Interrogarsi sulla trasgressione

Anita Saccani, Matricola: 792514
Tirocinio professionalizzante – Albo A, Area Sociale
Tipo di attività: Stage esterno
Periodo: 15 Aprile 2021 – 14 Ottobre 2021
Titolo: Interrogarsi sulla trasgressione

Caratteristiche generali dell’attività svolta
Ho svolto il secondo semestre del mio tirocinio professionalizzante presso il Gruppo della Trasgressione, una realtà composta da studenti, detenuti e liberi cittadini, fondata e coordinata dal Professor Angelo Aparo, psicologo e psicoterapeuta. L’associazione opera nelle case di reclusione di San Vittore, Bollate e Opera, e nel territorio milanese, con l’obiettivo di favorire la collaborazione e il dialogo tra detenuti e cittadini.

Il Gruppo della Trasgressione utilizza la devianza, in tutte le sue forme e sfaccettature, come punto di partenza per generare riflessioni sull’essere umano e sulla società in generale. Lo scambio reciproco di pensieri e idee favorisce la costruzione di un rapporto sincero tra i membri del gruppo, vengono abolite le etichette, non ci sono più detenuti, studenti, ex-detenuti o parenti di vittime, ma ci sono cittadini che insieme lavorano per costruire una società in continua evoluzione e miglioramento. È fondamentale ricordare che la trasgressione è una componente presente nell’animo umano e non basta “rinchiuderla” in una cella e dimenticarsi della sua esistenza per far sì che cessi di esistere, al contrario è necessario interrogarsi su di essa, formulare domande sulle sue origini e i suoi sviluppi e, in seguito, proporre risposte che possano aiutare a comprenderla e, nel possibile, a contrastarla.

Il particolare tipo di approccio del Professor Aparo consente ai membri del gruppo di interrogarsi su loro stessi, sulle proprie fragilità e certezze, sulle esperienze di vita e sui valori in cui ognuno crede, consentendo così un percorso di crescita e di conoscenza del sé atto a comprendere e riconoscere le responsabilità che ogni persona possiede nei confronti della società, sia come individui che come collettività. Le iniziative del Gruppo della Trasgressione mirano quindi a costruire relazioni e dinamiche di gruppo che consentano a un detenuto, o ex-detenuto, di sentirsi parte integrante della società e, di conseguenza, di sentirsi responsabile di essa.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte
Nel Gruppo del Trasgressione il tirocinante è prima di tutto un membro del gruppo
; quindi, è richiesta la sua partecipazione attiva a tutte le attività e iniziative del gruppo. A livello pratico, inizialmente ci si occupa della stesura dei verbali degli incontri; in seguito, man mano che si prende confidenza e conoscenza della filosofia del gruppo, si partecipa ai vari progetti in corso. Nel mio caso ho partecipato alle Interviste sulla Creatività e alla costruzione di progetti di prevenzione della devianza da attuare nelle scuole di Rozzano. Inoltre, lo studente è invitato a contribuire alle riflessioni trattate dal gruppo producendo degli scritti argomentati e coerenti, che verranno in seguito pubblicati sul sito.

Personalmente, ho avuto anche la possibilità di partecipare agli ultimi mesi di vita della Bancarella di Frutta & Cultura che si teneva il sabato mattina al mercato di Viale Papiniano, dove studenti e detenuti lavoravano insieme per promuovere le attività e ampliare le reti di conoscenze del gruppo, oltre che per vendere la frutta.

Infine, ho partecipato ai vari eventi organizzati dal gruppo durante il periodo del mio tirocinio, quali:

  • Il Concerto della Trsg-Band a Parabiago (24 Giugno)
  • L’evento di Pulizia del Parco delle Memorie Industriali di Milano e la messa in scena dello spettacolo “Il mito di Sisifo” (17 e 18 Luglio)
  • L’incontro tra Scout e detenuti nella casa di reclusione di Opera (18 Settembre)

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati
Gli incontri tradizionali del Gruppo della Trasgressione si tengono il Lunedì e il Martedì (14-17). Durante gli incontri vengono trattati diversi temi e ognuno può contribuire alla discussione, arricchendola con le proprie riflessioni. Quando ho iniziato il tirocinio, l’incontro del Lunedì verteva sulla “Banalità del Male”: ogni settimana si sceglieva un film da vedere e durante l’incontro si sviluppavano riflessioni intorno al film scelto. È stato molto arricchente, soprattutto perché sono state analizzate varie strade che portano al “male”: dall’abuso di sostanze stupefacenti alla carenza di affetto da parte dei famigliari, dalla nascita in contesti socioculturali sbagliati alle micro-scelte che portano sulla via della perdizione. Gli incontri del Martedì invece erano focalizzati sul rapporto “Genitori e Figli”: venivano quindi discusse le dinamiche famigliari che portano alla costruzione di rapporti difficili tra genitori e figli, soprattutto quando il genitore è un detenuto e, di conseguenza, è impossibilitato ad esercitare il proprio ruolo di genitore.

Successivamente, con l’attenuarsi della situazione pandemica, mi è stato possibile frequentare anche gli incontri interni alla casa di Reclusione di Opera, sia con i detenuti in alta sicurezza che con i detenuti comuni. Gli incontri interni sono molto simili come “modus operandi” agli incontri esterni: detenuti e tirocinanti si confrontano sui vari temi che tratta il Gruppo della Trasgressione e in questo modo contribuiscono alla crescita reciproca. Il detenuto, che spesso ha il doppio dell’età del tirocinante, condivide pezzi della sua vita ed elabora riflessioni sulle possibili origini della propria devianza e in che modo il percorso fatto all’interno del carcere lo abbia aiutato a prendere coscienza di sé stesso e delle proprie azioni; il tirocinante, d’altra parte, offre un punto di vista giovane, sincero e da esterno ai fatti, cercando di silenziare i pregiudizi e di mettersi in gioco attivamente.

Inoltre, ho partecipato anche al progetto delle “Interviste sulla Creatività”: sono state progettate interviste da rivolgere ad artisti, figure istituzionali e giornalisti, utilizzando la creatività come tema centrale. Lo scopo di questo progetto è duplice: da una parte, si vogliono evidenziare le funzioni che la creatività può avere nella prevenzione della devianza e nelle attività di recupero di un detenuto, dall’altra si cerca di suscitare un maggiore interesse da parte del “pubblico” verso il mondo della devianza anche per fare prevenzione e per poter divulgare ed ampliare le relazioni sociali del gruppo.

Infine, ho avuto la possibilità di partecipare alla stesura di un progetto di prevenzione della devianza nel comune di Rozzano. I membri del gruppo, insieme ad altre associazioni e a figure istituzionali, hanno progettato attività utili a informare i cittadini sulle varie forme di devianza e a comprendere come prevenirla, con particolare riguardo ai più giovani. A questo proposito, è stato organizzato un ciclo di incontri con due scuole superiori che partirà a Novembre e vedrà collaborare studenti, detenuti ed ex-detenuti nel cercare di comprendere le varie definizioni di devianza e, soprattutto, come contrastarle.

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte
Il professor Angelo Aparo è il fulcro del Gruppo della Trasgressione. È presente ad ogni incontro e sprona continuamente gli studenti tirocinanti a togliersi di dosso fin da subito la definizione di “tirocinanti” e ad essere membri attivi del gruppo, invitandoli a contribuire con riflessioni e scritti personali. Si mette personalmente in contatto con i tirocinanti e chiede aggiornamenti continui sulle attività svolte e sull’andamento dei progetti.

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)
Trovo estremamente difficile definire e catalogare tutte le conoscenze che ho acquisito durante questo tirocinio. In linea generale, ho compreso l’importanza e le funzionalità di un lavoro di gruppo: le relazioni tra i membri devono essere incentrate sul rispetto, sull’ascolto reciproco e sulla presenza costante, in questo modo si crea un clima positivo e stimolante.

Inoltre, ho compreso come sia necessario utilizzare le proprie energie mentali per costruire, analizzare ed elaborare una linea di pensiero che sia coerente con la persona che si crede di essere. Ho passato molte ore a rielaborare le varie discussioni avvenute durante gli incontri, cercando di analizzarle attraverso diversi punti di vista per arrivare a formulare un mio pensiero personale. Il Gruppo mi ha insegnato che ad analizzare le situazioni mettendosi nei panni dell’altro: questo permette di non cadere nell’errore di cercare verità assolute e consente di elaborare al meglio ogni aspetto di una determinata situazione.

Infine, mi sono avvicinata al mondo carcerario e ho avuto la possibilità di conoscere meglio sia le nozioni prettamente tecniche, sia i percorsi educativi che sono presenti all’interno. Credo che la cosa più significativa che ho imparato sia l’importanza di non parlare del carcere durante gli incontri con i detenuti: in questo modo, loro possono sentirsi liberi anche dentro il carcere; parlare troppo delle ingiustizie subite all’interno, come sostiene il dott. Aparo, rende i detenuti più rabbiosi verso le istituzioni e, spesso, dispensa dall’impegno su riflessioni e strategie volte al miglioramento del sé.

Abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)
In primo luogo, l’esperienza al Gruppo mi ha permesso di sviluppare un ascolto empatico e “puro” dell’altro. La condivisione di storie di vita così diverse dalla mia mi ha aiutato ad abbattere i pregiudizi e a cercare di sviluppare relazioni fondate sul rispetto reciproco. In secondo luogo, partecipare alla stesura dei verbali e alla trascrizione di interviste e testi di detenuti, mi ha consentito di migliorare la mia capacità di scrittura, aiutandomi nella rielaborazione dei contenuti. Infine, mi sono anche avvicinata al mondo organizzativo, imparando come si costruiscono progetti di prevenzione e di miglioramento del benessere.

Caratteristiche personali sviluppate
Questo tirocinio mi ha permesso di crescere professionalmente mostrandomi la psicologa che vorrei diventare, ma soprattutto mi ha aiutato nella crescita personale. Ho imparato che ci vuole del tempo per conoscere le diverse realtà e che non sempre la prima impressione è quella giusta.

Il Gruppo mi ha spinto a prendere conoscenza di me stessa, spronandomi ad uscire dal mio guscio e ad affrontare le mie fragilità senza vergognarmi di essa. Trovo enormemente soddisfacente l’essere riuscita a combattere la mia ritrosia a parlare in pubblico ed essere riuscita ad intervenire senza il bisogno di stimoli esterni.

Il lavoro prodotto dal Gruppo della Trasgressione dimostra come ognuno di noi può e deve avere un ruolo nella società e, di conseguenza, come siamo tutti responsabili nella costruzione di un percorso volto al miglioramento. La società ha il dovere di stimolare chiunque a sentirsi parte di essa, partendo da chi è sul gradino più basso e coinvolgendolo attivamente nello sviluppo di una responsabilità collettiva: solo così saremo in grado di costruire un futuro migliore, per tutti.

Il mio mito

Caro Dott. Aparo,
mercoledì mi ha chiesto di produrre uno scritto sulla mia vita “vissuta”.

Non sono tanto bravo con carta e penna, ma gli incontri con il gruppo mi stimolino tanto e trovo giusto almeno provarci, non solo per produrre uno scritto, ma più che altro per imparare che ogni limite affrontato può essere anche superato.

Vengo dalla Sicilia, più precisamente da Catania, terra che lei conosce abbastanza bene (abbastanza perché lei rappresenta la parte per bene, io quella fatta di male: una moneta che mostra le due facce).

Quando avevo quattro anni mamma e papà hanno divorziato, e si sa che queste decisioni, quando vengono prese non civilmente, finiscono per ripercuotersi sui figli. Io e mia sorella siamo cresciuti con mia mamma, donna che ha sempre lavorato per provvedere ai nostri bisogni; quindi, per motivi nobili diventava assente nella nostra vita quotidiana, diversamente da mio padre che era assente semplicemente per una sua scelta.

Frequentavamo la scuola delle suore proprio per le necessità lavorative di mia mamma, la scuola delle suore infatti ci teneva impegnati per tutto il giorno, dalle 8.30 alle 18.30 e sapere che noi eravamo a scuola permetteva a mia mamma di sentirsi sicura.

Purtroppo, tante volte si guarda al problema più lontano e non a quello che abbiamo davanti agli occhi, infatti la possibilità di una mia devianza era proprio in famiglia. Mio cugino, il nipote di mio padre, era più grande di me e aveva una visione della vita distorta, deviante: era un rapinatore. Purtroppo, nel nostro contesto sociale è più facile nascondere una devianza che una cosa buona. Con mio cugino ci trascorrevo tanto tempo, ero affascinato da lui, dal suo modo disinvolto che aveva verso la vita quotidiana. Io non ero un bambino stupido, anzi ero molto sveglio: nel quartiere dove sono cresciuto, o eri furbo o eri scemo.

Una volta iniziate le scuole medie mi sono sentito più adulto, in grado di scegliere la mia vita; mentre in me crescevano tutte queste domande, un giorno arriva una risposta tanto concreta: ammazzano mio cugino. In quel momento in me entrò il buio totale, l’odio: il male peggiore. Era stato ucciso il mio idolo, il mio mito, quello che aveva dato un senso a tutto quel vuoto della mia vita.

Da quel momento in me era sparita ogni traccia di quel bambino dalle scelte insicure: sapevo cosa volevo, vendicare mio cugino, l’unico modo per scacciare quel dolore che premeva dentro.

Dopo un po’ anche a scuola la mia rabbia era padrona, infatti alla prima occasione è emersa, esplosa. Una convocazione con la preside per un mio comportamento in classe fu l’occasione per farmi allontanare dalla scuola: alzai le mani sulla preside.

Il mio allontanamento da scuola per cinque anni e gli impegni lavorativi di mamma favorirono la mia “libertà”. Ho iniziato a vivere la strada, meditare sempre di più la mia vendetta. Da quel momento in poi la mia vita è stata un continuo progredire verso la delinquenza, affinché chi della strada era padrone potesse accorgersi di me. Con gli anni si sono accorti di me, del dolore che avevo dentro, della rabbia e dell’odio cresciuto in me, della mia sete di vendetta, alla quale non ho nemmeno provato a resistere quando se ne è presentata l’occasione. Il giorno in cui ho ucciso l’uomo che aveva ucciso mio cugino, mi sono sentito bene.

La mia vendetta era stata fatta, ma anche il mio futuro era stato segnato.

Angelo Cacisi

Percorsi della devianza

Il bambino che non sono mai stato

Buongiorno a tutti, sono Nunzio. Ultimamente al gruppo si è parlato molto del contesto sociale dal quale proviene una persona e delle scelte di “vita”. Ripenso alla mia adolescenza deviante e, in fondo, non vissuta: collegio, carcere minorile e a San Vittore a 20 anni. Ripenso a quello che mi ha portato in collegio, a quello che poi ha permesso alla mia rabbia di prevalere su quella che poteva essere un’infanzia più tranquilla. Ricordo che, in comune con quasi tutti i bambini del collegio, avevo i genitori separati e trascorrevo i weekend uno con mamma e uno con papà, alternandoli. Nelle volte in cui toccava al secondo, tante volte quel weekend si trasformava in paura, orrore, attese varie e alla fine pure in realtà: mio padre non ci veniva mai a prendere, stavamo lì alla finestra a vedere gli altri che andavano a casa… E stai lì a distrarre il mio fratellino e consolarlo.

Quando andavo con mamma a casa sua, c’era sempre suo fratello, che ai tempi era un delinquente affermato, uno dei capi della zona di Giambellino. Con la sua presenza e il suo “affetto”, riusciva a mettere in ombra l’assenza di mio padre, mi sentivo sicuro: il suo essere presente anche economicamente mi portava a pensare, sognare che anch’io un domani avrei potuto prendermi cura di mamma e del mio fratellino.

Qualche anno dopo feci la mia prima esperienza al Beccaria (carcere minorile) per furto con altri cinque ragazzi. Arrivati lì, neanche il tempo di entrare che le guardie mi fecero sapere che mio zio Michele aveva detto di stare tranquillo, che tra pochi giorni sarei tornato a casa e che lui era molto orgoglioso di me. Oltre al messaggio, mi depositò un milione di lire sul libretto, per poter aiutare qualcuno che era in difficoltà: una cosa normale per uno come lui, entusiasmante per me. Penso, anzi oggi ne sono certo, che il carcere minorile sia la scuola di delinquenza più grande in assoluto, quella che forma un vero delinquente. La cosa che mi colpì di più in tutto questo, che mi rese orgoglioso di me stesso, fu la considerazione che quel falso “mito” aveva da parte di tutti: sempre più spesso dove andavo mi sentivo dire non che ero il figlio di Giovanni, ma il nipote di Michele.

Questa è stata la costruzione del “mito” di me stesso. Inutile raccontare quanto la mia vita criminale sia stata sempre a crescere, tant’è che oggi sono un ergastolano. Non do minimamente colpa a mamma o papà o alla compagnia; mamma lavorava dalla mattina alla sera per non farci mancare nulla, papà aveva una piccola impresa artigianale e mi ha sempre voluto al suo fianco (solo al lavoro) però io avevo “scelto” altro e tutt’ora ne pago le conseguenze. Però, come dice il Dottor Aparo, col tempo trovi quello che coltivi nell’orto. Oggi, l’importante è che uno, dalle sofferenze che ha creato e sta patendo, trovi il modo per costruire un presente meno cupo, come le tante mattine che mi alzo, girando e camminando, ammazzando il tempo per anni, non giorni, senza meta.

Oggi quando sento dire che il contesto sociale è il “motivo” di devianza, mi fa un po’ rabbia, anche se, a guardarla così, il contesto dove sono cresciuto sarebbe per me un’attenuante per i reati che ho commesso. Penso che il contesto sociale possa favorire la devianza, tenendo però presente che la scintilla è dentro di noi. Sicuramente oggi ho la consapevolezza di riconoscerla nella rabbia accumulata da bambino, assieme alla delusione di un padre assente che potevo solo immaginare, mentre aspettavo alla finestra tra la rabbia e le lacrime che rendevano buia anche una giornata di sole.

Mercoledì, come altre volte, il Dottor Aparo ha notato che sembra che io non partecipi agli incontri. Le chiedo scusa, questa non è una mia scelta, ma la voglia di capire, di imparare, di riflettere e di guardarmi più in profondità. Come vede non lascio tutto al tavolo: lo porto con me, in me, in quello spazio vuoto che è il carcere, per riflessioni come queste. Scrivere è un modo certamente più facile per me, che non nascondo di essere un po’ timido, ma sono più concreto con carta e penna, perché mi aiuta anche ad ascoltare me stesso come non avevo mai fatto prima: fragile, debole, ma anche tanto curioso di scoprire e di scoprirmi curioso come quel bambino che non sono mai stato.

Nunzio Galeotta

Percorsi della devianza

La differenza tra me e loro

C’è una vecchietta seduta davanti a me. È molto minuta e sembra quasi scomparire dentro la sedia gialla delle metro milanesi. Osservandola attentamente, però, è facile notare come la sua fragilità sia solo un’apparenza: il piede della gamba destra continua a fare avanti e indietro, ad un ritmo regolare e veloce, che ad osservarlo a lungo si rimane quasi ipnotizzati, e dietro i piccoli occhiali viola, due grandi occhioni vispi e allegri osservano il mondo intorno.

Il suo sguardo interrogativo e vivace si posa su ogni persona e cosa e, a un certo punto, arriva anche il mio turno diventando così un altro oggetto della sua curiosità. A mia volta la osservo, di sottecchi però, con fare intimidito, cercando di non farmi notare, ma mi ci vuole poco per capire che, anche se la guardassi dritta negli occhi, lei non se ne accorgerebbe, tanto è l’interesse con cui analizza ogni centimetro della copertina del libro che sto leggendo.

Di lì a pochi istanti, mi rivelerà che non è stato tanto il titolo ad attirarla, “Di cuore e di coraggio”, quanto l’associazione insolita tra questo titolo, il quale le ricordava i romanzi rosa che amava leggere da ragazzina, con l’immagine di una stereotipata uniforme arancione da detenuto, tuttavia vuota, senza un corpo che la riempia, e dalla quale si libra uno stormo di uccelli bianchi che attraversano gli interstizi tra le sbarre di una prigione.

“No, non è un romanzo” le rispondo facendo viaggiare a cento all’ora la sua curiosità. “È il racconto di un direttore di carcere e della sua esperienza decennale all’interno di numerosi istituti di pena italiani”.

E via subito che inizia ad incalzarmi ed interrogarmi: perché una ragazza giovane come me dovrebbe interessarsi di argomenti così complessi e ispidi? Perché mai una studentessa ventitreenne dovrebbe aver voglia di frequentare degli uomini che sono reclusi da anni a causa di condanne e sentenze gravose, come ad esempio spaccio, rapina, associazione mafiosa e omicidio? Quale può essere il giovamento di una ragazza derivante dall’incontro con delle persone, in definita, tanto diverse da lei?

E io inizio a chiedermi: ma io e “loro” siamo davvero così tanto diversi?

Durante la mia preadolescenza sono stata protagonista di un evento molto doloroso, il quale mi ha catapultato, senza tanti preamboli, nel mondo dei grandi e mi ha costretta a confrontarmi faccia a faccia con la Giustizia. Sono rimasta segnata profondamente da questo episodio e, durante tutti gli anni successivi fino ad oggi, ho dovuto imparare a combattere contro il retro pensiero immobilizzante che fossi una persona cattiva, maligna, sbagliata e inadeguata.

Tuttavia, più che l’evento tragico in sé, sono state le conseguenze ad essere ancora più distruttive. Le prese in giro dei compagni, l’isolamento sociale perpetrato dagli altri come se fosse una punizione della comunità allargata per ciò che (non) avevo commesso, il continuo giudizio, i pettegolezzi di paese, le dispute tra gli avvocati e la sofferenza dei miei genitori (a nulla erano valsi i loro immensi sforzi per difendere la propria figlia), hanno reso il mio terreno sempre più fertile per la rabbia e l’odio.

Percepivo continuamente una spada di Damocle al di sopra della mia testa, pronta ad infliggermi una punizione da un momento all’altro, e la cosa peggiore era che, in fondo, sentivo di meritare il castigo che di lì a poco sarebbe sicuramente arrivato. Dopo due anni di costante pressione e sofferenza psicologica mi sono convinta che, per essere accettata e lasciata in pace, avrei dovuto incarnare l’immagine della cattiva ragazza che gli altri mi avevano cucito addosso. Ho cominciato così ad uscire con una compagnia di “amici” molto più grandi di me, che non frequentavano mai la scuola ed erano impegnati in attività al limite del lecito.

Oggi mi rendo conto che cercavo di soffocare il dolore di non essere creduta e accettata, anche se vi sommavo altro dolore imponendomi di essere chi non ero, auto-punendomi, come se spargessi il sale su ferite già aperte. Tuttavia, l’enorme sofferenza che provavo reclamava una via d’uscita, e quindi mi ferivo per punirmi e sostituire il dolore fisico al dolore psicologico.

Intorno ai 15 anni, la trama della mia vita ha subito una brusca inversione. Mi sono iscritta in un liceo, pur se a scuola non studiavo mai. Ho cominciato a coltivare nuove amicizie, pur se non mi fidavo di nessuno. Ho incontrato dei professori che mi hanno fatto capire l’importanza di avere una guida credibile e autorevole, pur se fino a quel momento avevo odiato e avevo avuto paura di tutto ciò che rappresentava l’autorità e le istituzioni.

Oggi sono passati un po’ di anni, mi sono laureata con il massimo dei voti, ho al mio fianco una persona fantastica e degli amici che considero la mia famiglia, non di sangue ma per scelta, i quali spesso mi hanno letteralmente salvata nei miei momenti bui.

Ma se non avessi avuto la possibilità di andare in un’altra città a studiare in una scuola attenta al rispetto delle regole? E se non avessi incontrato professori capaci di non farmi più sentire sbagliata, malata, incapace di raggiungere qualsiasi obiettivo e se non mi avessero insegnato ad apprezzare valori importanti come la disciplina, il rispetto e la perseveranza? Se non avessi trovato un gruppo di amici capaci di farmi sentire parte di qualcosa, quando mi credevo non meritevole delle relazioni e del riconoscimento altrui?

Da piccola avevo una sorella gemella. Qualche mese prima che mia mamma portasse a termine la gravidanza, l’Altra Me non ce l’ha fatta e sono nata solo io. Spesso faccio questo gioco nella mia mente, in cui mi immagino che lei si trovi in un universo parallelo e che sia la me che non ha compiuto quella grande inversione a U a 15 anni. La immagino prima come un’adolescente allo sbando, lasciata a se stessa e provata dalla mancanza di guide che la riportino sulla strada giusta, e poi come una tossicodipendente fallita o una delinquente.

È un po’ come il film Sliding doors, non so se ce lo avete presente. È quello in cui, in base alla porta del treno su cui sale il protagonista, il corso della sua vita cambia completamente. Forse è proprio per questo che la voce della signora della sedia gialla ha continuato a domandarmi per giorni quale fosse la differenza tra me e “loro”. Forse si tratta solo di condizioni di vita diverse in cui si cresce, di possibilità fortunate di redimersi e di salvifici incontri con guide credibili che riconducano sulla strada giusta.

Quindi innanzitutto cancellerei la parola “loro”, riferita a questi fantomatici esseri mitologici senza cuore che sono approdati in carcere perché hanno solo saputo fare del potere, del denaro e dell’arroganza gli unici binari della propria vita. La differenza tra NOI esseri umani sta spesso nelle condizioni soggettive e oggettive, ambientali e contestuali, materiali ed emotive a cui siamo sottoposti, le quali influenzano fortemente il percorso di vita verso una direzione piuttosto che un’altra.

Ora che si è detto ciò, potremmo anche concludere che sembra quasi che si tratti, in buona parte, di una questione di fortuna, quella di nascere in condizioni favorevoli al proprio sviluppo. E se accettassimo tale conclusione, non verrebbe facile pensare che noi cittadini civili non possiamo fare niente per prevenire e combattere la devianza?

Tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Dobbiamo prendere una decisione: o subiamo passivamente ciò che accade all’interno di una società che ci vuole spaventati da tutto ciò che non conosciamo per tenerci lontani e per percepire gli “altri” come diversi, oppure diventiamo partecipanti attivi della nostra società ed esercitiamo il potere di cambiare il mondo e rivoluzionare il pensiero. Badate bene a quale strada scegliete perché, nel caso optaste per la seconda opzione, allora dovrete cominciare ad impregnarvi oggi stesso, seduta stante, a rivoluzionare il vostro pensiero e, di conseguenza, la società stessa.

La cosa più semplice da fare sarebbe quella di impegnarsi affinché quanto più cittadini possibile inizino a portare la società civile all’interno del carcere, contaminandolo come un morbo benefico. È bene che sempre più persone entrino come volontari negli istituti di pena e ascoltino le storie di quei “loro” tenuti tanto lontani da noi da sembrare alieni.

Non abbiate paura del dolore altrui e del male perché soltanto conoscendo e studiando il male, lo si può affrontare con le armi giuste per poi riuscire addirittura a prevenirlo. Studiamo le condizioni che conducono alla devianza non usando come cavie gli ex criminali, ma servendoci del loro aiuto di neonati cittadini responsabili per salvare chi oggi ha bisogno di un salvagente per ritornare sulla terraferma.

Il tempo per diventare una società responsabile è arrivato, ed è oggi.

Mettersi in gioco

Alice Gabriella Viola, Matricola: 831984
Psicologia Sociale, Economica e delle Decisioni
Tipo di attività: Stage esterno

Periodo: dal 12/04/2021 al 12/07/2021
Il Gruppo della Trasgressione, Mettersi in gioco

 

Caratteristiche generali dell’attività svolta (istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento):

Più di vent’anni fa, il dottor Angelo Aparo ha messo in piedi il Gruppo della Trasgressione, un’associazione costituita da detenuti, ex detenuti, studenti, parenti di vittime di mafia e comuni cittadini volta al sostegno e al confronto reciproco.

Il gruppo opera in ambito sociale, in particolare in quello carcerario, fornendo un appoggio, un’alternativa di presa di coscienza della quale fruiscono non solo i cittadini reclusi, ma anche quelli liberi.

E’ proprio il percorso di autoconsapevolezza a guidare il lavoro del gruppo: l’ascolto reciproco, la possibilità di esternare le proprie fragilità in un contesto non giudicante e di mutuo aiuto permette di far crescere il gruppo, ma soprattutto di crescere con il gruppo.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte:
Il Gruppo della Trasgressione non ha una struttura rigida, con ruoli e compiti severamente definiti; il suo punto di forza è lo scambio alla pari, è la possibilità di dare a tutti i membri la libertà di agire in modo creativo nel rispetto dell’altro.

La mancanza di rigidità, che certamente costituisce un metodo innovativo oltre che fruttifero, permette di immedesimarsi nell’altro con minor distacco e pregiudizio, di entrare in contatto con realtà diverse in un modo molto più diretto ed empatico.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati:
In questi tre mesi di tirocinio ho avuto la possibilità di partecipare attivamente alle attività del gruppo, sebbene l’attuale pandemia abbia limitato fortemente le occasioni di incontrarsi nella sede di via Sant’Abbondio, dove abitualmente il gruppo si riunisce per svolgere gli incontri settimanali.

Fortunatamente, la possibilità di svolgere gli incontri da remoto ha permesso al gruppo di portare avanti i suoi progetti.

Ogni Lunedì, il Gruppo della Trasgressione si riunisce per dare voce ad un dibattito su temi emersi a partire da un film che ciascun membro guarda per proprio conto durante la settimana. Il filo conduttore dei film proposti è il tema della banalità e complessità del male, utile nel far emergere da ognuno le proprie fragilità e generare un confronto costruttivo.

Il martedì, invece, gli incontri vertono su tematiche di varia natura, elicitate dal racconto di un membro, da un progetto in corso o semplicemente da un pensiero condiviso. In questo spazio, ciascuno mette a nudo una parte di sé, dandosi in questo modo nuove opportunità di lettura del proprio vissuto, grazie alla restituzione e al confronto con gli altri.

Il sabato, grazie alla Cooperativa Sociale, alcuni componenti del gruppo vendono “frutta e cultura” al mercato settimanale di viale Papiniano. In questo contesto, il gruppo interagisce con l’esterno e matura la responsabilità lavorativa sostenuta dal percorso parallelo di presa di coscienza. Questa attività, oltre a dare al gruppo una fonte di autosostentamento, costituisce una dimensione dove imparare a collaborare e a condividere responsabilità e soddisfazione.

L’ “officina creativa” è un altro progetto a cui ho potuto prendere parte durante questi tre mesi. Insieme ad altre studentesse tirocinanti, ho avuto modo di intervistare artisti e figure istituzionali riguardo al tema della creatività. L’obiettivo di tale progetto è quello di utilizzare proprio la creatività per prevenire la devianza, il bullismo e contrastare le dipendenze.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte:
Il dottor Aparo, coordinatore del gruppo, è il punto di riferimento per tutti i membri dell’associazione. Incentivando a mettersi in gioco, mi ha aiutata a comprendere il significato del lavoro di squadra, dell’importanza di dare oltre che di ricevere; con la sua costante presenza mi ha anche reso chiaro l’impegno e la dedizione necessari per svolgere il lavoro di psicologo, facendomi rivivere la passione con la quale ho intrapreso questo percorso di studi.

 

Conoscenze (generali, professionali, di processo, organizzative), abilità (tecniche, operative, trasversali) acquisite e caratteristiche personali sviluppate:
Entrare in contatto con questo tipo di realtà, fatta di verità e determinazione, è stato per me salvifico. Mettermi in gioco e in discussione è sicuramente ciò che più sento di aver appreso durante questi tre mesi: proprio grazie alla modalità con cui il Gruppo della Trasgressione è strutturato ed organizzato, ho imparato ad andare incontro all’ignoto, ad avere fiducia e soprattutto ad ascoltare.

 

Altre eventuali considerazioni personali:
Negli ultimi mesi, prima di intraprendere questa esperienza, avevo perso la fiducia nel cambiamento, non ero più motivata a continuare i miei studi perché la realtà in cui vivevo da qualche tempo non mi dava speranza sul fatto che le persone potessero cambiare.

Conoscere il Gruppo della Trasgressione mi ha fatto ritrovare l’entusiasmo e l’energia di andare avanti nel mio percorso, insegnandomi che il cammino verso il miglioramento è faticoso, ma possibile.

Mi sento dunque di dover ringraziare tutti i componenti del gruppo per avermi fatto ricordare, ognuno a modo suo, che nessuno si salva da solo.

Relazioni di tirocinio

Le varie corde del dolore

Ho dei ricordi nitidi di quando avevo circa 3 anni. All’epoca i miei genitori non s’erano ancora separati. Forse giusto dire, mio padre non aveva abbandonato mia madre e di conseguenza me.

C’era mia zia Nadia, ancora non sposata, che ogni mattina mi faceva il bagnetto dentro una vasca di plastica azzurra e con l’acqua riscaldata nella lavatrice. Nel frattempo mio nonno paterno, si preparava per andare a lavorare e sistematicamente si soffermava con occhi gioiosi a guardare me che sguazzavo in quella vasca messa sopra il tavolo della cucina. Il suo era un rito: baciarmi e dichiarare che ero il suo primo nipote.

Questo, negli anni avvenire, creò non pochi problemi in famiglia poiché, anche dopo la nascita di altri nipoti, lui valorizzava sempre me, sicuramente anche perché i miei, dopo qualche anno si separarono ed io rimasi in casa con i nonni paterni. Questo suo, e a modo suo, attaccamento a me, mi distanziava dal resto della famiglia (dopo la morte di mio nonno ne masticai concretamente il distacco) e crebbi quasi esclusivamente con mia nonna paterna.

Forme di dolore che profanavano la mia intimità e paralizzavano il mio pensiero. Mi pesava tutto quello che accomunava genitori e figli e mi rifugiavo in casa a giocare spesse volte da solo.

Non ho potuto dare voce alla mia adolescenza pur desiderandolo e mi obbligai a spersonalizzare me bambino e a “costruire” l’adulto di casa responsabile. Ma il bimbo affiorava quasi quotidianamente e soffriva gli effetti di eventi esterni che appartenevano agli uomini e non a lui.

Inadeguatezza, vergogna e dolore iniziarono a stratificarsi in me in forma subdola, grazie anche alla complicità di alcuni bulli del quartiere.
Le varie forme di solitudine mi spinsero precocemente a mettere su famiglia, vestito da adulto, ma senza la consapevolezza e il senso della responsabilità che richiedeva una scelta così profonda.

Dovevo compensare la mia solitudine famigliare patita anche a costo d’essere egoista verso gli altri. Contemporaneamente o quasi, mi sentivo chiamato a riempire vuoti e solitudini di altri compagni e allora, oggi dico, non avendo la forza di allungare gli occhi oltre i limiti del mio quartiere, iniziai a prostituirmi a quel marciume fino a quando ne divenni parte integrante.

Credo che un altro aspetto dei miei dolori fu la fame. Infatti, durante i primi 14 anni della mia vita, per motivi economici, in casa non avevamo tante possibilità. Oggi non mi giustifico e non ho mai cercato giustificazioni.

A differenza di quello che si può pensare, c’è stato un tempo molto lungo dove mi sono odiato e autocriticato ancora prima che legittimamente lo facessero gli altri.

Oggi non mi odio più, mi mortifico quando la mente va in effimere perdizioni ,ma subito dopo mi accudisco. L’autocritica è vigile e dialoga spesso con il mio io. Sono consapevole di essere detentore di cicatrici e alla mia età, non potendole sanare, me le disinfetto tutti i giorni da solo e con tutti quelli che sento me le riconoscono.

Non sono divenuto uomo da bambino, ma uomo dalle mie macerie.

StorieLa banalità e la complessità del male

Roberto Cannavò

Sull’ergastolo ostativo

L’ergastolo ostativo fu introdotto, nell’ordinamento penitenziario italiano, all’inizio degli anni Novanta, dopo le stragi nelle quali furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con l’intento di frenare la diffusione del fenomeno della criminalità mafiosa. È stata quindi una normativa d’emergenza, regolata dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che stabilisce che le persone condannate per alcuni reati di particolare gravità, come mafia o terrorismo, non possano essere ammesse ai cosiddetti “benefici penitenziari” a meno che non collaborino con la giustizia, fornendo elementi utili per il contrasto alla mafia.

I benefici penitenziari cui si fa cenno vengono invece consentiti nell’ergastolo “comune” in cui è prevista la progressione trattamentale e quindi un graduale reinserimento del soggetto nella società. Tali benefici sono progressivi e valutati di volta in volta:

  • riduzione della pena, 90 giorni per ogni anno di carcerazione (se il condannato ha dato prova di rieducazione);
  • permessi premio (affinché possano essere coltivati interessi affettivi, culturali e di lavoro; a condizione che egli abbia tenuto regolare condotta e non risulti socialmente pericoloso, e solo dopo 10 anni di pena);
  • semilibertà (dopo 20 anni e per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale);
  • liberazione condizionale (dopo 26 anni, a condizione che il detenuto durante l’esecuzione della pena abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento).

Nell’ergastolo ostativo, la “collaborazione con le autorità” viene considerata come dimostrazione dell’evoluzione e del ravvedimento del condannato mentre, in assenza di collaborazione, si impedisce l’accesso ai benefici penitenziari e la detenzione diviene così un “fine pena mai”.

Personalmente, ho l’impressione che l’ergastolo ostativo sia uno scambio, un dare e avere, dare informazioni per ottenere benefici. Questo però non significa lavorare sulla rielaborazione del proprio passato e sulla presa di coscienza. E anche se in apparenza uno sconto di pena conseguente alla collaborazione può sembrare uno stimolo alla revisione del proprio passato, l’ostatività ha un sapore marcatamente punitivo: “se non collabori muori in carcere”. Quindi la personalità del condannato rimane “congelata” al momento del reato commesso, non potendosi evolvere durante la fase di detenzione, perché si impedisce qualsiasi valutazione su un eventuale percorso rieducativo.

Inoltre, nell’ergastolo ostativo non si tiene conto che, non sempre la collaborazione con la giustizia dimostra l’effettiva rottura del legame del reo con la criminalità né, viceversa, la mancata collaborazione è prova della persistenza di contatti con la criminalità organizzata. È del tutto plausibile che l’ergastolano non collabori per timore di ritorsione sulla sua famiglia o perché si ha una conoscenza molto limitata, oppure inesistente, di fatti che possono essere utili alla magistratura.

L’ostatività, io credo, riduce fortemente la motivazione a partecipare all’opera di rieducazione, impedisce al giudice qualsiasi valutazione individuale sul concreto percorso di rieducazione compiuto dal condannato e determina il rischio di avere in libertà individui non rieducati e carceri sovraffollate, problema che conduce inesorabilmente verso la questione dei trattamenti inumani o degradanti all’interno delle carceri. Tutto questo, si pone in contrasto con l’art. 27 comma 3 della costituzione che dovrebbe invece garantire la rieducazione di tutti i condannati, compresi gli autori di reati gravissimi, ed è per tale motivo che la corte europea dei diritti dell’uomo ha ordinato all’Italia l’eliminazione.

Abrogare o dichiarare l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo non significa che i mafiosi tornano facilmente liberi, ma anzi consente ai magistrati di sorveglianza di valutare il percorso del condannato e di verificare, come succede per gli autori di tutti gli altri crimini, se dopo 26 anni (non uno) ci sono i presupposti per il reinserimento in società.

Ma un condannato può cambiare? E quali sono gli elementi che ne promuovono l’evoluzione?

Sulla base della mia esperienza col Gruppo della Trasgressione, all’interno delle tre carceri milanesi e soprattutto all’interno del carcere di Opera con i detenuti dell’Alta Sicurezza, ho riscontrato che ciò che emerge, nella maggior parte dei loro racconti, è una sorta di graduale ottundimento della coscienza, un progressivo allontanamento dall’altro durante la vita nella devianza e un congelamento della relazione con la vittima durante l’atto criminale: una sorta di intorpidimento mentale e una assuefazione al male  che è difficile pensare che possano essere superati grazie all’isolamento..

In una situazione del genere, è necessario innanzitutto che l’individuo venga fermato/incarcerato; ma poi occorre arrivare ad un risveglio della coscienza, ponendo l’attenzione sui vissuti e sui sentimenti provati durante gli atti criminali affinché la persona possa essere successivamente “responsabilizzata”.

L’evoluzione del condannato non è un percorso che si possa fare in autonomia o in breve tempo; occorrono anni e risorse professionali competenti oltre che strumenti psicometrici adeguati per valutarne i progressi. Nei percorsi trattamentali diviene quindi indispensabile favorire il dialogo ed il confronto con l’altro, con il dolore dell’altro.

Riabilitare, rieducare, risocializzare e attuare programmi ad hoc per il confronto con i familiari delle vittime può condurre alla reale comprensione dell’errore e a un effettivo cambiamento del condannato e soprattutto abbattere quella ”ostatività mentale”, insita nei condannati, per lasciare il posto ad un’alleanza, una collaborazione effettiva con le istituzioni e con la società. In un’ottica del genere, il condannato può diventare una risorsa, partecipando attivamente a programmi di prevenzione sul territorio, invece che continuare a essere un problema per la società.

Katia Mazzotta

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Il bianco e il nero, l’odio e l’amore

di Ottavia Alliata

Il 19 marzo alcuni membri del Gruppo della Trasgressione si sono riuniti con alcune studentesse del corso del prof. Francesco Scopelliti di Interventi clinici nei casi di procedimenti penali dell’Università Cattolica di Milano per avviare una discussione su Il viaggio di andata e ritorno nel mondo della devianza.

Come si evince dal titolo della lezione, in un primo momento lo scopo è stato quello di individuare, grazie a domande mirate ad alcuni ex detenuti, i fattori chiave che hanno indotto alcune persone a intraprendere la strada della devianza. In un secondo momento, le domande e le curiosità erano volte ad approfondire e condividere le risorse, le attività e i progetti grazie ai quali è stato possibile fare il viaggio di ritorno dal mondo della devianza per abbracciare i valori condivisi dalla società civile.

Dell’intervento di Antonio, uno degli ex detenuti, mi ha colpito una cosa in particolare: gli era stato chiesto di raccontare chi fossero i suoi punti di riferimento durante l’infanzia e lui ha cominciato a parlare di un sentimento di rabbia.

Mi è venuto spontaneo interrogarmi su cosa potessero c’entrare la rabbia e il dolore con le figure di riferimento di quando si è ragazzini. Ero certa che avesse compreso la domanda. Mi ha colpito la scelta, evidentemente molto sentita, di parlare dei propri stati d’animo, emozioni così potenti e pervasive da fungere da guide maestre dell’agire.

Antonio, per ragioni che non conosciamo, si sentiva privo del calore rassicurante e dell’affetto tanto necessari per lo sviluppo; non si sentiva desiderato né accettato; gli mancavano o non sapeva riconoscere nel comportamento dei suoi genitori quelle attenzioni e quel sostegno che permettono di percepire il proprio valore intrinseco, di individuarsi e di collocarsi entro una storia generazionale.

Con queste riflessioni non intendo giustificare gli atti delinquenziali e i crimini che hanno accompagnato questo vissuto invasivo e travolgente, ma vorrei provare a comprendere la radice della rabbia di cui egli stesso parla esplicitamente.

La rabbia è stata per molti anni la migliore amica e la compagna di Antonio; gli ha trasmesso la sensazione permanente di aver subito un torto e pertanto la convinzione che, come tutti i torti, doveva essere ripagato.

Quando si abusa di una persona, magari la stessa per cui mesi prima si era finiti al pronto soccorso per lesioni gravi, si può percepire un senso di controllo e di potere sull’Altro, la sensazione di essere accettati e rispettati dai propri compagni, la sensazione che un equilibrio venga finalmente ristabilito.

Tutti, nel bene e nel male, ricerchiamo una qualche forma di piacere e di gratificazione. La differenza è che chi non è mai stato amato né educato all’amore e al rispetto dell’Altro cercherà di possedere, abusare, controllare o assoggettare l’Altro, che diventa un simulacro temporaneo dell’oggetto del suo amore. Nel gesto di prepotenza sull’Altro si provano una grande eccitazione e un senso di benessere generale, ma come ricordano le diverse testimonianze sul Virus delle gioie corte, si tratta di emozioni tanto intense quanto fugaci e illusorie:

“Quella sensazione dentro di me non durava tanto, infatti appena tornavo a percepire malessere sentivo che mi dovevo procurare di nuovo piacere abusando di qualcuno”.

Da queste parole sembra quasi che far del male possa coincidere con il farsi del bene, con il colmare un vuoto. Proprio perché allontanare la fonte del malessere appartiene alla natura umana, credo sia importante intervenire indagando e facendo uno sforzo per comprendere le radici del malessere di una persona per poi educarla alla ricerca di un benessere, in questo caso meno intenso e sfacciato, ma ugualmente appassionato.

Negli anni ho imparato che la rabbia non è un sentimento negativo di per sé, qualcosa che deve essere rimosso e celato. Lo stesso si può dire per l’odio, che cammina a fianco a fianco all’amore. Proprio grazie al Gruppo della Trasgressione ho riscoperto l’importanza, per ogni concetto, del suo significato opposto; ho scoperto che distinguere il Bene dal Male può rivelarsi meno costruttivo che concepirli come protagonisti di unico cerchio, in cui si fondono colori ora più caldi ora più freddi, dai tratti ora più violenti ora più delicati, eppure assolutamente fondamentali per restituire, a chi osserva, la bellezza di un’idea.

“Ora non mi preoccuperò più di tagliare profili netti, angolature esatte di luce e ombra, ma scaturirà dal mio intimo direttamente luce e ombra, preoccupato unicamente di trasmettere l’immagine senza nessun revisionismo aprioristico” (Emilio Vedova).

Per certi versi mi sono sentita molto vicina ad Antonio, anche se in maniera direi “opposta”: lui ha agìto e ha manifestato senza alcun controllo tutta la rabbia che lo dominava, mentre io sono stata vittima della mia rabbia, ho lasciato che mi corrodesse dall’interno senza permetterle una via di uscita.

A questo proposito, trovo rivelatrici e illuminanti le parole della psicoanalista Danielle Quinodoz che promuove l’importanza di accogliere al proprio interno i sentimenti opposti, come l’odio e l’amore. Infatti, l’odio non va mai scisso ed espulso fuori da sé, serbando quindi solo un amore parziale, ovvero l’idealizzazione, né va confuso con l’amore, poiché l’amore in questo caso rischierebbe di divenire distruttivo.

“Non è facile sbarazzarsi di elementi che si disapprovano: cacciati dalla porta rientrano dalla finestra in altra forma”.

Per la prima volta cerco, non senza fatica, di accogliere quella rabbia che ho sempre negato e chissà… magari Antonio un giorno ritroverà invece quelle parti dei propri genitori e della propria storia che nel profondo ha anche amato.

Percorsi della devianza

Altri link utili: Riscoprirsi per i figli – Il virus delle gioie corte

Il potere di generare

Chi è la donna nella mente di chi l’ammazza, da figlio o da compagno? Anche di questo si parlava nell’incontro del 30 marzo.

Io credo che all’origine della violenza contro la donna ci sia una questione di potere. Quale potere nel caso specifico? Quello di generare una vita.

Per millenni la donna ha partorito figli generati da un congiungimento carnale con l’uomo. Per millenni il controllo della fertilità è stato volto a massimizzare la fecondità del corpo femminile.

L’aumento demografico nel XVII secolo divenne addirittura un requisito politico auspicabile per aumentare o sostenere la potenza di uno stato (popolazionismo). Solo dalla seconda metà dell’ ‘800 il controllo delle nascite ha assunto un carattere limitativo, esercitato con l’interruzione del rapporto sessuale, socialmente diffusa e culturalmente riconosciuta tanto da essere indicata da Freud come portatrice di nevrosi.

Si è passati dal figlio come possibile conseguenza del desiderio sessuale dell’uomo per una donna, e della donna per un uomo, al figlio come oggetto della volontà cosciente.

Poi sono arrivati gli anticoncezionali. Operando la parziale disgiunzione tra atto sessuale e procreazione, la tecnica medica ha consegnato alle donne il potere di decidere quando e se fare un figlio, rendendo potenzialmente ininfluente la volontà dell’uomo.

Poi è arrivata la fecondazione in vitro, con la quale il testimone del potere di generare è passato nelle mani della tecnica medica. Si è così consumata pienamente la divaricazione tra atto sessuale e procreazione, consegnando alla donna la possibilità di procreare oltre ogni limite.

Tutto questo non può non avere inciso e tuttora incidere sulla cultura della maternità e della genitorialità, dell’amore e del rapporto di coppia e delle relazioni tra genitori e figli.

Io non ho le competenze per spiegare come tali cambiamenti culturali incidano sulla psicologia individuale degli esseri umani contemporanei, ma so per certo che non possono non incidere.

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Il dolce e l’amaro

IL GRUPPO DELLA TRASGRESSIONE 8 MARZO 2021
Cineforum su ‘’Il dolce e l’amaro’’ (Andrea Porporati, 2007)

LA TRAMA
Saro Scordia è il figlio di Vito Scordia, mafioso siciliano morto in carcere durante alcune rivolte. Dopo la morte del padre, Saro viene introdotto gradualmente nella vita mafiosa tramite un amico di famiglia, Don Gaetano, il quale gli assegna diversi “lavori” da portare a termine. Saro diviene presto “uomo d’onore”, giurando fedeltà a Cosa Nostra e assicurandosi così il “rispetto” di tutto il paese. Arriva a compiere anche degli omicidi su commissione. Inoltre, per obbedire alle indicazioni di don Gaetano, si sposa con una donna che non ama e mette su famiglia. La sua vita da deviante lo porta ad allontanarsi dal suo unico amore, Ada, la quale si rifiuta di sposarlo per la vita che conduce. Più avanti Saro inizia a guardare con una certa perplessità le dinamiche all’interno della mafia e decide di fuggire in una città del Nord Italia per rifarsi una vita sotto protezione; qui si ricongiunge con Ada, dalla quale nasce una figlia. Si rende così conto della bellezza delle cose semplici come tornare a casa dalla propria famiglia, cucinare per sua figlia e per sua moglie, lontano dalla sua vecchia vita nella mafia. 

 

L’INGRESSO
Il protagonista descrive l’ingresso nella mafia come l’ingresso nella famiglia perfetta, dove “tutto viene fatto alla luce del sole e ci si dice sempre la verità”,  principi che contrastano molto con ciò che nei fatti è la mafia. Nella prima parte del film viene ben descritto come chi entra a far parte di queste associazioni mafiose viva in una realtà parallela dove tutto viene distorto e si pensa che il rispetto e l’invidia altrui siano quello che più conta nella vita. E così, passo dopo passo, si giunge a fare giuramento a un’associazione che si vede come perfetta. 

 

LA SEDUZIONE DEL MALE
In certi ambienti e in certi contesti sociali è facile essere sedotti dal male e dalla criminalità in giovane età; è una seduzione che avviene in maniera così rapida che il soggetto quasi non se ne accorge. Il male, in questi tipi di realtà, ha un potere seduttivo molto forte. Questo film rimanda a quello che al gruppo della trasgressione viene definito ‘’il virus delle gioie corte’’: è più facile godere di qualcosa la cui fruizione è immediata piuttosto che di quello che deve essere costruito con un impegno costante. Questo vale anche per la costruzione di affetti e di relazioni durature. 

 

LE MANCANZE DI SARO
Quello che manca a Saro nella sua vita è la libertà; Saro non è libero di scegliere, deve semplicemente eseguire degli ordini, deve “riconoscere la Luna al posto del Sole” e annullare la sua individualità e i suoi affetti. Ada gli dice in maniera chiara che non può condividere la vita con un soggetto che ha uno stile di vita criminale. Saro in questi incontri con Ada esprime tutta la sua violenza, dentro di lui c’è solo l’idea di afferrare quel che considera una sua proprietà privata. Saro sposa Antonia, la prima moglie, perché il padrino ha pensato fosse il momento per lui di mettere su famiglia; la sua vita è scandita minuto per minuto dalla volontà e dalle aspettative di qualcuno che lo domina, che è estraneo ai suoi sentimenti, ma al quale ha deciso di consegnare la sua libertà. Questo film rende bene l’idea delle associazioni criminali in cui si è inglobati senza fermarsi mai a pensare, in cui viene anestetizzato tutto, dove c’è solo azione e non riflessione. 

 

CRIMINALITÀ E GIUSTIZIA
Durante il nostro incontro ci siamo soffermati sull’idea che “il delinquente pratica una sua giustizia”: egli viene da una storia che lo ha abituato a percepire solo cose appariscenti e poi a procedere in conseguenza ai suoi abbagli. Egli capisce bene che quando sequestra qualcuno o uccide non sta praticando la giustizia, ma ritiene, con il conforto dei suoi complici, che quella è la cosa da fare; tutte le sollecitazioni interne che suggeriscono altro vengono messe a tacere e, in conseguenza di ciò, egli commette abusi e azioni criminali che nel suo delirio hanno lo scopo di ristabilire un equilibrio violato. Il  “cavaliere della giustizia”, motivato a “mettere le cose a posto”  vive in un suo mondo fatto di poche cose importanti. Dal suo punto di vista,  all’interno del mondo che considera significativo si deve procedere con giustizia; ad esempio, nel film, i ragazzini accusati di aver derubato la madre di Sciacca dovevano essere puniti e non uccisi; ma dopo aver legiferato insieme, il sig. Sciacca decide che occorre procedere secondo una giustizia più appropriata e, se gli altri non capiscono, pazienza. Il mafioso, insomma, pratica la giustizia nell’Hic Et Nunc,  senza troppo preoccuparsi delle regole fissate da lui stesso o dal suo clan il giorno prima. Il suo senso della giustizia è quello del miope che inquadra ciò che conta solo all’interno perimetro che la sua miopia gli permette di raggiungere. Ciò che succede al di là non lo riguarda. Mosso dalle frustrazioni, dalla rabbia e dai modelli con cui è cresciuto, trova nel clan l’ambiente per diventare forte e ristabilire la giustizia nel mondo (nel suo cortile), senza accorgersi o senza dare rilievo al fatto che tante volte i suoi figli giocano con i bambini del cortile accanto.

 

LA LEGGE MORALE
Bisogna esplorare il percorso che porta l’adolescente a operare le sue prime scelte.  Quello che sentiamo non è solo il risultato di ciò che noi scegliamo, ma anche dello spazio che ci viene presentato dalle figure significative che ci aiutano a crescere. Saro si comporterà da burattino nelle mani del padrino Butera fin quando non capirà  di aver perso il controllo sulla sua stessa vita. A questa nuova visione delle cose contribuisce Ada, che, nonostante il contesto siciliano, rifiuta lo stile di vita di Saro; non è un rifiuto all’amore, ma della scelta di vita sbagliata fatta da Saro. 

 

AMORE E DELINQUENZA
Prendiamo ora in considerazione il rapporto con Ada, la donna di cui Saro si mostra innamorato e che continua a ricercare nel corso del film per convincerla ad avere una relazione con lui. Il forte sentimento di Saro è ricambiato, ma Ada gli dice con fermezza di non poter condividere i suoi abusi e il suo stile di vita.

Durante la discussione del film ci si è chiesti se il sentimento che Saro prova nei confronti di Ada si possa chiamare davvero “amore”, un amore assoggettato al potere e ad abusi continui. Saro non è in grado di far coesistere i suoi reali interessi: da un lato fare strada nella mafia, dall’altro l’amore per Ada.

E Ada come può  amare un violento, un assassino? Ma forse Ada riesce a vedere la violenza nei suoi confronti come una debolezza dell’uomo e questo le permette di non rifiutarlo in modo definitivo. Il sentimento della donna va oltre il delinquente, vede lontano e vede anche per Saro: alla fine l’uomo va dove la donna indica. Forse ci va perché a lui conviene, o forse perché a loro due conviene.

È bene sottolineare comunque che non tutti sono in grado di andare dove gli altri indicano: Saro invece ci è riuscito e dalla scelta di Saro di inseguire Ada nasce una famiglia.

 

L’ASSOCIAZIONE MAFIOSA: UNA FAMIGLIA CON GERARCHIE E REGOLE
Quando un giovane entra in un’organizzazione criminale qualcuno gli dice che deve vedere “la Luna in cielo e non il Sole”, per fargli capire chi decide l’ordine del mondo. 

Nel momento in cui a Saro viene chiesto di uccidere il giudice, egli vive un turbamento, che vorrebbe condividere con l’amico, con il quale però non riesce a confidarsi. A questo punto inizia a toccare la solitudine. Il delinquente e il mafioso a poco a poco si ritrovano soli. Di fatto, il padre aveva avvertito Saro che, entrando a far parte di quella realtà, non ci sarebbe stato solo il dolce che stava assaporando, ma anche l’amaro.

Ci sono persone che sono arrivate a uccidere le proprie sorelle, il padre, le proprie figlie perché non rispettavano le regole della loro vera famiglia, Cosa Nostra. Infatti, ai componenti dell’associazione mafiosa viene imposto il disconoscimento della propria famiglia d’origine perché la prima vera famiglia deve essere la mafia.

All’interno della “famiglia” si deve fare strada perché chi rimane indietro muore. Tuttavia, si deve accrescere il proprio potere cercando di non superare mai chi è più potente,  altrimenti si muore. 

Una regola di Cosa Nostra è quella di saper fare il padre e il marito e infatti anche Saro viene spinto a sposarsi e formare una famiglia. Tuttavia, il mafioso pensa di rispettare la moglie e i figli, ma non è capace né di essere un marito né di essere un padre. 

Nel momento in cui si entra a far parte di Cosa Nostra e si fa un giuramento, si diventa un uomo d’onore. Un “uomo d’onore” non può mai mentire ad un altro “uomo d’onore”. Per questo motivo agli occhi di Saro quel mondo appare come perfetto, come una bella famiglia di cui fidarsi.

 

IL CAMBIAMENTO
È difficile accettare l’idea che persone che hanno fatto parte di associazioni mafiose possano cambiare. Nel corso della discussione ci si chiede se Saro sia riuscito a fare un serio percorso di autocritica. Guardando il film si ha la sensazione che l’evoluzione di Saro non sia sorretta da una reale presa di coscienza del male che ha fatto. Non c’è stata una rielaborazione effettiva del suo passato e del suo vissuto emotivo. È un po’ come se si fosse trovato con le spalle al muro e si fosse rifugiato in Ada, scappando dal suo passato.

 

LA FIGURA DI ADA
Ada è una donna con una capacità straordinaria di leggere la realtà e saper guardare oltre. All’inizio dei film vediamo Ada e Saro passare insieme una giornata ed emerge chiaramente tra loro un trionfo di affettività, desiderio e amore. Lei ha affrontato molte difficoltà e fatto una scelta complessa composta da molteplici passaggi, che permetteranno a Saro di costruire un nuovo futuro, diventando una persona diversa. Non è chiaro nel film se Saro sia stato capace di aggiornare la sua visione della donna e del loro rapporto. Si intuisce però che la coppia che si è formata vive nell’universo morale della donna. Ada non scende a compromessi con Saro, lascia la Sicilia e si trasferisce in un paese del Nord Italia, paese dove Saro cercherà di aprirsi a una nuova vita,  allontanandosi dall’ambiente mafioso e consegnando ad Ada le proprie fragilità.

 

LA COLLABORAZIONE CON GLI ORGANI DI GIUSTIZIA
La collaborazione con la giustizia di Saro ha chiaramente dei connotati di interesse personale e privato e gli serve per salvarsi la vita, per portare avanti il rapporto con Ada che è stata la sua “molla”, essendo l’elemento che l’ha salvato e pungolato fino al momento della scelta di collaborare.

Al gruppo ci si chiede quale evoluzione abbia avuto la coscienza di Saro quando decide di raggiungere Ada. Prima di questa scelta, Saro si dimostra perplesso rispetto all’ordine di uccidere il giudice di cui è amico, ma non dimostra un rifiuto dei principi della mafia.

Il pentito non passa attraverso un processo di ricostruzione della coscienza, dell’identità, di un “percorso di cittadinanza”. Questo espone la categoria dei pentiti a quanto viene presentato nel film: recidive, commistione, ambiguità, ritrattazione e ricatti. Diverso è il discorso su persone che, attraverso un percorso personale di molti anni, tornano ad essere cittadini. Esistono inoltre anche i cosiddetti “dissociati”, ovvero coloro che non hanno più nulla da raccontare o comunicare, ma solo brandelli di verità da vendere per motivi differenti, che si dissociano dall’ambiente criminale per avere dei ritorni in termini di benefici modesti. Il pentito, il dissociato e il trasgressore sono tre figure che hanno caratteristiche, percorsi e lavori individuali profondamente diversi. 

 

LA PERPLESSITÀ DI SARO
In diversi momenti del film, Saro consegna allo spettatore la sua perplessità e il suo turbamento nonostante continui a procedere per la sua strada. Saro non è il fanatico che crede a quel che viene dichiarato col giuramento mafioso. I passaggi in virtù dei quali diventa progressivamente uomo d’onore non sono accompagnati da un’intensificazione del suo delirio. Potrebbe essere interessante allora chiedersi come si sente e cosa vive una persona durante il giuramento come uomo d’onore.

 

TESTIMONIANZA DI EX-DETENUTO
“Nel momento in cui si entra in Cosa Nostra non viene estromessa la famiglia che uno si è creato, ma necessariamente viene messa in secondo piano, perché la prima famiglia è Cosa Nostra. Ci sono persone di Cosa Nostra che hanno ucciso alcuni familiari in quanto non rientravano nei canoni prestabiliti. Spesso all’interno di Cosa Nostra la donna subisce, oppure capita che per poter sposare una donna sia necessario ucciderne il padre (in quanto carabiniere ad esempio), senza che questa sia a conoscenza di chi abbia commissionato la morte del padre. Quando una persona diventa parte di un’organizzazione criminale, si è già avvicinato a quella famiglia, commettendo alcuni reati. Un tempo mi sentivo grande, oggi mi chiedo perché ho fatto tutto questo” 

 

RICOSTRUIRE LA CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO SÉ
Il recupero delle persone non è cosa facile. Il regista propone la collaborazione con la giustizia come alternativa per far giungere Saro alla presa di coscienza della parte amara della vita, innescando una crescita, un percorso di purificazione, redenzione e consapevolezza del proprio sé. 

Diversamente dai detenuti del Gruppo della Trasgressione, che rivendicano il valore di un percorso fatto a proprie spese, a Saro viene proposto di ricostruirsi una vita e gli viene offerto un lavoro in edicola, veicolando l’idea che egli sia diventato in grado di sudarsi la vita, accettando l’amarezza e il rischio che vivono tutti i cittadini.

 

TESTIMONIANZA DI UN EX-DETENUTO
“Noi che veniamo da tantissimi anni di carcere, non siamo collaboratori di giustizia, ma collaboriamo con le autorità e in questo caso specifico attraverso il Gruppo della Trasgressione. Non arretriamo nelle nostre responsabilità. Se una persona entra in carcere e collabora fin da subito, in questo modo non si evolve. Penso che il lavoro fatto in dieci anni con il Gruppo della Trasgressione sia una vera collaborazione: bisogna impegnarsi e mettere al proprio interno semi che possano germogliare. 

Alcuni, avendo collaborato, non hanno mai fatto un giorno di carcere. Io invece penso che sia necessario sudarsi le cose, facendosi aiutare da altre persone capaci di fornirti gli strumenti per far nascere dentro di te qualcosa, per vedere cosa c’è in questa parte di mondo che tu da solo non sei capace di vedere. Se non si trovano persone che ti portano a vedere l’altra parte del mondo, questo in carcere non succederà mai, perché prevalgono gli interessi del capo branco e non il desiderio di aiutare l’altro”.

 

Alessia, Asia, Federica e Arianna

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