La libertà? Piantala

La libertà? Piantala. Ecco gli alberi al carcere di Bollate

Venti nuovi alberi, il legame simbolico tra i detenuti e chi crede nella possibilità del recupero sociale: è l’ultima iniziativa del Rotary

di ROBERTA RAMPINI
Pubblicato il 23 marzo 2018

Bollate (Milano), 23 marzo 2018 – Albero come simbolo della vita. Albero come logo del Gruppo della Trasgressione. Da ieri l’albero, o meglio venti alberi, sono diventati il legame tra i detenuti del carcere di Bollate e chi dall’altra parte del muro crede nella loro rinascita alla vita, in questo caso il Rotary Club Milano Duomo. L’iniziativa rientra nella mission del Rotary Club di promuovere equilibrio e benessere e rafforza la collaborazione che da anni esiste fra Rotary Club Milano Duomo e il Gruppo della Trasgressione fondato nel 1997 da Angelo Aparo e attivo nel carcere di Bollate e Opera.

“Quest’anno la mission a livello internazionale ha come slogan “un albero per ogni socio” e noi abbiamo individuato delle aree dove piantumare gli alberi, due all’interno delle carceri e una oltre le mura – dice Paolo Briglia, presidente del Rotary Club Milano Duomo – l’iniziativa di questa mattina è la prima, ha una valenza ambientale e sociale, ci piace pensare all’albero come a qualcosa che rende più bello il mondo e come rifioritura di persone che nella vita hanno sbagliato”.

Gli alberi sono stati piantati nelle aree adibite al passeggio dei detenuti. Le buche sono state fatte dai detenuti, le piante di castagno, leccio, corniolo e ciliegio, sono state sistemate nelle zolle di terra dai soci del Rotary, da Andrea Pernice, Governatore del Distretto Metropolitano Milanese. Zappe per vangare, buche per piantumare e la lettura di alcune poesie scritte dai detenuti del Gruppo che parlano di errori, di alberi e di vite da ricostruire.

“Il Gruppo della trasgressione vive cercando di ottenere dal malessere, dal danno e dalla storia di ogni detenuto qualcosa di utile per la società – ha spiegato una detenuta – Chi ha avuto la possibilità e la fortuna di poter partecipare a questo progetto, dopo aver preso coscienza di sé partecipa a iniziative utili a prevenire e combattere il bullismo fra gli adolescenti. In questo modo si crea una possibilità di riscatto per chi, consapevole dei propri errori, ha ancora desiderio di rimettersi in gioco e di diventare una risorsa per quella stessa società che aveva ferito”.

  • L'articolo su IL GIORNO del 23/03/18
  • La targa

Il motore ad anidride carbonica

Al Rotary club Milano Duomo

Il motore ad anidride carbonica
Ilaria Mortarini

Sono passati 15 anni da quando il dott. Angelo Aparo ha paragonato il gruppo di cui è fondatore a un “motore ad anidride carbonica”. Proprio come un albero, che per vivere assorbe ciò che è di scarto per l’uomo dando indietro ossigeno, il gruppo della trasgressione vive cercando di ottenere dal malessere, dal danno e dalla storia di ogni detenuto qualcosa di utile per la società.

Chi ha avuto la possibilità e la fortuna di poter partecipare a questo grande progetto, infatti, dopo aver preso coscienza di sé, e grazie alla collaborazione fra le scuole della provincia di Milano e il nostro gruppo, partecipa a iniziative utili a prevenire e combattere il bullismo fra gli adolescenti.

In questo modo si crea una possibilità di riscatto per chi, consapevole dei propri errori, ha ancora desiderio di rimettersi in gioco e di diventare una risorsa per quella stessa società che aveva ferito.

L’albero è il simbolo della vita ed è il logo del nostro gruppo, e oggi diventa dimostrazione di un legame tra noi detenuti e chi dall’altra parte di queste mura vuole condividere il nostro progetto e darci la possibilità di cambiare per sempre la nostra vita.

Grazie

Per ricucire lo strappo

Milano: un documentario per ricucire “lo strappo” del crimine

All’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare «quattro chiacchiere sul crimine» e per presentare il documentario

di Paolo Foschini, Corriere della sera, 23/01/08, Cronaca Milano

Fa un certo effetto vedere seduti uno accanto all’altro un ergastolano per mafia e il magistrato Alberto Nobili, che contro la mafia ha combattuto una vita, e sentire il primo che dice “è un privilegio essere qui con lei”, e il secondo che risponde “l’emozione è mia, la sua presenza qui oggi e il suo percorso di recupero sono una delle soddisfazioni più grandi che ho provato dacché faccio il mio lavoro”.

È solo uno dei (tanti) momenti intensi che hanno caratterizzato la mattina di ieri all’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare “quattro chiacchiere sul crimine”, come recitava il titolo.

Chiacchiere si fa per dire, perché a parlarne e soprattutto rispondere alle domande dei ragazzi c’erano il fondatore di “Libera” don Luigi Ciotti, e familiari di vittime della criminalità più diversa – da Manlio Milani la cui moglie morì nella strage di Brescia a Maria Rosa Bartocci il cui marito fu ucciso in una rapina, da Margherita Asta che in un attentato di mafia perse la madre e due fratelli a Daniela Marcone a cui la criminalità uccise il padre – e poi il provveditore delle carceri lombarde, Luigi Pagano, e altri condannati per omicidio, e magistrati, giornalisti, avvocati.

Tutti lì per discutere di quella cosa che è “Lo strappo” prodotto ogni volta in cui c’è un crimine: strappo nella vittima, nella società, ma anche in chi lo compie. “Lo strappo” in effetti è anche il titolo del documentario presentato sempre ieri e realizzato su un’idea dello psicologo Angelo Aparo, del magistrato Francesco Cajani, del giornalista Carlo Casoli e del criminologo Walter Vannini, in collaborazione con il Comune, con Libera, con l’associazione Trasgressione.net, con la Casa della Memoria, con l’associazione Romano Canosa e con Agesci Lombardia. È scaricabile sul sito www.lostrappo.net.

Un motivo per farlo è già nelle parole con cui Manlio Milani lo apre: “Siamo abituati a pensare che le cose negative accadono sempre a qualcun altro, poi un bel giorno, quando colpiscono noi, ci accorgiamo che siamo parte di una realtà, che può colpire chiunque”.

La mattinata all’istituto Ettore Molinari, La locandina

Istruire una prossimità

Qualche tempo fa il Gruppo della Trasgressione aveva preso parte nel carcere di Opera a un incontro sul rapporto fra vittime e autori di reato. Il confronto, cui avevano preso parte anche magistrati e giornalisti, era stato giudicato da tutti i presenti interessante, ma più di una persona aveva osservato con bonaria ironia che… “mancavano i carnefici”.

Non potevo non convenirne! Anche se erano loro stessi a dire che “… all’epoca dei reati, non avevamo lo spazio dentro per sentire la vittima”, i detenuti che avevano preso la parola sembravano ben altro da quello che avevano dichiarato di essere stati all’epoca dei loro crimini. Dicevano apertamente che “quando non si dà valore alla propria vita, non si può avere coscienza del dolore della vittima”, ma il loro modo di parlare sembrava guidato proprio dalla coscienza e dal gusto di viverla e di ricercarla.

D’altra parte, essi erano tutti parte di un gruppo di studio dove si cerca di comprendere: 1) come si diventa criminali; 2) il modo confuso con cui il principio della giustizia è presente anche nel predatore; 3) se e come si può rinunciare gradualmente all’eccitazione dell’abuso per il piacere della relazione; 4) quanto sia difficile stabilizzare l’equilibrio psico-sociale del neo-cittadino proveniente da un’adolescenza vissuta nella devianza.

Dopo avere ascoltato per anni i loro contributi, oggi credo che dietro ogni gesto criminale ci sia un genitore al quale il reo fantastica di restituire un tradimento subito. Ma la trama storica e psicologica che dà origine a queste fantasie e gli atti criminosi che ne discendono sono difficili da ricostruire; e così, spesso si trascura che rancore, reato e fantasie di rivalsa fanno parte di un impasto tumultuoso, spesso artificiosamente glaciale, nel quale l’abuso e la violenza hanno per chi li esercita il sapore del risarcimento.

Ma proviamo a entrare in questa oscura selva di fantasie negate! Da più di un detenuto era stato detto che nell’atto del reato “… la vittima non è una persona, ma soloun ostacolo da eliminare”, in altre parole, un oggetto col quale non si vive alcuna relazione affettiva. Pur se in presenza di diverse vittime di reato, parlando dei loro crimini, i detenuti avevano confidato che “… è brutto dirlo, ma io alla vittima non ci pensavo, non provavo nulla”.

A me pare però che le loro affermazioni corrispondano solo a un frammento di verità… e mi sembra, piuttosto, che fra chi commette il reato e chi lo subisce esista una relazione molto più intensa, pur se sotterranea, che somiglia a quella che il bullo ha con la sua vittima e, prima ancora, a quella che la bambina ha con la sua bambola quando la sgrida. Mi sembra, insomma, che la vittima sia per il reo un “oggetto” molto meno estraneo di quanto egli senta coscientemente e sia, come per il bullo, il supporto sul quale egli proietta in modo espulsivo la sua fragilità e il suo senso d’impotenza, cioè un fratello al quale far pagare il tradimento subito (o che fantastica di aver subito) dalle persone deputate a proteggerlo e gli stati d’animo che ne discendono: rancore, senso di emarginazione, difficoltà a muoversi nella legge del padre, implicita autorizzazione alla pirateria.

Ma recuperare la coscienza della parentela negata fra il reo e la vittima è per tutti un percorso in salita, che equivale a perdere i vantaggi dell’abuso, senza la certezza di guadagnare qualcosa in cambio! L’abuso, per il reo, corrisponde a una rivolta contro il tiranno, a un delirante flash di libertà, a un’affermazione della propria onnipotenza; per il comune cittadino, a un sistema per identificare i tratti del persecutore e tenerlo distante; per i giornalisti, a un banchetto cui invitare quante più persone possibile; per il tribunale, a una violazione di cui restituire il peso a chi l’ha commessa e i conteggi ai cittadini; per la vittima, a un trauma che toglie il fiato e placca il pensiero.

Insomma, interpretare l’abuso come l’indicatore di una parentela (e non solo di un conflitto fra estranei) è un’operazione difficile, costosa, temeraria. Eppure, dopo qualche tempo dallo shock, qualcuno si mette in cerca di questa parentela; e a farlo, è proprio la vittima o i suoi congiunti più cari… forse, semplicemente perché sono proprio loro ad avere il bisogno più sentito di “istruire una prossimità”.

Quando un bullo umilia un suo coetaneo estorcendogli un panino, lo sottomette per avere il panino o gli prende il panino per umiliarlo? E il suo bisogno di umiliare la vittima da cosa nasce?

La scena dell’abuso, nella gran parte dei casi, può essere riassunta come quella di una vittima costretta all’impotenza da chi, pilotato dall’odio verso chi lo ha reso a sua volta impotente, ha bisogno di espellere la propria vulnerabilità. Il bottino, che nell’opinione comune è la meta del reato (ma che non a caso viene consumato in un baleno), credo sia soprattutto un diversivo per coprire che l’obiettivo del reato è ottenere un’ennesima conferma (che però non basta mai!) d’essere così invincibili da non potere essere sottomessi, tanto duri da potere sfidare il fantasma di un genitore castrante e/o latitante, tanto indipendenti da potersi lasciare alle spalle la propria impotenza, delegandola, una volta per tutte, alla vittima. Qualcuno lo fa umiliandola, qualcuno offrendo un bicchiere d’acqua a chi sbianca per la paura nel corso di una rapina, ma è ancora un sintomo… e i sintomi, si sa, ritornano mille volte proprio perché non se ne riconosce il messaggio, costringendo il loro “esecutore” a girare dentro un loop da fare invidia a Sisifo.

Le persone detenute che avevano offerto le loro considerazioni nel corso dell’incontro, invece, sembravano motivate a interrogarsi sull’origine dei loro sintomi e sull’humus dei loro reati quanto gli altri protagonisti della ricerca, vittime e magistrati compresi. Fra di loro, uno confidava che un tempo pensava di essere diventato adulto il giorno in cui ha picchiato suo padre, e che in tempi più recenti si era invece reso conto che essere adulti è una meta verso la quale, nella più sorridente delle ipotesi, si procede intrecciando il piacere della libertà con il piacere della responsabilità verso l’altro.

Finalmente possiamo rallegrarci, almeno con alcuni, del fatto che le stesse persone che in passato sono state carnefici oggi ci aiutano a ricostruire il mosaico dell’identità deviante e a toccare con mano che, quando l’arbitrio e l’eccitazione diventano il principale strumento per zittire il proprio senso di marginalità, il reato può investire chiunque, come chiunque può essere investito da un autista ubriaco o da un burattino intontito dal delirio di un’indipendenza posticcia.

Ma se perdere un figlio per un incidente, per una disgrazia priva di intenzioni, causa dolore e sgomento, perderlo per volontà di una marionetta mossa dal delirio, comprensibilmente, genera un tormento che non si placa. Chi perde un congiunto rimane legato per tempi lunghissimi all’omicida. Quasi sempre, in un primo momento, la vittima sviluppa verso il colpevole odio e voglia di vendetta; poi, molte volte, passa al desiderio che il processo gli “restituisca” la giusta punizione; infine (ma qualche volta anche in tempi molto brevi), soprattutto per chi a causa del reato ha perso un congiunto, accade che il desiderio di giustizia si trasforma nel desiderio che il reo possa sviluppare la coscienza della perdita causata. Ricordo le parole straziate della moglie di una delle vittime della strage di Capaci al funerale: “Io li perdono, ma loro si devono inginocchiare… ma lo so, loro non si inginocchiano”. Perché questo bisogno così intenso che la persona che ci ha ferito abbia coscienza del nostro dolore? Perché questo bisogno di far pace con gli assassini del marito?

Probabilmente, anche dopo che il male ha ultimato il suo corso, nessuno quanto la vittima ha bisogno che nel carnefice nasca la coscienza dell’altro. Sembra paradossale, ma molto spesso chi ha subito una perdita così grave ha bisogno di pensare al congiunto che ha perso la vita insieme con la persona che gliel’ha tolta, qualche volta persino di sentirla parte della sua stessa cerchia affettiva. Chi patisce il dolore ha bisogno che dal dolore nasca qualcosa e di orientarlo in una direzione… e questa direzione non può essere quella dell’odio… perché nel tempo la vittima capisce che la prigione dell’odio consuma la sua stessa vita senza restituirle nulla. La vittima capisce, potremmo aggiungere, quello che il carnefice ha difficoltà a riconoscere e che tiene distante da sé grazie all’eccitazione compulsiva di droghe e abusi di potere.

Si intuisce che aiutare chi subisce un reato a emanciparsi dalla ragnatela che quasi sempre ne avviluppa i pensieri è doveroso e funzionale per la salute sociale almeno quanto favorire l’evoluzione del reo. Ma perché chi ha subito il male ha così tanto bisogno che chi lo aveva causato ne abbia coscienza? Spessissimo vediamo le vittime spendere a tale scopo incredibili quantità di energia. Ricordo che circa 20 anni fa Luciano Paolucci, padre del piccolo Lorenzo, ucciso da un pedofilo, venne una domenica da Foligno a San Vittore senza altro compenso che la possibilità di riflettere col Gruppo della Trasgressione sul perché del male subito da suo figlio.

Credo che la lacerazione dovuta a una grave perdita affettiva, giunta traumaticamente e senza una comprensibile ragione, per potere essere tollerata, debba diventare seme di una storia: il terremoto non ha volontà, traumatizza, ma non chiude i sopravvissuti nella prigione del rancore; quando la morte viene determinata intenzionalmente, invece, i parenti più stretti della vittima, per poterne sopportare la perdita, hanno bisogno che la volontà dell’omicida cambi direzione, che l’odio mortifero diventi coscienza della prossimità e origine di nuove relazioni. Ma perché questa “gravidanza” possa essere avviata, occorre la ricostruzione di una storia che, di fatto, non conosce nemmeno il carnefice, se non nei suoi risvolti più superficiali e comunque non nei nodi che sono all’origine delle sue scelte; occorre una storia che conduca chi ha commesso l’abuso alla libertà di entrare in relazione con l’altro.

Con questo non si vuol dire che il reato viene commesso in una condizione di “illibertà”; è assiomatico che chi commette un abuso ne è responsabile. Ma se per la società non è possibile fare a meno del presupposto della responsabilità e se per la Legge è ragionevole misurare soprattutto la responsabilità nel reato, per la psicologia è importante interrogarsi sui meccanismi in virtù dei quali la persona allarga o restringe ogni giorno i confini della propria libertà. Per chi indaga sui retroscena della scelta, l’area della responsabilità riguarda anche la cura o l’incuria con cui ci si occupa della propria libertà di scelta e degli stati d’animo che ne costituiscono il liquido amniotico. Al Gruppo della Trasgressione, dove l’esplorazione di questi territori è pratica quotidiana, recentemente uno dei componenti diceva che “recuperare la coscienza del proprio delirio e del male perpetrato corrisponde a restituire alle vittime il dolore e il rispetto che meritano e a noi stessi il risveglio dall’anestesia nella quale abbiamo vissuto”.

Ascoltando le parole dei magistrati, dei giornalisti, delle vittime e di chi a suo tempo è stato carnefice, si percepisce, chiaro, il desiderio di tutti di recuperare coscienze esiliate; da parte mia, credo che per farlo occorrano storie che permettano alla “banalità del male” di disvelare la sua intelaiatura nascosta e corrosiva.

Per riuscirci, però, non basta perdonarsi e abbracciarsi; è indispensabile, tra l’altro, che l’immagine cristallizzata dell’autorità che di solito ha il criminale (quella di un tiranno che esercita il potere esclusivamente a proprio beneficio) venga rielaborata e bonificata. Ma questo diventa del tutto impossibile senza programmi mirati e se non si tiene conto del fatto che personaggi pubblici e, a volte, perfino figure istituzionali si lasciano sovrapporre al prototipo di autorità che chi commette abusi ha interiorizzato già nei primi anni di vita. Affinché una punizione e la restrizione della libertà possano essere tollerate senza diventare per il ristretto un’ulteriore autorizzazione alla pirateria, occorre che il condannato possa imparare a nutrirsi della relazione con l’altro, e questo è possibile solo se il dolore della punizione e la fatica di recuperare la coscienza esiliata vengono condivisi dall’autorità stessa (particolarmente interessante sul tema la relazione della dott.ssa Cosima Buccoliero al Teatro Dal Verme lo scorso 15 ottobre).

Per fortuna, pur se il rinnovamento del clima istituzionale avviene con lentezza, questa è la direzione degli ultimi anni. Avviare studi e aprire spazi strutturati in cui ci si possa servire della motivazione che hanno in tal senso le vittime di reato non può che giovare alla causa. È vero che la vittima ha bisogno di recuperare la prossimità col suo carnefice per tornare a vivere libera dal rancore, ma questo, oltre a essere un valore morale, è in definitiva ciò di cui abbiamo bisogno noi tutti (l’amicizia fra Claudia e Irene)

Torna all’indice della sezione

Ricordi di un’età

Ricordi di un’età
Tonino Scala

Sognerò di me
di quel passato che non c’è
e di quel tempo che verrà
che non sarà mai più com’era

Sognerò di te
di tutto quello che c’è stato
di tutto ciò che era sbagliato
e di quel “giusto”
che abbiamo buttato via.

Sognerò e so già
che non vorrò svegliarmi più
e non smetterò di cercarti
per parlarti e raccontarti
che son qui,
che non sono andato via
e non mi son lasciato andare
e non ho cercato niente
sono qui ad aspettare
che qualcosa cambierà
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

Sognerò una strada
che non ho tracciato mai
ma anche al buio la troverei
e una casa che non ho abitato mai

 

Parlerò a un amico
che non ho conosciuto mai
ma che sa tutto di me
e che mi perdonerà
tutte le volte che …

Sognerò e so già
che quando mi risveglierò
avrò poco tempo per spiegarti
che c’è stato un tempo per parlarti
e un tempo per ascoltarti
ma … ma è mancato quello
per capirci e sopportarci
e adesso non ci resta
che guardare avanti …
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

per parlarti e raccontarti
che son qui,
che non sono andato via
e non mi son lasciato andare
e non ho cercato niente

sono qui ad aspettare
che qualcosa cambierà
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

Torna all’indice della sezione

Dentro ognuno di noi

Dentro ognuno di noi
Tonino Scala

Dentro ognuno di noi
c’è nascosta un’idea
servirebbe a cambiare una vita
inventarla a misura
ne varrebbe la pena
di provare a partire
si potrebbe tornare bambini
e nelle mani il domani

Dentro ognuno di noi
c’è nascosto qualcosa
e vorresti tenerla ed usarla
con molta pazienza
non la trovi nel banco dei pegni
nelle notti agitate
è la cosa più rara che hai
per non perderti mai

ed io posso scoprire dov’è
nascosta dietro il mio cuore
che posso aprire e far crescere
fino a poterla sognare
proprio dentro di noi
c’è un bimbo
che ci difende e ci fa ripartire

La nicchia, la crosta e il rosmarino

tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea

adesso immagina qui
una grande poesia
dove tutto è nascosto e proibito
dove niente è sicuro
a volte è sincera
ed inventa l’amore
nasconde i nostri cuori
dagli ostacoli

ed io posso scoprire dov’è
nascosta dietro il mio cuore
che posso aprire e far crescere
fino a poterla sognare
proprio dentro di noi
c’è un bimbo
che ci difende e ci fa ripartire
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea

Torna all’indice della sezione

La gratitudine

La gratitudine
Carmelo Impusino

Ai tempi in cui andavo a scuola cambiai più volte classe per motivi di logistica e per le bocciature, finché non abbandonai definitivamente la scuola in seconda media. Alle elementari ci fu una mia maestra di sostegno della quale non ricordo il nome, ma che mi avvicinò alla lettura esclusivamente con i fumetti. Poi ce ne fu un’altra, Prof.ssa Barbera, che mi fece conoscere il fascino del cosmo, e proprio come faceva la maestra di sostegno, anche lei mi portava libri illustrati che riuscivano letteralmente a rapire la mia attenzione, e oggi come oggi i miei tatuaggi la dicono lunga su come l’universo mi abbia affascinato. Ma ci anche fu quello che ritengo essere stato il mio maestro più significativo per quel che mi ha lasciato interiormente in positivo.

Ero in prima elementare nella classe N quando incontrai quello che fu il mio primo maestro di scuola, il Professore Amerigo Mungo, nella scuola Tommaso Grossi, in via Monte Velino, nel quartiere sudest di Milano. Era un uomo sui settant’anni, alto, magro e calvo, con dei sani principi e metodi educativi d’epoche passate; raramente lo si vedeva sorridere, e quando si arrabbiava lo si capiva inequivocabilmente poiché alzava notevolmente la voce. Ero l’unico che riusciva a dargli grattacapi e soddisfazioni nello stesso tempo; credo di essere stato il classico alunno che nessun maestro vorrebbe mai nella propria classe, credetemi sulla parola. Ai tempi però più che un maestro da ascoltare per me rappresentava un ostacolo che non mi permetteva di fare quello che volevo a scuola. Non si possono contare tutte le volte che finivo la lezione fuori dalla classe, in corridoio, seduto sul calorifero a guardare dalla finestra, dove giocavo a indovinare il colore delle macchine che passavano nel viale sottostante. Ogni tanto quando facevo davvero troppo casino mi arrivava un sonoro ceffone piuttosto che finivo in direzione al cospetto del preside, un brav’uomo simpatico, che al posto di sgridarmi mi faceva scrivere a macchina. C’erano però dei giorni in cui il maestro era contento di me, erano quelli dove si faceva il laboratorio di creta e lezioni di scacchi, ma soprattutto erano le lezioni sui temi e riassunti su eventi e personaggi storici, tanto che una volta, scherzosamente, mi soprannominò il poeta maledetto, in quanto trovava i miei concetti al di sopra delle righe, e quindi meritevoli dì voti alti e soddisfazione.

Il maestro un giorno ci portò in classe sua figlia di circa 3 anni, che tutti sapevamo essere adottiva. Non ricordo il suo nome, ma ricordo ancora limpidamente quella piccola bambina con gli occhi azzurro intenso e i capelli neri a caschetto, silenziosa e sorridente, sembrava davvero una graziosa bambola. Ricordo bene anche la tenerezza con la quale il maestro la trattava, una tenerezza che a uno come me, nato e vissuto nelle periferie degradate di Milano, in una famiglia disagiata, fratello di sei figli con un padre sempre in carcere e una madre sempre al lavoro per mantenerci, è sempre mancata; e così da quel momento di quel maestro ebbi una visione diversa, più umana e meno formale, e quel giorno per quanto mi riguarda rappresentò davvero una delle lezioni più significative della mia vita sotto l’aspetto interiore, solo che ancora non lo capivo.

Giunto in terza elementare cambiai classe e maestri, ma con il maestro Mungo rimasi sempre in buoni rapporti a tal punto che quando a scuola mi vedeva mi chiedeva sempre come stavo e come andavo, specie con le partite a scacchi. Non essendo più il mio maestro, per me non rappresentava più quella figura che si frapponeva tra me e la baldoria che facevo in classe, quindi era diventata una persona amichevole che trattavo con stima e rispetto.

Gli anni passarono e arrivai alle scuole medie portando inconsciamente con me quel piccolo bagaglio di apprendimenti che col passare del tempo andava via via migliorando. Un bel giorno, durante le mie bigiate e le scorribande metropolitane verso il centro di Milano, seguendo il tragitto più veloce e scorrevole dal centro città al mio quartiere e viceversa, io e qualche amico aspettavamo il bus 84 alla fermata davanti a un portone di via Fratelli Campi, tra via Spartaco e viale Monte Nero, quando a un tratto vedemmo uscire dal portone il maestro Mungo, che ci vide e subito ci sorrise salutandoci e mettendosi a parlare con noi. Ad una finestra al terzo piano una donna chiamò il maestro per nome, quasi a volersi sincerare che non ci fosse qualche problema. Il maestro ci disse che quella era sua moglie e quella la finestra di casa sua, e così la salutammo facendo le presentazioni; subito dopo arrivò il bus e così dovemmo salutarli.

Gli anni passarono, e lasciai le scuole per continuare la carriera nell’illegalità cominciata ormai già da tempo, e che mi portò in carcere minorile qualche settimana dopo aver compiuto quattordici anni, ancor prima di abbandonare le scuole. Ogni tanto casualmente mi ritrovavo ad aspettare il bus sempre alla fermata dove abitava il maestro, e puntualmente buttavo lo sguardo al suo cognome sul citofono e alla sua finestra, che trovavo quasi sempre o tutta chiusa o tutta aperta ma con le tapparelle sempre tutte alzate, come a voler sfruttare appieno la luce solare; speravo sempre di incrociarlo e salutarlo, ma non ebbi occasione.

A sedici anni, a causa del forte attrito con mio padre andai in una sorta di comunità collegio dove quantomeno riuscii a prendere la licenza media alle 150 ore, e così per qualche tempo non ebbi più modo di passare sotto casa del maestro; in collegio ci rimasi fino alla maggiore età, poi tornai nel mio quartiere, dove grazie al mio sguazzare nell’illegalità, che continuò pure in collegio, ormai vivevo in piena autonomia. Parlando con qualcuno venni a conoscenza che il maestro Mungo era morto, questo mi rattristò ma non spense il pensiero verso lui, e così passando spesso in tram o in auto davanti al portone del maestro gettavo sempre uno sguardo alla sua finestra, e quando ero in scooter a volte mi fermavo apposta per vedere se ancora c’era il suo cognome sul citofono, che sì, trovai sempre lì. Il mio agire e il pensiero ormai si accontentavano della malinconica emozione che mi suscitava il ricordo che avevo di lui e di sua figlia.

Passarono altri anni e nel 1999 venni arrestato e condannato pesantemente. Nel 2005 mi ritrovai nel carcere di Fossombrone in una situazione punitiva, e il vivere in cella chiusa e singola, per istinto di sopravvivenza interiore, mi fece rispolverare quelle basi che il maestro mi aveva insegnato e così, oltre che a ritrovarmi a giocare spesso a scacchi con qualcuno nelle ore d’aria, mi ritrovai nelle restanti ore della giornata, chiuso in cella con una penna e un’agenda in mano. Dal basso della mia cultura e forte della mia presunzione, giocai a mettermi alla prova nella scrittura, scrivendo poesie, fiabe, racconti, canzoni e anche un romanzo. Per un paio di anni dovetti scrivere esclusivamente a penna, poi grazie ad una direttrice di vedute costruttive, che subito riuscirono a far scappare, potei acquistare un computer da tenere in cella, e con quello mi addentrai in una forma più approfondita della scrittura e la cultura. Partecipai a vari concorsi, a volte classificandomi e vincendo pure un premio in denaro, e venni anche inserito in alcune antologie. Il piacere della scrittura ormai era entrato nel mio metabolismo, e mi accompagnò anche quando tornai in Lombardia nel carcere di Bollate e, sebbene fossi preso da molte altre cose, non persi l’entusiasmo e la voglia di mettermi alla prova anche come redattore per le riviste del carcere, scrivendo articoli di vario genere.

Dopo un paio di anni di Bollate finalmente ottenni il lavoro esterno e i permessi premio, e fu così che in un modo o nell’altro ero nuovamente in giro per Milano dopo 13 anni circa dal mio arresto. Presto mi trovai a ripassare casualmente anche davanti al portone del maestro. Ormai avevo più di quarant’anni ma era come se fossi rimasto quel ragazzino di allora, curioso, attratto da quel portone, quella finestra al terzo piano, e quell’immagine nostalgica del maestro che puntualmente mi balenava ogni volta che passavo di là; e così mi fermai nuovamente per vedere se era cambiato qualcosa, e scoprii che il cognome sul citofono era ancora lì, fermo nel tempo, proprio come quella finestra a volte aperta e a volte chiusa, proprio come il mio pensiero e il mio rituale.

Passarono ancora un paio di anni circa e venni scarcerato in affidamento sul territorio. Transitando in scooter davanti a quel portone avevo scoperto un buon panettiere, e se avevo un po’ di fame ero solito fermarmi per mangiare un pezzo di pizza, parcheggiando lo scooter proprio accanto al citofono del maestro. Ora che il maestro non c’era più pensavo a sua moglie, che sicuramente era anche lei deceduta vista l’avanzata età, ma soprattutto pensavo a sua figlia, calcolando l’età di quest’ultima, ricordando ancora limpidamente la sua immagine da bambina, cercando di immaginarmela ora e fantasticando di incontrarla per salutarla e scambiare qualche parola in ricordo di quei tempi che tanto mi erano rimasti nel cuore e nella mente.

Un giorno di metà primavera del 2014 mi ritrovai puntualmente ancora davanti a quel portone a mangiare pizza guardando citofono e finestra, manco fosse un appuntamento dovuto, quando ad un tratto vidi avvicinarsi al citofono una donna con i capelli lunghi neri che subito suonò il citofono del maestro. La cosa mi colse di sorpresa, e tra masticazione e stupore rimasi di sasso. I secondi passavano, mentre la donna, con il volto girato verso il lato opposto al mio, aspettava che qualcuno rispondesse al citofono. Dopo una decina di secondi qualcuno rispose e la donna disse un semplice: sono io! Questo bastò per aprire il portone. Allo scattare della serratura del portone finalmente la donna nell’azione dell’aprirlo si voltò verso di me mostrandomi il volto; i suoi occhi erano di un azzurro intenso, proprio come quelli della figlia del maestro, e in cuor mio non ebbi alcun dubbio sul fatto che fosse lei.

Avrei voluto fermarla per sincerarmene, salutarla e raccontargli chi ero, e di quanto quell’immagine di suo padre con lei a scuola mi fosse rimasta in mente come immagine simbolo di qualcosa di buono, bello e genuino nei valori della mia vita. Ma soprattutto avrei voluto parlarle di suo padre, della forza e dell’importanza di quello che mi aveva insegnato in quei due anni di scuola elementare, e di quanto quelle basi del gioco degli scacchi e della scrittura che mi aveva insegnato mi avessero aiutato a vivere serenamente e al meglio i lunghi anni di detenzione, ma non ebbi il coraggio o la prontezza di farlo, e lei entrò dentro al portone che si richiuse velocemente alle sue spalle, lasciandomi pensieroso ma felice di aver dato delle risposte quantomeno ipotetiche ma soddisfacenti alle mille volte che fra me e me mi ero chiesto di loro.

Nel tempo mi rimase il rimorso di non averla fermata, chissà, forse un giorno avrò un’altra occasione, poiché è certo che in futuro mi fermerò ancora a quel portone che per me ormai rappresenta un esemplare e indelebile punto di riferimento emozionale che mi accompagnerà per tutta la mia esistenza, e nonostante tutti i miei errori nella vita, per quel che mi ha trasmesso mi sento di dovergli della gratitudine a quel mio maestro scolastico e di vita.

Purtroppo, dagli altri anni di scuola elementare e media, a parte la ginnastica, non ho saputo trarre vantaggio, e non mi sono rimasti ricordi significativi tali da reputarli importanti o validi anche solo per il mio lato emozionale. Oggi come oggi invece gli scacchi, la creta e la scrittura per me sono diventati veri e propri hobby che cerco di praticare quando trovo la possibilità di farlo, e il fatto che io stia concorrendo con questo scritto credo confermi la mia affermazione … grazie maestro Mungo.

Il barbiere di Rovigo

Mentre aspettavo il mio turno, il barbiere si dedicava a un ragazzo dagli occhi puliti e sorridenti. Si parlavano e ridevano. Che incantevole semplicità! Erano solo un barbiere che fa il suo mestiere e un ragazzo che, fiducioso, glielo lascia fare. Eppure sembrava una magia.