodare e la catena che girava come se gli avessero messo l’olio da pochi minuti. Ogni pezzo doveva sopperire alla mancanza di quelle rotelle su cui si poteva sempre contare. L’equilibrio ora dovevamo trovarlo dentro di noi e negli altri pezzi della bici. Avevamo interiorizzato le rotelle!

Lungi da me dire che ora il gruppo può fare a meno di un sostegno, ma di sicuro abbiamo dimostrato che la bicicletta sa correre anche da sola. Perché sono state proprio quelle rotelle ad averci insegnato a pedalare, quelle rotelle trasformano i sassi in menti che pensano. Abbiamo imparato che spesso le domande sono più importanti delle risposte, che spesso siamo troppo ancorati a risposte preconfezionate, che non sappiamo più dire quello che pensiamo se nessuno ce lo suggerisce.

Al gruppo non è importante il risultato ma il processo che l’ha portato, la fatica che si è fatta a mettersi in gioco, il lavorio delle teste che fumano a forza di pensare. Non siamo discepoli che ascoltano un messaggio ma persone che mettono in discussione ogni cosa di cui si parla senza per forza arrivare a una soluzione. Non vorrei abbandonarmi a banalità e frasi alla baci Perugina (cosa che per i miei gusti ho già fatto fin troppo nelle righe precedenti) ma le circostanze mi obbligano: al gruppo, come in bicicletta, a volte diventa davvero più importante il tragitto che la destinazione.

Per concludere questa relazione (che ormai si è trasformata in una vera e propria dichiarazione d’amore), voglio dire che il lavoro con la scuola Piamarta è stata una delle esperienze più arricchenti che abbia mai fatto e sarebbe una tragedia interrompere qui un percorso che sta già dando dei frutti succosissimi.

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La scala maledetta

Pasquale Fraietta

Era un tardo pomeriggio d’estate del 1976. I ricordi sfocati mi riconducono ai momenti di spensieratezza di quando ero bambino, a quei giochi assurdi e apparentemente senza senso che appartengono ai bambini. Incuranti dei pericoli, i bambini si rincorrono ovunque… e nell’aria suonano la gioia e le risate di un bambino di sei anni e della sua sorellina di cinque anni appena.

Come quasi ogni giorno, al margine di una scalinata sotto casa, eravamo io e la mia amata sorellina Carmela, di un anno più piccola di me. Non ricordo esattamente che tipo di gioco, ricordo solo le urla assordanti di mia madre nel precipitarsi a prendere fra le braccia la mia sorellina, che era caduta e aveva battuto la testa violentemente, mentre rincorreva il suo fratellino sulla rampa delle scale fuori casa. Sono bastati tre soli gradini di una scala maledetta per mettere fine alla vitalità raggiante di quella bambina, all’esistenza della mia sorellina.

La concitazione con cui mia madre prima e mio padre dopo cercavano di rianimare quel corpicino esanime mi lasciava senza fiato. Non mi rendevo conto di cosa era successo. Probabilmente ero troppo piccolo per realizzare il dramma che aveva colpito la mia famiglia. Fatto sta che col passare degli anni mi sono sentito in colpa per non aver sofferto abbastanza in quei momenti e nei giorni successivi e per avere assistito in modo passivo a quanto soffrivano i miei genitori, mia madre in particolare.

Non so. So solo che da quel giorno mia madre non è più stata la stessa, non ho avuto più la mamma che mi coccolava e mi riempiva di attenzioni. La sua mente, pervasa di dolore lancinante, l’ha fatta precipitare lentamente nella depressione, sino a compromettere in modo irreversibile il suo equilibrio mentale. Dopo qualche anno mia madre si ammalò di una forma di schizofrenia. Mio padre spesso abusava con l’alcol, forse per mascherare il suo dolore, o forse perché abusare con l’alcol in determinate culture era del tutto normale.

Questa è la storia di una grande e dolorosa ferita che, a distanza di tanti anni, ancora mi stringe il cuore. Oggi qui in questa sala ci sono le mie adorate 3 figlie, Maria Carmela Soledad, Marianna Stella e Giusy Serena. A voi vorrei raccontare qualcosa circa il vostro arrivo nella vita della nostra famiglia. Dovete sapere che, quando la mamma ed io decidemmo di avere un figlio, io ero fortemente desideroso e convinto di volere un maschio. Qualcuno, vista la mia insistenza, mi diceva che, maschio o femmina, era uguale. Ma io rispondevo testardamente  che… no! Volevo un maschio. Per farla breve… nacque Mari Carmela e poi Marianna e infine Serena. Insomma di quel maschietto neanche l’ombra.

Oggi, mie adorate, a distanza di tanti anni, forse ho capito  perché volevo un maschio e soprattutto solo maschi! Mi ritenevo in parte responsabile di quanto era accaduto alla mia sorellina, e questo mi aveva creato quella paura, e quella convinzione sbagliata, che avere figlie femmine fosse quasi un’offesa alla sua memoria.

Ma credo che da lassù… qualcuno… anzi, proprio la zia, abbia voluto farmi capire quanto fossi sciocco a sentirmi responsabile e per farmelo capire per bene, e soprattutto in modo inequivocabile, ha inviato voi tre per illuminarmi della gioia e dell’amore più grande.

Il mito di Sisifo a Buccinasco

Genitori e figli, insegnanti e allievi, cittadini e istituzioni
al teatro Fagnana per un’alternativa alla fatica di Sisifo

Il lavoro del Gruppo della Trasgressione sul mito di Sisifo, avviato nell’intento di intercettare fantasie antiche, è diventato nel tempo uno strumento formidabile per riflettere sul presente e per recuperare passaggi centrali di chi ha perso la fiducia nelle istituzioni e nel proprio futuro. 

Le vicende di Sisifo sono diventate un racconto nel quale specchiarsi, motivando studenti e detenuti del gruppo a indossare i panni dei diversi personaggi e a interrogarsi sul problema della siccità a Corinto, sui conflitti di Sisifo con Giove, degli adolescenti con il limite e l’autorità, del cittadino con le istituzioni, dell’uomo con i suoi bisogni terreni e le sue ambizioni di eternità.

Sul mito di Sisifo

Legami profondi

Gratitudine e rancore. Che strano binomio! Questo il mio pensiero quando tale binomio è stato proposto per la riflessione. Mi sfuggiva il legame esistente tra i due termini.

Mi sono addentrata nella ricerca del significato della parola rancore e ho scoperto che la dinamica di relazione tra due persone tra le quali intercorrono episodi ripetuti di gentilezze e favori ricevuti presenta risvolti inaspettati e reazioni non necessariamente benevole.

Una gentilezza compiuta a favore di qualcuno che non l’ha richiesta può suscitare disappunto. La gentilezza può aver luogo, infatti, solo se c’è una mancanza in cui inserire l’azione, un bisogno più o meno esplicito che la giustifichi. Alle volte dunque, la gentilezza può essere percepita come una sottolineatura della mancanza, dell’incapacità di affrontarla della persona che ne fruisce. Un esempio banale ma efficace può essere quello di chi cede il posto a sedere sul tram a una persona che secondo il cedente ha più bisogno di stare seduta di lui. Ma compiendo questa gentilezza il cedente sottolinea la mancanza che vede nella persona omaggiata: mancanza di energia, mancanza di gioventù. La sua gentilezza può risultare sgradita. Insomma la gentilezza, quando non richiesta, se continuamente reiterata, può generare rancore invece che gratitudine.

Quando poi, leggendo Rainer Maria Rilke, mi sono imbattuta in una poesia sul figliol prodigo, ho compreso che il poeta aveva invece intuito la possibile problematicità nella relazione tra chi ama non richiesto e l’amato. Ciò mi ha costretto a pensare al significato della parabola e ad ammettere che, in fondo, non l’avevo mai veramente capita.
Non avevo capito la fine, con questa festa esagerata per accogliere un ingrato, né tanto meno l’inizio. Perché il figlio abbandona la casa paterna? La parabola non lo spiega.

Rilke propone una chiave di lettura che mi sarebbe parsa sconcertante prima della mia ricerca: il figlio se ne va, perché non vuole essere amato.
E perché non vuole essere amato? Forse perché non ha chiesto lui di essere generato. Forse perché essendo amato si sente privato di una porzione di libertà in quanto deve ricambiare, deve essere grato. Alla luce di questa interpretazione la parabola acquista finalmente un senso compiuto.
Il figlio che abbandona la casa paterna non è capace di gratitudine. Il figlio che ritorna l’ha imparata.

Il padre che lo amava all’inizio in quanto figlio, continua ad amarlo quando ritorna, ma forse con la festa grande non celebra solo il ritorno del figlio perduto ma la sua acquisita capacità di dire grazie, di provare gratitudine per l’amore ricevuto e non rancore.

Gratitudine e Rancore

Gratitudine e Rancore è il tema del nostro prossimo convegno.

Parlandone col dott. Aparo, ho pensato di mettere a confronto, per quella occasione, da una parte alcune immagini mie e di mio figlio e dall’altra la Medusa, una scultura che vedo al cimitero monumentale di Milano dove lavoro.

Ogni volta che la guardo, mi sento guardato e mi ricordo che il rancore pietrifica la crescita.

Io ero in balìa del rancore e lo usavo come una corazza per tenermi distante dagli altri e dai miei bisogni più intimi. Il risultato è stato che per anni mi sono sentito solo e ho rischiato di lasciar crescere da solo mio figlio Michael. Grazie al lavoro fatto in questi anni col gruppo, oggi sento che posso vivere anche senza quella corazza.

Auguro a tutti buon Natale e un felice anno nuovo e soprattutto un futuro ricco di legami e di gratitudine.

Antonio Tango

Le pesche di mio padre

Nicola Petrillo

Nella mia famiglia mostrare i propri sentimenti era come vietato dalla legge. Soprattutto sentire pronunciare da mio padre “ti voglio bene” era una cosa difficilissima, come mettersi a nudo davanti a un’altra persona, un segno di debolezza che doveva essere nascosto, come il corpo dai vestiti.

Ecco, io sono cresciuto così. Questo non significava la mancanza d’amore da parte dei miei, ma un lavoro più attento per percepire i segnali e i gesti di chi ti ama. Sono arrivato a questa consapevolezza solo dopo aver perso tutti i capelli e passato metà della mia vita credendo di non essere amato.

Nonostante i conflitti avuti da giovane con mio padre, nonostante le mie continue ribellioni, fino a vanificare tutti i suoi sacrifici e a distruggere quello che lui costruiva, nonostante buttassi disonore sulla famiglia, lui mi amava lo stesso. Forse aveva un modo strano di dimostrarlo, ma sempre di amore si trattava.

Una cosa che ho notato solo quando è venuto a mancare erano le pesche che mi portava al colloquio e, anche quando a causa della sua malattia non poteva più venire personalmente, me le mandava tramite mia madre.

I frutti erano pesche, ma erano grandi come piccoli meloni, facevo fatica a mangiarne una intera, non so dove riusciva a trovarle ma per me comprava il meglio. A confronto le pesche di mia madre erano grandi solo come pesche. Adesso, ogni volta che ne mangio una, non riesco ad evitare di fare il confronto con quelle di mio padre.

Le mettevo sempre in bella vista, in modo che ognuno che entrava nella mia stanza potesse vederle ed invidiarmi. Con orgoglio raccontavo che me le portava mio padre, spiegando che era il suo modo di dirmi che mi voleva bene. lo stesso, ogni tanto, andavo a guardarle, le toccavo assaporandone la consistenza, il profumo che emanavano. Cercavo di farle durare il più a lungo possibile, la sola vista di quei frutti mi addolciva il cuore.

A qualcuno che ritenevo amico, ogni tanto ne regalavo una, ma non lo facevo molto volentieri, mi sembrava di regalargli un po’ dell’amore di mio padre, come se lo togliesse a me.

Di questo rito, che fino all’anno scorso davo per scontato, ora sento la mancanza, mi manca quello che esprimevano le sue pesche.

Questo tipo di comportamento mi è stato tramandato, deve essere un’identità di famiglia. lo stesso, anche quando sento il desiderio di manifestare affetto, faccio molta fatica, come se qualcosa mi trattenesse da dietro.

A differenza di mio padre, io compenso questa carenza con i dolci. Chi vuole il mio affetto sappia che è soggetto ad ingrassare. Se la frutta fa bene, i dolci un po’ meno. Ma essere amati fa bene a tutti.

Ti voglio bene papà
Nicola

 

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Una giornata particolare

Pasquale Fraietta

Oggi, in questo giorno particolare, ho finalmente l’opportunità di parlare con voi, in modo nuovo, mie care Maria Sole, Marianna e Serena. Vi ho lasciate così piccole che forse non avete ricordo di quel tempo: tu Serena non parlavi neanche, e tu Marianna lo facevi appena. Mentre tu, Maria Sole, hai un ricordo che mi fa pesare la mia inadeguatezza come papà, in quanto è legato a uno schiaffo ricevuto quando non avevi ancora 5 anni, perché in una giornata distratta vi avevo perse e non riuscivo più a trovarvi. La reazione istintiva al mio spavento è stata quella di darti uno schiaffo, forse quell’istinto acquisito nella mia infanzia, forse quello stesso che ha contribuito a farmi divenire quel che sono stato e che in parte sono ancora adesso. Non lo so! So solo che oramai, il fatto che Papà si trova in carcere, lo sapete da quando avete cominciato a sapere che dopo la notte arriva il giorno.

La Mamma ed io, abbiamo cercato di proteggervi dalla verità, pensando comunque di fare il vostro bene, forse in realtà quel che ci spaventava maggiormente è la responsabilità di gestire e amministrare questa verità. Tuttavia non possiamo impedire il naturale scorrere del tempo, per cui avete saputo anche il motivo per quale Papà si trova in carcere. Perché in una giornata maledetta ha tolto la vita ad una persona, e con essa, i suoi sogni, la sua esistenza e la gioia dei suoi cari. Ma quel che irrimediabilmente è successo, mie care bambine, è stata, purtroppo, la conseguenza di una cultura e un’educazione deviata fatta di riferimenti e guide sbagliate, che hanno portato inevitabilmente a delle scelte, forse inconsapevoli, ma dannatamente brutte e sbagliate.

Ma oggi sono qui con tutti i miei compagni del Gruppo della Trasgressione, a vivere una giornata particolare e forse anche speciale, una giornata in cui posso dirvi che il vostro papà si sta sforzando di ritrovare le guide e i riferimenti che orientano al bene, per raccontarvi che qui nel carcere e nelle scuole ci confrontiamo con tantissimi studenti che hanno solo qualche anno più di voi, proprio su quelle culture, quella educazione e quelle guide sbagliate. In un certo senso, ho la sensazione di vedere voi, fra qualche anno, forse in scuole diverse, ma con la medesima espressione negli occhi, gli stessi sogni, le stesse fragilità e insicurezze di tutti gli adolescenti.

Infine, mie amatissime, voglio dirvi che, se attualmente non posso essere presente alla vostra crescita, e in generale alla vostra vita, il mio desiderio sarebbe quello di farvi partecipare il più possibile alla mia vita di detenuto che si sta rivedendo e che vuole diventare una persona consapevole, un Papà presente e responsabile, attraverso l’insostituibile laboratorio di riflessione del Gruppo della Trasgressione, che mi fornisce gli strumenti necessari per praticare il piacere della consapevolezza e della responsabilità a tutti i livelli.

Il mio desiderio è di accompagnare il più possibile la vostra crescita e di consegnare a voi la mia crescita affinché un giorno nelle aule scolastiche e in generale nella vostra vita non dobbiate solo vergognarvi del vostro papà, ma possiate, con orgoglio raccontare come il vostro Papà sia riemerso dall’abisso del male alla luce della responsabilità. Come dice De Andrè «dai diamanti non nasce nulla e dal letame invece, possono nascere i fiori».

Vi amo tantissimo mie care e grazie a tutti voi del Gruppo della Trasgressione per averci regalato questa insolita, giornata particolare che promuove l’inclusione nel nostro percorso con i nostri figli e familiari. Grazie!

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