Distanza e vicinanza

Il diritto penale è per noi vicino e lontano alla stesso tempo. Nel caso concreto rifuggiamo i suoi interventi, di cui abbiamo timore. Ma dal diritto penale ci lasciamo anche affascinare e, naturalmente, viviamo all’interno del suo ordine.

Il diritto penale è un po’ come il calcio: senza che ci riflettiamo sopra particolarmente, appartengono entrambi alla quotidianità di molti di noi. Abbiamo quasi tutti una certa idea di quale sia la materia trattata, di quali siano le regole secondo cui si procede e di quali siano alla fine i fattori decisivi. […] Nel calcio come nella punizione, molti di noi hanno un’idea chiara e precisa di cosa vada punito e in che modo, che a punire sia l’arbitro o il giudice penale. Così, non di rado, sia l’arbitro sia il giudice sono attorniati da esperti che la sanno lunga almeno quanto loro, e glielo dicono anche, quando ritengono che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. Quasi sempre questi esperti hanno una idea precisa di cosa sia giusto e cosa sia ingiusto: nel calcio come nel diritto penale, tendiamo a formulare giudizi rapidi e decisi, e spesso il nostro sentire è forte e chiaro […].

Questa però non è tutta la verità. Il diritto penale ha anche un lato oscuro, estraneo. Solo quando entrambi gli aspetti si fondano assieme, il lato vicino e quello lontano, alla fine si delinea un quadro completo della natura del diritto penale e della punizione.

[…] Il diritto nel suo insieme è estraneo alla maggior parte delle persone, e a molti risulta piuttosto sospetto. A scuola si studia tutto quello che più tardi potrà essere utile, dalla matematica alla storia e alla geografia, passando per le lingue straniere. Invece il diritto non è mai riuscito ad affermarsi nei programmi scolastici. Chi lascia la scuola non sa praticamente nulla di diritto, e quello che sa non potrà inquadrarlo in maniera attendibile.

Il fatto è che il pensiero giuridico non è facilmente comunicabile, e per capire le sue regole e la sua prassi occorre molto tempo. Solo una piccola parte, quella meno importante, si lascia osservare e sistematizzare. Il pensiero giuridico non può essere studiato, può essere solo acquisito tramite l’esercizio […].

Ma questa è solo una faccia della medaglia. L’altra faccia è data dalla circostanza che il diritto penale è ed è sempre stato anche uno spettacolo affascinante, una seduzione oscura. […] I moderni mezzi di massa, persino i quotidiani più seri che conoscono il loro pubblico e sanno per tenerselo stretto devono anche intrattenerlo, utilizzando il fascino irradiato dal diritto penale e ne sono allo stesso tempo soggiogati. […] Tale visione del “diritto penale” non ci appare affatto estranea, anzi. Finchè il diritto penale rimane relegato nei libri o nei film, e non ci raggiunge fisicamente, e finchè non è importante sapere con precisione che cosa sia e come funziona, molti di noi non hanno alcun problema ad avvicinarsi a questo ambito della vita, a lasciarsene affascinare e finanche a considerarsi esperti in materia e ad agire di conseguenza.

[W. Hassener, Perché punire è necessario, 2009]

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Contributi dal carcere per i cittadini di domani

Alle pagine su Genitori e Figli e su Area verde alcuni testi sul tema

Per le prenotazioni occorre inviare i propri dati alla mail cittadinidomani@gmail.com

  • specificando nominativo, luogo e data di nascita, residenza, numero del documento di identità e data di rilascio;
  • se, dopo avere ricevuto conferma dell’accreditamento, si decidesse di non partecipare, vi chiediamo di avvertire con mail di rinuncia, specificando nell’oggetto della mail la giornata

Istruzioni per presentarsi al carcere di Opera:

  • Martedì 19/11, presentarsi entro le ore 9:00 all’ingresso del carcere di Milano Opera (Via Camporgnago, 40 – Milano)

Le donazioni all’associazione Trasgressione.net non sono necessarie, ma ci sono bene accette, purché non eccessive :). Ci è invece gradito conoscere nella causale del bonifico chi condivide i nostri intenti.

 

La partita a bordo campo

L’iniziativa si snoda su tre giornate (10, 11, 12 novembre 2019). Per partecipare è indispensabile seguire le istruzioni sotto indicate e iscriversi entro il 5/11:  partitabordocampo@gmail.com

La partita a bordo campo  –  Il video di TG Regione

    • la domenica 10/11, ci sarà la partita di calcio vera e propria nel campo del carcere di Bollate. Vi si affrontano due squadre: una costituita da operatori penitenziari, l’altra da detenuti e studenti del Gruppo della Trasgressione e di altri gruppi che perseguono analoghe finalità nelle tre carceri di Bollate, Opera e San Vittore. Giocheranno sul campo Autorità istituzionali e detenuti che, dopo aver vissuto negli anni della devianza e nei primi tempi della carcerazione un sordo rancore verso l’autorità, oggi cercano di interiorizzarne i criteri e gli obiettivi grazie alle iniziative e alle attività rieducative presenti negli Istituti. Scopo della partita è, come in ogni gioco, puntare alla vittoria giovandosi delle regole che vengono interpretate e difese dagli arbitri in campo.
    • Il lunedì 11/11, la Partita a bordo campo continua con un convegno nel teatro del Carcere di Opera sulle finalità della punizione e sui criteri grazie ai quali Punizione possa fare coppia con Rieducazione: magistrati, operatori penitenziari e detenuti si interrogano, in una vera e propria tavola rotonda, sulle caratteristiche di una punizione che abbia come principale finalità l’interiorizzazione dei principi cui la punizione stessa si ispira e, in particolare: se e come la punizione possa avvicinare chi viola la norma con chi ne è interprete e tutore; se e come chi ha praticato e chi ha subito l’abuso possano insieme alimentare la coscienza collettiva ed, eventualmente, portarsi reciproco giovamento.
    • Il martedì 12/11, l’iniziativa si conclude nell’aula magna del Palazzo Giustizia a Milano, sede di grande valore simbolico, dove i protagonisti di conflitti e di contrapposizioni passate questa volta riferiscono e si interrogano su come viene interpretata la punizione in altri paesi europei (ne parleranno avvocati, magistrati, operatori penitenziari, docenti universitari). A conclusione della mattina del martedì, le riflessioni finali e i progetti di ricerca dei protagonisti dell’iniziativa in vista di un appuntamento per l’anno successivo.
    • Alle tre giornate parteciperanno alcuni familiari di vittime della mafia e della criminalità organizzata (Francesca Ambrosoli, Sandro Baldoni, Giorgio Bazzega, Elisabetta Cipollone, Marisa Fiorani, Paolo Setti Carraro), persone che hanno reagito alla perdita dei congiunti aprendosi a una ricerca che da qualche anno portano avanti insieme con i rei che hanno causato i loro lutti.

Le tre giornate sono aperte a tutti cittadini e, in particolare, a studenti universitari, neo professionisti e agli operatori del settore.

Per le prenotazioni occorre inviare i propri dati entro il 4 novembre alla mail Partita a bordo campo

  • specificando nominativo, luogo e data di nascita, residenza, numero del documento di identità e data di rilascio;
  • indicando nell’oggetto della mail la giornata alla quale si intende partecipare, cioè Domenica, Lunedì, Martedì;
  • inviando due o tre mail con oggetto specifico (“Domenica”, “Lunedì”, “Martedì”) se si intende partecipare a più di una giornata;
  • se, dopo avere ricevuto conferma dell’accreditamento, si decidesse di non partecipare, vi chiediamo di avvertire con mail di rinuncia, specificando nell’oggetto della mail la giornata

Istruzioni per presentarsi nella sede specifica:

  • Partita sul campo di calcio del carcere di Bollate, Domenica 10/11, ore 14:00. Presentarsi entro le 13:30 all’ingresso del carcere di Milano Bollate (Via Cristina Belgioioso, 120 Milano)
  • Convegno sulla punizione nel teatro del carcere di Opera, Lunedì 11/11, ore 9:30. Presentarsi entro le ore 9:00 all’ingresso del carcere di Milano Opera (Via Camporgnago, 40 Milano)
  • La punizione in Italia e negli altri paesi europei, 12/11, ore 9:30-12:30
    presso Aula magna di Palazzo Giustizia, ingresso Via Freguglia o Corso di Porta Vittoria, ore 9:00
    Per le prenotazioni occorre inviare i propri dati (Nome, Cognome, luogo e data di Nascita, Residenza, Numero del proprio documento di identità) entro il 4 novembre a Partita a bordo campo

Le donazioni all’associazione Trasgressione.net, pur se non necessarie, ci sono bene accette, purché non eccessive :). Ci è invece gradito conoscere nella causale del bonifico chi condivide i nostri intenti.

 

 


L’iniziativa rientra nei più ampi progetti:

Come introduzione alla problematica della punizione,

 

 

 

Il Mito di Sisifo

Perché ancora Sisifo?

Perché abbiamo acquistato il nuovo furgone, il furgone di Sisifo!

Ma anche e soprattutto perché Sisifo è l’immagine allo specchio di una parte di noi. Sisifo è un adolescente che vorrebbe diventare adulto e vorrebbe essere aiutato nel suo intento dagli adulti, intanto che, come buona parte degli adolescenti, dubita della serietà dell’adulto, dei genitori, delle autorità.

Sisifo, insomma, vorrebbe diventare grande, eroe, vorrebbe salvare il suo popolo dalla siccità. Per raggiungere lo scopo ha bisogno dell’aiuto degli dei, dei potenti, i quali però sono un po’ troppo distratti dai loro interessi personali.

La sua confusa fantasia, come per buona parte degli adolescenti, è combattere con i grandi, superarli e poi, una volta sicuro di essere approdato al mondo degli adulti, tornare a far pace con loro.

Ma il percorso è difficile; è difficile governare i sentimenti che accompagnano questo tragitto, anche perché il timore di non essere all’altezza del compito induce l’adolescente ad atteggiamenti velleitari e a coprire con la maschera dell’arroganza la sensazione di fragilità o addirittura di impotenza che egli vive. Sensazioni che, oltretutto, diventano massimamente destabilizzanti quando gli adulti non lo accompagnano in questo difficile cammino o, addirittura, lo respingono in conseguenza dei suoi errori, delle sue trasgressioni.

Se le cose vanno male, il pressante bisogno di essere appoggiato e riconosciuto dai genitori, dagli insegnanti, dalle autorità verrà sostituito dalla velleità di poter fare da solo, l’antica sensazione di fragilità diventerà un ricordo lontano e male accetto, la maschera dell’arroganza diventerà la parte più presente e riconoscibile della nuova identità.

E così, avanti, fino alla sfida con Giove e alla… fatica di Sisifo, pesante, inutile, senza fine, almeno fin quando non si torna a dialogare con il bisogno che ciascuno di noi ha di essere compreso e sostenuto mentre cerca, a volte sbagliando, il proprio ideale e la propria libertà.

Angelo Aparo

Gli scritti sul Mito di Sisifo

 

 

Il pre-partita

allenatore (7 anni): “allora, da dove vuoi iniziare?”

pubblico ministero (48 anni): “beh, che sia una cosa seria perchè se poi perdiamo la partita mi tocca dormire in carcere…”

allenatore: “perchè, se invece vincono i detenuti escono?”

 

La partita a bordo campo

Mangem in strada

L’invito è in Milanese, ma mi sento in dovere di puntualizzare, soprattutto a beneficio di chi fa il tifo per la Lega, che a far da mangiare sono detenuti ed ex detenuti del Gruppo della Trasgressione. Fra questi, uno viene dalla Siria, Khaled Al Waki; un altro, Isaia Schena, viene da Bergamo e ha un nome che fa pensare agli Ebrei.

Siamo persone

Lo scorso 5 giugno 2019 il Gruppo della Trasgressione ha avuto, grazie alla collaborazione con la direzione di Opera, un incontro con i detenuti e i loro famigliari, come si è soliti fare ogni anno.

Lo scopo primario della ricorrenza è quello di mostrare a mogli, figli e persone care il percorso che il detenuto può compiere all’interno dell’istituto penitenziario quando gli vengono date le possibilità e, soprattutto, gli strumenti per farlo. La giornata intendeva dare spazio all’evoluzione di tutti i detenuti che fanno parte del gruppo, ma questa volta è stato preso Vito Cosco come emblema del cammino collettivo.

Cosco è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo e sta scontando la sua pena nel carcere di Opera. Quel giorno è stato invitato a rendere pubblico il testo che aveva portato al gruppo la settimana prima, uno scritto impegnativo che parla, pur se contraddittoriamente, di pentimento, evoluzione, valori appresi, di sofferenza, di silenzio protratto per anni, di condanna, di odio, di mancanze.

In merito a quella giornata, sono state scritte considerazioni da parte di detenuti, del coordinatore del gruppo Angelo Aparo, di Elisabetta Cipollone e anche della moglie di un detenuto. Penso sia importante fare attenzione a ogni osservazione, frutto dell’emozione con cui ognuno dei presenti ha vissuto quella suggestiva giornata. Spero che anche la mia possa dare un contributo e fornire uno spunto di riflessione.

Oltre che come componente del gruppo, io parlo qui in veste di figlia di un detenuto. Mio padre ha scontato diverse condanne penali in passato. Ho vissuto la realtà del carcere relazionandomi con detenuti fin da piccola, ma nutrendo una curiosità per questo mondo deviante, verso il quale si è soliti provare repulsione.

Leggendo lo scritto di Vito, per me è stato impossibile non attribuire quelle parole a mio papà, anche se, purtroppo, non le ho mai sentite dalla sua bocca.

Ha scontato le sue pene nel carcere di Novara, dove non sono presenti iniziative come quelle del Gruppo della Trasgressione; al contrario, i detenuti si limitano ad attendere il giorno del fine pena, ammesso che la loro condanna lo preveda. Con il susseguirsi delle carcerazioni ho visto mio padre cambiare, chiudersi; perfino il suo sguardo è diventato più spento, arrabbiato.

Credo che questo sia uno dei problemi più grandi del nostro paese. Ogni detenuto dovrebbe avere la possibilità, indipendentemente dalla gravità del reato commesso, di ricevere una rieducazione, un sostegno e un ascolto, anzitutto per riflettere sulle proprie azioni e per ritrovare la propria coscienza e, in secondo luogo, per affrontare in modo costruttivo la restrizione della libertà imposta dal sistema carcerario. La limitazione della libertà, seppur nella sua legittimità e correttezza, comporta infatti un cambiamento drastico nella vita della persona e credo che bisognerebbe dar loro i mezzi giusti per poterlo affrontare.

Se ciò non accade, il condannato, una volta fuori, non si sarà arricchito e nutrito di nulla e la stessa carcerazione si sarà rivelata inutile, anzi, circostanza aggravante alle condizioni già instabili del detenuto. Aumenterà inoltre la probabilità di commettere ulteriori atti devianti e di subire altre condanne, così come è successo a mio padre.

Ogni istituto penitenziario dovrebbe avere un Gruppo della Trasgressione, che accoglie tutti perché indipendentemente dalle azioni, al gruppo partecipano le persone. Durante gli incontri al gruppo, infatti, non ci focalizziamo sui reati commessi; io stessa non so nulla sulle ragioni per cui i detenuti si trovano ora a scontare le loro pene, ma poco importa. La nostra attenzione si rivolge ai valori che prima guidavano il condannato nella sua devianza e a come questi possano cambiare, divenendo così valori di umanità, cooperazione, moralità.

Quel giorno, mi sono rivolta a Christopher, figlio tredicenne di Vito, che come me ha vissuto il mondo carcerario fin da piccolo ma non per sua scelta. Mi sono sentita di suggerire a Christopher di non limitarsi a considerare suo padre per ciò che ha fatto, ma di provare a guardarlo per ciò che è oggi e per il percorso introspettivo che compie ogni giorno.

E se riescono i parenti di vittime ad assumere questa prospettiva incentrata non sul reato ma sulla persona, credo che tutti possano provare ad adottarla, o almeno questo è lo scopo che mi pongo come membro orgoglioso del Gruppo della Trasgressione.

Valentina Marasco

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La coscienza che abbiamo esiliato

Ho seguito, per come ho potuto, gli sviluppi della lettera di Vito Cosco; ho letto alcune reazioni dei giornali e le riflessioni dei miei compagni. Anche se in questo periodo non posso frequentare fisicamente il tavolo del gruppo, credo che Vito, durante l’incontro del Gruppo della Trasgressione con i parenti, abbia voluto comunicare il proprio senso di colpa a tutti i suoi familiari e in particolar modo al figlio di 13 anni, anche loro vittime del suo delirio e degrado morale.

C’e da dire che gli incontri del gruppo insieme ai nostri familiari, tenuto conto della nostra totale esclusione dalle loro vite e dal contesto sociale, costituiscono per noi detenuti una opportunità fondamentale per farli partecipare alla nostra vita, al nostro percorso di ravvedimento e un’occasione per consegnare loro la nostra crescita, la nostra emancipazione morale dall’abisso in cui eravamo precipitati con i nostri delitti.

Durante la mia lunghissima detenzione, per anni sono stato impegnato in attività scolastiche che mi hanno portato anche a conseguire un diploma. Ne ero fiero. Ero l’unico della mia famiglia in possesso di un titolo di studio. Ma devo ammettere che grazie al percorso col Gruppo della Trasgressione mi sono reso conto che, pur sapendo leggere e scrivere, avevo mantenuto un analfabetismo morale, funzionale ed emotivo.

Cresciuto e nutrito all’interno di una sub-cultura di violenza e di sopraffazione, ne sono rimasto contaminato e con me i miei ideali e gli obiettivi della mia adolescenza. A quel punto, quand’anche vi fosse stato il  “pulsante rosso”  era ormai troppo tardi; lo avrei comunque ignorato, evitato, eclissato.

I figli crescono e insieme a loro crescono le conseguenze del nostro operato; e così, mentre attorno a noi alimentiamo catene di degrado e di emarginazione, crescono anche quelle domande di fronte alle quali non puoi più mentire o tergiversare da vigliacco. La coscienza bussa come un tamburo, mentre aumenta la difficoltà di parlare con i nostri figli di quelle verità che fanno male.

Poterlo fare alla presenza e con la mediazione di esperti psicologi è un privilegio che ci offre il prezioso laboratorio del Gruppo della Trasgressione. Anni fa è successo a me e, grazie agli stimoli che mi ha fornito il gruppo, ho cominciato ad approcciarmi alla verità con le mie figlie; oggi penso, anzi ne sono sicuro, che anche le intenzioni di Vito vertevano in tal senso.

In parallelo alle vittime del nostro delirio, anche i nostri familiari sono vittime innocenti e inconsapevoli delle nostre scelte scellerate. Poter comunicare il risveglio della nostra coscienza ai nostri figli e ai nostri familiari, restituendo loro la nostra attuale consapevolezza, le nostre responsabilità, la nostra autenticità, è il metodo più efficace per riconciliarci con noi stessi e con la società e per proseguire in un sincero e complesso percorso di ravvedimento.

Caro dottore, ho letto la sua affermazione: “…mi rendo conto che si vive la sensazione di tradire la vittima prestando ascolto al balbettio del carnefice… e voglio dirle che si tratta di una sensazione solo apparente. Lei sa bene che dentro l’essere umano logica ed emozioni sono spesso in contrasto. Chi ha subito la perdita di un familiare, infatti, ha certamente bisogno che l’autore del delitto venga punito, ma desidera anche che la volontà del colpevole cambi direzione e che egli maturi coscienza del dolore provocato.

La pena non può esaurirsi nella punizione in senso afflittivo; questa non basta per lenire o per elaborare il dolore della perdita. Chi vive quel dolore, in fondo al cuore, sa bene di non poterlo curare col rancore, con la distanza e, men che meno, con la vendetta sociale. Il meticoloso lavoro di studio e di ricerca che si fa con il Gruppo della Trasgressione consiste soprattutto nell’analizzare gli aspetti che hanno portato al reato e nell’aiutare l’autore a riconoscere il degrado morale nel quale egli si è formato e che ha poi contribuito a diffondere.

Ma quello che il Gruppo della Trasgressione fa sopra ogni altra cosa è recuperare la coscienza che noi stessi abbiamo esiliato. Per riuscirci, incontriamo con una certa frequenza anche familiari delle vittime disposti a prestare ascolto alle nostre storie, con i quali si cerca di capire ed elaborare insieme quel dolore che in una certa misura ci apparenta.

Pasquale Fraietta e Angelo Aparo

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Pasquale Fraietta 

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Gli scritti originali

Dopo lo scritto di Vito Cosco e i commenti che ne sono derivati al tavolo interno e all’incontro allargato fra i detenuti e i loro familiari, il gruppo ha prodotto oltre una ventina di testi, buona parte dei quali sono già on line su Voci dal Ponte.

È mia abitudine ritoccare gli scritti prima di pubblicarli; ne correggo gli errori, cerco di renderli più scorrevoli e coesi; qualche volta aggiungo persino dei concetti perché spero che l’autore impari dalle correzioni e dalle aggiunte. Dal mio punto di vista, gli scritti sono uno strumento per far comunicare i detenuti col mondo esterno, ma anche un modo per comunicare io stesso con l’autore e con tutto il gruppo. Alle volte espando passaggi che nel testo originale sono appena accennati, nel tentativo di stimolare l’autore del testo e l’intero gruppo a dare maggiore spazio a embrioni di idee che a me sembrano importanti e a riflettere sui nessi e sulle contraddizioni di cui abbondano i nostri pensieri.

Ci sono volte in cui questi miei tentativi vanno a bersaglio, con il detenuto orgoglioso di leggere il proprio testo, quando lo trova più scorrevole e meglio articolato, e ce ne sono altre in cui i miei interventi sul testo risultano invece poco graditi.

Riconoscendo che questa volta il mio lavoro sugli scritti è stato anche più robusto del solito, ho voluto io stesso sollecitare il gruppo a esprimere un’opinione sulle modifiche. A tale scopo, lo scorso mercoledì (17/07/2019) alcuni dei testi pubblicati sono stati letti prima nella versione originale e poi nella versione ritoccata.

Ci siamo poi chiesti insieme se i miei interventi sui testi suonano più come sollecitazioni utili e comunque sintoniche con il pensiero dell’autore o se appaiono piuttosto come alterazioni delle intenzioni dello scrivente. Tralasciando complimenti e ringraziamenti del gruppo per la mia dedizione alla causa, mi sento in dovere di riferire che diverse persone hanno trovato i miei interventi un po’ “spersonalizzanti”, un po’ “monocordi”, un po’ “invadenti”, un po’ “forzature” del pensiero originale.

Il risultato finale e consensuale della giornata è stato che è comunque desiderabile rendere pubblico il testo originale, affiancato eventualmente da qualche mio commento. Ecco dunque l’aggiornamento dell’indice, con tutti gli scritti nella versione originale e in quella modificata (quando c’è), nella speranza che la cosa possa risultare gradita anche ai visitatori del sito che non frequentano i gruppi in carcere.

Angelo Aparo

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Rieducare gli sgabellieri

Il carcere dovrebbe avere una funzione riabilitativa per il condannato ma in realtà diventa l’università del crimine. Come mai succede questo?

Guarda, in proposito bisogna fare un po’ di chiarezza perché, sì, è vero che il carcere o – come dice la Costituzione – la pena deve tendere alla riabilitazione del condannato, però prima dobbiamo metterei d’accordo su che cos’è la pena. Intanto la pena serve soprattutto prima di essere applicata, non dopo. Quando viene applicata vuol dire che quella sanzione, quella minaccia di cui ho parlato poco fa ha fallito il suo scopo. Se la pena dell’ergastolo viene comminata a chi commette un omicidio, ha un senso nel momento in cui viene minacciata perché si spera che con quella minaccia l’omicidio non venga commesso. Nel momento in cui l’omicidio viene commesso lo stesso, la pena, sotto il profilo della prevenzione (che è quello più importante) si è rivelata inutile.

E tuttavia deve essere applicata… perché altrimenti se non venisse applicata fallirebbe come minaccia. Bisogna applicarla perché una volta che è stata minacciata, una conseguenza necessaria è l’applicazione della pena, soprattutto perché altrimenti nelle altre occasioni non funzionerà. Almeno si sa che se anche in quel momento non ha funzionato come minaccia, però viene applicata, quindi si spera che la prossima volta, anche evidentemente con riferimento ad altri soggetti, funzioni veramente.

Questa è la vera funzione della pena, la pena ha una funzione soprattutto nel momento in cui viene minacciata, non nel momento in cui viene applicata.

La nostra Costituzione, tuttavia, ha imposto al legislatore di far sì che una volta che questa pena venga applicata perché deve essere applicata, questa pena abbia questo carattere rieducativo. Evidentemente un carattere rieducativo lo dovrebbe avere già di per sé una pena, comunque venga applicata. Perché è chiaro che quella persona, avendo subito una pena, dovrebbe avere ulteriori remore a commettere un altro reato. Di fatto però avviene, soprattutto in riferimento a coloro che delinquono per la prima volta, che il contatto che il carcere provoca – naturalmente con altri che hanno commesso dei delitti – fa sì che si affilino, anzi, le capacità di delinquere di questa persona. Qual è la ragione? La ragione è che l’amministrazione carceraria in Italia è tenuta in una situazione assolutamente precaria, nel senso che lo Stato spende per la giustizia (e anche per l’amministrazione carceraria, che rientra nell’amministrazione della giustizia) appena lo 0,8 o 0,6 per cento del bilancio statale: molto meno di quanto non dedichi alla Rai, molto meno di quanto non dedichi ad altre attività. Cioè, una percentuale infinitesimale del proprio bilancio.

Lo Stato italiano non si è mai preso veramente carico dei problemi della giustizia. Il nostro, rispetto a quello di altri paesi, è uno dei bilanci più miserevoli con riferimento ai problemi della giustizia. Non voglio scandagliare le ragioni, dico però che è così.

È chiaro che, quando si può spendere così poco, le carceri possono restare in questa situazione precaria di affollamento e di poca possibilità lì dentro, addirittura, di far scuola o di fare attività sportive o di fare cultura o di fare opera di rieducazione, di riabilitazione. È chiaro che le carceri diventano soltanto un posto dove si è privati della libertà e in più si sta assieme agli altri delinquenti, e quindi non ci si redime affatto, ma si diventa più delinquenti. Ma non sicuramente per mal volontà dei direttori delle carceri o degli istituti di sorveglianza.

Quando io vado a interrogare i detenuti nel carcere di Marsala debbo chiedere quattro sedie, siccome normalmente quando si interroga un detenuto si è almeno in quattro persone: un giudice, un segretario, l’avvocato che difende l’imputato e l’imputato. [Ebbene, ndr] nel carcere di Marsala, che è sede di tribunale, non ci sono quattro sedie a disposizione del personale, e la sedia deve essere chiesta in prestito, o qualche sgabello preso nella cella di qualche detenuto, e il detenuto deve venire nella zona interrogatori con lo sgabello sottobraccio. Questa storia va avanti da tre anni. E tu mi parli di rieducazione dei carcerati? Ma lì bisognerebbe iniziare a rieducare gli sgabellieri, che dovrebbero pensare a procurarsi uno sgabello per fare almeno un interrogatorio in modo decente. Questa è la situazione, e una scarsa, anzi punta attenzione dello Stato a questi problemi, una scarsa o quasi punta destinazione di risorse finanziarie a questi problemi.

Paolo Borsellino, 26.1.1989

[incontro con i ragazzi di un liceo di Bassano del Grappa, dal min. 41.20 – trascrizione tratta da P. BORSELLINO, Cosa nostra spiegata ai ragazzi, PaperFirst, 2019]