Immagina la cosa giusta

“Tra bufalo e locomotiva/la differenza salta agli occhi

La locomotiva ha la strada serrata/il bufalo può scartare di lato e cadere”

Nel 1876 il pittore austriaco Hans Canon, rompendo la tradizione figurativa tramandatasi nei secoli, decise di dipingere i Putti non più assorti nel più alto dei cieli ma con i piedi ben saldi sulla terra, e per di più al lavoro per costruire una ferrovia.

La profonda allegoria del progresso dell’uomo suggerita dalla visione di questo quadro, durante le vacanze pasquali a Vienna, mi ha letteralmente affascinato….. richiamando prepotentemente alla mia coscienza il senso di alcune cose che in questi mesi abbiamo contributo a far nascere anche insieme al Gruppo della Trasgressione.

Cosa vedi di te in questa immagine?”: ecco la mia domanda innocente rivolta ad un gruppo di ragazze e ragazzi che mi ritrovo davanti, riuniti in questa strana Piazza delle Terre di Mezzo.

Federico: In questa immagine vedo emozioni che vengono distrutte, ad esempio amicizie non ricambiate, litigi in famiglia.. quando succede qualcosa che si frantuma dentro, non sto bene con me stesso e mi si sgretola dentro come vedo le persone. Assomiglia a quello che tante volte penso.

Caterina: Questo vetro sono le cose quotidiane che accadono, i litigi che creo io. Sono anche io quella persona che fa star male altre persone. In questa immagine ho visto desideri che avevo che non sono stati realizzati e che io non ho fatto realizzare ad altre persone.

Paola: Vedo uno sbaglio da parte mia o di altre persone. Al di là di questa finestra vedo alberi e penso che si possono ricomporre tutti i pezzi.

Lorenzo: Vedo quello che potevo fare e i miei sbagli che hanno crepato il vetro. Sbaglio dopo sbaglio il vetro si rompe. Come si sa l’essere umano non è perfetto. In questa immagine vedo gli errori che si fanno.

Federico, Caterina, Paola, Lorenzo (e tutti i compagni di classe con loro presenti) ragionano come dei laureati in giurisprudenza ma, anagraficamente, hanno 12 anni.

E sono lo straordinario risultato di una sfida che, ad essere precisi, parte da Chiara Azzolari e dalla sua tenace ostinazione di “mettere alla prova” i contenuti del documentario Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine nei più svariati contesti educativi: e così, anche per una sorta di riconoscenza espressa al grande lavoro fatto da lei e da DIECI78 in questo progetto corale, Juri ed io non abbiamo saputo dire di no quando ci ha simpaticamente coinvolto in due laboratori con le scuole da tenersi durante la nota manifestazione milanese Fa’ la cosa giusta.

Così ci siamo ritrovati ancora insieme, lo scorso 23 marzo, con alcuni docenti d’eccezione: i detenuti del Gruppo della Trasgressione.

Non era la prima volta che partecipavo ad incontri dove criminali (nel senso tecnico di chi ha commesso un crimine) riescono paradossalmente a diventare guide credibili agli occhi di giovani in crescita (con la meraviglia, in primis, sul volto dei loro insegnanti). Eppure questa volta il tutto ha avuto, per me, un significato particolarmente nuovo.

Sarà stato forse il luogo…. dapprima una “tana”, improvvisata da tutti noi sotto le scale esterne di un padiglione della Fiera di Milano per ritagliarci uno spazio di maggiore attenzione e coinvolgimento, per poi continuare  – nel pomeriggio – in quella “Piazza” sotto gli occhi di visitatori di passaggio, ugualmente stupiti come il sottoscritto nel vedere tre ergastolani parlare fitto fitto per quasi due ore con ragazzi così giovani.

Sarà che “il dott. Aparo” non ha avuto quasi mai occasione di intervenire, perché ogni componente del Gruppo della Trasgressione ha saputo ben dire e mostrare i-frutti-del-duro-lavoro-dentro-se-stesso maturati in tutti questi anni di reclusione: e quando una squadra gioca bene in campo, l’allenatore può rimanere comodamente seduto in panchina a godere dei risultati di tutto il suo lavoro.

Ma sarà forse perché, ancora una volta dopo aver io personalmente accolto dei bambini di 10 anni a Palazzo di Giustizia ed esserne uscito enormemente arricchito (come mai avrei immaginato), ho realizzato che davvero è l’immaginazione la risorsa più potente da sviluppare, fin da bambini.

E soprattutto, aggiungerei io, fintanto che siamo bambini. Perché i bambini sono realmente in grado di farlo, e di farlo mille volte più efficacemente di noi che ci crediamo adulti e – solo per questo – capaci di ogni cosa.

Immaginare quindi un futuro migliore dove le mafie possano essere finalmente sconfitte anche grazie alle testimonianze nelle scuole di chi la mafia (l’ha praticata ma poi, con un lungo percorso di recupero del proprio-vero-io in carcere) l’ha rinnegata: penso che questo, ora, sia davvero possibile.

Un anno è passato e noi stiamo ancora qui progettando di volare verso Marte… anche grazie  all’appoggio,  silenzioso ma rassicurante, di alcuni Familiari delle vittime di mafia. Anche loro, allo stesso modo, sognatori come tutti noi: pietra su pietra, dolore su dolore, si possono anche innalzare cattedrali.

Immaginando così di poter davvero saldare la terra con il cielo.

 

 

Giustizia riparativa e criminalità organizzata di tipo mafioso

Quale piccolo contributo ad un dibattito tuttora in corso su un tema ancora poco studiato, concorde l’Autore volentieri pubblichiamo qui il resoconto di Andrea La Piana relativamente al Focus Group da lui condotto nell’ambito della sua interessante tesi di laurea.

Gli occhi grandi color di foglia

Gli occhi grandi color di foglia

La serata all’istituto dei Tumori, data in concomitanza con il 90° anniversario della fondazione dell’Istituto, prende il nome da un verso di Via del campo, una delle prime e più note canzoni di De André.

Una bambina e una puttana vivono entrambe in Via del Campo, tanto vicine l’una all’altra da far germogliare fiori, illusioni e speranze d’amore in chi va a trovarle. La prossimità fra l’una e l’altra c’è, ma per coglierla occorrono occhi grandi color di foglia, capaci di accettare parentele nascoste fra personaggi apparentemente incompatibili.

Scritta in collaborazione con Enzo Jannacci, Via del campo invita al dialogo con ciò che, a una prima lettura, sembra distante e privo di valore ed è un’anticipazione del tema che rimarrà il filo conduttore di tutta la produzione poetica di De André: l’importanza della comunicazione con le proprie parti oscure, cioè con quegli errori, fragilità, insicurezze o, come dice la canzone, con quel letame da cui possono nascere progetti e riconoscimento reciproco fra persone diverse.

La serata musicale all’Istituto dei Tumori vuole essere un modo per rendere fattiva la comunicazione fra mondi distanti: da una parte chi, pur ferito dalla malattia, cerca e trova anche nel dolore motivo di conoscenza e di evoluzione; dall’altra alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione che, dopo anni di lavoro sui propri errori, partecipano oggi a progetti in favore del bene collettivo che in passato avevano offeso.

La squadra anti-degrado

 

La squadra anti-degrado

Ogni reato, in un modo o nell’altro, contribuisce ad aumentare il degrado sociale e a ridurre la libertà del cittadino.

Per questo, il Gruppo della Trasgressione sta mettendo insieme una squadra composta principalmente da detenuti che, dopo essere cresciuti nel degrado e averlo alimentato, oggi combattono il degrado collaborando con le istituzioni.

I delinquenti, che a suo tempo erano stati strumenti del degrado combattuto da Falcone e Borsellino, oggi si presentano alla società come alfieri dei valori per i quali Falcone e Borsellino hanno perso la vita.

Della squadra fanno parte da tempo detenuti, studenti universitari, comuni cittadini e persino qualche familiare di vittime della criminalità (Marisa Fiorani).

Dunque, un gruppo di ex criminali che hanno guadagnato e continuano a guadagnare libertà, non tanto perché hanno scontato parte della pena o per le misure alternative previste dalla legge, quanto per il fatto che hanno interiorizzato i valori della legalità e della costruzione di cui si fanno concretamente portatori:

  • nelle scuole con interventi di prevenzione verso bullismo e dipendenze;
  • negli interventi nel carcere di Opera per la prevenzione di atti autolesionistici;
  • negli interventi a San Vittore con i detenuti giovani adulti;
  • negli interventi con lungo degenti negli ospedali;
  • promuovendo i quesiti e gli sviluppi operativi relativi al documentario “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine“;
  • svolgendo lavori di pubblica utilità in forma parzialmente gratuita grazie anche alla collaborazione con i comuni;
  • lavorando con le attività della nostra cooperativa Trasgressione.net: vendita e distribuzione di frutta e verdura fresca e di prodotti alimentari confezionati, lavori di piccola manutenzione (tinteggiatura, pulizie, sgomberi cantine).

Per tutti i detenuti che faranno parte della squadra è utile un posto di lavoro nella cooperativa. In questo modo il detenuto può partecipare più facilmente alle attività culturali e imprenditoriali del Gruppo della Trasgressione e può presentarsi ai destinatari della nostra azione (adolescenti nelle scuole e detenuti nelle carceri) come testimonial credibile del nostro progetto generale.

In relazione a ciò, pur senza rifiutare eventuali contributi in denaro, chiediamo alle istituzioni, alle scuole con le quali collaboriamo, ai privati cittadini che vogliono farsi alleati dei nostri progetti soprattutto di aiutarci ad ampliare la nostra rete di lavoro con :

  • la bancarella di Frutta & Cultura (consegne di frutta e verdura  e prodotti alimentari a mense, ristoranti, bar e a gruppi d’acquisto),
  • lavori di tinteggiatura, piccola manutenzione e pulizia; piccoli traslochi.

La fecondità dell’imperfezione

Un racconto fra parole e musica, fra arroganze dure a morire e fragilità negate, in compagnia di Juri Aparo, Tonino Scala e dei componenti del Gruppo della Trasgressione. Le canzoni e gli interventi della serata sono un invito a collaborare con i nostri progetti e le nostre attività già in corso:

  • Associazione Trasgressione.net: interventi di prevenzione al bullismo nelle scuole medie superiori e inferiori, il teatro sul mito di Sisifo, convegni su i temi del gruppo, concerti della Trsg.band;
  • Cooperativa Trasgressione.net: consegne di frutta e verdura freschi a bar e ristoranti e a gruppi di consumatori associati, le bancarelle nei mercati rionali con gli stessi prodotti, il restauro di beni artistici, lavori di manutenzione e di piccola ristrutturazione.

Progettare e lavorare con chi ha commesso reati
giova al bene collettivo e alla conoscenza dei percorsi devianti
più della pena che il condannato sconta in carcere

A tutte le persone che intendono partecipare chiediamo di contribuire al buon esito dell’iniziativa osservando le seguenti indicazioni:

  • Le richieste di prenotazione (obbligatoria) al concerto vanno inoltrate a associazione@trasgressione.net specificando chiaramente:
    Nome e Cognome, Luogo e Data di nascita e N° Carta d’identità;
  • Ingresso 10 euro.
  • Le prenotazioni possono essere inoltrate individualmente, ma per snellire il nostro lavoro chiediamo la cortesia, quando è possibile, di cumulare più richieste in un’unica mail.
  •  E’ indispensabile essere presenti all’ingresso entro le 19:30. Via Camporgnago 40, Milano. I parenti dei detenuti sono invitare a entrare alle 19:45.
  • Allo scopo di facilitare i controlli all’ingresso e per evitare ritardi è necessario presentarsi senza cellulari, senza oggetti elettronici, chiavette USB, ecc.

 

La squadra anti-degrado

Cosa me ne faccio della mia consapevolezza?

<< Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio é discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.
L’inferno dei viventi non é qualcosa che sarà; se ce n’é uno é quello che é già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo é rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non é inferno e farlo durare e dargli spazio>>

Calvino, Le città invisibili

 

Della serata del 16 marzo scorso, in carcere a Opera per “Lo strappo”, mi sono rimaste in mente tante piccole cose, immagini, frasi, domande, abbozzi di ragionamento.

– Gli occhi del detenuto dietro al computer e a sistemare l’audio (quando davano i croccantini al gatto, o mi dicevano che serate come queste erano importanti, o si scusavano che la tecnologia era un po’ quella che era)… a me sembravano occhi che ridevano.

Una difficoltà tecnica che mi è sembrata emblematica: Alex che doveva leggere il testo della strage di Pizzolungo non aveva abbastanza luce per leggere; il mio microfono – quando dovevo recitare le parole di una vittima – si rifiutava di funzionare. Vittime ineffabili. Erano giorni che mi chiedevo quanto fosse difficile dare voce alle vittime, lì dentro.

– Il rammarico per la domanda di un detenuto che chiedeva conto della propria detenzione. Rammarico, perchè possiamo ipotizzare non lo sapesse davvero, o non avesse in mano strumenti per capirlo, o le persone a cui chiederlo non sapeva chi fossero o non gli davano ascolto… Rammarico perchè sembrava non avere gli strumenti per cogliere che era impossibile che quella sua domanda ricevesse una risposta in quella sede. Rammarico perchè, da quel che diceva, era probabile uscisse da lì a breve, e il tono con cui parlava in quel contesto non sembrava essere quello di una persona che avesse fatto bene i conti con la propria storia.
(Eppure, possiamo prenderla sul serio, quella domanda? Ha poi avuto risposta? E la risposta è stata capita?)

– La delusione nelle spalle di quel ragazzo che quando ha chiesto al magistrato cosa lo avesse spinto a intraprendere quella carriera si è visto negare la risposta. E io che invece pensavo che quella domanda fosse azzeccata e avesse assolutamente a che fare con lo strappo e la volontà di ricucirlo, avesse a che fare con quella cosa potente che è immaginarsi grandi (e mi sono sincerata – cuore di mamma dicono – che in separata sede abbia ricevuto una risposta da Franco Roberti mentre insieme uscivano dal carcere, e almeno questa so che è una parentesi a lieto fine).

– Con riferimento alle letture iniziali, e alla parte recitata schiena contro schiena fra vittima/carnefice: e al di là del microfono, della mia performance migliorabile… ripenso che nelle ore/giorni precedenti ero molto tesa al pensiero della possibile reazione dei detenuti, almeno tanto quanto ero tesa al pensiero delle vittime presenti in sala (Che moti dell’animo mi potrò aspettare? E se la nostra interpretazione risultasse inadeguata… addirittura offensiva? E la nostra scelta dei testi come sarà giudicata? C’è chi ha parlato addirittura di arancia meccanica… quelle letture, fanno troppo male? Troppo o troppo poco? Sono servite?)

– Ambrosoli che dice di non essere cresciuto pensando di essere una vittima, di aver cercato di evitare questo alibi. E il mio pensiero va alle guide che ha incontrato sul suo cammino. Chissà se saprei essere così brava…

– Ambrosoli che fra tutto quello che poteva dire sceglie di dire che si dispiace per non aver immaginato che uno dei detenuti avesse una figlia. Di aver perso una occasione di curiosità. Accidenti.

– la domanda “cosa me ne faccio della mia colpevolezza“, che un detenuto ha rivolto alle Istituzioni. Non ero nella testa di quel detenuto, e mentre la faceva mi ero chiesta se il sottotesto – il non detto – in quella affermazione fosse la denuncia  “non ci vengono dati contesti in cui poter esprimere la nostra crescita“. Il magistrato che ha risposto “ad esempio la prevenzione al bullismo è una cosa bella per ricucire lo strappo” l’ha letta come domanda effettiva, non come domanda provocatoria. E se era una vera domanda, da un lato volevo rispondere che io ad esempio mi sono stupita/commossa quando mi hanno accennato del progetto di prevenzione al suicidio in carcere portato avanti dai detenuti, che mi è sembrata una idea bellissima, geniale, importante.
Dall’altro lato, quella domanda nella mia testa era subito diventata “cosa me ne faccio della mia consapevolezza“. E volevo rispondere: “eh, grazie. Sarebbe bello che qualcuno ci dicesse cosa dobbiamo fare da grandi“. Sarebbe tutto più semplice. Ma non è così, nemmeno per noi.
Nella cucina della vecchia casa di mia madre, lei aveva appeso un sacco di frasi e foto che le piacevano. Frasi della Bibbia, poesie, cose così. C’era anche una foto di un muro, con una scritta che recitava: “Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo“. E lei che era una insegnante di italiano alle medie, mi diceva “sai, perchè questa frase è importante? Il primo vero ostacolo perchè il figlio di un bracciante diventi un imprenditore o un professore universitario, o qualunque altra cosa non sono i soldi, ma è l’immaginazione. Non si immagina in quel ruolo. Non si immagina diverso”. È l’immaginazione la risorsa più potente da sviluppare. E ripenso a Juri, che fa diventare i detenuti educatori e nel farlo regala una possibilità di “immaginarsi diversi” pazzesca. E come lui molti altri.
Quindi, in quel frangente, a Opera, pensavo che la mia risposta unica possibile e forse la più seria risposta a quella domanda sarebbe pertanto una domanda: “come lo sogni, tu, il tuo futuro, facendo i conti con quella colpevolezza li? A te cosa piacerebbe fare?”.
The future is unwritten, questa cosa io la voglio pensare. Ma non in maniera stupida, lo so che non ho più la stessa vita potenziale di un bimbo di 10 anni, o che un ergastolano ha una rosa ancora più ristretta di possibilità davanti a sè… eppure gli uomini “guidano da soli la propria canoa“.  Quanto meno nei territori inesplorati del pensiero, della conoscenza, della parola, della relazione: il futuro non è già scritto.
E a me è lì a Opera era tornato in mente un libro che ho letto e riletto a mia figlia, un albo illustrato. Si chiama  “Un piccolo passo”  (Simon James, Zoolibri). Ne copio qui di seguito due pagine:

 

Io sono una fondamentalmente insicura, e se qualcuno oggi mi chiedesse come vedo il mio futuro, preferirei limitarmi ad una domanda più piccola. Hai provato a fare un passo?

– poi penso alla delusione/rabbia provata pensando a Carmelo, fra gli intervistati del documentario, che una volta uscito è tornato a spacciare, ed è di nuovo in galera. E vorrei sapere da lui, non da altri, il perchè. Quando si parla di spaccio, a me torna in mente la sig.ra Bartocci (che ha perso il marito… per due lire e quattro drogati…e che pensa che lì non si può recuperar niente), la sig.ra Fiorani (e lei che ha combattuto per anni contro la droga, e ha perso una figlia, quando ha incontrato dei ragazzi ha detto “i problemi vanno affrontati“), e poi mi viene in mente la riduzione teatrale che ho visto di Caracreatura di Pino Roveredo (e io mamma di bimbi piccoli mi chiedo come si fa a tenere i miei figli lontano da quello specchietto di allodole lì. Da quel dramma lì. Da quel disastro lì della droga e non mi so rispondere e dico che basta, basta. BASTA. Abbiamo bisogno di alleati).
Ecco. A Carmelo voglio chiedere anche quale contesto lo ha accolto una volta uscito di galera, se s’è l’è cercato lui. Era l’unico possibile? Ci sarebbero stati contesti diversi che potevano accoglierlo? E c’era un lavoro? Abbiamo bisogno di analizzare e capire bene il perchè, per sapere in che direzione lavorare.

– Poi, di tutto il lungo discorso di Lucilla,  di Libera, mi è rimasto impresso il richiamo al “vedo sento parlo“. E subito penso al mio compagno, a una dinamica che c’è spesso fra noi, lui che si arrabbia perchè non mi arrabbio abbastanza quando vedo qualcosa di sbagliato. Viviamo in una società di pavidi, mi dice. Tu – mi dice – sei troppo pavida. Io lo guardo, che si incazza in giro per la città quando vede piccoli grandi soprusi quotidiani e il più delle volte gli dico stai attento per carità che tieni famiglia, e che io ci tengo a te, in giro ci sono troppi pazzi o criminali, oppure mi innervosisco che non può sempre guardare quello che non funziona e lui mi dice ti arrabbi con la persona sbagliata. “Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre” (Sciascia, il giorno della civetta).
E sì, mentre Lucilla parla penso che davvero i beni più importanti da conquistare alle mafie sono le persone, siamo noi.
E allora.  Uno due tre quattro cinque dieci cento passi…

 

In piedi, da soli

“In piedi, da soli, non ce la si fa
per farcela, occorre un’Autorità”

(Aparo dixit – 20 aprile 2018, ore 12.58)

Milano,  Giardino Bazlen – Porta Romana

[continua….]

L’autorità: funzioni e obiettivi

Venerdì, 20 aprile 2018, ore 9:30-13:00
Aula Magna, Palazzo di Giustizia
Ingresso Via Freguglia, Milano

Ingresso libero. Non occorre prenotarsi. Si può entrare da Via Freguglia o dall’ingresso principale. Presentarsi entro le 9.

Il Convegno

  • Titolo: Le nostre autorità: funzioni e obiettivi
  • Sede: Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Milano
  • Data e orario: 20 aprile, ore 9:30-13:00
  • Tema centrale: Obiettivi, strumenti, alleanze, metodi, difficoltà e risultati delle figure istituzionali deputate a rispondere al reato
  • Modalità di svolgimento: procedendo a coppie costituite da una figura istituzionale e da un detenuto, I relatori espongono gli obiettivi e gli aspetti salienti del loro lavoro; alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione li documentano con il proprio percorso e con i risultati raggiunti.
  • Obiettivi
    • Avvicinare il cittadino alle istituzioni e ai loro rappresentanti;
    • Contribuire allo studio dei percorsi devianti e delle possibili mappe del recupero (a beneficio di studenti di Psicologia, Giurisprudenza, Scienze dell’educazione)
    • favorire la collaborazione fra figure istituzionali e detenuti.

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio di ricerca sulla devianza, nato a San Vittore nel 1997 e dal 2008 attivo anche nelle carceri di Bollate e Opera. In linea con uno dei nostri principali filoni di riflessione, proponiamo quest’anno un convegno sulle funzioni dell’autorità. Il tema è fra quelli che portiamo avanti più assiduamente nelle carceri con i detenuti e con gli studenti universitari del gruppo e nelle scuole medie con gli adolescenti per i quali facciamo prevenzione al bullismo.