Intervista con Max Rigano

Conversazione con un giornalista libero dalla compulsione
di dover vendere eccitazione a tutti i costi e a basso prezzo

1. Che cos’è il gruppo della trasgressione?
Un laboratorio di ricerca sulle condizioni soggettive e ambientali che portano un ragazzo a negare la propria e altrui fragilità, a diventare sempre più sordo alla voce dell’altro e a inquadrare come obiettivi della propria vita ricchezza e potere invece che conoscenza e nobiltà. Ma il gruppo è anche un laboratorio dove detenuti, studenti universitari e familiari di vittime di reato si sollecitano vicendevolmente a superare la sordità e a recuperare frammenti di coscienza di sé e dell’altro. Quando le cose funzionano, tale attività permette di vivere nuove alleanze e di uscire dalle paludi morali e psicologiche nelle quali a volte si finisce.

2. In che modo questo processo di autocoscienza smuove la psicologia dei detenuti arrivando a cambiarli?
Uno dei processi che avvengono quando si frequenta il gruppo per anni è l’investimento sulla propria curiosità e il piacere di scoprire che si possono utilizzare risorse personali cui prima non si faceva caso. In ognuno di noi ci sono parti della mente che somigliano a un pianoforte di cui non ci siamo mai accorti o sul quale non avevamo mai avuto il coraggio di mettere le mani. Al gruppo della trasgressione le persone (detenuti, studenti, familiari di vittime) prendono confidenza con lo straniero e, gradualmente, sviluppano una lingua e delle procedure che permettono di giocare lo stesso gioco e di prenderci gusto, cioè di vivere il piacere di allargare i confini della coscienza e della conoscenza.

3. Come hai conosciuto Giacinto Siciliano e quando hai capito di poter cominciare questo percorso con i detenuti?
Ci siamo conosciuti nel 2007, poco prima di portare anche a Opera e a Bollate il gruppo della trasgressione, fino a quel momento attivo solo a San Vittore. I detenuti che frequentavano il gruppo a San Vittore (carcere che ospita chi non ha ancora ottenuto la condanna definitiva) chiedevano di poterne far parte anche dopo il trasferimento in altre carceri. Con il provveditore regionale di allora, Luigi Pagano, con il direttore di Opera, Giacinto Siciliano, e con la direttrice di Bollate, Lucia Castellano, abbiamo quindi concordato di far partire il gruppo anche negli istituti di Opera e Bollate.

4. Cosa significa cambiare un uomo? Come avviene il cambiamento?
Il cambiamento suscita sempre delle resistenze. Se poi una persona deve cambiare nella direzione predefinita e dettata da un’altra, allora il cambiamento viene vissuto come una minaccia alla propria identità e la resistenza aumenta. Ciò detto, Il cambiamento meglio accetto, più significativo e duraturo è quello che avviene senza che la persona si accorga di cambiare e, soprattutto, senza che un agente esterno imponga di cambiare. Il cambiamento, dunque, avviene intanto che si gioca, si lavora, si progetta insieme. Quando si hanno obiettivi comuni, ciascuno mette in campo risorse utili al raggiungimento dell’obiettivo. Gli obiettivi che si coltivano al gruppo della trasgressione fanno sì che autori e vittime di reato, studenti e comuni cittadini investano parte delle proprie risorse e delle proprie energie per raggiungere lo stesso scopo: oggi prendere lo straccio e il detersivo per pulire la sede che abbiamo appena aperto, domani andare in una scuola dove detenuti e studenti insieme mettono in scena il mito di Sisifo per poi stimolare gli studenti a riflettere sui tanti possibili percorsi della fragilità, dell’arroganza e della coscienza.

5. Essere uno psicologo ti mette a confronto anche con le tue parti più profonde, con la tua affettività o con la tua aggressività: come le gestisci quando vengono sollecitate nel lavoro di gruppo?
Mi sono allenato negli anni a far diventare la mia aggressività un gioco, un esercizio per riformulare i termini della relazione fra lo psicologo e il detenuto. Negli anni, l’affetto che cresce col tempo fra me e i detenuti e la mia stessa aggressività sono diventate risorse per riformulare i criteri delle gerarchie e rendere tangibile che il potere più duraturo e gratificante viene dalla capacità di aiutare l’altro a crescere e a migliorarsi. Quando ho bisogno di affermare la mia forza e il mio legame con loro mi metto a parlare di cose complicate e un po’ disorientanti. Per esempio, li rimbambisco sostenendo che il delinquente è una persona che ha bisogno di ripristinare una giustizia violata, ma non avendo strumenti adatti per farlo, si serve della pistola. In questo modo, spesso riesco a convincerli che loro hanno bisogno di me per capire meglio quale giustizia cercavano quando usavano la pistola o la cocaina.

6. Ho fatto la stessa domanda a Giacinto Siciliano: che significa essere un uomo?
Cercare, evolversi, contribuire all’evoluzione della specie e della realtà in generale. La velocità con cui la specie umana è cambiata e ha prodotto cambiamenti nell’ambiente non ha paragoni con quello che possono fare gli altri animali. Essere uomo per me vuol dire coltivare il piacere di conoscere e di evolversi, utilizzando i percorsi degli altri uomini per migliorare il proprio e viceversa.

7. Rifaresti tutto quello che hai fatto?
Nei fatti sto continuando a farlo. Saranno poi gli altri a decifrare se l’ho fatto perché ostinato come un mulo o perché ne valeva la pena. Dopo tanti anni di impegno, oggi vedo crescere il numero e la portata delle iniziative e delle collaborazioni fra il gruppo della trasgressione e la realtà istituzionale e questo mi fa pensare di poter fare ancora strada verso l’obiettivo con cui sono partito quando ho aperto il gruppo 23 anni fa, cioè contribuire a una cultura della pena che abbia come unico scopo l’evoluzione della persona condannata e delle istituzioni che se ne occupano. Non ci sono infatti pene afflittive, retributive o riparative che, di per sé e senza un progetto oltre la pena, permettano alla collettività di ottenere gli stessi vantaggi che vengono raggiunti con l’evoluzione psichica e morale di chi ha abusato del proprio potere sull’altro. Evolversi è una necessità per l’uomo e un dovere per ogni cittadino e per ogni collettività. La pena, dal mio punto di vista, deve consistere solo nel costringere la persona ad evolversi, ricordando che la sola evoluzione possibile avviene quando non ci si sente costretti a cambiare.

Interviste: Giacinto SicilianoAngelo Aparo

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Il nostro Mito di Sisifo

Dalla complessità del male alla banalità del male;
dal delirio di onnipotenza alla presa di coscienza.

Il nostro Sisifo tratta temi ricorrenti nelle nostre vite da delinquenti, ma che si ritrovano anche in altre vite, non solo nelle nostre. Ma forse dovrei iniziare parlando di Sisifo e raccontarvi il suo mito…

Ci troviamo nella città di Corinto, in Grecia, dove il re Sisifo viene pressato dai suoi cittadini che protestano per la mancanza di acqua. Durante una delle sue passeggiate, egli assiste per caso a una scena i cui protagonisti sono Giove, massima divinità dell’Olimpo, ed Egina, figlia del dio delle acque fluviali Asopo. La giovane è appena uscita da una lite con il padre, assente e autoritario; la ragazza, arrabbiata e sfiduciata, scappa di casa e incontra Giove, il quale non si lascia sfuggire l’occasione di sedurla, promettendole vita facile fra le stanze dorate dell’Olimpo.

Prima i conflitti fra Asopo ed Egina e, subito dopo, la scena della seduzione mettono in evidenza l’importanza del rapporto genitori-figli e le possibili conseguenze sull’adolescente. L’adulto, che dovrebbe trasmettere valori positivi ed essere una guida per i ragazzi, viene invece vissuto come poco credibile e per nulla rispettabile. L’adolescente, non sentendosi accudito e sostenuto dalla famiglia, si lascia sedurre dalla mira del potere e dei soldi facili o, come diciamo noi, dal virus delle gioie corte, quando invece avrebbe bisogno dell’adulto per comprendere le proprie fragilità.

Sisifo, che ha osservato la scena di nascosto, incontra subito dopo Asopo in cerca della figlia e dopo una serie di reciproche accuse gli propone un compromesso: in cambio dell’acqua per il suo popolo, egli dirà al dio dell’acqua che la figlia Egina è stata portata via da Giove.

Tutto il dialogo è caratterizzato da un gioco di ruoli tra i due personaggi: Sisifo, travolto dalla rabbia per la trascuratezza di Asopo verso i cittadini di Corinto, ma anche dalla voglia di rivalsa e dalla sua stessa arroganza, cade in balìa del delirio di onnipotenza, supera i limiti arrivando a far inginocchiare la divinità ai suoi piedi, che per il bene della figlia si adeguerà alla richiesta dell’uomo.

Questa scelta è inconsciamente dettata da quello che è, come raccontano molti miti, il sogno di ogni uomo ed è, di sicuro, il delirio mai addomesticato di Sisifo: vivere senza limiti, raggiungere l’immortalità, poter decidere, come un dio, della vita e della morte degli uomini

Asopo viene indirizzato verso Giove il quale, accogliendolo con sufficienza, si inalbera quando viene a conoscenza dell’accaduto e decide, visti i problemi che Sisifo sta causando, di farlo uccidere.

Giove interpella il fratello Ade, dio degli inferi, che a sua volta, seppur titubante, si rivolge al suo braccio destro: Thanatos, il dio della morte, al quale comanda di portare Sisifo agli Inferi.

Viene quindi azionata quella che la celebre Hannah Arendt definisce “Catena di Comando”, basata sull’individuo che, succube della società, annulla la propria coscienza morale ed esegue quasi meccanicamente ciò che gli viene comandato.

La vita di Sisifo è ora nelle mani di Thanatos, che ha il compito di ucciderlo, ma che viene tuttavia ingannato e immobilizzato grazie alla furbizia con cui Sisifo circuisce e ubriaca il sicario.

Ma con Thanatos impossibilitato a svolgere il proprio compito, sulla terra non muore più nessuno; chiunque adesso diviene immortale! Giove viene immediatamente avvisato da Marte della gravità della situazione e, dopo una rapida consultazione fra i due, sarà lo stesso Marte a riprendere Sisifo e a portarlo da Giove.

A questo punto Giove, finalmente con Sisifo in suo potere, condanna l’astuto re di Corinto a spingere per l’eternità un masso su una montagna alta e scoscesa, che ricadrà giù ogni volta che arriverà in cima.

Così come avviene nei gironi infernali della “Divina Commedia”, dove le pene che affliggono i dannati dell’Inferno sono assegnate in base alle colpe commesse in vita, anche nel caso di Sisifo, la corrispondenza tra colpe e pene, fra peccato e punizione, pare essere regolata dalla legge del contrappasso: Sisifo, bramoso del potere di chi non muore mai, viene condannato a vivere in eterno una pena senza senso e senza fine.

Ma paradossalmente, quella che sembrava essere la fine della storia, prelude invece a un nuovo e inaspettato inizio: Sisifo, costretto a convivere con questa pena, inizia a dialogare con il masso (che nel nostro lavoro rappresenta la coscienza lasciata a tacere per lungo tempo). La comunicazione tra i due condurrà verso la crescita della coscienza di Sisifo e alla comprensione degli errori commessi.

La presa di coscienza costituisce il passo fondamentale affinché lo sbaglio non si ripeta. Ogni essere umano, infatti, ha la spinta a ripetere situazioni e/o azioni dolorose fino a quando non ne comprende il senso.

Museo di Addis Abeba

Così come avviene tra Sisifo ed il masso, al Gruppo della Trasgressione il detenuto all’interno viene guidato ad interrogarsi sempre e questo conduce all’evoluzione e al conseguente sviluppo della coscienza. Questo processo introspettivo, che a volte somiglia alla “maieutica” di Socrate, porta il soggetto a dar luce a verità interne, del tutto trascurate all’epoca dei reati, e questo renderà gradualmente più leggero il masso, il peso della pena.

Quando si fanno le scelte sbagliate le conseguenze sono inevitabili, questo un detenuto lo sa bene. Frequentare il gruppo comporta un lungo percorso alla scoperta di tematiche molto complesse e importanti, quali: il potere, il delirio di onnipotenza, i limiti umani, la banalità e la complessità del male, l’arroganza e tante altre. I continui reati, governati dall’arroganza, fanno perdere il senso e la misura di ciò che si sta compiendo e allontanano sempre di più dall’altro.

Via via che si pratica il male, si produce un’assuefazione, ci si abitua ed è proprio quando il male diventa abitudine che diviene pericoloso perché non viene riconosciuto come tale. Si assiste quindi al passaggio dalla complessità alla banalità del male.

Approfondendo il mito di Sisifo e conoscendo il personaggio che io stesso ho interpretato diverse volte, ho riscontrato molte affinità caratteriali e comportamentali, che mi hanno portato a riflettere.

Parlando di scelte, spesso non ci rendiamo conto di quanto esse siano importanti, partendo da quelle più piccole, le cosiddette micro-scelte, apparentemente insignificanti ma che conducono verso le macro-scelte, che apportano profondi cambiamenti nelle nostre vite. Possono essere positive o negative e conducono a strade diverse. Esse definiscono in parte chi siamo, ma soprattutto cosa stiamo cercando. Proprio come Sisifo, molti di noi si sono fatti guidare dal proprio delirio di onnipotenza oltre i limiti consentiti, dimenticando la complessità dell’impasto che porta ciascuno a praticare il male, fino ad assuefarsi al suo esercizio quotidiano e ad anestetizzare la propria coscienza.

Passando attraverso l’illegalità, si entra in contatto con realtà difficili, fatte non solo di soldi sporchi e violenza, ma anche di povertà e costrizioni, circoli viziosi in cui si entra con relativa facilità e da cui poi difficilmente si riesce a venir fuori. Ciò comporta l’annullamento della coscienza, proprio come è successo al protagonista del nostro mito e da questo seguono comportamenti messi in atto per il gusto di sentirsi potenti e invincibili.

Tuttavia, prima o poi bisogna necessariamente fare i conti con i propri errori, poiché si arriva inevitabilmente al capolinea e sopraggiungono le conseguenze delle scelte fatte precedentemente.

A questo punto, sono possibili due opzioni:

  • la prima è quella di coloro che, nonostante gli sbagli commessi, continuano a non rendersi conto del male causato e, imperterriti, non appena se ne dà l’occasione, imboccheranno nuovamente le strade della criminalità, senza alcuna presa di coscienza;
  • la seconda riguarda coloro i quali, trovandosi di fronte al grande masso con cui scontare la propria pena e, seppur consapevoli di poter fare ben poco per rimediare agli errori commessi, decidono, come il re di Corinto, di intraprendere un dialogo con la propria coscienza, cercano di ricostruire la  propria storia, di conoscere le motivazioni che avevano indotto alle scelte fatte e di ridare vita ai valori messi a tacere già nei primi anni dell’adolescenza.

Il cambiamento è possibile e le Istituzioni svolgono un ruolo fondamentale insieme a tutti coloro che hanno a che fare con i tribunali e i luoghi di detenzione. Tuttavia è proprio il detenuto a dover compiere dei passi in avanti, che daranno poi il via a tutto il resto.

L’obiettivo del gruppo è l’evoluzione dei detenuti e per questo è necessario che ognuno di noi abbia dei punti di riferimento, “un posto sicuro”, delle certezze e buone relazioni: questo è ciò che con l’Associazione e con la Cooperativa Trasgressione.net si cerca di fare all’interno e fuori dal carcere. Si promuove la cultura, il lavoro, la comunicazione, si torna indietro, nel passato, al male per raggiungere le emozioni dell’epoca perché si ha bisogno di “sentire”, di immergersi nelle proprie emozioni e riviverle per potersi guardare dentro con persone che ti accompagnano nella tua evoluzione.

Marcello Portaro, Katia Mazzotta e Angelo Aparo

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Il cineforum su “La banalità e la complessità del male”

Prima e oltre il confine

Oggi ho parlato del Gruppo della Trasgressione e mi è venuta voglia di rivedere il documentario che ha realizzato Sofia alla scuola di giornalismo. Al di là dell’emozione, di rivedere facce amiche, ci sono stralci di importanti esperienze del Gruppo contenute in questo video. Ci sono i detenuti con i loro racconti, soprattutto degli incontri con i ragazzi nelle scuole, l’esperienza dell’ARTE con Stefano Zuffi, la musica in sottofondo, con la voce del Prof….

Però quante cose mancano! Mi ha fatto emozionare sentire i detenuti parlare della “mancanza di un gruppo esterno”, e poi questo Gruppo è arrivato. Sentirli credere davvero nel progetto della Cooperativa e della bancarella “frutta e cultura”.

Questa cosa mi ha emozionato più di tutte. In questo video la cooperativa era solo un’idea, oggi, a distanza di 10 anni, esiste nella realtà e incide sulla vita delle persone.

Forse questa è il più grande insegnamento che ho tratto dal Gruppo della Trasgressione e dal Dr. Aparo: tollerare che un’idea impossibile diventi possibile nel tempo, lavorandoci un poco per volta, con costanza, nonostante le difficoltà, passo dopo passo, nella consapevolezza che quei passi sono guidati dal fatto stesso di avere un’idea in cui crediamo, che ci motiva.

Era successa la stessa cosa con Sisifo. Io c’ero quando abbiamo iniziato in quel tugurio dell’ultimo piano della sezione giovani adulti di San Vittore, a cui si accedeva da quella scala a chiocciola angusta che partiva da metà corridoio.

Io non ci credevo che ce l’avremmo fatta. Sembrava tutto troppo difficile. Sembrava un’impresa impossibile, in quelle condizioni lì, con quelle persone lì, con quelle risorse lì. Niente giocava a nostro favore! Sinceramente Prof., dopo tanti anni posso dirglielo, quando aveva proposto di parlare di mitologia con quei 4 detenuti sgangherati, che cambiavano ogni 4 giorni, che non avevano esperienza del Gruppo e non avevano certo lo spessore che posseggono i detenuti che frequentano il Gruppo da tanti anni e a cui eravamo abituati, beh io ero certa che la cosa avrebbe avuto vita breve.

E invece poi guarda cosa è successo con Sisifo! Una delle esperienze più belle del Gruppo: in tour tra scuole e teatri! Beh questa parte un po’ nel video c’è. Ma oggi ci sarebbe ancor più materiale!

Forse sarebbe ora che uscisse la seconda puntata di questo documentario. Una nuova giovane Sofia che frequenta un corso di giornalismo non l’abbiamo?

C’è anche un’altra cosa che manca in questo video, che in tanti anni di Gruppo è stata per me l’idea più esilarante e straordinaria: l’Officina della 4S! Anche in questo caso nel video è contenuto il seme di ciò che poi sarebbe diventato, quando Prof. dice: “Il modo per appagare l’uomo con storie che non siano di Soldi, Sangue e Sesso c’è”, beh quel modo per noi è diventato la quarta S: lo Sviluppo. L’articolo “Mente Libera” di Antonio Tango sul Giornale del Falso, penso sia una delle cose più spiritose, geniali e contemporaneamente profonde che abbia mai letto.

E poi manca anche tutta l’esperienza con Cajani e gli scout… e chissà quante altre cose che non mi vengono in mente ora.

Inoltre, so Prof. che per questo lunedì mi toglierà la parola, ma la versione di A Cimma che canta alla fine di questo video mi piace di più di quella che mi ha mandato!! Certo in quella che mi ha inviato la parte iniziale di Cisky  è molto bella, ma la canzone è più chiusa, mi sembra più triste e cupa rispetto alla versione del video, che invece trasmette apertura e speranza! Mi piacerebbe avere la versione di questo video, che per me è la versione originale!

Tutto questo per dire che vorrei condividere anche con le persone del gruppo che sto conoscendo adesso  e con i miei attuali colleghi di lavoro i 28 minuti del video di Sofia, che rende meglio delle mie parole il cammino del gruppo.

Chissà perché prima che inizi il video c’è un buio interminabile, forse perché inizia da una Storia sbagliata

Tiziana Pozzetti

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Tra Sisifo e la bancarella

TIROCINIO PRE LAUREA PRESSO “ASSOCIAZIONE TRASGRESSIONE.NET”

Francesca Riva, Matricola:  833155
Corso di studio: SCIENZE E TECNICHE PSICOLOGICHE
Tipo di attività: Stage  esterno
Periodo: dal 09/1/2018 al 02/01/2019

 


Caratteristiche generali dell’attività svolta

L’associazione Trasgressione.net opera da diversi anni negli istituti penitenziari milanesi di San Vittore, Opera e Bollate attraverso il Gruppo della Trasgressione. Si tratta di un progetto culturale e rieducativo il cui obiettivo è quello di favorire il dialogo e la collaborazione tra cittadini e detenuti che dia avvio ad un percorso di maturazione personale e garantisca un reinserimento funzionale in società dei detenuti.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Ho svolto l’attività di stage partecipando regolarmente agli incontri del Gruppo della Trasgressione, coordinati dal dottor Angelo Aparo, e ai numerosi eventi organizzati dall’Associazione Trasgressione.net. Parte degli incontri a cui ho presenziato si sono tenuti nella sede di Libera di via Donizetti 8/4, in cui ho avuto la possibilità di discutere approfonditamente temi diversi con i componenti del gruppo, che è costituito da detenuti, ex detenuti, familiari di vittime, professionisti e studenti.

Tale composizione ha permesso di indagare in profondità aspetti complicati relativi ad argomenti diversi, quali la punizione  il suo valore educativo, la reclusione dei corpi, la banalità e la complessità del male, la responsabilità, il ruolo delle istituzioni nella società e i fattori che inducono a sviluppare una percezione di vicinanza o di distanza fra queste ultime e il cittadino e molti altri.

I restanti incontri hanno invece avuto luogo nelle carceri di Opera e Bollate, in cui ho potuto collaborare con i detenuti, dialogando con loro in modo autentico e senza filtri, ascoltando la loro storia e il difficile percorso introspettivo volto alla conoscenza di sé stessi e al disvelamento delle proprie fragilità.

Ed ecco che, cominciando a considerare la propria umanità e le proprie debolezze, e imparando a riconoscere il proprio delirio di onnipotenza, il detenuto, sebbene recluso, comincia ad assaporare la libertà, la sensazione di potersi evolvere. Viene così smascherata l’illusoria sensazione di poter vivere da solo e sostituita dalla volontà di coltivare la coscienza del dolore proprio e altrui e delle proprie responsabilità.

Ad ogni incontro sono stata invitata a partecipare attivamente alle discussioni e a provare a fornire i miei contributi, sono stata coinvolta nell’organizzazione logistica di numerosi convegni ed eventi, e in diverse occasioni ho aiutato i detenuti nella vendita promossa dalla cooperativa Trasgressione.net presso la bancarella “Frutta & Cultura” al mercato di viale Papiniano e a Peschiera Borromeo.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Numerosissime sono le iniziative promosse dall’Associazione. Tra le giornate che più mi hanno colpita c’è sicuramente quella del 10 novembre, durante la quale si è svolta la Partita a bordo campo a Bollate. L’evento ha avuto come tema centrale la punizione. È iniziato con una partita di calcio che ha visto sfidarsi squadre composte da detenuti, guardie e magistrati a cui è seguito un momento di discussione.

Il 19 novembre, a Opera, ho invece avuto la possibilità di partecipare alla giornata dedicata al rapporto tra genitori detenuti e figli. Le canzoni di Domenico Fiumanò Violi hanno accompagnato una serie di riflessioni sulla comunicazione difficile che caratterizza questo rapporto, su quanto tale comunicazione possa incidere sulla percezione che i figli avranno delle istituzioni e su quanto la comunicazione fra genitori e figli, quando manca la consapevolezza della propria responsabilità da parte del genitore, possa contribuire a far crescere futuri cittadini arrabbiati e sfiduciati. La presenza delle famiglie dei detenuti all’evento e la loro partecipazione attiva hanno reso l’iniziativa particolarmente coinvolgente ed emozionante.

Il 21 novembre sera ho assistito alla rappresentazione teatrale del mito di Sisifo, rivisitato dal dottor Aparo per riflettere sulle ragioni della devianza. La reinterpretazione del mito ha permesso di chiarire alcuni punti fondamentali nella vita del delinquente, come il conflitto con l’autorità e l’arroganza. Sisifo, personaggio protagonista, reagisce alla propria condizione di impotenza e sottomissione vaneggiando e ricattando gli dei, così come il delinquente risponde alla propria condizione di debolezza decidendo di farsi giustizia da solo.

L’esperienza di Sisifo può essere collegata a quella dell’adolescente che crescendo ha bisogno di credere nell’adulto per non cedere all’arroganza. Se dunque la crescita non viene accompagnata da una situazione familiare tollerante e da figure di riferimento credibili, l’arroganza si impone in quanto simulazione della fiducia in sé stesso per l’adolescente. L’arroganza si configura perciò come il nucleo portante alla base del comportamento deviante, uno stato emotivo cui si giunge in conseguenza di fattori in parte soggettivi e in parte situazionali e del bisogno del bambino di dare una risposta alle proprie difficoltà. Il senso di abbandono che a volte vive l’adolescente lo induce a non avere più fiducia in nessuno e a odiare chi avrebbe dovuto occuparsi di lui.

Lo studio dell’arroganza non ha come scopo la giustificazione di chi ha commesso un reato, ma la ricerca e l’individuazione delle premesse emotive che hanno facilitato la persona a violare le normali regole di convivenza. Allo spettacolo sono seguiti interventi relativi all’individuazione dei possibili elementi capaci di portare una persona a cambiare traiettoria. È infatti importante riflettere sul fatto che sono i progetti e l’azione a cambiare la vita della persona, non la punizione. Non è la reclusione a portare il detenuto all’emancipazione e alla partecipazione sociale, ma  il lavoro che promuove la consapevolezza di sé e la maturazione del senso di colpa.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

A ogni incontro a cui ho preso parte era presente il dottor Angelo Aparo, coordinatore del Gruppo della Trasgressione, il quale, nel corso del mio periodo di stage, ha proposto temi di discussione sempre nuovi e ne ha guidato l’analisi. Le sue richieste di intervento e di partecipazione alle riflessioni in gruppo mi hanno spinta a rimanere sempre aggiornata sui nuovi contenuti che emergevano al tavolo e a prendere appunti  sugli argomenti trattati.

 

Conoscenze e abilità acquisite 

Questa esperienza mi ha permesso di entrare in contatto con un mondo poco conosciuto, quello carcerario, e attraverso di esso di acquisire delle conoscenze sulle condizioni soggettive e contestuali che possono facilitare comportamenti devianti. Il confronto continuo con autori di reato mi ha portata a sviluppare uno sguardo curioso ed un pensiero critico, e mi ha aiutata a comprendere meglio concetti che prima avevo appreso solo dal punto di vista teorico a lezione in università.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Il Gruppo della Trasgressione mi ha resa una persona più consapevole, sia delle mie debolezze che delle mie qualità. Le competenze professionali e umane del dottor Aparo hanno portato alla luce alcuni aspetti del mio carattere anche a me sconosciuti e hanno individuato e tentato di sviluppare le mie potenzialità. Grazie a questa esperienza ho iniziato a pormi degli interrogativi sul mio futuro, non solo professionale, e sulla persona che voglio e vorrò essere. Sentirmi parte integrante del Gruppo della Trasgressione ha contribuito a integrare la rappresentazione che ho di me stessa, mettendo in dubbio alcune mie forti convinzioni e rendendomi ancora più sicura di certe altre.

 

Altre eventuali considerazioni personali

Tra le riflessioni principali che ho potuto sviluppare in seguito a questa esperienza, una è  che il carcere deve essere trasformato e la pena detentiva rimodulata da processi che le conferiscano senso e speranza, elementi fondamentali per chi, dopo aver contribuito al degrado sociale, ha scelto di acquisire la cultura del lavoro e della legalità. La strada per la libertà passa infatti attraverso l’inclusione, la formazione e il lavoro, non a caso principi cardine del progetto sostenuto dal Gruppo della Trasgressione.

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Thanatos a Sisifo

Thanatos a Sisifo
Alessandro Crisafulli

Sono Thanatos, Sisifo, apri la porta, il tuo tempo è finito. Vedo che la tua arroganza e la tua stupidità non ti hanno ancora abbandonato. Forse sei ancora offuscato dal delirio di onnipotenza e non ti rendi conto che con me i tuoi giochetti non funzionano; io sono la Morte e rappresento il limite supremo con cui voi mortali dovete confrontarvi.

Vedi, Sisifo, io sono qui perché devo svolgere la mia funzione, anche se ti confesso che sono in difficoltà perché devo eseguire ordini che non comprendo e non condivido. Non credere che non ti capisca; da un po’ di tempo ho preso consapevolezza che il sistema del quale faccio parte non sta svolgendo la propria funzione, ossia favorire l’evoluzione degli uomini. Anzi, vedo sempre meglio che il potere che ho servito porta i più fragili, che spesso non hanno avuto una buona guida, a perdersi nell’illusione che ignorare il limite sia la via più spedita per raggiungere i propri obiettivi.

Ormai mi sento solo un emissario del potere; la mia funzione è svilita perché non è più al servizio degli equilibri fra uomini e dei, ma di un potere fine a se stesso. Dopo secoli di esperienza ho compreso che il limite andrebbe vissuto non come imposizione ma come protezione. Capisco che il tuo senso di inadeguatezza ti ha portato a inventarti una forma di libertà che esce dagli schemi; ma ascoltami, Sisifo, l’unica libertà possibile è quella che si esercita entro i confini tracciati dal limite condiviso; il resto è follia, rottura del patto con gli uomini, non solo del rapporto con gli dei. E questo, a lungo andare, porta al delirio di onnipotenza.

Non ti nascondo che, eseguendo ordini di un potere esercitato senza responsabilità, la mia frustrazione è aumentata notevolmente, al punto che per zittire le domande che la mia coscienza riportava a galla, sono diventato un alcolizzato. Guardandoti, vedo il fallimento del sistema di cui faccio parte. Mi chiedo come avresti potuto affrontare il limite supremo, se nessuno ti ha insegnato a superare le “piccole morti quotidiane”, rappresentate dagli insuccessi, le delusioni e le frustrazioni che inevitabilmente accompagnano i mortali nel corso della vita.

So che hai avuto la sensazione di trovarti di fronte a un bivio: da una parte l’anonimato e dall’altra il delirio di onnipotenza. Purtroppo non hai compreso, e non solo per colpa tua, che esiste una terza via, quella del lavoro, dell’impegno; solo attraverso la collaborazione e la mediazione con gli altri si possono costruire progetti a lungo termine, che consentono poi di essere apprezzati e riconosciuti.

Mi dispiace, Sisifo, che tu, non riuscendo a guarire dalle ferite che ti porti dentro, abbia cercato di importi con l’arroganza. Anche tu, come me, non hai saputo riformulare le domande che hai lasciato in sospeso e così la frustrazione ti ha spinto ad abusare del potere che temporaneamente ti sei trovato in mano.

So bene che da soli è difficile restituire vita a queste domande: senza tessere nuove e costruttive alleanze, ci si impoverisce e si muore dentro. Non hai considerato a sufficienza che quanto più ci si lascia condurre dalla voglia di rivalsa, tanto più si diffonde lo stile della vendetta e si sprofonda nelle zone buie dell’esistenza.

Purtroppo le tue scelte, prese e attuate senza il sostegno di una buona guida, hanno decretato il tuo fallimento. Oggi, però, tanto tu quanto io abbiamo bisogno che la tua esperienza e la tua scelta rimangano nella storia a beneficio di Corinto. Se non vuoi essere ricordato per avere abusato del tuo potere su chi aveva trascurato il suo dovere, ti invito a consegnarti a me e a riscattarti, accettando il limite che ti porto e la responsabilità che ne consegue; in questo modo darai anche un valido esempio ai tuoi figli e ai tuoi concittadini.

Dal canto mio ti prometto che mi impegnerò con tutte le mie forze per modificare questo sistema malato e per accompagnare i tuoi figli nella loro crescita come farebbe un buon padre.

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Il Mito di Sisifo

Perché ancora Sisifo?

Perché abbiamo acquistato il nuovo furgone, il furgone di Sisifo!

Ma anche e soprattutto perché Sisifo è l’immagine allo specchio di una parte di noi. Sisifo è un adolescente che vorrebbe diventare adulto e vorrebbe essere aiutato nel suo intento dagli adulti, intanto che, come buona parte degli adolescenti, dubita della serietà dell’adulto, dei genitori, delle autorità.

Sisifo, insomma, vorrebbe diventare grande, eroe, vorrebbe salvare il suo popolo dalla siccità. Per raggiungere lo scopo ha bisogno dell’aiuto degli dei, dei potenti, i quali però sono un po’ troppo distratti dai loro interessi personali.

La sua confusa fantasia, come per buona parte degli adolescenti, è combattere con i grandi, superarli e poi, una volta sicuro di essere approdato al mondo degli adulti, tornare a far pace con loro.

Ma il percorso è difficile; è difficile governare i sentimenti che accompagnano questo tragitto, anche perché il timore di non essere all’altezza del compito induce l’adolescente ad atteggiamenti velleitari e a coprire con la maschera dell’arroganza la sensazione di fragilità o addirittura di impotenza che egli vive. Sensazioni che, oltretutto, diventano massimamente destabilizzanti quando gli adulti non lo accompagnano in questo difficile cammino o, addirittura, lo respingono in conseguenza dei suoi errori, delle sue trasgressioni.

Se le cose vanno male, il pressante bisogno di essere appoggiato e riconosciuto dai genitori, dagli insegnanti, dalle autorità verrà sostituito dalla velleità di poter fare da solo, l’antica sensazione di fragilità diventerà un ricordo lontano e male accetto, la maschera dell’arroganza diventerà la parte più presente e riconoscibile della nuova identità.

E così, avanti, fino alla sfida con Giove e alla… fatica di Sisifo, pesante, inutile, senza fine, almeno fin quando non si torna a dialogare con il bisogno che ciascuno di noi ha di essere compreso e sostenuto mentre cerca, a volte sbagliando, il proprio ideale e la propria libertà.

Angelo Aparo

Gli scritti sul Mito di Sisifo

 

 

Il Furgone di Sisifo

Caro sig. Volpi,

ieri a Brescia non ci siamo visti, ma mi fa piacere salutarla e ringraziarla per la cortesia che ci ha dedicato.

So che Adriano l’ha chiamata mille volte forse stressandola un po’, ma è anche vero che non l’ho mai visto così contento. Ieri sera, a conclusione di una giornata di corse, ha deciso di portare il furgone sotto casa mia al solo scopo di farmelo guidare e goderne insieme.

Il nostro è stato un contatto di lavoro, ma mi fa piacere dirle che è stato per il Gruppo della Trasgressione anche un passaggio emozionante del progetto che portiamo avanti. Di certo, nell’acquisto di questo furgone, Adriano, per se stesso e come rappresentante dei componenti del gruppo, è stato più un mio partner di progetto che un detenuto del quale occuparsi.

Cordialmente
Angelo Aparo

Finalmente il furgone di Sisifo nuovo. Dopo avere spinto il masso e parlato con la coscienza, da uomo scassato, Sisifo è tornato un uomo nuovo.
Nino Torretta

Il Mito di Sisifo, il masso e il furgone

 

 

Il peso del passato e la nostra sfida

Il giorno 5 giugno noi detenuti del Gruppo della Trasgressione di Opera, durante un incontro con i nostri familiari, abbiamo molto parlato del pentimento morale di Vito Cosco. In quell’occasione molti di noi sono stati invitati dal dott. Aparo a raccontare ai nostri ospiti quello che facciamo al gruppo.

Una parte centrale del lavoro riguarda la ricerca sulla consapevolezza. Oggi mi rendo conto di aver vissuto con l’ideale di falsi miti e so che mi sono servito di maschere per dare senso alla mia vita.

Mi accorgo che faccio fatica a ricostruire e criticare il mio passato. Quel passato mi ha accompagnato per tanti anni, ci sono cresciuto… Da un po’ di tempo ho cominciato a criticarlo, ma non è facile togliersi la maschera, occorre tempo per rinnovarsi; non basta schiacciare un pulsante.

A questo riguardo il Gruppo della Trasgressione ci rivoluziona la mente, dandoci strumenti per poterci rinnovare pur continuando a sentirci noi stessi. E’ difficile riuscirci per chi, come me, si sentiva se stesso quando viveva una vita diversa, con valori e obiettivi completamente diversi.

Ma dobbiamo imparare a trasformare una situazione difficile in un’arma a nostro favore; non sentirci sopraffatti dalla pena! Queste non son altro che sfide ed è il nostro atteggiamento verso queste sfide che fa la differenza! Non dobbiamo chiuderci nelle nostre debolezze per giustificare le nostre sfortune. Se impariamo a conoscere chi siamo veramente, saremo più liberi e forti e non più burattini nelle mani di altri.

Al Gruppo della Trasgressione imparo a sostituire la libidine della grandiosità con il piacere della normalità. Una rivoluzione che si sta scatenando dentro di me e che oggi mi fa vedere con lucidità cose che prima erano coperte dalla nebbia dell’arroganza. Anch’io, come Vito Cosco, non ho mai incontrato quel pulsante rosso o forse non l’ho mai cercato.

Francesco Castriotta e Angelo Aparo

Francesco Castriotta

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Relazione di tirocinio

TIROCINIO PRE LAUREA PRESSO “ASSOCIAZIONE TRASGRESSIONE.NET”

Lucia Brizzi, Matricola:  822087
Corso di studio: SCIENZE E TECNICHE PSICOLOGICHE
Tipo di attività: Stage  esterno
Periodo: dal 09/1/2018 al 02/01/2019

 


Caratteristiche generali dell’attività svolta: istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

Il gruppo della trasgressione è un’associazione che opera all’interno degli istituti penitenziari milanesi di Milano Opera, Bollate e San Vittore.

Il gruppo è guidato dal Dott. Angelo Aparo, psicologo e psicoterapeuta che lavora da anni all’interno degli istituti. L’obiettivo, grazie alla collaborazione fra detenuti, volontari e studenti universitari, è di sviluppare una sinergia interna e un dialogo costruttivo per l’individuo attraverso tematiche che portino all’introspezione e a indagare sul passato. I detenuti, gli studenti e i volontari si scontrano con la propria emotività, con le debolezze, con la rabbia e l’orgoglio: la riflessione è faticosa, ma è una sfida con se stessi.

Inoltre, grazie a tale dialogo, che prende forma a partire dagli incontri settimanali che si svolgono all’interno degli Istituti, si sviluppano le diverse attività proposte dal gruppo mediante convegni, seminari, concerti e rappresentazioni teatrali che spesso coinvolgono gli studenti delle scuole medie e superiori.

Grazie al gruppo, il detenuto è spinto a reinserirsi nella società, non più come un soggetto deviante, bensì come membro effettivo in grado di dare un contributo utile grazie alla consapevolezza e alla responsabilizzazione maturate nel corso degli anni. Quello che una volta era considerato un membro “deviante” della società diventa così un membro “operante”.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

In quanto tirocinante ho partecipato agli incontri fissi del gruppo, ad alcuni incontri con gli studenti e ad eventi come il mercatino organizzato all’interno della casa di reclusione di Bollate.

Il mio ruolo consisteva nell’osservare criticamente le dinamiche del gruppo e gli interventi dello psicologo/coordinatore, oltre che nel partecipare attivamente con riflessioni e pensieri personali sulle tematiche discusse.

Inoltre, dal punto di vista logistico, ho aiutato nell’organizzazione di alcuni convegni che prevedevano la partecipazione di persone esterne agli istituti carcerari e mi sono occupata della creazione di alcuni eventi sulla pagina Facebook dell’associazione, al fine di divulgare le attività svolte dal gruppo.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

L’associazione propone numerose attività volte a rendere i detenuti consapevoli e in grado di dare un contributo alla società. Le attività settimanali consistono nel discutere tematiche differenti facendo emergere i diversi punti di vista dei partecipanti al gruppo con riflessioni autocritiche.

Ogni mese sono portati avanti vari progetti nelle scuole con lo scopo di aiutare i detenuti ad entrare in contatto con i ragazzi, in modo da dar loro la possibilità di raccontare le proprie esperienze rendendole strumento di prevenzione per le devianze giovanili. Questi incontri danno la possibilità di un’interazione curiosa e insolita tra adolescenti e detenuti, con spunti di riflessione da e per entrambe le parti in gioco: i detenuti si interfacciano con le nuove generazioni e gli studenti hanno la possibilità di conoscere una realtà che non sempre è realmente distante da loro.

Inoltre, da poco è stato avviato un progetto rivoluzionario che ha consentito ad alcuni detenuti ergastolani con la semi libertà (reclusi al carcere di Opera) di poter entrare a San Vittore come cittadini liberi grazie all’articolo 17. Il progetto permette di mettere in contatto persone detenute da anni e con un percorso rieducativo alle spalle con dei giovani detenuti ponendosi due obiettivi: responsabilizzare e rendere utili alla società i primi ed educare i secondi.

Tra le proposte rivolte al pubblico vi è la rappresentazione del mito di Sisifo a cui partecipano i componenti del gruppo (detenuti, studenti e volontari). Ciò permette a tutti di mettersi in gioco in prima persona, con uno scopo didattico sia per gli “attori” sia per gli spettatori. Un elemento importante di tali rappresentazioni è l’improvvisazione: gli attori si preparano sulle tematiche, le studiano e le elaborano per poterle trasmettere con maggior intensità possibile, ogni volta con parole e gestualità diverse.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Il coordinatore era presente a tutti gli incontri e a tutti gli eventi organizzati e aveva un rapporto diretto con tutti i tirocinanti. Egli cercava di farci sviluppare un pensiero critico e uno sguardo curioso verso la realtà carceraria. In quanto tirocinante dovevo mantenermi aggiornata sui diversi eventi organizzati dal gruppo e prendere appunti sui temi trattati e sulle eventuali organizzazioni degli eventi.

 

Conoscenze e abilità acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Tale esperienza mi ha portato ad acquisire conoscenze di diverso tipo.

Ho imparato a conoscere, seppur superficialmente, il mondo carcerario da un punto vista burocratico (richieste d’ingresso in carcere, richieste per fare uscire i detenuti), organizzativo (come si organizzano gli eventi che prevedono la partecipazione di persone detenute), ma soprattutto umano (il rapporto tra detenuti, detenuti-assistenti e detenuti-educatori).

Ho approfondito le dinamiche interne al gruppo, apprendendo concetti studiati precedentemente solo attraverso corsi universitari, e osservando come si possano sviluppare delle discussioni a partire da spunti filosofici, politici, sociali come dalle dinamiche quotidiane, apparentemente lontane dagli argomenti che verranno trattati.

Inoltre, ho esperito personalmente quanto l’ascolto e la condivisione possano essere difficili, ma anche come una coesistenza di essi possa portare a una crescita importante, capace di facilitare la comprensione dell’altro.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Grazie al tirocinio sono riuscita, parzialmente, a combattere qualche mia insicurezza e timidezza nel parlare di fronte agli estranei. Questa esperienza mi ha spinta a superare i miei limiti: ho dovuto parlare di fronte a un centinaio di studenti (in un momento inaspettato), sono stata mandata come “rappresentante” del gruppo in alcuni eventi. In questi casi, sono stata caricata di una responsabilità che mi ha aiutato ad avere fiducia nelle mie capacità espressive.

Ero una componente effettiva del gruppo, dovevo mettermi in gioco non solo come osservatrice, e ciò mi ha portato a sviluppare maggiori capacità nell’analizzare criticamente la realtà.

Il gruppo della trasgressione mi ha fatto riflettere molto su me stessa, su chi sono, chi voglio diventare. Il confronto con una realtà che vedevo come distante anni luce, mi ha portato a capire l’importanza di progettare il mio futuro e cominciare da subito a costruirne le basi.

 

Altre eventuali considerazioni personali

Più volte, al gruppo e nei momenti di incontro con gli studenti, si è parlato di progettualità. Si è detto che il progetto è ciò che ti porta a vivere con criterio e che ti guida nelle scelte. Per molti detenuti tale progetto non si è delineato o è stato cancellato e questo, insieme ad altri motivi contingenti, li ha portati a un disorientamento che li ha successivamente condotti alla reclusione.

Il disorientamento è ciò che, a parer mio, avvicina il mondo dei giovani di oggi e dei detenuti. Nella società odierna la maggior parte dei giovani non ha un progetto. Ciò potrebbe essere imputabile a una mancanza di prospettive o anche solo alla superficialità e al disinteressamento degli stessi.

Eppure, non tutti i ragazzi diventano dei delinquenti, non tutti commettono reati, non tutti si ritrovano a dover vivere reclusi. Perché? Chiunque può contribuire e dare la propria opinione per poter arrivare a delle conclusioni.

Questo è il genere di riflessioni che emergono al gruppo: riflessioni universali e che toccano ciascuno indistintamente, a prescindere dall’età, dalla nazionalità e dalla “residenza”.

L’esperienza al gruppo della trasgressione mi ha fatto toccare con mano una realtà che fino a poco tempo fa mi sembrava appartenere solo ai film d’azione e alle serie tv. Mi ha fatto comprendere come la detenzione possa essere utile se con essa è previsto un accompagnamento e se si è costretti a una riflessione quotidiana che porta a consapevolezza e responsabilità.
Grazie al tirocinio e alle riflessioni che ne sono emerse credo che le persone che commettono gravi errori possano affrontare il cambiamento solo se riescono a recuperare un legame con la società da cui hanno deviato. Per fare questo ci deve essere un accompagnamento da parte di quelle stesse istituzioni che il deviante ha tanto odiato nel suo passato.

La figura dello psicologo è centrale nel recupero del detenuto, ma senza la collaborazione delle istituzioni e della società stessa è difficile che il recupero sia completo.

Personalmente, credo che la riabilitazione del detenuto possa essere efficace, ma la società stessa deve essere rieducata a liberarsi dai pregiudizi che la legano a una visione ristretta e stigmatizzata della realtà carceraria. Il Gruppo della Trasgressione sta cercando di rivoluzionare il sistema, ma ha bisogno che la comunità impari a sostenere tali sforzi.

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Il Gruppo della Trasgressione

di Jacopo Galasso e Angelo Aparo

L’Associazione Trasgressione.net, fondata più di vent’anni fa dal dottor Angelo Aparo, è formata da persone con alle spalle storie di vita diverse, ma accomunate da un unico obiettivo: studiare l’essere umano, con una attenzione particolare verso colui che, arrivando dal degrado, semina nel suo percorso altrettanto degrado, abuso e morte. Lo studio è rivolto anche al tempo che queste persone spendono all’interno del carcere e al come potranno impiegare questo tempo una volta che le porte della società si apriranno.

Questo obiettivo viene perseguito attraverso una sinergia tra psicologi, detenuti e studenti; ma anche familiari di vittime, giuristi, medici e comuni cittadini, i quali settimanalmente si riuniscono negli istituti penitenziari di Opera, Bollate e San Vittore.

Il lavoro svolto all’interno del Gruppo non va inteso nel senso del classico sostegno psicologico rivolto al detenuto ma come studio delle condizioni emotive e ambientali che spingono l’uomo alla voracità di potere e al successivo cambiamento. 

In merito al concetto di potere va ricordato il convegno del 21 novembre 2018 tenuto all’interno della Casa di Reclusione di Opera (Percorsi e derive del potere), dove il Gruppo ha potuto confrontarsi con personaggi illustri, quali Paolo Finzi (direttore della rivista anarchica “A”), Lella Costa, Dori Ghezzi, Amerigo Fusco e Roberto Cornelli (docente di criminologia dell’Università Milano Bicocca).  

Questo lavoro non resta isolato all’interno degli istituti di pena ma si diffonde e si concretizza anche all’esterno del carcere, dove i detenuti del Gruppo testimoniano il loro percorso, promuovono la legalità e la sensibilizzazione; prevengono le dipendenze e il bullismo; il tutto attraverso una serie di eventi con cornici diverse.

Il 26 novembre presso il Teatro De Sica di Peschiera Borromeo sono state interpretate dalla band del gruppo, la Trsg.band, diverse canzoni di Fabrizio De André. Le canzoni erano intervallate da considerazioni da parte di detenuti del carcere di Opera, ex detenuti e figure istituzionali su alcuni dei temi che uniscono il mondo di Fabrizio De André con quello del Gruppo della Trasgressione: l’abuso, il potere, il riconoscimento dell’Altro, il rapporto con l’autorità e le microscelte che portano l’individuo ad operare sul mondo ciò che si è seminato.

Un’altra serie di incontri che ha coinvolto il Gruppo prendono il nome de “Lo Strappo”, fra i più recenti quelli a Piacenza (29 gennaio) e a Novara (25 febbraio). Lo Strappo è un progetto nato dall’incontro di persone diverse ma complementari per le finalità e rivolto soprattutto alle scuole medie di secondo grado. Obiettivo principale è l’educazione alla complessità e alla cittadinanza, partendo da una domanda precisa: cosa succede a tutti i soggetti coinvolti quando viene commesso un reato? Le figure professionali che partecipano al progetto gravitano attorno al mondo della giustizia: magistrati, avvocati, giudici, psicologi, educatori, giornalisti, polizia penitenziaria, amministrazione carceraria. Tuttavia, le riflessioni più illuminanti sembrano venir fuori proprio dall’incontro paritetico dei protagonisti più coinvolti: i familiari di vittime e i rei, i quali dopo un lungo lavoro di conoscenza, introspezione, superamento del giudizio e del rancore, accettazione, apertura verso l’Altro e il suo dolore, recupero della coscienza esiliata e obnubilata, costruiscono una parentela, una prossimità. Un mutuo soccorso che può abbattere i muri più alti, quelli della mente.

Infine il Gruppo della Trasgressione tenta di consegnare i propri approfondimenti sulla legalità e la responsabilità agli adolescenti nelle scuole superiori: luoghi dove non sono rari atti di bullismo e dipendenze. Gli ultimi incontri di quest’anno, svolti presso l’Istituto Piamarta di Milano, sono stati decisamente proficui. Infatti hanno permesso ai detenuti del carcere di Opera di ascoltare e confrontarsi con gli studenti e di aiutarli a riflettere criticamente sulle loro fragilità, interne ed esterne all’ambiente scolastico.

Uno strumento importante di cui il gruppo si serve è il mito di Sisifo che, costruito anno dopo anno al tavolo del Gruppo della Trasgressione, consente ai detenuti di rappresentare, attraverso i dialoghi fra i vari personaggi, temi quali: l’arroganza, la seduzione, il rapporto difficle con l’autorità e quindi il rapporto genitori-figli; insomma i nodi problematici che vivono gli individui più a rischio.

Gli incontri in carcere e a scuola con i detenuti hanno consentito agli studenti di analizzare e comprendere meglio le storie dei detenuti del Gruppo e ogni singolo personaggio del mito, così da poterli riprodurre a loro volta. Infatti, la giornata conclusiva all’Istituto scolastico Piamarta, ha visto questa volta gli studenti nei panni dei personaggi del mito di Sisifo. 

In conclusione va anche evidenziato che l’Associazione viene affiancata dalla Cooperativa Trasgressione.net il cui obiettivo è il reinserimento socio-lavorativo del detenuto. Grazie al Lavoro esterno (art. 21), i detenuti hanno la possibilità di uscire dal carcere per svolgere attività lavorative oppure frequentare corsi di formazione professionale. Le difficoltà che queste persone incontrano durante o dopo avere scontato la pena non sono poche. Per questo motivo la Cooperativa le affianca permettendo loro di svolgere una serie di lavori, quali la consegna di frutta e verdura a bar, ristoranti e a gruppi di consumatori associati, bancarelle rionali con gli stessi prodotti (mercato di viale Papiniano, di Peschiera Borromeo), il restauro di beni artistici, lavori di manutenzione e di piccola ristrutturazione.

Progettare e lavorare con chi ha commesso reati giova al bene collettivo e alla conoscenza dei percorsi devianti più della pena che il condannato sconta in carcere. (A. Aparo)