Un Adolescente tra Eletti e Pidocchi

Penso che uno degli aspetti degni di nota del personaggio di Raskol’nikov, prima ancora del delirio che lo spinge a commettere l’omicidio, sia la sua età. Un giovanissimo ragazzo che, per il timore di rientrare nella categoria dei cosìddetti ‘’pidocchi’’, cerca assiduamente di meritare quella degli ‘’eletti’’.

Il romanzo offre la possibilità di scorrere tra i pensieri del protagonista e, pagina dopo pagina, ho avuto l’impressione che l’apparente sicurezza che Raskol’nikov tenta di dimostrare, agli altri ma soprattutto a se stesso, non sia altro che il tentativo di distaccarsi dalla classe delle persone comuni, alla quale, in verità, sa di appartenere.

Nella sua mente è un continuo contraddirsi; Raskol’nikov si sforza di interpretare la parte di chi è consapevole delle proprie azioni, eppure non c’è un momento in cui egli si senta realmente certo della correttezza di esse.

Egli è, però, così intento a dare prova della sua intelligenza che, a tratti, arriva a convincersi di aver fatto la scelta giusta; il dubbio, tuttavia, non lo abbandona mai.

In tutto questo ho percepito l’insicurezza di un adolescente, che lui stesso ha tentato di mascherare con la presunzione di chi è superiore; io, personalmente, non gli ho creduto un istante.

Tutto ciò è indicatore di un incessante malessere; che sia attorniato da persone o che si trovi isolato, smarrito tra i suoi pensieri, Raskol’nikov è in un continuo stato di sofferenza; non è in grado di riconoscere chi gli sta intorno né, tanto meno, se stesso, e si nega la possibilità di sentirsi parte di ciò che lo circonda; si zittisce ogni volta che si accorge di provare sentimenti, forse perché teme che siano questi ultimi a impedirgli di superare chi ha di fronte.

Ciò è riconducibile alle storie dei detenuti che si raccontano al Gruppo; la polverizzazione della coscienza, oltre ad essere uno dei concetti protagonisti del progetto, è un passaggio necessario affinché si possa calpestare l’altro e, alle volte, se stessi.

Beatrice Ajani

Delitto e Castigo

A cosa serve il confitto?

I conflitti sono presenti nella quotidianità di tutte le persone e non di rado accade che molti di noi cerchino di superarli inventando giustificazioni e classificazioni improbabili. A questo proposito, mi sembra interessante analizzare il conflitto che si presenta nel famoso romanzo “Delitto e Castigo” di Dostoevskij, per poi metterlo a confronto con le esperienze personali raccontate da alcuni componenti del gruppo della trasgressione del carcere di Opera.

Il protagonista del romanzo “Delitto e Castigo”, Raskòl’nikov, un giovane e indigente studente di Giurisprudenza di San Pietroburgo, uccide un’avida usuraia al fine di incamerarne le ricchezze e risolvere così i propri problemi economici. L’omicidio vero e proprio è qui preceduto da una sorta di tormentata preparazione psicologica del protagonista, nella quale egli fantastica più volte di uccidere la donna, mentre monta dentro di sé una perversa morale finalizzata a giustificare l’efferatezza del proprio atto.

Ed è qui che il giovane Raskòl’nikov cerca di superare il conflitto dividendo le persone in due categorie. La prima è quella degli esseri insignificanti, categoria di cui anche l’usuraia farebbe parte, composta da persone in grado di guardare solo al presente. Questi, essendo persone comuni e incapaci di realizzare grandi progetti, hanno l’obbligo di attenersi rigidamente alle regole della morale umana. La seconda categoria di persone, quella a cui Raskòl’nikov si ascrive, è quella degli uomini eccezionali, esseri superiori che guardano al futuro e che, per questo, risulterebbero abilitati a orientare il pianeta. Per questa categoria umana vale il principio del “versare il sangue con coscienza”, che autorizza i suoi appartenenti a derogare dagli obblighi morali e dalle leggi, se con tali deroghe si arriva a migliorare la condizione dell’umanità nel suo complesso.

Nel romanzo si susseguono i rimandi a persone realmente esistite considerate dal protagonista dei “superuomini”: se Newton o Keplero avessero dovuto uccidere centinaia di uomini per portare l’umanità a godere delle loro innovazioni ne sarebbe valsa la pena; il sangue versato da Napoleone sarebbe giustificato dal suo monumentale progetto per la conquista dell’Europa, ecc.

Raskòl’nikov, ritenendo di appartenere a questa categoria, si sente legittimato a liberare la società da un essere ritenuto parassitario, l’usuraia, per poi mettere a disposizione di tutta l’umanità il denaro da lei accumulato.

Tuttavia, i sensi di colpa, corollario del conflitto, accompagnati da una febbre cerebrale, demoliscono progressivamente la visione auto-giustificatrice di Raskòl’nikov, facendolo sprofondare in un abisso di tormenti, di angoscia, di sogni inquieti in cui il giovane ripercorre mentalmente il delitto senza però riuscire a commetterlo di nuovo. Lo studente di Giurisprudenza, grazie al contesto culturale in cui è stato educato, porta con sé, ab origine, una coscienza e una morale che lo portano a sviluppare un potente conflitto ancor prima di commettere l’atto.

Durante l’incontro su “Delitto e Castigo” del 09.11.2022 a Opera, il secondo dell’iniziativa, molti dei detenuti del gruppo hanno invece riferito che non provavano alcun conflitto né durante né subito dopo il compimento di un omicidio, di una violenza o di un qualsivoglia reato. La loro cecità rispetto al conflitto, come emerso numerose volte durante gli incontri passati, potrebbe essere spiegata dal fatto che, quando si è indotti sin da bambini a ridurre la gravità di un furto, una rapina, un’estorsione, un omicidio, il reato diviene pratica quotidiana, parte integrante dell’identità criminale, e la sua percezione si attenua nel tempo fino a diventare un sottofondo quasi impercettibile.

Il conflitto che avrebbero potuto e dovuto provare prima di passare all’atto criminale, dalle parole di chi oggi fa parte del gruppo da molti anni, è maturato durante la reclusione, una condizione che comporta una cesura netta tra la vita da “liberi”, vissuta nello stile deviante, e la vita “da condannato”, confinata dentro le mura del carcere, una condizione che, quando permette al detenuto di confrontarsi con stimoli appropriati, lo induce all’introspezione e all’allargamento della propria coscienza.

Direi pertanto che il  conflitto costituisce il terreno fertile per edificare e coltivare una nuova identità, con una immagine di sé che non sia quella conculcata da un ambiente degenerato, ma che sia il frutto di un processo introspettivo di responsabilizzazione, sia pure doloroso, ma percepito, a detta dei detenuti che lo vivono, anche utile e piacevole.

Le conseguenze di questo percorso sono chiare. Se in assenza di conflitto una persona è in grado di uccidere con disinvoltura, la percezione del conflitto, al contrario, sviluppa nell’uomo una coscienza morale e un’identità, che solo all’idea di commettere un crimine prova dolore.

A questo punto ci si può chiedere se il conflitto sia un ostacolo alla propria libertà di agire o possa essere considerato un attivatore dei processi decisionali e un facilitatore morale. A me sembra che il conflitto allarghi i margini di libertà del soggetto, in quanto permette, come una sorta di filtro, di scegliere in prima persona cosa fare e cosa no. Detto in altri termini, se prima il detenuto eseguiva inconsapevolmente gli ordini di altri, con l’acquisizione di una nuova identità egli diventa in grado di vivere e scegliere per se stesso.

Come ho sentito dire a Sergio, uno dei componenti del gruppo, “vivere il conflitto mi permette di chiedermi oggi se all’epoca dei miei reati ho fatto quello che volevo o se sono stato soltanto uno strumento di cui altri si servivano per ottenere quello che volevano loro“.

Infine, il conflitto, oltre alla dimensione individuale legata ai principi costituzionali di pieno sviluppo della persona umana, contempla anche una visione sociale, legata al “dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” di cui all’art. 4 della Costituzione.

Il conflitto, infatti, permette di riscattarsi dal male che si è commesso, restituendo qualcosa alla società. Quel qualcosa è appunto la preziosa esperienza che i detenuti del gruppo, e non solo, comunicano a beneficio degli studenti universitari, degli adolescenti nelle scuole e della società civile in generale.

Leonardo Esposti

Delitto e Castigo

Pietre vive [on the good foot]

Goodfoot picks you up out of a mess
Relieves the pressure in your chest
A new sensation that you will feel
And you can’t believe it’s real

La buona strada ti tira fuori da un pasticcio
Allevia la pressione nel tuo petto
Una sensazione nuova che proverai
E non puoi crederci: è reale!

[Goodfoot, The Analogues]

Tenerife, 23 febbraio 2017

Quando ripenso alla storia del mio incontro con Marisa Fiorani mi ritornano sempre in mente tre cerchi di sedie, uno per ogni tappa di un cammino faticoso per lei quanto utile per me e per chi, insieme a me, ha avuto la fortuna di condividerlo. Cerchi in un certo senso concentrici, anche se ancorati a tre luoghi e a tre date diverse.

[continua qui: pietre vive]

Incontri con i familiari delle vittime della criminalità

Raskol’nikov

Spesso si parla della distinzione operata da Raskol’nikov fra eletti e pidocchi come se in questa categorizzazione e nel delirio di onnipotenza ad essa collegato potessero essere riconosciute le principali cause dell’omicidio dell’usuraia.

Mi sembra si trascuri che lo schema suddetto e lo stesso delirio di onnipotenza che l’accompagna costituiscono solo una maschera per coprire la sensazione di mediocrità che vive Raskol’nikov nell’afa e nella sporcizia soffocante di Pietroburgo, mentre si dibatte fra le sue fantasie, le paure, le incertezze, i conflitti, il malessere che lo pervade mentre si trascina per le strade.

Tra l’altro, mi sembra che il malessere del protagonista venga  descritto anche quando Dostoevskij entra nella miseria di Marmeladov o nella mediocrità di altri personaggi come Svidrigajlov o lo stesso Luzin, personaggi che credo possano corrispondere a frammenti sparsi del personaggio principale.

E cosa conosce il giudice della miseria che di certo costituisce il terreno di coltura dell’omicidio? Porfirij cerca di stanare l’assassino, ma non sembra essere interessato alla sua angoscia, alla paura di Raskol’nikov di entrare in contatto con il suo stesso dolore. Porfirij è interessato al delirio con cui Raskol’nikov autorizza se stesso all’omicidio, ma non al delirio in quanto strumento per porre argine al dilagare della sua colpevole impotenza.

È pur vero che questo non è compito del pubblico ministero (per usare termini utili alla nostra ricerca attuale)! E però, l’alleanza tra chi indaga e l’indagato (ammesso che sia possibile… e se oggi non lo è, nulla vieta di chiedersi quali altre figure possano risultare utili allo scopo), deve passare attraverso il riconoscimento dei meccanismi con i quali il reo cerca di difendersi dalla sensazione di mediocrità nella quale egli vive e dal dolore originario che egli cerca confusamente di coprire.

Questa è l’alleanza che Raskol’nikov svilupperà con Sonja e quella di cui ogni detenuto avrebbe bisogno per non rimanere imprigionato nell’artificiosa divisa dell’eletto.

Raskol’nikov               Il giudice, un padre mutilato

 Delitto e Castigo

Aula Dostoevskij

Vedo crescere il coinvolgimento e i contributi e vorrei tanto che questo tipo di iniziative avessero uno spazio stabile all’università e in carcere. Il gruppo della trasgressione è nato 25 anni fa proprio con questi obiettivi.

Anche se siamo ancora lontani dalla meta, l’intesa con Francesco Cajani ha prodotto i frutti che stiamo vedendo. Per me e per il gruppo della trasgressione leggere contributi come quelli di Angelica Falciglia o di Sebastiano Venturi è un vero piacere e un incentivo a continuare.

Certo, sarei molto più contento se vedessi partecipare in modo attivo ai nostri incontri le figure istituzionali che hanno facoltà di decidere e di finanziare le iniziative ritenute utili all’evoluzione della materia. Per il momento mi limito a rallegrarmi per il vivace confronto con cui scaldiamo la smart room dove si svolgono i nostri incontri.

Adesso aggiungo un paio di considerazioni legate a quanto ho ascoltato in “Aula Dostoevskij” mercoledì scorso:

  1. I detenuti con i quali vi confrontate non sono rappresentativi della popolazione carceraria e, tanto meno, dei delinquenti in attività. Il senso di equilibrio e di responsabilità che voi leggete nelle loro parole vengono fuori dopo anni di frequentazione del gruppo della trasgressione o di attività equiparabili. Per arrivare a questo livello di sensibilità il delinquente in attività deve prima essere arrestato e poi costretto a pensare e a sentire, guidato da qualcuno che sia credibile ai suoi occhi e che abbia le competenze per orientarne l’evoluzione.
  2. La civiltà, per quello che intendo io, non è garantita dalla presenza di norme ben codificate e di sanzioni ben commisurate alla violazione delle norme. La civiltà è l’attitudine a riconoscersi nell’altro e a voler costruire con gli altri. Ma chi nasce e cresce nella emarginazione, nella miseria economica e/o affettiva, ha grande difficoltà a concorrere agli obiettivi comuni.
    Non credo che la civiltà progredisca in proporzione alla garanzia che giudici e poliziotti vengano puniti con lo stesso rigore usato per rapinatori e spacciatori (pur se condivido il principio); credo invece che la civiltà progredisca ogni volta che ci si chiede cosa induce le persone (povere e ricche, guardie e ladri) a sentirsi distanti dall’altro tanto da poterlo ferire come se fosse un estraneo e ogni volta che vengono identificate le condizioni per ridurre tale distanza e per motivare le persone alla costruzione di uno spazio comune.

Mi sembra che nella smart room offertaci dal dott. Di Gregorio, direttore del carcere di Opera e alleato del progetto, stiamo facendo proprio questo, servendoci di Raskol’nikov, Fausto Malcovati, Alberto Nobili, Marisa Fiorani, Paolo Setti Carraro e i tanti studenti e detenuti che stanno attivamente partecipando all’iniziativa.

Delitto e Castigo

Delitto e coscienza

Il delitto è un’azione umana. Così come umano è possedere una coscienza. Credo che il delitto porti alla erosione della coscienza fino a sopprimerla, ma tale soppressione non è un’azione compiuta solo dai criminali. La coscienza si può sopprimere per non soffrire, per non capire, per non vedere, per mascherarsi e fingere di non accorgersi del proprio malessere o del malessere legato all’ambiente che ci circonda. Il delitto amplifica e porta questo atto psichico fino allo “stadio” ultimo.

Se sopprimere una coscienza è azione innata e inconscia frutto del dolore, ritengo che sia saggio partire dal dolore. Dolore e conflitto sono intrinsecamente legati.

Vogliamo sentire il conflitto perché ci umanizza.” Ha detto Vincenzo, detenuto. E credo che questa chiave di lettura dell’argomento si intersechi profondamente in un discorso che unisce vittime di reati, autori di reati e coloro che con i reati ci lavorano.

Il conflitto ci umanizza, certo. Ma ritengo che l’autore e la vittima del reato vivano due conflitti diversi. Il primo conflitto è frutto di un dolore che non si è percepito quando viene commesso il reato; il secondo conflitto è frutto di un reato e portatore di un dolore che non si sarebbe dovuto provare di principio, un dolore ingiusto, un dolore che nasce dall’abuso. Il primo è un dolore che bisognava provare. Il secondo un dolore che non andrebbe mai provato.

La maniera di vivere il dolore poi muta e si muove su piani differenti e intersecati ma in evoluzione:

  • l’evoluzione che negli anni fa il detenuto per affrontare il peso della propria azione e soffrirne dopo la consapevolezza, desiderando diventare strumento utile per una vita migliore;
  • l’evoluzione del dolore della vittima, che si fa strumento portatore di valori quali la giustizia, la legalità e il coraggio. Il coraggio di chi dopo un percorso decide di mettersi a confronto e affrontare con dignità luoghi e persone che possono ricordare il trauma subito.

Raskolnikov è solo un genere di criminale, certo, ma non credo sia un caso che Delitto e Castigo sia uno dei libri più letti nelle carceri del mondo. Che forse il criminale sia curioso? Curioso di vedere come altri percepiscono e vivono il delitto?

Non ritengo dunque che la soppressione della coscienza sia di per sé disumana (in diversi stati e gradi, sono convinta che tutti abbiamo avuto momenti del genere nel corso della nostra esistenza) ma che lo diventi se portata all’estremo. Non provare dolore e non volerlo affrontare diventa problematico quando l’assenza del proprio conflitto e anestetizzarsi l’anima porta a un conflitto tragico nella vita altrui.

Usando le parole di Emanuele e Pasquale, il conflitto porta dolore, ma porta anche a nuove occasioni di crescita. Crescita, poi, porta a un miglioramento che si riflette in luce nuova e positiva per il soggetto, per gli affetti più stretti, per la società.

Una persona che vive il conflitto e cresce, si responsabilizza – i detenuti parlano della responsabilità dell’essere padri. Una responsabilità che si vive nei riguardi dei figli e una gioia e un impegno che non sarebbe possibile senza aver vissuto il conflitto. Perché mettersi in conflitto e comprendere consapevolmente il peso delle proprie azioni genera degli insegnamenti positivi che verranno portati fuori, all’esterno, partendo dalle proprie famiglie.

Credo che qui stia il senso del conflitto. Conflitto è maturare. Maturare significa migliorare e ogni piccolo passo di una persona verso il bene è progresso per la società intera e un passo prezioso per la guarigione di un mondo ove il crimine viene subito, il crimine viene commesso.

Angelica Falciglia

Delitto e Castigo

Una chiave per sentirsi vivi

Studiando giurisprudenza e in particolare il diritto penale, mi ha sempre incuriosito l’ambito carcerario e nello specifico il tema della rieducazione del condannato, pilastro portante della nostra Costituzione.

Nella definizione di rieducazione c’era, però, un qualcosa che mi sfuggiva, forse perché non avevo mai sperimentato sulla mia pelle un esperienza di questo tipo. Questi incontri mi hanno dato la possibilità di riflettere: ascoltando i detenuti che raccontavano la loro esperienza, ho compreso un filo comune in tutti loro, cioè la mancanza di sentimenti nella commissione del reato.

In una società che indirettamente ci impone quotidianamente di essere forti, di non abbandonarci ai nostri stati d’animo e alle nostre sensazioni, ritengo invece che togliersi la propria armatura e mostrare la propria persona per come è dentro, con le fragilità e i punti di forza, sia la vera chiave per sentirsi vivi.

Vedere quindi che persone che hanno commesso un reato senza alcun sentimento, possano riuscire a trasmettere a me, estranea ai loro occhi, la loro parte più fragile, il loro dolore ma anche la loro emozione manifestata in piccoli gesti  mi fa concretamente riflettere sul fatto che siamo tutti umani e che ciò che proviamo dentro ci permette di essere liberi.

Quindi io credo in tutto questo: credo nel commettere un errore, credo nel riuscire a mettersi a nudo, conoscersi, scoprirsi ed essere in grado di poter cambiare. Posso dire, quindi, di credere fermamente nella così tanto acclamata rieducazione.

Sono molto contenta di avere la possibilità di partecipare a questi incontri, i quali trasmettono valori importanti e potenti di cui faremo tesoro nel nostro futuro per poter dare il nostro apporto alla giustizia e alla società.

Vittoria Volpi

Delitto e Castigo

Interrogativi

L’esperienza al carcere di Opera e il confronto con i detenuti presenti mi consente di superare il pregiudizio nei loro confronti. Si tende infatti a considerare il carcerato come una figura cattiva, priva di umanità e da emarginare; in realtà ascoltando le loro vite e gli errori che hanno commesso e poi il cambiamento che stanno attuando (frutto di grande lavoro, confronto con personale qualificato e specializzato e presa di coscienza delle proprie responsabilità) ci si rende conto che sono persone “buone”.

Non è da tutti ed è ammirevole il fatto che si siano dati la possibilità di mettersi in discussione, di avere scavato nel loro profondo e di aver avuto la forza di affrontare quei demoni che prima li facevano sentire invincibili e intoccabili ma soprattutto di aver riscoperto i bei valori come il lavoro e la famiglia.

Mi ha fatto riflettere e quasi intenerire l’immagine del detenuto che si commuove quando parla della mamma e sapere che anni prima invece non aveva alcun rimorso o problema a uccidere o rapinare o spacciare conoscendo  le conseguenze delle sue azioni e il male che avrebbe procurato.

Sulla questione della coscienza io ritengo che sia impossibile per un essere umano dotato di libero arbitrio, di un cuore e di emozioni non comprendere ciò che sta facendo;  penso invece che in alcuni casi la paura di non essere accettato dal gruppo, la sete di potere, l’idea di sentirsi importante prevalgano e nascondano la coscienza a favore del raggiungimento di un obiettivo che in quel momento per loro era giusto.

Io mi chiedo come possiamo fare noi giovani e futuri giuristi a prevenire tali  situazioni e comportamenti e far sì che tutti si sentano accettati e importanti in un mondo dove purtroppo dilaga il pregiudizio, la paura del diverso, del carcerato che viene legato al suo errore anche quando egli mostra d’essersi pentito e di avere avuto un cambiamento.

Martina Mugnaini

Delitto e Castigo

Verbale incontro con Zuffi

Carcere di Opera, mercoledì 26.10.2022
Verbale di Francesca Pozzi

Aparo, introduzione
Le persone possono esercitare un ruolo significativo nel contesto sociale anche dopo aver commesso diversi errori. Con “Caravaggio in città” Il nostro scopo è infatti:

  1. da una parte, formare una squadra che possa avere un ruolo utile e propulsivo all’interno della società e dell’istituzione;
  2. dall’altra, raggiungere i diversi destinatari dell’iniziativa, cioè i detenuti, gli adolescenti nelle scuole, i giovani in generale e le persone che svolgono un ruolo all’interno del mondo istituzionale (es. agenti penitenziari, insegnanti, netturbini…).

In questo stesso periodo portiamo avanti anche il progetto su “Delitto e castigo”. che ha due diversi obiettivi:

  • innanzitutto, attraverso il romanzo, esploreremo territori e sentieri lungo i quali un uomo può diventare un buon architetto o un assassino (a volte, l’uno e l’altro); questo perché, citando Terenzio, “tutto quello che fanno gli uomini mi riguarda”;
  • in secondo luogo, cercheremo di individuare le condizioni che servono affinché chi ha tradito se stesso e la società, possa sentirsi motivato a cercare dentro di sé le ragioni del tradimento, invece che scappare da sé e da chi lo insegue.

Stefano Zuffi prende la parola, presenta la vocazione di San Matteo di Caravaggio e lo contestualizza. Inizia il suo intervento riprendendo la citazione di Aparo e racconta di un netturbino che dopo avere ripulito una strada di Bologna, la guarda soddisfatto e col suo bel dialetto emiliano sentenzia: “che bella strada!”

Figura centrale dell’opera di Caravaggio è San Matteo, un autore dei vangeli canonici (gli altri sono di Marco, Luca e Giovanni). Gesù aveva iniziato a chiamare i futuri apostoli partendo dalla povera gente, da figli di pescatori come Andrea, Giovanni e Filippo. Dopo questi passa a un soggetto di rango più alto. Matteo era infatti un esattore delle tasse che lavorava per conto dei romani e che svolgeva questo lavoro in modo un po’ disonesto poiché ricattava i soggetti coinvolti in affari. A un certo punto della sua vita, sente parlare di un uomo chiamato Gesù e decide di invitarlo a cena. Queste le premesse per la sua Chiamata.

Proviamo a contestualizzare… nel centro di Roma c’è la chiesa di “San Luigi dei Francesi”, questa era ed è tutt’oggi la chiesa della comunità francese a Roma ed è la chiesa che ospita i tre dipinti su San Matteo, commissionati a Caravaggio per la decorazione della cappella Contarelli. Fino a quel momento Caravaggio aveva dipinto solo quadri di piccole dimensioni per acquirenti privati.

Nonostante all’inizio i suoi lavori non fossero stati bene accetti dai committenti, alla fine Caravaggio riesce a realizzare un capolavoro. Peraltro, egli ha avuto un’esistenza travagliata, aveva sicuramente commesso un omicidio ed è morto in solitudine all’età di 39 anni.

Nella cappella Contarelli si possono osservare i tre dipinti in cui sono presenti i momenti fondamentali della vita di San Matteo:

  • a sinistra si trova “La vocazione di San Matteo”, cioè la chiamata, la svolta della sua vita;
  • Al centro, sull’altare “San Matteo e l’Angelo”;
  • A destra si trova “II Martirio di San Matteo”, che racconta la fine della vita del Santo, trafitto più volte da un sicario mentre celebrava la messa.

L’illuminazione di tali quadri, proveniente da un’unica finestra a mezza luna posta sopra l’altare, era insufficiente, tanto che i contemporanei di Caravaggio faticavano a riconoscere e distinguere i personaggi.

Ma perché alcuni quadri sono stati rifiutati?

Il primo tentativo di “San Matteo e l’Angelo” (la foto è antecedente al 1945, data in cui il dipinto è andato disperso a Berlino) non viene accettato perché chi aveva commissionato il dipinto aveva ritenuto che l’intervento dell’angelo sulla mano di Matteo fosse tale da far sembrare San Matteo un analfabeta. Altro elemento considerato scandaloso erano i piedi; questi infatti, una volta appeso il quadro dietro l’altare della cappella, sarebbero risultati troppo vicini alla faccia del prete mentre celebrava la messa.

Con la seconda versione di San Matteo e l’angelo, Caravaggio supera le resistenze dei committenti e oggi il dipinto è in posizione centrale nella cappella Contarelli.

Nella “Vocazione di San Matteo” tutti i personaggi sono di genere maschile. Il personaggio principale non è immediatamente individuabile, perché l’intenzione di Caravaggio era quella di coinvolgere attivamente chi osservava i suoi quadri.

Caravaggio non era capace di dipingere a memoria e per questo pagava delle persone al fine di posare per i suoi lavori. Oggi questa pratica è una normalità, ma all’epoca aveva comportato diverse critiche in quanto si riteneva che il vero pittore dovesse avere l’idea in mente e saperla realizzare.

Al tavolo sono seduti 5 uomini; non si gioca d’azzardo (come qualcuno ha immaginato), si tratta di un banco di lavoro dove vengono contati dei soldi.

I due soggetti in piedi nella parte destra del quadro sono Gesù e San Pietro. Gesù, del quale è appena visibile l’aureola, indica Matteo con la mano destra; la persona di spalle è San Pietro, che si interpone tra Cristo e chi osserva il dipinto e che ribadisce l’indicazione di Gesù. Matteo è l’uomo con la barba che, guardando verso Gesù, si auto-indica.

Il gesto e lo stile della mano di Gesù rimandano all’opera di Michelangelo “La creazione di Adamo” della Cappella Sistina, con una esplicita citazione del grande contemporaneo di Caravaggio.

Il terzo dipinto della cappella Contarelli è il martirio di San Matteo, decisamente movimentato.

San Matteo (a terra) è più anziano, ha infatti la barba grigia e sta celebrando la messa di Pasqua durante la quale venivano battezzati i nuovi fedeli. L’angelo allunga una ramoscello di palma, simbolo per i martiri; c’è inoltre un chierichetto che scappa urlando. I suoi occhi sono completamente neri! Un detenuto , negli incontri del 2008 a San Vittore, diceva che gli occhi “sono neri perché un bambino non deve vedere“, interpretazione plausibile, visto che Caravaggio aveva vissuto esperienze simili a quella del detenuto.

In questo quadro vi è l’autoritratto di Caravaggio che si immedesima nella scena. L’autoritratto richiama l’esigenza di collegare quanto accade dentro il quadro all’Hic et nunc dell’osservatore.

Nella vocazione, infatti, lo sgabello su cui è seduto il ragazzo che vediamo di spalle sembra sporgere fuori dal quadro e si tratta dello stesso sgabello su cui è seduto san Matteo nell’incontro con l’angelo.

Ludovica interviene proponendo una riflessione sull’ambiente in cui si svolge la scena della vocazione: ci fa notare che le fonti di luce e le persiane delle finestre possono far pensare a un posto all’aperto più che uno al chiuso.

Zuffi specifica che quelle persiane potrebbero essere da chiusura interna, ma in ogni caso ciò non è definibile con certezza poiché Caravaggio intenzionalmente rende gli spazi ambigui, neutri ma molto definiti per rendere più reale e il più vicino possibile all’osservatore ogni sua opera.

Ignazio si è proposto per interpretare personalmente il quadro. Dice di vedere la luce che illumina come se fosse una guida che ti aiuta a intraprendere la giusta strada e fa notare le persone impegnate a contare i soldi, che non si sono nemmeno rese conto della presenza di Gesù.

Paolo Setti Carraro riflette sulla gestualità della mano, molto delicata, non autoritaria bensì autorevole, come il gesto di una guida che invita e chiama al cambiamento.

Anita afferma che in questo quadro non c’è un protagonista bensì una relazione fra protagonisti

Aparo richiama prima lo scritto di Giuseppe Amendola, fatto dopo il primo incontro del progetto Caravaggio. Nel suo testo, Amendola interpretava la gestualità di Gesù verso Matteo come un segno accusatorio, qualcosa che egli dichiara d’aver subito diverse volte. Egli collega poi la sensazione espressa da Amendola allo scritto di Giovan Basttista Della Chiave, un componente del gruppo di Bollate: “una persona, posta di fronte alle proprie qualità, sente la responsabilità di doverle mettere in pratica e, per questo, a volte prova paura; a volte si negano le proprie qualità per paura delle responsabilità e degli impegni che esse comportano”.

Il prof richiama inoltre il bisogno presente in ogni uomo di collegare la propria esperienza del mondo finito, dove le cose cambiano e possono essere misurate, al mondo immutabile e senza misura, cioè l’infinito.
In relazione a questo, richiama l’Ulisse di Dante e la famosa terzina: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir vertute e canoscenza”. Semenza come il DNA? Come capacità, essenza, valore dell’essere umano?

Il prof Zuffi interviene a proposito di finito e infinito, affermando che i quadri di Caravaggio, nella sua epoca, erano ritenuti difficili da “digerire” e criticati proprio perché al loro interno coesistevano  riferimenti a realtà quanto mai distanti, pur se complementari: finito e infinito, uomo e divino, mortale ed eterno. Inoltre, nella pratica, Caravaggio sceglieva come modelli dei suoi quadri persone normali e per dipingere la “Madonna dei pellegrini” assunse come modella una prostituta che interpretò appunto la Madonna: l’umano nel divino. Altro esempio è nel quadro la “Morte della Vergine” in cui la modella ritratta era una prostituta morta affogata nel Tevere.

Interviene Pasquale Trubia, che afferma di riconoscere nello sguardo di San Matteo un po’ di paura e di gioia, la stessa che ha provato lui venerdì 21 ottobre 2022, giorno in cui, dopo 30 anni di detenzione, è uscito in permesso e ha rivisto sua moglie e suo figlio: “è stata una gioia dolorosa: rivederli è stata una gioia indescrivibile ma allo stesso tempo un dolore immenso perché non smettevano di piangere e quindi ho ripensato a tutto il male che ho fatto e causato alle altre famiglie”.

Zuffi riporta che anche Caravaggio ha vissuto esperienze simili, era stato un detenuto e ne è la prova il quadro la “Decollazione del Battista”, ambientata appunto in un carcere ed è l’unica interpretazione in cui viene fedelmente presentata la decapitazione. Questa viene ritratta in modo crudo, è visibile che la guardia incaricata ha preso un coltello e ha continuato a recidere il collo poiché non era riuscito in un solo colpo.

Lara Giovannelli: Nella terzina di Dante come anche nella Chiamata di San Matteo, avverto l’invito a riconoscere il valore dell’essere umano. Ogni essere umano ha valore. Non tutte le persone riescono a riconoscerselo e per questo affidano ad altri il compito di essere riconosciuti. La chiamata è un’opportunità che non a tutti viene offerta. Io non ho ricevuto la chiamata da parte di nessuno. Ma come me, anche altre persone non vengono riconosciute, chiamate e quindi non possono farsi forza della loro vocazione. Credo che i detenuti non abbiano avuto la chiamata da Gesù o meglio che siano stati convocati da una chiamata che proveniva dall’altra parte, dalla mafia, dal male, opposta alle “virtù e alla conoscenza”, insomma quella dei bruti. Oggi però i detenuti hanno la possibilità di esercitare la responsabilità, di assumere un ruolo, una funzione di utilità collettiva.

Intervento conclusivo di Paolo Setti Carraro
Un laico ritiene che ognuno di noi abbia un posto nel mondo e l’importante è capire quale sia, usando le proprie qualità e investendo su queste al fine di mantenere un’armonia generale. A tal proposito, Ulisse rifiuterà la possibilità dell’immortalità per compiere il suo destino di uomo. Io sono rimasto congelato nella mia situazione di vittima per molto tempo e il detenuto in carcere vive una situazione analoga, si blocca, si rifiuta di ammettere i propri sbagli, ha un rifiuto ad accettare ciò che ha vissuto. Credo che queste due condizioni, come molti altri eventi della vita, siano tra loro speculari ma vissuti attraverso situazioni diverse. In comune c’è che entrambe comportano immensa sofferenza.

Intervento finale di Francesco Sergi in risposta a Paolo
Vi ringrazio perché mi state aiutando a relazionarmi e a capire gli errori che ho fatto e a riconoscere i dolori che ho provocato, anche alla mia famiglia. Nei miei primi dieci anni mi riconoscevo come vittima, ora mi state aiutando a vedermi come il carnefice che sono stato.

Caravaggio in città

Il lavoro sulle Coscienze

Qualche tempo fa, discutendo in modo acceso con mio nonno sulla funzione della pena, in risposta ad un sua provocazione del tipo: “Vorrei vedere se ti ammazzassero la mamma! Se la vittima fossi tu! L’assassino lo vorresti vedere morire lentamente! Altroché rieducazione!”, ho pronunciato questa frase: “Chissenefrega della vittima! Il carcere serve ad altro!”.

Queste parole mi sono uscite senza pensarci, nell’eccitazione del momento, come esprimessero un pensiero non del tutto cosciente. Me ne vergognavo profondamente, pensavo: come posso essere stato così disumano da dire “chissenefrega delle vittime”? Quanta brutalità c’è in queste mie parole? Perché le ho pronunciate? Stavo mettendo in discussione i postulati sulla funzione della pena in cui ero convinto di credere profondamente.

Mi chiedevo se il principio della pena come rieducazione del reo dovesse essere compresso per far sì che le vittime vedessero soddisfatta nel carcere l’umanissima sete di vendetta che senz’altro dovevano provare…

poi ho incontrato Marisa Fiorani. Lei, a cui avevano ammazzato la figlia, era lì, in un carcere, e abbracciava degli assassini. Lei, vittima, abbracciava i carnefici. Non cercava vendetta, ma verità. Non perdonava (“il Perdono lo lascio a Dio”), ma pretendeva responsabilità. La sua soddisfazione consisteva nel vedere “le bestie, che si scannano tra di loro, diventare uomini”. Forse, quindi, una vittima può essere appagata da altro rispetto alla vendetta?

Poi c’erano i detenuti. In loro ho visto cosa significa “rieducazione”. Vederli raccontare chi erano, ricercare in loro le risposte ai quesiti di Juri, mi ha mostrato plasticamente che la coscienza si può ricostruire, che la rieducazione non è astrazione buonista, ma realtà percepibile.

Ho capito che l’errore in cui ero caduto, fondamento dell’orribile frase che avevo pronunciato, era stato il non aver considerato quanto vittima e criminale possano essere utili l’uno all’altro, se messi in relazione. Non avevo mai pensato a quanto traumatico, e perciò costitutivo, possa essere per un assassino riconoscersi nella madre di un’assassinata, guardare negli occhi il dolore provocato.

Ho pensato che è una prova che probabilmente non sarei in grado di affrontare, e che affrontarla valga più di ogni possibile punizione. Ho pensato che la missione del carcere debba essere quella di dare la possibilità ai detenuti di affrontarla, questa prova.

Ho capito poi che il modo in cui le vittime reagiscono al dolore non è uno soltanto. Ci può essere il desiderio di vendetta (forse, anzi, è sempre presente nell’immediatezza del delitto), ma c’è anche “altro”, come dimostrano Marisa Fiorani e Paolo Setti Carraro.

Ed è necessario dare a questo “altro” la possibilità di svilupparsi, perché è da questo “altro”, credo, che nasce la possibilità dello sviluppo di coscienza e responsabilità condivise.

Ciò che mi rattrista è che sono convinto che non sarei mai arrivato a queste conclusioni senza vivere un’esperienza come gli incontri con il Gruppo della Trasgressione e, purtroppo, un’esperienza del genere la hanno in pochi. Mi chiedo come possa diffondersi nella società la consapevolezza dell’infinita potenzialità che il carcere, inteso come è inteso nel Gruppo della Trasgressione, può avere, perché è davvero difficile esprimere a parole l’esperienza di aver visto coscienze ricostruite. A parole, rischia di sembrare vuota retorica.

Ultimo pensiero abbozzato. Cristo, crocefisso, prima di morire dice: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Ecco, io credo che molte persone (forse, prima degli incontri delle scorse settimane, anche io stesso) intendano la “rieducazione” come una sorta di perdono della società ai criminali che, poverini, non sapevano quello facevano. Di qui il rifiuto collettivo dell’idea che la pena non debba essere sterilmente afflittiva.

Il malinteso è che, in realtà, il carcere davvero rieducativo non perdona, ma responsabilizza, ricostruisce coscienze. Il perdono lo lascia, eventualmente, ai singoli.

Sebastiano Venturi

Delitto e Castigo