La fecondità dell’imperfezione

Un racconto fra parole e musica, fra arroganze dure a morire e fragilità negate, in compagnia di Juri Aparo, Tonino Scala e dei componenti del Gruppo della Trasgressione. Le canzoni e gli interventi della serata sono un invito a collaborare con i nostri progetti e le nostre attività già in corso:

  • Associazione Trasgressione.net: interventi di prevenzione al bullismo nelle scuole medie superiori e inferiori, il teatro sul mito di Sisifo, convegni su i temi del gruppo, concerti della Trsg.band;
  • Cooperativa Trasgressione.net: consegne di frutta e verdura freschi a bar e ristoranti e a gruppi di consumatori associati, le bancarelle nei mercati rionali con gli stessi prodotti, il restauro di beni artistici, lavori di manutenzione e di piccola ristrutturazione.

Progettare e lavorare con chi ha commesso reati
giova al bene collettivo e alla conoscenza dei percorsi devianti
più della pena che il condannato sconta in carcere

A tutte le persone che intendono partecipare chiediamo di contribuire al buon esito dell’iniziativa osservando le seguenti indicazioni:

  • Le richieste di prenotazione (obbligatoria) al concerto vanno inoltrate a associazione@trasgressione.net specificando chiaramente:
    Nome e Cognome, Luogo e Data di nascita e N° Carta d’identità;
  • Ingresso 10 euro.
  • Le prenotazioni possono essere inoltrate individualmente, ma per snellire il nostro lavoro chiediamo la cortesia, quando è possibile, di cumulare più richieste in un’unica mail.
  •  E’ indispensabile essere presenti all’ingresso entro le 19:30. Via Camporgnago 40, Milano. I parenti dei detenuti sono invitare a entrare alle 19:45.
  • Allo scopo di facilitare i controlli all’ingresso e per evitare ritardi è necessario presentarsi senza cellulari, senza oggetti elettronici, chiavette USB, ecc.

 

La squadra anti-degrado

Cosa me ne faccio della mia consapevolezza?

<< Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio é discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.
L’inferno dei viventi non é qualcosa che sarà; se ce n’é uno é quello che é già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo é rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non é inferno e farlo durare e dargli spazio>>

Calvino, Le città invisibili

 

Della serata del 16 marzo scorso, in carcere a Opera per “Lo strappo”, mi sono rimaste in mente tante piccole cose, immagini, frasi, domande, abbozzi di ragionamento.

– Gli occhi del detenuto dietro al computer e a sistemare l’audio (quando davano i croccantini al gatto, o mi dicevano che serate come queste erano importanti, o si scusavano che la tecnologia era un po’ quella che era)… a me sembravano occhi che ridevano.

Una difficoltà tecnica che mi è sembrata emblematica: Alex che doveva leggere il testo della strage di Pizzolungo non aveva abbastanza luce per leggere; il mio microfono – quando dovevo recitare le parole di una vittima – si rifiutava di funzionare. Vittime ineffabili. Erano giorni che mi chiedevo quanto fosse difficile dare voce alle vittime, lì dentro.

– Il rammarico per la domanda di un detenuto che chiedeva conto della propria detenzione. Rammarico, perchè possiamo ipotizzare non lo sapesse davvero, o non avesse in mano strumenti per capirlo, o le persone a cui chiederlo non sapeva chi fossero o non gli davano ascolto… Rammarico perchè sembrava non avere gli strumenti per cogliere che era impossibile che quella sua domanda ricevesse una risposta in quella sede. Rammarico perchè, da quel che diceva, era probabile uscisse da lì a breve, e il tono con cui parlava in quel contesto non sembrava essere quello di una persona che avesse fatto bene i conti con la propria storia.
(Eppure, possiamo prenderla sul serio, quella domanda? Ha poi avuto risposta? E la risposta è stata capita?)

– La delusione nelle spalle di quel ragazzo che quando ha chiesto al magistrato cosa lo avesse spinto a intraprendere quella carriera si è visto negare la risposta. E io che invece pensavo che quella domanda fosse azzeccata e avesse assolutamente a che fare con lo strappo e la volontà di ricucirlo, avesse a che fare con quella cosa potente che è immaginarsi grandi (e mi sono sincerata – cuore di mamma dicono – che in separata sede abbia ricevuto una risposta da Franco Roberti mentre insieme uscivano dal carcere, e almeno questa so che è una parentesi a lieto fine).

– Con riferimento alle letture iniziali, e alla parte recitata schiena contro schiena fra vittima/carnefice: e al di là del microfono, della mia performance migliorabile… ripenso che nelle ore/giorni precedenti ero molto tesa al pensiero della possibile reazione dei detenuti, almeno tanto quanto ero tesa al pensiero delle vittime presenti in sala (Che moti dell’animo mi potrò aspettare? E se la nostra interpretazione risultasse inadeguata… addirittura offensiva? E la nostra scelta dei testi come sarà giudicata? C’è chi ha parlato addirittura di arancia meccanica… quelle letture, fanno troppo male? Troppo o troppo poco? Sono servite?)

– Ambrosoli che dice di non essere cresciuto pensando di essere una vittima, di aver cercato di evitare questo alibi. E il mio pensiero va alle guide che ha incontrato sul suo cammino. Chissà se saprei essere così brava…

– Ambrosoli che fra tutto quello che poteva dire sceglie di dire che si dispiace per non aver immaginato che uno dei detenuti avesse una figlia. Di aver perso una occasione di curiosità. Accidenti.

– la domanda “cosa me ne faccio della mia colpevolezza“, che un detenuto ha rivolto alle Istituzioni. Non ero nella testa di quel detenuto, e mentre la faceva mi ero chiesta se il sottotesto – il non detto – in quella affermazione fosse la denuncia  “non ci vengono dati contesti in cui poter esprimere la nostra crescita“. Il magistrato che ha risposto “ad esempio la prevenzione al bullismo è una cosa bella per ricucire lo strappo” l’ha letta come domanda effettiva, non come domanda provocatoria. E se era una vera domanda, da un lato volevo rispondere che io ad esempio mi sono stupita/commossa quando mi hanno accennato del progetto di prevenzione al suicidio in carcere portato avanti dai detenuti, che mi è sembrata una idea bellissima, geniale, importante.
Dall’altro lato, quella domanda nella mia testa era subito diventata “cosa me ne faccio della mia consapevolezza“. E volevo rispondere: “eh, grazie. Sarebbe bello che qualcuno ci dicesse cosa dobbiamo fare da grandi“. Sarebbe tutto più semplice. Ma non è così, nemmeno per noi.
Nella cucina della vecchia casa di mia madre, lei aveva appeso un sacco di frasi e foto che le piacevano. Frasi della Bibbia, poesie, cose così. C’era anche una foto di un muro, con una scritta che recitava: “Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo“. E lei che era una insegnante di italiano alle medie, mi diceva “sai, perchè questa frase è importante? Il primo vero ostacolo perchè il figlio di un bracciante diventi un imprenditore o un professore universitario, o qualunque altra cosa non sono i soldi, ma è l’immaginazione. Non si immagina in quel ruolo. Non si immagina diverso”. È l’immaginazione la risorsa più potente da sviluppare. E ripenso a Juri, che fa diventare i detenuti educatori e nel farlo regala una possibilità di “immaginarsi diversi” pazzesca. E come lui molti altri.
Quindi, in quel frangente, a Opera, pensavo che la mia risposta unica possibile e forse la più seria risposta a quella domanda sarebbe pertanto una domanda: “come lo sogni, tu, il tuo futuro, facendo i conti con quella colpevolezza li? A te cosa piacerebbe fare?”.
The future is unwritten, questa cosa io la voglio pensare. Ma non in maniera stupida, lo so che non ho più la stessa vita potenziale di un bimbo di 10 anni, o che un ergastolano ha una rosa ancora più ristretta di possibilità davanti a sè… eppure gli uomini “guidano da soli la propria canoa“.  Quanto meno nei territori inesplorati del pensiero, della conoscenza, della parola, della relazione: il futuro non è già scritto.
E a me è lì a Opera era tornato in mente un libro che ho letto e riletto a mia figlia, un albo illustrato. Si chiama  “Un piccolo passo”  (Simon James, Zoolibri). Ne copio qui di seguito due pagine:

 

Io sono una fondamentalmente insicura, e se qualcuno oggi mi chiedesse come vedo il mio futuro, preferirei limitarmi ad una domanda più piccola. Hai provato a fare un passo?

– poi penso alla delusione/rabbia provata pensando a Carmelo, fra gli intervistati del documentario, che una volta uscito è tornato a spacciare, ed è di nuovo in galera. E vorrei sapere da lui, non da altri, il perchè. Quando si parla di spaccio, a me torna in mente la sig.ra Bartocci (che ha perso il marito… per due lire e quattro drogati…e che pensa che lì non si può recuperar niente), la sig.ra Fiorani (e lei che ha combattuto per anni contro la droga, e ha perso una figlia, quando ha incontrato dei ragazzi ha detto “i problemi vanno affrontati“), e poi mi viene in mente la riduzione teatrale che ho visto di Caracreatura di Pino Roveredo (e io mamma di bimbi piccoli mi chiedo come si fa a tenere i miei figli lontano da quello specchietto di allodole lì. Da quel dramma lì. Da quel disastro lì della droga e non mi so rispondere e dico che basta, basta. BASTA. Abbiamo bisogno di alleati).
Ecco. A Carmelo voglio chiedere anche quale contesto lo ha accolto una volta uscito di galera, se s’è l’è cercato lui. Era l’unico possibile? Ci sarebbero stati contesti diversi che potevano accoglierlo? E c’era un lavoro? Abbiamo bisogno di analizzare e capire bene il perchè, per sapere in che direzione lavorare.

– Poi, di tutto il lungo discorso di Lucilla,  di Libera, mi è rimasto impresso il richiamo al “vedo sento parlo“. E subito penso al mio compagno, a una dinamica che c’è spesso fra noi, lui che si arrabbia perchè non mi arrabbio abbastanza quando vedo qualcosa di sbagliato. Viviamo in una società di pavidi, mi dice. Tu – mi dice – sei troppo pavida. Io lo guardo, che si incazza in giro per la città quando vede piccoli grandi soprusi quotidiani e il più delle volte gli dico stai attento per carità che tieni famiglia, e che io ci tengo a te, in giro ci sono troppi pazzi o criminali, oppure mi innervosisco che non può sempre guardare quello che non funziona e lui mi dice ti arrabbi con la persona sbagliata. “Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre” (Sciascia, il giorno della civetta).
E sì, mentre Lucilla parla penso che davvero i beni più importanti da conquistare alle mafie sono le persone, siamo noi.
E allora.  Uno due tre quattro cinque dieci cento passi…

 

In piedi, da soli

“In piedi, da soli, non ce la si fa
per farcela, occorre un’Autorità”

(Aparo dixit – 20 aprile 2018, ore 12.58)

Milano,  Giardino Bazlen – Porta Romana

[continua….]

Noi non siamo nulla se non ricordiamo chi siamo stati

“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”. 

[Luigi Pirandello]

 

 

Scendere sottoterra è come morire, e io non sono ancora pronto.

Tuttavia all’improvviso inizia a piovere a dirotto e io, in questo tardo pomeriggio lavorativo a Tirana, ho solo due ore d’aria e di libertà. Quindi non mi rimane altra scelta, e mi avvio lungo i gradini di questa strana scala al contrario.

Che sia un bunker balza subito agli occhi. Avanzo lungo lo stretto corridoio e, in sottofondo, sento rumori di passi veloci e latrare di cani. Mi accompagneranno, da una serie di altoparlanti nascosti, fino all’uscita: è Arte, dice il cartello all’ingresso. E’ Memoria per le vittime del terrore comunista, capisco sempre più mentre percorro le varie stanze.

L’immagine degli occhi persi di Hatlije Tafai, morta dopo indicibili crudeltà. L’odore dei vestiti di lana, appesi alle pareti, dei prigionieri politici. Il suono della macchina da scrivere nella sala buia degli interrogatori. L’aria pesante che a tratti ti svuota i polmoni. …

Questa “esperienza di immedesimazione”, così forte per me quanto non programmata, mi rafforza nella idea che da lì a pochi giorni dovrà necessariamente diventare realtà.

Al carcere di Opera arriva “Lo strappo” e io – fino a quel momento – ero più che mai convinto che queste “Quattro chiacchiere sul crimine” dovessero necessariamente, in quel luogo così significativo, partire proprio dall’inizio. Per consentire a tutti i presenti di fare i conti con quella realtà inenarrabile.

Ma come riprodurre, appunto, una ferita mortale? Come rappresentare quel dramma che, all’improvviso, cambia le vite per sempre?

Convinto sì ma ancora dubbioso: il pericolo di una spettacolarizzazione del dolore e di una mancanza di rispetto per le vittime stesse mi sembrava sempre dietro l’angolo.

Eppure conobbi Manlio Milani il 21 Marzo 2010, a Milano…. arrivò alla Camera del Lavoro con alcuni files da caricare sul mio computer prima del suo intervento: alcune fotografie e l’audio originale dello scoppio della bomba in Piazza della Loggia, quella mattina del 28 maggio 1974 a Brescia. Rimasi colpito da questa sua intenzione e sollevato dal fatto che, per una serie di eventi, non ce ne fu poi l’occasione.

Solo anni dopo, avendo occasione di conversare a lungo con lui durante la registrazione della sua intervista per il nostro documentario, mi fu tutto più chiaro. Del resto le fotografie in bianco e nero dei minuti immediatamente successivi allo scoppio di quella bomba, come scrive Benedetta Tobagi e a differenza di quelle di altre stragi della storia del nostro Paese, “brulicano di persone. Gente che grida, corre, scappa, piange, resta impietrita. Manifestanti che soccorrono le vittime”. Immagini queste “simili soltanto alle incisioni di Goya o alla carne urlante delle crocifissioni di Bacon”.

Eccomi qui: mentre ripenso a tutte queste cose sono seduto  dietro ad un mixer accanto a Salvatore, detenuto al carcere di Opera con ergastolo. E’ con lui che sto prendendo accordi sempre più fitti, perché mancano 10 minuti e la sala del teatro è quasi tutta piena.

Lui – nel mio immaginario – dovrebbe essere l’esperto, anche di bilanciamenti di suoni e di accensioni di luci, ma alla fine la parte che avrei voluto evitare tocca proprio a me.

Schiacciare quel tasto.

Scorrono sullo schermo le frasi di bambini di 10 anni ma, nonostante questa speranza di un futuro migliore, tutto per me rimane difficile. Oggi come ieri.

Cosa si prova a far saltare per aria delle persone? In una piazza, o lungo la strada che costeggia Pizzolungo una mattina di 33 anni fa, o Capaci? Oppure in un teatro, che sia durante una rappresentazione come a Dubrovka oppure durante un concerto come al Bataclan?

Buio in sala.

Schiaccio, a fatica, quel tasto perché non c’è altro modo per far sentire a tutti quell’audio.

Sono 67 i secondi prima dello scoppio. Ripenso a mio figlio quando, raccontandogli di quelle persone che in carcere “stanno pensando agli errori che hanno fatto”, mi chiede: “papà, ma le persone in cielo sono contente che loro stanno pensando?”.

Non riesco a trovargli, ancora oggi, una risposta.

Ma poi ritorno a quella sera a Tirana quando, ringraziando all’uscita del ristorante lo chef Aldo per quelle superbe delicatezze di mare che aveva cucinato appositamente per noi, mi ero emozionato vedendo che aveva messo in vetrina – accanto ad un Dom Pérignon di una annata incredibile – una bottiglia di Hiso Telaray.

Dalla terra bagnata di sangue l’uomo saggio può provare a far crescere qualcosa.

Mi aggrappo a questo. Manca 1 secondo. Io sono pronto a fare questo passo verso il 21 marzo 2018, mettendomi le scarpe di Manlio Milani e di Margherita Asta.

Grazie a voi e a tutti gli altri Familiari che ho avuto il dono di conoscere in questi ultimi 8 anni: per aver illuminato drammi che non riuscivo a vedere ed amplificato voci che non riuscivo a sentire (come pure la tecnologia – ostile anche al carcere di Opera – ha teatralmente fatto capire a tutti…. Alex che inizialmente non vedeva la pagina del libro Sola con te in un futuro aprile, Chiara che inizialmente non riusciva a farsi sentire sul testo di Vittime per sempre).

Ma soprattutto per aver avuto la forza di lasciare che le scarpe di quel giorno non appartenessero più (soltanto) a voi, evitando che diventassero sempre più pesanti ed insostenibili, come cemento che fa annegare.

Le luci in sala si riaccendono.

A distanza di più di venti giorni ancora mi rimangono – di tutta questa serata intorno al fuoco – emozioni forti. E contrastanti, quantomeno nella mia pancia, come l’effetto di quelle letture iniziali (scritte da alcuni Familiari di vittime) riflesse nelle parole che tutti hanno sentito uscire sincere dalla bocca di chi ha ucciso.

Ma quel buio, ora, forse fa meno paura a tutti.

Anime verdi

Anime Verdi
di Mario Buda

L’anno scorso ho partecipato alla giornata di Commemorazione delle vittime delle mafie. Figure istituzionali, comuni cittadini e detenuti, siamo andati al microfono per leggere, ognuno di noi, 28 dei 940 nomi in elenco.

Sentire nominare, una dopo l’altra, le persone uccise da chi, come me, ha fatto parte di quelle mafie, è stato come ricevere una martellata in testa. E la martellata mi ha obbligato a scegliere da quale parte stare… se ancora dalla parte dei colpevoli o dalla parte di chi condivideva il dolore di quelle vittime.

Ho aspettato il mio turno e poi, senza remore o ripensamenti, ho letto i 28 nomi presenti sulla lista che mi era stata consegnata. Questo mio atto di pubblica partecipazione mi ha fatto sentire più pulito e più degno del presente che voglio vivere e del futuro che sto tentando di costruire.

Qualche settimana fa il dottor Aparo ci ha detto che il Rotary club Milano-Duomo vuole donare alla città di Milano 50 alberi, da piantare in parte qui, nel carcere di Opera, in parte nel carcere di Bollate e in parte al Coming out(1). Inoltre, ci ha chiesto di scrivere qualcosa circa una eventuale correlazione tra noi del Gruppo della Trasgressione e questi alberi.

lo ho subito percepito che il senso di questi alberi era da collegare a quella commemorazione e a quelle vittime e per questo propongo di intitolare qualcuno di questi alberi al nome di qualcuna delle vittime ricordate quel giorno.

Poi, attraverso la Direzione o attraverso il P.M. Cajani, sarebbe opportuno inviare una lettera alle famiglie di queste vittime, mettendole al corrente di questa iniziativa, nella speranza che accettino questa sorta di “mediazione penale”.

Infine, se questi alberi saranno da frutto, proporrei di preparare dei cestini regalo con i primi frutti che gli alberi produrranno, inviandoli alle rispettive famiglie, proprio per dare un valore simbolico a questa iniziativa.

Sarebbe fantastico creare qui in carcere un giardino della commemorazione nel quale, il giorno della ricorrenza, parenti, istituzioni e detenuti che abbiano preso “coscienza della prossimità” possano dar voce alle vittime e a chi, uccidendole, aveva tolto la vita a loro e a se stesso.

Come dice un famoso detto ebraico:
L’immortalità consiste nel ricordo di chi ci vuole bene...
e fino a quando il nostro nome risuonerà nell’universo,
noi saremo realmente i
mmortali

  1. Gli alberi del Rotary Club Milano Duomo verranno piantati il 22/03 e il 04/04 nelle carceri di Bollate e di Opera e il 05/04 al Coming out

Torna all’indice della sezione

Ideologia conservatrice o evoluzione culturale?

  1. Premesso che il carcere è un posto che non risponde agli obiettivi dichiarati e che in Italia su circa 210 carceri, ce ne sono meno di 10 appena compatibili con gli standard europei,  arrestare le persone che commettono reati pesanti è cosa di cui possiamo fare a meno?  Esistono metodi alternativi all’arresto per fermare rapinatori, spacciatori e assassini?
  2. Il gruppo Trsg negli ultimi 20 anni ha contribuito a far evolvere un certo numero di coscienze in carcere. Queste coscienze avremmo potuto intercettarle se le avessimo incontrate sulle strade della Sicilia, della Calabria, della Campania e della Lombardia intanto che ammazzavano la gente e che contribuivano al degrado sociale con organizzazioni come Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra?
  3. I tre detenuti che erano sul palco venerdì sera, tutti e tre rappresentanti di primo piano di obiettivi e metodi del gruppo Trsg, hanno maturato la competenza espressiva dimostrata nel corso della serata grazie a 5/8 anni di esperienza col gruppo e ad altri percorsi paralleli. Il risultato è un livello di coscienza che all’epoca dei reati non esisteva. Ciò detto, la coscienza dei tre detenuti in questione oggi è per la società un guadagno o un ideologico supporto alla nefandezza delle carceri italiane?
  4. Sono partito 20 anni fa, dopo avere assistito alla supposta rivoluzione cui aspiravano le BR, per tentare una rivoluzione culturale senza mitra. Questo lavoro di graduale rinnovamento degli schemi nell’ambito delle carceri  possiamo considerarlo un valore sociale o dobbiamo temere che si tratti di un escamotage del sistema per perpetuare se stesso? Chi conosce il mondo penitenziario sa bene che passeranno decenni prima che quello che avviene nelle carceri milanesi si estenda alle altre carceri italiane. Ma esistono altre forme di rinnovamento?

Ancora… i detenuti che parlano nel documentario “Lo Strappo” sono tutti del Gruppo Trsg, cioè sono tutte persone nelle quali è stato aperto il dialogo con la loro coscienza e con la coscienza dell’esistenza dell’altro. I delinquenti, quelli presi nella fase in cui contribuiscono al degrado sociale, non hanno niente da dire, non perché non abbiano niente dentro, ma perché non motivati o del tutto incapaci di entrare in contatto con la propria coscienza, che rimane quindi muta e sorda. Se noi facciamo incontrare delle vittime con uno che nel corso di una rapina ha appena ucciso un gioielliere, avremo da una parte una moglie e una figlia allagate dal dolore e dall’altra una persona che non ha imparato la lingua per stare al mondo e per mettere a fuoco che esiste il prossimo (Istruire una prossimità).

In sostanza, il gruppo Trsg coltiva la prossimità in carcere e fuori dal carcere… ma fuori questo diventa possibile solo dopo essere riusciti ad attivare, con il lavoro che viene fatto dentro, quel tanto di coscienza che permette di uscire dal carcere in permesso o a fine pena senza riprendere a fare il fante, il cavaliere o il condottiero del degrado sociale.

Questo lavoro lo consideriamo un contributo all’evoluzione della società o un mezzo ideologico per sostenere il sistema? Una società è una realtà complessa che si evolve poco a poco. Ma pur se la strada da fare è moltissimo più lunga di quella già fatta, venerdì 23/03 a FAI LA COSA GIUSTA credo di aver visto, appunto, i frutti del mio lavoro, non la conferma della mia alleanza con l’ideologia riformista.

A beneficio di chi pensa che la cosa migliore per i delinquenti sia chiuderli e buttare la chiave, va anche detto che, una volta fuori, le persone cresciute nella devianza avranno grande difficoltà a mantenere saldo il ruolo del cittadino costruttivo, se non c’è una rete sociale che permetta loro di sentirsi parte significativa del progetto collettivo. Dopo anni di esperienza, credo di poter dire che i delinquenti e gli ex delinquenti soffrono tutti di protagonismo. Se non dai loro qualcosa da fare, un obiettivo in cui riconoscersi e per cui essere riconosciuti, si deprimono e corrono il rischio di farsi riacciuffare dal  virus delle gioie corte.

Sono comunque lieto di aggiornare la mia lettura delle cose a partire dai contributi che potremo leggere su queste pagine e, prossimamente, su www.lostrappo.net. E’ possibile lasciare un commento qui o, solo per gli utenti registrati, andare al Forum collegato

Angelo Aparo

Torna all’indice della sezione

Ai confini del dolore

Lo Strappo, ai confini del dolore, dentro il carcere di Opera
di Max Rigano

“Quando uccidi qualcuno, muore anche una parte di te: sebbene, sentendoti Dio, ti è difficile ammetterlo. Ma è cosi”.

Alessandro Crisafulli è stato un uomo della criminalità organizzata del quartiere della “Comasina” a Milano. Ha una condanna: fine pena mai. Ergastolo. Al carcere di Opera c’è ormai da un decennio, e in galera da oltre 24 anni.

“Cosa direi al me stesso che 25 anni fa uccideva e spacciava? Più che altro lo ascolterei. Lo accompagnerei a vedere cosa si è perso della vita, per farsi ascoltare da una famiglia che era sempre rimasta in silenzio”.

Alessandro ha fatto un lungo percorso di psicoterapia. Ha guardato dentro il suo abisso “da cui non si riemerge mai completamente perché quando uccidi, una parte di te muore”.  Rivendica tuttavia il diritto a riabilitarsi attraverso il carcere, di riscoprire la vita proprio in un penitenziario. Visto che per lui la strada ha rappresentato le tenebre della sua esistenza. “Mi sono sentito libero per la prima volta in vita mia il giorno in cui mi hanno arrestato”.

Al carcere di Opera questa volta il Prof.  Angelo Aparo, psicoterapeuta che lavora nelle carceri da 38 anni, ha proposto un incontro dal titolo: “Lo Strappo, quattro chiacchiere sul crimine”. Un evento cui hanno preso parte detenuti, condannati di Alta Sicurezza appartenenti al Gruppo della trasgressione, nato grazie al lavoro del professore per far emergere il dolore profondo di coloro che si sono macchiati di reati gravissimi; magistrati, società civile, giornalisti, che si sono confrontati sul come agire per trasformare la pena non in uno strumento di vendetta ma di riabilitazione del reo. Ciò che la riflessione comune ha fatto emergere è che le categorie di bene e di male sono inficiate dal personale passato di ogni singola persona. L’aula teatro del Carcere di Opera, dove si tiene la serata aperta al pubblico, propone una parte di un lungometraggio curato dal giornalista Carlo Casoli, dal PM Francesco Cajani, dal sociologo Walter Vannini e dallo stesso Aparo sul ruolo del carcere nella psicologia del detenuto. Riflessioni fatte ad alta voce sulle esigenze che il singolo ha di vedere riabilitata la propria esistenza, acquisendo quello spessore morale di cui è di fatto stato privato in giovane età.

“Sono stato anch’io un uomo di mafia; ho ucciso” – dice ad un certo punto Roberto Cannavò, catanese ed ex appartenente a Cosa Nostra. ”Tuttavia nel sentire di dovere scontare questo male profondo, ho preso atto che io stesso sono stato vittima della mafia: quando avevo 12 anni mio padre fu ucciso per sbaglio dall’imboscata di una cellula mafiosa. Prima di diventare carnefice, sono stato anzitutto una vittima”.

Nessuno di questi ragazzi si atteggia. Ognuno di loro è consapevole di aver inflitto dolore al suo prossimo. Tuttavia è nella coscienza di ciascuno,  di aver compiuto atti tremendi.  Da lì si dispiega la possibilità oggi di poter andare nelle scuole e individuare “potenziali nuovi delinquenti” che potrebbero reiterare le istanze del male, rinnovando il proposito di uccidere. “Quando riesco a riconoscere uno di loro so che sto impedendo che il gioco della morte torni a mietere le sue vittime. Solo così sento di stare ripagando il mio debito. Evitando che altri facciano i miei stessi errori e provochino ulteriore dolore”. Sul palco insieme a Roberto e Alessandro, ci sono Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, assassinato dalla mafia, Il neo direttore del Carcere di Opera Silvio Di Gregorio, l’ex direttore Giacinto Siciliano adesso a San Vittore, Franco Roberti, già Procuratore Nazionale anti mafia, Paolo Colonnello caporedattore de La Stampa di Torino e appunto Alessandro Crisafulli, Roberto Cannavò e Adriano Sannino, tutti e tre appartenenti al Gruppo della trasgressione del Prof. Aparo.

Come sempre in questi casi, tra i detenuti presenti “iscritti” alla serata, ci sono anche gli ultimi arrivati. Coloro cioè che non sono ancora ammessi al percorso del gruppo della trasgressione, ma autorizzati ad assistere al loro lavoro. Al tentativo quindi di reintegrazione nella società civile che passa anche attraverso incontri aperti al pubblico, di questo tenore. Nelle ultime file, dove sono schierati in fila i detenuti con “minore anzianità” oppure non ancora considerati “pronti”, c’è fermento. Alcuni di loro hanno un atteggiamento di sfida verso le guardie penitenziarie. Che a loro volta non guardano sempre con comprensione il lavoro svolto dai ragazzi del gruppo. Questione di pelle. Alcuni dei detenuti il loro odio verso le guardie se lo sono tatutato: Acab (All cops are bastards) recita più d’uno sulle braccia o sul collo. Dentro serate come queste allora c’è anche l’intento di dare voce a quanto resta sopito nelle giornate interne al penitenziario tra il personale e i carcerati. La volontà cioè di creare un ponte attraverso l’ascolto. È una delle cose che mi colpisce di più: per un paradosso, vedo volti più distesi tra i carcerati che non tra i le guardie penitenziarie che sembrano più stressate. È l’effetto del processo di responsabilità. La guardia risponde di quanto accade dentro il penitenziario. Il carcerato invece finendo dentro, ha cominciato a scontare subito il suo debito. E dopo anni, è come se questo debito venisse “scontato” poco alla volta attraverso un cammino di coscienza. Come se lo stare dentro desse modo loro di pensare a quanto commesso. Mentre una guardia penitenziaria deve rispondere ogni giorno della responsabilità che ha di seguire i detenuti. Ma senza poter “pensare”. Eseguono degli ordini, delle direttive.

La serata è stato uno sguardo lucido sul dolore. Sulla consapevolezza del suo linguaggio che si esprime non solo in capo alle vittime della violenza criminale ma anche in capo ai suoi carnefici. Una serata umanamente toccante. Dove bene e male si sfiorano. E dove se ne esce tutti più arricchiti. “Sia chi se torna a casa a dormire, sia chi se ne torna in branda in cella”.

La vita continua, anche se non è più la stessa.

Lo Strappo, ai confini del dolore, dentro il carcere di Opera

Vai alla registrazione integrale della serata

Dopo lo strappo, il dibattito…

Dopo la serata di venerdì al carcere di Opera, ho ricevuto molti complimenti per il lavoro che svolgo col Gruppo della Trasgressione. Le persone in sala sono rimaste colpite dalla ricchezza della serata e, in particolare, dalla profondità delle dichiarazioni dei detenuti del gruppo, dalla intensità e dalla ricchezza delle loro osservazioni.

Ma il 16 marzo è anche la ricorrenza del sequestro di Aldo Moro; in questi giorni è andato in onda sulla RAI un film documentario su quei terribili giorni e il film è stato seguito da dichiarazioni di alcuni degli ex terroristi che hanno suscitato indignazione in moltissimi cittadini.

Molte persone presenti alla serata su “Lo strappo” si sono trovate dunque il sabato mattina nella condizione di far convivere dentro di sé:

  • da un lato, le proprie reazioni emotive alle affermazioni di alcuni ex terroristi delle BR che, ammesso che l’articolo sul giornale non le abbia pesantemente distorte, risultano intollerabilmente tracotanti;
  • dall’altro, le emozioni vissute venerdì sera, ascoltando i detenuti del Gruppo della Trasgressione, le cui parole parrebbero incompatibili con lo stile di vita e gli intenti di chi in passato ha ucciso, spacciato e ha fatto parte di organizzazioni criminali.

Da parte mia, ho avuto modo di  confrontarmi personalmente con qualcuno che aveva fatto parte a suo tempo delle BR e, in quella circostanza, ho ricavato, nettissima, la sensazione di persone il cui delirio megalomanico non si è ancora estinto.

Per alcuni degli ex terroristi, il loro principale errore consiste nell’avere calcolato male i tempi, nell’aver mal soppesato la coscienza della massa oppressa che loro intendevano liberare dall’oppressore; secondo alcuni di loro, l’errore è consistito nell’avere iniziato la lotta armata quando la gente non era ancora matura per condividerla, non nell’essersi arrogati la facoltà di decidere col mitra come dovessero andare le cose. In sostanza, si sa che in guerra si muore, l’errore dunque non è stato nella decisione di uccidere, ma nella prefigurazione che dagli omicidi potesse derivare l’evoluzione sociale alla quale loro puntavano.

Ma a chi mi manda il link all’articolo sulla repubblica come se potesse essere una risposta alla serata di venerdì chiedo:

  • l’atteggiamento dei terroristi, a vostro avviso, ha qualcosa a che fare con quello che avete sentito dai detenuti del gruppo della trasgressione?
  • il link all’articolo, privo di commento, mi viene inviato per invitarmi a condividere che alcuni degli ex terroristi  sono dei pazzi ancora oggi o per sostenere che chi produce lo strappo deve tacere per tutta la vita, indipendentemente dalla natura del suo percorso?
  • infine, dei detenuti, che dopo anni di confronti serrati al gruppo stupiscono e commuovono per il livello di consapevolezza raggiunto, a giudizio di chi ha seguito la serata e visto il documentario, si pensa che siano più dei soggetti in cammino che stanno beneficiando del pionierismo del gruppo Trsg e di altri gruppi di volontariato che lavorano in carcere nonostante i limiti e le negligenze istituzionali o dei documenti ideologici viventi a sostegno del perbenismo e del sistema?

I vostri commenti sono molto graditi sia su questo sito, che non a caso si chiama Voci dal ponte, sia sul sito dedicato a Lo strappo

Angelo Aparo

Vai all’indice della sezione

Venti alberi per Bollate

Gli alberi del Rotary club Milano Duomo a Bollate

Giovedì 22 marzo 2018, nelle ore 10:30-12:00, all’interno della seconda casa di reclusione di Milano Bollate, verranno piantati nelle aree adibite al passeggio dei detenuti 20 alberi che il Rotary Club Milano Duomo regala al carcere di Bollate. L’iniziativa ribadisce la mission del Rotary di promuovere ovunque possibile equilibrio e benessere e conferma l’intesa che già da diversi anni esiste fra Rotary Club Milano Duomo e il Gruppo della Trasgressione.

Le zappe per le buche dove piantare gli alberelli sono già pronte; giovedì mattina alcuni detenuti dei due gruppi della trasgressione (maschile e femminile) attivi nel carcere di Bollate verranno affiancati nel lavoro dai componenti del Rotary che parteciperanno alla cerimonia. Per l’occasione, accanto al lavoro di zappa, verranno letti alcuni testi che parlano di errori, di alberi e di vite da ricostruire.

Lo Strappo nel carcere di Opera

LO STRAPPO
Quattro chiacchiere sul crimine

Venerdì, 16 marzo 2018, ore 20:00-22:45
Teatro del Carcere di Opera

Dopo la proiezione di un estratto del documentario, autori di reati, vittime, autorità istituzionali e giornalisti ne discutono in presenza di un pubblico, composto in particolare da detenuti, insegnanti, studenti degli ultimi anni delle superiori e università cui l’evento è dedicato.

Partecipano: 

  • Franco Roberti, già Procuratore Nazionale Anti Mafia
  • Umberto Ambrosoli, Presidente onorario associazione civile “Giorgio Ambrosoli”
  • Paolo Colonnello, Responsabile redazione milanese La Stampa
  • alcuni componenti del Gruppo della Trasgressione

Aprono e chiudono la serata Giacinto SicilianoSilvio di Gregorio, rispettivamente ex direttore e attuale direttore di Opera

Una iniziativa guardando al 21 marzo,
XXIII giornata nazionale della memoria e dell’impegno
in ricordo delle vittime innocenti di mafia

INFO LOGISTICHE:
Presentarsi entro le ore 19:15 all’ingresso del carcere
(Via Camporgnago, 40- Milano)
col documento di identità e senza oggetti elettronici

Per prenotarsi, è necessario compilare il modulo che trovate su Lo Strappo e inviare i dati entro le ore 24 di martedì 13 marzo.

GUARDA IL DOCUMENTARIO
Lo Strappo – Quattro chiacchiere sul crimine – Un percorso di educazione alla cittadinanza per scuole e associazioni.