L’intervista al Dott. Luigi Pagano

Sull’intervista col dott. Luigi Pagano
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

Luigi Pagano nell’intervista racconta il suo percorso professionale, nato dall’interesse per il diritto penale e la criminologia, che lo ha portato a dirigere importanti istituti penitenziari italiani come San Vittore e Bollate.

Non esiste una sola causa che porta una persona a delinquere -dice Pagano- dietro un reato ci sono fattori sociali, familiari e personali che si intrecciano tra loro in modo complesso.

Uno dei temi centrali è la possibilità di cambiamento. Secondo Pagano, punire una persona non basta, perché per cambiare davvero servono occasioni di confronto, relazioni sane e percorsi che aiutino a ricostruire la propria vita. Per questo il dott. Pagano dà molta importanza ai gruppi di dialogo, al supporto psicologico e a tutte quelle attività che permettono ai detenuti di sentirsi ancora parte della società.

Anche il Prof insiste sul bisogno umano di sentirsi riconosciuti e ascoltati, spesso chi finisce nella devianza cresce con un senso di rabbia, di abbandono o di sfiducia verso le autorità.

Le strutture italiane, dice Pagano, hanno delle difficoltà concrete, soprattutto a causa del sovraffollamento, che rende molto difficile rispettare il principio della rieducazione previsto dalla Costituzione. Egli sottolinea come molte persone detenute vivano già situazioni di fragilità, povertà, dipendenze o emarginazione sociale, e sostiene che senza politiche sociali, sostegno psicologico, istruzione e possibilità lavorative sia impossibile pensare a un vero cambiamento.

Questa riflessione mi ha colpito molto perché spesso tendiamo a vedere chi sbaglia solo attraverso il reato che ha commesso, senza chiedersi cosa ci sia dietro. Non avevo mai riflettuto davvero sul fatto che tante persone possano cercare attenzione o appartenenza nei contesti sbagliati semplicemente perché nella loro vita non si sono mai sentite importanti per qualcuno.

Secondo me è vero che una persona non cambia solo per paura della punizione. Può cambiare quando incontra qualcuno che riesce a farle capire che vale ancora qualcosa e che può costruirsi una vita diversa. Inoltre l’idea dell’autorità non vista soltanto come qualcuno che impone regole, ma come una figura capace di aiutare gli altri a crescere, è un punto di svolta. Penso che questo concetto valga non solo in questi contesti, ma anche nella scuola, nella famiglia e in generale nei rapporti umani.

Alla fine, questa intervista lascia un messaggio molto forte, la sicurezza non si costruisce solo con pene più dure, ma anche investendo sulle persone, soprattutto quando sono giovani e fragili. Se una società lascia indietro certe persone e si occupa di loro solo quando sbagliano, sarà sempre più difficile interrompere certi percorsi.

Sofia Pellini

L’intervista a Luigi PaganoLe Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Cestini senza storia

Quasi un anno fa, un gruppo di ricercatori canadesi ha presentato un dispositivo destinato a cambiare radicalmente il modo in cui il dolore viene trattato.

Si tratta di un neurostimolatore impiantabile nell’area del cervello responsabile della percezione e dell’elaborazione del dolore, sia fisico sia emotivo. Una volta attivato, il dispositivo permette di trasferire istantaneamente la propria sofferenza a un’altra persona entro un raggio di 20 chilometri. Chi lo utilizza smette immediatamente di provare dolore, mentre il destinatario ne sperimenta l’intera intensità, pur senza riportare danni permanenti.

La sperimentazione clinica, avviata circa sei mesi fa, ha coinvolto centinaia di volontari con storie di vita molto diverse: persone affette da malattie croniche, professionisti sottoposti a forti pressioni lavorative, pazienti con disturbi psicologici, ma anche persone che affrontano quotidianamente difficoltà economiche e familiari.

È emerso che, dopo un’iniziale esitazione, circa il 90% dei partecipanti ha scelto di utilizzare il dispositivo almeno una volta. Nei soggetti affetti da dolore cronico o da una forte sofferenza emotiva, la percentuale saliva fino al 98%.

Ma il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione degli psicologi non è stato il desiderio di liberarsi dal proprio dolore, quanto il modo in cui quella decisione veniva presa: alla maggior parte dei partecipanti non interessava sapere chi avrebbe ricevuto la loro sofferenza. Bastava sapere che si trattava di una persona sconosciuta.

Quando, invece, prima del trasferimento veniva mostrata una fotografia, un nome o anche solo poche informazioni sulla vita del destinatario, la percentuale di utilizzo diminuiva drasticamente. Sapere che dall’altra parte c’era una persona reale rendeva la scelta molto più difficile.

Secondo gli psicologi coinvolti nello studio, l’anonimato riduce sensibilmente il senso di responsabilità: quando non vediamo il volto di chi subirà le conseguenze delle nostre azioni, è più facile convincersi che il suo dolore non ci riguardi.

Nei mesi successivi all’introduzione del dispositivo sono emersi effetti inattesi: alcuni pronto soccorso hanno registrato un aumento di accessi improvvisi per dolori acuti e crisi d’ansia apparentemente inspiegabili. Gli episodi si concentravano soprattutto nelle aree con il maggior numero di utilizzatori del neurostimolatore.

La scoperta ha aperto un acceso dibattito etico. Molti partecipanti, intervistati al termine della sperimentazione, hanno dichiarato di non essersi mai chiesti cosa stesse vivendo la persona che avrebbe ricevuto il loro dolore. Nessuno poteva sapere se quel destinatario stesse già affrontando una malattia, un lutto, una separazione, difficoltà economiche o uno dei momenti più difficili della propria vita. Eppure, per la maggior parte dei soggetti, questa possibilità non è stata sufficiente per rinunciare al trasferimento.

È proprio questo l’aspetto che, secondo i ricercatori, rende il dispositivo così interessante dal punto di vista psicologico. Il neurostimolatore non crea un comportamento nuovo: rende semplicemente visibile un meccanismo umano già esistente.

Per alleggerire il nostro peso, noi riversiamo sugli altri rabbia, frustrazione, cattiveria o indifferenza. Il nostro dolore diminuisce mentre aumenta quello di qualcun altro. E questo accade ancora più facilmente quando chi abbiamo davanti è uno sconosciuto, quando il “cestino” è qualcuno di cui ignoriamo completamente la storia.

Gli studiosi hanno quindi concluso il rapporto con una riflessione inaspettata: Se il dolore può essere trasmesso con tanta facilità, forse può esserlo anche il suo contrario.

Un gesto di gentilezza, una parola detta al momento giusto, un sorriso, un aiuto offerto senza un secondo fine possono avere effetti che spesso non immaginiamo. Così come non sappiamo quanto possa pesare il dolore che scarichiamo sugli altri, non possiamo sapere nemmeno quanto bene possa fare un piccolo gesto di umanità. Perché ogni persona che incontriamo sta combattendo una battaglia che non possiamo vedere.

E forse il vero progresso non consiste nell’inventare un modo per trasferire il dolore, ma nell’imparare a non aggiungerne altro. Anzi, quando possibile, a lasciare chi abbiamo davanti con un po’ più di serenità, proprio come la vorremmo noi.

Giulia Arisci

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

L’intervista con Roberta Cossia

Sull’intervista con la dott.ssa Roberta Cossia
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

Il dialogo tra la dottoressa Roberta Cossia, magistrato di sorveglianza, e il Prof Aparo, affronta un tema tanto complesso quanto delicato: cosa succede dopo una condanna e perché molti giovani finiscono per delinquere.

Un primo dato che riferisce la dott.ssa Cossia smonta molte delle nostre paure quotidiane: grazie alle misure alternative al carcere (come l’affidamento ai servizi sociali o i percorsi terapeutici), le persone che tornano a commettere reati sono calate dall’80% a meno del 10%. Questo significa che aiutare un condannato a reinserirsi nella società non è un atto di pura bontà o debolezza, ma una scelta intelligente che rende le nostre città più sicure, anche se i telegiornali e i social tendono spesso a raccontare un paese molto più pericoloso di quello che è in realtà.

Quando il discorso si sposta sui più giovani, si cerca di capire da dove nasca questa rabbia. Oggi i ragazzi si trovano a vivere in una profonda solitudine, senza veri punti di riferimento e con l’illusione del mondo digitale che accorcia le distanze ma aumenta il senso di minaccia.

La dott.ssa Cossia punta il dito contro l’ossessione per il successo e il merito a tutti i costi, una competizione continua che stritola chi non ce la fa, trasformando la delusione in rabbia.

Il Prof Aparo, d’altra parte, spiega che chi fa una rapina o spaccia non è semplicemente un ragazzo “debole” o sfortunato, ma qualcuno di profondamente arrabbiato che si sente invisibile e usa l’illegalità come una scorciatoia per sentirsi potente, importante e rispettato in un mondo dal quale si sente lasciato ai margini.

Per salvarli, l’unica strada è quella di un rapporto umano vero con le istituzioni, che non devono pretendere solo obbedienza, ma devono dare ai ragazzi gli strumenti culturali per crescere e diventare responsabili.

Trovo che questo confronto metta a nudo il più grande difetto della nostra società. Pretendiamo che tutti siano sempre perfetti, vincenti e performanti, dimenticandoci che la vita è fatta anche di fragilità, cadute e punti di partenza totalmente diversi. Curare la criminalità solo con la paura o con la prigione è come voler curare una malattia ignorandone la causa. I dati parlano chiaro, la riabilitazione funziona molto meglio della semplice punizione.

Sono stata molto colpita dall’umanità della dott.ssa Cossia quando le ho sentito confessare il peso enorme che si porta dentro per un errore commesso in passato: è la prova che la giustizia ha bisogno di sensibilità e intuito, cose che nessuna macchina o intelligenza artificiale potrà mai replicare.

Infine, condivido in pieno l’idea del Prof sul “teorema di Pitagora” come simbolo dell’educazione, chi ha sbagliato non va compatito o trattato con buonismo, ma va sfidato a crescere. Solo attraverso lo studio, la cultura e la dignità della parola un ragazzo arrabbiato può capire il valore di se stesso e degli altri, smettendo di essere un pericolo e diventando finalmente un cittadino.

L’intervista a Roberta CossiaLe Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

 

L’intervista a Lara Giovanelli

Riflessioni sull’intervista con Lara Giovanelli
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

L’intervista a Lara Giovanelli consegna a chi ascolta il suo recente percorso di trasformazione umana e professionale, stimolato in buona misura dall’incontro con il Gruppo della Trasgressione.

Lara, consulente aziendale e psicologa, racconta come il suo tirocinio nel contesto carcerario si sia trasformato in una vera rivoluzione interiore, spostando il suo focus dall’organizzazione del lavoro alla comprensione della devianza intesa, non già come etichetta, ma come fenomeno clinico e umano. All’inizio l’impatto col carcere e con i detenuti è stato per lei destabilizzante, al punto da farle temere di non poterne reggere la complessità, ma con il tempo Lara ha sviluppato una resilienza che le permette oggi di porsi in un ascolto attivo e profondo delle storie “sbagliate” dei detenuti.

Il lavoro del Gruppo si distingue per la sua lentezza e per la capacità di portare bellezza e cultura in carcere, strumenti ritenuti indispensabili per generare libertà interiore e consapevolezza.

Lara descrive il suo ruolo come quello di uno “strumento utile” alla prevenzione e al reinserimento, sottolineando come atti concreti di fiducia, come accompagnare personalmente un detenuto in radio (Ignazio Marrone), siano fondamentali per abbattere le barriere del pregiudizio e dell’indifferenza.

L’aspetto che più mi ha colpito in questo scambio è la distinzione che si fa tra l’autorità che impone e la guida che ispira. Mi affascina l’idea che la legalità non debba essere insegnata attraverso il timore della sanzione, ma “seducendo” l’individuo verso il piacere della partecipazione sociale. È un concetto potente, trasformare la norma da un limite esterno a un’esigenza interna dell’individuo. In un mondo che spesso corre verso soluzioni punitive e sbrigative, l’elogio della lentezza e dell’empatia proposto da Lara e dal Prof ci ricorda che il vero cambiamento richiede tempo e, soprattutto, la capacità di vedere l’uomo oltre l’errore commesso.

Posso comprendere le parole di Lara quando dice che è stato destabilizzante all’inizio. Durante i primi incontri col gruppo io mi sentivo quasi inutile rispetto alla portata delle storie dei detenuti. Ma con il tempo ho capito che anche con le parole più semplici si può aiutare a stare meglio. I detenuti sono persone come tutti, non hanno bisogno di essere trattati con i guanti, necessitato uno stile comunicativo diretto e incisivo, come quello del Prof.

Questo percorso arricchisce tutte le persone che partecipano: noi esterni, in quanto le parole dei detenuti sono nutrienti per vedere le cose da un altro punto di vista, e loro, che si devono sentire accolti e non giudicati da noi. E’ un rapporto grazie al quale ci si influenza e ci si arricchisce a vicenda con i contenuti e con le emozioni che ogni volta nascono al tavolo del gruppo.

Sofia Pellini

L’intervista a Lara GiovanelliLe Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Marisa Fiorani a Delitto e Castigo

Riflessioni sulle interviste con Marisa Fiorani 
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

Marisa Fiorani è una madre che ha vissuto la tragedia indicibile di perdere la figlia Marcella, assassinata dalla Sacra Corona Unita in Puglia. Marisa racconta il suo primo, drammatico impatto con questa realtà, racconta che, all’inizio, dolore e rabbia quasi non le permettevano di vivere.

Ma col tempo e con l’incontro con Libera, Marisa ha imparato a non sentirsi prigioniera del dolore, fino a farlo diventare motivo per conoscere la storia di chi ha commesso reati. Questo l’ha motivata a chiedere al dott. Francesco Cajani di farle conoscere il carcere e, da lì, il suo incontro col Gruppo della Trasgressione.

La prima volta al tavolo, con commozione, ha raccontato la sua storia. Poco dopo un membro del gruppo – un uomo con un passato pesante legato alla criminalità organizzata – si è alzato e l’ha abbracciata. Da quel momento si è rotto un muro, si è aperta una breccia attraverso la quale il “carnefice” prova a incontrare la propria e altrui umanità.

Nel corso dell’intervista il Prof interviene per spiegare la filosofia che muove gli incontri del gruppo: l’obiettivo non è fare del semplice volontariato o della beneficenza, ma creare un “contenitore emotivo” in cui la sofferenza di chi ha subito il reato e il percorso di rielaborazione di chi lo ha commesso possano incontrarsi. In questo spazio non ci si siede per osservare gli altri, ma per partecipare attivamente. Allo stesso tempo, il silenzio, in questi contesti, ha un valore terapeutico immenso, si sta zitti per accogliere il dolore dell’altro e per aiutarlo a stare in piedi mentre si mette a nudo.

Questo percorso ha permesso a Marisa di trasformare la sua sofferenza in qualcosa di utile per la società, specialmente attraverso gli incontri con le scuole, dove la sua testimonianza e quella dei detenuti diventano uno strumento potente di prevenzione per i giovani.

La storia di Marisa tocca delle corde che fanno tremare le mani perché mette di fronte alla domanda più difficile di tutte: cosa faresti se ti strappassero la cosa più cara al mondo?

La reazione naturale sarebbe l’odio, un muro di cemento armato contro chi ti ha fatto del male. Eppure, la sua scelta di sedersi allo stesso tavolo con chi ha fatto parte di quel mondo criminale dimostra un coraggio quasi sovrumano, che va ben oltre il concetto tradizionale di perdono. Non si dimentica e non si sminuisce l’orrore, ma si cerca di capire che l’odio sterile finisce per consumare chi lo prova, diventando una seconda condanna.

L’intuizione del Prof trova qui la sua conferma più alta, il dolore non si cura con i manuali, ma offrendo un luogo sicuro dove farlo straripare. Quando un ex detenuto abbraccia una madre vittima, in quel singolo istante si rompe il circuito della violenza che alimenta le mafie e la devianza. È una giustizia che non si accontenta di applicare un codice penale dentro una cella, ma che cerca di ricostruire il tessuto umano strappato.

Fa riflettere anche la critica implicita alla nostra quotidianità: siamo troppo, e inopportunamente, abituati a delegare la giustizia alle istituzioni, a chiudere i problemi dietro le sbarre per non vederli, pensando che la punizione, da sola, basti a risolvere il male.

Questa testimonianza ci ricorda che il carcere, senza un percorso di profonda rielaborazione emotiva e senza un ponte con l’esterno, rimane solo un vuoto a perdere. In una società che scappa dalla sofferenza e che cancella chi sbaglia, l’esempio di questo incontro ci spinge a chiederci se siamo pronti a guardare oltre i nostri pregiudizi, ad ascoltare davvero le storie degli altri e ad accettare le nostre stesse fragilità come parte di un cammino comune.

Sofia Pellini

Marisa Fiorani, Marisa e Antonio Tango, Marisa e Flavio Merlo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Sul trasfert

Sono Domenico Mazzitelli, detenuto al carcere di Opera con pena all’ergastolo e frequento da tanti anni il Gruppo della Trasgressione.
Il dott. Aparo, ogni mercoledì, ci intavola tematiche sulle quali ognuno di noi esprime i propri punti di vista; la settimana scorsa ci ha parlato di transfert. Ho riflettuto sul punto, così mi sono deciso a scrivere qualcosa che spero diventi un argomento da discutere insieme al tavolo.

Il transfert è un processo invisibile attraverso cui un dolore mai elaborato cambia bersaglio. Non scompare, non si spegne: si sposta. Un bambino cresce in una casa dove la figura che dovrebbe proteggerlo è la stessa che lo ferisce. Il padre lo umilia, lo picchia, lo terrorizza. Ogni insulto diventa una cicatrice, ogni abuso un mattone che contribuisce a innalzare un muro dentro di lui. Da piccolo non può reagire, è troppo debole, troppo dipendente e troppo spaventato.

Così la rabbia resta intrappolata. Con il passare degli anni quell’odio verso il padre diventa parte della sua identità. Mentre gli altri costruiscono relazioni, lui coltiva rancore. Dentro di sé continua a rivivere le stesse scene, come in un film che non smette mai di essere proiettato. Da adulto, il padre non è più presente oppure non rappresenta più una minaccia reale, ma la rabbia è ancora lì, intatta. Non avendo mai trovato uno sfogo serio o una possibilità di guarigione, cerca una via d’uscita.

È qui che nasce il transfert: il bersaglio originale viene sostituito da altri individui. Le persone che incontra diventano simboli inconsci del padre che ha odiato per tutta la vita; un’offesa minima viene percepita come un’aggressione. La reazione non è proporzionata al presente perché appartiene al passato.

Quando esplode, la sua violenza non è diretta soltanto contro le vittime che ha davanti; in realtà egli sta combattendo contro il fantasma del padre che continua a vivere nella sua mente. Ogni atto criminale diventa un tentativo distorto di vendicarsi di chi gli ha rubato l’infanzia. Tuttavia la vendetta non funziona, nessuna vittima potrà sostituire davvero il responsabile originario del suo dolore.

Una persona ferita trasforma la propria sofferenza in sofferenza per gli altri. Il trauma iniziale non viene risolto ma replicato. Le vittime cambiano mentre la rabbia resta la stessa.

Questa dinamica mostra come gli abusi infantili possano generare conseguenze profonde e durature. Non tutti coloro che subiscono violenza diventano violenti, ma quando il trauma viene represso o alimentato dall’isolamento, può trasformarsi in una forza distruttiva capace di deformare la percezione della realtà e delle relazioni umane.

Il transfert, in questo contesto, è il passaggio del dolore da una persona all’altra, un’eredità tossica che si muove attraverso la rabbia, finché qualcuno non riesce a interrompere il circolo.

Questi processi non si verificano solo tra le mura domestiche, ma anche nelle scuole, sui social, nei rioni in degrado dove si creano i branchi e si pratica bullismo su ragazzi più deboli o problematici.

Credo che vada fatta più prevenzione dalle istituzioni con personale competente, aiutando i ragazzi nelle loro problematiche ed evitando il cammino verso la devianza, perché purtroppo aumenta sempre di più la piaga sociale della criminalità.

Domenico Mazzitelli

Percorsi della Devianza

L’intervista a Ignazio Marrone

Riflessioni sull’intervista con Ignazio Marrone 
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

L’intervista con Ignazio Marrone mi ha colpito soprattutto per il modo molto umano con cui emerge il suo bisogno di sentirsi riconosciuto, apprezzato e voluto bene. A differenza di altre testimonianze in cui il potere criminale viene raccontato principalmente come dominio sugli altri, nel suo caso sembra esserci soprattutto il desiderio di essere accettato e considerato importante attraverso ciò che faceva per gli altri, anche se in modo illegale.

E’ cresciuto in un contesto in cui la criminalità era già presente nella vita familiare, fin da piccolo vedeva il padre e il fratello come modelli da imitare, e alcune azioni illegali venivano percepite come pratiche normali. Quando si trasferì dalla Sicilia a Milano, affrontò un momento difficile, era lontano dalla famiglia, dalle amicizie e dai luoghi in cui era cresciuto. Da lì inizia progressivamente a delinquere insieme al fratello, entrando sempre di più in un ambiente criminale legato al traffico di auto rubate e ai rapporti con la ’Ndrangheta.

Ignazio racconta la propria devianza non tanto come ricerca di violenza, ma come una forma distorta di gratificazione personale, dice che si sentiva quasi un “Robin Hood delle macchine”, rubava auto, smontava i pezzi e aiutava altre persone a sistemare le proprie vetture.

Il problema è che in quel momento vedeva soltanto la gratitudine di chi riceveva il favore, mentre era completamente cieco rispetto al dolore provocato a chi subiva il furto. Questo aspetto fa riflettere molto su come una persona possa costruirsi una giustificazione morale per le proprie azioni quando vive per anni dentro determinati ambienti.

Il Prof spiega che Ignazio sembra avere un bisogno fortissimo di sentirsi apprezzato dagli altri, lui stesso racconta di sentirsi bene quando qualcuno gli sorride, lo ringrazia o gli dimostra affetto. In passato cercava questo riconoscimento attraverso il denaro, i favori e il potere legato alle attività illegali, oggi invece sembra cercarlo attraverso relazioni più autentiche e attraverso il lavoro.

Ho trovato molto significativo il rapporto che Ignazio ha con i suoi i figli, racconta che da piccoli lo vedevano quasi come un eroe, soprattutto perché riusciva a comprare loro tutto ciò che desideravano. Dopo l’arresto, però, il figlio ha iniziato a soffrire profondamente sia per la sua assenza sia per le conseguenze sociali della detenzione.

Mi ha colpito il momento in cui Ignazio dice di aver dovuto spiegare al figlio che lui non era un eroe e che non doveva nascondere la verità sulla sua situazione e dimostra quanto sia importante, all’interno di un percorso di cambiamento, imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni davanti alle persone che si amano.

Secondo me, uno dei punti più significativi dell’intervista riguarda proprio il valore educativo del carcere. Ignazio racconta più volte quanto siano stati importanti per lui il lavoro, il confronto con il Gruppo della Trasgressione e il sentirsi utile agli altri, dice che, proprio per questo,  il carcere dovrebbe offrire più possibilità lavorative, più studio e più percorsi di confronto umano. Non si cambia solo attraverso la punizione, ma soprattutto quando viene data la possibilità di sentirsi utile, responsabile e riconosciuto in modo positivo.

Trovo interessante, infine, come è cambiato il suo rapporto con le regole. Ignazio afferma che oggi si sente addirittura più libero rispettando le norme rispetto a quando viveva nella criminalità. Questo mi sembra molto importante, perché mostra una nuova idea di libertà, non più una libertà egoistica costruita senza pensare agli altri, ma una libertà che esiste insieme al rispetto delle altre persone, un po’ quello che alla fine diceva anche Alessandro Crisafulli.

Sofia Pellini

L’intervista a Ignazio MarroneLe Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Il Giornale del Falso o della 4° ESSE

Il Giornale del Falso o L’Officina della 4° ESSE
è una rubrica nata diversi anni fa al Gruppo della Trasgressione e che sta avendo in questi giorni una improvvisa rifioritura.

Smarriti di fronte a notizie, spesso tali da non potersi distinguere se si tratti di provocazioni o di dilagante follia, abbiamo pensato di riattivarla. Non si può escludere, infatti, che notizie dichiaratamente false possano contenere spunti e criteri utili per non lasciarci confondere dalle “verità” che continuano a raggiungerci da tutte le parti del mondo.

Chi avesse piacere di contribuire alla rubrica con proprie “notizie” può inviare il proprio contributo alla nostra mail: associazione@trasgressione.net.

Per partecipare non occorre essere componenti del Gruppo della Trasgressione; basta dire fesserie, purché rispondenti al vincolo della 4° ESSE.

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

Arte e norme di sicurezza

A partire dal 2027, tra i criteri per il riconoscimento della conformità a norma delle aule di tutti i licei d’Italia, rientrerà, oltre al rispetto delle direttive tecniche sulla sicurezza, la necessaria presenza di un’opera d’arte all’interno dello spazio didattico.

La decisione è stata presa dal Ministero dell’Istruzione a seguito dell’esito positivo di alcune prove svolte all’interno degli istituti milanesi. L’esperimento, che ha visto coinvolte alcune classi di diversi indirizzi e da diverse zone della città, è consistito nella collocazione, all’interno delle aule, di dipinti, tavole, sculture e altri manufatti dal valore storico-artistico da tempo dimenticati nei depositi dei musei di Milano.

Si è osservato come tutti gli studenti, indipendentemente dall’indirizzo di studio o dalla zona di provenienza, si siano adoperati (in totale autonomia) per creare all’interno dell’aula un’atmosfera compatibile con la presenza dei nuovi ospiti: sono scomparse le scritte sui banchi, è aumentata la pulizia degli spazi e si è abbassato notevolmente il volume delle voci; inoltre, è stato notato un radicale calo dei litigi e un’esponenziale crescita dell’interesse per lo studio.

Si valuta la possibilità di estendere tale iniziativa a tutti i luoghi di lavoro e/o di ritrovo sociale del Paese.

Beatrice Ajani

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S

ECHO – RR Radio Ragione

Da ottobre dello scorso anno va in onda una nuova trasmissione radiofonica che, in pochi mesi, ha rivoluzionato il modo di fare informazione e intrattenimento.

Tutto nasce da un’indagine di mercato condotta tra il 2022 e il 2024, dalla quale è emerso un dato tanto semplice quanto sorprendente: gli ascoltatori tendevano ad abbandonare una trasmissione ogni volta che lo speaker esprimeva opinioni lontane dalle proprie convinzioni. Più il conduttore si mostrava contrario alle idee dell’ascoltatore, maggiore diventava il calo degli ascolti. Le principali emittenti europee hanno registrato una progressiva diminuzione del pubblico e, secondo alcuni analisti, molte di esse sarebbero state costrette a chiudere nel giro di pochi anni.

Viste le difficoltà del periodo per le radio, un ingegnere informatico ha deciso di investire tempo e risorse in un progetto destinato a cambiare il futuro della radio. Dopo aver riunito un’équipe composta da esperti di intelligenza artificiale, psicologi cognitivi e analisti del comportamento, sono iniziati due anni di ricerche con un unico obiettivo: creare una trasmissione in grado di non perdere mai un ascoltatore.

Nacque:  Echo.

Si tratta di un software che, una volta installato sullo smartphone o integrato nella radio dell’automobile, crea un profilo estremamente dettagliato dell’utente. Analizzando i contenuti visualizzati sui social network, le ricerche effettuate online, i podcast ascoltati, le preferenze musicali e perfino il linguaggio utilizzato nei messaggi vocali. Il sistema è in grado di comprendere gli interessi, le convinzioni e i valori della persona.

Lo speaker viene sostituito da una voce artificiale, praticamente indistinguibile da quella umana, capace di modificare in tempo reale il contenuto della trasmissione. Se un argomento divide l’opinione pubblica, ogni ascoltatore riceve una versione diversa del programma: la voce conferma le sue idee, sostiene le sue opinioni e argomenta sempre nella direzione che l’utente considera corretta. Così, due persone, sintonizzate allo stesso momento sulla stessa stazione radio, possono ascoltare due trasmissioni completamente diverse, entrambe convinte di ascoltare quello che realmente accade nel mondo.

Secondo i dati diffusi dagli sviluppatori, nei primi mesi di sperimentazione gli ascolti sono aumentati del 74%, mentre il tempo medio trascorso all’ascolto è quasi raddoppiato. Anche i messaggi di protesta inviati alle emittenti si sono ridotti drasticamente.

Per la scienza si tratta della radio del futuro: una radio capace di comprendere davvero ogni ascoltatore. Alcuni esperti, però, hanno espresso forti preoccupazioni. Se ogni persona ascolta soltanto ciò che desidera sentirsi dire, il rischio è che il confronto con idee diverse scompaia del tutto, lasciando spazio a una realtà costruita su misura per ciascuno.

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Confrontarsi con chi la pensa diversamente è spesso faticoso. È più semplice cercare persone, programmi e contenuti che confermino le nostre convinzioni, perché ci fanno sentire compresi e ci danno la rassicurante sensazione di avere sempre ragione. Eppure è proprio il confronto con idee diverse che ci permette di mettere in discussione noi stessi, di crescere e, talvolta, di cambiare. Forse il problema non è che qualcuno ci contraddica. Forse il problema nasce quando smettiamo di concedere a qualcuno la possibilità di farlo.

Giulia Arisci

Il Giornale del Falso e L’officina della 4° S