La complessità del male

Un intervento al liceo Modigliani di Giussano su “La complessità del male”, tema che nei prossimi mesi sarà centrale nell’indagine e nelle iniziative del Gruppo della Trasgressione.

Fra queste quella relativa al rapporto fra genitori detenuti e figli (che vedrà la collaborazione fra i detenuti del Gruppo Trsg di Bollate e i detenuti  dei due gruppi di Opera); quella che fa capo al Cineforum nel carcere di Bollate; La partita a bordo campo, del prossimo novembre.

Tutte le indagini e le iniziative nascono dalla collaborazione fra detenuti,  studenti universitari, persone la cui vita è stata dolorosamente segnata dalla follia criminale, insegnanti e comuni cittadini, figure istituzionali,  artisti (vedi il progetto con Domenico Fiumanò), esperti di settore come i partner de LO STRAPPO .

Dentro il carcere, ma non fuori dal mondo

Mi chiamo Rosario Romeo, sono detenuto e faccio parte del Gruppo della Trasgressione di Bollate. Desidero dare un mio contributo riguardo alla lettera che Vito Cosco ha scritto e poi letto all’incontro collettivo fra i detenuti del gruppo di Opera e i loro familiari.

La lettera, resa pubblica dal dott. Aparo, è stata ripresa da alcuni organi di informazione, che hanno però proposto ai lettori o ai telespettatori una visione, a mio giudizio, errata delle cose. Io non credo che con quella lettera Vito Cosco punti a benefici o a sconti di pena; se avesse voluto dissociarsi dai coimputati, avrebbe dovuto farlo durante i tre gradi di giudizio. Adesso, un pentimento allo scopo di ottenere benefici sarebbe inutile.

Vorrei anche commentare quanto ci è stato riferito sull’incontro con i familiari. Abbiamo saputo dal dott. Aparo che all’incontro erano presenti anche la moglie e i figli di Vito Cosco. Da quanto ho capito, Vito Cosco ha ammesso per la prima volta, e dopo quasi 10 anni di carcere, le proprie responsabilità davanti ai propri figli e ha criticato senza mezzi termini il proprio operato.

Io credo che questa lettera sia un punto di partenza per potersi avvicinare soprattutto al figlio più piccolo, che (è stato detto) non era a conoscenza dei veri motivi per cui il padre è stato condannato all’ergastolo. Adesso il figlio di Vito è un adolescente e il padre capisce che non può continuare a mentire sulle proprie responsabilità; anzi, Vito Cosco sa, come qualsiasi detenuto con un po’ di cervello, che, per potersi riprendere la propria pericolante funzione di padre, deve avviare col figlio una comunicazione sincera e non più superficiale ed elusiva, come peraltro gran parte dei detenuti fa con i propri figli.

Se anche può essere vero che tante volte i detenuti cominciano a frequentare il gruppo con la speranza di ottenere qualche beneficio (uscite per eventi vari, una bella relazione o addirittura un posto di lavoro), bisogna riconoscere che chi frequenta il Gruppo della Trasgressione, sulla distanza, è costretto a confrontarsi (e finisce per essere contento di farlo) con situazioni che favoriscono riflessioni e autocritiche, che diventano nel tempo sempre più sincere e profonde e che coinvolgono anche detenuti giunti al gruppo per altri scopi.

Credo che ciò che è successo al Gruppo della Trasgressione di Opera debba essere inquadrato in relazione a quello di cui hanno bisogno i detenuti per non sentirsi definitivamente fuori dal mondo, oltre che lungodegenti chiusi dentro le mura del carcere. Le cose di cui parlano i telegiornali che ho visto sono buone solo a stuzzicare appetiti insani.

Rosario Romeo e Angelo Aparo

Romeo Rosario

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Restituzioni

Mi chiamo Giovan Battista Della Chiave, faccio parte del Gruppo della Trasgressione.

Mercoledì 05/06/2019 al teatro della C. R. di Milano Opera, il Gruppo della Trasgressione si è riunito con i familiari dei detenuti. Si tratta di una sorta di festa che viene fatta una volta all’anno per dare la possibilità alle famiglie di capire cosa avviene all’interno del gruppo negli incontri settimanali.

Come al solito, ad aprire la giornata è stato il Dott. Angelo Aparo, psicologo e moderatore del gruppo. L’incontro in teatro è partito con la lettura di uno scritto che Vito Cosco (da circa nove anni in carcere e da quasi un anno componente del Gruppo della Trasgressione) aveva presentato alla nostra riunione del mercoledì la settimana prima dell’incontro con i familiari.

Mentre Vito leggeva il suo scritto pubblicamente, erano presenti anche i suoi familiari: la moglie, il figlio di tredici anni e la figlia di venti. Lo scritto è molto forte, Vito ha cercato di mettersi a nudo e lo ha fatto davanti ai suoi figli, uno dei quali, stando a quanto diceva la madre, non sapeva nulla circa il motivo per il quale il padre si trova in carcere.

Conclusa la lettura, il Dott. Aparo ha chiamato molti dei detenuti e anche i familiari a commentare lo scritto e a esprimere le proprie impressioni. Ne è nato un bel dibattito al quale tutti hanno partecipato con interesse. Subito dopo il dott. Aparo ha chiamato il figlio tredicenne di Vito, chiedendogli di leggere un commento di Elisabetta Cipolloni. Il ragazzo con difficoltà ha letto il commento, ma l’emozione era alle stelle, tanto che alla domanda che gli è stata fatta: “ma tu sei orgoglioso oggi di tuo padre?” è scoppiato a piangere. Un pianto, credo, liberatorio del piccolo che certamente sapeva, ma che finalmente aveva udito dalla voce del padre il motivo per il quale lui si trova in carcere.

Ecco, la giornata è stata piena di emozioni rare, emozioni che fanno crollare tutte le barriere che molti di noi si costruiscono, una giornata dove Vito si è confrontato con molte persone a lui estranee e dove anche altri detenuti si sono sforzati di entrare nei panni di Vito.

Ecco cosa avviene quando la persona detenuta, anche se in regime di ostatività, trova il coraggio, la capacità, gli strumenti per mettersi in gioco. Nel nostro caso, lo strumento è un gruppo che, come dice il dott. Aparo, ha come principale obiettivo l’evoluzione dell’uomo. Vito, come tanti altri che frequentano il gruppo, è riuscito a tirare fuori, o meglio, a riportare alla luce delle diapositive archiviate e segregate in una parte remota del suo e del nostro cervello. Con il lavoro di gruppo al servizio dell’introspezione dentro ognuno di noi si possono ottenere risultati significativi e restituire alla società persone migliori.

Ecco, credo che Vito, dopo tanti anni, stia cercando proprio questo: sta cercando qualcuno che lo ascolti; lui con il suo scritto non sta chiedendo la grazia, ma sta cercando di rianimare l’uomo che è in lui. È chiaro che per crescere non si può e non si deve dimenticare il passato.

L’immenso lavoro che svolgono alcune persone volontarie nel fare evolvere l’uomo non è altro che quello che dice l’art. 27 O.P. *, ma che purtroppo viene realizzato solo in pochissimi penitenziari italiani. Quindi credo che in quel giorno 05/06/2019 sia stato fatto un enorme passo avanti da parte di Vito e che sia stato restituito un padre a un figlio.

° Art.27
Attività culturali, ricreative e sportive
Negli istituti devono essere favorite e organizzate attività culturali, sportive e ricreative e ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati, anche nel quadro del trattamento rieducativo. Una commissione composta dal direttore dell’istituto, dagli educatori e dagli assistenti sociali e dai rappresentanti dei detenuti e degli internati cura la organizzazione delle attività di cui al precedente comma, anche mantenendo contatti con il mondo esterno utili al reinserimento sociale.

Giovan Battista Della Chiave e Angelo Aparo


Giovan Battista Della Chiave

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Il male, una materia da lavorare

Dopo la pubblicazione del testo di Vito Cosco, ho potuto prendere visione di alcune reazioni dei Media: un paio di articoli di Andrea Gianni apparsi su “Il Giorno” e un servizio del TG5,  dove l’attenzione si concentrava in larga misura sulle reazioni di Marisa, sorella di Lea Garofalo, ad alcuni passaggi del testo.

Va però puntualizzato che le parole di Cosco, come si può leggere dal testo originale, sono destinate al Gruppo della Trasgressione e (in conseguenza della mia scelta di pubblicarle su www.vocidalponte.it) agli studenti universitari che fanno tirocinio presso di noi, alle figure istituzionali che seguono il nostro lavoro e a quei cittadini (giornalisti compresi) che desiderano avere un’idea di come funziona il tavolo del gruppo.

Il rammarico e il pentimento di cui parla il testo riguardano il giudizio che oggi Vito Cosco dà del proprio operato, non una richiesta di comprensione ai parenti della vittima o una richiesta di riduzione della condanna alla magistratura. Si tratta di un pentimento che procede in senso opposto rispetto ai canoni della delinquenza organizzata e all’atteggiamento mantenuto dallo stesso Vito Cosco in fase processuale (negazione a oltranza del proprio coinvolgimento); si tratta, insomma, di una riflessione che, in linea con gli obiettivi del Gruppo della Trasgressione, ha come scopo principale quello di provare a rintracciare l’uomo che all’epoca dei fatti si era reso servo e partner della criminalità e del degrado.

Il testo di Vito, già subito dopo la sua prima lettura, è diventato per il Gruppo della Trasgressione materia di riflessione e di sofferto dibattito, dando adito a un confronto difficile, doloroso e, si spera, proficuo per Cosco, per gli altri componenti del gruppo e per i familiari di tutti i detenuti coinvolti nel progetto.

Di certo, il giorno dell’incontro fra i detenuti del gruppo e i loro familiari non è stato facile per i figli di Vito Cosco sentire il padre parlare di fronte a tutti delle proprie responsabilità… ma a raccontare di questo preferisco siano i detenuti che hanno partecipato all’evento del 5 giugno nel carcere di Opera.

Da parte mia, aggiungo che sarebbe desiderabile, e credo anche utile, trattare il lavoro del gruppo come una ricerca finalizzata a raggiungere dei risultati. Non può stupire che i risultati si ottengano in modo graduale. Nel caso nostro, quando le cose vanno bene, i risultati si misurano in termini di coscienza acquisita dal detenuto e di sua capacità di collaborare in modo responsabile col mondo esterno: obiettivi in linea con quanto previsto dall’Ordinamento Penitenziario e, più in generale, dalla nostra Costituzione.

A tale proposito e allo scopo di documentare come la coscienza di sé e dell’altro non risponde alla legge del “tutto o nulla”, credo opportuno aprire un’area ove raccogliere, via via che verranno fuori, i testi che i componenti del gruppo ed eventuali collaboratori esterni produrranno sul tema, così che le persone interessate possano farsi un’idea di come funziona la nostra officina.

È desiderabile poi, come accade nella ricerca scientifica, che a decidere se certi risultati siano aria fritta o sostanza, sia innanzitutto una commissione di esperti che possa valutare per i detenuti, per i loro figli e per la collettività i benefici di questo genere di iniziative. Sarebbe infatti interessante quantificare quali vantaggi comporta, in termini di equilibri sociali e di risparmio economico, la restituzione del piacere della responsabilità all’uomo che l’aveva perso o a chi non l’ha mai avuto.

Se poi dovesse capitarci di incontrare un mecenate o un imprenditore che volesse provare a sostenere o a collaborare col Gruppo della Trasgressione, allora saremmo a pieno titolo nel terzo millennio.

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Per ricucire lo strappo

Milano: un documentario per ricucire “lo strappo” del crimine

All’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare «quattro chiacchiere sul crimine» e per presentare il documentario

di Paolo Foschini, Corriere della sera, 23/01/08, Cronaca Milano

Fa un certo effetto vedere seduti uno accanto all’altro un ergastolano per mafia e il magistrato Alberto Nobili, che contro la mafia ha combattuto una vita, e sentire il primo che dice “è un privilegio essere qui con lei”, e il secondo che risponde “l’emozione è mia, la sua presenza qui oggi e il suo percorso di recupero sono una delle soddisfazioni più grandi che ho provato dacché faccio il mio lavoro”.

È solo uno dei (tanti) momenti intensi che hanno caratterizzato la mattina di ieri all’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare “quattro chiacchiere sul crimine”, come recitava il titolo.

Chiacchiere si fa per dire, perché a parlarne e soprattutto rispondere alle domande dei ragazzi c’erano il fondatore di “Libera” don Luigi Ciotti, e familiari di vittime della criminalità più diversa – da Manlio Milani la cui moglie morì nella strage di Brescia a Maria Rosa Bartocci il cui marito fu ucciso in una rapina, da Margherita Asta che in un attentato di mafia perse la madre e due fratelli a Daniela Marcone a cui la criminalità uccise il padre – e poi il provveditore delle carceri lombarde, Luigi Pagano, e altri condannati per omicidio, e magistrati, giornalisti, avvocati.

Tutti lì per discutere di quella cosa che è “Lo strappo” prodotto ogni volta in cui c’è un crimine: strappo nella vittima, nella società, ma anche in chi lo compie. “Lo strappo” in effetti è anche il titolo del documentario presentato sempre ieri e realizzato su un’idea dello psicologo Angelo Aparo, del magistrato Francesco Cajani, del giornalista Carlo Casoli e del criminologo Walter Vannini, in collaborazione con il Comune, con Libera, con l’associazione Trasgressione.net, con la Casa della Memoria, con l’associazione Romano Canosa e con Agesci Lombardia. È scaricabile sul sito www.lostrappo.net.

Un motivo per farlo è già nelle parole con cui Manlio Milani lo apre: “Siamo abituati a pensare che le cose negative accadono sempre a qualcun altro, poi un bel giorno, quando colpiscono noi, ci accorgiamo che siamo parte di una realtà, che può colpire chiunque”.

La mattinata all’istituto Ettore Molinari, La locandina

Un gioco di squadra al Piamarta

L’esperienza con gli studenti del “Piamarta” si sta rivelando estremamente coinvolgente. Innanzitutto perché per la prima volta noi del Gruppo della Trasgressione stiamo interagendo con ragazzi che si trovano già concretamente al confine tra il continuare la propria evoluzione o perdersi; poi perché confrontandomi con loro e percependo chiaramente il loro disagio, sto rivivendo il malessere che ha caratterizzato la mia infanzia e la mia adolescenza, rendendomi facile preda della devianza.

Nell’ultimo dei quattro incontri che abbiamo avuto sinora con questi giovani, abbiamo avuto una prova di maturità dei membri del Gruppo poiché, per la prima volta, ci siamo confrontati con loro senza il supporto del dott. Aparo, che coordina il gruppo da vent’anni e da quasi quaranta lavora come psicologo nelle carceri.

Nell’ultimo incontro, membri del nostro gruppo e studenti si sono divisi in due gruppi. Quello di cui ho fatto parte, sin dall’inizio l’incontro, si è svolto sorprendentemente bene. Abbiamo rotto il ghiaccio dicendo, semplicemente, il nostro nome, cosa che poi, riflettendoci, non è così banale, poiché il nome è la prima forma di riconoscimento individuale e ricordandosi come si chiama la persona con cui ti relazioni è come se gli dicessi: “io ti riconosco tra tanti!”

A turno ognuno dei partecipanti ha raccontato qualcosa di sé e, man mano che le testimonianze andavano avanti, i ragazzi entravano sempre più in profondità. Ascoltandoli parlare, sono riuscito a immedesimarmi nelle loro storie perché anch’io sono cresciuto con la sensazione costante di essere fondamentalmente solo. Non nascondo la mia preoccupazione, perché in questa fase della loro vita questi ragazzi sono veramente in pericolo; al punto in cui sono, è sufficiente un evento che in qualche modo li turbi per scaraventarli negli abissi dai quali difficilmente si può risalire.

Nonostante il disagio che vivono, durante l’incontro ponevano anche delle domande che dimostravano per la loro pertinenza l’attenzione con cui ascoltavano. La cosa che ho percepito maggiormente è il bisogno dei ragazzi di essere ascoltati senza essere giudicati; inoltre, penso sia fondamentale non minimizzare mai i loro problemi e instaurare un rapporto paritetico che, oltre a farli sentire “riconosciuti”, permetta loro di sentirsi parte integrante di un mondo dal quale, purtroppo, ricevono continuamente messaggi fuorvianti.

Penso che il compito principale del gruppo, a maggior ragione di noi detenuti riemersi dalle nostre vecchie paludi, sia di infondere nei ragazzi quella fiducia in se stessi che noi, “Beni confiscati alla mafia” come ci ha affettuosamente definito il dott. Aparo, non abbiamo avuto durante la nostra adolescenza.

La nostra “rinascita” dimostra che, nonostante il mondo sia abbastanza incasinato, quando una persona incomincia a dialogare con se stessa e con le proprie fragilità, e a intrecciare relazioni che favoriscono la nascita di progetti a lungo termine, è possibile trovare la propria strada senza aver bisogno di cercare la felicità. In questo modo si può può fare facilmente a meno di quella strana e perversa eccitazione alla quale puntano le persone in difficoltà, ricorrendo all’uso sistematico della violenza e dell’arroganza o di sostanze che, non solo ci distruggono fisicamente e psicologicamente, ma ci allontanano ogni giorno di più gli uni dagli altri, rendendoci sempre più sordi ai segnali che la coscienza ci invia.

Ho la netta sensazione che con questi giovani possiamo costruire una base che ci consentirà di sostenere il peso del loro malessere di oggi e delle nostre scelte sbagliate di ieri con le quali i membri detenuti del gruppo devono convivere; ritengo, altresì, che attraverso il loro recupero io e i miei compagni potremo risanare in parte le ferite emotive della nostra infanzia e dare un valore al nostro folle passato, recuperando ulteriori energie per essere sempre più incisivi nella lotta contro la devianza e gli effetti collaterali che essa comporta.

Senza empatia è impossibile scardinare i meccanismi difensivi distorti che ognuno a proprio modo e spesso inconsciamente adotta. Solo mettendosi in gioco totalmente si può convincere un ragazzo a comunicare il proprio malessere e a indirizzare l’energia della rabbia che si porta dentro verso obiettivi funzionali alla sua evoluzione.

Certamente noi del gruppo dobbiamo essere consapevoli della grande responsabilità che abbiamo nei confronti dei giovani; per questo è necessario che ogni membro del Gruppo della Trasgressione ricordi sempre che solo facendo gioco di squadra possiamo riuscire nel difficile compito che ci spetta e per il quale, in un certo senso, ci prepariamo da anni: evitare che questi ragazzi distruggano la vita degli altri e la propria.

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Una storia violenta

La prima volta avevo cinque anni. Stavo giocando con mio fratello, che ne aveva due. Un vicino di casa lo chiamò con la scusa di dargli una caramella. Io non me ne accorsi. Poi venne da me e mi disse che se non gli facevo un pompino mi ammazzava. Però non gli bastò solo un pompino. Mi violentò…

Ero terrorizzata di lui. Avevo paura di raccontare cosa era successo. Mia mamma poi mi mandò a scuola. Io non volevo andare e lei mi sgridava e mi dava delle sberle. Non capiva che quell’uomo era l’autista dello scuola bus e lui aiutava i bambini a salire e scendere dal pulmino. Era per quello che non volevo andare, vivevo nella paura che potesse farmi ancora male.  Mi minacciava – “se dici qualcosa, tutti si vergogneranno di te!” usava violenza psicologica e io avevo il terrore di parlare.

Provavo schifo, vergogna, rabbia: il mio cuore si è chiuso e anche la mia mente. A scuola andavo malissimo perché non riuscivo a concentrarmi. Ho ripetuto più volte la prima elementare. La paura causata dalle minacce teneva occupata la mia mente e non riuscivo ad imparare nulla. Io avrei voluto studiare ad essere brava ma non ci riuscivo. È cambiato il mio carattere, sono diventata ribelle. Non parlavo.

Vivevamo da mia nonna. Mio padre era alcolizzato. Era gelosissimo di mia madre, controllava come si vestiva. Non mi voleva bene. Avrebbe voluto un maschio. Era violentissimo e picchiava spesso mia madre. Io mi mettevo spesso in mezzo. Arrivava la famiglia di mio padre per picchiare la famiglia di mia madre. Arrivavano con coltelli e pistole. Era terribile. Mi ricordo che gli gridavo ‘no papà ti prego non usare il coltello!’ È così che sono cresciuta…

Mio papà non mi comprava niente…ho cominciato a rubare a 8 anni, dolci e caramelle. A 13 anni rubavo già le auto. Portavo con me un coltello. Bigiavo la scuola per andare a rubare. Ma non ero felice. Infatti ho cominciato a drogarmi – cocaina, pastiglie. Per dimenticare le cose brutte. Picchiavo tutti quelli che incontravo, sia uomini che donne, che mi guardavano male. Avevo tanta rabbia dentro. Nell’ambiente della droga tutti volevano violentarmi ma io li picchiavo e non mi facevo mettere le mani addosso se non volevo io…

A 15 anni mio padre mi ha accusata di drogarmi con una sostanza che invece non usavo perché era merda. Abbiamo litigato. Mi ha picchiato con una grossa sbarra di ferro. Lui era forte. Lo odiavo perché ci picchiava sempre. Lui non mi voleva: mi lasciava da mia nonna e loro invece stavano a casa, mangiavano insieme… per tutta la vita l’unica cosa che ho desiderato è di avere una famiglia, una carezza da mia madre. Invece non volevano stare con me e questo è stato sempre un enorme dolore e lo è tutt’ora

E mia madre! Solo quando a 15 anni ho picchiato io mio padre e l’ho buttato fuori –  solo allora mia mamma si è ribellata, dopo che lui se n’è andato.

Ancora adesso sento odio per chi mi ha violentata. E rabbia per mia madre che non si ribellava. Non capivo perché non lo facesse. Lei non si è resa conto che ci ha fatto tanto male così. Assistere a tutta quella violenza è stato devastante. A 15 anni andavo in giro con la pistola. Se vedevo mio padre lo sfidavo, non avevo più paura di lui. È allora che ho conosciuto il padre di mia figlia. Studiava anche se era un po’ dell’ambiente e anche mammone. Sono stata fidanzata con lui per 3 anni. Ho fatto una figlia con lui, lo amavo tanto. Ho lasciato la vita che facevo perché lo amavo e volevo una famiglia, però continuavo a drogarmi, anche se ero incinta perché sentivo che lui non era felice con me. Anche lui si drogava.

Vivevamo nella casa di mia suocera che si metteva spesso in mezzo.  Abbiamo cominciato a picchiarci già da fidanzati e le cose sono andate peggiorando. Mi mentiva e questo mi faceva arrabbiare. Avevo tanto sperato di avere una famiglia. Il dolore mi portò a tagliarmi, a farmi male. Ero incinta, ma mi veniva in mente tutto quello che mi aveva fatto mio padre.

Quando la bimba aveva due mesi me ne andai, ma poi ritornai dopo tre mesi. Speravo ancora che le cose potessero funzionare. Sono rimasta incinta di nuovo. Lui non era felice all’idea di un altro figlio. Continuavamo a litigare. Mi vietò di raccontare a mia madre, a mia suocera a chiunque che aspettavo un bimbo. Mi picchiava anche se ero incinta. Una volta mi fece davvero male, sentì qualcosa spezzarsi nella schiena. Cominciai a perdere sangue e capì che era successo qualcosa di grave.

Gli chiesi aiuto, di portarmi in ospedale. Si rifiutò anche se aveva l’auto. Dovetti aspettare che arrivasse l’ambulanza. Mi ha mandata sola come un cane. Mi hanno ricoverata subito perché avevo una forte emorragia. Non ho perso subito il bambino…ci volle una settimana. Non ho mai superato questo dolore. Non ha solo ucciso il mio bimbo quel giorno, ha ucciso me. Non si può spiegare cosa significa perdere un figlio.. lo odiavo, ma dopo sono tornata da lui.

Guardando indietro non capisco perché. Forse perché era quello che avevo visto fare a mia madre, la stessa violenza, la stessa incapacità di andarsene.

Lui mi accusava di tradirlo, era fissato. Io lo tradivo sì, ma non con gli uomini, con la droga. Al 1° compleanno di mia figlia avevo ormai perso la voglia di vivere. Prendevo pastiglie per tutto: per dormire, per stare sveglia… fu proprio alla festa di compleanni di mia figlia che decisi di lasciarlo definitivamente. Andai a vivere da mia nonna e lui partì per l’Europa. Però mi chiamava, ma mi minacciava, diceva: se ti trovo con un altro uomo ti ammazzo. Mi torturava tutti i giorni con le sue minacce. Mi ha anche denunciato perché non volevo fargli vedere la bambina.

Lo odiavo con tutte le mie forze…odiavo tutti gli uomini. Li odiavo così tanto che andavo con tutti…è illogico ma è così. Continuavo a pensare al figlio che avevo perso – io non ho mai pensato all’aborto, non mi ha mai sfiorato l’idea. Avrei voluto uccidere quell’uomo, forse è per quello che è partito. Quel figlio lo porto ancora nel cuore.

Ho ricominciato a rubare. Chi mi dava da mangiare? Mi drogavo e dovevo pagare la droga, vestirmi, vestire mia figlia… C’è stato uno che diceva di volermi aiutare, un ragazzo, ma io non lo amavo quindi non ho accettato. Io non uso le persone.

Sono finita in carcere, però solo per dormire la notte: il giorno potevo uscire. Mia suocera mi aiutava con mia figlia. Anche se aveva fatto tanto male al mio rapporto con lui, mi ha davvero aiutata con mia figlia e non serbo nessun rancore. Abbiamo fatto pace dopo che lui è partito per l’Europa.

Quando aveva 4 anni la bimba stava con me la settimana e il fine settimana con mia suocera. Poi ho incontrato un ragazzo a una festa di battesimo. Lo conoscevo già dal passato. A quel tempo non mi drogavo più, però bevevo. L’ho frequentato per un po’ e ci sono andata a letto: sono rimasta subito incinta. Eravamo entrambi felici. Un’amica mi consigliò di abortire ma io non l’ascoltai – non esiste abortire, è una vita. Questo ragazzo aveva una situazione familiare molto difficile. Sua madre, sessantenne, si drogava con lui. Iniziammo presto a litigare e a picchiarci a vicenda. Volevo che lui fosse migliore del primo e invece era peggio, molto peggio. Due mesi dopo il parto ricominciai a drogarmi. Durante la gravidanza avevo ripreso a rubare. Lui era sempre drogato e non provvedeva a me: dovevo comprare la culla, il passeggino…

Un giorno venne a trovarmi un’amica, una compagna di furto. Lui mi accusò di drogarmi con lei. Non era vero. Cominciò a picchiarmi forte. Mi ricordo che pioveva. Io mi difendevo ma lui era molto grande e grosso. Mi mise le mani al collo, voleva strangolarmi. Io lo mordevo  per cercare di liberarmi. Era malato, era gelosissimo, era geloso di mia madre, di mio fratello, di tutti. Non so ancora oggi come io non sia morta. Lui voleva uccidermi. Mi ricordo le mani al collo, mi ricordo che non respiravo, le mani che mi stringevano sempre di più. Ricordo ancora la sensazione.

Avevo il terrore di lui, era pazzo, ero convinta che volesse uccidere me e mia figlia. Lei mi aveva ridato la vita. Andai all’ospedale con un attacco di panico. Non so se lui si rese conto di quello che aveva fatto e si spaventò, comunque se ne andò via. Dopo, voleva fare la pace ma io non ho accettato. Mi cercava, e un giorno mentre ero fuori mi ha trovata e ha cercato nuovamente di uccidermi. C’era gente che vedeva e lui è scappato.

A quel punto sono andata dalla mia famiglia per raccontare che mi aveva picchiata, che aveva tentato di ammazzarmi. Sono andati tutti da lui per picchiarlo e lui ha ferito mio papà con un coltello.

Continuava a seguirmi, era orribile. Mio padre e mio cognato andarono ancora da lui per picchiarlo. Non riesco ancora a capire come un uomo, il padre di mia figlia, potesse volere uccidermi. Era malato di mente… era malato di gelosia. Mi chiamava in continuazione. Alla fine ho accettato di vederlo e di andare a letto con lui un ultima volta. Mi aveva minacciata con un fucile puntato alla testa. Non so come, ma da quella volta mi lasciò in pace.

Poi sono venuta in Europa. Un’amica mi portò a vivere a casa di un vecchio che era in galera ma veniva a casa i weekend con dei permessi. Si è innamorato di me e mi disse che mi avrebbe dato un’opportunità di lavorare con lui. Io non conoscevo nessuno. Gli ho voluto bene, ma era il più pazzo di tutti. Mi comprò un’auto per lavorare ma era gelosissimo. Cominciò a picchiarmi. Teneva l’acido in casa e diceva che mi avrebbe sfigurata. Ho conosciuto un altro ragazzo ad una festa e cominciai a frequentarlo perché non ce la facevo più. Ma avevo anche bisogno di una casa, lo ammetto, e non avevo soldi quindi tornavo dal vecchio. Lui disse che avrebbe ucciso questo ragazzo. Mi seguiva, ma io non lo sapevo. Mi trattava come una puttana. Per gli uomini tutte le donne sono puttane…

Non capisco, sembrava così buono all’inizio e poi invece è diventato un mostro. Mi piaceva tanto, mi minacciava, quando cercavo di andarmene mi picchiava ancora di più. Un giorno non ce l’ho più fatta e mi sono tagliata con un coltello. Sanguinavo tanto. Ho ancora le cicatrici…volevo andare in ospedale ma lui non voleva. Aveva paura che lo arrestassero perché era ai domiciliari.

Sono svenuta. Mi ha medicato lui. Poi, quando sono guarita, ha iniziato a picchiarmi ancora. Avevo paura che mi uccidesse, non si controllava, non riuscivo a farlo stare calmo. Diceva a tutti che ero sua moglie. Sono andata a rubare perché volevo staccarmi dal pazzo. Vivevo con il terrore che mi buttasse acido in viso. A volte mi dava dei soldi, altre volte non mi apriva la porta di casa e dormivo in un albergo.. me ne sono liberata creandomi un’indipendenza lavorativa con quel ragazzo, fino al mio arresto.