Giove, un vero stronzo

Durante il percorso condotto dal Dott. Aparo (con visita al carcere di Opera), abbiamo lavorato sul mito di Sisifo per affrontare in modo simbolico il tema della dipendenza da droghe, collegata spesso al distacco dalla figura genitoriale.

Il mito parla di un uomo condannato a spingere un masso su per una montagna per l’eternità, solo per vederlo rotolare di nuovo a valle. Questo gesto assurdo, ripetitivo, è diventato il simbolo della dipendenza, della fatica inutile e distruttiva in cui mi sono riconosciuto.

Abbiamo visto in Sisifo non solo il condannato, ma anche l’uomo che si ribella, che prende coscienza della propria condizione e trova nella consapevolezza una dignità. lo, in particolare, ho interpretato Giove, il re degli dèi, colui che infligge la punizione a Sisifo.  L’ho rappresentato come un dio arrogante, indifferente, concentrato solo sui propri piaceri e completamente distaccato dalla sofferenza umana.

Un vero stronzo, per dirla senza filtri.

E in quel Giove ho rivisto tante figure “genitoriali” nella vita reale: assenti, egoiste, incapaci di vedere davvero i figli, le loro richieste d’aiuto, i loro crolli. E quando non c’è nessuno che ti guarda con amore, è facile cercare conforto nelle droghe, che almeno per un po’ sembrano riempire quel vuoto.

Questo progetto non ha dato risposte facili, ma ci ha aiutato a fare domande vere. A capire che forse non possiamo cancellare il passato, ma possiamo smettere di spingere il masso per conto di qualcun altro. Possiamo cominciare a farlo per noi, per il senso che decidiamo di dare alla nostra vita.

Carlo Caroli

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

La siccità a Corinto

In questo anno scolastico io e la mia classe abbiamo partecipato a degli incontri con il Dott. Aparo, dove abbiamo recitato e compreso il mito di Sisifo. Abbiamo affrontato temi profondi come la piaga delle droghe ma anche il controllo della rabbia nei confronti dei genitori o di un adulto.

Il mito si conclude facendo capire che ogni azione ha una conseguenza, in questo caso il protagonista Sisifo fu condannato per l’eternità a dover spingere un masso (la sua coscienza) su per una montagna.  Una fatica inutile e sfiancante dovuta alle sue decisioni. Questo gesto continuo gli ha fatto capire i suoi errori ed acquistare la consapevolezza per ciò che aveva fatto.

Ho interpretato un uomo che aveva bisogno di acqua per portare avanti l’attività agricola. Era come se ne fossi dipendente e senza di quella non riuscivo a sopravvivere, però non comprendevo la difficoltà che avesse il Re di Corinto nel fare questa domanda agli Dei. Infatti lo attaccai incessantemente e, forse grazie anche al mio personaggio, riuscimmo ad avere l’acqua per l’eternità.

Nel mito e durante gli incontri è emersa più volte la figura genitoriale inesistente o autoritaria. In conseguenza di questo problema molti giovani trovano conforto nelle droghe o nella violenza. La società moderna sta lentamente cadendo a pezzi, il problema non è stato causato da noi ragazzi, ma dai nostri genitori che non ci sono stati vicini durante la crescita.

È stato un progetto tosto da comprendere fino in fondo, però grazie all’ausilio del mito lo si è capito molto più chiaramente.

Ero titubante se iniziare a fare questo percorso perchè mi sembrava una totale perdita di tempo, ma con il passare degli incontri ho capito che un fondo di verità c’è e non bisogna soffermarsi solamente all’apparenza.

Mi mette a disagio parlare davanti ai miei compagni figuriamoci davanti alle telecamere, questa mia paura non l’ho ancora superata.

Nicola Caccia

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

Thanatos, il mio personaggio

Mi chiamo Rinaldi Massimo e voglio raccontare la mia esperienza con il gruppo della trasgressione. Questo progetto non è stato solo il recitare una parte, ma capire il significato dell’arroganza, che nasce dalla mancanza di fiducia nei confronti degli adulti e che gli adolescenti trasformano in rabbia e mancanza di rispetto per le autorità, che può portare il ragazzo a diventare prepotente nei confronti di tutti per essere accettato e rispettato nel gruppo dei coetanei.

Il mio personaggio: THANATOS
Non nascondo che questa parte è stata molto difficile da capire più che recitare, perché Thanatos (il dio della morte) è stato sempre usato dagli dei superiori per ammazzare le persone che davano fastidio o mancavano di rispetto agli dei.

In realtà lo scopo di Thanatos era di far capire ai mortali che loro non sono immortali e che la loro vita un giorno finirà e di vivere la vita nel migliore dei modi senza essere arroganti. E dopo aver capito questa cosa Thanatos cominciò a vivere conflitti interiori per i sensi di colpa e per il fatto di essere stato usato per anni.

Recita al carcere di Opera
La recita  al carcere di Opera è stata un’esperienza molto bella e molto formativa, anche avendo conosciuto i carcerati ed averci recitato insieme.

Conclusione
Questa esperienza per me è stata molto bella e importante e la rifarei con piacere, e sarebbe molto bello che anche le altre classi possano partecipare ed interessarsi a questo progetto. Mi ha fatto crescere, ha arricchito il mio bagaglio personale e mi ha fatto conoscere persone fantastiche.

Massimo Rinaldi

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

 

Sisifo e il Gruppo della Trasgressione

Durante questo progetto Io e i miei compagni abbiamo lavorato sul mito di Sisifo con il Gruppo della Trasgressione. È la storia di un Re condannato a spingere un masso su per una montagna, ma ogni volta che arriva in cima, il masso rotola giù e lui deve ricominciare dall’inizio a spingerlo. All’inizio mi sembrava solo una storia assurda e un po’ triste fatta così, senza motivo. Poi però, parlando con il gruppo, ho capito che parla anche di noi, delle fatiche quotidiane, delle cose che sembrano inutili ma che in realtà hanno un senso se ci mettiamo qualcosa di nostro. Questo mito ci insegna che anche quando la vita sembra ripetitiva o difficile, possiamo trovare significato nelle nostre scelte.

Con il gruppo della trasgressione del Dott. Aparo l’esperienza è stata davvero forte. Non è una cosa che capita tutti i giorni o a tutti: andare in carcere, parlare con persone che hanno commesso reati, ma che ora vogliono cambiare. Lì dentro, ho visto umanità, verità, fatica, ma anche voglia di migliorare. Mi ha colpito quanto fossero sinceri e quanto si mettessero in gioco. Mi ha fatto riflettere molto su cosa vuol dire sbagliare, perdonarsi, e prendere responsabilità per la propria vita.

Recitare insieme è stato bellissimo. All’inizio avevo tanta ansia. Avevo paura di sbagliare, di bloccarmi, di non essere all’altezza. Ma poi mi sono lasciato andare, mi sono sentito ascoltato e parte di qualcosa di più grande. È un’emozione difficile da spiegare, ma mi ha fatto sentire vivo. E poi, finire in TV grazie a questo progetto è stato pazzesco. Mai avrei pensato che una cosa del genere potesse succedere a me.

Cosa ho imparato?
Ho imparato che tutti possiamo cambiare. Che sbagliare è umano, ma non basta pentirsi: bisogna fare qualcosa per riparare. Ho imparato a mettermi in gioco, a non giudicare troppo in fretta, a fidarmi degli altri e anche un po’ di me stesso.

Consiglierei questa esperienza?
Sì, la consiglierei a chiunque abbia voglia di crescere, di uscire dalla propria zona di comfort e di aprire gli occhi su realtà che spesso ignoriamo. Come io prima pensavo detenuto=cattivo, ma in realtà ogni persona è diversa, ha sentimenti, ha motivi e non é sempre nelle nostre mani scegliere come devono andare le cose. È un’esperienza che ti segna, in senso positivo.

Continuerò a partecipare al gruppo?
Sì, assolutamente. Perché mi fa stare bene, mi fa sentire utile, e ogni incontro è un’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Non è solo un progetto, è un cammino che voglio continuare a fare.

Kushal Bagha

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

L’arroganza

Durante quest’anno scolastico, in cui mi sono trovato in un ambiente nuovo con compagni di classe che non conoscevo, ho vissuto numerose esperienze significative che mi hanno insegnato molto. Tra tutte, quella che mi ha colpito di più è stata senza dubbio il percorso svolto con il Dottor Aparo.

Abbiamo partecipato a circa dodici incontri, ma la loro intensità e profondità li hanno resi molto più di semplici lezioni: sono stati momenti di crescita personale, che mi hanno lasciato qualcosa di prezioso e utile per la vita.

Il Dottor Aparo ci ha introdotto nel complesso mondo della carcerazione e ci ha spiegato il suo lavoro a stretto contatto con i detenuti. Il suo obiettivo è aiutarli a reintegrarsi nella società, partendo da un processo di analisi psicologica dei loro sentimenti. Una missione tutt’altro che scontata, poiché purtroppo non tutte le carceri italiane offrono la possibilità di un dialogo umano e costruttivo con figure come la sua.

Questa esperienza mi ha profondamente colpito, anche perché il mondo della criminalità e della detenzione è sempre stato, fortunatamente, molto lontano dalla mia realtà. Prima di questo percorso avevo dei pregiudizi e una visione piuttosto rigida su queste persone, ma grazie alle parole e agli insegnamenti del Dottor Aparo ho cominciato a capire meglio le radici di certe scelte sbagliate e le difficoltà che molte persone affrontano.

Uno dei temi centrali del corso è stato l’arroganza, un concetto che conoscevo in modo superficiale, ma che ho scoperto avere conseguenze molto più profonde di quanto pensassi. Attraverso il mito di Sisifo, il Dottor Aparo ci ha fatto riflettere sul peso delle scelte, sull’orgoglio e sull’importanza del cambiamento. Abbiamo anche avuto l’occasione di mettere in scena la storia di Sisifo, interpretando i personaggi e coinvolgendoci attivamente: è stato un momento intenso ma anche molto divertente.

Uno dei momenti più forti ed emozionanti è stata la visita al carcere di Opera, in provincia di Milano. Lì abbiamo recitato davanti ai detenuti, ed è stata un’esperienza toccante, che porterò sempre con me.

Mi ritengo fortunato ad aver conosciuto una persona come il Dottor Aparo: ha una personalità incredibile, è capace di trasmettere concetti profondi in modo semplice e diretto, e soprattutto è una persona autentica.

Sono anche molto grato al professor Tallarico, che ci ha dato questa opportunità unica. Senza il suo impegno e la sua fiducia, probabilmente non avremmo mai potuto vivere qualcosa di così speciale.

Matteo Oprandi

Il Mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

 

Il masso a testa alta

Mi chiamo Mourad e voglio raccontare un’esperienza che per me è stata molto importante: recitare il mito di Sisifo con il Dottor Aparo e il Gruppo della Trasgressione.

Non si è trattato solo di teatro o di dire qualche battuta a memoria. È stato qualcosa di più profondo. Entrare nel ruolo di Sisifo mi ha fatto pensare a me stesso, alla mia vita e agli errori che ho commesso. Sisifo era un uomo arrogante, furbo, che pensava di poter prendere in giro gli dèi. Ma alla fine ha pagato caro il suo atteggiamento: è stato condannato a spingere un masso su per una montagna, per tutta l’eternità. E ogni volta che arrivava quasi in cima, il masso ricadeva giù, e lui doveva ricominciare da capo.

Vederlo recitare mi ha colpito, perché mi sono riconosciuto in lui. Anch’io sono stato arrogante. Pensavo di essere più furbo degli altri, di poter fare quello che volevo, senza preoccuparmi delle conseguenze. Ma poi le conseguenze sono arrivate, e sono finito in carcere.

All’inizio non capivo. Davo la colpa agli altri. Ma con il tempo, grazie anche al lavoro fatto col Gruppo della Trasgressione, ho iniziato a guardarmi dentro. Ho capito che le mie scelte sbagliate non erano solo errori: erano ferite per gli altri e per me stesso.

Il mito di Sisifo mi ha fatto capire che la vera punizione non è solo il carcere. La vera fatica è ricostruire sé stessi, giorno dopo giorno. È come spingere quel masso. Ma oggi non lo vedo più come una condanna. Oggi lo vedo come un’occasione. So che non posso cambiare il passato, ma posso scegliere cosa fare adesso.

Il Dottor Aparo e il gruppo mi hanno aiutato a dare un senso a questa fatica. Non sono più quello che ero. E anche se la strada è lunga, voglio continuare a spingere quel masso, ma con la testa alta e la voglia di diventare una persona migliore.

Mourrad Toubba

Il Mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

 

Sisifo e l’autorità

Quando ci hanno parlato del mito di Sisifo, all’inizio pensavo fosse una delle solite storie antiche. Una di quelle che si leggono e poi si dimenticano. Non capivo che senso potesse avere per noi oggi. Anche perché io non sono nato in Italia e molte cose della cultura, della lingua italiana ancora le sto imparando. All’inizio, quindi, non ero molto coinvolto.

Il vero significato del mito di Sisifo

Poi, grazie al laboratorio con il dott. Aparo e il “Gruppo della Trasgressione”, ho iniziato a vedere questa storia in un altro modo. Non era più solo un racconto mitologico, ma un esempio di quello che può succedere a tanti ragazzi oggi. Sisifo, infatti, è un re che vuole aiutare la sua città, ma nel farlo si sente superiore agli dèi, rompe le regole e viene punito. La sua condanna è quella di spingere un masso su e giù una montagna per sempre, senza mai arrivare in cima.

Durante il laboratorio abbiamo riflettuto sul significato di questa storia. Il dott. Aparo ci ha fatto capire che Sisifo rappresenta anche quei giovani che, dopo aver perso fiducia negli adulti, iniziano a comportarsi come se potessero fare tutto da soli. Pensano di avere sempre ragione, diventano arroganti e non ascoltano nessuno. Ma proprio come Sisifo, prima o poi si trovano a fare i conti con le conseguenze delle loro scelte.

Questo progetto mi ha colpito molto, anche perché mi ha fatto pensare a come a volte anche io, o altri ragazzi che conosco, possiamo sentirci incompresi o arrabbiati con il mondo degli adulti. Quando succede, è facile chiudersi, smettere di ascoltare, e credere che le regole non servono. Ma con il tempo ci si accorge che senza confronto e senza una guida, si rischia di finire in un percorso difficile da uscire.

Con questo laboratorio ho imparato che l’autorità, se è giusta e presente, non è un limite, ma un aiuto. Gli adulti, anche se a volte sembrano distanti, possono insegnarci molto. E ascoltare non vuol dire essere deboli, ma avere il coraggio di mettersi in discussione.

Questa esperienza non è stata solo una lezione scolastica, ma un momento importante di crescita personale. Mi ha fatto riflettere su me stesso, su come reagisco alle difficoltà, su come posso diventare una persona migliore. Ringrazio il dott. Aparo per il tempo che ci ha dedicato e per averci fatto vedere il mito di Sisifo con occhi diversi. Grazie a lui, ho capito che anche una vecchia storia può parlare del presente e aiutare a cambiare qualcosa dentro di noi.

Singh Gurneel

Il Mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

Il mito di Sisifo a SeilaTV

Il mito di Sisifo al Pesenti di Bergamo

Sisifo nella merda

Volevo regnare, volevo brillare,
ma ho fatto il furbo e mi han fatto sclerare.
Rubai l’acqua agli Dei e li ho fatti arrabbiare
ora per sempre dovrò scalare.

Thanatos arriva per farmi sparire,
lo frego al volo, lo faccio dormire.
Ade si incazza, mi vuole punire,
“Giove, ‘sto stronzo lo devi colpire!”

Scalo la cima per non morire,
cade il masso, mi fa impazzire.
Giove ride, beffardo,
e mi dice: “Mo’ paghi, bastardo!”
“Ora prendi sto masso e lo fai rotolare
ogni volta che cade
lassu lo dovrai riportare,
la devi cagare”

Scalo la cima per non morire,
cade il masso, mi fa impazzire.
Salgo e risalgo senza fermare,
ma ‘sta salita mi sta per strozzare!
Volevo fregare, volevo scappare,
ma ora mi tocca sudare e sputare.
Per l’eternità dovrò faticare,
Sisifo spinge… e vorrebbe crepare!

Pino Amato

Il mito di Sisifo a teatro negli anni. Qui nel carcere di Milano-Bollate

La moneta di Corinto, frutto della collaborazione tra 20 anni di Gruppo della trasgressione, l’Istituto Pesenti di Bergamo, Massimo Zanchin attuale componente del gruppo del carcere di Opera, l’art director Adriano Avanzini e il musicista e informatico Alessandro Radici.

Il mito di Sisifo

Sisifo e i suoi archetipi

Nel cuore di Corinto, mentre la siccità piega la città, si svolge una vicenda che porta con sé temi familiari a ciascuno di noi. Al centro troviamo Sisifo, re di Corinto, impegnato in una disperata ricerca di salvezza per il suo popolo, mentre Asopo, dio delle acque, resta sordo a ogni supplica, rifiutandosi di porre fine al tormento della città, nonostante abbia il potere di farlo.

Nella sua indifferenza, Asopo incarna l’archetipo dell’autorità che ha smarrito la propria essenza: quella di nutrire, sostenere e promuovere la crescita. Mentre Corinto soffre la sete, egli si abbandona al piacere e alla sregolatezza, senza preoccuparsi di chi lo circonda.

Oltre che verso i mortali di Corinto, manifesta la medesima noncuranza verso la figlia: Egina; il loro legame è ridotto a un freddo scambio di doveri, e in questo deserto emotivo cresce la giovane, schiacciata da pretese paterne che non trovano riscontro né nell’affetto né nella guida.

La seduzione di Giove si manifesta ai suoi occhi come un miraggio di libertà senza vincoli, proposta irresistibile per chi, come lei, ha conosciuto solo il peso degli obblighi. Ed è proprio il comportamento sregolato all’insegna della ricerca di fuggevoli piaceri del padre a legittimare implicitamente la scelta di seguire Giove.

Ma la sua fuga con Giove rappresenta anche altro, non è solo un atto di ribellione: è la ricerca di riconoscimento e attenzione che il padre le ha sempre negato.

In questo intreccio di relazioni emerge Sisifo, acuto osservatore delle dinamiche in gioco. La sua astuzia trasforma l’informazione sulla seduzione di Egina in una potente arma di ricatto contro Asopo, ribaltando repentinamente gli equilibri di potere, portando il Dio in una posizione vulnerabile di fronte al mortale.

Ma proprio nel momento del trionfo Sisifo rivela la propria fragilità. Non pago di aver ottenuto l’acqua per la sua città, esige l’umiliazione di Asopo. Il desiderio di vedere una divinità in ginocchio tradisce un’esigenza di affermazione che oltrepassa la necessità pratica, sconfinando nell’arroganza e nella brama di onnipotenza, che sarà poi causa della sua eterna pena.

La forza del mito di Sisifo risiede nella sua capacità di rispecchiare l’esperienza umana attraverso i secoli. Ogni personaggio incarna aspetti della natura umana ancora oggi attuali. Sisifo ed Egina rappresentano gli adolescenti di ogni epoca, alle prese con un’autorità – Asopo – che incarna le possibili degenerazioni del potere.

La loro risposta alla freddezza emotiva si manifesta in modi antitetici: in Sisifo, la rabbia esplode in un crescendo di rivalsa e sopraffazione, replicando inconsapevolmente la violenza subita. In Egina, rabbia e dolore implodono in un’autodistruttiva ricerca di libertà, che nasconde però nuove catene.

Queste dinamiche riflettono alcune delle diverse strategie con cui gli adolescenti in particolare possono affrontare un’autorità percepita come oppressiva o situazioni di sofferenza, di mancato riconoscimento: alcuni attraverso aperta ribellione o violenza, altri attraverso comportamenti autodistruttivi. Entrambi i casi sono manifestazioni della rabbia e del dolore generati dal disconoscimento dei loro bisogni.

Il mito, nella rivisitazione che ne propone il gruppo, porta alla luce temi estremamente familiari, ed è difficile non riconoscersi o non riconoscere una passata versione di noi stessi, in almeno uno dei personaggi che lo costellano.

Questo processo di identificazione va oltre il semplice rispecchiamento: diventa un’occasione per validare le proprie esperienze emotive e comprendere che certi vissuti, spesso percepiti come profondamente personali e isolati, sono in realtà parte della comune esperienza umana.

Il linguaggio simbolico crea uno spazio interpretativo dove ognuno può trovare significati personali: le figure di Sisifo, Egina e Asopo diventano archetipi attraverso cui esplorare dinamiche universali nella relazione tra genitori e figli, insegnanti e studenti.

L’aver portato la rappresentazione e la discussione di alcuni aspetti del mito all’istituto della Fondazione Clerici assume una funzione particolarmente pregnante, dato il suo rivolgersi a una comunità educativa.

Per gli studenti, offre un modo per elaborare e dare voce alle proprie esperienze di conflitto con l’autorità (e non), dando espressione alla complessità delle loro emozioni e cercando di dare un significato alle loro reazioni. Attraverso le figure di Sisifo ed Egina, possono riconoscere la propria rabbia e sofferenza, i propri impulsi di ribellione e autodistruzione, comprendendone meglio le origini e le possibili conseguenze su di sé e sugli altri.

Ma anche per gli insegnanti, il mito presenta una potente riflessione sulla natura dell’autorità educativa. La figura di Asopo serve da monito sulle conseguenze di un potere esercitato attraverso la mera forza e l’indifferenza emotiva, e sottolinea come le gerarchie basate esclusivamente sul potere formale siano intrinsecamente fragili e destinate al fallimento.

Anna Bigotti

Il mito di Sisifo