Materiali per I fratelli Karamazov

Abbiamo trovato 63 studenti/esse (di giurisprudenza, psicologia ed altre facoltà) per dare forma – dentro le mura del carcere di Bollate – ad una singolare ricerca sul delitto e le sue molteplici conseguenze, dialogando insieme a chi ne ha già commessi parecchi e chi ne ha subiti alcuni.

Dopo la nostra lettera di invito, sono giunte ben 81 candidature anche grazie ad un articolo di Luigi Ferrarella pubblicato sul Corriere della Sera.

Siamo, allo stesso tempo, ugualmente soddisfatti per avere ricevuto il dono di alcune copie de I fratelli Karamazov necessarie al progetto e destinate alle persone detenute.

Giovedì 1 febbraio abbiamo iniziato …. ecco i materiali per seguire la nostra ricerca anche fuori dal carcere:

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I Conflitti della famiglia Karamazov

Aula Dostoevskij. Delitto e castigo al carcere di Opera

Durante i cinque mercoledì di Novembre 2022 abbiamo dato forma – dentro le mura del carcere di Opera – ad una singolare ricerca sul delitto e le sue molteplici conseguenze, invitando 43 studenti di giurisprudenza a dialogare insieme a chi ne ha già commessi parecchi e a chi ne ha subiti alcuni. Traendo beneficio anche dalle autorevoli sollecitazioni di Fausto Malcovati, docente di lingua e letteratura russa.

Magistrati e studenti universitari, familiari delle vittime della criminalità organizzata e detenuti di media e ad alta sicurezza appartenenti al Gruppo della Trasgressione: ad un anno di distanza, i protagonisti di questa significativa ri-lettura collettiva del romanzo di Dostoevskij sentono la necessità di rendere pubblici i risultati e le risposte che, a seguito della ricerca, pensano di avere ottenuto.

Con la partecipazione straordinaria di Paolo Noriscrittore.

Introducono i lavori:

Angelo Aparo – psicoterapeuta, fondatore del Gruppo della Trasgressione
Francesco Cajani – pubblico ministero, comitato scientifico de “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine

Silvio Di Gregorio – direttore casa di reclusione di Opera

Alcuni materiali della ricerca sono disponibili qui .

Ingresso gratuito fino ad esaurimento dei posti disponibili.

CONTRIBUTI VIDEO

o il servizio di Elena Scarrone per il TGR Lombardia:

o la registrazione integrale dell’incontro a cura di RadioRadicale:

I conflitti della famiglia Karamazov al carcere di Bollate

“Cerchiamo 30 giovani studenti/studentesse di giurisprudenza e di psicologia per dare forma – dentro le mura del carcere di Bollate – ad una singolare ricerca sul delitto e le sue molteplici conseguenze, dialogando insieme a chi ne ha già commessi parecchi e chi ne ha subiti alcuni”.

Qui la lettera di invito.

Le candidature dovranno pervenire a info@lostrappo.net (oggetto: candidatura fratelli Karamazoventro e non oltre il 14 Gennaio 2024.

Gli incontri si svolgeranno all’interno del carcere di Bollate (ore 14.30-17.30) nei seguenti giorni:

giovedì 1, 8, 22 Febbraio 2024 / venerdì 1 e giovedì 7 Marzo 2024.

Maggiori informazioni anche sulla pagina Instagram de “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine”.

PS: in ogni caso c’è anche un altro gesto utile per aiutarci in questa ricerca, considerato che tutti i protagonisti di questa rilettura collettiva parteciperanno a titolo gratuito: regalando una copia de “I fratelli Karamazov” alle persone detenute nel carcere di Bollate.

[anche con una dedica e/o un augurio di buona lettura, se ritieni. . Se non sai quale edizione scegliere ci permettiamo di consigliarti Einaudi, con la traduzione di Claudia Zonghetti. Indirizzo della spedizione/consegna a mani: Direzione Casa di reclusione di Bollate, via Belgioioso, 120, 20157 Milano. Ci faremo personalmente garanti della consegna dei libri alle persone detenute interessate]

PS2: abbiamo già in agenda una restituzione pubblica dei risultati della nostra ricerca sabato 9 marzo 2024, ore 20.00 – carcere di Bollate

I Conflitti della famiglia Karamazov

Cura o tradimento

Se potessi fare a meno di decidere
non sarei di certo così stanco

Ogni volta è una conquista riconoscere
quale sia la mia metà del campo

Guardo i fogli ancora bianchi sul mio tavolo
non ho idea di cosa farci e quindi sto

come un uomo che è davanti ad un citofono
e non ricorda più il cognome

[Nicolò Fabi, Tradizione e tradimento]

 

Il tratto di strada tra Malaga e Siviglia mi ha recentemente regalato due meravigliose sintesi visive in relazione alle tematiche con le quali ci stiamo confrontando durante gli incontri del Gruppo della Trasgressione, in questo ultimo anno così denso.

Nella ricerca del famoso dipinto di Goya nella Cappella dei Dolori della Cattedrale di Siviglia, mi sono imbattuto – quasi per caso – in questa raffigurazione della Negazione di San Pietro davvero significativa.

La négation de San Pedro, sec. XVII

Balza subito agli occhi, da un lato, la “citazione” ai movimenti dei personaggi che ritroviamo nella Vocazione di San Matteo di Caravaggio. Dall’altro, singolare è il distacco che l’anonimo autore francese vuole farne rispetto alla Negazione di San Pietro che lo stesso Caravaggio dipinse negli ultimi anni della sua vita: tanto “privata” la dinamica di quest’ultimo quadro (in quanto ristretta a tre attori: San Pietro che nega, la donna che lo accusa del contrario avendolo visto insieme a Gesù, il soldato alla quale la donna si rivolge per farlo catturare), quanto “pubblica” invece quella che il pittore francese, seguace di Caravaggio, ha inteso raffigurare.

Qui infatti, almeno da una mia prima impressione, sembra proprio che il soldato non si accontenti del racconto della donna e, per questo, “chieda conto” ad altre persone, sia pure in altre faccende affaccendate.

Ecco dunque l’immagine complessiva che questo dipinto, in maniera plastica, mi restituisce:  non solo “la chiamata a trarre il meglio da sé” ma anche il suo contrario, ossia il “tradimento di sé attraverso la negazione di quello che siamo (stati)”, è questione che non può essere circoscritta ad una dimensione strettamente personale.

Durante il nostro ultimo inverno nel sottosuolo di San Vittore lo abbiamo ripetuto molte volte: è la funzione che noi attribuiamo all’altro ciò che può fare la differenza nel diventare nutrimento profondo per la sua evoluzione.

Però rimaneva sempre nascosta, in questa nostra dialettica volta a far (ri)nascere il sole nelle esistenze di giovani adulti, l’altra faccia della medaglia. E precisamente: che dire invece di chi non vuole rispondere alla chiamata? Di chi non vuole dissotterrare il talento? Di chi non vuole togliere il bavaglio nel quale ha imprigionato la sua coscienza?

Nel pensare pertanto a questo lato oscuro della luna, un altro quadro mi è venuto in soccorso: anche qui sempre grazie ad una “rivoluzione copernicana” rispetto alle nostre corde emozionali che un mese fa avevano vibrato al suono dei violini del mare.

Ed infatti, se le barche che hanno trovato infine approdo al carcere di Opera avevano necessariamente richiamato a ciascuno di noi – per non rimanere indifferenti al male – l’azione riprovevole dei carnefici, questo dipinto di Picasso mi suggerisce l’esatto contrario.

Barque de naïades et faune blessé, 1937

E’ risaputo come il pittore spagnolo avesse tratto anche dalla cultura greca fonte di ispirazione per la sua Arte visiva, ma qui non è tanto il tema della potenza distruttiva del Minotauro (a lui così caro) ad essere presente quanto quello della cura rigeneratrice, incarnata nell’azione delle Ninfe dell’acqua che soccorrono il Fauno ferito.

In altre parole è il mito rovesciato, dove le Ninfe non hanno più motivo di temere chi – fino a quel momento – le aveva fatte oggetto della sua riprovevole caccia.

E non vi ormai più ombra di dubbio che le “nostre” Naiadi siano proprio i Familiari delle vittime: ad iniziare da Marisa Fiorani con quell’incontro nel carcere di Opera del 6 settembre 2016, fino ad arrivare a Paolo Setti Carraro con la sua lettera (quasi un bilancio interiore) dello scorso giugno.

Ma penso anche a Manlio Milani e Agnese Moro, Giorgio Bazzega e alle tante altre donne e uomini che in tutti questi anni hanno fatto una scelta precisa quanto alla propria metà del campo. Perché questo quadro di Picasso ha, per me, la stessa forza evocativa di quel racconto che mi aveva fatto sobbalzare lo stomaco, una sera al cinema:

Di questo racconto, con il passare degli anni, apprezzo non solo la conclusione (quella che più di quindici anni fa mi aveva folgorato) ma anche l’inizio: questi Familiari hanno fatto un percorso interiore strettamente personale, ma in questa loro immensa fatica non sono stati mai lasciati soli.

Perché un altro proverbio africano dice che “per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”. Allo stesso modo per curare un essere umano – vittima o carnefice che sia – affinché possa ritrovare sé stesso, senza più tradire la sua più vera natura: orgoglioso di fare parte di questo villaggio, insieme a tutti voi del Gruppo della Trasgressione.

Percorsi della devianzaReparto LA CHIAMATA

Banditi temuti e rispettati

Del mio primo giorno di carcere ricordo nitidamente una cosa, quella che io in galera ci dovevo andare a tutti i costi. Avevo 17 anni, di giorno ero un ragazzo perfetto, con un lavoro perfetto per gli altri, ma poi nel tempo libero facevo parte di una banda di ragazzi dedita a piccoli furti, tutti con un sogno per il futuro: quello di diventare dei banditi temuti e rispettati.

Così avvenne! Al mio primo arresto per il furto di una grossa moto, dopo una giornata passata in una caserma dei carabinieri venni portato al vecchio carcere di Bergamo, in città alta, che si chiamava Sant’Agata.

Ci stetti solo 2 giorni perché ero ancora minorenne e all’epoca poco importava.  Quel battesimo galeotto spalancò per me le porte della criminalità dei primi anni ottanta.

Mi ricordo che era quasi notte quando varcai il portone del carcere con un altro ragazzo mio complice nel furto; fummo messi, diciamo pure, sbattuti, in una grande cella con più di 10 persone, con letti a castello con quattro file di altezza.

Dopo le domande per sapere di che valle e paese eravamo e per quali reati fossimo stati arrestati, ci fecero un piatto di spaghetti aglio ed olio, consuetudine di quegli anni in galera. Avevo una fame che tutti mi guardavano come mangiavo e mi riempivano sempre il piatto. Io non ero abituato all’aglio ma feci il duro e mangiai tutto. Qualcuno giocava a carte, qualcuno fumava, uno arrampicato alle brande, urlava alla finestra, una vecchia bocca di lupo (eliminate solo negli anni 90) da cui si vedeva solo il cielo e quando c’era… la luna, e gridava a qualcuno che era in strada, cosa in uso nelle vecchie carceri di città, e questo a tutte le ore del giorno e della notte sino all’arrivo di una volante della polizia.

In quei due giorni venni coccolato dai vecchi criminali e tutti mi dicevano che non potevo stare lì data l’età, ma a me andava bene, anche perché non avevo nessuno che si preoccupasse di dove ero finito. L’unica cosa che mi diede un poco da pensare fu al mattino quando le persone della cella mi diedero tutto quello che mi serviva per andare in doccia con un cambio di biancheria nuovo; ebbi la sensazione di essere entrato in un posto in cui sarei tornato tante volte.

Nonostante avessi desiderato di andare in galera, quel giorno ebbi forse un po’ di paura, capivo che la mia vita non sarebbe più stata quella di un ragazzo normale. Avevo comunque trovato il mio rifugio.

Giuseppe Di Matteo

Racconti: Il mio primo giorno in carcerePercorsi della devianza

Da lavoratore a killer

Sono Cavaliere Mario, nato a Casal di Principe, Caserta, il 04/05/1972,  anch’io, come tanti altri, cercherò di darvi qualche idea di chi ero e chi sono diventato. Inoltre, faccio presente che non sto scrivendo di mia mano, ma è Santoro Mario, al quale ho chiesto se poteva aiutarmi a scrivere e lui si è prestato: io espongo i fatti e lui scrive. Chiedo scusa se non sono intervenuto sin ora, perché ho la quinta elementare, presa in un altro istituto di pena.

Per prima cosa voglio dire che mi fa molto piacere partecipare al Gruppo della Trasgressione e vi ringrazio. Vengo al dunque. Come già sapete, vi è stato accennato che io lavoravo e, a causa di un mio parente coinvolto nella criminalità, ossia clan dei Casalesi, mi sono ritrovato anch’io in una vita scelta da altri e non da me. In questo clan dei Casalesi, vi fu una spaccatura interna e gli scissionisti, riuniti in vari gruppi, iniziarono una guerra senza esclusione di colpi. Addirittura, se la prendevano anche con i famigliari innocenti pur di mantenere il loro dominio territoriale.

Un giorno venne da me questo mio parente e mi spiegò come stavano le cose: io ero diventato una preda facile per il clan contrapposto al suo. Pertanto mi chiese cosa volessi fare, se aggregarmi al suo gruppo dove potevano proteggermi oppure andarmene fuori regione per non essere colpito a morte. Fatto sta che non mi sono mai mosso dal paese e non sapendo dove andare, contro la mia volontà, mi unii a mio cugino. Con loro mi sono reso responsabile di tanti omicidi.

Ricordo il primo: quando lo uccisero mi diedero una pistola in mano e mi fecero sparare sul cadavere, dicendomi che per quella persona morta non dovevo avere alcun rimpianto poiché questa aveva deciso di uccidere me per colpire il mio parente. Ovviamente mi sentivo tutto terrorizzato, cioè, il giorno prima ero un lavoratore e il giorno dopo divenni un killer a mia insaputa.

Mi sono stati celebrati molti processi, dove ho sempre chiesto rito abbreviato e patteggiamenti. Ho chiesto scusa ai famigliari delle vittime, anche se costoro erano tutti degli associati che commettevano gli stessi reati di omicidi, e ancora oggi chiedo scusa ai loro famigliari.

Faccio inoltre presente che da quando sono stato arrestato ho sempre lavorato in carcere e non ho voluto più saperne nulla di nessuno, dissociandomi da tutti e da tutto. In sintesi, vi ho spiegato più o meno la mia vita. Qualcuno potrebbe dire: “ma perché non rivolgersi alle forze dell’ordine anziché prendere una decisione così avventata?”.

Oggi è facile pensare di rivolgersi alle forze dell’ordine, ma se si pensa che in quei tempi tutte, o quasi, le forze dell’ordine erano nel libro paga dei Casalesi, si correva più il rischio rivolgendosi a loro che a decidere. La nostra è stata una zona abbastanza calda dove perfino le forze dell’ordine erano omertose.

Prima di chiudere voglio aggiungere che mi sono divertito molto al teatro il giorno 13 giugno e per tanto faccio i miei complimenti al dottor Aparo e a tutti i componenti che vi hanno partecipato.

Vi saluto affettuosamente,

Cavaliere Mario

Percorsi della devianza

 

Gradini

Gradino dopo gradino, che fine ha fatto quel bambino che si divertiva a far rotolare il copertone di un’automobile?

Gradino dopo gradino, non sento più l’affetto di mio padre, forse non è stato contento della famiglia che si era creata.

Il cuscino dove dormiva mia madre era sempre bagnato. Vedendola soffrire, nel mio piccolo, cercavo di sostenerla ed alla fine piangevo con Lei non facendomi vedere dai miei fratelli più piccoli di me.

Gradino dopo gradino, spunta il sole, una nuova vita, la gioia di essere diventato padre.

Gradino dopo gradino, mi si apre davanti una voragine tetra, dal dolore arrivo a falciare come Thanatos, sentendo i figli della mia vittima piangere.

Gradino dopo gradino, una luce in lontananza mi tira su da quella voragine, mentre mi vergogno di non aver rispettato il patto fatto con l’acqua e cercando un perdono che non arriverà mai.

Salvatore Luci

Percorsi della devianza

Se avessi avuto un coach

Delinquo quindi sono
perché di me altro non trovo
Ci sta che chiedo scusa
ho imparato a bluffare con chi mi accusa
Vorrei un progetto che mi faccia salire l’anima sul tetto
Sentirmi onnipotente senza fare male a me
e alla gente.
Respirare l’aria di pensare
per scegliere dove minchia andare
Ci sta che non capisci perché dentro ci finisci
Me ne fotto del calmante
e di una vita barcollante
Non mi basta un’altalena
mano buona sulla schiena.
Vorrei l’alba chiara e un fiore
al posto del dolore
Un’esistenza persa
dimmi tu coach come potrebbe essere diversa

Lucilla Andreucci

Reparto La Chiamata   – Inverno e Primavera  –  Officina Creativa

Chi gli crederebbe?

Se l’inverno dicesse:

“Ho nel cuore la primavera”,

chi gli crederebbe?

 

(Khalil Gibran, Sand and Foam, p. 16)

Giorgio Michetti, Inverno e Primavera (particolare da Le quattro stagioni, 1988, acrilico)

Reparto La Chiamata  – Inverno e Primavera  –  Officina Creativa

 

Chi voglio essere?

Chi voglio essere? A chi voglio somigliare?
Amo la libertà e la libertà voglio evitare

Pidocchio irrilevante o pilota d’aeroplano?
Non penso, non ascolto e dal mio cuore mi allontano

Oscillo avanti e indietro, come fanno le altalene
La rabbia e il pentimento mi attraversano le vene

Delinquo e quindi sono, non mi servono catene
Ho ammesso i miei reati e il carcere non mi appartiene

Ho capito l’errore, sono il responsabile
Ho capito che delinquere è una strada impraticabile

Mi sono chiuso in trappola e ad altri ho fatto male
Oggi sto dietro le sbarre, dentro la mia gabbia personale

Ho perso l’esistenza, dalle mani mi è scappata
Ti ho chiesto scusa, o mà, mentre ti lasciavo
Ma ero solo, diffidente, e da solo dove andavo?

Beatrice Ajani

Reparto La Chiamata  – Inverno e Primavera  –  Officina Creativa