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La Trsg.band a Villa Scheibler

L’ingresso è libero, ma è utile prenotare scrivendo ad Anita Saccani e arrivare entro le 19:45.

 

Una mappa per la pena

Come membro del Gruppo della Trasgressione e laureanda in Psicologia Clinica, vorrei condividere la mia esperienza all’interno del Gruppo.

Spesso, le domande che ci vengono poste da chi non conosce il gruppo o da chi si sta approcciando per le prime volte sono:

  • “Ma cosa si fa all’interno di questo gruppo?”
  • “in che modo cercate di rieducare un detenuto che ha commesso dei crimini efferati?”

Domande comprensibili, le stesse che mi ponevo i primi giorni in cui sono approdata al gruppo. Un gruppo “trasgressivo” composto da detenuti, ex-detenuti, studenti, familiari di vittime di reato e comuni cittadini.

La presenza del Gruppo della Trasgressione, all’interno delle tre carceri milanesi di Opera, Bollate e San Vittore, è un “Centro-Studi”, un laboratorio sperimentale. Siamo tutti intorno ad un tavolo e attraverso il confronto, la partecipazione attiva di ognuno, ci si chiede come si diventa un criminale e quali sono i meccanismi che agiscono nella mente del soggetto che delinque. Quindi non si analizzano soltanto i fattori socio-culturali ma, come e in che modo micro e macro scelte personali contribuiscono al divenire dell’identità deviante e della rete di relazioni e modelli di comportamento che la consolidano.

Il lavoro che viene effettuato è costituito dal “materiale emotivo” che scaturisce dalle riflessioni e dal ripescaggio di ricordi antichi; si torna indietro nel passato, ai dolori, ai conflitti, alle fantasie, per raggiungere certe emozioni, risentirle, riviverle, per poi rivalutarle, dopo il confronto e lo scambio con gli studenti e soprattutto con le vittime di reato, attraverso dei percorsi di giustizia riparativa.

Grazie a questo lavoro sistematico i detenuti possono comprendere e riconoscere il male e l’abuso che hanno fatto all’altro; diversamente è come se non ne avessero consapevolezza. Infatti, ciò che emerge, nella maggior parte dei loro racconti, è un progressivo allontanamento dall’altro e un congelamento della relazione con la vittima durante l’atto criminale, un intorpidimento mentale, un graduale ottundimento della coscienza e una assuefazione al male (vedi Hanna Arendt) che è difficile possano essere superati con l’isolamento. Riteniamo sia invece necessario sviscerare le esperienze personali e farle diventare motivo di confronto per una crescita bilaterale di autori di reato e vittime.

All’interno del nostro “centro-studi” al detenuto non viene chiesto il pentimento ma un percorso per raggiungere strati sempre più profondi di coscienza di sé e di comunicazione con l’altro. Questo, secondo noi, è il meccanismo fondamentale che permette di coltivare l’evoluzione del detenuto, l’emancipazione dai sentimenti che avevano costituito l’humus delle sue scelte d’abuso e di disconoscimento dell’altro.

Comprendere l’errore commesso, attraverso questo processo di immersione nelle emozioni previene la recidiva del reato e fa sì che il soggetto diventi una risorsa per la società e non più un problema.

Il detenuto che ha recuperato parte di sé e della materia problematica che lo ha indotto a commettere reati, diventando proprietario dei suoi sentimenti e del lavoro di evoluzione svolto, viene coinvolto attivamente in progetti per combattere e prevenire la devianza e in progetti di peer-support per la prevenzione al suicidio  e per contrastare il mito del potere all’interno delle carceri.

Tra gli altri progetti ed iniziative, oltre agli spettacoli teatrali, concerti e convegni, sono di fondamentale importanza:

  • gli incontri svolti all’interno delle scuole o nei contesti più a rischio, durante i quali i detenuti condividono le loro esperienze ed emozioni in un’ottica di prevenzione al bullismo e alla tossicodipendenza.
  • gli incontri sulla genitorialità, che hanno una doppia funzione: permettono di analizzare le difficoltà riscontrate nel rapporto genitori-figli durante il periodo detentivo, ma soprattutto rendono tangibile ai figli il percorso evolutivo dei genitori. Durante tali incontri si cerca di sanare le ferite e di ridurre la distanza che nel tempo si è creata tra genitori e figli, in un’ottica di prevenzione della devianza di seconda generazione.

Gli obiettivi analizzati fin ora sono stati raggiunti nel corso degli anni grazie al costante impegno, alla professionalità e all’esperienza del Dott. Aparo, coordinatore del Gruppo della Trasgressione, e grazie alla collaborazione di numerosi volontari. Ma tutto ciò è prerogativa è limitato solo alle carceri milanesi.

La rieducazione del condannato, come previsto dall’art. 27 della Costituzione Italiana, NON è un percorso che si possa fare in autonomia o in breve tempo e, soprattutto, è un percorso che richiede strumenti adeguati.

Riteniamo necessario all’interno di ogni carcere la presenza di un “laboratorio permanente”, che possa guidare il condannato verso la responsabilità e un nuovo modo di interpretare la libertà. D’altra parte, “Come si fa a liberare il corpo se la mente è in gabbia?”

Katia Mazzotta                           Una mappa per la pena

Il lavoro delle coscienze inquiete

L’ingresso è gratuito, ma per entrare in carcere occorre prenotarsi e trovarsi all’ingresso in tempo utile per le operazioni di controllo (ore 9:30).

Si consiglia di NON portare appresso telefoni, apparecchi elettronici, cuffie, ecc.

Per prenotarsi, scrivere i propri dati (Nome, Cognome, Luogo e Data di nascita) a  Ludovica Pizzetti e per conoscenza a associazione@trasgressione.net.

Infine, le mail per prenotarsi devono pervenire entro il 24 maggio.

Una mappa per la pena

In relazione al prossimo convegno su “Una mappa per la pena” voglio provare a riassumere  quanto ho acquisito nei miei dieci anni di volontariato col Gruppo della Trasgressione.

Tutte le settimane ho ascoltato per ore i detenuti parlare di sé, dei propri sentimenti, desideri, emozioni, frustrazioni e per ore ho ascoltato le risposte dello psicoterapeuta dottor Aparo e dei vari componenti esterni del gruppo. Per ore ho ascoltato il dialogo cui anch’io ho dato il mio contributo e ho imparato molto.

Ho imparato che l’arresto, la condanna e qualche volta la carcerazione sono necessari per fermare l’abuso. Ho sentito gli stessi detenuti dire: “Per fortuna mi hanno fermato… se non mi avessero fermato avrei continuato a delinquere

Ho imparato anche che la carcerazione, pur tante volte necessaria, non è sufficiente per adempiere pienamente al dettato costituzionale, dove si afferma che la pena non deve avere solo valore afflittivo ma rieducativo.

Alle Istituzioni, per far sì che i detenuti diventino cittadini pienamente partecipi della società che hanno offeso, chiederei di prevedere, già dal primo periodo della condanna definitiva, un progetto e percorso di evoluzione.

Gli obiettivi dovrebbero essere l’acquisizione di una coscienza e la conseguente capacità di assumersi le proprie responsabilità.

Per arrivare alla coscienza, sulla base dell’esperienza acquisita in questi anni di partecipazione attiva alle dialettiche serrate del gruppo della trasgressione, credo siano indispensabili alcuni passi:

  • indagare con metodo sull’abuso commesso, sulle modalità e sulle ragioni, aiutando l’abusante a portare alla luce sentimenti, attitudini e pensieri al momento del reato. Ciò farebbe acquisire consapevolezza di sé e della realtà;
  • esplicitare con chiarezza che l’obiettivo da raggiungere è l’esercizio della responsabilità, che è tratto tipico del cittadino adulto;
  • creare occasioni di contatto con il mondo esterno che tolgano il detenuto da un isolamento che, pur spiacevole, può diventare una comfort zone difficile da abbandonare;
  • creare occasioni in cui i detenuti riescano a individuare una funzione da svolgere e si sentano utili alla società che in precedenza hanno offeso, irrobustendo così la parte migliore di sé.

Infine, in relazione al formarsi di una coscienza, credo  importante:

  • che l’abusante arrivi a conoscere personalmente le conseguenze del gesto compiuto (materiali e morali, difficoltà, dolore, ansia), se non della sua vittima diretta, almeno di una vittima che ha subito lo stesso tipo di abuso;
  • che il percorso di evoluzione preveda la possibilità di verificare in situazioni concrete la reale acquisizione di capacità nell’esercizio e nel… piacere della responsabilità.

Tante sono le competenze che questo approccio richiede, ma sono consistenti anche i vantaggi e i risultati ottenuti nei 25 anni che il gruppo compie quest’anno. I tanti detenuti che alla distanza ne confermano l’efficacia suggeriscono che questa possa essere una giusta modalità operativa o, quanto meno, una direzione che merita di essere studiata per valutarne la portata, i pregi e i limiti.

Nuccia Pessina                              Una mappa per la pena

Una mappa per la pena

Il Senato della Repubblica apre le porte al Gruppo della Trasgressione.

Esperienze, alleanze, difficoltà e risultati raccontati alla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia e al Capo del Dipartimento PenitenziarioCarlo Renoldi.

Per la prima volta nella storia del Senato della Repubblica verranno aperte le porte ad ex detenuti e detenuti che saranno protagonisti del Convegno promosso dal Senatore Franco Mirabelli: “Una mappa per la pena – ridurre la libertà per ampliarla”.  I detenuti che racconteranno di sé provengono dalla casa di reclusione di Milano Opera, diretto da Silvio Di Gregorio, e portano l’esperienza di 25 anni del Gruppo della Trasgressione, coordinato dallo psicoterapeuta Angelo Aparo.

Il convegno si svolgerà Mercoledì 25 Maggio 2022 dalle ore 15.30 alle 19:00 presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, Via della Dogana Vecchia, 29, Roma. Obiettivo primario dell’iniziativa è far conoscere alle Istituzioni di più elevata competenza, le best practises del Gruppo della Trasgressione, una metodologia che riesce a motivare anche i detenuti con le condanne più pesanti a impegnarsi in una palestra di coscienza e responsabilità. Un lavoro impegnativo, i cui effetti positivi si riflettono sulle vite di tutti, perché le Vittime non sono solo coloro che subiscono il reato grave, ma anche i loro familiari e i familiari del detenuto stesso.

Sintetizza Angelo Aparo: “Portare la nostra esperienza all’interno di un’Istituzione importante e autorevole, come il Senato della Repubblica è per noi un onore e una gratificazione. Il convegno è un’occasione di confronto sulla tematica della punizione e su come questa possa sposarsi con la rieducazione. Magistrati, volontari, autori di reato e familiari di Vittime di reato si chiederanno se e come la “punizione” possa avvicinare chi viola la norma e chi ne è tutore, chi ha commesso il reato a chi lo ha subito da vittima incolpevole.  Alle istituzioni – conclude- vogliamo chiedere un centro di studi sulla devianza e di prevedere, già dal primo periodo della condanna definitiva, un progetto e un percorso di evoluzione per far sì che le persone detenute diventino cittadini pienamente partecipi della società che hanno offeso.

Da Roma e da Milano porteranno il loro contributo detenuti del Gruppo della Trasgressione con un lungo percorso di maturazione personale, magistrati di sorveglianza, direttori di istituti penitenziari, familiari di vittime della criminalità, figure istituzionali interessate a identificare le strade che portano al reato e quelle, ben più difficili da costruire, che introducono al piacere della responsabilità e all’esercizio di una libertà utile per sé e per gli altri.

Oltre alle personalità sopra menzionate parteciperanno: Monica Cirinnà, senatrice; Giovanna di Rosa, Presidente Tribunale di Sorveglianza di Milano; Francesco Scopelliti, Direttore Ser.D  Area Penale Santi Paolo e Carlo;  Francesco Cajani, Sostituto Procuratore della Repubblica; Elisabetta Cipollone Ufficiale al merito della Repubblica e familiare di Vittima di reato; Paolo Setti Carraro, Medico e familiare di Vittima di reato; Sandro Baldoni, regista e familiare di Vittima di reato; Il Gruppo della Trasgressione (detenuti, ex detenuti, familiari di Vittime di reato, studenti universitari e comuni cittadini).

Il Gruppo della Trasgressione ringrazia il Senato della Repubblica Italiana e, in particolar modo, il senatore Franco Mirabelli per la disponibilità dimostrata attraverso il Patrocinio

Si allega locandina e/o invito. Per accrediti stampa e per partecipare all’evento, contattare:
Ludovica Pizzetti, 334 8793079;  Anita Saccani, 347 513 1176

Per le iscrizioni contattare Anita Saccani o la mail sulla locandina: associazione@trasgressione.net

Per l’abbigliamento e le precauzioni anti Covid, attenersi a quanto specificato sulla locandina.

Per il collegamento in diretta su you tube: SenatoItaliano

Una mappa per la pena

Verbale 29/04/2022

Verbale riunione Gruppo 1° Reparto Bollate
di Alessandra Cesario

  • Luca
    Quale motivazione le serve, Dott. Aparo, per venire ancora in galera dopo tanti anni?
  • Aparo
    Bella domanda. La giro ai membri del gruppo: cosa ci vuole per motivare me o voi o gli altri componenti a fare il Gruppo della Trasgressione in carcere?
  • Lara
    Innanzi tutto, ci vuole una persona che sappia coordinare il Gruppo. In secondo luogo, credo che occorra avere uno scopo poiché senza uno scopo non ci si muove. In più questo gruppo è una buona occasione per conoscerci e la conoscenza porta quasi sempre ad una riflessione.
  • Luca
    Io personalmente ho sempre chiesto di parlare con qualcuno come voi o con uno psicologo per capire come mai io sono così. Credo che quasi tutto parta dalla famiglia. Secondo me il genitore neanche si rende conto di quale seme pianta dentro al proprio figlio o figlia.
  • Carmine
    Io non la vedo necessariamente così, tutto sta dentro di noi e noi decidiamo come gestirci.
  • Luca
    Sì, ok, ma me lo domando poiché vedo a volte suicidarsi dei ragazzi che provengono da famiglie benestanti, che apparentemente non avrebbero nessun motivo per arrivare a compiere un gesto del genere ed io mi domando come mai uno che vive senza che gli manchi nulla di materiale, arrivi a togliersi la vita.
  • Carmine
    Anch’io conosco una famiglia di persone benestanti del mio paese d’origine che ha vissuto la tragedia del suicidio del proprio figlio. Il padre è un avvocato e la madre un’insegnante, ma hanno cresciuto i loro figli opprimendoli, e per il figlio che era cresciuto in questo clima, contava solo lo studio, mai un divertimento. Un giorno si è tolto la vita.
  • Detenuto
    Io credo che un padre non debba imporre il proprio volere al figlio, ma lo debba lasciare libero di compiere le proprie scelte.
  • Aparo
    Non è Lei, Luca, la persona che in un altro nostro incontro ha detto che: “Uno abusa perché si sente abusato“? Se parliamo di abuso le questioni relative alla classe sociale di appartenenza contano relativamente.
  • Luca
    Ha ragione Dottore, infatti, io ancora mi ricordo un abuso che ho ricevuto a 8 anni, quando mio padre mi regalò un completino del Milan, la mia squadra, a cui tenevo tantissimo ed un gruppo di miei coetanei mi prese in giro dicendomi che non era quello originale. La mia famiglia era una famiglia modesta, i miei genitori certamente cercavano di non farmi mancare nulla, ma magari non mi davano ciò che io desideravo. Forse per questo motivo mi domando perché uno appartenente ad una famiglia ricca dovrebbe mai compiere del male? Se vuole le posso raccontare anche di un abuso che ho subito poco fa da parte di un educatore.
  • Filippo
    Io sono giunto nel carcere di Bollate dal carcere di Volterra e sono venuto qui per il lavoro. Ma da quella che è la mia esperienza, carceri buone in Italia non mi pare di vederne.
  • Aparo
    Il carcere di Bollate, ovvero quello in cui ci troviamo ora, è considerato uno dei migliori d’Italia.
  • Cristian
    Per me questo carcere o un altro non conta nulla (riferendosi ai commenti fatti prima da alcuni detenuti su quale carcere fosse il migliore). Io ho sputato in faccia alla mia libertà, alla mia famiglia, ai miei figli e quindi questo carcere oppure un altro non contano nulla perché lo vedo solo come una punizione. Mi sento un fallito, faccio pensieri di cui ho paura. Tra poco tempo, ad esempio, potrei addirittura ottenere la concessione del reato continuato e quindi potrebbero assegnarmi delle attività all’esterno, tra non molto ho finito e questo carcere non mi sta dando nulla. Oggi io non la sicurezza di me stesso, ho paura di fare la stessa fine di Ivan (ex detenuto ed ex tossicodipendente trovato morto su una panchina).
  • Luca
    Ma tu che obiettivi ti sei dato nella vita?
  • Cristian
    Guarda, se pensi di essere una nullità hai di fronte a te fondamentalmente 2 opportunità: o ti ammazzi; oppure ammazzi una persona diversa da te. Ho bisogno di costruire basi solide per me. Pensavo anche di aver chiuso definitivamente con la tossicodipendenza, ma oggi non sono più sicuro di nulla. Io ho bisogno di qualche cosa che mi dia le basi per trovare il mio posto nella società. Qui sei chiuso e basta ed io voglio la mia libertà, voglio altro.
  • Carmine
    Ho visto purtroppo altri compagni detenuti caduti in depressione come lui e la cosa che mi sono sentito di fare è stato prima di tutto parlarne con l’educatore di riferimento (Bezzi) in modo che questi compagni potessero essere ascoltati e tenuti d’occhio, ma soprattutto che avessero l’opportunità di parlare con una figura competente in grado di aiutarli.

Personalmente ho cercato negli anni di farmi forza partecipando ad alcune attività e tenendomi impegnato, come ad esempio, lavorare nella redazione del giornale del carcere. La prima cosa che faccio comunque è parlare con questi compagni detenuti che hanno problemi di depressione e cercare di essere loro d’aiuto e questo metodo, devo dire, l’ho appreso facendo un percorso di Peer support nel carcere di Opera insieme al Dott. Aparo.

  • Alessandra
    Intanto, trovo assolutamente legittimo che Cristian si ponga queste domande. Non mi piace l’approccio di chi risponde ad una persona che si trova a vivere uno stato d’animo drammatico: “Ma sì, non ci pensare, vai avanti”.  Con ciò, non voglio affermare che Luca abbia avuto un atteggiamento irrispettoso nei confronti di Cristian perché gli ha posto una domanda in buona fede, cercando di fargli spostare lo sguardo, ma in quel momento si vedeva che Cristian aveva bisogno di condividere il suo dramma.

Anzi ringrazio Cristian perché penso che ci voglia anche un gran coraggio, mi vien da usare questo termine anche se forse non è corretto, a parlare dei propri stati d’animo, così delicati, di fronte praticamente a degli estranei perché, mi pare di capire che, a parte loro due (Giuseppe e Carmine), non credo tu abbia legami profondi con altri dei presenti e vedi noi membri del gruppo per la prima volta.

  • Cristian
    Infatti, io mi sento fottuto e vivo il carcere solo come una punizione attualmente.
  • Aparo
    Ludovica cosa hai notato da quando è cominciato il gruppo?
  • Ludovica
    Ho notato che è un gruppo molto eterogeneo, pochi membri che conoscono già il Gruppo, sono più numerosi i nuovi. Mi domando se non potremmo continuare a farci queste domande qui al gruppo, non tanto per psicoanalizzarci, ma piuttosto perché potremmo darci tutti degli strumenti per migliorarci. Chiedo a Cristian: “Ci sarà qualcosa che ti farebbe stare meglio, nel senso di farti sentire almeno libero di mente, inoltre, ci sarà un motivo per cui vieni qui?”
  • Cristian
    Oggi vengo qui al gruppo per cercare di evadere da questi pensieri. Mentre prime, nel 2019, partecipavo al gruppo perché avevo un obiettivo e avevo uno scopo.

Forse la morte di mia madre, avvenuta un anno fa, mi ha dato il colpo di grazia perché mi ha dato una sensazione di abbandono totale. Oggi le mie paure sono tante e sono aumentate rispetto al passato. Se domani ipoteticamente mi dicessero che mi hanno concesso il reato continuato (che poi è proprio ciò che desideravo), io non lo so cosa fare perché a qual punto potrei addirittura accedere a delle attività lavorative all’esterno, ma ho paura, forse preferirei andare in un centro assistenza, non lo so, non so più cosa desidero. Ho bisogno di ricostruire le mie basi, sono pieno di pensieri negativi.

  • Aparo
    Non si diventa uomini soltanto imparando a parlare, ma occorre anche imparare ad ascoltare. Abbiamo iniziando questa riunione parlando del più e del meno, di quale carcere fosse meglio, Bollate, Opera, ecc., adesso stiamo parlando di cose impegnative e responsabilizzanti.

Giuseppe Leotta mi ha convinto a fare il gruppo della trasgressione anche qui al primo reparto e, facendolo, si è assunto una responsabilità.

Ho sentito ciò che ha detto Cristian: genuino, autentico, senza coperture. Non è che gli altri parlino sempre con le coperture dell’ipocrisia addosso, ma si sa che ognuno, dentro e fuori dal carcere, riveste le proprie insicurezze con una sorta di scorza o di corazza, per proteggersi perché con la pelle scoperta si è più esposti.

Sono contento che Cristian abbia parlato e non ho paura che si suicidi. Allo stesso tempo capisco che lui ha la vivida consapevolezza di essersi fottuto con la droga. Le altre persone, ad eccezione di Emanuele che si è fottuto col gioco d’azzardo, non parlano di questa sensazione così vivida come lo fanno loro.

  • Filippo
    Non l’ho esposto ad alta voce, ma anche io mi sento così. Io ho fatto una cosa gravissima, un omicidio, quindi ho fottuto e fatto del male ad un sacco di persone, prima di tutto ai famigliari della mia vittima, poi alla mia famiglia, a mia moglie, ai miei figli. Personalmente, a differenza di lui, cerco di farmi forza con il lavoro, sono arrivato in questo carcere con l’obiettivo di lavorare.
  • Aparo
    Bene, lei, per dire ciò che ha appena detto, si è appoggiato a ciò che ha detto Cristian. E questo dimostra che è utile ascoltare prima di tentare di consolare o di distrarre dal problema. Cristian ha messo sul tavolo la cosa che vive in maniera pesante, netta, vivida, la sensazione di essersi fottuto. La madre è morta, il padre era morto anni prima, la moglie si è allontanata e di conseguenza ha allontanato i propri figli, quindi lui afferma: “Non è che avere l’acqua calda in carcere mi dispiaccia, ma non è questo ciò che voglio. Ho bisogno di mettere le basi per costruire. Se mi mettono al continuato, ok grazie che sono fuori, ma io non ho nulla fuori”. Questo lui lo sa, ma è bene, quando è così, che abbiano il coraggio di riconoscerlo anche gli altri.

Prima dicevo che per diventare uomini non occorre solo imparare a parlare, ma occorre anche un grembo, ovvero la capacità di accogliere. Lei, Luca, ho notato che è troppo maschio, soverchiava Cristian con le sue domande. Lui (Cristian) aveva bisogno di parlare. Se uno ti dice che sta male, tu devi avere il coraggio di ascoltarlo, perché nel momento in cui lui ti sta parlando di sé, della sua umanità, sta parlando anche della tua umanità e tu devi avere l’umiltà di accoglierla.

Giuseppe Leotta ha imbandito la tavola, ha voluto fortemente che si facesse il Gruppo della Trasgressione anche in questo reparto, ci ha accolto perché con i mezzi che aveva a disposizione e all’interno della situazione e dei limiti e dell’ambiente particolare in cui troviamo, lui ha fatto diventare questo luogo un grembo.

Il carcere è un luogo dove si soffre e siamo d’accordo sul fatto che spesso non vengano offerti degli strumenti adeguati, anche se qui a Bollate ci sono delle condizioni migliori che in altri istituti penitenziari (questa stanza ne costituisce un esempio).

Io ho iniziato la mia carriera in carcere litigando col direttore perché nella stanza in cui lavoravo c’erano 13 gradi e congelavo dal freddo e, alla mia richiesta che ci fosse una temperatura adeguata dove lavoravo, il direttore replicava di mettermi un maglione di lana in più.

Bisogna servirsi di ogni strumento che abbiamo per costruire, e occorre che le persone imparino a costruirsi e a salvarsi poiché in questo momento l’Istituzione non è ancora in grado di farlo in modo adeguato, non è in grado di fare ciò che ha fatto Giuseppe, che ha fatto diventare casa una stanza qualsiasi.

  • Michele
    Quindi si può affermare che l’istituzione non ha percepito bene il suo compito?
  • Aparo
    L’Istituzione non ha ancora identificato gli strumenti per realizzare quello che dichiara di volere.
  • Giuseppe Leotta
    Devo dire prima di tutto che Carmine mi ha sostenuto nell’idea di voler fare questo Gruppo anche qui in questo reparto. Le persone sono convinte che questo carcere è il migliore, che qui è tutto più bello, ma non è così chiaramente. Vi dico solo che chi lavora nell’area industriale è il 10 % della popolazione attualmente qui detenuta poiché siamo in circa 1300 detenuti. Per cui, se non facciamo il Gruppo non siamo impegnati e non abbiamo nessuno stimolo. Ciò che ha detto Cristian è sacrosanto. All’interno di questo gruppo, possiamo condividere le nostre esperienze e prendercene cura. Creare qualcosa è molto utile perché ci può portare a fare esperienze diverse rispetto al passato.
  • Luca
    Effettivamente mi scuso con Cristian perché mi sono reso conto, come ha detto lei Dottore, che non l’ho ascoltato. Io volevo solo dire che lui potrebbe iniziare a domandarsi che obiettivi ha o quali vuole raggiungere.
  • Detenuto
    Io sono scappato da Opera, sono detenuto dal 2009 e Bollate è la mia ultima spiaggia. Qui mi sono un po’ ripreso, ho ricominciato a vivere. Tutti abbiamo i nostri problemi fuori, ma penso che dobbiamo reagire, penso che dobbiamo metterci in gioco e farci conoscere.
  • Giuseppe Leotta
    Se però non ti impegni in qualcosa, non ti farai mai conoscere da nessuno. Qui magari tu percepisci meno rigidità, ma non è così e comunque se non fai niente tutto il giorno, sei spacciato.
  • Michele
    Anch’io mi sento come Cristian. Mi sento che mi serve un’àncora per non farmi travolgere dalle onde. Penso che dobbiamo sfruttare ciò che ci viene offerto. Il problema però non è quando usciamo, ma è ciò che ci portiamo fuori quando usciamo dal carcere. Ci dobbiamo portare fuori qualcosa che ci serva per costruire perché è questo che ci può aiutare.
  • Luca
    A me piacerebbe andare a parlare nelle scuole perché io mi sento un esempio che potrebbe essere studiato dagli studenti di psicologia come voi o da altri studenti. Ho fatto una riflessione, ad esempio, sul significato che può avere il termine “trattamentale”. Non credo che la parola “trattamentale” sia adeguata in questo contesto perché mi fa sentire come una cavia che deve essere analizzata e curata. Trovo che sarebbe più appropriato aggiungere: Area EDUCATIVA e trattamentale”.

Come lo stato si è impegnato nella lotta contro la mafia, si dovrebbe impegnare con altrettanto zelo a portare nelle scuole noi detenuti. Per esempio, l’abuso di cui parlavo prima, l’ho vissuto da parte dell’educatore con il quale ho avuto il colloquio, che non ha fatto altro che approcciarsi a me con il proprio pregiudizio davanti e non andando oltre, io non lo accetto.

  • Aparo
    Non so se la scuola che dovrebbe entrare qui a Bollate giovedì otterrà il permesso, ma in ogni caso è previsto che entrino delle scuole.

Adesso voglio parlare della depressione. La depressione mi piace perché è cosa diversa dall’euforia del coglione o dalla sensazione di onnipotenza che ti può regalare la cocaina o il correre a 300 km/h in auto. La depressione, infatti, ti restituisce il tuo fallimento, ti porta a riflettere su ciò che hai fallito o che non hai portato a termine. Nella depressione hai anche dei momenti di lucidità perché ti senti responsabile di ciò che hai perso o che non sei stato in grado di costruire. La depressione è dolorosa, ma è portatrice di consapevolezza. Da questo punto di vista la depressione è un trampolino di lancio per costruire il proprio futuro.

Fino a quando uno si sente un supereroe non ha un buon punto di partenza. Invece, la depressione, per quanto sia doloroso viverla, ti indica una base su cui poter costruire.

Inoltre, per costruire servono degli alleati, un individuo può sceglierli buoni oppure no, ma rimane necessario avere degli alleati per poter costruire.

Le morti di tua madre e di tuo padre non sono avvenute per causa tua; vero è che ti sei fottuto con la droga e che con il tuo comportamento hai fatto allontanare tua moglie e, di conseguenza i tuoi figli. Adesso ti tocca costruire in modo da farli riavvicinare, a meno che tu non abbia deciso che sei una cacca oggi e per sempre.

I tuoi figli, ma anche i figli in generale, non hanno la possibilità di poter liquidare del tutto i propri genitori, anche quando li odiano, rimangono in attesa che i loro genitori risorgano. É come se il figlio non potesse diventare adulto, se non recupera il rapporto col padre.

È vero che lei, Cristian, ha fatto in modo che i suoi figli si allontanassero da lei con il suo comportamento, ma è anche vero che c’è la possibilità di recuperare un rapporto con loro e che spetta a lei questo compito. A tale scopo, è utile, anzi necessario che non si suicidi e poi che iniziamo insieme a costruire.

Verbali

 

Verbale 21/04/2022

Verbale riunione Gruppo 2° Reparto Bollate
di Alessandra Cesario

  • Aparo
    Questa è la terza riunione del gruppo qui al 2° reparto e siamo un po’ tutti relativamente nuovi. L’idea è quella di far ripartire il Gruppo qui a Bollate e poi, una volta che la situazione Covid si sarà tranquillizzata, ci si potrà riunire insieme a detenuti di altri reparti, così da giungere a un gruppo unico nell’area trattamentale.
  • Ludovica
    Vorrei chiedere ai detenuti presenti cosa si aspettano da un gruppo come il nostro. Non so, ad es., non avevate altro da fare? Vi aspettate di cambiare? Altro?
  • Aparo
    Non è semplice rispondere a questa domanda perché, a parte Alessandra e Giovanbattista, quasi tutte le persone qui presenti, compresi gli studenti, sono nuovi al gruppo e non sanno come funziona.
  • Massimo
    Sono dell’idea che non è il gruppo che cambia le persone. Si può imparare e acquisire qualcosa da chiunque, anche dall’uomo che si considera magari il più primitivo. Dal confronto con gli altri capiamo chi siamo. Sta poi a te cambiare. È sicuramente meglio stare qui che starsene in cella. Magari dal confronto con le altre persone, ci si rispecchia anche nelle vicende di altri.
  • Leandro
    Sono qui per un arricchimento personale. Voglio studiare, voglio sfruttare al massimo tutte le opportunità che mi si presentano e non sprecare il mio tempo.
  • Massimo
    Invece di buttare il tempo preferisco stare qui, altrimenti me ne starei sdraiato sulla branda a continuare a parlare di carcere. Comunque lo faccio per me, non per dimostrare qualcosa a qualcuno. Già in carcere l’istituzione non ti offre tanto, ma visto che ora ho del tempo a disposizione preferisco essere qui. Vieni qui anche per non farti schiacciare dai pensieri, evadere dalla noia e intanto imparo anche delle cose nuove.
  • Michele
    Inizialmente sono venuto per distrarmi, per curiosità, poi però mi sono sentito coinvolto dai discorsi che abbiamo fatto.
  • Aparo
    E tu Ludovica perché non rivolgi a te stessa questa domanda, perché sei qui?
  • Ludovica
    Per quanto mi riguarda, non sono una tirocinante, ma tutto è partito dal fatto che sto scrivendo una tesi sulla devianza e mentre cercavo spunti per la tesi sono incappata nel vostro sito e ho voluto conoscere questo gruppo e il vostro lavoro per capire e approfondire la materia. Poi, man mano che sono andata avanti a conoscere, mi sono appassionata al progetto del gruppo. Tra l’altro, devo dire che all’esterno spesso c’è un forte pregiudizio nei confronti dei detenuti ed io non sapevo cosa aspettarmi e invece sono rimasta proprio colpita e mi sono proprio commossa durante gli incontri del gruppo all’esterno ad ascoltare le esperienze di persone, che sono state detenute come voi. Tra l’altro mi sono chiesta come avevano fatto a diventare così belli e mi sono appassionata alla causa.
  • Massimo
    Per me non esistono persone solo cattive o persone solo buone perché anche persone all’apparenza del tutto innocue possono rivelarsi poi malvagie. Ti faccio l’esempio del mio vicino di casa con il quale non avevamo mai avuto grosse discussioni, se non magari ogni tanto per il parcheggio. Un giorno mi sono ritrovato in auto con la mia famiglia, mia moglie ed i miei figli e quando ho schiacciato il freno, ho realizzato che il pedale schiacciava a vuoto e non funzionava più. Per fortuna non è successo nulla di grave, ma mi ha fatto riflettere sul fatto che gli uomini malvagi possono essere anche fuori e non solo in carcere o pregiudicati.
  • Aparo
    Credo che la commozione – che si verifica quando uno sente qualcosa di particolarmente coinvolgente- tu non l’abbia provata perché di fronte a te c’erano delle persone particolarmente nobili o sensibili, ma per delle particolari circostanze che ne hanno esaltato la sensibilità. Ci si aspetta che i detenuti siano persone prive di sensibilità; e così, se un detenuto dice una cosa profonda, ci si sorprende e ci si intenerisce come quando si constata che anche gli animali feroci si prendono cura dei loro piccoli. Tu in carcere non hai trovato delle persone particolarmente belle, ma delle persone che in specifiche circostanze, attorno a un tavolo di discussione, sono riuscite ad esprimere le parti belle che avevano recuperato dentro di sé; non è strano che, a seconda delle circostanze, l’essere umano dia il meglio o il peggio di sé.
  • Leandro
    Secondo me dipende anche dalle diverse circostanze della vita. Puoi coltivare sentimenti diversi dentro di te, che possono fare di te un buono oppure un cattivo.
  • Ludovica
    Alla fine, si può dire che mi sono commossa perché partivo da un pregiudizio. Mi è successo anche in un altro gruppo, dove c’erano persone che erano state maltrattate o bullizzate a causa del loro orientamento sessuale, di conoscere delle persone che avevano un vissuto particolare e che si sono rivelate alla fine delle persone migliori.
  • Aparo
    Sprecherei 43 anni di esperienza in carcere se non evidenziassi che la persona che ha dato il peggio di sé, magari per 20 anni di seguito, se messa nel contesto giusto, con i giusti stimoli, può diventare una persona sensibile. La responsabilità della politica, della società tutta, soprattutto delle persone che hanno avuto la possibilità di studiare e di crescere in un ambiente sereno e accogliente, dovrebbe essere quella di costruire una società in cui anche l’uomo che ha dato il peggio di sé possa essere messo nelle condizioni di rintracciare ed esprimere il meglio di sé. Realizzare questo è difficile, ma è necessario ed è possibile fare in modo che le persone trovino le condizioni per dare il meglio di sé spontaneamente e non perché controllate dall’esterno. Chi si occupa seriamente di questa materia deve tener conto del fatto che le persone che tu hai definito e trovato “belle “, sono gli stessi individui che dopo aver commesso un omicidio brindavano con lo champagne. Acquisito che è possibile passare da una condizione all’altra, è importante per chi si occupa di devianza chiedersi come si fa a promuovere questa evoluzione.
  • Ilaria
    A me viene da fare una domanda Prof. Mi chiedo: ma quindi siamo tutti capaci di commettere reati, anche io, quindi cosa dobbiamo fare, li giustifichiamo? Sono delle vittime? È sfortuna?
  • Aparo
    Intanto la risposta alle tue domande è: sì, siamo tutti potenzialmente capaci di commettere reati, ma no, non li giustifichiamo e non sono vittime.
  • Fabrizio
    No, non siamo da giustificare, ci siamo contornati di presupposti sbagliati che ci hanno portati a fare scelte sbagliate.
  • Michele
    Puoi partire dalla scelta in realtà, se io posso fare del male, allora posso avere delle conseguenze.
  • Aparo
    Vorrei evidenziare che mentre tu (Ilaria) stai sottolineando com’è possibile arrivare a fare del male, lui (Michele) sottolinea il fatto che, se fa del male, può pagarne le conseguenze. Ciò avviene perché tu Ilaria sei cresciuta con il tabù del fare male agli altri, lo hai interiorizzato come una cosa che non si fa, mentre lui no. A seconda delle circostanze, uno può essere indotto ad allenare la propria voglia di costruire o la propria mediocrità. Ci sono delle persone che sono cresciute in condizioni nelle quali tradire o prendere delle scorciatoie è normale e altre per le quali tradire gli altri richiede prima un allenamento, fino a che il tradimento e l’abuso non diventano una cosa naturale. È così che si diventa nazisti.
  • Massimo
    A me ha fatto riflettere un film che ho visto, nel quale il protagonista diventa un assassino dopo che ha subito un evento traumatico, ovvero lo stupro e l’omicidio della sua compagna incinta e poi lui per reazione inizia a cercare i responsabili e li uccide uno ad uno.
  • Alfonso
    È la situazione che si crea intorno che conta quando uno fa del bene o del male, ad es., una persona in difficoltà può scegliere ed io ho scelto di fare del male per fare la bella vita.
  • Aparo
    E l’ha fatta, la bella vita?
  • Alfonso
    No. Finora no. Però sfido chiunque con 800 euro al mese a campare una famiglia di quattro persone; è per questo che la maggior parte delle persone sceglie di fare la cosa sbagliata. Se invece uno guadagnasse una cifra adeguata a poter vivere tranquillo, ci penserebbe due volte.
  • Michele
    Io ho deciso di fare la cosa sbagliata perché volevo arrivare per primo, ma anche perché volevo offrire un futuro migliore ai miei figli ed evitargli preoccupazioni.
  • Aparo
    Tanto per cominciare, non è vero che quando uno commette reati lo fa per il benessere dei propri famigliari. Un capitolo a parte riguarda il fatto di “arrivare prima degli altri”. Arrivare dove? Ad esempio, Ilaria, che ha come obiettivo la laurea, non ci può arrivare prima e non ne ha bisogno. I vostri due obiettivi sono completamente diversi, lei non vuole lo yacht, la casa di lusso; Michele, invece, si è convinto che il suo obiettivo fosse arrivare in breve ad avere soldi. Bisogna capire come ciascuno di noi si convince che i propri obiettivi siano di un tipo invece che di un altro.
  • Fabrizio
    Perché realmente non avevamo obiettivi.
  • Aparo
    Ci si deve domandare: com’è possibile che uno, a 14 anni, prende come obiettivo la BMW e un altro non la considera per nulla. Bisogna chiederselo!
  • Michele
    Io mi sentivo un coglione a non avere i soldi. Quindi, quando mi hanno proposto di portare una valigia con la droga in cambio di duemila euro ho accettato.
  • Leandro
    Ci sono ambienti diversi in cui si cresce.
  • Aparo
    E ti sei mai chiesto coma mai per essere TE avevi bisogno di soldi e lui no? Come mai sei cresciuto con quel desiderio? Forse perché sei cresciuto in un ambiente in cui non hai coltivato l’ambizione di trasformare il mondo.
  • Alfonso
    Per me non è così. Io sono qui perché mi sono ritrovato coinvolto in una situazione, poi che mi piacesse fare quello che facevo è un altro conto.
  • Aparo
    Certo che se a 14 anni l’obiettivo è avere la BMW allora sei spacciato.
  • Michele
    Io, per esempio, a 14 anni lavoravo nei mercati e davo i miei soldi in casa a mia madre, da grande non volevo far vivere ai miei figli la mancanza di soldi che avevo vissuto io da piccolo, quindi mi sono messo a spacciare. Ora però non do la mia presenza ai miei figli.
  • Aparo
    Secondo te perché lui si è messo a studiare? Perché è brutto, sfigato? Non vi viene mente di chiedere agli studenti del gruppo quali sono i loro obiettivi e perché?
  • Francesca
    In realtà non è sempre stato chiaro l’obiettivo da raggiungere nella mia testa. Sono cresciuta in una famiglia umile e sicuramente l’ambiente in cui sono cresciuta ed i miei genitori mi hanno aiutato a capire che studiare mi avrebbe portato ad avere più soddisfazioni, nonostante fossi circondata da coetanei che avevano più possibilità economiche della mia famiglia e questo, a volte, mi ha creato conflitto. I miei genitori sono stati fondamentali nel farmi capire che i veri valori sono altri e che i soldi e l’apparenza non sono tutto, però ci ho messo anche del mio. Ho capito che ero circondata da persone superficiali.
  • Leandro
    Io, ad esempio, ho perso mio padre quando avevo 3 anni e sono sempre stato solo, nessuno mi ha accompagnato nel capire le cose o me le ha spiegate. Tu invece avevi qualcuno che ti ha supportato.
  • Michele
    L’ambiente però ti può portare anche a questo.
  • Aparo
    Gli studenti, in qualche modo, hanno il tabù che “non si può fare del male agli altri”. Certo che questo valore te lo deve trasmettere qualcuno che ai tuoi occhi è credibile. Tu, Francesca, che affermi di aver vissuto il conflitto, come lo hai risolto?
  • Francesca
    I miei genitori sono stati una guida. Mio padre e mia madre mi hanno fatto capire che non era vitale essere circondati dal denaro.
  • Camilla
    Sono tantissime le situazioni che ti portano a commettere reati. L’importanza dell’avere una guida credibile fa tanto. Personalmente vorrei essere una persona che può fare del bene e arrivare in punto di morte e poter dire che ha avuto senso essere stata me e aver fatto del bene a qualcuno e ha avuto senso arrivare fino a qui. Vorrei poter vivere con il conforto di fare qualcosa di buono, potendo essere fiera di me stessa.
  • Aparo
    Da questo punto di vista lei è fortunata ad essere cresciuta in un ambiente in cui un valore di riferimento era l’essere fieri di aver fatto qualcosa di buono.
    Lei, Michele, è lodevole che abbia messo da parte dei soldi per i suoi figli, ma penso che le causi un certo conflitto dire ai suoi figli che li ha messi da parte spacciando. Si potrebbe chiedere agli studenti: ma tu preferisci che tuo padre ti metta in tasca cento euro oppure essere fiero di lui? Leonardo che dici tu?
  • Leonardo
    In realtà io non ho un buon rapporto con mio padre, adesso lui vive anche lontano in Belgio e per mia scelta ho deciso tempo fa di allontanarlo dalla mia vita.
  • Aparo
    E tu, Ilaria?
  • Ilaria
    Anch’io non ho un buon rapporto con mio padre, ma non ne voglio parlare e non riesco a parlarne, mi vien da piangere.
  • Francesca
    Mio padre mi ha indirizzato. Mi ha detto segui le tue passioni e fai le cose fatte bene perché così poi potrai farti valere nella vita.
  • Ilaria
    Le mie guide comunque sono state mia madre, mia nonna e mio zio e se sono orgogliosa di me oggi, lo devo soprattutto a loro.
  • Giorgio
    L’altra volta si piangeva da questa parte del tavolo, quindi non temere se ti viene da commuoverti. Qui si riesce a confrontarsi, anche a differenza di ciò che accade all’esterno fuori da qui, perché ormai non ci si ascolta più. L’altra volta si parlava di obiettivi che l’istituzione non aiuta a raggiungere perché non chiede nulla ai detenuti. In una società dove ormai le persone non comunicano più, mi aspetto che qui dentro, all’interno di questo gruppo, dato che non bisogna apparire, ci sia la possibilità di condividere.
  • Alessandra
    Sono rimasta molto colpita dalle parole di Michele, quando ha affermato che lui ha scelto di delinquere per fare in modo che i suoi figli non dovessero soffrire le difficoltà economiche che aveva affrontato lui da piccolo per metterli da parte dei soldi.
    Io sono arrivata al gruppo come studentessa di giurisprudenza, ma ho condiviso col gruppo anche la mia personale esperienza che è quella di essere la figlia di un uomo che si è ritrovato recluso come voi oggi. La detenzione di mio padre non è durata a lungo fortunatamente ed è avvenuta nella fase delle indagini e comunque non hanno importanza i dettagli della mia storia, ma vi posso assicurare che ho vissuto in prima persona tutte le difficoltà che comporta il vivere questa situazione da figlia. Quando mio padre è stato arrestato avevo 17 anni e comunque dentro di me è cresciuta una rabbia che ho impiegato anni ad elaborare. La mia testa era piena di domande alle quali gli adulti non erano sempre in grado di rispondere. Poi mi sono iscritta a Giurisprudenza perché volevo capire come funzionava la macchina della giustizia da dentro, volevo capirne i meccanismi e poi sono approdata qui in questo gruppo forse per continuare a capire e capire anche mio padre. Io ho un ottimo rapporto con lui – lo avevo anche prima – ma abbiamo dovuto fare un percorso insieme, lui ha dovuto ricostruirsi come uomo prima e poi come padre.
    Posso dire però che nella mia vita sono stata fortunata perché comunque ho avuto dei grandi punti di riferimento credibili ai quali guardare e ai quali mi sono affidata, in primis, mia madre e poi un insegnante che mi ha sostenuto in quel periodo e che ancora oggi è un amico. Inoltre, sono cresciuta in un ambiente in cui sono stata voluta bene, mi è stato insegnato che io avevo un valore e che c’erano persone che tenevano a me. Oggi che sono anche madre di due bambini, sento la responsabilità di perseguire i miei obiettivi che non sono obiettivi che si raggiungono coi soldi, ma sono obiettivi che mirano a farmi dare il mio contributo nel mondo.
    Se avessi potuto, avrei chiesto a mio padre di inseguire meno il prestigio economico e di concentrarsi su altri obiettivi, ma alla fine mi consola il fatto che questa esperienza ha portato nella mia vita anche altri punti di riferimento che oggi ritengo fondamentali per me.
  • Giovanbattista
    Io, come tanti di noi, ho avuto una crescita abbastanza regolare, fino a che non ho deciso di ritirarmi da scuola e di andare a lavorare, tutto ciò l’ho sempre fatto circondato da un contesto criminale. Fino a 28 anni ho condotto una vita abbastanza regolare, poi è successo qualcosa che ancora non riesco a definire che mi ha cambiato e sono finito a fare uso di cocaina e da lì sono iniziati i problemi. Ho venduto il negozio perché non avevo più la testa di fare andare avanti l’attività, ho iniziato a fare rapine, fino a che non ho commesso anche un omicidio. Ero in carcere da 15 anni, poi sono uscito circa un anno fa e mentre ero fuori dopo un anno e mezzo sono ricaduto nella stessa spirale negativa e sono ritornato di nuovo in carcere. Al gruppo sono venuto per curiosità e sono venuto per capire anche perché ho iniziato a fare reati.
  • Aparo
    La volta prossima approfondiremo la cosa. Giovanbattista ha detto che è cresciuto in un ambiente in cui il reato era ad ogni angolo della strada. Ma se approfondiamo la questione, scopriremo che conta molto anche il rapporto coi propri genitori. L’abuso che si commette ai danni di qualcuno corrisponde al trasferimento sul malcapitato di un abuso o di un tradimento che si sente più o meno consapevolmente di aver subito. Se tu nella tua testa ti senti tradito da tuo padre, allora uno dei modi che hai per fargliela pagare è commettere reati.
    Per la prossima volta vorrei recuperare una poesia di Giovanbattista. Questa poesia parla di un’offesa verso suo padre e di un suo dolore. Tante volte le offese subite e quelle fatte si impastano e creano nebbia nella mente e, intanto che vivi nella nebbia, continui a offendere gli altri e te stesso. Quando ci si droga si vive col bisogno di offendere sé stessi e chi ti ama, o la persona dalla quale ti aspettavi amore e hai ricevuto altro; è come se volessi dire ai tuoi genitori: io me ne fotto di chi avete messo al mondo, visto che per voi non valgo niente, non valgo niente nemmeno per me e pertanto vado alla deriva. Comunque, è un discorso complesso che affronteremo un’altra volta.

Verbali

Tre barche

Aiuto, fateci salire!

Che cosa ci fate qui? Dov’è la vostra barca?

Era un canotto, si è bucato, stava affondando, così ci siamo buttati.

Ma da quanto state così?

E’ venuto buio due volte.

Più di 48 ore? Sarete esausti.

Lo siamo!

Quanti siete?

Siamo in cinque, ma tanti ce ne sono stati prima di noi e tanti ce ne saranno.

E gli altri?

Gli altri sono in fondo al mare.

Ecco ci siamo, riuscite ad arrampicarvi sulla scaletta?

Ci proviamo.

Ma lui perché non si muove?

Rascid, Rascid! Forza, tirati su!

(Ma Rascid non sente e non risponde. Rascid non c’è più)

Voi chi siete?

Siamo pescatori.

E perché ci avete presi su?

Eravate in pericolo e di questo avevate bisogno, di essere presi su.

Grazie.

E’ una legge del mare. Chiunque sia in pericolo, viene salvato dai marinai.

E se fosse un nemico?

Quando un uomo è in pericolo di vita, prima bisogna salvarlo, le categorie cominciano dopo. Se si scoprirà essere un nemico, avremo salvato un nemico, ma quando l’abbiamo deciso era un uomo che volevamo salvare.

Ma sarà ancora un nemico l’uomo che è stato salvato?

Forse sì. O forse apparterrà prima alla categoria dei salvati che a quella dei nemici. Lui stesso in quanto salvato si sentirà di appartenere alla categoria dei riconoscenti, poi a quella dei nemici.

Ma, che cosa vuol dire sentirsi un riconoscente?

Per esempio scoprire che dopo essere stato aiutato, sentire che a tua volta vorresti aiutare. Così ti succede una cosa strana. Guardi gli altri e, per la prima volta, li vedi davvero. E vedi le loro debolezze e per la prima volta non te ne approfitti. Anzi, cerchi di sostenerle.

Questo è un riconoscente?

Sì, questo è un riconoscente. Questo è un uomo.

Adesso che ne sarà di noi?

A)

Vi portiamo all’isola, vi ripuliamo, vi diamo da mangiare e poi da dormire.

E poi?

Poi, una volta rifocillati e ripuliti sarete liberi di andarvene.

E come faremo senza una guida?

Vi verranno forniti gli strumenti per cavarvela. Avrete imparato un mestiere, conoscerete una lingua nuova per andare nel mondo senza perdervi, per entrare nel mare senza affogare.

B)

Vi portiamo all’isola, vi rifocilliamo.

E poi?

Poi aspetterete

Che cosa?

Che il tempo passi, che arrivino le carte, che vi trasferiscano.

Per portarci dove?

In un’altra isola.

E lì che cosa faremo? Che cosa?

Che passi del tempo.

Quanto tempo?

Quello che sarà necessario.

E poi?

Poi ve ne andrete. Sarete liberi.

Liberi? Forse saremo liberi di andarcene dall’isola, ma non di andarcene dalla parte malata di noi stessi.

C)

Vi portiamo sull’isola, vi rifocilliamo.

E poi?

Poi aspetterete.

Che cosa?

Che il tempo passi, che arrivino le carte, che voi facciate delle scelte.

Che cosa mai dovremmo scegliere?

Vi verranno fatte delle proposte. Potrete seguire dei corsi, a vostro gusto.

E come sapremo quali ci saranno davvero utili? Corsi di cosa?

Un po’ di tutto. Poesia, teatro, scuola…

E’ una specie di scuola ?

Una specie, sì.

Che cosa ci insegnano?

Che cosa vi insegnano, che cosa vi insegnano! Un po’ tutto e un po’ niente. Non siate petulanti.

Ma ci insegnano a nuotare?

Nuccia Pessina

Officina creativa

Due poesie a confronto

Per chi scrivo: due poesie a confronto
con la cronaca di un auto-apprendimento

di Giovanna Stanganello

 Gli incontri tra studenti e detenuti sono pratiche di cittadinanza e spazio di conoscenza; costituiscono occasione che fa della pena strumento educativo per il recupero alla società di chi ha commesso gravi crimini; sono momento di riflessione sui nostri destini e possibilità di scampare ad essi, scartando da una storia che sembrava scritta, senza scampo.

Non è tutto scritto, si può cambiare.

La forma promossa dal gruppo della trasgressione diventa comunicazione intima, radicale che ci interroga in quanto esseri umani, non c’è discorso obliquo né giustificazione, c’è recupero di un senso dopo l’annegamento, un possibile risveglio dal sonno della coscienza.

Cosa abbiamo tratto dagli ultimi incontri del nostro pluriennale rapporto con il Gruppo della Trasgressione? Quello che il presidente del gruppo chiama viaggio di andata e ritorno: dalla terra al pianeta in cui, marziani della loro esistenza, si sono persi a truffare e assassinare: pianeta ricco di potere, denaro, macchine, donne da possedere, pianeta arido da cui raramente si torna.

E quelli che tornano? Erano lì, con i ragazzi del liceo di Brera che li hanno conosciuti in due incontri a scuola, dopo tanta distanza e reclusione nella reclusione della pandemia. Erano lì, senza fronzoli, il dott. Aparo non dà scampo, non lascia scantonare di lato, se sei tornato dal pianeta del male parli in modo diretto, non ti racconti la realtà parallela delle giustificazioni o del diritto di calpestare diritti altrui. Sei lì, inerme davanti ad una verità ripescata a fatica uscendo dall’azzeramento del non sentire l’altro. L’animo è nudo.

Mi ha colpito particolarmente una parte del lavoro che nel gruppo della trasgressione viene sviluppato: la relazione tra genitori e figli. Figli trascurati, ricoperti di denaro e diseducazione, figli male  adorati che nutrono un rapporto amore-odio verso genitori “sbagliati”. I destini sono diversi: qualcuno con il sudore ha recuperato la relazione, qualcun altro è stato rifiutato nonostante sia oggi una persone differente da quella che i figli piccoli hanno conosciuto.

Tante emozioni. Ne riporto alcune:

Adriano ha una compagna che si è innamorata di lui, marziano ritornato ad essere uomo. C’è una ragione in questo amore: quello che ha davanti è una persona che si alza alle 4,30 per lavorare in una cooperativa di ortofrutta, che assiste durante la pandemia gli anziani che non possono uscire e li rifornisce di quanto hanno bisogno; è un uomo quello che gioca con i suoi bambini, delicato di una delicatezza inedita.

Pino ha una figlia, è lì: qual è il momento in cui è iniziato il viaggio di ritorno? Quello in cui, a casa in permesso, chiede alla sua ragazza adolescente: “dove vai?” e lei. “T’interessa dove vado? Ma tu non lo hai mai saputo, cosa t’importa adesso?”. Quando rievoca questo momento davanti a lei, gli si spezza la voce. Un dettaglio apparentemente secondario è stato la leva per tornare ad essere uomo. Potrai mai dimenticare? No, ma capire, nel tempo, questo sì.

Nuccio: infanzia arrabbiata nelle pieghe della Sicilia infiltrata dalla mafia. I più svegli e vivaci vengono notati dai signori della criminalità organizzata e “allevati”da essa, dunque sono “spediti” su  Marte. Ed ora, scontata una lunghissima pena, i figli sono inarrivabili. Una malattia si è portata via il suo ragazzo con cui aveva ripreso ad avere una relazione significativa e che gli aveva detto un giorno in cui Nuccio, mortificatissimo, era arrivato in ritardo: “non m’importa se è tardi, m’importa che tu ci sei”. Ricordando quel momento si commuove, fa silenzio. La figlia non vuole vederlo, lui tenta e ritenta, resta a guardarla da lontano, dove lei lavora, dall’esterno dell’Esselunga.

Roberto ci ha messo tanto tempo per tornare ad essere credibile, le figlie sono diverse e diversamente si relazionano. Racconta così quello che chiama: “il mio slittamento verso la devianza”:

il mio paesaggio ha subito una desertificazione,
la mia anima ha albergato in una pozzanghera
”.

Nuccio, Rosario, Mario, Adriano, Roberto, Sergio, Mohamed, Antonio…

scorrono le storie davanti allo sguardo dei ragazzi: attentissimi. Che cosa ne hanno ricavato lo diranno gli studenti stessi nei testi che invieranno.

Io ho fatto della letteratura una ragione, non solo perché la insegno, ma perché credo che l’arte abbia il potere di svelare e questo potere lo ritrovo negli incontri così intensi tra gli studenti e i detenuti. Quando il cosa si dice e il come lo si dice si corrispondono, scatta la scintilla dell’arte, che sta nella capacità che hanno gli umani di incantarsi a vicenda con le storie narrate quando queste parlano davvero di noi. Se accade quella scintilla possiamo dire che la letteratura si fa vita. Due volte ho conosciuto questo potere: tra i marziani tornati dal pianeta della devianza e nel Brasile degli ultimi.

Riporto il primo esempio a riguardo:

Nuccio legge le poesie che mai avrebbe pensato di comporre nella sua vita precedente, le legge  con intensità struggente; i suoi testi sono inscindibili dal modo in cui li interpreta, nella lingua madre siciliana, senza recitare, con la commozione che li spezza.

Se a vita fussi scrittu ‘nda fogghiu i catta
unni pi cangiari i cosi
bastassi na gomma
lassassi sulu tanticchia
da me vita
Quali?
Quannu era picciriddu
u restu u scancillassi […]

Mi ha fatto venire in mente Tolstoj in Morte di Ivan Il’ic. Il protagonista è perso nelle apparenze borghesi, nella vacuità di una non esistenza priva di senso profondo, senza quel nocciolo che ha avvertito  unicamente  nell’infanzia e nella prima giovinezza. In fondo anche lui ha abitato il pianeta del vuoto e torna alla vita vera paradossalmente quando, per una grave malattia, la sta perdendo e ne ricostruisce il senso in estremo:

Tutto ciò di cui vivesti e vivi non è che menzogna,
inganno che ti nasconde la vita e la morte.

E Nuccio non sta parlando, forse, di questo significato profondo tornato in superficie, quando dice: l’adrenalina, l’eccitazione mi venivano solo dal potere e dalla sopraffazione, ma oggi, quando tremo e sento gli studenti emozionarsi perché ho letto una mia poesia, mi dico che ero cieco, che cosa conta il resto al confronto di questo gusto di oggi, nuovo, di questo sentire pieno?

Il secondo esempio di letteratura come vita viene dal Brasile, lo riporto in comparazione con un’altra poesia di Nuccio: il cui titolo è assai simile a quello scelto da Denise, menina de rua; ciascuno di essi si chiede, in fondo: Per chi scrivo? e ciascuno muove dalla sua esperienza per dare un senso al proprio atto di comunicazione: Nuccio lo fa per riconquistare il cuore di sua figlia. Denise (a cui vengono attribuiti i diritti d’autore per le sue poesie e che, tornata sulla strada, vi scompare) scrive per i ragazzi della strada, per i mendicanti, gli accattoni e i drogati,  che mai arriveranno a leggerla e che faranno del suo libro un appoggio per la loro testa durante il sonno.

I due testi sono attraversati da una grande potenza per la loro verità e per uno stile diretto, efficace e toccante. Non so perché, ma mi hanno riportato alla mente una bella storia con cui voglio terminare: è la cronaca di un autoapprendimento. Eccola: un povero del Brasile, non alfabetizzato, che non rivela la sua deprivazione culturale per vergogna ed orgoglio, matura caparbiamente una tecnica di associazione delle lettere a partire dal suo nome sulla carta d’identità, dai cartelloni che vede per strada, dai nomi delle vie e da stralci di giornale… in cui riconosce i segni delle parole che ricorrono. Dopo mesi e mesi di sforzi per tentativi ed errori, la scrittura gli si palesa, come una specie di rivelazione: “e alla fine fu come un soprassalto: stavo leggendo tutto, tutto!” Un ‘intelligenza acuta volta a un’intenzione al cambiamento.

Le energie più vivaci possono essere sfruttate per le ragioni più abiette dalla criminalità organizzata, uscirne è impresa ma se, con uno scarto individuale o con un gruppo di appoggio ti dai una possibilità, allora “nel fermarti la mente riprende a respirare, allora ti  vengono i pensieri e riesci a farti delle domande”: così conclude Antonio Tango (detenuto e omonimo del protagonista brasiliano di questa  cronaca di un autoapprendimento) parlando del teorema di Pitagora che si è messo a studiare. Da questa riflessione sull’importanza dell’interrogarsi sulle cose prendendosi il tempo per farlo è nato il film Il teorema di Pitagora realizzato nella collaborazione tra il liceo e il  laboratorio della trasgressione.

 

Picchì scrivu puisii?

Picchì scrivu puisii?
Fossi picchì no nti sappi
teneri nde razza?

O fossi,
picchì no gnucai
mai cu tia?

O picchì
no ndi sappi rari
u megghiu ri mia?

Macari ka c’era,
Era iù ka no vireva.
Passai troppu anni o scuru,

Era accussì scuru
ka no mireva
Mangu chiddi chiù vicinu.

Picchì vogghiu
addivindari pueta?
Fossi picchì sulu l’animu

di mpueta è degnu
di riqunguistari
u to cori.

Perché scrivo poesie?

Perché scrivo poesie?
forse perché non ti ho saputo
tenere in braccio

O forse
perché non ho giocato
mai con te

O perché
non ti ho saputo dare
il meglio di me

Anche se c’era,
ero io che non ti vedevo
ho passato troppi anni al buio

Era così buio
che non vedevo
neanche quelli più vicini

Perché voglio
diventare poeta?
forse perché solo l’animo

di un poeta è degno
di riconquistare
il tuo cuore

Nuccio di Mauro, Opera, 26 ottobre 2016

 

Para quem escrevo

Hoje perguntara-me
para quem esu escrevo.
Tentaram-me interrogar com a questão:
para quem escrevo os meus pensamentos.
Com um olhar distante e um jeito um tanto tímido
respondi…
escrevo para os que nunca chegarão a ler;
escrevo para os que nunca frequentarão uma escola,
escrevo para não tem um tostão
nem ao menos para comprar um pão
ou um livro de poemas,
escrevo para os mendigos, pedintes,
drogados ou viciados
que um dia encontrerão em meu livro
um apoio para suas cabeças durante o sono.
Escrevo para os que come eu
são ou já foram meninos de rua,
escrevo para você, e para você,
para que o mundo conheça nossas alegrias
e sofrimentos.

Per chi scrivo

Oggi mi hanno chiesto
per chi scrivo.
Mi hanno interrogato con la domanda:
per chi scrivo i miei pensieri.
Con uno sguardo distante e un fare un po’ timido
ho risposto…
scrivo per quelli che non arriveranno mai a leggermi;
scrivo per quelli che non frequenteranno mai una scuola,
scrivo per chi non ha un soldo
nemmeno per comprare un pane
o un libro di poesie,
scrivo per i mendicanti, gli accattoni,
i drogati o i viziati
che un giorno troveranno nel mio libro
un appoggio per le loro teste durante il sonno.
Scrivo per quelli che come me
sono o già furono ragazzi di strada,
scrivo per te, e per te,
perché il mondo conosca le nostre allegrie
e sofferenze.

Denise Christine Fernandes, S. Paulo, 16 giugno 1994

                               Marte, andata e ritorno

Aspetto

Aspettu, aspettu.
Ma ch’aspettu?
Oramai n’aspettu
chiù a nuddu
Trasenu tutti i parendi

de me cumpagni.
E chiddi me,
unni sunu?
Taliu, taliu
ma ne viru.

Va bè, non fa nendi
Sugnu cundendu u stissu
Ma bastau viriri a gioia
di mpicciriddu strittu
ndo pettu di so patri.

Na muggheri accarizzari
u maritu.
Na matri ka teni
nde razza a so criatura,
ka mi fa pinzari

a maronna co Bamminu.
Sugnu cundendu
pe me cumpagni
ma sugnu cchiù cundendu
pi chiddu ka
m’arrialasturu,

Mi inghisturu u cori.

Aspetto, aspetto,
ma cosa aspetto.
Oramai non aspetto
più nessuno,
sono entrati tutti i parenti

dei miei compagni.
E quelli miei
dove sono?
Guardo, guardo
ma non li vedo.

Va bene, non fa niente,
sono contento lo stesso,
mi è bastato vedere la gioia
di un bambino stretto
nel petto di suo padre.

Una moglie accarezzare
il marito,
una madre che tiene
in braccio la sua creatura,
che mi fa pensare

la Madonna col Bambino.
Sono contento
per i miei compagni
ma sono più contento
per quello che
mi avete regalato,

Mi avete riempito il cuore.

 Officina creativa