Percorsi complicati e storia degli errori

Partecipando agli incontri con detenuti ed ex detenuti del Gruppo della Trasgressione, ho vissuto un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto. All’inizio ero un po’ diffidente e pensavo che chi commette reati fosse semplicemente “sbagliato” o diverso dagli altri. Avevo un’idea abbastanza rigida della devianza, vista solo come qualcosa di negativo e lontano da me.

Durante gli incontri ho capito che la devianza non nasce dal nulla. Spesso ci sono fattori ambientali, come famiglie difficili, contesti violenti o mancanza di punti di riferimento. Ma anche fattori personali, come rabbia, fragilità, bisogno di sentirsi importanti o ascoltati. Alcune storie mi hanno colpito perché mostrano come certe persone, fin da giovani, non abbiano avuto le stesse opportunità o qualcuno che le guidasse. Questo mi ha fatto capire che dietro un reato c’è quasi sempre un percorso complicato, non una scelta improvvisa.

Una cosa che mi ha colpito è che il cambiamento è possibile. Alcuni detenuti hanno raccontato come, attraverso il confronto con gli altri, il riconoscimento dei propri errori e un lavoro su sé stessi, siano riusciti a cambiare. Elementi importanti sono le relazioni, la responsabilità e il mettersi in discussione. Questo incontro ha cambiato il mio modo di vedere chi commette reati. Ora non li vedo più solo come “criminali”, ma come persone che hanno fatto errori, spesso legati al loro vissuto.

Anche l’idea del carcere è cambiata: non dovrebbe essere solo punizione, ma anche occasione di riflessione e crescita. Ho capito che il punto di vista è fondamentale: cambia il modo in cui giudichiamo gli altri e ciò che consideriamo giusto o sbagliato.

Questa esperienza mi ha fatto riflettere anche sulle mie scelte e sull’importanza dei valori. Secondo me, per prevenire la devianza è importante che i giovani abbiano supporto e punti di riferimento:

  • La scuola può educare e aiutare a sviluppare senso critico.
  • La famiglia può dare stabilità e ascolto.
  • La società dovrebbe offrire opportunità e non lasciare indietro nessuno.

Come giovane, sento la responsabilità di non giudicare troppo velocemente e di cercare di capire le situazioni prima di dare un’opinione. Da questa esperienza porto a casa una cosa importante: il nostro punto di vista può cambiare tutto. Cambiando il modo in cui guardiamo le persone e le situazioni, possiamo capire meglio cosa è giusto e cosa è sbagliato.  Ho capito che dietro ogni errore c’è una storia, e che capire non significa giustificare, ma essere più consapevoli. Questa consapevolezza è fondamentale per costruire un mondo più giusto.

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Tommaso

Devianza e agenzie di socializzazione

Negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di incontrare il Gruppo della Trasgressione in diversi momenti di testimonianza e riflessione.  Associazione e cooperativa, fondate dal dott. Aparo, operano nelle carceri di San Vittore, Bollate e Opera dal 1997, lavorando sulla percezione che ha di se stesso chi commette reati e cercando di trovare la radice dei comportamenti devianti. I detenuti si impegnano insieme a volontari, studenti ed esperti, portando la loro riflessione nelle scuole e nella società al di fuori del carcere, mettendosi in gioco e riscoprendo la possibilità di prendersi delle responsabilità.

Noi abbiamo incontrato carcerati ed ex carcerati accompagnati dal dott. Aparo. Per esempio ci ha parlato di sé Ignazio, che rivendeva parti di auto rubate, e Antonio che, bullizzato da bambino, è caduto in una spirale di violenza divenendo violento egli stesso. Nelle loro voci si sentiva chiaramente il bisogno forte di raccontare la loro esperienza e anche in parte una ricerca di approvazione del loro percorso da parte nostra, cosa che poi però era gestita bene e riequilibrata da Aparo.

Prima dell’incontro ritenevo implicita nell’essere umano la possibilità di devianza, dipendente da circostanze e opportunità oltre che da una seppur minima influenza di tendenze personali. Ho sempre avuto una buona dose di empatia che mi spinge a trattare tutti da essere umani a prescindere da quello che sia stato il loro percorso di vita. L’incontro con il Gruppo della Trasgressione ha confermato in me queste convinzioni.

All’origine delle storie di criminalità che abbiamo incontrato sono emersi fattori ambientali e principalmente familiari. La nostra docente si è concentrata principalmente sull’adolescenza come momento critico di possibile devianza, ma dalle testimonianze è emersa forse di più l’importanza delle esperienze della prima infanzia. Tali esperienze però sono sempre venute a estremizzarsi manifestandosi con violenza nell’età dell’adolescenza. Ritengo che questo avvenga perché una prima infanzia difficile crei delle basi traballanti su cui diventa poi difficile costruire una identità personale equilibrata, cosa che si concretizza proprio nell’adolescenza attraverso una fase delicatissima che rimette tutto in discussione.

Ciò che ha aiutato a cambiare alcune delle persone che abbiamo incontrato mi sembra essere stata principalmente la consapevolezza che, anche se a portarli al momento decisivo in cui hanno preso la strada sbagliata sono state situazioni circostanziali, ambientali e famigliari complicate e dolorose, la strada sbagliata l’hanno presa loro, con una scelta di cui hanno capito di essere responsabili.

Per cambiare ci voleva la consapevolezza personale di una parte di colpa che andava affrontata. A partire da tale presa di coscienza, è stato possibile un percorso di reintegrazione grazie quindi ad una reale assunzione di responsabilità.

Non posso dire che questo incontro abbia cambiato il mio modo di vedere le cose, ma piuttosto che abbia reso più forti e motivate idee che già facevano parte del mio bagaglio personale. Ho molto apprezzato e ho chiarito meglio in me il concetto di responsabilità personale a prescindere dal percorso di vita.

Proprio per questo confermo l’importanza di comprendere quel percorso di vita che porta alle scelte sbagliate, per poter fare tutto il possibile per evitare le situazioni e il degrado che può portare a comportamenti devianti.

Solo ragionare sulle cose e porti domande può aiutare i giovani a non lasciarsi travolgere dai comportamenti sbagliati. In questo la Scuola dovrebbe aver un ruolo importantissimo, monitorando le situazioni di rischio e offrendo ai ragazzi la possibilità di confrontarsi e dialogare, di non sentirsi soli nel mare della ricerca di se stessi. Credo che lo Stato stesso abbia il dovere di realizzare condizioni sociali utili a prevenire le circostanze che possono portare alla devianza. In questo hanno sicuramente un grande ruolo anche la scuola, la famiglia e la società intera, insomma tutte le agenzie di socializzazione.

Per me in particolare, come cittadino, ritengo sia fondamentale la partecipazione politica, come fare pressione per migliorare la situazione delle carceri, perché siano creati percorsi simili a quello proposto dal Gruppo della Trasgressione in tutte le carceri italiane.

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Arianna L.

L’oscuro passeggero e le nostre trame

L’esperienza vissuta con il Dottor Aparo e i detenuti è stato un grande arricchimento nella mia vita, sono riuscita a capire moltissime cose, a comprendere il perché di molte azioni e mi sono lasciata completamente trasportare dalle emozioni.

È stato difficile affrontare questa esperienza trattenendo la mia sensibilità e la mia curiosità, perché penso sia stata una di quelle poche esperienze in tutta la mia vita in cui mi sono realmente interessata a ciò che stavo vivendo. Ho apprezzato ogni minimo dettaglio che questi incontri mi hanno lasciato e grazie a questi, mi sento cresciuta e maturata, con una mentalità più aperta e più invogliata a capirne sempre di più di questo mondo, nonostante io sia una persona molto rigida quando si parla di giustizia.

Ho sempre pensato che le persone che si trovano in carcere debbano pagare per tutta la vita per ciò che hanno compiuto, indipendentemente dal crimine più grave o meno grave che hanno commesso. Non mi sono mai chiesta cosa potesse portare una persona alla malavita, ho solo sempre espresso un parere superficiale, che si basava solo sulle azioni ingiuste compiute dai criminali. Sono ancora molto rigida riguardo questo argomento, perché credo che a volte le persone compiono azioni troppo gravi per poter meritare il perdono e la libertà, o semplicemente la possibilità di ricominciare, infatti è grazie al Gruppo della Trasgressione che ho capito che non tutte si meritano questo finale, che è il peggiore.

I detenuti che abbiamo conosciuto non hanno compiuto i crimini più spietati, infatti è proprio per questo che penso di essere riuscita a cambiare in parte idea su ciò che pensavo. Reputo i detenuti che abbiamo incontrato delle persone forti, coraggiose e volenterose. Come ognuno di noi, hanno sbagliato e ne hanno pagato le conseguenze, perché ciò che hanno commesso non poteva essere bilanciato con una semplice punizione. Quindi, nonostante abbiano commesso degli sbagli, infrangendo le leggi e facendo del male, provocando dolori e traumi perenni alle proprie vittime, li stimo perché hanno avuto il coraggio di accettare i loro sbagli, comprenderli e diventare delle persone migliori per loro stessi, per le loro famiglie e per le altre persone.

Dopo ciò che ci hanno raccontato, ho capito quanto possa essere difficile uscire da questo lungo e buio tunnel di cattiveria, frustrazione e malessere, perciò sono stati forti a voler ricominciare da capo, partendo proprio dall’ammissione dei loro sbagli e da un lungo e complesso lavoro psicologico su loro stessi, perché non tutti sono stati in grado o sono in grado di farlo, anzi, la maggioranza non riesce ancora neanche a capire la gravità delle proprie azioni, quindi si chiedono il perché si trovano dietro le sbarre.

Come ciò che è successo ai detenuti che ho conosciuto, la maggior parte delle volte, si inizia a commettere crimini o azioni aggressive e molto pericolose già da quando si è bambini, perché sfortunati ad essere nati e cresciuti in contesti in cui è normalità quotidiana la malavita. Quando si è bambini non si è ancora completamente coscienti e responsabili di ciò che si fa, quindi quando il male è normalità viene considerato di conseguenza come tale ed è proprio da li che nasce tutto quanto. Come si può nascere, crescere e vivere in contesti sbagliati, ci si può anche ritrovare in essi quando si è già più adulti, ad esempio nel periodo dell’adolescenza se non si hanno delle figure genitoriali presenti e affettive. Queste condizioni di vita riassumono perfettamente come delle piccole cose possano alimentare sempre di più il male dentro ognuno di noi, per questo poi quando la criminalità diventa normalità è difficile responsabilizzarsi delle proprie azioni e fermarsi davanti ad esse.

Probabilmente il carcerato che mi ha colpito di più è stato Ignazio, che ci ha raccontato nei dettagli la sua storia e il suo inizio, fin dalla sua infanzia di come è finito nella malavita. Ignazio ha fatto capire quanto per lui fosse difficile smettere di compiere determinati crimini, dopo averli vissuti come azioni totalmente normali per tutta la sua vita, perciò ha ringraziato di essere stato messo in carcere, perché solo grazie a quello è riuscito a rendersi conto delle conseguenze delle sue azioni e dopo l’ingresso nel Gruppo della Trasgressione è riuscito a cambiare e a diventare una persona migliore per sé stesso, ma in modo particolare, come ci ha detto, per i suoi figli, che si sente in colpa di aver abbandonato quando erano ancora di bambini.

La storia di Ignazio quindi, come la storia di tanti altri detenuti, dimostra che c’è sempre la possibilità di cambiare e di ricominciare da capo, ricostruendo pezzo per pezzo la propria vita anche se in passato sono state compiute cose terribili. Perciò la volontà di cambiare sarà sempre più forte del proprio oscuro passeggero, cioè la ombra crudele di ognuno che spinge a far del male e a ricadere negli stessi errori del passato.

Credo che per poter deviare questi percorsi che non portano sulla buona strada debbano essere presenti delle figure significative, come i propri genitori o la propria famiglia in generale che spronino ad essere sempre delle brave e delle buone persone. Per essere tali però c’è bisogno di molto affetto e di molta fiducia da parte loro.

Per concludere, questa esperienza è stata meravigliosa, ricca di emozioni e storie sensibili e delicate che hanno saputo toccare il mio cuore. Inoltre, in futuro spero di poter lavorare in questo ambito.

Ambra

Percorsi della Devianza e Trame di LibertàLa Riscoperta dell’Umano

A mà, esco, torno dopo… 

 

A mà, esco, torno dopoDelitto e CastigoPercorsi della Devianza

L’evoluzione del reo al servizio della società

Il nostro laboratorio sociale, in carcere e fuori, prevede l’attivazione di pratiche e riflessioni utili a promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità. Si realizza grazie al coinvolgimento attivo dei partecipanti e moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra carcere e mondo esterno. Oggi siamo alla Università Cattolica di Milano davanti a una cinquantina di studenti della prof.ssa Miriam Parise.

In aula c’è un bel clima e partiamo spediti. Al Gruppo della Trasgressione non è consentito essere semplici spettatori; ogni componente ha la responsabilità di condividere la propria esperienza per contribuire all’evoluzione dell’autore di reato e agli obiettivi più generali del gruppo. L’emancipazione del reo, infatti, non costituisce l’unica finalità del gruppo della trasgressione che, già all’atto della sua costituzione,  nel 1997,  puntava all’obiettivo di utilizzare lo studio della devianza e il percorso evolutivo del condannato per fare prevenzione sociale.

Una peculiarità del gruppo consiste nel fatto che, avendo il reo come partner di studio, le dinamiche del reato e dello stile deviante vengono indagate a partire dall’esperienza e dalla testimonianza diretta di chi le ha vissute in prima persona. Questo aiuta a raccogliere informazioni sulla percezione soggettiva delle condizioni individuali, sociali e familiari che hanno portato una persona a intraprendere il percorso deviante. L’obiettivo è alimentare un archivio in cui i racconti e le rielaborazioni personali possano diventare patrimonio comune.

Attraverso il dialogo che si instaura durante gli incontri in carcere con i liberi cittadini, il detenuto viene stimolato a esplorare la propria storia e i fattori che lo hanno condotto al percorso deviante. Ciò gli consente di accedere alle dinamiche emotive e alle fantasie che al momento del reato non erano ancora del tutto consapevoli, come non lo erano quel “diritto al rancore” e quella sensazione di “credito inestinguibile” che  avevano contribuito a “legittimare” l’abuso e a ignorare o, peggio, a godere del dolore della vittima. Il gruppo assume così la funzione di contenitore emotivo, ma anche di camera di gestazione capace di raccogliere e riorganizzare tali vissuti, restituendo loro un nuovo significato e recuperandone il valore propulsivo.

Dalle testimonianze di Antonio Tango, Alessandro Crisafulli e Ignazio Marrone, emerge come la carriera criminale affondi le proprie radici in un sentimento di rivalsa legato al bisogno di riconoscimento, un bisogno rimasto inappagato nelle prime fasi della vita. L’agito deviante diviene così una modalità attraverso cui affermare sé stessi e attribuirsi un ruolo. In questo senso, il reato si configura come l’agito di un disagio interno e come il mezzo tramite il quale tale disagio viene neutralizzato.

L’essere umano necessita di una funzione, di sentirsi amato e riconosciuto e non va dimenticato che chi delinque, pur se prendendo male la mira, ricerca proprio la soddisfazione di tali bisogni.

Il Gruppo della Trasgressione promuove nel detenuto un processo di rielaborazione della propria storia, di assunzione di responsabilità, che avviene anche grazie al confronto con i familiari delle vittime di reato e alla possibilità di vivere da vicino le conseguenze del proprio agire. In questo modo il detenuto sperimenta il piacere della relazione e della costruzione condivisa, avendo l’opportunità di tessere legami sociali che lo fanno sentire riconosciuto e gli restituiscono un ruolo. L’obiettivo, infatti, è condurre per mano l’individuo al riconoscimento dell’altro e, allo stesso tempo, alla valorizzazione delle proprie potenzialità.

Partecipando a questo processo, il detenuto rielabora il proprio vissuto criminale e accede alle “trame di libertà”, a quegli stimoli e legami che gli consentono di rendersi un cittadino vivo e operoso della collettività. In questo senso, il gruppo utilizza l’evoluzione dell’autore di reato in modo che la sua esperienza divenga una risorsa per la collettività in termini di prevenzione sociale e di conoscenza della nostra complessità.

Carolina Rocca, Angelo Aparo

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Schizzi d’autunno

In questo autunno 2025, al gruppo abbiamo in corso due iniziative:

  • una parte da Max Rigano, giornalista;
  • l’altra da Massimo Zanchin, componente del gruppo A. S. di Opera.

 

Max Rigano è già al lavoro con un giornalista radiofonico, Daniele Biacchessi, che conduce la trasmissione “Il Timone” e con il quale ha concordato di fare diverse interviste ai componenti del gruppo. Dopo la prima a me (andata in onda nei giorni scorsi), Max intende procedere con interviste ad alcuni degli altri componenti del gruppo (ex detenuti, comuni cittadini, familiari di vittime di reato, studenti tirocinanti e detenuti in carcere).

Le interviste riguardano cosa è il gruppo e cosa fa, qual è il ruolo di ciascuno all’interno, i nostri obiettivi, cosa ciascuno di noi ne ricava, ecc.  Le interviste sono individuali. Ognuno potrà concordare con Max dove vedersi o sentirsi e sarà lui a coordinare la comunicazione (la sede di Via Sant’Abbondio, se serve, è comunque utile allo scopo; volendo, lì si può procedere anche con due o tre interviste di seguito). L’intervista viene registrata durante l’incontro a due e poi diffusa nel corso della trasmissione radiofonica mattutina “Il Timone”.

Non posso escludere che, strada facendo, le interviste possano essere estese a direttori di carcere e magistrati. In fondo, è già successo qualcosa del genere con Byoblu, dove agli incontri sono stati presenti anche un magistrato e la direttrice del carcere di Monza.

Invito i componenti del gruppo che hanno piacere di prendere parte all’iniziativa a darmene segno, così che io possa metterli in comunicazione con Max Rigano. La prima intervista deve avvenire nei primi giorni della prossima settimana (29 o 30 settembre).

 

Nata su suggerimento di Massimo Zanchin, l’iniziativa prevede che un componente del gruppo racconti al tavolo un episodio della sua vita. Ognuno, detenuto o meno, sceglie di raccontare quello che gli pare, senza altro vincolo se non quello di stare dentro i 15 minuti.

Le persone sedute al tavolo, concluso il racconto, pongono domande al protagonista della giornata, fanno osservazioni, critiche, richieste di chiarimenti, portano ricordi personali evocati dal racconto. Ne vengono fuori riflessioni di ogni tipo, come di norma accade al tavolo del gruppo.

Infine, il coordinatore del gruppo propone una sua interpretazione del racconto e degli interventi che ne sono seguiti.

L’iniziativa prevede che per ogni racconto venga realizzato un podcast per la radio o per una puntata televisiva di circa 30/45 minuti. Per procedere alla registrazione occorre ovviamente l’autorizzazione della direzione delle diverse carceri.

Se Andrea Spinelli o una persona che sa disegnare vorrà corredare lo snodarsi del racconto e degli interventi con schizzi o bozzetti che riprendano alcuni dei passaggi, avremo delle puntate televisive più ricche.

Al momento, siamo già alla 7° puntata, di cui 5 nel carcere di Opera, una a San Vittore e l’altra a Bollate. Nel carcere di Opera il racconto ha luogo tutti i mercoledì: al mattino con il gruppo dell’Alta Sicurezza, al pomeriggio con quello della Media Sicurezza.

Non escludo che nel tempo si possano avere al gruppo giornate in cui il racconto verrà proposto da soci del Rotary o da ospiti esterni.

L’iniziativa sarà anche oggetto di studio per i tirocinanti universitari che frequentano il gruppo, ai quali viene richiesto di trascrivere il racconto, di riassumere i passaggi ritenuti significativi della giornata e di collegarli con le teorie e le griglie di lettura degli autori conosciuti attraverso i loro studi universitari.

Anche questi racconti, che si muovono tra errori, paure, fantasie, aspirazioni, sono uno strumento della nostra palestra.

Angelo Aparo

La nostra palestra

Il portiere Vasilij

Accadde una cosa che nessuno vide, ma che era più grave di tutto ciò che la gente vedeva”
Questo che scrive Tolstoj può benissimo essere appropriato in tanti altri punti di Denaro falso, man mano che la catena delle falsità si va propagandando. Ma qui mi sembra di notare un punto nodale del racconto, quello, cioè, di vedere come una cedola falsa possa cambiare completamente le carte in tavola nella vita delle persone e di come venga completamente stravolto il sistema di regole che una società si è dato.

Succede che la nota cedola falsificata e di cui  ci si deve liberare comunque al più presto, venga questa volta rifilata al venditore di legna Ivan Mirònov dal venditore di oggettistica per la fotografia, Jevghènij Michàjlovic, in cambio di un dato quantitativo di legna, appunto. Quando Mirònov, mezzo ubriacone i cui affari non vanno tanto bene, scopre che la cedola, creduta un affare, è in realtà manomessa e falsa, torna da chi gliel’ha ceduta e lo implora di riprendersela e restituire il maltolto. E qui le cose si complicano non poco. Michàjlovic umilia pubblicamente Mirònov, asserendo con (apparente) convinzione e un molto flebile patema d’animo, di non saperne nulla. Anzi dice che non ha mai incontrato quel povero disgraziato.

Ormai c’è di mezzo anche una guardia, che, tra quanto riporta l’ignorante MIrònov e quello che asserisce il signor Michàjlovic, sta dalla parte di quest’ultimo. Si va a processo!

Mirònov assolda un avvocato che crede nella sua versione dei fatti e Michàjlovic, con piglio sicuro, cerca il portiere Vasilij. Questi è una persona di cervello, elegante, a cui piace la bella vita. Da tre anni ormai si è allontanato dal suo povero villaggio, dove non succede mai niente di eccitante, ha lasciato la sua rozza moglie e vive in città al meglio che può. E’ il principio del piacere a guidare le sue giornate, compreso il fatto di leggere libri, andare a teatro, prendere e lasciare le donne che vuole… Tutte realtà semplicemente inimmaginabili nel paese che ha lasciato.

Tutto sembra andare bene fino a quando non si imbatte nella vicenda della cedola falsificata. Quando Michàjlovic gli chiede, pagandolo, di giurare e testimoniare il falso , egli accetta sia pur con qualche titubanza. Il fatto è che Vasilij è convinto che anche i signori abbiano le loro regole di comportamento, magari sconosciute alla plebaglia. Si fida e segue le indicazioni di Michàjlovic.

Il risultato del processo recita che il giudice crede a Michàjlovic e alla fasulla, ma apparentemente ineccepibile, testimonianza di Vasilij e condanna Mirònov come falso e imbroglione. Questi è disperato, ben sapendo come stavano veramente le cose, implora e si appella anche alla religione, ma non c’è niente da fare. Deve pagare persino le spese inerenti al processo, ma Michàjlovic, da gran signore (?!) lo esonera dal farlo, acquisendo ulteriore credibilità.

E’ il capovolgimento completo della realtà! La cosa ancora più sconvolgente che Tolstoj ci fa notare è che Vasilij constata che i signori, a differenza di quanto immaginava, in realtà non hanno regole e agiscono seguendo il loro tornaconto. A quel punto in Vasilij scatta il convincimento che, non essendoci regole, lui stesso può fare quello che vuole, tanto da ciò non deriva alcun male. Anzi, dopo il processo, riceve ulteriore compenso di denaro da parte di Michàjlovic.

Il resto è presto detto: il portiere Vasilij vive rubando denaro e cose di valore agli inquilini. Gli capita di rubare una borsa persino allo stesso Michàjlov, il quale non lo denuncia però lo licenzia.

Ma Vasilij con la sua amante non vuole lasciare Mosca e cerca un altro lavoro. Lo trova da un bottegaio, ma anche qui, in seguito ad un ulteriore furto, non viene querelato, ma preso a botte e cacciato. A questo punto viene lasciato dall’amante, non ha più risorse e, poco alla volta, deve liberarsi e vendere quanto indossa per poter campare. Arrivata la primavera, “senza perdere il suo umore ardito e gaio” (sic!), come scrive Tolstoj, se ne torna a piedi a casa sua.

Piero Invidia

Denaro Falso

Denaro falso ad Opera con skytg24

Grazie a Diletta Giuffrida e alla Direzione di Skytg24 per aver voluto raccontare uno degli incontri del nostro progetto Denaro Falso.

Il servizio integrale è reperibile qui.

Il 19 marzo al carcere di Opera ci è venuto a trovare anche Andrea Spinelli, che ha saputo – come sempre – raffigurare meravigliosamente le emozioni di tutti i partecipanti:

Denaro falso

Dove sta la ragione?

Riflettendo su Denaro Falso di Tolstoj, ho subito notato un particolare che racchiude perfettamente il dibattito di oggi. Il libro inizia con questo ragazzo che si trova in debito con un suo amico, e dopo che la sua famiglia gli nega un prestito, lui falsifica una cedola (ne aumenta la cifra) e la consegna a una proprietaria di un negozio di fotografia, che non rendendosi conto della falsificazione l’accetta.

Questo comportamento è come se avesse annaffiato un seme che è sempre stato sottoterra, ma non ha mai ricevuto nutrimento: il seme del crimine. In effetti, penso sia un qualcosa di connaturato all’animo umano. Io credo che pian piano ogni piccolo comportamento scorretto abbia fatto in modo che questo seme germogliasse, fino a diventare un albero tanto possente da non poter più essere sradicato. Una piccola ingiustizia, come un furto di pochi rubli, ha dato avvio a un effetto farfalla tale che, alla fine, chi ha  pagato per il crimine aveva come unica colpa la mancanza di istruzione.

È meraviglioso rendersi conto, pian piano che si progredisce nella lettura del libro, di come ogni personaggio -anche quelli che hanno ideali giusti e nobili- pian piano viene corrotto dal male. Il passaggio più evidente è quello di un contadino che ha provato a pagare con questa cedola in un’osteria. Così è stato arrestato e giudicato colpevole semplicemente perché il sistema giudiziario era corrotto. Chi osserva questa scena è Vasilij, un portiere che è stato pagato per mentire e dare la colpa al contadino. Dopo aver visto il processo, si è reso conto che le leggi non venivano applicate in maniera corretta o addirittura che proprio non esistessero. Così dice a se stesso che non vale la pena d’essere corretto perché, in ogni caso, la ragione viene data a colui che è in grado di pagare la somma maggiore di denaro.

Tornando alla similitudine dell’albero, quando parliamo di crimine mi sembra che spesso si usi la retorica dell’ “ormai è troppo tardi”. Apparentemente è sensato, ma coloro che oggi si lamentano del fatto che la pianta è troppo cresciuta trascurano che quando essa era ancora solo un germoglio, ne procrastinavano l’estirpazione, nutrendolo indirettamente. E chi è più colpevole nella società è colui che trova un nemico comune per potersene lavare le mani.

Un altro episodio, sempre nel libro, è quello di un proprietario terriero che ha sempre trattato i propri contadini in maniera corretta. Una notte però avviene un furto di bestiame, così inizia questa caccia alle streghe, che porta quest’ultimo a segregarsi nella sua mansione e a trattare ingiustamente tutta la servitù. Leggendo di questa vicenda e per i mesi successivi, mi sono sempre chiesta chi avesse la ragione. Da un lato l’uomo è stato vittima di un’ingiustizia, dall’altro questo non rende lecito trattare i contadini insensibilmente. Mi rendo anche conto che in un momento dove ti trovi derubato di tutto, è difficile pensare razionalmente e agire con bontà. Quindi, per quanto, a livello ideale, io sia contrariaal modo in cui ha gestito la situazione, non mi sento in diritto di giudicarlo o fargli la morale.

Vorrei riflettere brevemente sulla seguente domanda: È necessaria la punizione, o è sufficiente la redenzione? Purtroppo, non posso credere, per quanto vorrei, che l’angoscia personale sia una pena sufficiente. Se idealmente penso che il cambiamento avvenga da dentro e che, se una persona non vuole cambiare, nulla potrà cambiarla, credo che lo Stato debba incitare e, laddove necessario, obbligare al cambiamento, non con la violenza, ma mostrando che c’è un’altra strada. E come hanno affermato Socrate prima e Rousseau poi, credo che l’essere umano per natura voglia il bene e non so come mai, ma sembra corrompersi durante la crescita. Per cui il dovere dello Stato è quello di far che i detenuti reimparino cosa è bene.

Tolstoj pensava che punire fosse scorretto e che in un futuro non così lontano i popoli del mondo sarebbero stati in grado di correggere le ingiustizie. Mi piange il cuore constatare che questo cambiamento non è avvenuto, e per come stiamo affrontando la problematica, non avverrà.

Viola Baselice
I
st. prof. per Sanità e Ass. Sociale
Istituto B. Melzi, Legnano

DENARO FALSO

In ogni azione il nostro futuro

L’esperienza vissuta al carcere di Opera è stata per me un momento di grande crescita personale e di profonda riflessione. Entrare in quell’aula, trovandomi di fronte a persone che hanno commesso reati anche molto gravi, è stato all’inizio destabilizzante. C’era timore, un senso di distanza, e soprattutto tante domande che mi giravano per la testa: come ci si comporta in questi casi? Cosa si può dire?

Ma poi, ascoltando le loro storie, quel muro invisibile ha iniziato a crollare. Quello che più mi ha colpito è stato proprio il contrasto tra l’apparenza e la realtà: i detenuti sembravano persone comuni, come chiunque di noi. E invece dietro quegli sguardi si nascondevano vicende durissime, storie di droga, violenza, solitudine e mancanza di amore. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per conoscere tutti, perché ogni persona aveva qualcosa di importante da raccontare. Alcuni volti mi sono rimasti impressi, e mi sono chiesto che tipo di vita avessero vissuto per arrivare fino a lì.

In tante storie si parlava di tossicodipendenza, di furti che sembravano insignificanti ma che poi, con il tempo, si trasformano in reati sempre più gravi. Questo mi ha fatto riflettere molto: ogni scelta ha un peso, e spesso basta poco per trovarsi dall’altra parte di quel muro.

Ho compreso quanto sia importante intervenire prima, lavorare sulla prevenzione, sulla scuola, sull’educazione e sul sostegno a chi vive in contesti difficili. Ma allo stesso tempo ho capito anche quanto sia fondamentale offrire una possibilità di riscatto a chi ha sbagliato. Il carcere non dovrebbe essere solo punizione, ma soprattutto occasione di rinascita. Molti detenuti ci hanno raccontato del loro percorso di cambiamento, della voglia di fare qualcosa di buono, anche solo per restituire un po’ di ciò che hanno tolto.

Infine, riflettendo anche sul libro “Denaro falso”, ho cercato di immedesimarmi in chi vive vite molto diverse dalla mia, ma non per questo meno umane o meno degne di essere ascoltate. Mi sono reso conto che la libertà è un dono prezioso, e che ogni nostra azione contribuisce a costruire il nostro futuro.

In conclusione, credo che questa visita non sia stata solo un’esperienza scolastica, ma un momento fondamentale per la nostra formazione. Ci ha insegnato a guardare oltre i pregiudizi, a capire che dietro ogni errore c’è una persona, e che la giustizia, per essere davvero tale, deve sempre lasciare spazio alla possibilità di cambiare.

Petra Zubiani
III liceo socio economico,
Istituto B. Melzi Legnano

DENARO FALSO