Classi miste

Nella notte tra sabato e domenica, dopo avere sentito una delle interviste di Delitto e Castigo su Giornale Radio, ho fatto un sogno: un dirigente del DAP mi chiedeva cosa io abbia da proporre dopo tanti anni di esperienza in carcere.

La mia risposta riguardava l’ipotesi di sperimentare all’interno del carcere alcune classi pilota di scuole medie primarie e secondarie con la compresenza di alunni tradizionali e detenuti con lunghe pene: classi miste con studenti “normali” e con studenti detenuti adulti (non giovani adulti!) con una preparazione compatibile con la classe frequentata: attività di insegnamento, interrogazioni, voti, promozioni e bocciature, tutto funzionante nel modo tradizionale.

Appena sveglio, mi sono detto che non c’era tanta differenza con quello che il gruppo della trasgressione pratica da anni. Ma ripensandoci, credo che, pur essendoci continuità con gli incontri che facciamo con i detenuti nelle scuole e con la stabile compresenza al gruppo di studenti universitari e detenuti, la proposta “onirica” comporta alcune differenze significative.

I detenuti con lunghe pene e con età oltre i 40 anni hanno bisogno di tornare alle emozioni che i ragazzi vivono a 12, 15, 18 anni, emozioni che loro hanno perso per strada in conseguenza dell’irrinunciabile bisogno di rendere la loro identità compatibile con gli abusi che, in molti casi, erano stati praticati fin dalla prima adolescenza. Frequentare la stessa classe di ragazzini, io credo, potrebbe permettere a chi è cresciuto nella devianza di vivere quello che egli non ha mai sperimentato e di cui (chi ha una pena lunga) ha un intenso bisogno per continuare a vivere e per non sentirsi fuori dal mondo.

Inoltre, tra ragazzi adolescenti e detenuti, si potrebbero formare delle simpatiche alleanze di mutuo aiuto, che a loro volta permetterebbero di sviluppare emozioni vitali e (soprattutto per i detenuti) sconosciute: ci si dovrebbe confrontare realisticamente con le proprie capacità di apprendimento, con chi è più bravo, con chi ha bisogno di aiuto… complessivamente, con frustrazioni e risultati che giovano al divenire e all’articolazione dell’identità del soggetto.

Inoltre, i detenuti avrebbero la possibilità di aggiornare la loro intossicata immagine dell’autorità: a) sulla scorta di come la vivono i comuni adolescenti; b) prendendo confidenza con un principio che nel mondo deviante non esiste e non può avere cittadinanza e cioè che l’unica autorità credibile è quella di chi sa e utilizza il proprio sapere per permettere agli altri di crescere e migliorarsi.

Gli adolescenti, da parte loro, potrebbero toccare da vicino come un essere umano può diventare un compagno di scuola, un amico, un proprio simile, dopo essere stato una persona da temere e da tenere a distanza; ancora di più, potrebbero vivere l’esperienza di partecipare attivamente al recupero della prossimità con “l’alieno” e questo credo possa aiutare l’adolescente a diventare un adulto consapevole della complessità e della ricchezza dell’essere umano.

Le comprensibili obiezioni sono ovviamente che non è possibile permettere a insegnanti e adolescenti di entrare tutti i giorni in carcere; che, d’altra parte, è difficile permettere ai detenuti di uscire dal carcere tutti i giorni per andare a scuola; che l’esperimento, comunque lo si imposti, richiederebbe alti costi di personale per garantire la sicurezza dei cittadini. Tutto vero! Si tratta di valutazioni e decisioni che spettano a chi ha la responsabilità di prendersi cura del benessere della collettività.

Da parte mia, visto che l’idea parte da un sogno, vedrò di farmene qualcosa che in un modo o nell’altro possa somigliargli.

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

E poi ho visto te, di Cisky Capizzi, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

L’importanza della contaminazione

 La pag. di A.TangoPercorsi della Devianza e Trame di LIbertà

Il conflitto, strumento di libertà e di trasformazione

MERCOLEDÌ, 13/05 OPERA

L’incontro di oggi è stato particolarmente intenso dal punto di vista emotivo e ha ruotato attorno alla riflessione del Prof su Emanuele. Attraverso le sue parole è emersa l’immagine di un uomo profondamente segnato dal proprio passato, definito come un bambino in fuga da un incubo che non demorde. Una metafora molto significativa è stata quella del terremoto: i terremoti esistono e provocano danni, ma non si possono lasciare i terremotati nelle baracche per sempre. Questo pensiero è stato collegato alla condizione della persona detenuta, che non può essere ridotta unicamente al reato commesso.

Durante l’incontro si è parlato del conflitto interno che caratterizza molte persone detenute. È stata utilizzata la metafora del condominio, cioè, nell’appartamento A vive il ragazzo che anni prima ha commesso l’omicidio, mentre nell’appartamento B vive l’uomo che quella persona è diventata oggi. Il punto centrale della riflessione riguardava la possibilità di far convivere queste due parti di sé. Spesso, come accade nei condomini delle grandi città come Milano, le persone abitano sullo stesso piano senza conoscersi davvero; allo stesso modo, dentro una persona possono convivere esperienze, identità e vissuti che non comunicano tra loro. È quindi necessario un aiuto esterno, umano e relazionale, che permetta di mettere in dialogo queste parti e di integrarle.

Successivamente anche gli altri detenuti hanno espresso il loro pensiero su Emanuele, ed è stato uno dei momenti più toccanti dell’incontro a parer mio. Tutti hanno sottolineato la sua sincerità, il suo impegno nel cercare di cambiare e il peso che il passato continua ad avere nella sua vita. Giuseppe ha detto che il cambiamento, per Emanuele, è iniziato nel momento in cui ha smesso di rifiutare il proprio reato e ha imparato a convivere con esso. Questo concetto mi ha colpita molto, perché fa comprendere come il cambiamento non coincida con il cancellare il passato, ma con il riuscire a riconoscerlo senza esserne completamente schiacciati.

Emanuele ha raccontato che nelle carceri precedenti non aveva mai trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo davvero e che, per molto tempo, i conflitti interiori lo hanno schiacciato. Ha spiegato che spesso tende ancora a scappare dai conflitti per paura di affrontarli, ma che quel peso lo porta sempre con sé. Tuttavia, proprio attraverso il confronto con il gruppo e con le figure presenti nel percorso, è riuscito a costruire gradualmente una nuova identità. Ha usato una metafora che mi ha colpita molto: oggi è come se avesse finalmente degli occhiali, perché riesce a riconoscere ciò che è sbagliato, mentre prima non ne era davvero consapevole. Ha parlato del periodo in cui vendeva droga, dicendo che sentiva di star vendendo la morte, e che la sofferenza vissuta dopo l’omicidio, per quanto devastante, gli sia servita per aprire gli occhi. Una frase che ha usato è stata: “nessuno si salva da solo”.

Ha raccontato che proprio nel carcere di Opera è riuscito ad aprirsi ancora di più, comprendendo che trattenere tutto dentro significa lasciare che il danno continui a vivere dentro di sé. Ho apprezzato il fatto che abbia detto di non essersi più preoccupato del giudizio degli altri, perché il conflitto che sentiva dentro gli diceva che quella fosse la strada giusta. Ha espresso il bisogno di avere figure capaci di rafforzare la sua “postura” quando un giorno si troverà fuori dal carcere e dovrà camminare da solo.

Il momento che mi ha emozionata di più è stato quando Emanuele ha ringraziato il gruppo per le parole ricevute. Aveva gli occhi lucidi, la voce tremava, il corpo trasmetteva agitazione e vulnerabilità autentica. In quel momento ho percepito chiaramente quanto il bisogno più profondo fosse quello di sentirsi accolto, riconosciuto come persona e non soltanto identificato con il proprio reato. Sentire tutta la sua commozione mi ha portata a dirgli che io lo accoglievo. È stato un momento molto umano, che mi ha fatto riflettere sul potere delle parole, dell’ascolto e della presenza emotiva.

Ciò che porto a casa da questo incontro è l’idea che il conflitto interiore sia certamente un peso doloroso, uno strazio, ma anche uno strumento di libertà e di trasformazione. Dare voce al proprio conflitto significa permettere agli altri di entrare in contatto con la parte più autentica di sé. La società, spesso, continua a vedere il detenuto esclusivamente come delinquente, senza lasciare spazio all’evoluzione personale, al contrario, all’interno del gruppo si crea uno spazio diverso, in cui la persona viene ascoltata, sostenuta e abbracciata nella sua complessità. Ho percepito un forte senso di umanità reciproca, ognuno si nutre delle parole dell’altro e questo diventa fondamentale per crescere ed evolversi.

L’evoluzione di Emanuele all’interno del gruppo mi è sembrata evidente, è consapevole delle proprie azioni e del dolore provocato, ma cerca di integrare quella parte della sua storia con la persona che è oggi, senza permettere che il passato lo definisca totalmente. Questo incontro mi ha lasciato una forte emozione e mi ha fatto riflettere profondamente su quanto l’accoglienza, l’ascolto e il riconoscimento umano possano diventare strumenti concreti di cambiamento e di rinascita personale.

Sofia Pellini

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

 

 

Prima il foyer poi il concerto

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà
Concerto della Trsg.band e del Gruppo della Trasgressione

Dalle 18:30 alle 20:00, nel foyer del teatro Roberto De Silva, quattro gruppi, costituiti da studenti, artisti ed ex detenuti, cercheranno di coniugare una o più delle opere d’arte esposte (scelte in base alle idee, le emozioni, le fantasie che foto, dipinti e quadri saranno riusciti ad attivare) con le proprie Trame di libertà, cioè con le alleanze, i progetti, le coordinate morali che servono all’adolescente per giungere all’adulto che desidera diventare.

Nel corso della serata, tra una canzone e l’altra, coppie di detenuti e studenti proporranno poi al pubblico in sala le loro trame di libertà, mettendo a frutto l’intesa sviluppata tra di loro negli incontri avuti a scuola e in carcere e incrociando le opere d’arte esposte con uno dei temi riassunti di seguito. Chi ha avuto esperienza diretta di reati e di carcere accompagnerà le comunicazioni degli studenti, indicando: come si è perso in passato nelle paludi della devianza, travisando i propri sogni di adolescente; come tenta oggi di tessere le proprie trame di libertà con quelle degli studenti, degli imprenditori e delle istituzioni.

Quattro le tracce principali:

  • l’adolescente ha bisogno di crescere. Lo può fare in modo graduale, accompagnato da adulti che lo guidano, oppure indossando maschere da duro e correndo in modo velleitario verso un modo di essere adulti che si riassume nell’avere potere. Ma così facendo, egli è esposto al rischio di venire sedotto da chi lo usa mentre lo rende schiavo di illusioni che, giorno dopo giorno, diventano deliri;
  • tante volte si pensa che per conquistare l’attenzione delle persone e dei giovani occorra privilegiare l’ipersemplificazione. Ma per i giovani essere guidati alla lettura della complessità è più gratificante e nutriente di quanto possa esserlo il consumo di una forzata semplificazione del mondo e dell’uomo: chi ti offre una lettura facile della realtà molto spesso lo fa solo per ottenere il tuo consenso e i tuoi servizi, mentre ti illude che puoi raggiungere con un solo salto le tue mete;
  • l’altro è uno straniero e, tante volte, un mostro se non se ne conosce la storia. L’adolescente che lavora con chi, per le sue illusioni e i suoi deliri di onnipotenza, ha ucciso ed è poi finito in carcere, ha la possibilità di sperimentare come, ricostruendone la storia, il mostro può diventare suo alleato. Nel frattempo, l’ex delinquente diventa cittadino, mentre esercita con lo studente una funzione che nella vita non aveva mai sperimentato;
  • non ci sono ragazzi cattivi, dice Don Burgio, ma esistono azioni che causano dolore in chi le subisce. L’autore dell’azione non era cattivo, era prigioniero della sua rabbia, della sua smania di rivalsa, era confuso, ma in qualche modo egli ha avuto la responsabilità di portare se stesso fino al punto da poter commettere quell’azione. Occorre chiamarsi a vicenda per ricordare a noi stessi che pur non essendo cattivi, ognuno di noi può costruire la propria insensibilità verso le speranze e il dolore del proprio vicino.

Trame di Libertà, il concertoUna presentazione della serata

Percorsi complicati e storia degli errori

Partecipando agli incontri con detenuti ed ex detenuti del Gruppo della Trasgressione, ho vissuto un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto. All’inizio ero un po’ diffidente e pensavo che chi commette reati fosse semplicemente “sbagliato” o diverso dagli altri. Avevo un’idea abbastanza rigida della devianza, vista solo come qualcosa di negativo e lontano da me.

Durante gli incontri ho capito che la devianza non nasce dal nulla. Spesso ci sono fattori ambientali, come famiglie difficili, contesti violenti o mancanza di punti di riferimento. Ma anche fattori personali, come rabbia, fragilità, bisogno di sentirsi importanti o ascoltati. Alcune storie mi hanno colpito perché mostrano come certe persone, fin da giovani, non abbiano avuto le stesse opportunità o qualcuno che le guidasse. Questo mi ha fatto capire che dietro un reato c’è quasi sempre un percorso complicato, non una scelta improvvisa.

Una cosa che mi ha colpito è che il cambiamento è possibile. Alcuni detenuti hanno raccontato come, attraverso il confronto con gli altri, il riconoscimento dei propri errori e un lavoro su sé stessi, siano riusciti a cambiare. Elementi importanti sono le relazioni, la responsabilità e il mettersi in discussione. Questo incontro ha cambiato il mio modo di vedere chi commette reati. Ora non li vedo più solo come “criminali”, ma come persone che hanno fatto errori, spesso legati al loro vissuto.

Anche l’idea del carcere è cambiata: non dovrebbe essere solo punizione, ma anche occasione di riflessione e crescita. Ho capito che il punto di vista è fondamentale: cambia il modo in cui giudichiamo gli altri e ciò che consideriamo giusto o sbagliato.

Questa esperienza mi ha fatto riflettere anche sulle mie scelte e sull’importanza dei valori. Secondo me, per prevenire la devianza è importante che i giovani abbiano supporto e punti di riferimento:

  • La scuola può educare e aiutare a sviluppare senso critico.
  • La famiglia può dare stabilità e ascolto.
  • La società dovrebbe offrire opportunità e non lasciare indietro nessuno.

Come giovane, sento la responsabilità di non giudicare troppo velocemente e di cercare di capire le situazioni prima di dare un’opinione. Da questa esperienza porto a casa una cosa importante: il nostro punto di vista può cambiare tutto. Cambiando il modo in cui guardiamo le persone e le situazioni, possiamo capire meglio cosa è giusto e cosa è sbagliato.  Ho capito che dietro ogni errore c’è una storia, e che capire non significa giustificare, ma essere più consapevoli. Questa consapevolezza è fondamentale per costruire un mondo più giusto.

Percorsi della Devianza e Trame di LibertàLa Riscoperta dell’Umano

Tommaso

Devianza e agenzie di socializzazione

Negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di incontrare il Gruppo della Trasgressione in diversi momenti di testimonianza e riflessione.  Associazione e cooperativa, fondate dal dott. Aparo, operano nelle carceri di San Vittore, Bollate e Opera dal 1997, lavorando sulla percezione che ha di se stesso chi commette reati e cercando di trovare la radice dei comportamenti devianti. I detenuti si impegnano insieme a volontari, studenti ed esperti, portando la loro riflessione nelle scuole e nella società al di fuori del carcere, mettendosi in gioco e riscoprendo la possibilità di prendersi delle responsabilità.

Noi abbiamo incontrato carcerati ed ex carcerati accompagnati dal dott. Aparo. Per esempio ci ha parlato di sé Ignazio, che rivendeva parti di auto rubate, e Antonio che, bullizzato da bambino, è caduto in una spirale di violenza divenendo violento egli stesso. Nelle loro voci si sentiva chiaramente il bisogno forte di raccontare la loro esperienza e anche in parte una ricerca di approvazione del loro percorso da parte nostra, cosa che poi però era gestita bene e riequilibrata da Aparo.

Prima dell’incontro ritenevo implicita nell’essere umano la possibilità di devianza, dipendente da circostanze e opportunità oltre che da una seppur minima influenza di tendenze personali. Ho sempre avuto una buona dose di empatia che mi spinge a trattare tutti da essere umani a prescindere da quello che sia stato il loro percorso di vita. L’incontro con il Gruppo della Trasgressione ha confermato in me queste convinzioni.

All’origine delle storie di criminalità che abbiamo incontrato sono emersi fattori ambientali e principalmente familiari. La nostra docente si è concentrata principalmente sull’adolescenza come momento critico di possibile devianza, ma dalle testimonianze è emersa forse di più l’importanza delle esperienze della prima infanzia. Tali esperienze però sono sempre venute a estremizzarsi manifestandosi con violenza nell’età dell’adolescenza. Ritengo che questo avvenga perché una prima infanzia difficile crei delle basi traballanti su cui diventa poi difficile costruire una identità personale equilibrata, cosa che si concretizza proprio nell’adolescenza attraverso una fase delicatissima che rimette tutto in discussione.

Ciò che ha aiutato a cambiare alcune delle persone che abbiamo incontrato mi sembra essere stata principalmente la consapevolezza che, anche se a portarli al momento decisivo in cui hanno preso la strada sbagliata sono state situazioni circostanziali, ambientali e famigliari complicate e dolorose, la strada sbagliata l’hanno presa loro, con una scelta di cui hanno capito di essere responsabili.

Per cambiare ci voleva la consapevolezza personale di una parte di colpa che andava affrontata. A partire da tale presa di coscienza, è stato possibile un percorso di reintegrazione grazie quindi ad una reale assunzione di responsabilità.

Non posso dire che questo incontro abbia cambiato il mio modo di vedere le cose, ma piuttosto che abbia reso più forti e motivate idee che già facevano parte del mio bagaglio personale. Ho molto apprezzato e ho chiarito meglio in me il concetto di responsabilità personale a prescindere dal percorso di vita.

Proprio per questo confermo l’importanza di comprendere quel percorso di vita che porta alle scelte sbagliate, per poter fare tutto il possibile per evitare le situazioni e il degrado che può portare a comportamenti devianti.

Solo ragionare sulle cose e porti domande può aiutare i giovani a non lasciarsi travolgere dai comportamenti sbagliati. In questo la Scuola dovrebbe aver un ruolo importantissimo, monitorando le situazioni di rischio e offrendo ai ragazzi la possibilità di confrontarsi e dialogare, di non sentirsi soli nel mare della ricerca di se stessi. Credo che lo Stato stesso abbia il dovere di realizzare condizioni sociali utili a prevenire le circostanze che possono portare alla devianza. In questo hanno sicuramente un grande ruolo anche la scuola, la famiglia e la società intera, insomma tutte le agenzie di socializzazione.

Per me in particolare, come cittadino, ritengo sia fondamentale la partecipazione politica, come fare pressione per migliorare la situazione delle carceri, perché siano creati percorsi simili a quello proposto dal Gruppo della Trasgressione in tutte le carceri italiane.

Percorsi della Devianza e Trame di LibertàLa Riscoperta dell’Umano

Arianna L.

L’oscuro passeggero e le nostre trame

L’esperienza vissuta con il Dottor Aparo e i detenuti è stato un grande arricchimento nella mia vita, sono riuscita a capire moltissime cose, a comprendere il perché di molte azioni e mi sono lasciata completamente trasportare dalle emozioni.

È stato difficile affrontare questa esperienza trattenendo la mia sensibilità e la mia curiosità, perché penso sia stata una di quelle poche esperienze in tutta la mia vita in cui mi sono realmente interessata a ciò che stavo vivendo. Ho apprezzato ogni minimo dettaglio che questi incontri mi hanno lasciato e grazie a questi, mi sento cresciuta e maturata, con una mentalità più aperta e più invogliata a capirne sempre di più di questo mondo, nonostante io sia una persona molto rigida quando si parla di giustizia.

Ho sempre pensato che le persone che si trovano in carcere debbano pagare per tutta la vita per ciò che hanno compiuto, indipendentemente dal crimine più grave o meno grave che hanno commesso. Non mi sono mai chiesta cosa potesse portare una persona alla malavita, ho solo sempre espresso un parere superficiale, che si basava solo sulle azioni ingiuste compiute dai criminali. Sono ancora molto rigida riguardo questo argomento, perché credo che a volte le persone compiono azioni troppo gravi per poter meritare il perdono e la libertà, o semplicemente la possibilità di ricominciare, infatti è grazie al Gruppo della Trasgressione che ho capito che non tutte si meritano questo finale, che è il peggiore.

I detenuti che abbiamo conosciuto non hanno compiuto i crimini più spietati, infatti è proprio per questo che penso di essere riuscita a cambiare in parte idea su ciò che pensavo. Reputo i detenuti che abbiamo incontrato delle persone forti, coraggiose e volenterose. Come ognuno di noi, hanno sbagliato e ne hanno pagato le conseguenze, perché ciò che hanno commesso non poteva essere bilanciato con una semplice punizione. Quindi, nonostante abbiano commesso degli sbagli, infrangendo le leggi e facendo del male, provocando dolori e traumi perenni alle proprie vittime, li stimo perché hanno avuto il coraggio di accettare i loro sbagli, comprenderli e diventare delle persone migliori per loro stessi, per le loro famiglie e per le altre persone.

Dopo ciò che ci hanno raccontato, ho capito quanto possa essere difficile uscire da questo lungo e buio tunnel di cattiveria, frustrazione e malessere, perciò sono stati forti a voler ricominciare da capo, partendo proprio dall’ammissione dei loro sbagli e da un lungo e complesso lavoro psicologico su loro stessi, perché non tutti sono stati in grado o sono in grado di farlo, anzi, la maggioranza non riesce ancora neanche a capire la gravità delle proprie azioni, quindi si chiedono il perché si trovano dietro le sbarre.

Come ciò che è successo ai detenuti che ho conosciuto, la maggior parte delle volte, si inizia a commettere crimini o azioni aggressive e molto pericolose già da quando si è bambini, perché sfortunati ad essere nati e cresciuti in contesti in cui è normalità quotidiana la malavita. Quando si è bambini non si è ancora completamente coscienti e responsabili di ciò che si fa, quindi quando il male è normalità viene considerato di conseguenza come tale ed è proprio da li che nasce tutto quanto. Come si può nascere, crescere e vivere in contesti sbagliati, ci si può anche ritrovare in essi quando si è già più adulti, ad esempio nel periodo dell’adolescenza se non si hanno delle figure genitoriali presenti e affettive. Queste condizioni di vita riassumono perfettamente come delle piccole cose possano alimentare sempre di più il male dentro ognuno di noi, per questo poi quando la criminalità diventa normalità è difficile responsabilizzarsi delle proprie azioni e fermarsi davanti ad esse.

Probabilmente il carcerato che mi ha colpito di più è stato Ignazio, che ci ha raccontato nei dettagli la sua storia e il suo inizio, fin dalla sua infanzia di come è finito nella malavita. Ignazio ha fatto capire quanto per lui fosse difficile smettere di compiere determinati crimini, dopo averli vissuti come azioni totalmente normali per tutta la sua vita, perciò ha ringraziato di essere stato messo in carcere, perché solo grazie a quello è riuscito a rendersi conto delle conseguenze delle sue azioni e dopo l’ingresso nel Gruppo della Trasgressione è riuscito a cambiare e a diventare una persona migliore per sé stesso, ma in modo particolare, come ci ha detto, per i suoi figli, che si sente in colpa di aver abbandonato quando erano ancora di bambini.

La storia di Ignazio quindi, come la storia di tanti altri detenuti, dimostra che c’è sempre la possibilità di cambiare e di ricominciare da capo, ricostruendo pezzo per pezzo la propria vita anche se in passato sono state compiute cose terribili. Perciò la volontà di cambiare sarà sempre più forte del proprio oscuro passeggero, cioè la ombra crudele di ognuno che spinge a far del male e a ricadere negli stessi errori del passato.

Credo che per poter deviare questi percorsi che non portano sulla buona strada debbano essere presenti delle figure significative, come i propri genitori o la propria famiglia in generale che spronino ad essere sempre delle brave e delle buone persone. Per essere tali però c’è bisogno di molto affetto e di molta fiducia da parte loro.

Per concludere, questa esperienza è stata meravigliosa, ricca di emozioni e storie sensibili e delicate che hanno saputo toccare il mio cuore. Inoltre, in futuro spero di poter lavorare in questo ambito.

Ambra

Percorsi della Devianza e Trame di LibertàLa Riscoperta dell’Umano

LA RISCOPERTA DELL’UMANO

IL GRUPPO DELLA TRASGRESSIONE E LA RISCOPERTA DELL’UMANO
Relazione corale degli studenti dell’Istituto Leone Dehon di Monza

Ho capito che dietro ogni errore c’è una storia, e che capire non significa giustificare, ma essere più consapevoli. Questa consapevolezza è fondamentale per costruire un mondo più giusto.

Tommaso e Giovanni

 

ANALISI DEI TEMI COMUNI E DELLE RIFLESSIONI INDIVIDUALI DEGLI STUDENTI

Il percorso educativo e umano svolto attraverso gli incontri con il Gruppo della Trasgressione, guidato dal Dott. Juri Aparo, ha lasciato una traccia profonda nella coscienza degli studenti. Dall’analisi dei loro elaborati emerge un mosaico di riflessioni che spaziano dalla psicologia individuale alla sociologia della pena, unite da un comune desiderio di comprendere la complessità del male e la possibilità del riscatto.

 

  1. L’EVOLUZIONE DEL PENSIERO: DALLA DIFFIDENZA ALL’EMPATIA

Un elemento ricorrente in quasi tutti gli scritti è la confessione di un pregiudizio iniziale.

  • Lo scetticismo: Molti studenti  hanno ammesso di aver iniziato il percorso con scetticismo, dubitando che persone che hanno compiuto crimini gravi potessero trasmettere messaggi validi o cambiare realmente.
  • La decostruzione delle etichette: L’incontro fisico ha rotto l’immagine astratta del “criminale”. Carlotta sottolinea come i detenuti abbiano mostrato un “senso di umanità” inaspettato, mentre Leonardo ha compiuto un’analisi ancora più profonda, invitando a riflettere su chi siano i “buoni”: il fatto di non aver violato il codice penale non ci rende necessariamente migliori di chi lo ha fatto, poiché la trasgressione e la meschinità possono abitare in chiunque.

 

  1. LE “RADICI DELLA DEVIANZA”: COMPLESSITÀ CONTRO SEMPLIFICAZIONE

Il concetto di “radice” è centrale in tutti gli elaborati. Nessun reato nasce nel vuoto; è sempre il frutto di un terreno specifico.

  • Il peso del contesto (Fattori Ambientali): Arianna e Giovanni evidenziano come la mancanza di affetto, la normalizzazione dell’illegalità in famiglia e la vita in quartieri degradati agiscano come binari che instradano verso il crimine.
  • Il bisogno di riconoscimento (fattori personali): Molti ragazzi sono rimasti colpiti dalla storia di Antonio (vittima di bullismo) o di Ignazio. Gioia nota come la devianza sia spesso un modo distorto per colmare un senso di vuoto, di solitudine o un bisogno disperato di essere “visti” e rispettati dagli altri.
  • La perdita di sé: Lorenzo riflette sulla tragica testimonianza di chi, a causa delle droghe e della vita deviante, ha perso persino la memoria della propria esistenza, definendola una vera e propria “perdita di sé”.

 

  1. LA RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE E IL VALORE DEL GRUPPO

Nonostante l’enfasi sulle cause esterne, emerge con forza il tema della responsabilità.

  • Senza scuse: Gli studenti  sono rimasti sorpresi dal fatto che i detenuti non cercassero giustificazioni, ma parlassero apertamente delle proprie colpe.
  • Il cambiamento come processo: Il lavoro del Gruppo della Trasgressione è visto come un percorso faticoso di “guarigione delle ferite” (Arianna R.). La trasformazione non è magica, ma passa per la sofferenza di riconoscere il dolore causato alle vittime. Per molti detenuti, la motivazione principale è stata il desiderio di essere genitori migliori, per evitare che i figli ripetessero i loro stessi errori.
  1. IL SISTEMA CARCERARIO E LA PREVENZIONE SOCIALE

L’esperienza ha spinto gli studenti a mettere in discussione il concetto di giustizia puramente punitiva.

  • Carcere Rieducativo: Edoardo e Tommaso sostengono che la semplice reclusione porti spesso alla recidiva. Il carcere deve essere un luogo di crescita, un’opportunità per riflettere sulle proprie azioni, altrimenti rimane solo uno spazio di isolamento sterile.
  • Il ruolo della Scuola e della Famiglia: La prevenzione viene indicata come l’unica vera soluzione. È necessario intervenire quando i problemi sono “piccoli”, offrendo ai giovani ascolto e punti di riferimento solidi che evitino il fascino dei miti negativi.
  1. CONCLUSIONI: LA “COGNIZIONE” DEL GIOVANE CITTADINO

In sintesi, i lavori dimostrano che questa esperienza ha trasformato la visione degli studenti da “opinione” (spesso basata sul sentito dire) a “cognizione” (basata sulla conoscenza diretta).

  • Sospensione del giudizio: La lezione finale è che “in assenza di conoscenza non può esistere giudizio”.
  • Impegno Civico: Gli studenti concludono sentendo la responsabilità di non essere indifferenti. Essere cittadini consapevoli significa oggi saper guardare oltre le apparenze, comprendere la complessità delle storie umane e promuovere una cultura dell’inclusione invece che dell’esclusione.

Cristina Roccatagliata

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

La coperta dei ragazzi cattivi

Mercoledì, 29/04/26, CARCERE di OPERA

L’incontro è partito con una domanda: qual è la nostra bussola interiore? Non si è parlato di obiettivi professionali o di carriera, ma dei valori umani che guidano il nostro modo di stare al mondo e di fare scelte nella vita di tutti i giorni.

Il momento più toccante dell’incontro però, è stata la lettura della lettera di Rosario. Le sue parole hanno scosso la nostra idea di “bene” e “male”, portandoci a riflettere sulla fragilità della condizione umana. Rosario ha scritto che non esistono ragazzi cattivi, come anche Don Burgio disse, ma esistono contesti e momenti di profonda ignoranza che possono spingere a errori irreparabili. Nel suo racconto, l’omicidio non è nato da una natura malvagia, ma da una reazione violenta che, in quel momento di offuscamento, gli era apparsa come l’unica via possibile.

Oggi, a distanza di vent’anni, la sua bussola interiore è segnata da un rimorso indelebile e dalla consapevolezza che nessuno ha il diritto di togliere la vita a un altro essere umano.

Vedere le sue lacrime e la sua vergogna dopo così tanto tempo mi ha mostrato il volto autentico dell’uomo dietro il reato, un uomo che non si è estraniato dalla propria colpa, che ancora adesso gli trema la voce a parlarne, ma che continua a portarne il peso.

Questa testimonianza ha generato in me una riflessione profonda sul senso del perdonarsi. Guardando Rosario, ho sentito che restare ancorati esclusivamente al proprio errore rischia di logorare l’esistenza fino a renderla invivibile. Per quanto sia un percorso che richiede una conoscenza interiore immensa e una forza fuori dal comune, credo che il perdono verso se stessi sia l’unico modo per tornare a “vivere” davvero e non solo a “sopravvivere” alla propria pena.

In questo senso, la mia bussola si è arricchita di una nuova direzione, quella della compassione, intesa non come giustificazione del gesto, ma come riconoscimento dell’umanità dell’altro. Suggerire l’idea del perdono a chi ha commesso un errore così grave significa credere che una persona non coincida mai interamente con il suo sbaglio, e che la ricerca della propria luce interiore sia un diritto — e un dovere — di ogni essere umano, per quanto lungo e faticoso sia il cammino per ritrovarla.

Un altro punto che mi ha molto colpito è stata la metafora utilizzata dal professore riguardo alla “coperta” che stendiamo sulle nostre esperienze. Spesso, dall’esterno, tendiamo a etichettare un atto estremo come un omicidio definendolo superficiale, quasi come se fosse un gesto privo di spessore umano. Tuttavia, la riflessione di oggi ha ribaltato questa prospettiva, chi compie un atto simile, per poterlo fare, deve necessariamente stendere una coperta sulle proprie emozioni, sulle paure e su tutto il proprio bagaglio vissuto.

È una sorta di anestesia emotiva necessaria per agire, ma se abbiamo il coraggio di sollevare quel velo, ci accorgiamo che dietro non c’è affatto superficialità. Al contrario, emerge tutto il peso dei sentimenti e dei motivi che hanno spinto la persona a quel gesto. A questo punto, definire l’azione come “superficiale” sembra quasi un insulto, perché ignora la complessità e il dramma che stanno sotto la superficie. Solo togliendo quella coperta possiamo davvero comprendere l’uomo nella sua interezza, riconoscendo che il gesto è solo la punta di un iceberg fatto di un bagaglio emotivo profondo e spesso doloroso.

Sofia Pellini

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

 

Trame di Libertà

PERCORSI DELLA DEVIANZA E TRAME DI LIBERTÀ
Domenica 17 maggio 2026, ore 21:00
Trsg.Band e Gruppo della Trasgressione
Concerto al Teatro Roberto De Silva di Rho

Nel corso della serata, proveranno a cucire le loro “Trame di Libertà” con quelle dei componenti del gruppo e della band alcuni studenti e insegnanti degli istituti scolastici di Monza, Saronno, Legnano, Parabiago con i quali il Gruppo della Trasgressione intrattiene da anni una proficua collaborazione.

In abbinamento al concerto, dalle ore 18:30 del 17 maggio, Il teatro De Silva ospiterà opere di pittori, scultori, fotografi sul tema della serata.
Le gallerie di alcuni degli autori: Alessio Ferraro, Adriano Avanzini, Carmelo Carrubba, Franco Scoccimarro, Paolo Colombo e Federica Bencivegna, Claudia Selz.

Una presentazione della serataL’intervista al Sindaco di Rho

Il concerto del 2025 all’auditorium di Milano – La Trsg.band

Delitto e CastigoIl 25 aprile al Centro Alzheimer
Percorsi della Devianza e Trame di LibertàLa nostra palestra
La mostra nel foyer del teatro