Giustizia riparativa e criminalità organizzata di tipo mafioso

Quale piccolo contributo ad un dibattito tuttora in corso su un tema ancora poco studiato, concorde l’Autore volentieri pubblichiamo qui il resoconto di Andrea La Piana relativamente al Focus Group da lui condotto nell’ambito della sua interessante tesi di laurea.

La fecondità dell’imperfezione

Un racconto fra parole e musica, fra arroganze dure a morire e fragilità negate, in compagnia di Juri Aparo, Tonino Scala e dei componenti del Gruppo della Trasgressione. Le canzoni e gli interventi della serata sono un invito a collaborare con i nostri progetti e le nostre attività già in corso:

  • Associazione Trasgressione.net: interventi di prevenzione al bullismo nelle scuole medie superiori e inferiori, il teatro sul mito di Sisifo, convegni su i temi del gruppo, concerti della Trsg.band;
  • Cooperativa Trasgressione.net: consegne di frutta e verdura freschi a bar e ristoranti e a gruppi di consumatori associati, le bancarelle nei mercati rionali con gli stessi prodotti, il restauro di beni artistici, lavori di manutenzione e di piccola ristrutturazione.

Progettare e lavorare con chi ha commesso reati
giova al bene collettivo e alla conoscenza dei percorsi devianti
più della pena che il condannato sconta in carcere

A tutte le persone che intendono partecipare chiediamo di contribuire al buon esito dell’iniziativa osservando le seguenti indicazioni:

  • Le richieste di prenotazione (obbligatoria) al concerto vanno inoltrate a associazione@trasgressione.net specificando chiaramente:
    Nome e Cognome, Luogo e Data di nascita e N° Carta d’identità;
  • Ingresso 10 euro.
  • Le prenotazioni possono essere inoltrate individualmente, ma per snellire il nostro lavoro chiediamo la cortesia, quando è possibile, di cumulare più richieste in un’unica mail.
  •  E’ indispensabile essere presenti all’ingresso entro le 19:30. Via Camporgnago 40, Milano. I parenti dei detenuti sono invitare a entrare alle 19:45.
  • Allo scopo di facilitare i controlli all’ingresso e per evitare ritardi è necessario presentarsi senza cellulari, senza oggetti elettronici, chiavette USB, ecc.

 

La squadra anti-degrado

Cosa me ne faccio della mia consapevolezza?

<< Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio é discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.
L’inferno dei viventi non é qualcosa che sarà; se ce n’é uno é quello che é già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo é rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non é inferno e farlo durare e dargli spazio>>

Calvino, Le città invisibili

 

Della serata del 16 marzo scorso, in carcere a Opera per “Lo strappo”, mi sono rimaste in mente tante piccole cose, immagini, frasi, domande, abbozzi di ragionamento.

– Gli occhi del detenuto dietro al computer e a sistemare l’audio (quando davano i croccantini al gatto, o mi dicevano che serate come queste erano importanti, o si scusavano che la tecnologia era un po’ quella che era)… a me sembravano occhi che ridevano.

Una difficoltà tecnica che mi è sembrata emblematica: Alex che doveva leggere il testo della strage di Pizzolungo non aveva abbastanza luce per leggere; il mio microfono – quando dovevo recitare le parole di una vittima – si rifiutava di funzionare. Vittime ineffabili. Erano giorni che mi chiedevo quanto fosse difficile dare voce alle vittime, lì dentro.

– Il rammarico per la domanda di un detenuto che chiedeva conto della propria detenzione. Rammarico, perchè possiamo ipotizzare non lo sapesse davvero, o non avesse in mano strumenti per capirlo, o le persone a cui chiederlo non sapeva chi fossero o non gli davano ascolto… Rammarico perchè sembrava non avere gli strumenti per cogliere che era impossibile che quella sua domanda ricevesse una risposta in quella sede. Rammarico perchè, da quel che diceva, era probabile uscisse da lì a breve, e il tono con cui parlava in quel contesto non sembrava essere quello di una persona che avesse fatto bene i conti con la propria storia.
(Eppure, possiamo prenderla sul serio, quella domanda? Ha poi avuto risposta? E la risposta è stata capita?)

– La delusione nelle spalle di quel ragazzo che quando ha chiesto al magistrato cosa lo avesse spinto a intraprendere quella carriera si è visto negare la risposta. E io che invece pensavo che quella domanda fosse azzeccata e avesse assolutamente a che fare con lo strappo e la volontà di ricucirlo, avesse a che fare con quella cosa potente che è immaginarsi grandi (e mi sono sincerata – cuore di mamma dicono – che in separata sede abbia ricevuto una risposta da Franco Roberti mentre insieme uscivano dal carcere, e almeno questa so che è una parentesi a lieto fine).

– Con riferimento alle letture iniziali, e alla parte recitata schiena contro schiena fra vittima/carnefice: e al di là del microfono, della mia performance migliorabile… ripenso che nelle ore/giorni precedenti ero molto tesa al pensiero della possibile reazione dei detenuti, almeno tanto quanto ero tesa al pensiero delle vittime presenti in sala (Che moti dell’animo mi potrò aspettare? E se la nostra interpretazione risultasse inadeguata… addirittura offensiva? E la nostra scelta dei testi come sarà giudicata? C’è chi ha parlato addirittura di arancia meccanica… quelle letture, fanno troppo male? Troppo o troppo poco? Sono servite?)

– Ambrosoli che dice di non essere cresciuto pensando di essere una vittima, di aver cercato di evitare questo alibi. E il mio pensiero va alle guide che ha incontrato sul suo cammino. Chissà se saprei essere così brava…

– Ambrosoli che fra tutto quello che poteva dire sceglie di dire che si dispiace per non aver immaginato che uno dei detenuti avesse una figlia. Di aver perso una occasione di curiosità. Accidenti.

– la domanda “cosa me ne faccio della mia colpevolezza“, che un detenuto ha rivolto alle Istituzioni. Non ero nella testa di quel detenuto, e mentre la faceva mi ero chiesta se il sottotesto – il non detto – in quella affermazione fosse la denuncia  “non ci vengono dati contesti in cui poter esprimere la nostra crescita“. Il magistrato che ha risposto “ad esempio la prevenzione al bullismo è una cosa bella per ricucire lo strappo” l’ha letta come domanda effettiva, non come domanda provocatoria. E se era una vera domanda, da un lato volevo rispondere che io ad esempio mi sono stupita/commossa quando mi hanno accennato del progetto di prevenzione al suicidio in carcere portato avanti dai detenuti, che mi è sembrata una idea bellissima, geniale, importante.
Dall’altro lato, quella domanda nella mia testa era subito diventata “cosa me ne faccio della mia consapevolezza“. E volevo rispondere: “eh, grazie. Sarebbe bello che qualcuno ci dicesse cosa dobbiamo fare da grandi“. Sarebbe tutto più semplice. Ma non è così, nemmeno per noi.
Nella cucina della vecchia casa di mia madre, lei aveva appeso un sacco di frasi e foto che le piacevano. Frasi della Bibbia, poesie, cose così. C’era anche una foto di un muro, con una scritta che recitava: “Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo“. E lei che era una insegnante di italiano alle medie, mi diceva “sai, perchè questa frase è importante? Il primo vero ostacolo perchè il figlio di un bracciante diventi un imprenditore o un professore universitario, o qualunque altra cosa non sono i soldi, ma è l’immaginazione. Non si immagina in quel ruolo. Non si immagina diverso”. È l’immaginazione la risorsa più potente da sviluppare. E ripenso a Juri, che fa diventare i detenuti educatori e nel farlo regala una possibilità di “immaginarsi diversi” pazzesca. E come lui molti altri.
Quindi, in quel frangente, a Opera, pensavo che la mia risposta unica possibile e forse la più seria risposta a quella domanda sarebbe pertanto una domanda: “come lo sogni, tu, il tuo futuro, facendo i conti con quella colpevolezza li? A te cosa piacerebbe fare?”.
The future is unwritten, questa cosa io la voglio pensare. Ma non in maniera stupida, lo so che non ho più la stessa vita potenziale di un bimbo di 10 anni, o che un ergastolano ha una rosa ancora più ristretta di possibilità davanti a sè… eppure gli uomini “guidano da soli la propria canoa“.  Quanto meno nei territori inesplorati del pensiero, della conoscenza, della parola, della relazione: il futuro non è già scritto.
E a me è lì a Opera era tornato in mente un libro che ho letto e riletto a mia figlia, un albo illustrato. Si chiama  “Un piccolo passo”  (Simon James, Zoolibri). Ne copio qui di seguito due pagine:

 

Io sono una fondamentalmente insicura, e se qualcuno oggi mi chiedesse come vedo il mio futuro, preferirei limitarmi ad una domanda più piccola. Hai provato a fare un passo?

– poi penso alla delusione/rabbia provata pensando a Carmelo, fra gli intervistati del documentario, che una volta uscito è tornato a spacciare, ed è di nuovo in galera. E vorrei sapere da lui, non da altri, il perchè. Quando si parla di spaccio, a me torna in mente la sig.ra Bartocci (che ha perso il marito… per due lire e quattro drogati…e che pensa che lì non si può recuperar niente), la sig.ra Fiorani (e lei che ha combattuto per anni contro la droga, e ha perso una figlia, quando ha incontrato dei ragazzi ha detto “i problemi vanno affrontati“), e poi mi viene in mente la riduzione teatrale che ho visto di Caracreatura di Pino Roveredo (e io mamma di bimbi piccoli mi chiedo come si fa a tenere i miei figli lontano da quello specchietto di allodole lì. Da quel dramma lì. Da quel disastro lì della droga e non mi so rispondere e dico che basta, basta. BASTA. Abbiamo bisogno di alleati).
Ecco. A Carmelo voglio chiedere anche quale contesto lo ha accolto una volta uscito di galera, se s’è l’è cercato lui. Era l’unico possibile? Ci sarebbero stati contesti diversi che potevano accoglierlo? E c’era un lavoro? Abbiamo bisogno di analizzare e capire bene il perchè, per sapere in che direzione lavorare.

– Poi, di tutto il lungo discorso di Lucilla,  di Libera, mi è rimasto impresso il richiamo al “vedo sento parlo“. E subito penso al mio compagno, a una dinamica che c’è spesso fra noi, lui che si arrabbia perchè non mi arrabbio abbastanza quando vedo qualcosa di sbagliato. Viviamo in una società di pavidi, mi dice. Tu – mi dice – sei troppo pavida. Io lo guardo, che si incazza in giro per la città quando vede piccoli grandi soprusi quotidiani e il più delle volte gli dico stai attento per carità che tieni famiglia, e che io ci tengo a te, in giro ci sono troppi pazzi o criminali, oppure mi innervosisco che non può sempre guardare quello che non funziona e lui mi dice ti arrabbi con la persona sbagliata. “Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre” (Sciascia, il giorno della civetta).
E sì, mentre Lucilla parla penso che davvero i beni più importanti da conquistare alle mafie sono le persone, siamo noi.
E allora.  Uno due tre quattro cinque dieci cento passi…

 

In piedi, da soli

“In piedi, da soli, non ce la si fa
per farcela, occorre un’Autorità”

(Aparo dixit – 20 aprile 2018, ore 12.58)

Milano,  Giardino Bazlen – Porta Romana

[continua….]

Noi non siamo nulla se non ricordiamo chi siamo stati

“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”. 

[Luigi Pirandello]

 

 

Scendere sottoterra è come morire, e io non sono ancora pronto.

Tuttavia all’improvviso inizia a piovere a dirotto e io, in questo tardo pomeriggio lavorativo a Tirana, ho solo due ore d’aria e di libertà. Quindi non mi rimane altra scelta, e mi avvio lungo i gradini di questa strana scala al contrario.

Che sia un bunker balza subito agli occhi. Avanzo lungo lo stretto corridoio e, in sottofondo, sento rumori di passi veloci e latrare di cani. Mi accompagneranno, da una serie di altoparlanti nascosti, fino all’uscita: è Arte, dice il cartello all’ingresso. E’ Memoria per le vittime del terrore comunista, capisco sempre più mentre percorro le varie stanze.

L’immagine degli occhi persi di Hatlije Tafai, morta dopo indicibili crudeltà. L’odore dei vestiti di lana, appesi alle pareti, dei prigionieri politici. Il suono della macchina da scrivere nella sala buia degli interrogatori. L’aria pesante che a tratti ti svuota i polmoni. …

Questa “esperienza di immedesimazione”, così forte per me quanto non programmata, mi rafforza nella idea che da lì a pochi giorni dovrà necessariamente diventare realtà.

Al carcere di Opera arriva “Lo strappo” e io – fino a quel momento – ero più che mai convinto che queste “Quattro chiacchiere sul crimine” dovessero necessariamente, in quel luogo così significativo, partire proprio dall’inizio. Per consentire a tutti i presenti di fare i conti con quella realtà inenarrabile.

Ma come riprodurre, appunto, una ferita mortale? Come rappresentare quel dramma che, all’improvviso, cambia le vite per sempre?

Convinto sì ma ancora dubbioso: il pericolo di una spettacolarizzazione del dolore e di una mancanza di rispetto per le vittime stesse mi sembrava sempre dietro l’angolo.

Eppure conobbi Manlio Milani il 21 Marzo 2010, a Milano…. arrivò alla Camera del Lavoro con alcuni files da caricare sul mio computer prima del suo intervento: alcune fotografie e l’audio originale dello scoppio della bomba in Piazza della Loggia, quella mattina del 28 maggio 1974 a Brescia. Rimasi colpito da questa sua intenzione e sollevato dal fatto che, per una serie di eventi, non ce ne fu poi l’occasione.

Solo anni dopo, avendo occasione di conversare a lungo con lui durante la registrazione della sua intervista per il nostro documentario, mi fu tutto più chiaro. Del resto le fotografie in bianco e nero dei minuti immediatamente successivi allo scoppio di quella bomba, come scrive Benedetta Tobagi e a differenza di quelle di altre stragi della storia del nostro Paese, “brulicano di persone. Gente che grida, corre, scappa, piange, resta impietrita. Manifestanti che soccorrono le vittime”. Immagini queste “simili soltanto alle incisioni di Goya o alla carne urlante delle crocifissioni di Bacon”.

Eccomi qui: mentre ripenso a tutte queste cose sono seduto  dietro ad un mixer accanto a Salvatore, detenuto al carcere di Opera con ergastolo. E’ con lui che sto prendendo accordi sempre più fitti, perché mancano 10 minuti e la sala del teatro è quasi tutta piena.

Lui – nel mio immaginario – dovrebbe essere l’esperto, anche di bilanciamenti di suoni e di accensioni di luci, ma alla fine la parte che avrei voluto evitare tocca proprio a me.

Schiacciare quel tasto.

Scorrono sullo schermo le frasi di bambini di 10 anni ma, nonostante questa speranza di un futuro migliore, tutto per me rimane difficile. Oggi come ieri.

Cosa si prova a far saltare per aria delle persone? In una piazza, o lungo la strada che costeggia Pizzolungo una mattina di 33 anni fa, o Capaci? Oppure in un teatro, che sia durante una rappresentazione come a Dubrovka oppure durante un concerto come al Bataclan?

Buio in sala.

Schiaccio, a fatica, quel tasto perché non c’è altro modo per far sentire a tutti quell’audio.

Sono 67 i secondi prima dello scoppio. Ripenso a mio figlio quando, raccontandogli di quelle persone che in carcere “stanno pensando agli errori che hanno fatto”, mi chiede: “papà, ma le persone in cielo sono contente che loro stanno pensando?”.

Non riesco a trovargli, ancora oggi, una risposta.

Ma poi ritorno a quella sera a Tirana quando, ringraziando all’uscita del ristorante lo chef Aldo per quelle superbe delicatezze di mare che aveva cucinato appositamente per noi, mi ero emozionato vedendo che aveva messo in vetrina – accanto ad un Dom Pérignon di una annata incredibile – una bottiglia di Hiso Telaray.

Dalla terra bagnata di sangue l’uomo saggio può provare a far crescere qualcosa.

Mi aggrappo a questo. Manca 1 secondo. Io sono pronto a fare questo passo verso il 21 marzo 2018, mettendomi le scarpe di Manlio Milani e di Margherita Asta.

Grazie a voi e a tutti gli altri Familiari che ho avuto il dono di conoscere in questi ultimi 8 anni: per aver illuminato drammi che non riuscivo a vedere ed amplificato voci che non riuscivo a sentire (come pure la tecnologia – ostile anche al carcere di Opera – ha teatralmente fatto capire a tutti…. Alex che inizialmente non vedeva la pagina del libro Sola con te in un futuro aprile, Chiara che inizialmente non riusciva a farsi sentire sul testo di Vittime per sempre).

Ma soprattutto per aver avuto la forza di lasciare che le scarpe di quel giorno non appartenessero più (soltanto) a voi, evitando che diventassero sempre più pesanti ed insostenibili, come cemento che fa annegare.

Le luci in sala si riaccendono.

A distanza di più di venti giorni ancora mi rimangono – di tutta questa serata intorno al fuoco – emozioni forti. E contrastanti, quantomeno nella mia pancia, come l’effetto di quelle letture iniziali (scritte da alcuni Familiari di vittime) riflesse nelle parole che tutti hanno sentito uscire sincere dalla bocca di chi ha ucciso.

Ma quel buio, ora, forse fa meno paura a tutti.

Ideologia conservatrice o evoluzione culturale?

  1. Premesso che il carcere è un posto che non risponde agli obiettivi dichiarati e che in Italia su circa 210 carceri, ce ne sono meno di 10 appena compatibili con gli standard europei,  arrestare le persone che commettono reati pesanti è cosa di cui possiamo fare a meno?  Esistono metodi alternativi all’arresto per fermare rapinatori, spacciatori e assassini?
  2. Il gruppo Trsg negli ultimi 20 anni ha contribuito a far evolvere un certo numero di coscienze in carcere. Queste coscienze avremmo potuto intercettarle se le avessimo incontrate sulle strade della Sicilia, della Calabria, della Campania e della Lombardia intanto che ammazzavano la gente e che contribuivano al degrado sociale con organizzazioni come Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra?
  3. I tre detenuti che erano sul palco venerdì sera, tutti e tre rappresentanti di primo piano di obiettivi e metodi del gruppo Trsg, hanno maturato la competenza espressiva dimostrata nel corso della serata grazie a 5/8 anni di esperienza col gruppo e ad altri percorsi paralleli. Il risultato è un livello di coscienza che all’epoca dei reati non esisteva. Ciò detto, la coscienza dei tre detenuti in questione oggi è per la società un guadagno o un ideologico supporto alla nefandezza delle carceri italiane?
  4. Sono partito 20 anni fa, dopo avere assistito alla supposta rivoluzione cui aspiravano le BR, per tentare una rivoluzione culturale senza mitra. Questo lavoro di graduale rinnovamento degli schemi nell’ambito delle carceri  possiamo considerarlo un valore sociale o dobbiamo temere che si tratti di un escamotage del sistema per perpetuare se stesso? Chi conosce il mondo penitenziario sa bene che passeranno decenni prima che quello che avviene nelle carceri milanesi si estenda alle altre carceri italiane. Ma esistono altre forme di rinnovamento?

Ancora… i detenuti che parlano nel documentario “Lo Strappo” sono tutti del Gruppo Trsg, cioè sono tutte persone nelle quali è stato aperto il dialogo con la loro coscienza e con la coscienza dell’esistenza dell’altro. I delinquenti, quelli presi nella fase in cui contribuiscono al degrado sociale, non hanno niente da dire, non perché non abbiano niente dentro, ma perché non motivati o del tutto incapaci di entrare in contatto con la propria coscienza, che rimane quindi muta e sorda. Se noi facciamo incontrare delle vittime con uno che nel corso di una rapina ha appena ucciso un gioielliere, avremo da una parte una moglie e una figlia allagate dal dolore e dall’altra una persona che non ha imparato la lingua per stare al mondo e per mettere a fuoco che esiste il prossimo (Istruire una prossimità).

In sostanza, il gruppo Trsg coltiva la prossimità in carcere e fuori dal carcere… ma fuori questo diventa possibile solo dopo essere riusciti ad attivare, con il lavoro che viene fatto dentro, quel tanto di coscienza che permette di uscire dal carcere in permesso o a fine pena senza riprendere a fare il fante, il cavaliere o il condottiero del degrado sociale.

Questo lavoro lo consideriamo un contributo all’evoluzione della società o un mezzo ideologico per sostenere il sistema? Una società è una realtà complessa che si evolve poco a poco. Ma pur se la strada da fare è moltissimo più lunga di quella già fatta, venerdì 23/03 a FAI LA COSA GIUSTA credo di aver visto, appunto, i frutti del mio lavoro, non la conferma della mia alleanza con l’ideologia riformista.

A beneficio di chi pensa che la cosa migliore per i delinquenti sia chiuderli e buttare la chiave, va anche detto che, una volta fuori, le persone cresciute nella devianza avranno grande difficoltà a mantenere saldo il ruolo del cittadino costruttivo, se non c’è una rete sociale che permetta loro di sentirsi parte significativa del progetto collettivo. Dopo anni di esperienza, credo di poter dire che i delinquenti e gli ex delinquenti soffrono tutti di protagonismo. Se non dai loro qualcosa da fare, un obiettivo in cui riconoscersi e per cui essere riconosciuti, si deprimono e corrono il rischio di farsi riacciuffare dal  virus delle gioie corte.

Sono comunque lieto di aggiornare la mia lettura delle cose a partire dai contributi che potremo leggere su queste pagine e, prossimamente, su www.lostrappo.net. E’ possibile lasciare un commento qui o, solo per gli utenti registrati, andare al Forum collegato

Angelo Aparo

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La libertà? Piantala

La libertà? Piantala. Ecco gli alberi al carcere di Bollate

Venti nuovi alberi, il legame simbolico tra i detenuti e chi crede nella possibilità del recupero sociale: è l’ultima iniziativa del Rotary

di ROBERTA RAMPINI
Pubblicato il 23 marzo 2018

Bollate (Milano), 23 marzo 2018 – Albero come simbolo della vita. Albero come logo del Gruppo della Trasgressione. Da ieri l’albero, o meglio venti alberi, sono diventati il legame tra i detenuti del carcere di Bollate e chi dall’altra parte del muro crede nella loro rinascita alla vita, in questo caso il Rotary Club Milano Duomo. L’iniziativa rientra nella mission del Rotary Club di promuovere equilibrio e benessere e rafforza la collaborazione che da anni esiste fra Rotary Club Milano Duomo e il Gruppo della Trasgressione fondato nel 1997 da Angelo Aparo e attivo nel carcere di Bollate e Opera.

“Quest’anno la mission a livello internazionale ha come slogan “un albero per ogni socio” e noi abbiamo individuato delle aree dove piantumare gli alberi, due all’interno delle carceri e una oltre le mura – dice Paolo Briglia, presidente del Rotary Club Milano Duomo – l’iniziativa di questa mattina è la prima, ha una valenza ambientale e sociale, ci piace pensare all’albero come a qualcosa che rende più bello il mondo e come rifioritura di persone che nella vita hanno sbagliato”.

Gli alberi sono stati piantati nelle aree adibite al passeggio dei detenuti. Le buche sono state fatte dai detenuti, le piante di castagno, leccio, corniolo e ciliegio, sono state sistemate nelle zolle di terra dai soci del Rotary, da Andrea Pernice, Governatore del Distretto Metropolitano Milanese. Zappe per vangare, buche per piantumare e la lettura di alcune poesie scritte dai detenuti del Gruppo che parlano di errori, di alberi e di vite da ricostruire.

“Il Gruppo della trasgressione vive cercando di ottenere dal malessere, dal danno e dalla storia di ogni detenuto qualcosa di utile per la società – ha spiegato una detenuta – Chi ha avuto la possibilità e la fortuna di poter partecipare a questo progetto, dopo aver preso coscienza di sé partecipa a iniziative utili a prevenire e combattere il bullismo fra gli adolescenti. In questo modo si crea una possibilità di riscatto per chi, consapevole dei propri errori, ha ancora desiderio di rimettersi in gioco e di diventare una risorsa per quella stessa società che aveva ferito”.

  • L'articolo su IL GIORNO del 23/03/18
  • La targa

Il motore ad anidride carbonica

Al Rotary club Milano Duomo

Il motore ad anidride carbonica
Ilaria Mortarini

Sono passati 15 anni da quando il dott. Angelo Aparo ha paragonato il gruppo di cui è fondatore a un “motore ad anidride carbonica”. Proprio come un albero, che per vivere assorbe ciò che è di scarto per l’uomo dando indietro ossigeno, il gruppo della trasgressione vive cercando di ottenere dal malessere, dal danno e dalla storia di ogni detenuto qualcosa di utile per la società.

Chi ha avuto la possibilità e la fortuna di poter partecipare a questo grande progetto, infatti, dopo aver preso coscienza di sé, e grazie alla collaborazione fra le scuole della provincia di Milano e il nostro gruppo, partecipa a iniziative utili a prevenire e combattere il bullismo fra gli adolescenti.

In questo modo si crea una possibilità di riscatto per chi, consapevole dei propri errori, ha ancora desiderio di rimettersi in gioco e di diventare una risorsa per quella stessa società che aveva ferito.

L’albero è il simbolo della vita ed è il logo del nostro gruppo, e oggi diventa dimostrazione di un legame tra noi detenuti e chi dall’altra parte di queste mura vuole condividere il nostro progetto e darci la possibilità di cambiare per sempre la nostra vita.

Grazie

Lo Strappo nel carcere di Opera

LO STRAPPO
Quattro chiacchiere sul crimine

Venerdì, 16 marzo 2018, ore 20:00-22:45
Teatro del Carcere di Opera

Dopo la proiezione di un estratto del documentario, autori di reati, vittime, autorità istituzionali e giornalisti ne discutono in presenza di un pubblico, composto in particolare da detenuti, insegnanti, studenti degli ultimi anni delle superiori e università cui l’evento è dedicato.

Partecipano: 

  • Franco Roberti, già Procuratore Nazionale Anti Mafia
  • Umberto Ambrosoli, Presidente onorario associazione civile “Giorgio Ambrosoli”
  • Paolo Colonnello, Responsabile redazione milanese La Stampa
  • alcuni componenti del Gruppo della Trasgressione

Aprono e chiudono la serata Giacinto SicilianoSilvio di Gregorio, rispettivamente ex direttore e attuale direttore di Opera

Una iniziativa guardando al 21 marzo,
XXIII giornata nazionale della memoria e dell’impegno
in ricordo delle vittime innocenti di mafia

INFO LOGISTICHE:
Presentarsi entro le ore 19:15 all’ingresso del carcere
(Via Camporgnago, 40- Milano)
col documento di identità e senza oggetti elettronici

Per prenotarsi, è necessario compilare il modulo che trovate su Lo Strappo e inviare i dati entro le ore 24 di martedì 13 marzo.

GUARDA IL DOCUMENTARIO
Lo Strappo – Quattro chiacchiere sul crimine – Un percorso di educazione alla cittadinanza per scuole e associazioni.

VOCI di SCOUT –  3 FEBBRAIO 2018

Chiacchierata aperta su “Scelte e Stupore”

“Carcere”. Freddo, buio, solitudine, dolore. Prima ancora di pensare ai “criminali” che avrei incontrato, quelle erano le parole che si affollavano nella mente. Appena entrate nell’edificio, le guardie, il cemento, le porte che si serravano alle nostre spalle hanno solo ulteriormente aumentato l’immagine stereotipata che avevamo del luogo e delle persone con cui avremmo di lì a poco condiviso il pomeriggio.

Qualcosa inizia a cambiare quando sui muri all’interno della struttura principale compaiono disegni, poster, tinture – troppo –  colorate, e la situazione si fa ancora più assurda quando varchiamo la soglia del luogo dove si sarebbe svolto il workshop e ci ritroviamo davanti una trentina di uomini sorridenti, accoglienti, sinceri. Il Dott. Aparo, che gestisce l’incontro, è un po’ un Akela, un lupo capobranco, e chissà come,  ha la lealtà e la stima di tutti i presenti.

Dove sono finiti i criminali? Dove ladri e assassini? Questi uomini ci parlano di Stupore (e ne sanno più di noi che avevamo proposto il tema!) di famiglia, di amore, di coraggio di cambiare. Ad alcuni si incrina la voce, così che battono più forte i nostri cuori, altri si esprimono a sorrisi e qualche battuta sarcastica, si crea complicità… si può dire? Una piacevole e buona complicità.

Quasi ci dimentichiamo chi sono finché non iniziamo a parlare di scelte: le loro furono sbagliate, lo sanno e non si vergognano a dircelo. Dalla voce con cui raccontano si percepisce la consapevolezza e la volontà di essere persone nuove, di ricostruire la loro identità e la loro umanità. Mi sorprendo a pensare che mi sembrano uomini più liberi e consapevoli di quanto non si siano le persone là fuori, quelle che si credono libere.

Poi stupiscono noi, perché vedono cose che nel nostro tran tran quotidiano abbiamo smesso di guardare, le vediamo e basta, le diamo per scontate: il verde di un campo da calcio, il bianco sfavillante del Duomo di Milano, le luci silenziose del porto di San Remo, il crescere di un figlio, gli occhi commossi di una moglie. “Non ci si rende conto di ciò che si ha finché non lo si perde” ha detto uno di loro. Può sembrare banale, vero. Ma detto da lui mi è sembrata la cosa più vera che io abbia mai sentito… a che punto, mi chiedo, devo arrivare io per ricominciare a stupirmi della bellezza che ci circonda?

Le loro parole travolgono la nostra sensibilità… porterò sempre nel cuore e ringrazio colui che ha detto: non si può rinascere che attraverso il dolore. Noi che pensavamo di saper qualcosa di Stupore, che sulle Scelte avevano riflettuto, ci troviamo senza parole davanti a tanta limpidezza di mente e forza, forza di chi dal male (fatto anche e/o subito forse) decide di andare oltre, accettare, accettarsi, e pur stando obbligatoriamente fissi e fermi in un posto… andare avanti. Al momento di andare… Ho più di fiducia oggi nell’umanità, dopo aver incontrato voi, di quanta ne ho ogni giorno a scuola. Non riesco a salutarli! Vorrei dire: torno domani, credo in voi… e forse anche in me.