Siamo persone

Lo scorso 5 giugno 2019 il Gruppo della Trasgressione ha avuto, grazie alla collaborazione con la direzione di Opera, un incontro con i detenuti e i loro famigliari, come si è soliti fare ogni anno.

Lo scopo primario della ricorrenza è quello di mostrare a mogli, figli e persone care il percorso che il detenuto può compiere all’interno dell’istituto penitenziario quando gli vengono date le possibilità e, soprattutto, gli strumenti per farlo. La giornata intendeva dare spazio all’evoluzione di tutti i detenuti che fanno parte del gruppo, ma questa volta è stato preso Vito Cosco come emblema del cammino collettivo.

Cosco è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo e sta scontando la sua pena nel carcere di Opera. Quel giorno è stato invitato a rendere pubblico il testo che aveva portato al gruppo la settimana prima, uno scritto impegnativo che parla, pur se contraddittoriamente, di pentimento, evoluzione, valori appresi, di sofferenza, di silenzio protratto per anni, di condanna, di odio, di mancanze.

In merito a quella giornata, sono state scritte considerazioni da parte di detenuti, del coordinatore del gruppo Angelo Aparo, di Elisabetta Cipollone e anche della moglie di un detenuto. Penso sia importante fare attenzione a ogni osservazione, frutto dell’emozione con cui ognuno dei presenti ha vissuto quella suggestiva giornata. Spero che anche la mia possa dare un contributo e fornire uno spunto di riflessione.

Oltre che come componente del gruppo, io parlo qui in veste di figlia di un detenuto. Mio padre ha scontato diverse condanne penali in passato. Ho vissuto la realtà del carcere relazionandomi con detenuti fin da piccola, ma nutrendo una curiosità per questo mondo deviante, verso il quale si è soliti provare repulsione.

Leggendo lo scritto di Vito, per me è stato impossibile non attribuire quelle parole a mio papà, anche se, purtroppo, non le ho mai sentite dalla sua bocca.

Ha scontato le sue pene nel carcere di Novara, dove non sono presenti iniziative come quelle del Gruppo della Trasgressione; al contrario, i detenuti si limitano ad attendere il giorno del fine pena, ammesso che la loro condanna lo preveda. Con il susseguirsi delle carcerazioni ho visto mio padre cambiare, chiudersi; perfino il suo sguardo è diventato più spento, arrabbiato.

Credo che questo sia uno dei problemi più grandi del nostro paese. Ogni detenuto dovrebbe avere la possibilità, indipendentemente dalla gravità del reato commesso, di ricevere una rieducazione, un sostegno e un ascolto, anzitutto per riflettere sulle proprie azioni e per ritrovare la propria coscienza e, in secondo luogo, per affrontare in modo costruttivo la restrizione della libertà imposta dal sistema carcerario. La limitazione della libertà, seppur nella sua legittimità e correttezza, comporta infatti un cambiamento drastico nella vita della persona e credo che bisognerebbe dar loro i mezzi giusti per poterlo affrontare.

Se ciò non accade, il condannato, una volta fuori, non si sarà arricchito e nutrito di nulla e la stessa carcerazione si sarà rivelata inutile, anzi, circostanza aggravante alle condizioni già instabili del detenuto. Aumenterà inoltre la probabilità di commettere ulteriori atti devianti e di subire altre condanne, così come è successo a mio padre.

Ogni istituto penitenziario dovrebbe avere un Gruppo della Trasgressione, che accoglie tutti perché indipendentemente dalle azioni, al gruppo partecipano le persone. Durante gli incontri al gruppo, infatti, non ci focalizziamo sui reati commessi; io stessa non so nulla sulle ragioni per cui i detenuti si trovano ora a scontare le loro pene, ma poco importa. La nostra attenzione si rivolge ai valori che prima guidavano il condannato nella sua devianza e a come questi possano cambiare, divenendo così valori di umanità, cooperazione, moralità.

Quel giorno, mi sono rivolta a Christopher, figlio tredicenne di Vito, che come me ha vissuto il mondo carcerario fin da piccolo ma non per sua scelta. Mi sono sentita di suggerire a Christopher di non limitarsi a considerare suo padre per ciò che ha fatto, ma di provare a guardarlo per ciò che è oggi e per il percorso introspettivo che compie ogni giorno.

E se riescono i parenti di vittime ad assumere questa prospettiva incentrata non sul reato ma sulla persona, credo che tutti possano provare ad adottarla, o almeno questo è lo scopo che mi pongo come membro orgoglioso del Gruppo della Trasgressione.

Valentina Marasco

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La coscienza che abbiamo esiliato

Ho seguito, per come ho potuto, gli sviluppi della lettera di Vito Cosco; ho letto alcune reazioni dei giornali e le riflessioni dei miei compagni. Anche se in questo periodo non posso frequentare fisicamente il tavolo del gruppo, credo che Vito, durante l’incontro del Gruppo della Trasgressione con i parenti, abbia voluto comunicare il proprio senso di colpa a tutti i suoi familiari e in particolar modo al figlio di 13 anni, anche loro vittime del suo delirio e degrado morale.

C’e da dire che gli incontri del gruppo insieme ai nostri familiari, tenuto conto della nostra totale esclusione dalle loro vite e dal contesto sociale, costituiscono per noi detenuti una opportunità fondamentale per farli partecipare alla nostra vita, al nostro percorso di ravvedimento e un’occasione per consegnare loro la nostra crescita, la nostra emancipazione morale dall’abisso in cui eravamo precipitati con i nostri delitti.

Durante la mia lunghissima detenzione, per anni sono stato impegnato in attività scolastiche che mi hanno portato anche a conseguire un diploma. Ne ero fiero. Ero l’unico della mia famiglia in possesso di un titolo di studio. Ma devo ammettere che grazie al percorso col Gruppo della Trasgressione mi sono reso conto che, pur sapendo leggere e scrivere, avevo mantenuto un analfabetismo morale, funzionale ed emotivo.

Cresciuto e nutrito all’interno di una sub-cultura di violenza e di sopraffazione, ne sono rimasto contaminato e con me i miei ideali e gli obiettivi della mia adolescenza. A quel punto, quand’anche vi fosse stato il  “pulsante rosso”  era ormai troppo tardi; lo avrei comunque ignorato, evitato, eclissato.

I figli crescono e insieme a loro crescono le conseguenze del nostro operato; e così, mentre attorno a noi alimentiamo catene di degrado e di emarginazione, crescono anche quelle domande di fronte alle quali non puoi più mentire o tergiversare da vigliacco. La coscienza bussa come un tamburo, mentre aumenta la difficoltà di parlare con i nostri figli di quelle verità che fanno male.

Poterlo fare alla presenza e con la mediazione di esperti psicologi è un privilegio che ci offre il prezioso laboratorio del Gruppo della Trasgressione. Anni fa è successo a me e, grazie agli stimoli che mi ha fornito il gruppo, ho cominciato ad approcciarmi alla verità con le mie figlie; oggi penso, anzi ne sono sicuro, che anche le intenzioni di Vito vertevano in tal senso.

In parallelo alle vittime del nostro delirio, anche i nostri familiari sono vittime innocenti e inconsapevoli delle nostre scelte scellerate. Poter comunicare il risveglio della nostra coscienza ai nostri figli e ai nostri familiari, restituendo loro la nostra attuale consapevolezza, le nostre responsabilità, la nostra autenticità, è il metodo più efficace per riconciliarci con noi stessi e con la società e per proseguire in un sincero e complesso percorso di ravvedimento.

Caro dottore, ho letto la sua affermazione: “…mi rendo conto che si vive la sensazione di tradire la vittima prestando ascolto al balbettio del carnefice… e voglio dirle che si tratta di una sensazione solo apparente. Lei sa bene che dentro l’essere umano logica ed emozioni sono spesso in contrasto. Chi ha subito la perdita di un familiare, infatti, ha certamente bisogno che l’autore del delitto venga punito, ma desidera anche che la volontà del colpevole cambi direzione e che egli maturi coscienza del dolore provocato.

La pena non può esaurirsi nella punizione in senso afflittivo; questa non basta per lenire o per elaborare il dolore della perdita. Chi vive quel dolore, in fondo al cuore, sa bene di non poterlo curare col rancore, con la distanza e, men che meno, con la vendetta sociale. Il meticoloso lavoro di studio e di ricerca che si fa con il Gruppo della Trasgressione consiste soprattutto nell’analizzare gli aspetti che hanno portato al reato e nell’aiutare l’autore a riconoscere il degrado morale nel quale egli si è formato e che ha poi contribuito a diffondere.

Ma quello che il Gruppo della Trasgressione fa sopra ogni altra cosa è recuperare la coscienza che noi stessi abbiamo esiliato. Per riuscirci, incontriamo con una certa frequenza anche familiari delle vittime disposti a prestare ascolto alle nostre storie, con i quali si cerca di capire ed elaborare insieme quel dolore che in una certa misura ci apparenta.

Pasquale Fraietta e Angelo Aparo

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Pasquale Fraietta 

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Alla ricerca della coscienza

Il 13 agosto del 1999 avrei dovuto trovarmi davanti alla chiesa ad aspettare la mia amata per sposarla, invece mi sono risvegliato rinchiuso in una stanza sporca e buia. Tutta la notte era trascorsa rigirandomi sul letto, non riuscivo a capacitarmi di cosa fosse successo, forse mi stavo risvegliando da un brutto incubo? No, era la realtà! Stavolta avevo superato ogni limite e adesso il mio pensiero fisso era “guarda dove sono per avere cercato di essere ciò che in realtà non sono“.

Ho sperperato molti anni della mia gioventù provocando dolore agli altri, dando spazio a un delirio d’onnipotenza che sembrava insaziabile. Ormai tutti i miei casini erano diventati abitudinari, non riuscivo più a ragionare, sino a quando ho superato il limite estremo, ho tolto la vita a un’altra persona che aveva, come me, solo 19 anni. E questo perché, secondo la mia mentalità criminale di allora, lui mi aveva fatto un torto che si poteva ripagare solo con la vita.

Al pensiero di quel gesto cosi vigliacco, oggi mi sento un vero schifo, vorrei tanto anch’io pigiare quel pulsante rosso per tornare indietro. Purtroppo quel pulsante non esiste. Il Dott. Aparo in uno degli ultimi incontri ha detto “esistono pulsanti di altro colore“. Oggi, con la consapevolezza degli errori fatti nel passato, sono alla ricerca di quei pulsanti.

A causa di questi miei errori, sono rimasto detenuto per 6 anni come carcerazione preventiva. Poi sono stato scarcerato. Ero riuscito a “farla franca”, se cosi si può dire, non pagando il mio reato più grave, l’omicidio, per mancanza di indizi di colpevolezza.

Uscito dal carcere, realizzo finalmente il mio sogno, mi sposo. Ma i miei incubi si riaffacciano sempre anche se faccio di tutto per cancellarli. La mia vita continua, nasce mio figlio e con lui arrivano una felicità immensa e responsabilità maggiori. Dopo due anni arriva mia figlia, altra gioia immensa. Pensavo di avere ormai tutto nella vita: nuove amicizie, nuove abitudini, vita regolare, lavoro e famiglia.

I miei sogni si erano realizzati, pensavo che ormai il passato fosse evaporato. Ma dopo 13 anni si riaprono le ferite che non si erano mai chiuse del tutto; la giustizia viene a chiedere di saldare il conto. Mi sono sentito cadere il mondo addosso, anche se era una cosa che comunque mi aspettavo. Erano passati sette anni dall’ultima mia carcerazione e avevo avuto tutto il tempo e le persone giuste al mio fianco per affrontare il trauma.

Le basi erano più solide, ero un’altra persona, con degli ideali diversi e progetti futuri, cose che mi erano mancate nella mia adolescenza. Pronto a tutto, saluto mia moglie e i miei figli che all’epoca erano troppo piccoli per capire, e vado costituirmi spontaneamente.

La mia vita all’interno del carcere aveva bisogno di nuova linfa per andare avanti; adesso non dovevo nascondermi da nessuno, tutti sapevano chi ero stato nel mio passato, ma nessuno sapeva chi sarei potuto diventare col tempo. Ormai i miei vecchi compagni mi vedevano in modo diverso. Davanti a loro c’era un Sergio che ragionava con la sua testa e non più come un burattino pronto per essere diretto e usato.

Dopo qualche anno di carcerazione mi trovo a parlare con un mio corregionale al quale racconto il mio passato e le mie intenzioni per il futuro. Lui mi suggerisce di iscrivermi al Gruppo della Trasgressione, dove avrei potuto usare le mie esperienze come motivi di confronto e dare una svolta definitiva alla mia vita. E così è stato.

Il mese scorso un nostro compagno ha presentato al gruppo uno scritto nel quale, nero su bianco, parla della sua vita criminale e dell’uomo padre che vuole essere oggi. Condivido tutto quello che lui ha scritto e in parte mi rispecchio nella sua storia.

L’analisi dello scritto è andata avanti oltre i nostri abituali appuntamenti e, infatti, se ne è parlato anche in un incontro con i familiari. In occasioni precedenti i miei familiari non erano mai stati presenti: il mio compito era stato solo quello di ascoltare comodamente seduto. Ma stavolta, il 5 Giugno, i miei familiari sono riusciti ad esserci. Questo non è stato per me tanto comodo, ma è stato un motivo per dare il mio massimo contributo.

Il dott. Aparo per la prima volta mi invita a salire sul palco per dire ciò che io pensavo dello scritto di Vito Cosco. Sapevo che prima o poi sarebbe toccato anche a me dare un contributo in più al gruppo e sono felice che sia successo questa volta che erano presenti anche mia moglie e i miei figli.

Non nascondo che ero emozionantissimo anche perché i miei non erano abituati a sentirmi parlare di temi di questa portata. Non ricordo le parole che sono riuscito a dire ma non potrò mai dimenticare lo sguardo commosso di mia moglie. Tornato a sedermi, mia moglie mi ha detto: “oggi ti vedo con una luce e uno sguardo diverso negli occhi “. Io credo che mia moglie abbia visto lo sguardo di una persona cha ha iniziato a percepire il dolore causato agli altri e a farlo suo. Solo raggiungendo questo principio si può evitare di ricadere negli stessi errori.

Ma le emozioni e le sorprese non erano ancora finite. Rimanendo seduta ad ascoltare i vari interventi, mia figlia di 12 anni mi chiede quanto ancora sarebbe durato l’incontro perché si era un po’ stancata. E credo sia naturale per una bambina della sua età. Invece, mio figlio, che di anni ne ha 14, teneva lo sguardo sempre fisso al palco. Ho cercato di distoglierlo un po’ da quello che si diceva. Non so se l’ho fatto come gesto di protezione nei suoi confronti, giudicandolo ancora troppo piccolo per affrontare certi discorsi.

Invece lui, niente, voleva solo essere lasciato in pace ad ascoltare. Alla fine dell’evento, io sentivo il desiderio di capire quello aveva percepito durante l’evento. Mio figlio mi risponde: “mi sono sentito per un momento come il figlio del tuo amico, che ha pianto dopo aver saputo di cosa è accusato suo padre“. Io sono rimasto spiazzato, a stento ho trattenuto le lacrime per le parole che mi aveva detto.

Oggi. grazie al Gruppo della Trasgressione, sento di essermi avvicinato ancora di più all’obbiettivo che mi ero prefissato. Spero che in futuro ci siano altri incontri come il 5 giugno, in modo di dare la possibilità sia a noi che ai nostri familiari di vivere altre emozioni.

Sergio Tuccio e Angelo Aparo

Sergio Tuccio

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Il peso del passato e la nostra sfida

Il giorno 5 giugno noi detenuti del Gruppo della Trasgressione di Opera, durante un incontro con i nostri familiari, abbiamo molto parlato del pentimento morale di Vito Cosco. In quell’occasione molti di noi sono stati invitati dal dott. Aparo a raccontare ai nostri ospiti quello che facciamo al gruppo.

Una parte centrale del lavoro riguarda la ricerca sulla consapevolezza. Oggi mi rendo conto di aver vissuto con l’ideale di falsi miti e so che mi sono servito di maschere per dare senso alla mia vita.

Mi accorgo che faccio fatica a ricostruire e criticare il mio passato. Quel passato mi ha accompagnato per tanti anni, ci sono cresciuto… Da un po’ di tempo ho cominciato a criticarlo, ma non è facile togliersi la maschera, occorre tempo per rinnovarsi; non basta schiacciare un pulsante.

A questo riguardo il Gruppo della Trasgressione ci rivoluziona la mente, dandoci strumenti per poterci rinnovare pur continuando a sentirci noi stessi. E’ difficile riuscirci per chi, come me, si sentiva se stesso quando viveva una vita diversa, con valori e obiettivi completamente diversi.

Ma dobbiamo imparare a trasformare una situazione difficile in un’arma a nostro favore; non sentirci sopraffatti dalla pena! Queste non son altro che sfide ed è il nostro atteggiamento verso queste sfide che fa la differenza! Non dobbiamo chiuderci nelle nostre debolezze per giustificare le nostre sfortune. Se impariamo a conoscere chi siamo veramente, saremo più liberi e forti e non più burattini nelle mani di altri.

Al Gruppo della Trasgressione imparo a sostituire la libidine della grandiosità con il piacere della normalità. Una rivoluzione che si sta scatenando dentro di me e che oggi mi fa vedere con lucidità cose che prima erano coperte dalla nebbia dell’arroganza. Anch’io, come Vito Cosco, non ho mai incontrato quel pulsante rosso o forse non l’ho mai cercato.

Francesco Castriotta e Angelo Aparo

Francesco Castriotta

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Bagliori dal carcere

Sono Giorgio Ciavarella, componente del Gruppo della Trasgressione da circa 4 anni. Il 5 giugno scorso abbiamo avuto l’incontro collettivo con i nostri familiari, un evento dove noi detenuti cerchiamo di comunicare ai nostri congiunti quello che facciamo col gruppo. I temi che affrontiamo durante l’anno sono tanti (l’arroganza, il senso di onnipotenza, la bulimia della grandiosità, la presa di coscienza), ma in quella giornata, parlando con le nostre mogli, i nostri figli e i nostri genitori, cerchiamo soprattutto di buttare giù le maschere dietro le quali ci siamo nascosti per anni.

In quella giornata un componente del gruppo, raccontando il suo percorso in relazione al reato commesso, si è reso protagonista di un evento fuori dal comune e tale da commuovere anche la persona più dura. Alcune testate giornalistiche, però, hanno travisato la lettera da lui scritta e l’hanno riassunto in modo da suscitare scalpore e, soprattutto, rigetto fra i parenti della vittima.

Quando facciamo sentire la nostra voce al di là delle mura (scuole, centri culturali, teatri) non lo facciamo per comperare la nostra libertà; il nostro principale interesse è valorizzare il lavoro sulla coscienza effettuato in questi anni. Non è compito nostro decidere qual è la giusta punizione o se è giusto perdonare; il nostro obiettivo è dare valore all’uomo di oggi e al lavoro che ognuno di noi fa per riconoscere le proprie responsabilità e i propri errori.

Questo non equivale a cancellare il passato; sappiamo bene che non è possibile per le vittime dei nostri reati e non lo è per noi! Ma proprio perché impossibile, è da qui che inizia il nostro impegno sia nel riconoscere le nostre responsabilità sia nel recuperare quello che di buono c’è in noi e metterlo a frutto. Ricostruire come siamo arrivati ai nostri reati e dove abbiamo lasciato le nostre prime aspirazioni è quello che facciamo principalmente al gruppo. Credo che in questo modo riusciamo a recuperare la dignità e l’autostima che ci servono per tornare in società in modo responsabile.

Spesso penso alle vittime che si chiedono: “Perché proprio a me?”. Non c’è una risposta, non c’è una ragione. So di essere legato alle vittime dei miei reati, sono stato io a propagare il male senza nemmeno sapere il perché e a causare il loro male solo perché in quel momento eravamo sulla stessa strada. Progetti come quello del Gruppo della Trasgressione ci sono utili a ricucire, nei limiti del possibile, lo Strappo che abbiamo prodotto. Non ci sono pulsanti rossi, forse solo ago e filo, per chi ha voglia di usarli.

Giorgio Ciavarella e Angelo Aparo

Giorgio Ciavarella

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Un progetto su Vito Cosco

Il Gruppo della Trasgressione e Vito Cosco

Non possiamo fare a meno di chiederci come mai le prime aspirazioni di un bambino finiscano a volte per prendere la forma dei soldi che si ricavano da una rapina, della pace o della inconcludente eccitazione procurata dalle droghe. Se siamo sicuri che chi cerca l’oro e la droga sta sbagliando indirizzo, allora è doveroso chiedersi quali informazioni mancano a chi ha perso la strada. Se sbando mentre cerco me stesso, ho bisogno di qualcuno che non si limiti a punirmi ma che aggiunga un’indicazione utile per rintracciare l’indirizzo giusto (Angelo Aparo)

Vito Cosco, detenuto con la pena dell’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo, si è presentato al gruppo mercoledì 29 maggio con uno scritto contenente le sue riflessioni sul reato commesso. Nel testo si percepisce l’evoluzione da uno stato precario di delinquenza sino alla individuazione della strada che conduce a una maggiore consapevolezza di sé.

Le sue parole hanno scosso ed emozionato tutto il gruppo e anche i famigliari dei detenuti, presenti il 5 giugno nel teatro di Milano Opera, giorno in cui il testo è stato letto e commentato pubblicamente. Gli stessi famigliari di Vito, compreso il figlio tredicenne, hanno manifestato dolore, gioia e orgoglio in merito alla trasformazione che un padre, marito e detenuto può avere. La giornata è stata piena di emozioni forti, pianti e sentimenti che hanno lasciato un segno tangibile nell’anima dei presenti.

Per via dello scalpore suscitato dallo scritto (non esattamente in sintonia con gli obiettivi e con lo stile del Gruppo della Trasgressione), il dott. Aparo ha deciso di raccogliere le considerazioni che componenti del gruppo ed esterni produrranno sul tema. In questo modo esse potranno divenire materia di riflessione e di dialettica e permettere a chi segue il nostro lavoro di farsi un’idea dell’operato del Gruppo.

Il progetto vuole provare a scuotere un’opinione pubblica ancora troppo ancorata al reato in sé e poco propensa all’idea che sia possibile l’evoluzione anche di chi ha commesso gravi crimini.

L’obiettivo primario è quello di comprendere che cosa la società si aspetta da persone che in seguito a un reato si trovano oggi con l’ergastolo o con lunghe pene da scontare; che cosa la Costituzione e le Istituzioni si aspettano da chi ha commesso errori in passato e quali strumenti offrono loro per farlo. Ci si propone, in definitiva, di cercare strade e alleanze utili a far sì che, a fronte della punizione, l’evoluzione del condannato e l’acquisizione di responsabilità verso l’altro non rimangano pura teoria o iniziativa lasciata esclusivamente a chi tale responsabilità ha dimostrato di aver dimenticato o di non avere mai avuto.

Valentina Marasco

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La partita a bordo campo

L’iniziativa si snoda su tre giornate (10, 11, 12 novembre 2019). Per iscriversi seguire le istruzioni sotto indicate.

  • Comincia con una partita di calcio sul campo della C. R. di Bollate fra due squadre: una costituita da operatori penitenziari, l’altra da detenuti e studenti del Gruppo della Trasgressione e di altri gruppi che perseguono analoghe finalità nelle tre carceri di Bollate, Opera e San Vittore.
    Sul campo giocheranno Autorità istituzionali e detenuti che, dopo aver vissuto negli anni della devianza e dei primi anni di carcerazione un sordo rancore verso l’autorità, oggi cercano di interiorizzarne i criteri e gli obiettivi grazie alle iniziative e alle attività rieducative presenti negli Istituti. Scopo della partita è, come in ogni gioco, puntare alla vittoria giovandosi delle regole che vengono interpretate e difese dagli arbitri in campo.
  • Il giorno dopo la Partita a bordo campo continua con un convegno sugli obiettivi dell’autorità e sui criteri grazie ai quali Punizione possa fare coppia con Rieducazione: magistrati, operatori penitenziari e detenuti detenuti che hanno fatto strada si interrogano, nel teatro del carcere di Opera, sulle caratteristiche di una punizione che abbia come principale finalità l’interiorizzazione dei principi cui la punizione stessa si ispira e, cioè: 1) se e come la punizione possa avvicinare chi viola la norma con chi ne è interprete e tutore; 2) se e come chi ha praticato e chi ha subito l’abuso possano insieme alimentare la coscienza collettiva ed, eventualmente, portarsi reciprocamente giovamento.
  • Nella giornata conclusiva della “Partita a bordo campo” (la sede è da definire) sono previste: a) una sintesi di come alcuni dei paesi europei interpretano la punizione (compito affidato a uno o due docenti universitari e agli studenti di giurisprudenza; b) le riflessioni finali e i progetti di ricerca dei protagonisti dell’iniziativa in vista di un appuntamento per l’anno successivo.

Alle tre giornate parteciperanno familiari di vittime della criminalità organizzata di stampo mafioso o terroristico e familiari di vittime della criminalità comune: Elisabetta Cipollone, Francesca AmbrosoliGiorgio Bazzega,  Marisa Fiorani, Paolo Setti Carraro, Sandro Baldoni, donne e uomini che hanno reagito alla perdita dei congiunti aprendosi a una ricerca che da qualche anno portano avanti insieme con i rei che hanno causato i loro lutti.

 


Per le prenotazioni occorre inviare i propri dati entro la fine di ottobre a Partita a bordo campo

  • specificando nominativo, luogo e data di nascita, numero del documento di identità e data di rilascio, giornata/e cui si intende partecipare;
  • indicando nell’oggetto della mail la giornata alla quale si intende partecipare, cioè Domenica, Lunedì, Martedì;
  • inviando due o tre mail con oggetto specifico (“Domenica”, “Lunedì”, “Martedì”se si intende partecipare a più di una giornata;
  • se, dopo avere ricevuto conferma dell’accreditamento, si decidesse di non partecipare, vi chiediamo di avvertire con mail di rinuncia, specificando nell’oggetto della mail la giornata

Seguiranno istruzioni per presentarsi nella sede specifica:

  • Partita sul campo di calcio del carcere di Bollate, Domenica 10/11, ore 14:30. Presentarsi entro le 14:00 all’ingresso del carcere di Milano Bollate (Via Cristina Belgiososo, 120 Milano)
  • Convegno sulla punizione nel teatro del carcere di Opera, Lunedì 11/11, ore 9:30. Presentarsi entro le ore 9:00 all’ingresso del carcere di Milano Opera (Via Camporgnago, 40 Milano)
  • La punizione in Italia e negli altri paesi europei, 12/11, ore 9:30-12:30
    presso Aula magna di Palazzo Giustizia, ingresso Via Freguglia o Corso di Porta Vittoria, ore 9:00
    Per le prenotazioni occorre inviare i propri dati entro la fine di ottobre a Partita a bordo campo

 

Partita a Bordo Campo
Conferenza Stampa

Martedì 5 novembre, ore 11:00
Carcere di San Vittore, Piazza Filangieri 2, Milano.
I giornalisti interessati sono pregati di inviare i propri dati per l’accreditamento al seguente indirizzo mail: educatori.cc.milano@giustizia.it


L’iniziativa rientra nei più ampi progetti:

Come introduzione alla problematica della punizione,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Restituzioni

Mi chiamo Giovan Battista Della Chiave, faccio parte del Gruppo della Trasgressione.

Mercoledì 05/06/2019 al teatro della C. R. di Milano Opera, il Gruppo della Trasgressione si è riunito con i familiari dei detenuti. Si tratta di una sorta di festa che viene fatta una volta all’anno per dare la possibilità alle famiglie di capire cosa avviene all’interno del gruppo negli incontri settimanali.

Come al solito, ad aprire la giornata è stato il Dott. Angelo Aparo, psicologo e moderatore del gruppo. L’incontro in teatro è partito con la lettura di uno scritto che Vito Cosco (da circa nove anni in carcere e da quasi un anno componente del Gruppo della Trasgressione) aveva presentato alla nostra riunione del mercoledì la settimana prima dell’incontro con i familiari.

Mentre Vito leggeva il suo scritto pubblicamente, erano presenti anche i suoi familiari: la moglie, il figlio di tredici anni e la figlia di venti. Lo scritto è molto forte, Vito ha cercato di mettersi a nudo e lo ha fatto davanti ai suoi figli, uno dei quali, stando a quanto diceva la madre, non sapeva nulla circa il motivo per il quale il padre si trova in carcere.

Conclusa la lettura, il Dott. Aparo ha chiamato molti dei detenuti e anche i familiari a commentare lo scritto e a esprimere le proprie impressioni. Ne è nato un bel dibattito al quale tutti hanno partecipato con interesse. Subito dopo il dott. Aparo ha chiamato il figlio tredicenne di Vito, chiedendogli di leggere un commento di Elisabetta Cipolloni. Il ragazzo con difficoltà ha letto il commento, ma l’emozione era alle stelle, tanto che alla domanda che gli è stata fatta: “ma tu sei orgoglioso oggi di tuo padre?” è scoppiato a piangere. Un pianto, credo, liberatorio del piccolo che certamente sapeva, ma che finalmente aveva udito dalla voce del padre il motivo per il quale lui si trova in carcere.

Ecco, la giornata è stata piena di emozioni rare, emozioni che fanno crollare tutte le barriere che molti di noi si costruiscono, una giornata dove Vito si è confrontato con molte persone a lui estranee e dove anche altri detenuti si sono sforzati di entrare nei panni di Vito.

Ecco cosa avviene quando la persona detenuta, anche se in regime di ostatività, trova il coraggio, la capacità, gli strumenti per mettersi in gioco. Nel nostro caso, lo strumento è un gruppo che, come dice il dott. Aparo, ha come principale obiettivo l’evoluzione dell’uomo. Vito, come tanti altri che frequentano il gruppo, è riuscito a tirare fuori, o meglio, a riportare alla luce delle diapositive archiviate e segregate in una parte remota del suo e del nostro cervello. Con il lavoro di gruppo al servizio dell’introspezione dentro ognuno di noi si possono ottenere risultati significativi e restituire alla società persone migliori.

Ecco, credo che Vito, dopo tanti anni, stia cercando proprio questo: sta cercando qualcuno che lo ascolti; lui con il suo scritto non sta chiedendo la grazia, ma sta cercando di rianimare l’uomo che è in lui. È chiaro che per crescere non si può e non si deve dimenticare il passato.

L’immenso lavoro che svolgono alcune persone volontarie nel fare evolvere l’uomo non è altro che quello che dice l’art. 27 O.P. *, ma che purtroppo viene realizzato solo in pochissimi penitenziari italiani. Quindi credo che in quel giorno 05/06/2019 sia stato fatto un enorme passo avanti da parte di Vito e che sia stato restituito un padre a un figlio.

° Art.27
Attività culturali, ricreative e sportive
Negli istituti devono essere favorite e organizzate attività culturali, sportive e ricreative e ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati, anche nel quadro del trattamento rieducativo. Una commissione composta dal direttore dell’istituto, dagli educatori e dagli assistenti sociali e dai rappresentanti dei detenuti e degli internati cura la organizzazione delle attività di cui al precedente comma, anche mantenendo contatti con il mondo esterno utili al reinserimento sociale.

Giovan Battista Della Chiave e Angelo Aparo


Giovan Battista Della Chiave

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Una vicenda terribile e un’attività impegnativa

Per fortuna, non è mio compito decifrare come e quanto punire; a me è riservato il privilegio (e lo è davvero) di tentare di aiutare le persone che vivono in condizioni analoghe a quelle di Vito Cosco (condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo) a rintracciare le emozioni e i sentimenti che, se fossero stati presenti all’epoca dei fatti, avrebbero arginato il degrado che ne oscurava la coscienza, intanto che loro oltraggiavano la vita delle vittime, dei loro familiari e della società intera.

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio impegnativo, dove è difficile districare se e cosa cercano le persone che, dopo i loro sacrilegi contro la vita, oggi scontano l’ergastolo o lunghe pene in carcere. Di certo è un privilegio sentirli parlare; a volte (e ieri è stata una di queste) si vede albeggiare dietro la voce rotta dalla commozione un accenno di coscienza.

Molte persone, comprensibilmente, si chiedono se quelle che sembrano luci di un’alba che abbraccia noi tutti non siano invece ulteriori tentativi di inganno. Da parte mia, pur senza esimermi dalla responsabilità di esaminare e valutare, prendo atto che la luce della coscienza, almeno per l’uomo, si fa strada gradualmente, tanto quanto il buio della notte. Non trovo utile distinguere fra verità e menzogna, penso sia più opportuno innaffiare le parole, i pensieri, le emozioni che indicano la direzione in cui far crescere la nostra identità.

Mi rendo conto che si vive come la sensazione di tradire la vittima quando si presta ascolto al balbettio del carnefice, ma in questo modo cerchiamo, studenti e detenuti insieme, l’uomo che vorremmo essere.

Da parte mia, dunque, mi ingegno per attivare scambi e passaggi di studenti, di curiosità, di relazioni con cui mantenere in esercizio i muscoli della coscienza. Alle istituzioni nel frattempo spetta decifrare in quale direzione, su quali strade e con quali investimenti far procedere l’identità collettiva che ci interessa e come servirsi di questi bagliori.

Sarebbe bello se fra istituzioni e Media si giungesse a una collaborazione simile a quella che avviene nel mondo scientifico, nel quale di solito si parla soprattutto del lavoro grazie al quale si è giunti ai nuovi risultati e dei benefici che la messa a punto di un nuovo metodo comporta per la collettività.

Da Radio Scarp: Il carcere visto da dentro, Intervista ad Angelo Aparo

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