Il barbiere di Rovigo

Mentre aspettavo il mio turno, il barbiere si dedicava a un ragazzo dagli occhi puliti e sorridenti. Si parlavano e ridevano. Che incantevole semplicità! Erano solo un barbiere che fa il suo mestiere e un ragazzo che, fiducioso, glielo lascia fare. Eppure sembrava una magia.

Le storie, un passaporto verso il futuro

Perché gli uomini raccontano storie? Forse proprio per ricordare a se stessi di essere uomini. Probabilmente l’uomo è l’unico animale che racconta storie. E non le racconta per divertimento, ma perché le storie sono parte integrante della sua identità, il suo passaporto verso il futuro.

La storia è un insieme di emozioni che si incontrano e si scontrano, generandone altre e permettendo così alla storia di farsi più densa, più ricca, infondendole quella forza che le consente, anche a distanza di moltissimi anni, di mantenere intatto tutto il suo potenziale emotivo. Infatti, la storia va ben oltre lo spazio e il tempo in cui si è verificata; essa è un bene prezioso, che va salvaguardato con la massima cura.

C’è stato un tempo in cui mi sono dimenticato di essere un uomo! Che poi, a ben vedere, è in base ai pensieri che elabori e alle azioni che metti in pratica che acquisisci il diritto di sentirti uomo: credo che non si nasca uomini, naturalmente nell’accezione più nobile del termine; tutt’al più lo si può diventare!

Una mattina di circa trent’anni fa mi sono alzato dal letto come se fosse stato un giorno normale – che poi di normale nella mia vita non c’era nulla – e con una naturalezza sconcertante mi sono recato all’appuntamento con la morte, la morte di un uomo che avevo deciso di uccidere. Ancor prima di ucciderlo materialmente, l’avevo già ucciso con la mente. Come con una gomma cancelli la traccia lasciata da una matita, con la stessa apparente semplicità mi sono arrogato il diritto di cancellare l’esistenza di un uomo e, indirettamente, ho modificato il corso degli eventi di tutte le persone che gravitavano attorno alla sua vita. Come se non bastasse, dopo averlo ucciso ho provato soddisfazione: avevo dimostrato a me stesso, ma forse più agli altri, che ero un “uomo”!

All’epoca ero così presuntuoso che ero convinto di possedere tutto ciò che mi serviva per vivere al meglio quella vita dove, invece, rimanevo confinato a intontirmi e lottare per sopravvivere. Ma io mi sentivo diverso da quelli che sottostavano passivamente a questa ingiustizia; io credevo di avere le palle per prendermi con la forza quello che mi era stato negato!

Che stupido sono stato! e quanto sangue ho versato in nome di una guerra che in effetti ho combattuto contro me stesso! E così, dopo quel primo omicidio, anch’io sono morto …

Sin da piccolo ho negato le mie fragilità, soprattutto perché a quel tempo credevo che, accettandole, avrei minato le mie esigue possibilità di sopravvivenza. Sono cresciuto creandomi l’illusione di essere un bambino forte, in grado di produrre autonomamente gli elementi vitali di cui un essere umano necessita: amore, considerazione, protezione.

Naturalmente questa illusione ha avuto vita breve. Infatti, quando ho abbandonato quel luogo desolante in cui sono cresciuto e dove ho coltivato la mia rabbia, la maschera dell’indipendenza si è frantumata, dando luogo a quella dell’arroganza che, come un fiume che esonda, si è trasformata successivamente in delirio di onnipotenza, provocandomi uno scollamento dalla realtà.

Non essendo stato capace di affrontare le mie fragilità, mi sono nutrito, attraverso la violenza, di quelle degli altri. Ma l’abuso costante, che all’inizio rappresentava la mia rivalsa, come un boomerang mi si è ritorto contro, aumentando il mio senso di smarrimento e facendomi sprofondare sempre più in una spirale distruttiva che mi ha portato ad essere completamente sordo ai bisogni degli altri.

L’infanzia l’ho vissuta quasi esclusivamente con mia madre, e poiché eravamo in simbiosi ho assorbito tutto il suo male di vivere. Quello che rammento maggiormente di lei sono i suoi grandi occhi azzurri, che purtroppo rappresentavano un cielo privo di sole.

Penso che solo chi ragiona in modo superficiale può credere sia facile giungere a uccidere un uomo. Credo, infatti, che ogni macro-scelta sia figlia delle micro-scelte che quotidianamente compiamo; poco importa quanto tali scelte siano consapevoli: le conseguenze arrivano comunque! È per questo che, sin dalla più tenera età, è importantissimo comprendere che ogni nostra decisione, anche quella che sembra più banale, influirà più o meno profondamente sul nostro e sull’altrui futuro.

Essendo cresciuto senza una guida positiva, indispensabile per proiettarsi nel mondo in maniera costruttiva, intorno ai dodici anni, quando ho iniziato a commettere reati e a drogarmi, mi è venuto naturale credere che quella fosse l’unica strada che potevo percorrere; quello che avevo saputo ricavare da mio padre, con il quale ho instaurato un rapporto solo quando sono divenuto un vero criminale (prima non mi considerava), andava verso l’illegalità più assoluta. Per lui non c’era spazio per regole e sentimentalismi: un uomo doveva prendersi a ogni costo quello che desiderava. Con questi presupposti era alquanto improbabile che potessi percorrere un cammino diverso, anche se questo non può e non vuole costituire un alibi per il male che ho causato.

Quindi tutti i giorni, per anni, non ho fatto altro che nutrire la rabbia, l’unica risorsa che pensavo di possedere, compiendo quelle micro-scelte che mi hanno condotto all’atto estremo di uccidere. Quello è stato sicuramente il momento nel quale l’ultimo barlume di umanità che ancora cercava strenuamente di resistere mi ha abbandonato, lasciandomi completamente nelle mani del mio delirio. Ormai ero ammaliato dalla sensazione di potere, dal delirio di disporre della vita degli altri!

Senza più nulla che potesse arginarmi, come un treno senza macchinista lanciato a folle velocità, ho continuato a scendere sempre più negli abissi; ormai sapevo che solo la morte o la galera potevano fermarmi: il mio karma prevedeva la galera. L’arresto è stato la mia liberazione.

Sin dall’inizio ho sentito un senso di pace che mi avvolgeva: finalmente avevo smesso di correre senza meta, alla ricerca di una identità che stupidamente pensavo di conquistare con la violenza. E così ho cominciato a cercare tra le macerie di questa mia vita svenduta al primo stronzo. Che fatica è stata guardare dentro ai segreti della mia anima: troppa era la sofferenza che custodiva.

Nonostante ciò, più gli anni passavano e più sentivo l’urgenza di dialogare con me stesso. Finché nel 2000 sono giunto a Opera, luogo nel quale è iniziata la mia catarsi. Mi sono subito reso conto che avevo bisogno di elevare il mio scadente livello scolastico e pertanto mi sono iscritto a scuola. Devo molto ai miei professori, i quali con impegno, pazienza e professionalità mi hanno supportato, dandomi il coraggio per migliorarmi e per recuperare l’autostima.

Lo studio ha ampliato notevolmente la mia visione globale della vita, insegnandomi che la consapevolezza dei nostri mezzi può farci raggiungere traguardi insperati. Il punto dal quale ripartire è senz’altro l’introspezione, indispensabile per focalizzare nuove mete, rette da valori per i quali valga la pena vivere; tutto ciò con passione e creatività, ma soprattutto nel rispetto verso gli altri, con i quali ricercare una comunicazione vera e profonda, capace di scaldarci il cuore e di cogliere il messaggio che si cela dietro alle parole.

C’è voluto tantissimo tempo per ristabilire un contatto con me stesso. Ho lottato con tutte le mie forze per sradicare la concezione distorta che mi ha portato ad alienarmi dagli uomini e da Dio. Con tenacia e costanza sono sceso nelle profondità del mio inferno e ho guardato in faccia il male che ho procurato; ritengo che riconoscere il proprio male sia l’inizio di un ritrovato bene.

È stato doloroso prendere consapevolezza che la devianza si era impossessata della mia coscienza; inoltre ho compreso che, se volevo riconquistarla, avrei dovuto fare pace con il ragazzo che ero e traghettarlo verso un futuro da costruire insieme.

Oggi ho accettato le mie fragilità; esse fanno parte di me e in un certo senso mi sento in dovere di proteggerle, perché è anche attraverso il loro riconoscimento che ho cominciato a coltivare le mie qualità e a dialogare con i miei limiti.

Il passato non è qualcosa da cui possiamo congedarci, cosa che del resto sarebbe sbagliata; quello che sto cercando di fare è cucire la prima parte della mia esistenza con quella che sto costruendo da ventitré anni a questa parte, dimodoché l’una venga assorbita dall’altra. Per fare questo è necessario un collante che le unisca, che dia fondamenta solide a questa nuova fase della mia vita.

Ebbene, questo collante l’ho trovato nel Gruppo della Trasgressione, con il quale ho l’opportunità di costruire progetti a lungo termine nei quali mi riconosco e vengo riconosciuto. Il più importante di questi consiste nell’andare nelle scuole per prevenire bullismo e tossicodipendenza; inoltre ritengo che per gli studenti instaurare una relazione seria con persone con un passato come il mio possa fornire loro le coordinate per riconoscere meglio i tranelli di cui si servono i “falsi miti”  dai quali bisogna tenersi alla larga.

Mettermi a nudo di fronte ai ragazzi mi ha permesso innanzitutto di farmi riconoscere come una persona con la quale è possibile costruire qualcosa di positivo. Questa interazione mi ha dato inoltre la possibilità di valorizzare le mie fragilità e ricavarne ogni giorno nuova linfa per recuperare il bambino che c’è in ognuno e alimentare la creatività che ci rende liberi.

Non posso esimermi dal parlare della recentissima collaborazione che il Gruppo della Trasgressione ha instaurato con la Croce Rossa Italiana. Da qualche tempo, assieme ad alcuni miei compagni, ho il privilegio e l’onore di far parte proprio dell”‘unità di strada” della Croce Rossa. Andare per le strade con l’obiettivo di occuparsi delle persone bisognose è qualcosa di indescrivibile. È pazzesco rendermi conto che un tempo consideravo gli uomini delle pedine da spostare o “mangiare” a mio piacimento! Quanta dignità ho scorto nei loro volti! Ascoltare le loro storie mi ha permesso di mettere a fuoco passaggi della mia storia. Non posso che ringraziarli per avermi concesso di entrare nel loro mondo e per avermi permesso, in questo modo, di comprendere meglio chi sono stato.

E così la mia storia ha preso una piega inaspettata; io stesso non avrei scommesso un centesimo se qualcuno avesse ipotizzato che sarei rinato! E se ce l’ho fatta io, allora significa che nessuno è mai definitivamente perduto.

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Nicola Petrillo, il liutaio

Nicola Petrillo è liutaio presso il laboratorio “Casa dello spirito e delle arti”, interno alla Casa di Reclusione Milano-Opera, dove sta scontando una condanna all’ergastolo.

Nasce nel 1960 a Tricarico (Matera) da genitori contadini, trasferitisi a Milano nel 1967 con l’obiettivo di un lavoro stabile e un futuro migliore per i propri figli. Frequenta le scuole dell’obbligo con scarsi risultati: bocciato sia in seconda elementare che in seconda media, dopo essere stato sospeso per tutto l’anno scolastico, ottiene il diploma di terza media come privatista per gentile regalo del preside, con la promessa di non farsi più rivedere.

Già alle elementari era un bambino problematico, arrogante e prepotente con i compagni di classe e con i professori e dedito a piccoli furti. Alle medie la sua fama di bullo era nota in tutta la scuola e nel quartiere. In continuo conflitto con il padre, autoritario, manesco e alcolizzato, giunge presto alla sua squalifica come guida. Spinto dalla rabbia e dall’odio verso tutte le figure istituzionali, viene facilmente sedotto dal guadagno facile.

Appena compiuti i quattordici anni, fa la prima esperienza nel carcere minorile Beccaria, per ritornarci ancora qualche anno dopo. Nonostante avesse trovato un lavoro come tornitore, svolto poi per più di vent’anni, entra nel carcere di San Vittore ancora nel 1981, dove sconta otto mesi per tentato furto. Nell’82 prende tre anni per una tentata rapina e possesso di armi; nell’86 altri quattordici mesi per spaccio.

Ormai contagiato dal “virus delle gioie corte“, nemmeno il matrimonio con una ragazza onesta, avvenuto nel 1988, e la nascita della figlia l’anno successivo riescono a guarirlo dal delirio di onnipotenza. Col passare degli anni, si dedica ad azioni sempre più rischiose e si allontana sempre più dai propri simili.

Nel maggio del 1999, durante una rapina a un furgone portavalori, contribuisce a togliere la vita ad un poliziotto di 27 anni (Vincenzo Raiola) che interveniva in difesa dei cittadini. Per questo reato dopo due mesi viene arrestato e condannato in via definitiva alla pena dell’ergastolo. Dopo aver girato varie carceri della Lombardia, nel 2004 viene trasferito definitivamente nel carcere di Massima Sicurezza di Milano – Opera.

Nel 2007 accadde qualcosa d’ importante. Il divorzio dalla moglie e l’amore per la figlia, lo costringono finalmente a farsi delle domande, e ogni tanto a porsi anche quella giusta. Dopo un periodo di depressione, deciso a riprendere in mano la sua vita, si rimette in gioco. Nel giugno 2009, gli viene offerta la possibilità di partecipare a un corso di liuteria organizzato da Federica Della Casa, presidente della cooperativa Opera in Fiore, e finanziato dalla regione Lombardia.

La formazione era il meglio sulla piazza: la scuola cremonese. Petrillo  lavora così con grandi maestri del calibro di Valery Kondratoff Prilipko, che forse più di tutti gli trasmette la passione per questo lavoro. A seguire, Robert Glowaschi, che gli lascia le basi per la tecnica. Petrit Koopsaj gli insegna la precisione e le malizie del mestiere. Senza dimenticare i preziosi insegnamenti di Luisa Vania Campagnolo.

Nell’ottobre del 2011, dopo un periodo di scarso lavoro per la mancanza di fondi per le materie prime e per l’assenza del maestro, colpito da uno stato ansioso per la frustrazione di non poter continuare ad imparare le ultime lavorazioni per il montaggio delle corde, le continue promesse non mantenute, con un forte conflitto interiore, rinuncia a proseguire la formazione di liutaio come volontario.

Dopo un periodo di ozio, casualmente sente parlare del Gruppo della Trasgressione coordinato dal Dott. Angelo Aparo; incuriosito dai discorsi di alcuni compagni decide di fare richiesta per essere inserito. Nell’ottobre del 2012 viene esaudita la richiesta. Dopo le prime difficoltà iniziali, acquistando fiducia nel gruppo e in se stesso, riscoprendo la propria fragilità, partecipa sempre più attivamente, ricostruendosi un nuovo scheletro e una nuova identità.

Ritrovato il proprio equilibrio grazie al Gruppo della Trasgressione, la passione trasmessa dal maestro Prilipko pulsa sempre più forte, nel frattempo il laboratorio di liuteria passa alla gestione della Casa dello Spirito e delle Arti presieduta da Arnoldo Mosca Mondadori. Nel gennaio 2014 chiede e ottiene di poter ritornare come volontario per acquisire le ultime tecniche di montaggio e l’arte della verniciatura degli strumenti. Nel febbraio 2015 torna a frequentare un corso di montaggio e verniciatura con il maestro Enrico Dell’Orto. Costruisce così il suo sesto strumento, ma il primo completo e verniciato: un Guarnieri del Gesù del 1743 mod. “Il Cannone” (così chiamato dal maestro Nicolò Paganini per il suo suono).

Ad oggi Nicola Petrillo ha costruito in tutto 12 strumenti, concedendosi il lusso di inventare un nuovo modello chiamato “Il Milanese”, al momento in fase di costruzione.

Attualmente frequenta il Gruppo della Trasgressione con impegno; da tre anni partecipa attivamente alla prevenzione della devianza, andando nelle scuole a portare la propria esperienza negativa, parlando ai ragazzi di bullismo, tossicodipendenza, spaccio e conflitti con le autorità. Frequenta corsi di criminologia e mediazione dei conflitti con l’Università Bicocca in qualità di tutor. Collabora con l’Istituzione carceraria come componente della Commissione Detenuti, al fine di migliorare la vivibilità nell’Istituto. Lavora dal 2012 come volontario bibliotecario. Fa parte della redazione del giornalino “Prospettiva Oltre” realizzato nell’istituto.

Il suo sogno nel cassetto: aprire un laboratorio di liuteria all’esterno e vivere con i guadagni del suo lavoro.

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Adesso sono libero davvero

Angelica Chirulli, Matricola: 801098
Corso di studio: Scienze e tecniche psicologiche
Tipo di attività: Stage Esterno
Periodo: dal 05/04/2017 al 31/05/2017
Titolo del progetto: Adesso sono libero davvero

Caratteristiche generali dell’attività svolta: istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

È difficile descrivere tecnicamente il lavoro che ho svolto durante questo tirocinio. È stata un’attività del tutto inaspettata, sorprendente e anticonvenzionale. Ho trascorso queste 100 ore all’interno di un gruppo composto da detenuti, ex detenuti, studenti e liberi cittadini, discutendo di argomenti importanti e non scontati; abbiamo riflettuto su concetti come la libertà, la trasgressione con le sue premesse e le sue conseguenze di voglia di potere, di fragilità, di pentimento e desiderio di ricominciare.

Sono argomenti che non riguardano solo i detenuti. Ognuno di noi, infatti, si ritrova negli temi discussi con il gruppo, mettendo in gioco le proprie fragilità, trasgressioni piccole o grandi, manifeste o implicite.

Gli incontri avvengono in corso Italia in una sede ATS e nelle carceri di Opera e Bollate. È stata recentemente inaugurata un’altra delle attività ideate dal gruppo e resa possibile grazie alla loro forza di volontà e voglia di costruire: da un terreno abbandonato è stato creato uno spazio piacevole e ben curato, messo a disposizione dei cittadini del quartiere e non solo. Uno spazio in cui famiglie, bambini e ragazzi possono incontrare più da vicino il mondo della trasgressione.

Alcuni detenuti fanno prevenzione al bullismo nelle scuole, parlano di devianza e raccontano la propria storia cercando di fare in modo che i ragazzi si rendano conto di quali sono le conseguenze, spesso sottovalutate, delle proprie azioni.

Non credo si possa individuare un approccio teorico di riferimento: il nostro coordinatore, il dott. Angelo Aparo, ha un modo del tutto innovativo di fare psicologia e di insegnare, se di questo si può parlare. Allo stesso modo chi partecipa ai diversi incontri non arriva con un’idea di quello di cui si tratterà o delle conclusioni che verranno fuori: è tutto oltre gli schemi convenzionali che normalmente si potrebbero immaginare parlando di un tirocinio guidato da uno psicoterapeuta.

Lo scopo quotidiano che il gruppo si propone è quello di servirsi della conoscenza, dello studio, della filosofia, della letteratura, della cultura in genere, per discutere di temi importanti della vita, per portare tutti i partecipanti alla riflessione innanzitutto su se stessi, ma anche sulla società, sul mondo e sulle relazioni che ogni giorno ci definiscono.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Lo studente tirocinante è parte integrante del Gruppo della Trasgressione. A differenza degli altri tirocini non è posto lì su una sedia ad osservare, ascoltare o servire qualcuno con più competenze. Uno studente del Gruppo è chiamato in prima persona a mettersi in gioco, spogliarsi delle proprie armature, rispondere alle provocazioni lanciate durante la discussione.

Chi partecipa al gruppo si cimenta nella discussione critica degli argomenti trattati e dice la propria sulle questioni proposte. Non sono argomenti che si esauriscono nella durata dell’incontro, ma sono quesiti che ci si porta dietro per tutta la giornata o settimana, ciascuno cercando di ricavare quella verità profonda più adatta alle proprie esigenze.

Ci è stato chiesto anche di partecipare ad alcune delle attività esterne del gruppo. Abbiamo aiutato i detenuti a vendere frutta e verdura ad una bancarella su un terreno bonificato dai detenuti stessi. Il nostro compito però non si limitava a quello di fruttivendoli o giardinieri: abbiamo parlato con i cittadini del quartiere del Gruppo della Trasgressione, delle tante proposte in ballo, della nostra esperienza al gruppo e della forza di volontà che ha mosso molti di noi in questo progetto. La festa di inaugurazione organizzata nei giorni scorsi è stata la prova di un corretto compimento di questo proposito: la gente è arrivata incuriosita ed è tornata a casa divertita dalla buona musica, dai discorsi, dagli interventi e dalle iniziative portate avanti dal gruppo.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Per tutto il tempo del tirocinio, gli strumenti che abbiamo avuto a disposizione erano la nostra testa per ragionare e la nostra parola per esprimere quello che abbiamo sentito, non lasciandoci fermare dai pregiudizi o preconcetti. Tutto era lì per arricchirci, per guardarci dentro e per portare alla luce quello che abbiamo scacciato, tenuto nascosto o su cui non ci siamo mai soffermati più di tanto a riflettere.

I detenuti hanno raccontato le loro storie in modi differenti: si sono confrontati con ragazzi del liceo, hanno tirato fuori il loro lato più mostruoso, quello che difficilmente si vede nella realtà di ogni giorno. Si sono rivelati nudi e fragili, mostrando tutta la loro umanità anche in questo: un’umanità alla quale non si può credere se non la si vede con i propri occhi. Si sono inoltre espressi attraverso il teatro, nella rappresentazione del mito di Sisifo: una rappresentazione senza copione, dove ognuno di loro ci mette del proprio, dove ognuno si riconosce nel personaggio che rappresenta sul palco davanti a centinaia di persone. Improvvisano, riversando nella performance tutto il loro essere, le loro emozioni, le loro motivazioni e tutto ciò che hanno imparato negli anni.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Il coordinatore del gruppo, il prof. Aparo, è sicuramente una delle persone più ricche di conoscenze che io abbia incontrato nella mia ancora breve vita. È un uomo che difficilmente si arrende davanti alle cose. Qualsiasi spunto, anche quello che può sembrare il più banale, diventa fonte di discussione, di riflessione, di coinvolgimento al 100% delle nostre capacità emotive e non solo. Chiunque intesse un rapporto con lui sa che alla base vi è totale sincerità e schiettezza, che se guardata solo superficialmente può sembrare dura, fastidiosa o offensiva, ma in realtà è questo l’elemento che rende effettivamente due amici tali: la totale libertà di trattarsi con lealtà. Toccare quello che ci fa più paura o quello che riteniamo essere per noi inviolabile ci fa sentire di più parte del mondo in cui viviamo, più sinceri con chi ci è vicino e più svincolati dalle gabbie da noi stessi imposte.

È grazie a questa sincerità che il gruppo cresce e si arricchisce di persone che invece di sentirsi offese da questo atteggiamento, ne riconoscono il bene sincero e spesso decidono di restare per crescere e guardarsi con la stessa onestà con cui lui guarda ognuno dei partecipanti.

 

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Ho imparato cos’è l’articolo 21, ho più o meno capito come è organizzato un carcere e ho scoperto cos’è la vera contentezza quando ho visto un detenuto ricevere la chiamata che lo informava dell’inizio del suo affidamento sociale. Ma tanto altro oltre questo. Ogni minuto passato al gruppo è un aumento di conoscenze dalla letteratura alla filosofia, alla psicologia e allo studio della devianza. Non era scontato tornare a casa con una risposta, anzi spesso il gruppo ha contribuito ad affollare nella testa altre domande, altri dilemmi a cui probabilmente nessuno potrà dare una risposta, ma il fatto stesso di aver posto l’attenzione su determinati argomenti mi ha migliorato e aperto la mente su alcune questioni. Ho inoltre imparato che niente è definitivo e che nella vita si può cambiare totalmente e in tutti i sensi possibili

 

Abilità acquisite (tecniche, operative, trasversali)

Nel periodo trascorso con il gruppo ho avuto la possibilità di conoscere un modo del tutto nuovo di parlare, fatto di parole spesso non semplici da comprendere e con più significati, ma anche un modo di comunicare fatto di silenzi. Ho imparato a osservare e a stupirmi; ho imparato a lasciarmi istruire da tutto, ad ascoltare e, anche se spesso mi è ancora difficile, a giungere al nocciolo delle questioni, rielaborare delle mie opinioni e organizzare un discorso in modo da risultare chiaro a tutti. Ma su questo c’è ancora un bel po’ da lavorare

 

Caratteristiche personali sviluppate

In senso pratico non so in cosa sono cambiata. Vorrei poter dire di aver imparato ad ascoltare anche quello che non viene detto, di leggere fra le righe, percepire emozioni ed espressioni, ma questo lo scoprirò solo con il tempo. Ho sicuramente ancora più in mente quali sono i miei limiti e quali strumenti ho per superarli in senso costruttivo. Ho imparato che le critiche sono utili e possono servire a migliorarsi (e per una permalosa come me averlo capito è un grandissimo passo in avanti).

La fine di questo tirocinio non corrisponde alla fine di un percorso, come un libro da chiudere e riporre in libreria. È invece solo lo schizzo iniziale di quello su cui c’è da impegnarsi davvero, un abbozzo di quello che ho in mente per me e di quello che voglio essere

 

Altre eventuali considerazioni personali

La sfida di questo tirocinio è stata quella di esserci con la testa più che mai, esserci tutta al 100%. Con le parole non sono mai stata brava, né sono abituata a dire la mia: anche quando mi viene chiesto di farlo, faccio particolarmente fatica a sentirmi sicura di quello che ho da dire o ad esprimerlo in modo chiaro. Il prof in questo è stato un grandissimo esempio. Lo abbiamo sentito “fare l’amore con le parole”, riconoscere il bisogno della persona che si ha davanti e soddisfarlo così, con naturalezza e spontaneità.

Con il Gruppo ho imparato che ognuno conserva dentro uno scheletro posto in chissà quale botola recondita del nostro cuore, un esserino misterioso che tentiamo di nascondere anche se cerchiamo di convincerci che non è così e che siamo indistruttibili. Con i detenuti questo emerge chiaramente. Chi decide di parteciparvi sa che queste debolezze vanno tirate fuori, per conoscersi meglio: solo così lo stare al mondo diventa sincero, oltre a rendere più veri noi stessi.

Concludo con una parte di un discoro espresso al gruppo qualche giorno fa che mi ha davvero colpita perché secondo me esprime chiaramente l’aiuto che i partecipanti del gruppo vi hanno trovato: “il gruppo mi ha salvato. Mi dato la libertà mentale che va al di là dei confini della cella: mi ha aperto la mente. Non ho più il bisogno di imporre niente a nessuno perché adesso sono libero davvero

Il giorno nasce dalla notte oscura

Silvia Quattro, Matricola: 790108
Corso di studio: Scienze e tecniche psicologiche
Tipo di attività: Stage Esterno

Periodo: dal 01/04/2017 al 30/04/2017

Titolo del progetto:
TIROCINIO PRESSO “GRUPPO DELLA TRASGRESSIONE”

Caratteristiche generali dell’attività svolta: istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

Ho svolto la mia esperienza di tirocinio presso l’associazione e la cooperativa Trasgressione.net. Il Gruppo della Trasgressione, che definirei del tutto “rivoluzionario”, è composto da detenuti, studenti e cittadini sotto la guida del Dott. Angelo Aparo, ed è caratterizzato da un clima creativo e vitale nel quale coesistono differenti realtà. Gli obiettivi del gruppo riguardano:

  • l’intervento sul trattamento penitenziario ovvero come fare in modo che il rapporto con i limiti sia motivo di costruzione, di sviluppo e non di devianza;
  • la prevenzione del bullismo e della devianza, che avviene attraverso incontri tra detenuti e studenti (soprattutto adolescenti) nelle scuole;
  • la formazione dei tirocinanti e la creazione di un modello culturale nel quale detenuti, studenti e tirocinanti possano collaborare.

All’interno della realtà del gruppo, infatti, si assiste a tre percorsi diversi ma paralleli: l’evoluzione del condannato; la formazione dello studente universitario; la prevenzione alla devianza nei confronti degli adolescenti.

Per raggiungere tali obiettivi il gruppo si serve di molteplici strumenti, fra i quali spiccano in assoluto la cultura, il piacere di conoscere e il lavoro. A ciascun membro del gruppo è richiesto dunque di mettersi in gioco tanto nelle riflessioni quanto nelle attività più concrete.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Nel corso di questa esperienza ho cercato di apprendere il più possibile in ogni occasione. Ammetto che le prime volte che ho partecipato agli incontri ho fatto fatica ad entrare nelle dinamiche del gruppo; mi sono ritrovata con persone che non conoscevo, non sapevo bene cosa aspettarmi ed ero un po’ smarrita. Mi è servito del tempo ma devo dire che, una volta sintonizzata sulla frequenza del gruppo, è come se avessi scoperto un nuovo modo di vedere le cose.

Essendo un tirocinio poliedrico mi sono anche trovata a vendere frutta e verdura alla Bancarella allestita presso il terreno del “Coming Out” nel quartiere Barona di Milano, a consegnare nei locali cassette di frutta e a fare da cicerone con i clienti per raccontare le iniziative del Gruppo e far conoscere il suo spirito rivoluzionario.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Cosa si fa al Gruppo della Trasgressione? Beh di tutto e di più… si riflette, ci si esprime, si dialoga come accade in molti altri gruppi. L’eterogeneità del gruppo, data da età, cultura e ruolo dei suoi membri, dà luogo a una alchimia particolare grazie alla quale le diversità  diventano ricchezze, promuovono lo scambio di idee e la costruzione. Per far parte del gruppo l’unico requisito è avere una testa pensante ed essere disposti a indagare l’opera incompiuta che è l’essere umano. Cercare di capire le spinte che portano l’uomo alla devianza e alla regressione e quanto la presenza di uno “scheletro morale” dentro di noi invece ci indichi la strada del progresso; imparare ad ascoltare l’altro saper raccontare la sua storia in modo da riconoscerlo come fratello.

L’Associazione del Gruppo della Trasgressione si occupa anche di iniziative culturali come convegni, incontri con le scuole per la prevenzione al bullismo, rappresentazioni teatrali come il Mito di Sisifo. Una delle ultime conquiste del Gruppo è la bonifica del terreno del “Coming out” un luogo che rappresenta un punto di riferimento per il gruppo stesso, in quanto sede della bancarella di frutta e verdura della Cooperativa, e che speriamo diventi uno spazio di libera espressione anche per i cittadini del quartiere.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Guida e fondatore del Gruppo è il dottor Angelo Aparo, uno psicologo che lavora da circa 40 anni con i detenuti e ha creato con il suo “multiforme ingegno” il Gruppo della Trasgressione. Non posso fare a meno di associarlo alla figura di Ulisse che è stata anche oggetto di uno degli incontri a cui ho partecipato. In quella circostanza si era parlato di Ulisse come uomo della conoscenza, egli per amore della conoscenza è disposto anche a oltrepassare i limiti del mondo conosciuto, rappresentati dalle Colonne d’Ercole, sfidando cosi gli Dei e scatenando la loro ira. Anche nell’episodio delle sirene si riscontra la volontà di Ulisse di conoscere il fascino del canto delle sirene, egli infatti non esita a farsi legare all’albero della nave pur di raggiungere il suo obiettivo. D’altro canto però priva i suoi compagni di questa opportunità ordinando loro di tapparsi le orecchie. Nella mia mente il Gruppo della Trasgressione ha assunto le fattezze di un equipaggio che ha come guida il Dottor Aparo il quale utilizza la bussola della conoscenza, conoscenza che al contrario di Ulisse non tiene per sé ma condivide con il resto del gruppo. Ed è proprio perché vuole sapere quanto abbiamo capito dei suoi “sproloqui”- come lui li definisce- che non perde occasione di interpellarci e di scuoterci per vedere fino a che punto abbiamo compreso il suo messaggio e quali siano le nostre idee a riguardo. Lo stile del Dottor Aparo con noi studenti, per quanto mi riguarda, è una maieutica diretta, a volte incazzata, ma che ha sempre come obiettivo la nostra crescita come persone e studenti.

 

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Quando si pensa alle attività legate a scuola e Università si sa che le nozioni abbondano. Potrei dirvi che ho imparato che in Paesi Europei come Danimarca e Norvegia la pena dell’ergastolo non è contemplata, che Melanie Klein con le sue teorie psicodinamiche ha indagato il legame tra i comportamenti dei bambini e la devianza o che per concederti i permessi il carcere ci impiega mesi e mesi. Certo è che, seppur siano cose interessanti, non sono queste le conoscenze che sento di aver acquisito. Mi sento di dire che le mie conoscenze riguardano le persone con le quali ho iniziato e ora condivido un cammino che ho intenzione di proseguire, dato che sento di avere ancora molto da dare al gruppo.

 

Abilità acquisite (tecniche, operative, trasversali)

Partecipando al Gruppo della Trasgressione ho imparato a interrogarmi sempre, a mettermi in discussione e ad andare a fondo sulle questioni che si presentano nella vita di ogni giorno. Ho capito che spesso ci poniamo nei confronti dell’altro con un sacco di pregiudizi ma che bisogna guardare più lontano e trovare anche nel mostro quella parte di umanità che ci rende più simili di quanto pensiamo. Ho compreso che è importante ascoltare le fragilità altrui, per riconoscere le mie e che è giusto concedersi la libertà dei colori emotivi e quindi sperimentare ogni tipo di emozione.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Attraverso questo tirocinio sento di aver acquisito un nuovo modo di vedere le cose e di ragionare. In genere mi definisco e gli altri mi conoscono come una persona sicura di me, molto centrata sull’obiettivo; devo dire che nel gruppo è uscita la parte più timida di me e per me è stata un po’ una sorpresa. Riconosco di non aver mai parlato più di tanto di mia spontanea volontà non perché non avessi nulla da dire anzi… per questo spero in futuro di sfruttare al meglio l’opportunità che offre il gruppo per confrontarsi.

 

Altre eventuali considerazioni personali

Questa citazione la trovo particolarmente interessante e mi ha portato a riflettere su come debba rapportarmi con le mie crisi e volevo condividerla con voi del Gruppo. Finché saremo disposti a metterci in gioco e ad adoperarci per trovare soluzioni alle crisi non ci sarà mai una crisi di cui preoccuparsi!

Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. L’unico pericolo della crisi è la tragedia che può conseguire al non voler lottare per superarla.” Albert Einstein

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La Trasgressione: dal sintomo allo studio

Valeria Pozzoli, Matricola:789787
Corso di studio: Scienze e tecniche psicologiche
Tipo di attività: Stage esterno

Periodo: dal 5/04/2017 al 30/04/2017
Titolo del progetto: Gruppo della Trasgressione

Caratteristiche generali dell’attività svolta:
istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

L’associazione presso cui ho svolto il mio tirocinio è una realtà atipica: si tratta di un gruppo, coordinato abilmente da un altrettanto anticonvenzionale psicologo, composto da detenuti, ex detenuti, studenti e da tutti coloro che hanno desiderio di approfondire e far proprio l’oggetto principale di studio di cui il gruppo si occupa, ovvero la devianza; ma questo, lungi dall’essere confinato alla sola realtà del delinquente e della galera, diventa punto di partenza per una riflessione che riguarda l’essere umano e il suo modo di dialogare con il mondo.

Nei diversi incontri che si tengono sia all’interno che fuori dal carcere, tutti i membri si impegnano nell’approfondimento di temi di grande rilevanza che riguardano tanto chi si trova confinato quanto chi è, o meglio, si crede, al di fuori di questi confini; ogni incontro si arricchisce, così, delle esperienze di vita e delle riflessioni personali dei suoi partecipanti. L’obiettivo principale di questo agglomerato variegato di persone è quello di accorciare le distanze tra il mondo socializzato e quello delinquenziale, di ricordare alla società un po’ miope che la trasgressione esiste e non basta un muro di cemento per sbarazzarsene.

Il Gruppo della Trasgressione lavora per fare in modo che la reintegrazione sociale del detenuto sia il meno traumatica possibile e gli strumenti principali per fare in modo che questo avvenga sono la conoscenza e la consapevolezza; i detenuti all’interno del gruppo incominciano, infatti, ad imparare una lingua nuova e sconosciuta che spesso poco si concilia con quella vecchia e familiare che li contraddistingueva. Il reiterarsi degli atti delinquenziali deriva proprio da questo problema di comunicazione; per fare in modo che il nuovo linguaggio diventi florido e produttivo il percorso è lungo: perché “educarsi a godere di una margherita” è un’arte non facile da apprendere ed è proprio questo che il detenuto deve imparare a fare, attraverso un lungo e complesso lavoro interiore.

Accorciare le distanze con il mondo deviante significa anche umanizzare il mostro: dall’inconsueto  binomio detenuto-studente nasce infatti un tipo di interazione che mira alla ricerca, nella storia personale di ciascuno, di zone d’ombra e di luce; sia l’uomo carcerato sia quello che vive al di là delle mura del carcere condividono, in qualche misura, frammenti di vita che li rendono creature mostruose, e altri, che li dipingono invece come esseri umani spesso sopraffatti dalle proprie fragilità e dai propri conflitti.

Sebbene si possa dare per scontato che l’umanità tutta proviene dallo stesso “seme”, non è così facile comportarsi di conseguenza: è necessario un lavoro, di testa si intende, e un obiettivo comune. Il Gruppo della Trasgressione, a tal proposito, si occupa di prevenzione in scuole medie e superiori; l’approccio del Gruppo alla prevenzione della devianza minorile è, ancora una volta, unico nel suo genere: i giovani studenti diventano agenti attivi che condividono esperienze e riflessioni con i detenuti e imparano che la trasgressione, da esperienza lontana e mostruosa, può diventare, se ben amministrata e addomesticata, una ricchezza.

Le forze trainanti del gruppo sono la cultura e la sete di conoscenza che vengono costantemente promosse con passione ed entusiasmo dalla sua guida e che si dispiegano in una grande varietà di iniziative quali spettacoli teatrali, lettura di poesie, concerti  ecc. Il Gruppo della Trasgressione, come cooperativa, si impegna, inoltre, in attività di restauro, di manutenzione e nella vendita di frutta e verdura. L’obiettivo è sempre quello di sensibilizzare la società e i suoi cittadini a un modo nuovo di pensare alla devianza: far sì che i limiti che prima il delinquente oltrepassava animato dall’arroganza, da smanie di potere e dal desiderio di sentirsi completo e libero, vengano ora varcati con un rinnovato tipo di consapevolezza: quello delle proprie fragilità e di un senso del potere tutto nuovo, quello della conoscenza.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Quella fatta all’interno del Gruppo della Trasgressione non può essere definita un’esperienza di tirocinio tradizionale: lo studente è, per prima cosa, un membro del gruppo che, come tutti gli altri, partecipa attivamente alle riflessioni su cui, di volta in volta, ci si sofferma, esponendo il suo personale punto di vista; l’idea del tirocinante che osserva ed esegue le direttive non è contemplata. Se avessi dovuto assecondare la mia natura timida ed insicura, di certo non avrei scelto di impegnarmi in questo tipo di esperienza; forse mi avrebbe fatto più comodo fare l’assistente-cagnolino di qualche psicologo e osservare tutto da un angolo nascosto; perché esporsi, dire ciò che si pensa, mostrarsi nudi e fragili a volte spaventa, o almeno, a me personalmente fa paura.

Lo studente che vive la realtà del gruppo è, invece, costretto a mettersi in gioco e fare i conti con le proprie fragilità. In sinergia con il detenuto, il tirocinante può, inoltre, creare ponti che accorcino le distanze tra mondi che, in realtà, un poco si assomigliano e può contribuire, con la sua opinione giovane e fresca, ad arricchire riflessioni su argomenti complessi.

Dal momento che l’attività principale del gruppo è proprio quella di fare cultura e di sollecitare la riflessione, un altro fondamentale compito del tirocinante è quello di studiare, comprendere i difficili discorsi fatti dallo psicologo coordinatore e guida del gruppo e dare prova di saperli maneggiare, a livello orale e scritto.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Senza ombra di dubbio, uno strumento imprescindibile per chi si accosta per la prima volta al Gruppo della Trasgressione è la voglia di spendere energie mentali e ragionare; non esistono mezzi concreti o particolari metodologie tecniche a cui fare affidamento. L’essenza del gruppo si fonda, inoltre, sulla capacità dei propri partecipanti di comunicare tra loro; il confronto e l’esposizione verbale dei propri pensieri è fondamentale perché la dinamica di gruppo funzioni. Le occasioni in cui tali strumenti possono essere spesi sono molteplici; quando ho iniziato il tirocinio non avrei mai immaginato di venire a contatto con una realtà tanto variegata e ricca di iniziative: oltre a seguire i gruppi dentro e fuori dal carcere, mi è stato possibile assistere agli incontri di prevenzione nelle scuole ed al geniale spettacolo teatrale ispirato al mito di Sisifo che viene, ormai da anni, interpretato da detenuti e studenti e che racconta con perspicacia la storia di compromesso e di tracotanza che contraddistingue tanto il carcerato quanto le istituzioni.

Da non dimenticare, poi, una delle ultime conquiste del Gruppo della Trasgressione: il “Coming out”; “coming out” o, in italiano “venir fuori” è il nome di un terreno in origine piuttosto malandato che, grazie al lavoro di alcuni detenuti, si sta trasformando in  una concreta possibilità di avvicinare la comunità e il mondo carcerario, nel nome della cultura, della bellezza e, perché no, anche della frutta. Sebbene il progetto sia appena partito, nel terreno rimesso a nuovo è stata piazzata una bancarella di frutta e verdura gestita da detenuti e studenti con l’obiettivo principale di far conoscere la realtà del gruppo; se la mia carriera da psicologa dovesse, per qualche motivo, rivelarsi un fallimento, potrò ripiegare sempre sulle mie abilità, per la verità per ora piuttosto scarse, di venditrice di fragole e banane!

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Una delle ricchezze più grandi di cui il gruppo può godere è rappresentata dal suo carismatico creatore nonché atipico coordinatore. Non è affatto un’esagerazione affermare che quest’ultimo è l’anima del bizzarro insieme di persone che a lui fanno capo; per i detenuti così come per gli studenti, è diventato una guida e un punto di riferimento che si fa portatore di beni preziosi quali la cultura e l’arte.  Lo definisco “atipico coordinatore” perché il suo modo di procedere e di approcciarsi a qualsiasi componente del gruppo è del tutto anticonvenzionale e allo stesso tempo acuto: i convenevoli e le belle parole sono messe da parte per lasciar spazio alla conoscenza sincera e intima dei partecipanti anche e soprattutto a partire dai conflitti e dalle fragilità che li contraddistinguono. Ci si sente, infatti, più liberi a essere introdotti nel mondo partendo da ciò che più ci fa paura; il suo modo di fare spontaneo e che alle volte può risultare aggressivo diventa un vero e proprio strumento di lavoro: attaccare l’altro, senza  tuttavia deriderlo, può essere un modo per creare familiarità e prendere confidenza; spesso, infatti, gli amici più cari sono proprio quelli che ti senti libero di insultare e di trattare male. Gli studenti che partecipano al gruppo, inoltre, ricevono sempre un feedback immediato da parte del loro coordinatore e grazie alle sue critiche e provocazioni hanno la possibilità di crescere e migliorarsi.

 

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Ciò che questa esperienza mi ha lasciato non può essere ridotto ad una serie di competenze tecniche  e nozionistiche;  questo perché, più che semplice tirocinante, mi son sentita membro di una realtà culturale estremamente stimolante e ho potuto godere dei suoi frutti. Le questioni di cui il Gruppo della Trasgressione si occupa sono spesso complicate ma hanno anche il fascino di rivolgersi a chiunque: mi sento quasi egoista nell’affermare che frequentare gli incontri mi ha arricchito soprattutto come persona: pensavo di andar lì ad “aiutare” i detenuti come una crocerossina qualunque e invece ho aiutato me stessa; ogni riflessione affrontata mi ha permesso di capire qualcosa sulla natura umana e su di me che prima non contemplavo e, a volte, ha avuto tanta efficacia da riuscire a mettermi in crisi.

Il Gruppo della Trasgressione è, quindi, innanzitutto un’esperienza umana aperta a chiunque abbia voglia di investire energie mentali su temi che non riguardano solo la realtà del detenuto ma qualsiasi persona. Questo peculiare tirocinio mi ha poi dato la possibilità di osservare da vicino il mondo carcerario: una realtà che molto spesso disumanizza, che mortifica l’intelligenza, che svilisce l’esigenza innata dell’uomo di costruire e di inventare, dove il proposito rieducativo poco si spende.

Di questo mondo, il Gruppo costituisce una fortunata eccezione: i detenuti che ne fanno parte hanno alle spalle o ancora stanno compiendo un complesso e lungo percorso di consapevolezza interiore, sono persone che hanno voglia di abbandonare il loro modo di comunicare prettamente “delinquenziale” in favore di una lingua nuova, quella della cultura e dell’arte, in modo che essa diventi produttiva e spendibile.

Ho inoltre trovato estremamente interessante e formativo osservare sul campo il modo di procedere spontaneo e acuto dello psicologo coordinatore del gruppo: quest’ultimo, attraverso un’approccio assolutamente fuori dagli schemi, mi ha fatto comprendere il valore dello smarrimento e della capacità di giovarsi delle proprie crisi e dei propri conflitti. Avendo avuto a che fare con un gruppo variegato con esigenze differenti, ne ho potuto esplorare le dinamiche e gli accorgimenti che servono a mantenerlo in equilibrio.

In particolare, la relazione che si crea tra studente e detenuto è notevolmente complessa: entrambi spesso non fanno altro che appagare a vicenda i loro bisogni con il minor dispendio di energia possibile: il detenuto trova una facile scorciatoia nel farsi “salvare” da un ragazzo volenteroso, bypassando un lavoro mentale che è invece necessario, e lo studente, soddisfa, a poco prezzo, la sua voglia di aiutare il prossimo e di sentirsi importante: è facile diventare importanti per chi, di fatto, è fisicamente in gabbia.

 

Abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)

Il Gruppo della Trasgressione è stato per me  una “palestra mentale”: ho imparato ad accostarmi alle questioni di volta in volta affrontate senza preconcetti e con la voglia di mettermi in discussione; ho acquisito più familiarità con l’oggetto principale di studio del gruppo, ovvero la devianza, anche attraverso un lavoro di rielaborazione. Dal momento che la comunicazione e l’interazione sono ingredienti irrinunciabili di questa esperienza di tirocinio, ho dovuto, per forza di cose, fare i conti anche con la mia naturale ritrosia a parlare in pubblico e a esprimere la mia opinione: ho imparato l’importanza di sapersi mettere in gioco e di diventare agenti di ciò che si pensa ma anche più semplicemente, di formulare in maniera chiara e comprensibile le proprie considerazioni.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Ho sempre invidiato le persone che procedono con un obiettivo saldo davanti a sé, sicure di quello che vogliono fare e di chi vogliono essere; questo perché io sono tutto l’opposto: sono timida, insicura e nonostante spesso abbia voglia di raccontarmi, faccio fatica ad espormi perché il mio Super io esagerato non mi concede frequentemente il lusso di sbagliare. Da questa esperienza, però, ho imparato qualcosa di assolutamente fondamentale: non basta affermare la propria esistenza.

Per fare in modo che la vita non sia vissuta all’insegna della mediocrità e del compromesso, è necessario affermare se stessi in maniera costruttiva, condividendo esperienze e non temendo di mostrare le proprie fragilità; proprio come il delinquente sceglie la strada più semplice della regressione per appagare i suoi bisogni di sicurezza, così spesso mi piace crogiolarmi nella mia natura introversa e schiva senza impegnarmi veramente in un percorso di crescita ed emancipazione che, per forza di cose, implica una spesa mentale maggiore. Qualche volta, scherzando, mi definisco una persona “a lenta attivazione”: ammetto che per mettere in pratica ciò che ho imparato, un mese di tirocinio non mi è sufficiente e che il mio percorso di crescita è solo agli inizi ma posso assicurare che ci sto lavorando!

 

Altre eventuali considerazioni personali

È proprio fuori strada chi pensa a questa esperienza come un’occasione di fare una gita turistica in una realtà distante e di osservare delle creature sconosciute e mostruose, tenendosi, però, sempre qualche passo indietro rispetto alla possibilità di essere aggrediti; la trasgressione accomuna tutti gli uomini e il fatto che esistano delle case di reclusione per chi ha fatto della devianza il suo mestiere non rende meno vera l’affermazione.

Le istituzioni preferiscono spesso indossare il paraocchi piuttosto che affrontare la questione; tutti coloro che, però, sono stufi di rimaner bendati e che hanno voglia di impegnarsi in un uno sforzo mentale maggiore, sono invitati a farlo: questo è ciò che il Gruppo della Trasgressione si auspica e ciò per cui lavora.

Se la tendenza ad oltrepassare i limiti è qualcosa che ci appartiene, la questione da risolvere è come farlo senza recare danno a chi ci sta accanto e a noi stessi: una trasgressione “addomesticata” e ragionata che sfrutti la voglia di potere all’insegna della cultura e della bellezza e che si realizzi nella relazione e nella condivisione di esperienze sembra essere la risposta. Quello che il Gruppo della Trasgressione si propone di fare è coraggioso e difficile, ma proprio grazie alla sua capacità di mettersi in discussione e alla sua voglia di migliorarsi non può che lasciare il segno in chi ha voglia di ascoltare; a me personalmente, dagli incontri del Gruppo non mi capita mai di uscire indifferente: oscillo sempre tra il massimo entusiasmo e la crisi più totale; questo mi dimostra che è proprio valsa la pena intraprendere questa avventura.

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Raccontare una storia

In questo periodo di tirocinio ho affinato le mie capacità di ascolto e di empatia. Ascoltare non vuol dire semplicemente sentire la storia dell’altro distribuendo consigli, ma essere vicino a quella persona, nel qui e ora del racconto, cercando di intercettare e abbracciare ciò che l’altro vive. Sembra una cosa semplice e quasi scontata, soprattutto per noi studenti di psicologia, ma in questo periodo mi sono sempre più resa conto di quanto sia difficile. Tante volte ci auto-imponiamo di dare la risposta “giusta”, come se di risposta giusta si potesse parlare, perdendoci la ricchezza emotiva che solo un reale coinvolgimento nella discussione può dare.

Ho imparato che per conoscere e capire l’altro ci si deve armare di strumenti; primo tra questi è l’emozione che l’altro suscita in noi. Ogni giorno capisco qualcosa di nuovo rispetto a questa nuova modalità di sentire l’altro e sto imparando quanto sia divertente e, clinicamente utile, raccontare la storia di un’altra persona.

Mi sono cimentata, anche se pochissime volte, nella narrazione di una storia, ma ho già ripetutamente constatato che narrare una storia vuol dire farla nostra, vuol dire creare un legame, una relazione con il personaggio della storia.

Inoltre, chi narra una storia tende inevitabilmente a enfatizzarne alcuni aspetti e a minimizzarne altri; in questo modo viene offerta all’altro una lettura delle sue scelte e una direzione che possono anche essere diverse da quelle che il protagonista ha pensato fino a quel momento.

Non va trascurato, infine, che narrare una storia permette a noi stessi di riflettere sulla nostra.

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Vulnerabilità e fragilità

Ivan Puppo

Le otto del mattino di un lunedì qualunque, nel tragitto che separa la mia cella dal luogo di lavoro sguardi di facce assonnate mi sfiorano per estorcermi un buongiorno. Ne concedo sì e no una manciata. Come al solito, la giornata mi scivola addosso, piatta e avara come un corpo di donna ostile. Tutto regolare, salvo un pensiero che mi incalza, come un accordo musicale ripetuto all’infinito, mi perseguita. A volte i pensieri sono come ragnatele, si attaccano addosso e non li scrolli più via. L’ossessione ha un nome: “vulnerabilità e fragilità”. Un tema che ultimamente è oggetto di discussione al gruppo.

Scrivine, dice, e me lo scaraventa addosso come un regalo ormai sgradito. È una parola. Ho con questi concetti la stessa confidenza di un gorilla e un gorilla maschio per giunta. Poi sono pigro, scrivo se ne so di che. Però eccomi qua, chino sul tavolo, sigarette e penna tra le mani, deciso a liberarmi di questo tarlo.

Vulnerabilità e fragilità, due quasi sinonimi, in quanto siamo vulnerabili perché possiamo essere danneggiati da persone o da eventi esterni e siamo fragili in quanto soggetti alle debolezze e alle umane passioni. Vulnerabilità e fragilità sono proprietà intrinseche dell’essere umano che però, a seconda di come vengono coltivate, hanno implicazioni e sviluppi differenti.

Vivere sotto costante minaccia distorce la visione del mondo, induce ad attaccare per primi e, infine, traccia la rotta per un naufragio. Attaccai per non essere attaccato, così smisi di sentirmi vulnerabile, una corazza mi permise di sopravvivere, dove sopravvivere era il massimo consentito, ma una corazza indossata troppo a lungo diventa parte di te: a causa di essa non sei parte degli altri, non ti riconoscono, non li riconosci; non sai più farne a meno.

È una ragazza intrappolata in una fotografia. La guardo, è lì, così giovane e immobile nella fissità di un tempo perduto, sorride all’obiettivo. Mi ricorda quei soldati che a guerra finita non vollero o non seppero smettere di combattere. Forse perché combattere, qualche volta, è la sola cosa che ti resta. Bisogna cambiare, dice, ma cambiare implica possedere gli strumenti, il tempo, lo spazio per impiegarli. Senza strumenti e progetti in cui spendersi, so adesso, l’uomo è perduto. La guerra non ha mai fine.

Un filo sottile tesse una parentela tra vulnerabilità e fragilità, ma la fragilità trova il suo valore nella consapevolezza e nell’accettazione, ci permette di riconoscerci uomini negli altri uomini. Sì, la fragilità si impara. Qui, nella penombra di questa cella mi riconosco fragile, di una fragilità che non seppi mai. Proiettata dalla lampadina nuda, l’ombra sul muro fa la giusta supplenza di una donna che non c’è. Immaginandola, mi procuro il calore di un’illusione.

Guardo fuori dalla finestra, c’è un albero al limitare del campo: anche lui prigioniero, le sue radici nodose lo ormeggiano al terreno, a questo posto, come una nave in disarmo alla banchina del porto.

Con l’amarezza di chi ha distolto lo sguardo, soffoco un’imprecazione. Ma poi un pensiero si affaccia alla mente: “e se mi sbagliassi? Se ci fosse ancora in serbo per me una fortuna inaspettata?”. A proposito di illusioni necessarie.

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Figli dello stesso seme

Siamo figli dello stesso seme!

Lo si dice ovunque e forse ne siamo consapevoli un po’ tutti; ma, evidentemente, ciò non basta per individuare facilmente la direzione in cui procedere. Forse la  provenienza comune non è così riconoscibile, forse non è per tutti così significativa o forse occorre del lavoro per rendersene conto… e se, strada facendo, questo lavoro diventa un gioco, tanto meglio! Il nostro gioco si chiama:

Ti racconto la sua storia
dal rifiuto del mostro all’interesse per il vicino

Descrizione del gioco e istruzioni
Due persone si intervistano a vicenda per 10/15 minuti ed esplorano l’una la vita dell’altra per individuarne vicende, momenti significativi, relazioni, paure, conflitti, aspirazioni, emozioni che serviranno poi a raccontare la storia della persona intervistata.

In occasione del workshop del 13 aprile 2017 nel carcere di Opera, una mezza dozzina di detenuti del Gruppo della Trasgressione intervista altrettanti scout, che a loro volta intervistano i detenuti.

Pochi minuti per elaborare una storia, che viene raccontata subito dopo a tutti i presenti in presenza del protagonista intervistato poco prima.  Il racconto viene poi commentato da 3/4 persone del pubblico e dallo stesso protagonista, che comunicherà cosa ne ha ricavato.

Infine, il racconto viene giudicato e classificato sulla base della sua bellezza complessiva e di alcuni parametri specifici. Nel nostro gioco, è importante che in ogni storia siano riconoscibili:

  • il divenire della persona e dei suoi orizzonti, con i momenti e le fasi di evoluzione e/o di involuzione;
  • i momenti di massima distanza e di massima vicinanza emotiva fra il protagonista e il narratore;
  • uno sviluppo dinamico per cui colui che in una fase della storia sembra alieno e irriducibilmente distante, possa essere riconosciuto in un altro momento come nostro prossimo e parte significativa della nostra stessa natura.


Crediamo inoltre che per raccontare una bella storia sia utile:

  • tenere a mente e prendersi cura di dettagli ed episodi dell’altro ai quali spesso non si dedica attenzione;
  • individuare nella storia del protagonista conflitti fra spinte regressive ed emancipative. Nella vita di ciascuno di noi, in fondo, convivono da un lato dolori e dispiaceri che tengono ancorati al passato, dall’altro speranze e desideri di evoluzione che proiettano verso il futuro;
  • imparare a far sì che la persona di cui si racconta non si senta un insieme di avvenimenti ma un soggetto in divenire;
  • imparare a coinvolgere le persone che ascoltano.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto
Tutto ciò che proviene dall’uomo mi riguarda
(Terenzio, 
Heautontimorumenos)

Alcune storie

La Ferrari

Nuccia Pessina

Il bambino era andato con la mamma dal meccanico a ritirare l’auto. La mamma era entrata negli uffici e stava facendo la fila per pagare. Il bambino si annoiava molto, voleva andare a casa prima possibile, i suoi amici lo aspettavano per una partitella al pallone. Poi vide una magnifica collezione di auto da corsa. Erano tutte ben allineate in un armadio di vetro, c’erano più ripiani dove auto di grossa cilindrata di tutte le marche e i colori erano disposte secondo l’epoca. In particolare fu una Ferrari rosso fiamma che lo colpì. Era un appassionato d’auto e, come la mamma uscì, subito le chiese se non potevano comprarla. La mamma gli disse sei matto, è un’auto da collezione, chissà cosa costa.

Costava sì, qualcosa più di cento euro, ma se il papà ci fosse stato, avrebbe potuto permettersela. Ma il papà non c’era, non c’era mai stato. Gli montò dentro una grande rabbia, e anche una incontenibile voglia di aprire l’anta di vetro e prendere l’auto, senza dire niente a nessuno. La mamma gli disse di aspettarla un attimo, che aveva dimenticato i guanti nell’ufficio. A lui non parve vero. Come in un sogno, aspettò che l’uscio si richiudesse dietro di lei, aprì l’anta, arraffò l’auto, se la infilò in tasca, richiuse con calma l’anta.

La mamma e il bambino rientrarono. La mamma preparò la cena. Il bambino era stranamente silenzioso. Il silenzio ovattato, che nella sua testa aveva accompagnato il furto, continuava. Gli sembrava di essere in un acquario.

Quando la mamma lo chiamò, si presentò a tavola per la cena. Mangiò di buon appetito, perché aveva sempre una gran fame, ma nel profondo era turbato. Sapeva di aver fatto una cosa brutta. Si vergognava, ma era anche contento di avere un’auto da corsa tutta sua.

Quando fu a letto, dopo che la mamma gli diede la buona notte, prese la Ferrari in mano e se la rigirò con calma. Era lucente, era perfetta, era un capolavoro in miniatura, era sua. Stava per appoggiarla sul ripiano, quando si rese conto che non poteva. L’auto era sua ma doveva tenerla nascosta. I suoi occhi, che durante il furto avevano brillato di determinazione e di desiderio, ora erano di una tristezza infinita. Faticò ad addormentarsi, poi la stanchezza ebbe la meglio.

L’auto era lì, era rossa, fiammeggiante, perfetta, posteggiata di fronte al bar dove la sua compagnia si ritrovava ogni sera dopo aver fatto un giro. Quella sera erano andati al cinema. Avevano visto un film d’azione, dove le auto erano protagoniste, insieme agli uomini. C’era un attore che non aveva mai visto ma che gli era piaciuto molto: Ryan Gosling. Nel film era un pilota d’auto da corsa, molto bravo, vinceva spesso. Questo nella sua prima vita. Ma poi ne aveva una seconda: guidava per una gang che metteva a segno rapine importanti. Li accompagnava sul posto e poi guidava a tutta birra, spericolatamente ma in modo magistrale e seminava chiunque. Tutto filava liscio, sembrava potesse continuare così per sempre, ma poi la sua prima vita era entrata in rotta di collisione con la seconda ed era successo il disastro.

Guardò l’auto e si sentì come in quel giorno della sua infanzia. La voleva ma non poteva permettersela, non avrebbe potuto permettersela mai. E di nuovo la rabbia dilagò dentro di lui. E di nuovo si sentì in un acquario, di nuovo un silenzio innaturale ovattò la realtà intorno a lui.

Quando il silenzio cessò, si ritrovò a guidare l’auto che aveva rubato. Era stato semplice. Aveva forzato la serratura, era salito e aveva messo in moto coi cavi. L’aveva fatto da solo. Aveva aspettato che tutti se ne andassero a casa. Era ritornato sui suoi passi e aveva messo a segno il colpo.

Stava decidendo come comportarsi, quando la polizia lo fermò, gli chiese patente e libretto e… lo arrestò. Ancora una volta il misfatto era stato scoperto, ma questa volta non dalla mamma.

Dopo qualche anno e qualche rapina, era il signore assoluto in una cella dove aveva tutto il tempo per pensare, studiare, capire, provare a spiegare, ricordare. Ripensava alla sua vita, ripensava a se stesso bambino e poi adolescente. Tutto era diverso ma, in un certo senso, tutto era uguale. Dentro di lui covava sempre quella rabbia sorda che gli aveva rovinato la vita. C’era un vuoto che nessuna auto, nessun bottino aveva saputo colmare.

Un giorno ebbe il permesso di ricevere la visita di suo figlio. Andò al colloquio senza sapere bene che cosa aspettarsi. Senza sapere bene nemmeno che cosa dire. O fare. Era totalmente impreparato ad affrontare suo figlio. Ci pensò il bambino a dirigere l’incontro. Raccontava e faceva domande. Era facile rispondergli e nello stesso tempo difficilissimo.

Si accorse che badava a quel che diceva, anche se non avrebbe saputo dire perché. Si accorse che nei racconti del bambino lui non c’era. Si accorse che nella vita del bambino lui non c’era. Si accorse che nella vita di tutti coloro che amava lui non c’era.

Quando il colloquio finì, il bambino lo abbracciò. Sentì la stretta e il calore del suo corpicino e dopo un attimo di esitazione si lasciò abbracciare e poi ricambiò la stretta. Capì che era da lì che doveva cominciare a lasciare dei segni giusti del suo passaggio. Capì che lui doveva cominciare ad esserci per suo figlio. Capì che desiderava che suo figlio gli volesse bene. E decise di provare a far sì che suo figlio non sentisse dentro di sé un vuoto che avrebbe cercato di riempire nel modo sbagliato.

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