Carcere di San Vittore, 25-05-2026

Le ore passate a San Vittore il 25 maggio mi hanno fatto riflettere molto su cosa significhi davvero “fare gruppo” in un posto del genere. La cosa che più mi affascina del Gruppo della Trasgressione è la totale assenza di forzature: vedere dei detenuti entrati in stanza per puro errore che poi, senza che nessuno dica nulla, decidono di fermarsi fino alla fine e promettono persino di tornare, fa capire quanto quel posto sia magnetico. C’è un bisogno di ascolto pazzesco, che si attiva da solo non
appena si inizia a parlare.

Il primo a prendere la parola è stato Aziz, il più giovane del gruppo, con una confessione pesante: la solitudine lo schiaccia anche in mezzo a una stanza piena di gente. Ha descritto la sua vita come un corridoio di porte sbarrate con le chiavi cadute a terra: un’immagine fortissima, quasi rassegnata.
Eppure, sotto quella corazza, i suoi desideri sono disarmanti nella loro normalità: una casa, un lavoro, zero casini.

Il Prof ha fatto un ottimo lavoro da “ancora di salvataggio”, spronandolo a
non buttare via gli anni dentro e a usarli per piantare paletti solidi per quando uscirà, senza però fargli sconti sul fatto che la realtà attuale è solo il conto delle sue azioni.

Dopodiché c’è stato spazio per le presentazioni, data la presenza di persone nuove. Anche questo passaggio mi è piaciuto molto, perché nessuno si è nascosto dietro un copione o frasi fatte. Al contrario, ognuno ha usato quel momento per dare una definizione personalissima del laboratorio.

È emerso chiaramente che il cambiamento non è un regalo, ma un
investimento quotidiano che richiede una costanza infinita.
La storia che mi è rimasta più impressa, però, è quella del permesso d’uscita di Ivano per il convegno: il Prof Aparo era riuscito a portarlo fuori e lui si è ritrovato sul marciapiede a fumare, da solo, con la concreta possibilità di scappare. Il fatto che non ci abbia pensato nemmeno per un secondo, semplicemente perché si sentiva parte di un’identità nuova e non voleva deludere il Prof o la persona che stava diventando, racchiude il senso profondo dell’intero progetto.

Alla fine, ascoltare gli altri diventa un modo potente per guardarsi dentro e decifrare i propri pezzi mancanti. Giornate come questa dimostrano che quando la riflessione diventa collettiva si crea un’energia pulita, l’unica capace di far nascere un desiderio reale di voltare pagina.

Sofia Carmen Peronace

Verbali

Il crimine boomerang

Carcere di Opera, 20/05/26

In questa giornata ad Opera abbiamo affrontato diverse tematiche interessanti. Innanzitutto è emersa una frase, detta da uno dei detenuti, che mi ha colpito molto: “Non esistono persone cattive o persone buone, esistono scelte cattive e scelte buone”. Lì per lì sembra quasi uno slogan scontato, ma sentire questo concetto da chi sta scontando un ergastolo per omicidio cambia completamente la prospettiva.

Noi passiamo la vita a dividere il mondo in buoni e cattivi per sentirci al sicuro, ma la realtà è che siamo solo il risultato delle nostre azioni.

Subito dopo, però, è venuto fuori un dubbio ancora più profondo e decisamente più enigmatico: “ma si diventa assassini per le circostanze o è qualcosa che ha sempre vissuto dentro di noi, nascosto nell’ombra?” Nel caso di cui parliamo, la vendetta per l’uccisione del padre sembrava un binario già scritto.

Eppure, la violenza si è rivelata un’illusione totale: chi ha ucciso ha ammesso che, dopo l’omicidio, non ha provato né piacere né soddisfazione. Solo il vuoto. La vendetta non ripara un bel niente, allarga solo la ferita.

Quando poi gli è stato chiesto se avesse fatto bene o male, la risposta è stata un “Male” secco, ma motivato in un modo che mi ha spiazzata per la sua devastante semplicità: “Non ho voluto bene a me stesso, e non ho voluto bene alla mia famiglia”.

Questa cosa mi ha fatto riflettere molto. Il male, prima ancora di essere un reato da codice penale, è un atto di profondo disamore verso se stessi. Pensando di difendere l’onore della sua famiglia, quest’uomo ha finito per infliggere ai suoi cari un dolore ancora più grande, distruggendo contemporaneamente anche la propria vita. Il crimine è un boomerang, colpisce in entrambe le direzioni.

Alla fine siamo tornati a parlare di noi, di quanto siamo spesso ipocriti: diciamo una cosa e poi ne facciamo un’altra, recitando una parte che non coincide con le nostre azioni quotidiane. Però, in mezzo a tutta questa ipocrisia, mi è rimasta impressa una bellissima domanda aperta, che sa quasi di speranza: “com’è possibile che, nonostante tutto, a volte ci vengano in mente brutti pensieri ma qualcosa dentro ci freni dal metterli in pratica? Forse perché la nostra persona ha comunque una morale da seguire?”.

Secondo me la verità è proprio questa: non perdiamo mai del tutto la nostra bussola interna. Persino nel posto più buio e dopo l’errore più grande, la coscienza continua a lavorare e a chiederci chi vogliamo essere davvero. Il confine tra una vita normale e il baratro alla fine è sottilissimo, basta un secondo e la risposta d’impulso sbagliata. Ma finché si è capaci di guardarsi dentro con questa spietata onestà, c’è sempre la possibilità di ricostruire un senso, persino dietro le sbarre.

Sofia Carmen Peronace

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Classi miste

Nella notte tra sabato e domenica, dopo avere sentito una delle interviste di Delitto e Castigo su Giornale Radio, ho fatto un sogno: un dirigente del DAP mi chiedeva cosa io abbia da proporre dopo tanti anni di esperienza in carcere.

La mia risposta riguardava l’ipotesi di sperimentare all’interno del carcere alcune classi pilota di scuole medie primarie e secondarie con la compresenza di alunni tradizionali e detenuti con lunghe pene: classi miste con studenti “normali” e con studenti detenuti adulti (non giovani adulti!) con una preparazione compatibile con la classe frequentata: attività di insegnamento, interrogazioni, voti, promozioni e bocciature, tutto funzionante nel modo tradizionale.

Appena sveglio, mi sono detto che non c’era tanta differenza con quello che il gruppo della trasgressione pratica da anni. Ma ripensandoci, credo che, pur essendoci continuità con gli incontri che facciamo con i detenuti nelle scuole e con la stabile compresenza al gruppo di studenti universitari e detenuti, la proposta “onirica” comporta alcune differenze significative.

I detenuti con lunghe pene e con età oltre i 40 anni hanno bisogno di tornare alle emozioni che i ragazzi vivono a 12, 15, 18 anni, emozioni che loro hanno perso per strada in conseguenza dell’irrinunciabile bisogno di rendere la loro identità compatibile con gli abusi che, in molti casi, erano stati praticati fin dalla prima adolescenza. Frequentare la stessa classe di ragazzini, io credo, potrebbe permettere a chi è cresciuto nella devianza di vivere quello che egli non ha mai sperimentato e di cui (chi ha una pena lunga) ha un intenso bisogno per continuare a vivere e per non sentirsi fuori dal mondo.

Inoltre, tra ragazzi adolescenti e detenuti, si potrebbero formare delle simpatiche alleanze di mutuo aiuto, che a loro volta permetterebbero di sviluppare emozioni vitali e (soprattutto per i detenuti) sconosciute: ci si dovrebbe confrontare realisticamente con le proprie capacità di apprendimento, con chi è più bravo, con chi ha bisogno di aiuto… complessivamente, con frustrazioni e risultati che giovano al divenire e all’articolazione dell’identità del soggetto.

Inoltre, i detenuti avrebbero la possibilità di aggiornare la loro intossicata immagine dell’autorità: a) sulla scorta di come la vivono i comuni adolescenti; b) prendendo confidenza con un principio che nel mondo deviante non esiste e non può avere cittadinanza e cioè che l’unica autorità credibile è quella di chi sa e utilizza il proprio sapere per permettere agli altri di crescere e migliorarsi.

Gli adolescenti, da parte loro, potrebbero toccare da vicino come un essere umano può diventare un compagno di scuola, un amico, un proprio simile, dopo essere stato una persona da temere e da tenere a distanza; ancora di più, potrebbero vivere l’esperienza di partecipare attivamente al recupero della prossimità con “l’alieno” e questo credo possa aiutare l’adolescente a diventare un adulto consapevole della complessità e della ricchezza dell’essere umano.

Le comprensibili obiezioni sono ovviamente che non è possibile permettere a insegnanti e adolescenti di entrare tutti i giorni in carcere; che, d’altra parte, è difficile permettere ai detenuti di uscire dal carcere tutti i giorni per andare a scuola; che l’esperimento, comunque lo si imposti, richiederebbe alti costi di personale per garantire la sicurezza dei cittadini. Tutto vero! Si tratta di valutazioni e decisioni che spettano a chi ha la responsabilità di prendersi cura del benessere della collettività.

Da parte mia, visto che l’idea parte da un sogno, vedrò di farmene qualcosa che in un modo o nell’altro possa somigliargli.

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

E poi ho visto te, di Cisky Capizzi, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Alessandro Crisafulli, One More Time

La pag. di A. CrisafulliPercorsi della Devianza e Trame di Libertà

L’importanza della contaminazione

 La pag. di A.TangoPercorsi della Devianza e Trame di LIbertà

Etichette e Storie

Quando sono entrata in questo gruppo, ero piena di domande, di dubbi e di idee già costruite nella mia testa: idee su cosa significasse la devianza, su come potesse essere una persona che delinque, sui suoi modi di pensare e sui suoi meccanismi di difesa.

Oggi mi rendo conto che l’idea che avevo del carcere e della devianza era basata su qualcosa di molto superficiale, costruito sulle poche informazioni che avevo e forse, la cosa più importante che ho imparato, è che conoscere davvero qualcuno significa andare oltre ciò che vediamo a prima vista, oltre ciò che pensiamo di sapere o immaginiamo.

Siamo spesso abituati a fermarci alle etichette, agli errori, ai ruoli, a una definizione. È più facile farlo, perché le etichette ci fanno sentire sicuri: ci danno l’illusione di aver capito una persona in poche parole.

Poi però ci si siede attorno a un tavolo, si ascoltano storie, pensieri, ricordi ed emozioni, e qualcosa cambia. Inizi lentamente a vedere l’altro. Inizi a vedere paure, fragilità, ironia, forza, sensibilità. Inizi a vedere le persone.

Ed è stata proprio questa la cosa che mi ha colpita più di tutte: accorgermi che, a un certo punto, il carcere era passato in secondo piano. Tra queste mura, in questa stanza, non mi sentivo in carcere; mi sentivo semplicemente una persona seduta a un tavolo con altre persone.

Davanti a me non c’erano più “detenuti”, ma persone con una storia, persone che mi hanno fatta riflettere, emozionare, sorridere e che, in alcuni momenti, mi hanno portata a mettere in discussione il mio modo di guardare il mondo.

Pensavo di entrare qui per osservare e cercare di capire gli altri, ma alla fine ho finito per capire molto anche me stessa. Ho imparato ad ascoltare e non soltanto a sentire, a cercare ciò che c’è dietro le cose invece di fermarmi a un’idea già costruita.

Ho imparato che dietro un errore spesso esiste molto altro: esistono storie, momenti, dolori, mancanze, ferite ed emozioni che non possiamo vedere immediatamente.

Sento di avere ancora tantissime cose da chiarire, tantissimi aspetti da approfondire e tantissime domande a cui vorrei trovare risposta.

So di non sapere, ma questo non è il punto di arrivo, bensì di partenza. Perché se prima volevo osservare, oggi sento soprattutto la voglia di continuare a capire.

Ringrazio il gruppo per avermi accolta, per i sorrisi, gli abbracci, i “come va?” e per avermi fatta sentire parte di qualcosa, per avermi ascoltata e avermi permesso di esprimermi, sbagliare, imparare.

Un grazie speciale va a Lara, per avermi guidata, ascoltata e fatta sentire accolta fin dal primo momento, per aver creduto in me anche quando magari ero io la prima a dubitare di me stessa.

Porterò con me questa esperienza, ma soprattutto porterò con me le bellissime persone che ho conosciuto.

Grazie

 Giulia Arisci

Relazioni di tirocinio

I nomi delle vittime della mafia

Carcere di Opera,
18/03/2026

Leggere i nomi delle vittime di mafia: che cos’è davvero?  A cosa serve? Perché farlo?  È un puro monito o risponde a un senso di dovere più profondo?

Nell’incontro di oggi si è parlato a lungo dell’impegno che il gruppo ha assunto: partecipare all’incontro del 25/03 in memoria delle vittime di mafia.

È stato proposto di svolgere l’evento proprio nel carcere di Opera, così come avvenne nel 2017 perché, come ha ricordato Marisa, «di tutte le volte che ho partecipato a questo evento, quello che si è tenuto nel 2017 in carcere è stato il più toccante e significativo».

Leggere i nomi delle vittime di mafia — o meglio ancora, farli leggere alle stesse persone che hanno preso parte a reati simili, se non identici — nasce dalla speranza che questo gesto possa contribuire a mantenere viva la memoria non solo per i familiari delle vittime, ma anche per chi, in quei meccanismi, è stato esecutore o complice.

La lettura dei nomi non deve essere e non vuole essere soltanto un momento di commemorazione. Deve diventare anche un’occasione di educazione e di riflessione. Non possiamo e non dobbiamo permettere che l’incontro si esaurisca nella semplice elencazione dei nomi; occorre invece provare a mostrare alle persone presenti — detenuti, ex detenuti, familiari delle vittime, studenti — che il dialogo con “l’altra parte” non è
impossibile.

Così come Marisa e Paolo hanno saputo sedersi al tavolo del gruppo e accogliere le storie dei detenuti, allo stesso modo anche altri possono farlo. Come Vito, Alex, Alessandro e molti altri partecipanti al gruppo hanno scelto di mettersi in gioco, così anche chi finora non ha mai preso parte a un’esperienza simile potrebbe farlo: può trarne qualcosa, può maturare una consapevolezza nuova.

Se fino ad oggi è prevalsa una scissione, una distanza, forse è il momento di pensare e lavorare per costruire una comunicazione reale tra le parti. La separazione e l’assenza di dialogo non pongono basi solide per il futuro.

L’istituzione concede ai detenuti la possibilità di raccontare ai propri figli ciò che desiderano. Ne è un esempio Vito, che fino ai tredici anni del figlio gli ha raccontato di trovarsi in carcere da innocente. Ma quando una persona detenuta sostiene la propria innocenza davanti al figlio, senza assumersi la responsabilità dei propri atti, rischia di alimentare o generare in lui odio e sfiducia verso l’istituzione stessa. Uno stile fondato sulla negazione e sulla devianza finisce per riprodurre altra devianza.
Ed è proprio questo l’obiettivo, questo il senso più profondo della lettura dei nomi: far emergere tali consapevolezze, aprire uno spazio di responsabilità e, forse, iniziare a trasformare la memoria in possibilità di cambiamento.

Giulia Arisci

Incontri con le vittime

Evoluzione personale e immagine dell’autorità

Giovedì, 14/05/20226
Carcere di Bollate

L’incontro di oggi mi ha portato a riflettere sul significato della funzione rieducativa del carcere e sull’importanza delle relazioni nel percorso di cambiamento delle persone detenute. Durante la discussione è emersa l’idea che il detenuto, per poter modificare il proprio comportamento, debba innanzitutto cambiare la visione che ha di sé stesso e della propria esistenza. Spesso le figure istituzionali, come gli agenti di polizia penitenziaria o la direzione, vengono percepite dai detenuti come ostili o animate dall’intenzione di punirli ulteriormente. Tuttavia, affinché possa svilupparsi un autentico percorso di cambiamento, sarebbe importante per il detenuto percepire tali figure come persone interessate al suo benessere e al suo reinserimento sociale. Il rispetto verso l’autorità non può infatti basarsi esclusivamente sul controllo o sulla coercizione, ma deve nascere anche dalla percezione di essere considerati e valorizzati come individui.

Un altro tema che mi ha colpito riguarda il fatto che alcune persone detenute rischiano di essere semplicemente “parcheggiate” all’interno dell’istituzione, senza essere realmente coinvolte in un progetto di crescita personale. Questo aspetto mi ha fatto riflettere su quanto sia importante sentirsi riconosciuti e ascoltati da figure significative. Avere accanto persone che mostrano rispetto e interesse autentico può rappresentare un elemento fondamentale per favorire il cambiamento e la costruzione di una nuova prospettiva di vita.

Durante l’incontro si è parlato dell’origine dei comportamenti criminali, è stato osservato come il principio del “non fare male agli altri” venga normalmente acquisito durante lo sviluppo infantile. Quando una persona arriva a compiere azioni che arrecano danno agli altri, è possibile ipotizzare la presenza di fattori che hanno interferito con questo processo. Sebbene non sia sempre possibile individuare con precisione le cause che hanno portato una persona a delinquere, è importante interrogarsi sulla storia personale e sulle esperienze che possono aver contribuito alla costruzione di determinati comportamenti. Questa riflessione mi ha portato a considerare quanto sia complesso comprendere il percorso che conduce una persona a commettere un reato e quanto sia necessario evitare spiegazioni semplicistiche.

Particolarmente interessante è stata la riflessione sul ruolo delle relazioni significative nel favorire il cambiamento. È emerso come molte persone che, dopo la detenzione, riescono a costruire legami affettivi stabili e relazioni positive abbiano maggiori possibilità di intraprendere una nuova traiettoria di vita. Le relazioni possono infatti rappresentare una risorsa fondamentale per abbandonare abitudini disfunzionali e sviluppare modalità di vita più sane e soddisfacenti. Questo mi ha fatto comprendere quanto il cambiamento non dipenda soltanto dalla volontà individuale, ma anche dalla presenza di persone e contesti capaci di offrire sostegno, fiducia e opportunità di crescita.

Nella seconda parte dell’incontro è stata analizzata la storia di Mario, un detenuto di 63 anni che partecipava per la prima volta al gruppo. Attraverso alcune domande poste dal Prof è stato possibile approfondire il suo percorso di vita e le motivazioni che, secondo il suo punto di vista, lo hanno condotto in carcere. Mario ha raccontato di aver iniziato a compiere truffe bancarie e finanziarie in età adulta, quando aveva già una famiglia e si trovava in difficoltà economiche. Nel giro di pochi anni ha truffato 11 banche e successivamente si è trasferito in Venezuela, vivendo per lungo tempo da latitante. Dopo l’arresto, però, ha dovuto affrontare una conseguenza particolarmente dolorosa delle sue azioni, cioè l’interruzione del rapporto con i figli, che hanno scelto di non avere più contatti con lui e non sono mai andati a trovarlo in carcere; l’unica chiamata che fa ogni mese è con suo fratello, l’unico familiare rimasto per lui. Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la sua consapevolezza rispetto al legame tra le proprie scelte e la perdita del rapporto con i figli. Mario non ha negato le conseguenze delle sue azioni, ma ha espresso il desiderio e la determinazione di ricostruire quel legame una volta terminata la pena. Questo aspetto mi ha fatto riflettere sull’importanza che i rapporti familiari possono avere come fonte di motivazione e speranza. Anche quando il danno relazionale appare molto profondo, la possibilità di recuperare un legame significativo può rappresentare una spinta importante verso il cambiamento.

Nel complesso, l’incontro mi ha permesso di comprendere ancora meglio come il percorso di reinserimento non possa essere ridotto esclusivamente alla sanzione del reato commesso. Il cambiamento sembra essere strettamente legato alla qualità delle relazioni, alla possibilità di sentirsi riconosciuti come persone e alla costruzione di nuovi significati e obiettivi per il futuro.

È importante sottolineare che quello di Mario è stato soltanto il primo incontro con il gruppo e che il percorso che lo attende potrebbe offrirgli ulteriori occasioni di riflessione e crescita personale. Nel corso degli incontri futuri avrà la possibilità di approfondire la comprensione delle motivazioni che lo hanno portato a compiere i reati, andando oltre la spiegazione legata alle difficoltà economiche e interrogandosi in modo più profondo sulle dinamiche personali, relazionali ed emotive che hanno influenzato le sue scelte.

Sofia Pellini

Verbali

L’io non è padrone in casa propria

Il mio tirocinio al Gruppo della Trasgressione non è stato solo un’esperienza formativa, ma un confronto diretto con una realtà complessa e con i miei stessi limiti. Come ricorda Sigmund Freud, “l’Io non è padrone in casa propria”: ed è proprio in questo spazio di incertezza che questo percorso mi ha insegnato cosa significa davvero mettersi in gioco.

Il mio ingresso nel gruppo è avvenuto dopo un anno di ricerca e di attesa, un periodo in cui il desiderio di svolgere un’esperienza all’interno del contesto penitenziario è rimasto costante. Ed è arrivato nel momento in cui ero pronta a viverlo davvero.

Dentro questo contesto ho incontrato molte difficoltà personali. Non sono una persona molto portata a parlare di me o a espormi facilmente; al contrario, sono più portata ad ascoltare e osservare i dettagli, come uno sguardo, una pausa, o quello che non viene detto. Spesso mi sono trovata in una situazione di difficoltà e silenzio, senza avere ben chiaro quale fosse il mio ruolo all’interno del gruppo. Mi percepivo presente, ma ancora non del tutto inserita, come se il mio spazio non fosse stato definito fino in fondo.

Questa cosa l’ha notata subito anche il professore, che non mi ha mai lasciata troppo “tranquilla” in quella posizione. Anzi, mi ha spesso stimolata e spinta a uscire da quella zona di comfort, aiutandomi a mettermi più in gioco sia a livello personale che professionale.

Sono sempre stata convinta che tutti possano cambiare. Questa idea mi accompagna fin da quando ero piccola, anche se spesso mi veniva detto il contrario, cioè che non si può pensare di cambiare tutti o di vedere un cambiamento dove non è immediato. Forse è anche da qui che nasce il mio interesse per il contesto penitenziario: l’idea di poter entrare in un luogo in cui il cambiamento, o comunque la riflessione su di esso, diventa un tema centrale.

Dove era l’Es, deve subentrare l’Io

Come afferma Freud, “Dove era l’Es, deve subentrare l’Io” e in questo senso, il percorso all’interno del gruppo evidenzia come la riflessione sulle proprie azioni e la consapevolezza personale, rappresentino elementi centrali nei percorsi di cambiamento.

Gli incontri avevano una struttura abbastanza semplice: il professore proponeva un tema iniziale e da lì si aprivano riflessioni, racconti e confronti, in cui ognuno poteva portare il proprio contributo.

Appena entrata in carcere non ho provato paura. Più che altro, era una specie di attesa piena, come quando senti che stai per entrare in qualcosa che ti riguarda davvero. Niente distanza, nessun senso di estraneità. Solo una sensazione di normalità. Non detenuti, ma persone!

La cosa che mi è rimasta non è stata una scena precisa, ma il fatto di trovarmi lì e accorgermi che stavo guardando qualcuno negli occhi, senza filtri e senza etichette. Una cosa semplice, ma forte. In un contesto così carico di significati, ho visto soprattutto questo: l’umanità. E lì ho capito che la mia idea, che le persone possono cambiare, non era solo una convinzione, ma qualcosa che ha senso solo se si è davvero disposti a guardare.

All’interno di questo percorso, l’esperienza diretta ha arricchito la mia comprensione sui percorsi della devianza. È emerso come la devianza non può essere letta in modo semplicistico, ma come il risultato di una molteplicità di fattori interconnessi, tra cui il contesto familiare, la qualità delle prime relazioni affettive, l’ambiente sociale e culturale di appartenenza.

Molti dei detenuti partecipanti al gruppo hanno mostrato una capacità di riflessione rispetto alla propria storia di vita e ai percorsi che li hanno condotti alla condizione detentiva. In numerosi interventi, infatti, è emersa una consapevolezza significativa rispetto alle proprie scelte, alle dinamiche che le hanno influenzate e al contesto in cui tali scelte hanno preso forma. Molti di loro hanno condiviso apertamente il proprio vissuto, ripercorrendo le tappe del proprio passato e interrogandosi sulle motivazioni che li hanno condotti al reato e all’interno del sistema penitenziario.

Al tempo stesso, è stato possibile osservare una forte attenzione al tema del reinserimento sociale e alla possibilità di costruire una traiettoria di vita diversa, orientata al cambiamento. In diversi momenti è emersa esplicitamente l’idea di “voler ripartire”, forse anche  per  percezione del gruppo come uno spazio sicuro, in cui potersi esprimere senza giudizio e con maggiore autenticità.

Alcuni detenuti hanno inoltre sottolineato come il gruppo rappresenti per loro un luogo di contenimento e di confronto, capace di restituire una stabilità emotiva e relazionale. In questo senso, è emersa anche una riflessione condivisa secondo cui il percorso detentivo non si esaurisce nella espiazione della pena, ma inizia prendere senso nel momento in cui si sviluppa una reale presa di coscienza di sé e delle proprie azioni. Da questo punto di vista, molti partecipanti hanno mostrato una notevole consapevolezza rispetto alla propria storia e alla propria attuale visione di se stessi.

Ai tirocinanti che verranno dopo voglio lasciare qualcosa, ma non un consiglio preciso, è più una sensazione. Non cercate di essere perfetti, non cercate di dire la cosa giusta e non cercate di sentirvi subito al posto giusto. Restate, anche quando vi sentite fuori posto. Perché, piano piano, qualcosa succede davvero.

Il mio augurio è che chi entrerà in questo gruppo riesca a viverlo così: senza filtri, lasciandosi toccare anche nelle parti più scomode.

E allo stesso tempo, il mio pensiero va alle persone incontrate in carcere. Spero che possano continuare a incontrare occasioni in cui essere viste per quello che sono, e non solo per quello che hanno fatto.

Perché a volte non serve cambiare il mondo intero: basta cambiare il modo in cui si guarda una persona, e da lì, in silenzio, cambia tutto.

Questa non è la conclusione di un tirocinio, ma il primo passo consapevole di un percorso che continua a costruire ciò che sarò. Ciò che segue non è una fine, ma la prova che qualcosa in me ha appena iniziato a prendere forma.

Federica Crivelli

Relazioni di tirocinio

 

Mare Nostrum

Mare nostrum era chiamato
Onde azzurre e impavidi eroi
Feraci lidi e destini fiorenti
Di genti avversarie dal sentire comune

Un tempo
Nessuno era immune dalla malia
Di seducenti sirene

Ora
Il singhiozzo straziato di un’umanità derelitta
Il rotolio delle onde diffonde
E l’inane silenzio di navigatori stranieri
Che la morte zittisce
Ignoti i nomi umiliate le origini
Deluse le speranze di migliori destini
Saraanno per sempre clandestini

No
Mare Nostrum più non è il suo nome
Davvero
Le sue onde son zolle
Di cimitero

Nuccia Pessina

Mare NostroOfficina CreativaTrsg.Band