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I fratelli Karamazov a Bollate

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, da effettuare entro il 2 marzo 2024 su lostrappo.net/karamazov

I Conflitti della famiglia Karamazov

Smerdjakov – week 4

Con quell’appellativo – asina di Balaam – egli si riferiva al lacchè Smerdjakov. Questi era un giovanotto sui ventiquattro anni, non di più, straordinariamente misantropo e taciturno. Non che fosse timido o si vergognasse di qualcosa; no, al contrario, era altero di carattere e sembrava che disprezzasse tutti. Ma ecco che, arrivati a questo punto non possiamo fare a meno di dire anche solo due paroline sul suo conto. Era stato allevato da Marfa Ignat’evna e Grigorij Vasil’evič, eppure il ragazzo era cresciuto “senza la minima riconoscenza” come diceva di lui Grigorij, era selvatico e guardava il mondo in tralice. Da piccolo gli piaceva moltissimo impiccare i gatti, per poi seppellirli con tanto di cerimonia funebre. In quelle occasioni indossava un lenzuolo, che fungeva da pianeta, cantava e agitava qualcosa sul cadavere del gatto come fosse un turibolo. Faceva questo zitto zitto, con la massima segretezza. Grigorij lo pizzicò una volta mentre era intento a questa pratica e lo picchiò di santa ragione con la verga. Il ragazzo si rintanò in un angolo e tenne il broncio per una settimana. “Questo qui, a me e a te, non ci vuole bene, questo mostro”, diceva Grigorij a Marfa Ignat’evna, “e non vuole bene a nessuno”. “Tu non sei un essere umano”, diceva a Smerdjakov dritto in faccia, “non sei un essere umano, tu sei venuto fuori dal fradicio di un bagno, ecco che cosa sei tu…”.
✏️ Fëdor Dostoevskij, gennaio 1879 - novembre 1880

🎨 Luca Lischetti, gennaio 2024


["Quali sono le dinamiche che alimentano le fantasie di uccidere un padre?" I conflitti della famiglia Karamazov al carcere di Bollate - week 4]

I Conflitti della famiglia Karamazov

La libertà dentro il diritto a sbagliare

All’inizio del nostro percorso ero genuinamente curioso di scoprire come e quali tematiche avremmo potuto sviscerare nel tragitto. C’è un delitto, il delitto per antonomasia, l’atto estremo, nel romanzo, certo, ‘ma dove ci porterà l’analisi intorno ad esso?’, mi chiedevo.

Siamo al terzo incontro quando nella piazza viene sbattuto, come un fulmine a ciel sereno (almeno per me), un nuovo interrogativo: Esiste il diritto al rancore? L’odore di pioggia era già nell’aria, non a caso a Milano in questi giorni piove parecchio, ma delle nuvole ancora nessuna traccia, eppure il fulmine si è abbattuto rumorosamente al centro del teatro del carcere di Bollate.

Esiste il diritto al rancore? Cosa vuol dire diritto al rancore? Posso odiare? Mi è riconosciuto? Io non so rispondere a tutte queste domande, sicuramente non ne ho la presunzione. Posso però dire che, se il conflitto esiste, esisterà anche il rancore di chi a quel conflitto soccombe.

Il conflitto non è sempre violento (certi progetti, come questo, vorrebbero proprio rendere ogni conflitto non violento) e il percorso che porta ad una diversa composizione dei conflitti passa necessariamente dal riconoscimento dell’altro e quindi anche del diritto al rancore della vittima e sorprendentemente (per alcuni) dal riconoscimento che anche gli autori di reato hanno del, e talvolta sono mossi dal, rancore.

Per questo motivo, per me il diritto al rancore esiste, ma non tanto (e non solo) come causa del crimine, ma soprattutto come punto di partenza per il riconoscimento dell’altro difficile. Riconoscere il diritto al rancore come parte dell’individuo è un passo verso il riconoscimento della dignità altrui, fondamentale per riconoscersi e modulare diversamente i conflitti, nel rispetto di questa. Perché proprio il rispetto della dignità altrui è la chiave per raggiungere una modulazione non violenta dei conflitti.

Ecco, più che diritto al rancore sarebbe forse più corretto parlare di diritto a sbagliare e correlato diritto alla risocializzazione come il più recente diritto penitenziario afferma. Questa coppia di diritti, che dovrebbe iniziare seriamente a farsi spazio nelle discussioni circa la funzione della pena, è una conseguenza naturale della riconosciuta corresponsabilità sociale al crimine, che a noi è piaciuto chiamare credito.

Facciamo un esempio. Sono convinto che se nel necessario conflitto tra i personaggi de I Fratelli Karamazov questi si fossero vicendevolmente riconosciuti il diritto al rancore, il diritto a sbagliare, si sarebbe probabilmente potuto prevenire il conflitto violento.

Ivan Karamazov propone un suo modo per prevenire il conflitto violento, e lo fa attraverso la critica della libertà per mezzo del Grande Inquisitore nel capitolo V, libro V, Parte II.

Il Grande Inquisitore, nel racconto di Ivan, critica la figura del Cristo per aver concesso la libertà agli uomini, i quali non ne sono all’altezza poiché spinti da bisogni e necessità terrene useranno tale libertà in modo egoista e meschino, per perseguire i loro personalissimi desideri. Propone invece un sistema diverso, basato su dare agli uomini uno tale che tutti credano e si inchinino davanti a lui, e che immancabilmente ciò avvenga tutti assieme. Propone un’esigenza di comunanza di adorazione che ponga fine ai conflitti per mezzo dell’idolo al quale tutti si inchineranno perché convinti dal vessillo di questo: il pane terreno. Che altro non è che l’esigenza di sicurezza.

Anche noi abbiamo parlato di libertà, grazie ad Ivan e soprattutto grazie al dottor Aparo, concordando sul fatto che ci sono una serie di prerequisiti necessari al raggiungimento di questa. Per me uno su tutti, la dignità.
In generale con dignità umana si indica una particolare posizione dell’essere umano nei confronti degli altri esseri della natura e, conseguentemente, una particolare considerazione e trattamento che ad esso dovrebbero essere riservati. È bene sottolineare che oltre una condizione empirica essa esprime una condizione normativa.

Nel senso comune ci sono oggi due concezioni della dignità che devono essere considerate, una positiva ed una negativa. La prima coincide all’incirca con quanto su espresso, la seconda invece, sommariamente, con l’esigenza di sicurezza. Non è detto che le cose non debbano coincidere.
Conseguenza della concezione negativa è la ricerca di un uomo-entità, un idolo per dirla come il Grande Inquisitore, cui obbedire, che decide per gli altri.

In entrambi i casi il fine ultimo è ottenere una comunità di uguali in cui esprimere la propria libertà. Nel primo caso sarà una comunità di destino di uomini democraticamente pari in cui la guida è assunta dalla legge-insegnamento che tutela la condizione normativo-empirica del singolo.
Nel secondo caso sarà invece una comunanza di adorazione sotto la guida di un capo-idolo, un despota.

Né io, né probabilmente la storia è ancora stata in grado di decidere quale percorso sia effettivamente il migliore.

L’inquisitore tace, aspetta per un po’ quello che il suo prigioniero gli risponderà. Il suo silenzio gli pesa. Ha visto che il prigioniero l’ha ascoltato per tutto il tempo, guardandolo dritto negli occhi con il suo sguardo calmo e penetrante e, con ogni evidenza, senza voler ribattere alcunché. Il vecchio vorrebbe che gli dicesse qualcosa, sia pur d’amaro, di terribile. Ma Egli all’improvviso s’accosta al vecchio e dolcemente bacia le sue labbra esangui, da novantenne.

Vincenzo Caragnano

Ivan – week 3

Per quale motivo Ivan Fëdorovič era venuto da noi? Ricordo che sin da allora mi ponevo questa domanda con una certa inquietudine. Non sono riuscito a spiegarmi per molto tempo, e quasi sino all’ultimo, quella visita tanto fatale, che fu il primo passo verso conseguenze di così grande portata. In generale era strano che un giovanotto tanto istruito, e dall’aria tanto orgogliosa e avveduta, comparisse all’improvviso in una casa così indecorosa, dinanzi a un padre di quello stampo, che per tutta la vita lo aveva ignorato, non lo aveva mai incontrato né degnato di attenzione e che certo non gli avrebbe mai dato del denaro, per nessun motivo, se il figlio glielo avesse chiesto, sebbene per tutta la vita avesse temuto che anche quei figli, Ivan e Aleksej, potessero venire un giorno a chiedergli soldi. Ed ecco che quel giovanotto si stabilisce nella casa di un padre di tal fatta, vive con lui un mese e poi un altro, e i due vanno d’amore e d’accordo, come meglio non si potrebbe immaginare. […] Era la verità, il giovanotto aveva una palese influenza sul vecchio; questi aveva quasi cominciato a dargli ascolto, sebbene a volte fosse estremamente e, persino perfidamente, capriccioso; aveva persino cominciato a comportarsi in modo più decente… Solo in seguito fu chiarito che Ivan Fëdorovič era venuto in parte su richiesta, e negli interessi, di suo fratello maggiore, Dmitrij Fëdorovič, che aveva visto e conosciuto per la prima volta quasi nello stesso periodo, in occasione di quello stesso viaggio, ma con il quale tuttavia, per via di una faccenda molto importante, che riguardava soprattutto Dmitrij Fëdorovič, era entrato in corrispondenza prima del suo arrivo da Mosca.

✏️ Fëdor Dostoevskij, gennaio 1879 - novembre 1880

🎨 Luca Lischetti, gennaio 2024


["Nel reato c'è anche l'affermazione del proprio diritto al rancore. Cosa hanno da dire al riguardo le istituzioni?" I conflitti della famiglia Karamazov al carcere di Bollate - week 3]

I Conflitti della famiglia Karamazov

 

Non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio

Con le canzoni di quale autore potrebbero interloquire al meglio i “trasgressivi”, coloro cioè che hanno infranto le regole del sistema sociale catapultandosi nell’angustia di una muta cella?

Con chi se non col cantautore che da sempre conosciamo vicino ai ratés, ai derelitti, agli ultimi insomma, colui che prefigura un Dio compassionevole ed auspica una suddivisione del bene e del male in parti uguali fra gli umani, colui che ha nome Fabrizio De André e con la sua produzione poetica si è meritato un posto nell’olimpo della Treccani?
“Gli occhi grandi color di foglia” è un verso tratto da una delle prime e più note composizioni di questo grande esegeta dell’amore, Via del campo.
Solo un animo sensibile come il suo ha potuto conferire un aspetto idilliaco nella sua evanescenza a chi si presta ad un rapporto mercenario: la “sua” puttana diventa infatti ora bambina, ora graziosa e suscita addirittura il desiderio di farsi sposare. Il tutto perché De André, nonostante le sue origini borghesi, sa bene che non nel denaro ma nel fetore della vita umile ma vera va cercato l’humus che dà origine ad ogni forma di bellezza.
Ascoltate con empatia il concerto, subitene il fascino catartico e, soprattutto, non abbiate paura del destino della diversità perché, per dirla sempre con Faber, “non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.

Siamo tutti fratelli Karamazov

Le parole del dottor Cajani mi hanno dato modo di riflettere. Condivido con lui la sorpresa nell’osservare lo stile di guida del dottor Aparo. Uno stile unico, direi quasi sincopato, a volte apparentemente disordinato, ma che alla fine ti porta con piacevole sorpresa dove sapevi o almeno intuivi di dovere andare, ma non sapevi di starlo facendo, ancora.

Sarà forse il callo della professione, ma c’è un incredibile invito alla ricerca di significato nel percorso guidato che stiamo compiendo insieme.
La ricerca di senso è sempre stata per me il rifugio sicuro di ogni esperienza ed anche in questo progetto sento oggi di aver intravisto la strada, maieutica, verso questo locus amoenus.

Mi sono chiesto, allora, perché. Il perché della domanda ‘chi è il protagonista de I fratelli Karamazov?’. La domanda è semplice, la risposta è complessa, lo scopo porta ad affacciarsi sul contesto dialogico della nostra ricerca.
Nella critica letteraria le risposte alla domanda si avvicendano. E non senza ragione. Molte sono già state date e molte ancora, probabilmente, verranno.
Sarebbe forse corretto parlare del carattere polifonico del romanzo che esplorando le diverse prospettive dei fratelli e del padre, Fedor Pavlovic, racconta la complessità dell’esperienza umana in ogni aspetto che ognuno dei personaggi rappresenta. Ed è tenendo questo bene a mente che suggerisco una diversa risposta.

I protagonisti del ‘nostro’ I fratelli Karamazov siamo proprio noi, nelle nostre complessità, nelle nostre esperienze, nelle nostre diversità.
In questa risposta inizio a rivedere le tappe del nostro tragitto.
Ci vedo il credito che ognuno potrebbe vantare verso gli altri, il modo di affrontarlo, infinitamente diversificato da individuo ad individuo, declinato in una serie di aspetti ed esperienze che colorano la crescita di ciascuno.
Ci vedo tutte le soggettive letture del mondo, degli errori, e del modo di affrontarli.
Ci vedo la necessità di ricomporre tutte le pagine strappate, per leggere il libro nell’insieme, di ascoltare le voci di chi ha fatto e di chi ha subito, per iniziare a capire e per non sbagliare più.

Dostoevskij ha bisogno dei suoi personaggi principali per raccontare la complessità della società russa, dei temi della morale, della religione, della libertà, della ricerca del senso della vita esattamente come noi tutti siamo i necessari protagonisti del nostro racconto.
Il tutto di cui siamo parte si scopre soprattutto nell’altro. La difficile presa di coscienza della comunità di destino di cui siamo i pezzi è il percorso per riscoprire una diversa composizione dei conflitti, che parta e sia fondata sul riconoscimento dell’altrui dignità e sullo sperimentare un’Esperienza contraddistinta dalla fiducia.

Siamo tutti fratelli Karamazov, tutti insieme protagonisti della Nostra storia.

Vincenzo Caragnano

I Conflitti della famiglia Karamazov

Gli occhi grandi color di foglia

Concerto Trsg.Band
Sabato 2 marzo 2024 – 21:00

Teatro Civico Roberto De Silva – Rho

Una selezione delle canzoni di Fabrizio De André combinate con le riflessioni dei detenuti del Gruppo della Trasgressione sui loro periodi più bui e sul lavoro di questi ultimi anni con i componenti esterni del gruppo.

La serata prende il nome da un verso di Via del campo, una delle prime e più note canzoni di De André. Una bambina e una puttana vivono entrambe in Via del Campo, tanto vicine l’una all’altra da far germogliare fiori, illusioni e speranze d’amore in chi va a trovarle. La prossimità fra l’una e l’altra c’è, ma per coglierla occorrono occhi grandi color di foglia, capaci di accettare parentele nascoste fra personaggi apparentemente incompatibili.

Scritta in collaborazione con Enzo Jannacci, Via del campo invita al dialogo con ciò che a una prima lettura sembra distante e privo di valore; la canzone è un’anticipazione del tema che rimarrà il filo conduttore di tutta la produzione poetica di De André: l’importanza della comunicazione con le proprie parti dimenticate o negate, cioè con quegli errori, fragilità, insicurezze o, come dice la canzone, con quel letame da cui possono nascere progetti e riconoscimento reciproco fra persone diverse. 

Juri Aparo dal 2005 incrocia le canzoni di De André con i temi e la ricerca del Gruppo della Trasgressione  che opera a Milano dentro e fuori dal carcere e di cui è il coordinatore.

PRENOTAZIONI 

Vuoi assistere allo spettacolo?
Ci sono due opzioni per acquistare il biglietto:

  1. Recati al Centrho, Piazza S.Vittore, RHO, orari 10-20 (lunedì 10-13 domenica chiuso) e acquista  qui il biglietto ad euro 15 (costo unico per tutto il teatro)
  2. Collegati al sito del Teatro civico di Rho e da “Gli Spettacoli” vai su “Eventi fuori stagione”.  Da “Gli occhi grandi color di foglia” vai a DETTAGLI, poi a BIGLIETTI e, infine, su VIVATICKET. Cliccando ancora sul nostro spettacolo e poi su ACQUISTA si giunge alla visione dei posti ancora liberi in teatro. Per acquistare il biglietto (costo unico 16,80) è prima necessario registrarsi.

Se non sei registrato sulla piattaforma Vivaticket ti verrà chiesto di registrarti (i biglietti vengono inviati immediatamente via mail).

Costo del biglietto (unico) + diritto di prenotazione euro 16,80 (non ci sono differenze di prezzo tra i posti in teatro).

Ti aspettiamo

Non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio

Uno specchio

Ho pensato subito che fosse un oggetto scelto magistralmente in quanto molto scenografico e simbolico nella nostra analisi de I fratelli Karamazov; uno specchio in cui due fratelli, che stavano rispettivamente ai lati opposti del nostro quadrato, si potessero rivedere l’uno nell’altro, in un incontro nuovo.

Seduta in un angolo del quadrato, come chi timidamente si affaccia ad un’esperienza intensa ma che vuole con tutte le sue forze vivere, vedevo inizialmente riflesso – secondo leggi della fisica che, come quasi tutti gli studenti di giurisprudenza, non comprendo – il volto di chi mi stava di fronte.

Poco dopo l’inizio dell’incontro, tuttavia, ho iniziato a scorgere qualcos’altro: un viso familiare ma dai confini sfumati, che, per quanto mi concentrassi, non riuscivo a tracciare in maniera definita.

Non era solo il fatto che fosse uno specchio giocattolo: non riuscivo a riconoscere quel volto. Continuando a seguire il discorso che dipanava la matassa intorno a me e intorno ai capitoli del romanzo, l’immagine si è via via definita, fino a restituirmi il mio stesso viso.

Non è facile ricomporre il volto di se stessi, analizzare quello che siamo, venire a patti con il proprio vissuto e con come si è vissuto, accettare chi siamo diventati e perché.

Per Dimitrij è accettare di essere più simile al padre di quanto desidererebbe; per Alesa il rassegnarsi al fatto che il suo conforto e compagno di vita è un Dio intangibile; per Ivan il cercare qualcosa che non c’è mai, e che se c’è non sembra volersi affiancare a lui; per Smerdjakov capire di essere diverso dai fratelli.

L’immagine nello specchio sorride con una punta di ironia, pensando al fatto che anche io e i miei fratelli – io, quarta di quattro, per la precisione – potremmo essere i fratelli descritti da Dostoevskij: complessi, con un vissuto comune ma che è stato elaborato in modi totalmente differenti e ci ha portato a costruire quattro identità che si incontrano e scontrano con un ritmo costante e in qualche modo, a dispetto invece dei fratelli del romanzo, armonico. Ognuno con il proprio carattere che certamente, una volta plasmato, contribuisce alla reazione agli eventi e alle sfide della vita; ognuno con il proprio mondo che, se in parte per i fratelli di sangue sembra coincidere nel periodo dell’infanzia, inizia poi a differenziarsi sempre più, soprattutto nel periodo in cui poi, come ci insegnano anche i detenuti del carcere di Bollate che abbiamo ascoltato, spesso si verificano gli eventi da cui siamo segnati e che tentiamo di elaborare, se siamo fortunati e dotati degli strumenti giusti, o da cui, nella maggior parte dei casi, tendiamo a scappare.

Alla fine del nostro incontro in carcere, nello specchio vedo con più chiarezza una me diversa: per me il “trucco” ha funzionato, e il dialogo con Marisa, Lilian, Stefano, Sebastiano e con tutti coloro che sono intervenuti mi ha regalato una visione di me più profonda e complessa.

Sono giunta quindi alla ferma conclusione che sì, Alesa è certamente figlio di suo padre: il trauma non viene infatti cancellato per come si reagisce ad esso: Fabio si sarebbe sentito ugualmente privato delle attenzioni dei genitori e abbandonato, anche se non avesse scelto di delinquere per sfogare la sofferenza.

Mi viene in mente l’esame di penale che ho appena dato: la nostra Professoressa ci teneva molto che noi imparassimo a fare l’analisi della fattispecie che troviamo nel codice sulla base di alcune voci (reato di danno/pericolo, comune/proprio e via dicendo). Un criterio dell’analisi era “indicazione della vittima del reato”, e la maggior parte dei delitti aveva una “vittima non visibile, cioè la collettività”.

Ecco, Alesa è una vittima meno visibile, ma non per questo inesistente. E allora la domanda per me più difficile che ci siamo posti è stata cosa cambiasse tra Smerdjakov e Alesa, tra me e Fabio: cosa dirotta il nostro comportamento tra male e bene, lecito e illecito?

La risposta che mi sento di dare è profondamente intrisa delle parole che ho ascoltato nei nostri primi due incontri: la solitudine.

Marisa aveva quella voce nella testa, Alesa ha un Dio che non lo lascia solo. La banale ma decisiva differenza è quell’amare e lasciarsi amare di cui parlava Don Gianluigi.

Alesa è figlio di Fedor, ma è un figlio che non è stato lasciato solo, o meglio, non si è abbandonato alla solitudine, che non le ha permesso di identificarsi con le cellule morte del suo cuore ma l’ha aperto all’incontro con l’altro.

Dimitrij chiude il cuore, operazione ben più facile e immediata, lo fa diventare di pietra. Ricordo che in una preghiera della messa, quando eravamo piccoli, Dio diceva “Vi toglierò il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”: è necessario un qualcosa di sovrannaturale, di straordinario, di diverso da noi, per rendere il nostro cuore sensibile all’altro. Questo, che la Bibbia chiama Dio, nella mia visione è invece qualunque cosa, persona o esperienza che sia in grado di scuoterci dentro, di smuoverci, di identificare le cellule di vita del nostro cuore come una TAC e di permettere loro di procreare.

Se invece siamo nelle condizioni di Fabio, di Stefano, di Alberto, risulta quasi facile – e che impressione dire che risulti facile, in una concezione del reato così polarizzata come è la nostra opinione comune – come abbiano dirottato, cambiato la rotta, verso il comportamento criminoso.

E, tenendo presente che come si diceva il gruppo della trasgressione comprende detenuti “modello”, non ho potuto fare a meno di notare e di sorprendermi quando Stefano ha condiviso come la sua rinascita sia iniziata con la sua prima carcerazione: una mano tesa. Nulla di più, è quello che è servito a Stefano per diventare l’uomo che avrebbe sempre voluto essere.

Il protagonista del romanzo per me è il padre: o meglio, è la sofferenza che il padre ha causato e che ciascuno dei figli, e ciascuno di noi figli, ha affrontato nella propria vita; quella sofferenza che farebbe venire la voglia di chiudere, indurire ulteriormente un cuore che già tende ad essere di pietra, perché essere vulnerabili è scomodo e ci tocca nelle corde profonde della nostra emotività; la sofferenza che fa maturare un credito nei confronti della vita, che consiste in amore, protezione, affetto, e che è possibile riscuotere solo con amore, protezione e affetto, rinvenibili dentro di noi e attraverso di noi ma, secondo me, solo grazie all’incontro con Altro: un amico, l’amore, Dio, un libro, la musica ecc. (Mi viene da pensare qui alle parole di Marisa, nel nostro primo incontro, al modo in cui lei sente di riscuotere il suo credito).

È Lei dunque la protagonista del romanzo, la Sofferenza che non lascia spazio per svilupparsi pienamente come persone umane ma agisce intrecciandosi con il carattere di coloro che colpisce.

Una protagonista ingombrante, che esce dalle pagine del libro per riflettersi in quello specchio in cui, giovedì, mi sono rivista anch’io, figlia e sorella che ha vissuto.

Siamo tutti persone umane.

Angelica Brizzi

I Conflitti della famiglia Karamazov

Protagonista è la famiglia

Dimitrij, tra i quattro fratelli Karamazov, è quello che più fatica a trovare un minimo di stabilità, vivendo costantemente in balia delle proprie emozioni che non riesce a dominare. Egli, a differenza dei suoi fratelli, non riesce a trovare un punto di equilibrio:  Alëša ha trovato pace nella fede lasciandosi guidare dal proprio padre spirituale del quale si fida cecamente; Ivan si rifugia nella ragione, negando l’esistenza di un Dio che non trova ed incolpa; Smerdjakov, taciturno ed ostile verso gli altri, dedica la propria esistenza a servire il padre.

Dimitrij, invece, è inquieto, prova collera verso il padre, sentimento che emerge tanto chiaramente da portare il lettore a credere che sarà lui il parricida nel romanzo. Il credito che Dimitrij ritiene di vantare nei confronti della figura paterna è un peso troppo grande ch’egli fatica a gestire, vivendo una vita superficiale, frivola e che lo rende quanto mai simile al padre tanto disprezzato.

Sinteticamente, sono queste le ragioni per le quali alla domanda “chi è il protagonista dei fratelli Karamazov” ho risposto, di getto, Dimitrij. Ad una riflessione più ponderata, però, sono giunta a ritenere che in realtà tutti e quattro i fratelli sono i protagonisti del romanzo. O forse, ancora meglio, è l’intera famiglia Karamazov ad essere protagonista: lo stesso Fëdor – senza il quale la famiglia Karamazov non esisterebbe così come non esisterebbero i complessi e sfaccettati rapporti tra il padre e i quattro figli – insieme a Dimitrij, Alëša, Ivan e Smerdjakov, sono coessenziali al romanzo, ognuno con i propri tratti caratteriali e con le proprie fragilità.

Approfitto dell’occasione per condividere con il gruppo l’obbiettivo della mia ricerca, così sintetizzabile: imparare ascoltando l’altro e mettendosi in discussione. Ognuno di noi porta con sé le proprie esperienze, le proprie convinzioni, la propria sensibilità… in sintesi, il proprio vissuto.  Tutti noi dobbiamo esserne consapevoli nel momento in cui prendiamo posto nel teatro del carcere di Bollate in occasione dei nostri incontri settimanali e ci mettiamo all’ascolto.

“Bisogna aver visto”, è il j’accuse di Piero Calamandrei in uno dei suoi primi interventi parlamentari del 1948. Richiamando le sue parole, io aggiungo che oltre ad avere visto, occorre avere ascoltato e compreso, tenendo viva la luce della ragione e della solidarietà umana e rammentando che prima di essere detenuti, vittime, studenti, avvocati, magistrati… siamo tutti uomini che condividono la stessa dignità.

Margherita Viglione

I Conflitti della famiglia Karamazov