L’evoluzione del reo al servizio della società

Il nostro laboratorio sociale, in carcere e fuori, prevede l’attivazione di pratiche e riflessioni utili a promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità. Si realizza grazie al coinvolgimento attivo dei partecipanti e moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra carcere e mondo esterno. Oggi siamo alla Università Cattolica di Milano davanti a una cinquantina di studenti della prof.ssa Miriam Parise.

In aula c’è un bel clima e partiamo spediti. Al Gruppo della Trasgressione non è consentito essere semplici spettatori; ogni componente ha la responsabilità di condividere la propria esperienza per contribuire all’evoluzione dell’autore di reato e agli obiettivi più generali del gruppo. L’emancipazione del reo, infatti, non costituisce l’unica finalità del gruppo della trasgressione che, già all’atto della sua costituzione,  nel 1997,  puntava all’obiettivo di utilizzare lo studio della devianza e il percorso evolutivo del condannato per fare prevenzione sociale.

Una peculiarità del gruppo consiste nel fatto che, avendo il reo come partner di studio, le dinamiche del reato e dello stile deviante vengono indagate a partire dall’esperienza e dalla testimonianza diretta di chi le ha vissute in prima persona. Questo aiuta a raccogliere informazioni sulla percezione soggettiva delle condizioni individuali, sociali e familiari che hanno portato una persona a intraprendere il percorso deviante. L’obiettivo è alimentare un archivio in cui i racconti e le rielaborazioni personali possano diventare patrimonio comune.

Attraverso il dialogo che si instaura durante gli incontri in carcere con i liberi cittadini, il detenuto viene stimolato a esplorare la propria storia e i fattori che lo hanno condotto al percorso deviante. Ciò gli consente di accedere alle dinamiche emotive e alle fantasie che al momento del reato non erano ancora del tutto consapevoli, come non lo erano quel “diritto al rancore” e quella sensazione di “credito inestinguibile” che  avevano contribuito a “legittimare” l’abuso e a ignorare o, peggio, a godere del dolore della vittima. Il gruppo assume così la funzione di contenitore emotivo, ma anche di camera di gestazione capace di raccogliere e riorganizzare tali vissuti, restituendo loro un nuovo significato e recuperandone il valore propulsivo.

Dalle testimonianze di Antonio Tango, Alessandro Crisafulli e Ignazio Marrone, emerge come la carriera criminale affondi le proprie radici in un sentimento di rivalsa legato al bisogno di riconoscimento, un bisogno rimasto inappagato nelle prime fasi della vita. L’agito deviante diviene così una modalità attraverso cui affermare sé stessi e attribuirsi un ruolo. In questo senso, il reato si configura come l’agito di un disagio interno e come il mezzo tramite il quale tale disagio viene neutralizzato.

L’essere umano necessita di una funzione, di sentirsi amato e riconosciuto e non va dimenticato che chi delinque, pur se prendendo male la mira, ricerca proprio la soddisfazione di tali bisogni.

Il Gruppo della Trasgressione promuove nel detenuto un processo di rielaborazione della propria storia, di assunzione di responsabilità, che avviene anche grazie al confronto con i familiari delle vittime di reato e alla possibilità di vivere da vicino le conseguenze del proprio agire. In questo modo il detenuto sperimenta il piacere della relazione e della costruzione condivisa, avendo l’opportunità di tessere legami sociali che lo fanno sentire riconosciuto e gli restituiscono un ruolo. L’obiettivo, infatti, è condurre per mano l’individuo al riconoscimento dell’altro e, allo stesso tempo, alla valorizzazione delle proprie potenzialità.

Partecipando a questo processo, il detenuto rielabora il proprio vissuto criminale e accede alle “trame di libertà”, a quegli stimoli e legami che gli consentono di rendersi un cittadino vivo e operoso della collettività. In questo senso, il gruppo utilizza l’evoluzione dell’autore di reato in modo che la sua esperienza divenga una risorsa per la collettività in termini di prevenzione sociale e di conoscenza della nostra complessità.

Carolina Rocca, Angelo Aparo

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Schizzi d’autunno

In questo autunno 2025, al gruppo abbiamo in corso due iniziative:

  • una parte da Max Rigano, giornalista;
  • l’altra da Massimo Zanchin, componente del gruppo A. S. di Opera.

 

Max Rigano è già al lavoro con un giornalista radiofonico, Daniele Biacchessi, che conduce la trasmissione “Il Timone” e con il quale ha concordato di fare diverse interviste ai componenti del gruppo. Dopo la prima a me (andata in onda nei giorni scorsi), Max intende procedere con interviste ad alcuni degli altri componenti del gruppo (ex detenuti, comuni cittadini, familiari di vittime di reato, studenti tirocinanti e detenuti in carcere).

Le interviste riguardano cosa è il gruppo e cosa fa, qual è il ruolo di ciascuno all’interno, i nostri obiettivi, cosa ciascuno di noi ne ricava, ecc.  Le interviste sono individuali. Ognuno potrà concordare con Max dove vedersi o sentirsi e sarà lui a coordinare la comunicazione (la sede di Via Sant’Abbondio, se serve, è comunque utile allo scopo; volendo, lì si può procedere anche con due o tre interviste di seguito). L’intervista viene registrata durante l’incontro a due e poi diffusa nel corso della trasmissione radiofonica mattutina “Il Timone”.

Non posso escludere che, strada facendo, le interviste possano essere estese a direttori di carcere e magistrati. In fondo, è già successo qualcosa del genere con Byoblu, dove agli incontri sono stati presenti anche un magistrato e la direttrice del carcere di Monza.

Invito i componenti del gruppo che hanno piacere di prendere parte all’iniziativa a darmene segno, così che io possa metterli in comunicazione con Max Rigano. La prima intervista deve avvenire nei primi giorni della prossima settimana (29 o 30 settembre).

 

Nata su suggerimento di Massimo Zanchin, l’iniziativa prevede che un componente del gruppo racconti al tavolo un episodio della sua vita. Ognuno, detenuto o meno, sceglie di raccontare quello che gli pare, senza altro vincolo se non quello di stare dentro i 15 minuti.

Le persone sedute al tavolo, concluso il racconto, pongono domande al protagonista della giornata, fanno osservazioni, critiche, richieste di chiarimenti, portano ricordi personali evocati dal racconto. Ne vengono fuori riflessioni di ogni tipo, come di norma accade al tavolo del gruppo.

Infine, il coordinatore del gruppo propone una sua interpretazione del racconto e degli interventi che ne sono seguiti.

L’iniziativa prevede che per ogni racconto venga realizzato un podcast per la radio o per una puntata televisiva di circa 30/45 minuti. Per procedere alla registrazione occorre ovviamente l’autorizzazione della direzione delle diverse carceri.

Se Andrea Spinelli o una persona che sa disegnare vorrà corredare lo snodarsi del racconto e degli interventi con schizzi o bozzetti che riprendano alcuni dei passaggi, avremo delle puntate televisive più ricche.

Al momento, siamo già alla 7° puntata, di cui 5 nel carcere di Opera, una a San Vittore e l’altra a Bollate. Nel carcere di Opera il racconto ha luogo tutti i mercoledì: al mattino con il gruppo dell’Alta Sicurezza, al pomeriggio con quello della Media Sicurezza.

Non escludo che nel tempo si possano avere al gruppo giornate in cui il racconto verrà proposto da soci del Rotary o da ospiti esterni.

L’iniziativa sarà anche oggetto di studio per i tirocinanti universitari che frequentano il gruppo, ai quali viene richiesto di trascrivere il racconto, di riassumere i passaggi ritenuti significativi della giornata e di collegarli con le teorie e le griglie di lettura degli autori conosciuti attraverso i loro studi universitari.

Anche questi racconti, che si muovono tra errori, paure, fantasie, aspirazioni, sono uno strumento della nostra palestra.

Angelo Aparo

La nostra palestra

Il portiere Vasilij

Accadde una cosa che nessuno vide, ma che era più grave di tutto ciò che la gente vedeva”
Questo che scrive Tolstoj può benissimo essere appropriato in tanti altri punti di Denaro falso, man mano che la catena delle falsità si va propagandando. Ma qui mi sembra di notare un punto nodale del racconto, quello, cioè, di vedere come una cedola falsa possa cambiare completamente le carte in tavola nella vita delle persone e di come venga completamente stravolto il sistema di regole che una società si è dato.

Succede che la nota cedola falsificata e di cui  ci si deve liberare comunque al più presto, venga questa volta rifilata al venditore di legna Ivan Mirònov dal venditore di oggettistica per la fotografia, Jevghènij Michàjlovic, in cambio di un dato quantitativo di legna, appunto. Quando Mirònov, mezzo ubriacone i cui affari non vanno tanto bene, scopre che la cedola, creduta un affare, è in realtà manomessa e falsa, torna da chi gliel’ha ceduta e lo implora di riprendersela e restituire il maltolto. E qui le cose si complicano non poco. Michàjlovic umilia pubblicamente Mirònov, asserendo con (apparente) convinzione e un molto flebile patema d’animo, di non saperne nulla. Anzi dice che non ha mai incontrato quel povero disgraziato.

Ormai c’è di mezzo anche una guardia, che, tra quanto riporta l’ignorante MIrònov e quello che asserisce il signor Michàjlovic, sta dalla parte di quest’ultimo. Si va a processo!

Mirònov assolda un avvocato che crede nella sua versione dei fatti e Michàjlovic, con piglio sicuro, cerca il portiere Vasilij. Questi è una persona di cervello, elegante, a cui piace la bella vita. Da tre anni ormai si è allontanato dal suo povero villaggio, dove non succede mai niente di eccitante, ha lasciato la sua rozza moglie e vive in città al meglio che può. E’ il principio del piacere a guidare le sue giornate, compreso il fatto di leggere libri, andare a teatro, prendere e lasciare le donne che vuole… Tutte realtà semplicemente inimmaginabili nel paese che ha lasciato.

Tutto sembra andare bene fino a quando non si imbatte nella vicenda della cedola falsificata. Quando Michàjlovic gli chiede, pagandolo, di giurare e testimoniare il falso , egli accetta sia pur con qualche titubanza. Il fatto è che Vasilij è convinto che anche i signori abbiano le loro regole di comportamento, magari sconosciute alla plebaglia. Si fida e segue le indicazioni di Michàjlovic.

Il risultato del processo recita che il giudice crede a Michàjlovic e alla fasulla, ma apparentemente ineccepibile, testimonianza di Vasilij e condanna Mirònov come falso e imbroglione. Questi è disperato, ben sapendo come stavano veramente le cose, implora e si appella anche alla religione, ma non c’è niente da fare. Deve pagare persino le spese inerenti al processo, ma Michàjlovic, da gran signore (?!) lo esonera dal farlo, acquisendo ulteriore credibilità.

E’ il capovolgimento completo della realtà! La cosa ancora più sconvolgente che Tolstoj ci fa notare è che Vasilij constata che i signori, a differenza di quanto immaginava, in realtà non hanno regole e agiscono seguendo il loro tornaconto. A quel punto in Vasilij scatta il convincimento che, non essendoci regole, lui stesso può fare quello che vuole, tanto da ciò non deriva alcun male. Anzi, dopo il processo, riceve ulteriore compenso di denaro da parte di Michàjlovic.

Il resto è presto detto: il portiere Vasilij vive rubando denaro e cose di valore agli inquilini. Gli capita di rubare una borsa persino allo stesso Michàjlov, il quale non lo denuncia però lo licenzia.

Ma Vasilij con la sua amante non vuole lasciare Mosca e cerca un altro lavoro. Lo trova da un bottegaio, ma anche qui, in seguito ad un ulteriore furto, non viene querelato, ma preso a botte e cacciato. A questo punto viene lasciato dall’amante, non ha più risorse e, poco alla volta, deve liberarsi e vendere quanto indossa per poter campare. Arrivata la primavera, “senza perdere il suo umore ardito e gaio” (sic!), come scrive Tolstoj, se ne torna a piedi a casa sua.

Piero Invidia

Denaro Falso

Denaro falso ad Opera con skytg24

Grazie a Diletta Giuffrida e alla Direzione di Skytg24 per aver voluto raccontare uno degli incontri del nostro progetto Denaro Falso.

Il servizio integrale è reperibile qui.

Il 19 marzo al carcere di Opera ci è venuto a trovare anche Andrea Spinelli, che ha saputo – come sempre – raffigurare meravigliosamente le emozioni di tutti i partecipanti:

Denaro falso

Dove sta la ragione?

Riflettendo su Denaro Falso di Tolstoj, ho subito notato un particolare che racchiude perfettamente il dibattito di oggi. Il libro inizia con questo ragazzo che si trova in debito con un suo amico, e dopo che la sua famiglia gli nega un prestito, lui falsifica una cedola (ne aumenta la cifra) e la consegna a una proprietaria di un negozio di fotografia, che non rendendosi conto della falsificazione l’accetta.

Questo comportamento è come se avesse annaffiato un seme che è sempre stato sottoterra, ma non ha mai ricevuto nutrimento: il seme del crimine. In effetti, penso sia un qualcosa di connaturato all’animo umano. Io credo che pian piano ogni piccolo comportamento scorretto abbia fatto in modo che questo seme germogliasse, fino a diventare un albero tanto possente da non poter più essere sradicato. Una piccola ingiustizia, come un furto di pochi rubli, ha dato avvio a un effetto farfalla tale che, alla fine, chi ha  pagato per il crimine aveva come unica colpa la mancanza di istruzione.

È meraviglioso rendersi conto, pian piano che si progredisce nella lettura del libro, di come ogni personaggio -anche quelli che hanno ideali giusti e nobili- pian piano viene corrotto dal male. Il passaggio più evidente è quello di un contadino che ha provato a pagare con questa cedola in un’osteria. Così è stato arrestato e giudicato colpevole semplicemente perché il sistema giudiziario era corrotto. Chi osserva questa scena è Vasilij, un portiere che è stato pagato per mentire e dare la colpa al contadino. Dopo aver visto il processo, si è reso conto che le leggi non venivano applicate in maniera corretta o addirittura che proprio non esistessero. Così dice a se stesso che non vale la pena d’essere corretto perché, in ogni caso, la ragione viene data a colui che è in grado di pagare la somma maggiore di denaro.

Tornando alla similitudine dell’albero, quando parliamo di crimine mi sembra che spesso si usi la retorica dell’ “ormai è troppo tardi”. Apparentemente è sensato, ma coloro che oggi si lamentano del fatto che la pianta è troppo cresciuta trascurano che quando essa era ancora solo un germoglio, ne procrastinavano l’estirpazione, nutrendolo indirettamente. E chi è più colpevole nella società è colui che trova un nemico comune per potersene lavare le mani.

Un altro episodio, sempre nel libro, è quello di un proprietario terriero che ha sempre trattato i propri contadini in maniera corretta. Una notte però avviene un furto di bestiame, così inizia questa caccia alle streghe, che porta quest’ultimo a segregarsi nella sua mansione e a trattare ingiustamente tutta la servitù. Leggendo di questa vicenda e per i mesi successivi, mi sono sempre chiesta chi avesse la ragione. Da un lato l’uomo è stato vittima di un’ingiustizia, dall’altro questo non rende lecito trattare i contadini insensibilmente. Mi rendo anche conto che in un momento dove ti trovi derubato di tutto, è difficile pensare razionalmente e agire con bontà. Quindi, per quanto, a livello ideale, io sia contrariaal modo in cui ha gestito la situazione, non mi sento in diritto di giudicarlo o fargli la morale.

Vorrei riflettere brevemente sulla seguente domanda: È necessaria la punizione, o è sufficiente la redenzione? Purtroppo, non posso credere, per quanto vorrei, che l’angoscia personale sia una pena sufficiente. Se idealmente penso che il cambiamento avvenga da dentro e che, se una persona non vuole cambiare, nulla potrà cambiarla, credo che lo Stato debba incitare e, laddove necessario, obbligare al cambiamento, non con la violenza, ma mostrando che c’è un’altra strada. E come hanno affermato Socrate prima e Rousseau poi, credo che l’essere umano per natura voglia il bene e non so come mai, ma sembra corrompersi durante la crescita. Per cui il dovere dello Stato è quello di far che i detenuti reimparino cosa è bene.

Tolstoj pensava che punire fosse scorretto e che in un futuro non così lontano i popoli del mondo sarebbero stati in grado di correggere le ingiustizie. Mi piange il cuore constatare che questo cambiamento non è avvenuto, e per come stiamo affrontando la problematica, non avverrà.

Viola Baselice
I
st. prof. per Sanità e Ass. Sociale
Istituto B. Melzi, Legnano

DENARO FALSO

In ogni azione il nostro futuro

L’esperienza vissuta al carcere di Opera è stata per me un momento di grande crescita personale e di profonda riflessione. Entrare in quell’aula, trovandomi di fronte a persone che hanno commesso reati anche molto gravi, è stato all’inizio destabilizzante. C’era timore, un senso di distanza, e soprattutto tante domande che mi giravano per la testa: come ci si comporta in questi casi? Cosa si può dire?

Ma poi, ascoltando le loro storie, quel muro invisibile ha iniziato a crollare. Quello che più mi ha colpito è stato proprio il contrasto tra l’apparenza e la realtà: i detenuti sembravano persone comuni, come chiunque di noi. E invece dietro quegli sguardi si nascondevano vicende durissime, storie di droga, violenza, solitudine e mancanza di amore. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per conoscere tutti, perché ogni persona aveva qualcosa di importante da raccontare. Alcuni volti mi sono rimasti impressi, e mi sono chiesto che tipo di vita avessero vissuto per arrivare fino a lì.

In tante storie si parlava di tossicodipendenza, di furti che sembravano insignificanti ma che poi, con il tempo, si trasformano in reati sempre più gravi. Questo mi ha fatto riflettere molto: ogni scelta ha un peso, e spesso basta poco per trovarsi dall’altra parte di quel muro.

Ho compreso quanto sia importante intervenire prima, lavorare sulla prevenzione, sulla scuola, sull’educazione e sul sostegno a chi vive in contesti difficili. Ma allo stesso tempo ho capito anche quanto sia fondamentale offrire una possibilità di riscatto a chi ha sbagliato. Il carcere non dovrebbe essere solo punizione, ma soprattutto occasione di rinascita. Molti detenuti ci hanno raccontato del loro percorso di cambiamento, della voglia di fare qualcosa di buono, anche solo per restituire un po’ di ciò che hanno tolto.

Infine, riflettendo anche sul libro “Denaro falso”, ho cercato di immedesimarmi in chi vive vite molto diverse dalla mia, ma non per questo meno umane o meno degne di essere ascoltate. Mi sono reso conto che la libertà è un dono prezioso, e che ogni nostra azione contribuisce a costruire il nostro futuro.

In conclusione, credo che questa visita non sia stata solo un’esperienza scolastica, ma un momento fondamentale per la nostra formazione. Ci ha insegnato a guardare oltre i pregiudizi, a capire che dietro ogni errore c’è una persona, e che la giustizia, per essere davvero tale, deve sempre lasciare spazio alla possibilità di cambiare.

Petra Zubiani
III liceo socio economico,
Istituto B. Melzi Legnano

DENARO FALSO

Un’occasione per riflettere

L’esperienza al carcere di Opera è stata unica. Non pensavo che sarebbe stato così interessante. Partecipare all’incontro dentro il carcere mi ha messa di fronte a storie difficili, vere, raccontate da chi ha commesso errori gravi, ma ha anche deciso di affrontarli con coraggio.

Nel Gruppo della trasgressione ci sono detenuti, studenti, volontari e professionisti. Insieme abbiamo parlato di legalità, responsabilità, libertà e cambiamento. Nessuno giudica, ma ognuno è chiamato a guardarsi dentro. All’inizio mi sentivo un po’ fuori posto, poi ho capito che ascoltare e parlare con sincerità era l’unico modo per crescere e ambientarsi davvero.

Un momento che mi ha colpita molto è stato quando uno dei detenuti ha raccontato come, nel tempo, è riuscito a vedere il male che aveva fatto e a provare davvero a cambiare. Non è stato facile per lui, e non lo è neanche per noi. Ma in quel cerchio di persone così diverse, ho sentito nascere un senso di umanità e rispetto profondo.

Questa esperienza mi ha insegnato che il carcere non deve essere solo punizione, ma anche occasione per riflettere e migliorarsi. Ne sono uscita diversa, più consapevole, più attenta a quello che faccio e a come guardo gli altri.

Giorgia Di Bari
III liceo socio economico,
Istituto B. Melzi Legnano

DENARO FALSO

Denaro falso e il peso delle scelte

La visita al carcere di Opera è stata una delle esperienze più forti e significative che abbia mai vissuto. Appena siamo entrati, ho sentito una strana sensazione: tutto era diverso da ciò che sono abituata a vedere. Le porte pesanti, i controlli, le guardie, le mura, il 41 bis….., sembrava di entrare in un altro mondo. All’inizio eravamo un po’ tesi e silenziosi. Non sapevamo bene cosa aspettarci, ma presto abbiamo avuto modo di ascoltare storie vere, raccontate direttamente da chi vive lì dentro. Alcuni detenuti ci hanno parlato del loro passato, delle scelte sbagliate che li hanno portati in carcere.

È stato difficile immaginare che quelle persone, che ci parlavano con calma e con tono amichevole, avessero commesso reati anche molto gravi, come lo spaccio o addirittura l’omicidio. Una delle cose che mi ha colpito di più è stato sentire i pareri contrastanti su quanto effettivamente lo Stato, la reclusione e la giurisprudenza aiutino o meno i detenuti.

Molti di lorodicevano che la vita all’interno di un carcere li ha aiutati a prendere strade diverse. Per molti altri, invece, la reclusione non serve per cambiare il proprio pensiero e le proprie sorti, una volta usciti dal carcere.

E questi pareri così contrastanti tra loro, provenienti dallo stesso gruppo, mi stupiscono molto. Un altro fatto che mi ha fatto molto pensare è che molti detenuti ci hanno raccontato quanto sia difficile ricominciare. Anche volendo cambiare, fuori dal carcere è complicato trovare lavoro o essere accettati, soprattutto se hai un passato difficile o problemi di dipendenza.

Questa esperienza mi ha fatto capire che dietro ogni errore ci sono delle persone, delle storie, dei dolori. Non si tratta di giustificare ciò che hanno fatto, ma di ascoltare, cercare di capire e riflettere. Mi ha anche fatto sentire fortunata per la mia vita e mi ha ricordato che ogni scelta, anche piccola, può cambiare tutto.

Ginevra Maria Raguso
III liceo socio economico,
istituto B. Melzi Legnano

Denaro Falso

Denaro Falso col Leone XIII

Restituzione progetto Denaro falso Leone XIII – contributo docenti

Il romanzo scelto per impostare il lavoro è stato parecchio apprezzato dai ragazzi, risultando scorrevole e di semplice lettura. È stata necessaria la mediazione dei docenti in classe per poter concettualizzare la riflessione sulla giustizia. In tal senso sono stati molto utili e proficui gli spunti offerti dagli organizzatori: personalmente li ho trovati abbastanza indicativi senza essere troppo vincolanti, quindi adatti alla fase preliminare del lavoro.

L’incontro con i detenuti, grazie anche alla mediazione accorta del magistrato, dello psicologo e dei parenti delle vittime, è stato di sicuro il momento che più ha colpito i ragazzi dal punto di vista umano. La maggior parte di loro – e io mi trovo pienamente d’accordo – ha riconosciuto l’incontro come un momento di condivisione autentica, dal quale è emerso il valore dell’elaborazione del vissuto personale nella ricostruzione di un senso per la propria vicenda. D’altra parte i detenuti hanno anche segnalato che solo una piccola parte di essi segue un percorso di questo tipo, o può farlo, alludendo alla condizione misera della maggior parte di loro e al valore ancora per lo più retributivo della pena carceraria in Italia. In questo senso, gli interventi del magistrato e dello psicologo hanno aiutato a tenere presente che ‘lo strappo’ che le colpe dei detenuti hanno prodotto non deve essere mai banalizzato, né perso di vista, pena lo svilimento del percorso di recupero per tutte le parti coinvolte.

Personalmente ho trovato questo dialogo – talvolta piacevolmente acceso e provocatorio – un prezioso momento di riflessione: mi ha aiutato a ricordare la complessità della realtà della condizione dei detenuti, che spesso siamo tentati di descrivere sommariamente con etichette generiche e luoghi comuni; in particolare, mi ha colpito come un’autentica ed efficace collaborazione tra parti diverse della società sia riuscita laddove la macchina legale si perde.

Lo strappo viene effettivamente ricucito, sanando la ferita che ha portato non solo nei detenuti, ma anche nelle famiglie delle vittime. L’idea che si possa superare il rancore e l’odio verso chi ci ha portato via chi amiamo mi pare uno dei messaggi più provocatori dell’esperienza, e in effetti è stato uno dei più menzionati anche nella restituzione in classe dei ragazzi.

Grazie di cuore di averci coinvolti nel progetto,

Prof. Michele Genovese
Istituto Leone XIII

DENARO FALSO

Giove, un vero stronzo

Durante il percorso condotto dal Dott. Aparo (con visita al carcere di Opera), abbiamo lavorato sul mito di Sisifo per affrontare in modo simbolico il tema della dipendenza da droghe, collegata spesso al distacco dalla figura genitoriale.

Il mito parla di un uomo condannato a spingere un masso su per una montagna per l’eternità, solo per vederlo rotolare di nuovo a valle. Questo gesto assurdo, ripetitivo, è diventato il simbolo della dipendenza, della fatica inutile e distruttiva in cui mi sono riconosciuto.

Abbiamo visto in Sisifo non solo il condannato, ma anche l’uomo che si ribella, che prende coscienza della propria condizione e trova nella consapevolezza una dignità. lo, in particolare, ho interpretato Giove, il re degli dèi, colui che infligge la punizione a Sisifo.  L’ho rappresentato come un dio arrogante, indifferente, concentrato solo sui propri piaceri e completamente distaccato dalla sofferenza umana.

Un vero stronzo, per dirla senza filtri.

E in quel Giove ho rivisto tante figure “genitoriali” nella vita reale: assenti, egoiste, incapaci di vedere davvero i figli, le loro richieste d’aiuto, i loro crolli. E quando non c’è nessuno che ti guarda con amore, è facile cercare conforto nelle droghe, che almeno per un po’ sembrano riempire quel vuoto.

Questo progetto non ha dato risposte facili, ma ci ha aiutato a fare domande vere. A capire che forse non possiamo cancellare il passato, ma possiamo smettere di spingere il masso per conto di qualcun altro. Possiamo cominciare a farlo per noi, per il senso che decidiamo di dare alla nostra vita.

Carlo Caroli

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo