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L’ispirazione per il testo che segue è arrivata dopo la visione del film In Time, dove, in un futuro distopico, il tempo è diventato l’unica moneta di scambio possibile. Le persone pagano ogni cosa con i minuti della propria vita e hanno un timer luminoso sul braccio che, quando arriva a zero, li uccide.


È stato avviato un progetto pilota nelle carceri, a dir poco rivoluzionario! La sperimentazione prende il nome di Pena Silenzio. In questo caso, lo stesso, identico principio del film è stato applicato alle parole. Ogni detenuto dispone di un budget massimo di 50 parole al giorno. Un bracciale elettronico collegato alle corde vocali mostra un timer luminoso che scala il conto ogni volta che si apre bocca.

Arriva una mazzata, il metodo di pagamento. Quando un individuo sfora le 50 parole giornaliere, la macchina si collega ai dati del tribunale, e ogni parola in più costa un mese di carcere in aggiunta alla pena. Le parole sono la moneta più pericolosa del mondo!

All’inizio tutti vengono presi dal panico, nelle celle, nei corridoi, non vola una mosca. I detenuti passano le prime ore del mattino a calcolare come spendere intelligentemente il proprio bagaglio di parole. C’è chi consuma tutto subito per salutare la famiglia al telefono e chi invece risparmia parole in modo ossessivo, tenendole da parte per le emergenze, comunicando a gesti.

Gli ideatori di questa nuova pena pensavano che questo sistema avrebbe piegato la resistenza dei detenuti, che li avrebbe isolati gli uni dagli altri, rendendoli semplicemente più obbedienti e riducendo di conseguenza i contrasti con il personale. Ma qualche mese dopo l’inizio della sperimentazione si è attivata una dinamica imprevista: visto che parlare costava giorni di libertà, i detenuti hanno iniziato ad ascoltarsi.

Prima della riforma, il carcere era invaso da fiumi di parole, racconti di rapine, di colpi milionari, si urlava per nascondere i propri pensieri o per fare i duri. Le parole venivano usate come corazza per nascondere le proprie fragilità. Adesso che parlare è un lusso, quel rumore di fondo è scomparso.

Nelle celle si è creato uno spazio nuovo. Quando un detenuto decide di spendere 10 delle sue parole per dire ad un compagno “oggi sto male, mi manca mio figlio”, gli altri evitano di rispondere per non sprecare il loro budget quotidiano, ma allo stesso tempo si fermano ad ascoltare, lo guardano negli occhi, ne cercano i sentimenti e fanno spazio a quelli che loro stessi provano in risposta alle sue parole.

Il silenzio, non più vissuto come punizione, è diventato ogni giorno di più uno spazio per accogliere e dare valore alle parole e alle storie dei compagni.

La sperimentazione è stata presto sospesa, in quanto non ha prodotto l’isolamento previsto, ma, al contrario, solidarietà tra i detenuti e, addirittura, una diffusione del piacere di ascoltare gli altri, compresi gli agenti in divisa. Nulla di male, in realtà, salvo la necessità di riorganizzare il rapporto tra le diverse figure che popolano il mondo del carcere.

Nel frattempo e in attesa che vengano diffusi dal DAP nuovi criteri per regolamentare gli scambi tra reclusi e operatori, i detenuti hanno scoperto che ascoltare e comprendere quello che prova un altro soggetto vale di più che raccontare storie sulle proprie imprese e glorie passate.


Anche questa storia è venuta da sé, ma ci tengo a dire cosa mi ha motivato a scriverla.

Il film In Time è stata la mia ispirazione, lo stimolo per comprendere che troppo spesso diamo valore alle cose solo quando vengono razionate. In carcere il tempo e le parole vengono sperperati… tante volte le parole vengono addirittura utilizzate come moneta falsa per guadagnare prestigio e potere, per non affrontare il disagio del proprio fallimento e della propria impotenza nel presente.

La mia è una sorta di provocazione e allo stesso tempo un tentativo di mettere insieme parte di quello che ho capito col mio tirocinio al Gruppo della Trasgressione e con questa mia esperienza in carcere: per iniziare un cambiamento vero, credo occorra saper gestire il capitale di parole a nostra disposizione, smettendo di usarle per giustificarsi o per autocelebrarsi.

Spesso vediamo il silenzio come una privazione, ma secondo me è uno spazio dove coltivare l’empatia. Smettendo di riempire l’aria con vecchi codici, riusciamo a sentire la voce dell’altro, la parola ha un prezzo altissimo e il vero guadagno sta nella capacità di fare silenzio e saper ascoltare.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

 

 

 

 

 

Vero Sguardo

Un giovedì a Bollate, il Prof ci ha parlato del Giornale del Falso, una sezione sul sito in cui ci sono racconti falsi, inventati. Ha incoraggiato noi del gruppo a scrivere delle notizie false, non dandoci troppe “regole” se non: il racconto deve categoricamente essere falso!

Visto che mi ha incuriosito molto questa cosa, sono andata a leggere alcuni racconti, ed uno in particolare mi ha trasmesso proprio ciò che andava trasmesso. Il racconto di cui parlo si chiama Sconfitto definitivamente il male di Marco Beretta. Parla di un’invenzione assurda creata dagli scienziati cinesi e indiani, un macchinario capace di ripristinare il cervello delle persone, cancellando la loro identità per sostituirla con una memoria artificiale, immacolata. Ciò che ho capito da questa storia è che pur di non vergognarsi del proprio passato, le persone sarebbero disposte a rinunciare a tutti i ricordi. Un mondo perfetto sarebbe in realtà un mondo finto.

Ho riflettuto su questo concetto, la paura del giudizio e la cancellazione della nostra parte vulnerabile, fragile, quindi mi sono chiesta: cosa succederebbe se inventassimo uno strumento, non per cancellare il passato, ma per controllare e calcolare la sincerità nelle persone che abbiamo di fronte? Essendo la fiducia un tema per me importante, mi sono sentita di scrivere su questo.


VERO SGUARDO

Un bel giorno, un’equipe di scienziati, psicologi e medici da tutte le parti del mondo, si sono riuniti per creare una tecnologia all’avanguardia, qualcosa di mai visto prima. Questa tecnologia pazzesca, applicabile a lenti a contatto o speciali occhiali, è stata chiamata Vero Sguardo. Praticamente un software analizza i movimenti invisibili degli occhi, permettendo di vedere in tempo reale una barra luminosa sopra la testa della persona che hai di fronte.

Se la barra è verde e vicina al 100%, significa che la persona è sincera, se la percentuale invece scende, e diventa rossa, significa che l’altro sta fingendo, sta calcolando qualcosa o ti sta dicendo cavolate.

Inizialmente è stato un successo incredibile. Nei tribunali, nei colloqui di lavoro e nei negozi le truffe sono sparite in un secondo. Anche nelle carceri l’invenzione è stata accolta come una rivoluzione magnifica: bastava guardare un detenuto negli occhi per capire subito se fosse pentito o se stesse solo recitando la parte del “bravo ragazzo” per avere i permessi.

E nelle storie d’amore non ne parliamo, bastava un solo sguardo a tavola con il proprio partner per capire se provasse ancora quella complicità vera o se si stava insieme solo per abitudine. Gli scienziati dicevano che entro pochi anni il dubbio e l’inganno sarebbero spariti dal mondo.

Succede però qualcosa, a pochi mesi dall’uscita di questa nuova tecnologia:le persone smettono di guardarsi negli occhi.

Nelle metropolitane, nei gruppi di amici e persino dentro casa, la gente cammina con la testa bassa o indossando occhiali da sole anche la notte.

E questo cosa vuol dire? Beh ovvio, no? L’essere umano ha una paura tremenda di mettersi a nudo, avere la certezza assoluta ha tolto il bello delle relazioni, ma cosa più importante, ha svelato che sotto la freddezza o il bisogno di controllo, ognuno nasconde insicurezze, paure, timore del giudizio ecc.

Sapere che chi hai davanti calcola ogni tua esitazione ha congelato i rapporti umani. Nessuno ad oggi ha più il coraggio di farsi guardare dentro.

Questa invenzione potrebbe essere fatta fuori all’istante, si sceglierà di tornare al rischio di essere traditi, al disagio di non sapere cosa l’altro pensi di noi, e alla fatica di costruire la fiducia giorno dopo giorno, pur di ritrovare la forza di due occhi che si incrociano senza vergogna, senza certezze.


Ora mi piacerebbe spiegare il senso del mio racconto, o comunque l’importanza che gli ho dato io. La storia di Marco Beretta e la mia si uniscono perché in entrambe c’è l’illusione che la tecnologia, o il controllo totale, possano salvarci da ciò che ci fa soffrire.

Io in primis vivo con la fissa di voler calcolare tutto e spesso alzo dei muri per non mostrare le mie fragilità. L’invenzione Vero Sguardo rappresenta questo finto bisogno di sicurezza assoluta.

Come nella storia di Beretta, dove un uomo senza ricordi dolorosi non è più un uomo, anche nella mia storia un uomo che non rischia più di fidarsi perde la capacità di amare.

La fiducia non è un algoritmo, ma un atto di coraggio che nasce quando accettiamo il disagio di essere vulnerabili, abbassiamo le difese e permettiamo all’altro di guardarci dentro per come siamo, con tutte le nostre ombre e le nostre insicurezze.

Sofia Pellini

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

 

 

Un caldo giovedì in carcere

In un torrido giovedì di giugno, lo spazio X del carcere di Bollate si è trasformato in un luogo in cui raccontare i nostri ricordi d’infanzia. Tra la mia storia del nonno e del limone, i pomodori di Sasà, i toscanini di Ubaldo e la pentola e la gallina di Agostino, persino Eleonora, giovane tirocinante in psicologia, non ha trattenuto le lacrime ricordando la nonna Matilde,  le sue frittelle e gli gnocchi preparati insieme durante la sua felice infanzia.

In quell’ambiente denso di calore estivo, degli adulti sono tornati per un momento bambini e riaperto il cassetto degli affetti, hanno viaggiato a ritroso nel tempo. È una magia, è la dinamica trasformativa che si respira al Gruppo della Trasgressione, dove l’uomo ritrova la sua centralità, spogliandosi della sola veste di delinquente.

Ma questo approccio clinico, il “metodo Aparo”, contrasta con la visione chiara del mandato rieducativo previsto dalla nostra Costituzione e ripreso dalla legge dell’Ordinamento Penitenziario? Il dubbio, volutamente provocatorio, è se non li si stia trattando “troppo” da esseri umani e “poco” da soggetti antisociali pericolosi. Trattarli da esseri umani mette in pericolo la sicurezza sociale?

Io penso di no. Lavorare sulle emozioni della persona in carcere non è un romantico cedimento, ma la premessa su cui dovremmo fondare la vera osservazione della personalità, perché solo riconoscendo l’essere umano si può favorire un’assunzione di responsabilità. La stessa giustizia riparativa passa attraverso la comprensione umana e chiede che chi ha commesso un reato arrivi a riconoscere il dolore e l’umanità dell’altro; non c’è indagine sulle “cause del disadattamento sociale” che non passi attraverso l’esplorazione profonda e clinica del vissuto umano.

Penso che la fredda teoria dei manuali, se svuotata della comprensione umana, non porti a una vera rieducazione, ma solo a una sterile adesione formale alle regole. Come ci ricorda il Professor Aparo, il lavoro del Gruppo non si concentra sull’educazione alla legalità, ma sull’educazione alla moralità. Spostando lo sguardo dal reato al compito di lavorare insieme alla persona detenuta, affinché quest’ultima possa capire quali stati d’animo e quali sentimenti viveva quando per commettere l’abuso sull’altro (non solo un reato come articolo del codice pensale) disconosceva la proria prossimità con la vittima. Noi del Gruppo ci muoviamo su un terreno che punta alla costruzione e alla coltivazione di una relazione autentica ed è in questa atmosfera emotiva che il detenuto smette di difendersi, abbandona le logiche proiettive e inizia a fare i conti con sé stesso.

Proprio in quello spazio X ho trovato la risposta al colloquio di martedì scorso, maturando una consapevolezza liberatoria; io non sono fatta per ricoprire quel ruolo, e va bene così. Se l’inquadramento istituzionale impone griglie, confini e distanze in cui non mi riconosco, l’idoneità necessaria a portare avanti il lavoro del Gruppo della Trasgressione richiede l’esatto opposto. È un’idoneità che non si valuta su un modulo, ma che risiede tutta nella capacità di restare in quella stanza, di reggere l’urto delle emozioni e di credere, ostinatamente, che dietro ogni reato continui a esistere una persona.

18/06/2026                                                                                                                                                                      Lara Giovanelli

Tradimenti, fiducia e Kintsu-gi

Giovedì 11/06/2026
BOLLATE

L’incontro di oggi mi ha portato a riflettere molto su un’idea che il Prof tiene in grande considerazione, ovvero il modo in cui chi commette un reato percepisce l’autorità. Da parte del reo, la visione delle regole e della giustizia è distorta, come se la legge fosse solo un nemico da evitare e non qualcosa che protegge tutti noi.

Abbiamo capito che questo modo di pensare spesso nasce da una storia personale difficile, molti dei detenuti si sono sentiti traditi in passato, forse dalle loro famiglie o dalla società, perciò si sono concessi di ricambiare il mondo con la stessa moneta. Purtroppo però, questo atteggiamento crea solo un circolo vizioso, dove l’abuso finisce per compromettere la fiducia di tutta la comunità.

Dopo queste considerazioni ci siamo chiesti come si possa riparare questa rottura, e abbiamo parlato del Kintsugi, l’arte giapponese di aggiustare la ceramica usando l’oro per mettere in mostra le crepe. Nel gruppo sono nate due idee diverse: qualcuno diceva che un legame rotto non torna mai come prima; altri sostenevano che lo sforzo per ripararlo potesse renderlo ancora più forte.

Questo discorso mi ha costretto a farmi delle domande personali, riscontrando due modi completamente diversi di vedere la fiducia nella mia vita privata e nella mia futura professione. Se penso alla mia vita di tutti i giorni, alle cose che succedono tra ragazzi, come un fidanzato che tradisce o un’amica che ti parla alle spalle, io sono la prima a dire che quando la fiducia si rompe, è finita. Preferisco chiudere la porta perché non ho voglia di rimettermi in gioco con il rischio di farmi calpestare o umiliare di nuovo. È una mia difesa, non dico che sia giusto.

Ma quando si parla di carcere, di reati e di persone che stanno pagando per i loro errori, il mio modo di vedere le cose cambia completamente. Lì dentro l’oro del Kintsugi non è solo una bella frase, ma è la fatica vera, il dolore e lo scavo interiore che queste persone fanno per anni nei gruppi per capire dove hanno sbagliato.

Se una volta usciti noi continuassimo a guardarli con sospetto, staremmo dicendo che tutto quel dolore non è servito a niente e che le persone non possono cambiare. Finiremmo per tradirli un’altra volta, confermando la loro idea che il mondo è solo un posto ostile.

Io non voglio pensare in questo modo, voglio credere che se una persona si assume la responsabilità delle sue azioni e spende tutte le sue energie per rimettere insieme i pezzi, merita una seconda possibilità reale. Una volta fuori, la mia fiducia la avranno di sicuro, perché dare fiducia a chi ha faticato per cambiare è l’unico modo per spezzare quella catena di tradimenti e dare un senso al percorso riabilitativo.

Sofia Pellini

E poi ho visto te, di Cisky Capizzi, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Carcere di San Vittore, 25-05-2026

Le ore passate a San Vittore il 25 maggio mi hanno fatto riflettere molto su cosa significhi davvero “fare gruppo” in un posto del genere. La cosa che più mi affascina del Gruppo della Trasgressione è la totale assenza di forzature: vedere dei detenuti entrati in stanza per puro errore che poi, senza che nessuno dica nulla, decidono di fermarsi fino alla fine e promettono persino di tornare, fa capire quanto quel posto sia magnetico. C’è un bisogno di ascolto pazzesco, che si attiva da solo non
appena si inizia a parlare.

Il primo a prendere la parola è stato Aziz, il più giovane del gruppo, con una confessione pesante: la solitudine lo schiaccia anche in mezzo a una stanza piena di gente. Ha descritto la sua vita come un corridoio di porte sbarrate con le chiavi cadute a terra: un’immagine fortissima, quasi rassegnata.
Eppure, sotto quella corazza, i suoi desideri sono disarmanti nella loro normalità: una casa, un lavoro, zero casini.

Il Prof ha fatto un ottimo lavoro da “ancora di salvataggio”, spronandolo a
non buttare via gli anni dentro e a usarli per piantare paletti solidi per quando uscirà, senza però fargli sconti sul fatto che la realtà attuale è solo il conto delle sue azioni.

Dopodiché c’è stato spazio per le presentazioni, data la presenza di persone nuove. Anche questo passaggio mi è piaciuto molto, perché nessuno si è nascosto dietro un copione o frasi fatte. Al contrario, ognuno ha usato quel momento per dare una definizione personalissima del laboratorio.

È emerso chiaramente che il cambiamento non è un regalo, ma un
investimento quotidiano che richiede una costanza infinita.
La storia che mi è rimasta più impressa, però, è quella del permesso d’uscita di Ivano per il convegno: il Prof Aparo era riuscito a portarlo fuori e lui si è ritrovato sul marciapiede a fumare, da solo, con la concreta possibilità di scappare. Il fatto che non ci abbia pensato nemmeno per un secondo, semplicemente perché si sentiva parte di un’identità nuova e non voleva deludere il Prof o la persona che stava diventando, racchiude il senso profondo dell’intero progetto.

Alla fine, ascoltare gli altri diventa un modo potente per guardarsi dentro e decifrare i propri pezzi mancanti. Giornate come questa dimostrano che quando la riflessione diventa collettiva si crea un’energia pulita, l’unica capace di far nascere un desiderio reale di voltare pagina.

Sofia Carmen Peronace

Verbali

Il crimine boomerang

Carcere di Opera, 20/05/26

In questa giornata ad Opera abbiamo affrontato diverse tematiche interessanti. Innanzitutto è emersa una frase, detta da uno dei detenuti, che mi ha colpito molto: “Non esistono persone cattive o persone buone, esistono scelte cattive e scelte buone”. Lì per lì sembra quasi uno slogan scontato, ma sentire questo concetto da chi sta scontando un ergastolo per omicidio cambia completamente la prospettiva.

Noi passiamo la vita a dividere il mondo in buoni e cattivi per sentirci al sicuro, ma la realtà è che siamo solo il risultato delle nostre azioni.

Subito dopo, però, è venuto fuori un dubbio ancora più profondo e decisamente più enigmatico: “ma si diventa assassini per le circostanze o è qualcosa che ha sempre vissuto dentro di noi, nascosto nell’ombra?” Nel caso di cui parliamo, la vendetta per l’uccisione del padre sembrava un binario già scritto.

Eppure, la violenza si è rivelata un’illusione totale: chi ha ucciso ha ammesso che, dopo l’omicidio, non ha provato né piacere né soddisfazione. Solo il vuoto. La vendetta non ripara un bel niente, allarga solo la ferita.

Quando poi gli è stato chiesto se avesse fatto bene o male, la risposta è stata un “Male” secco, ma motivato in un modo che mi ha spiazzata per la sua devastante semplicità: “Non ho voluto bene a me stesso, e non ho voluto bene alla mia famiglia”.

Questa cosa mi ha fatto riflettere molto. Il male, prima ancora di essere un reato da codice penale, è un atto di profondo disamore verso se stessi. Pensando di difendere l’onore della sua famiglia, quest’uomo ha finito per infliggere ai suoi cari un dolore ancora più grande, distruggendo contemporaneamente anche la propria vita. Il crimine è un boomerang, colpisce in entrambe le direzioni.

Alla fine siamo tornati a parlare di noi, di quanto siamo spesso ipocriti: diciamo una cosa e poi ne facciamo un’altra, recitando una parte che non coincide con le nostre azioni quotidiane. Però, in mezzo a tutta questa ipocrisia, mi è rimasta impressa una bellissima domanda aperta, che sa quasi di speranza: “com’è possibile che, nonostante tutto, a volte ci vengano in mente brutti pensieri ma qualcosa dentro ci freni dal metterli in pratica? Forse perché la nostra persona ha comunque una morale da seguire?”.

Secondo me la verità è proprio questa: non perdiamo mai del tutto la nostra bussola interna. Persino nel posto più buio e dopo l’errore più grande, la coscienza continua a lavorare e a chiederci chi vogliamo essere davvero. Il confine tra una vita normale e il baratro alla fine è sottilissimo, basta un secondo e la risposta d’impulso sbagliata. Ma finché si è capaci di guardarsi dentro con questa spietata onestà, c’è sempre la possibilità di ricostruire un senso, persino dietro le sbarre.

Sofia Carmen Peronace

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Classi miste

Nella notte tra sabato e domenica, dopo avere sentito una delle interviste di Delitto e Castigo su Giornale Radio, ho fatto un sogno: un dirigente del DAP mi chiedeva cosa io abbia da proporre dopo tanti anni di esperienza in carcere.

La mia risposta riguardava l’ipotesi di sperimentare all’interno del carcere alcune classi pilota di scuole medie primarie e secondarie con la compresenza di alunni tradizionali e detenuti con lunghe pene: classi miste con studenti “normali” e con studenti detenuti adulti (non giovani adulti!) con una preparazione compatibile con la classe frequentata: attività di insegnamento, interrogazioni, voti, promozioni e bocciature, tutto funzionante nel modo tradizionale.

Appena sveglio, mi sono detto che non c’era tanta differenza con quello che il gruppo della trasgressione pratica da anni. Ma ripensandoci, credo che, pur essendoci continuità con gli incontri che facciamo con i detenuti nelle scuole e con la stabile compresenza al gruppo di studenti universitari e detenuti, la proposta “onirica” comporta alcune differenze significative.

I detenuti con lunghe pene e con età oltre i 40 anni hanno bisogno di tornare alle emozioni che i ragazzi vivono a 12, 15, 18 anni, emozioni che loro hanno perso per strada in conseguenza dell’irrinunciabile bisogno di rendere la loro identità compatibile con gli abusi che, in molti casi, erano stati praticati fin dalla prima adolescenza. Frequentare la stessa classe di ragazzini, io credo, potrebbe permettere a chi è cresciuto nella devianza di vivere quello che egli non ha mai sperimentato e di cui (chi ha una pena lunga) ha un intenso bisogno per continuare a vivere e per non sentirsi fuori dal mondo.

Inoltre, tra ragazzi adolescenti e detenuti, si potrebbero formare delle simpatiche alleanze di mutuo aiuto, che a loro volta permetterebbero di sviluppare emozioni vitali e (soprattutto per i detenuti) sconosciute: ci si dovrebbe confrontare realisticamente con le proprie capacità di apprendimento, con chi è più bravo, con chi ha bisogno di aiuto… complessivamente, con frustrazioni e risultati che giovano al divenire e all’articolazione dell’identità del soggetto.

Inoltre, i detenuti avrebbero la possibilità di aggiornare la loro intossicata immagine dell’autorità: a) sulla scorta di come la vivono i comuni adolescenti; b) prendendo confidenza con un principio che nel mondo deviante non esiste e non può avere cittadinanza e cioè che l’unica autorità credibile è quella di chi sa e utilizza il proprio sapere per permettere agli altri di crescere e migliorarsi.

Gli adolescenti, da parte loro, potrebbero toccare da vicino come un essere umano può diventare un compagno di scuola, un amico, un proprio simile, dopo essere stato una persona da temere e da tenere a distanza; ancora di più, potrebbero vivere l’esperienza di partecipare attivamente al recupero della prossimità con “l’alieno” e questo credo possa aiutare l’adolescente a diventare un adulto consapevole della complessità e della ricchezza dell’essere umano.

Le comprensibili obiezioni sono ovviamente che non è possibile permettere a insegnanti e adolescenti di entrare tutti i giorni in carcere; che, d’altra parte, è difficile permettere ai detenuti di uscire dal carcere tutti i giorni per andare a scuola; che l’esperimento, comunque lo si imposti, richiederebbe alti costi di personale per garantire la sicurezza dei cittadini. Tutto vero! Si tratta di valutazioni e decisioni che spettano a chi ha la responsabilità di prendersi cura del benessere della collettività.

Da parte mia, visto che l’idea parte da un sogno, vedrò di farmene qualcosa che in un modo o nell’altro possa somigliargli.

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

E poi ho visto te, di Cisky Capizzi, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Alessandro Crisafulli, One More Time

La pag. di A. CrisafulliPercorsi della Devianza e Trame di Libertà

L’importanza della contaminazione

 La pag. di A.TangoPercorsi della Devianza e Trame di LIbertà

Etichette e Storie

Quando sono entrata in questo gruppo, ero piena di domande, di dubbi e di idee già costruite nella mia testa: idee su cosa significasse la devianza, su come potesse essere una persona che delinque, sui suoi modi di pensare e sui suoi meccanismi di difesa.

Oggi mi rendo conto che l’idea che avevo del carcere e della devianza era basata su qualcosa di molto superficiale, costruito sulle poche informazioni che avevo e forse, la cosa più importante che ho imparato, è che conoscere davvero qualcuno significa andare oltre ciò che vediamo a prima vista, oltre ciò che pensiamo di sapere o immaginiamo.

Siamo spesso abituati a fermarci alle etichette, agli errori, ai ruoli, a una definizione. È più facile farlo, perché le etichette ci fanno sentire sicuri: ci danno l’illusione di aver capito una persona in poche parole.

Poi però ci si siede attorno a un tavolo, si ascoltano storie, pensieri, ricordi ed emozioni, e qualcosa cambia. Inizi lentamente a vedere l’altro. Inizi a vedere paure, fragilità, ironia, forza, sensibilità. Inizi a vedere le persone.

Ed è stata proprio questa la cosa che mi ha colpita più di tutte: accorgermi che, a un certo punto, il carcere era passato in secondo piano. Tra queste mura, in questa stanza, non mi sentivo in carcere; mi sentivo semplicemente una persona seduta a un tavolo con altre persone.

Davanti a me non c’erano più “detenuti”, ma persone con una storia, persone che mi hanno fatta riflettere, emozionare, sorridere e che, in alcuni momenti, mi hanno portata a mettere in discussione il mio modo di guardare il mondo.

Pensavo di entrare qui per osservare e cercare di capire gli altri, ma alla fine ho finito per capire molto anche me stessa. Ho imparato ad ascoltare e non soltanto a sentire, a cercare ciò che c’è dietro le cose invece di fermarmi a un’idea già costruita.

Ho imparato che dietro un errore spesso esiste molto altro: esistono storie, momenti, dolori, mancanze, ferite ed emozioni che non possiamo vedere immediatamente.

Sento di avere ancora tantissime cose da chiarire, tantissimi aspetti da approfondire e tantissime domande a cui vorrei trovare risposta.

So di non sapere, ma questo non è il punto di arrivo, bensì di partenza. Perché se prima volevo osservare, oggi sento soprattutto la voglia di continuare a capire.

Ringrazio il gruppo per avermi accolta, per i sorrisi, gli abbracci, i “come va?” e per avermi fatta sentire parte di qualcosa, per avermi ascoltata e avermi permesso di esprimermi, sbagliare, imparare.

Un grazie speciale va a Lara, per avermi guidata, ascoltata e fatta sentire accolta fin dal primo momento, per aver creduto in me anche quando magari ero io la prima a dubitare di me stessa.

Porterò con me questa esperienza, ma soprattutto porterò con me le bellissime persone che ho conosciuto.

Grazie

 Giulia Arisci

Relazioni di tirocinio