Spazio e nutrimento

Relazione finale di tirocinio

Federica Turolla, Matricola: 815067
Psicologia Clinica e Neuropsicologia nel ciclo di vita
Tipo di attività: Stage esterno
Periodo: dal 12/10/2020 al 26/02/2021
Titolo del progetto:
Il Gruppo della Trasgressione: spazio di nutrimento

Caratteristiche generali dell’attività svolta: istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

L’Associazione e Cooperativa Trasgressione.net ha sede in Via Sant’Abbondio 53/A, a Milano. Sfortunatamente, a causa dell’emergenza Covid-19 non è stato possibile usufruire di questo spazio, se non per qualche incontro iniziale. Per permettere ugualmente lo svolgimento delle attività si è ricorso all’utilizzo della piattaforma ZOOM.

Il Gruppo della Trasgressione è un’associazione che, in linea generale, si occupa del tema della devianza, sia in ottica di prevenzione che di contrasto. In particolare, l’associazione collabora con le Carceri di San Vittore, Bollate ed Opera, allo scopo di favorire il recupero, il reinserimento sociale e la prevenzione di recidiva per coloro che hanno commesso reati. A causa delle restrizioni imposte, non è stato possibile svolgere le attività all’interno degli istituti penitenziari.

Hanno dunque partecipato ai differenti incontri ex-detenuti oppure detenuti in misure alternative (ad esempio, detenuti in Articolo 21, in affidamento sociale o agli arresti domiciliari). Nonostante ciò, la possibilità di utilizzare la piattaforma ZOOM ha permesso di superare i limiti spaziali, consentendo la partecipazione di persone che si trovavano in città o regioni differenti.

Il Gruppo della Trasgressione opera attraverso uno scambio attivo con il territorio, che vede come interlocutori protagonisti non solo detenuti ed ex-detenuti, ma anche comuni cittadini, studenti universitari tirocinanti e i familiari delle vittime di reato, nella costruzione di un dialogo e confronto tra l’interno e l’esterno del carcere.

Proprio attraverso la cooperazione di diversi interlocutori diventa quindi possibile progettare interventi di prevenzione e utilità sociale per il territorio che, se da un lato consentono lo sviluppo di responsabilità e autonomia per i detenuti, dall’altro diventano strumento e spazio di riflessione per chiunque partecipi.

Nel raggiungimento dei propri obiettivi e nella realizzazione dei propri progetti, il Gruppo della Trasgressione lavora in stretta collaborazione con il territorio, sviluppando interventi insieme al Municipio di Zona 5, a Regione Lombardia, ma anche a scuole, enti e associazioni che si occupano di temi affini, con l’intento di prevenire degrado, bullismo e tossicodipendenza.

La cornice di riferimento teorica del Gruppo si ispira ad alcuni autori classici di matrice psicodinamica e sociale, come ad esempio Bion e Lewin, in riferimento alle dinamiche di gruppo, spesso presenti all’interno della criminalità organizzata, ma anche a Winnicott, per indagare come le relazioni primarie costituiscano una base importante per lo sviluppo individuale del Sé.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Come tirocinante, viene richiesto di partecipare alle differenti attività proposte, frequentando con regolarità gli incontri settimanali e contribuendo attivamente allo sviluppo dei progetti. Inizialmente, i primi incontri nel mese di ottobre erano incentrati sull’ideazione di attività da svolgere all’interno della sede di Via Sant’Abbondio, creando uno spazio di cui avrebbero potuto usufruire anche i residenti della zona, appartenenti a fasce d’età o contesti differenti.

Successivamente, a causa delle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, le attività settimanali che potevano essere ugualmente svolte con il collegamento ZOOM sono state il Cineforum sulla banalità e complessità del male, l’incontro sulla Genitorialità responsabile e le attività dell’Officina Creativa.

In particolare, ho contribuito a redigere i verbali inerenti ai diversi incontri, che non rappresentano una semplice stesura di quanto detto, ma costituiscono una rielaborazione dei contenuti emersi, generando un documento che possa diventare utile e fruibile per chiunque lo legga.

Durante il mio periodo di tirocinio è stato sviluppato un progetto inerente a interviste che avessero lo scopo di far conversare i diversi partecipanti del Gruppo. Attraverso la partecipazione ad alcune riunioni, insieme agli altri membri, abbiamo pensato a eventuali domande da formulare a possibili coppie di persone, come ad esempio membri del Gruppo che rivestono ruoli e posizioni apparentemente in contrasto, oppure membri del Gruppo che hanno collaborato in passato nella realizzazione di alcuni progetti (ad esempio, progetti di restauro), o ancora, creando una forma di “doppia intervista” per i membri che condividono aspetti in comune nel proprio percorso.

In occasione della giornata contro la violenza sulle donne, ho steso un testo che riflettesse e indagasse la mia percezione ed esperienza sul fenomeno, da pubblicare sul sito vocidalponte.it

Ho partecipato all’ideazione e creazione del profilo Instagram del Gruppo della Trasgressione in modo da favorire la conoscenza e la promozione delle attività svolte dall’associazione, con la pubblicazione di materiali inerenti ai differenti progetti (ad esempio, pubblicazioni delle auto- interviste, oppure promozione della Bancarella Frutta & Cultura).

Ho partecipato alla valutazione di alcuni testi scritti dai detenuti o altri membri del gruppo, inerenti al “Virus delle gioie corte” e “La nicchia, la crosta e il rosmarino”, temi di particolare rilievo all’interno del Gruppo. Lo scopo di questo lavoro è stato individuare quali testi fossero maggiormente significativi e in grado di rappresentare il Gruppo della Trasgressione, secondo l’opinione dei diversi membri. I testi selezionati verranno poi inseriti all’interno di un libro che il dottor Aparo sta preparando in collaborazione con altre associazioni.

Infine, a seconda delle necessità, mi sono occupata di svolgere alcune brevi compiti di organizzazione logistica per facilitare lo svolgimento delle attività, come ad esempio contattare i membri attuali e passati chiedendo loro di creare dei brevi video in cui raccontassero, in una forma di auto-intervista, il proprio percorso all’interno del Gruppo della Trasgressione; oppure raccogliere l’elenco dei film visti durante l’attività del Cineforum dal suo inizio, in modo da creare un indice completo da condividere sul sito vocidalponte.it, per promuovere l’attività.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Ogni lunedì pomeriggio si svolge il Cineforum che tratta il tema della “Banalità e complessità del male”. Attraverso un sondaggio proposto a tutti i membri, viene scelto un film che sia attinente all’argomento. Ogni partecipante è quindi invitato a guardare autonomamente il film indicato e successivamente, durante l’incontro, questo viene poi commentato e analizzato, attraverso la condivisione di opinioni, punti di vista ed esperienze personali inerenti al tema del male, inteso nell’accezione proposta da Hannah Arendt. Attraverso la visione di questi film diventa possibile interrogarsi sulla natura dell’uomo e sulla sua propensione ad essere attratto e sedotto dal male, scivolando progressivamente in una condizione di mediocrità. Per circa un mese hanno preso parte agli incontri del Cineforum anche gli studenti del Liceo Artistico Brera di Milano.

Nell’incontro del martedì generalmente viene affrontato il tema della Genitorialità responsabile. Durante questi incontri l’attenzione è rivolta in particolare sia a detenuti che ex-detenuti che vivono l’esperienza di essere genitori, ma anche a figli di detenuti. Attraverso un confronto tra le proprie esperienze e i propri vissuti, sia come genitori che come figli, emerge la possibilità di usufruire della genitorialità per responsabilizzare il reo e come, attraverso l’impegno per i propri figli, diventi possibile allontanarsi dall’ambiente criminale. Allo stesso tempo, tra i figli di detenuti si è venuto a creare un clima di sostegno e solidarietà reciproci nel confrontarsi rispetto all’immagine dei propri genitori e alle esperienze dolorose vissute durante le visite in carcere. L’intento dell’attività è anche promuovere nei figli di detenuti una visione positiva della polizia penitenziaria, in modo da prevenire futuri atteggiamenti ostili nei confronti dell’autorità.

Gli incontri del martedì inoltre possono variare rispetto al tema trattato. Ad esempio, in ricorrenza della giornata dedicata, si è deciso di affrontare il tema della violenza sulle donne. Questo è poi stato ripreso in diversi incontri, intrecciandosi anche con altre tematiche approfondite nel Gruppo.
In diverse occasioni è capitato di ricevere alcuni ospiti, come ad esempio, Maria Rosaria Sodano, ex magistrato in pensione, che ha richiesto di collaborare con il Gruppo per la realizzazione di un progetto inerente all’alimentazione in carcere, oppure con Lucilla Andreucci, rappresentate di Libera, con la quale è emerso un interessante confronto e scambio. Inoltre, durante una giornata di Cineforum, in occasione della visione del film “I Cento Passi”, ha preso parte all’incontro Monica Forte, Presidente della Commissione Antimafia della Lombardia, rendendo possibile uno scambio con le figure istituzionali del territorio.

Il giovedì invece si tiene l’incontro sull’Officina creativa, attività finalizzata alla continua produzione di iniziative, nella valorizzazione delle risorse e mezzi creativi dei partecipanti al Gruppo. Un esempio di questa attività è stato sviluppare il progetto inerente alle interviste sopracitate. Da questa attività è emerso come grazie alla formulazione di specifiche domande, l’intervista possa diventare mezzo per sviluppare un dialogo che permetta di analizzare e ripercorrere il proprio percorso individuale (ad esempio, nel caso la coppia fosse composta da due detenuti), oppure di indagare come sia stato possibile costruire una relazione tra le due parti, ad esempio, nel caso in cui la coppia fosse composta da un ex-detenuto, appartenente in passato a organizzazioni mafiose, e un familiare di vittima di reato. Un altro tema approfondito durante gli incontri dell’Officina creativa e particolarmente rilevante per il Gruppo della Trasgressione è la rappresentazione teatrale del Mito di Sisifo. Il teatro diventa infatti utile strumento che permette al detenuto di interrogarsi sulle condizioni che l’hanno spinto verso l’ambiente deviante, ripercorrendo il proprio vissuto all’interno della criminalità fino ad arrivare alla scoperta di sé come nuovo cittadino, grazie a un parallelismo con la narrazione del mito.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Il coordinatore del Gruppo della Trasgressione è il dottor Angelo Aparo. Oltre a rappresentare l’elemento cardine all’interno del percorso di ciascun detenuto, costituisce un punto di riferimento per ogni membro. Il dottor Aparo organizza, gestisce e supervisiona le diverse attività svolte. Queste, infatti, spesso vengono realizzate grazie alla collaborazione con la rete sociale che il dottor Aparo ha costruito negli anni, attraverso l’invito di ospiti durante gli incontri, in un clima di scambio e dialogo attivo con l’esterno, come enti istituzionali o associazioni.

In riferimento alla figura del tirocinante, il dottor Aparo si assicura che questo partecipi ai diversi incontri e monitora il lavoro, in particolare in riferimento alla redazione dei verbali, che vengono condivisi attraverso una cartella in Google Drive, oppure si assicura che vengano prodotti degli scritti da pubblicare sul sito vocidalponte.it. Nonostante la sua presenza, il tirocinante è invitato gestire il proprio lavoro in maniera responsabile ed autonoma.

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Sicuramente l’esperienza svolta presso il Gruppo della Trasgressione mi ha permesso di venire a conoscenza delle dinamiche che riguardano il contesto penitenziario. Anche se non è stato possibile entrare all’interno dei diversi istituti, ho imparato a comprendere quali siano i sentimenti e vissuti personali di coloro che hanno trascorso parte della loro vita in carcere. Grazie ai racconti di detenuti ed ex-detenuti ho potuto conoscere le loro storie, le loro sofferenze e fragilità e il percorso che li ha portati a delinquere, ma anche la loro esperienza in carcere sia prima che dopo aver incontrato il Gruppo della Trasgressione. Oltre a una dimensione individuale, sono anche stati approfonditi i meccanismi e le dinamiche di gruppo che sottendono e regolano le organizzazioni criminali, in particolar modo quelle mafiose.

Ritengo che la parte più interessante e arricchente di questo tirocinio sia stato l’incessante interrogarsi tra detenuti, comuni cittadini e studenti su quali siano le condizioni che spingono l’uomo a delinquere e quali siano invece gli strumenti che consentono al reo di acquisire un senso di consapevolezza e responsabilità rispetto al proprio agito. Attraverso la presa di coscienza, la valorizzazione delle proprie risorse e l’utilizzo di strumenti inediti, diventa quindi possibile per il detenuto riprendere la propria crescita e trasformarsi in nuovo e autentico cittadino, abbandonando l’etichetta stigmatizzante di “ex-detenuto”. Dalle riflessioni è emerso come esista un continuum, o meglio un confine sottilissimo, tra chi si avvicina all’ambiente deviante e commette reati e chi invece rimane un comune cittadino, in quanto il male e il potere rappresentano un elemento di forte seduzione per chiunque. In ottica di prevenzione, diventa dunque fondamentale comprendere quali siano gli aspetti che favoriscano il procedere verso l’arroganza e quali invece permettano di raggiungere un senso di consapevolezza e responsabilità individuale.

Inoltre, ho potuto usufruire trasversalmente di quanto appreso e delle esperienze condivise durante l’attività sulla Genitorialità responsabile, per realizzare un progetto che indagasse le diverse forme di genitorialità in un corso universitario.

 

Abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)

L’abilità più rilevante che riconosco di aver sviluppato durante quest’esperienza con il Gruppo della Trasgressione è l’ascolto rispettoso, autentico e attento dell’altro. Molti racconti di vita ed esperienze dei detenuti, ma in generale anche degli altri membri del Gruppo, spingono chi ascolta ad accedere a una dimensione empatica del dolore.

Di grande importanza è stato anche imparare a redigere i verbali: proprio perché questi mirano a una rielaborazione dei contenuti emersi, diventa quindi possibile sia impadronirsi in maniera globale degli argomenti trattati, ma anche sviluppare e potenziale le proprie capacità di scrittura.

Sempre inerentemente alla scrittura, ho trovato molto formativo avere la possibilità di scrivere un testo che indagasse la mia percezione riguardo al fenomeno della violenza sulle donne. Lo strumento di produzione libera dello scritto permette di accedere ai propri vissuti e sofferenze interiori, nella valorizzazione del proprio intuito creativo.

Competenza sicuramente trasversale e spendibile in contesti altri, è stato anche lo spirito di collaborazione che sottende il Gruppo della Trasgressione: infatti, la realizzazione dei progetti diventa possibile proprio attraverso un approccio di cooperazione tra i diversi membri.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Tra le caratteristiche personali sviluppate emerge chiaramente una componente empatica, già citata, nel guardare al vissuto degli altri e saper accogliere il dolore altrui.

Il Gruppo della Trasgressione mi ha spinto ad affacciarmi al mondo con impronta riflessiva: spesso, a causa della realtà frenetica in cui viviamo, diventa difficile fermarsi a riflettere in profondità su temi di grande importanza sociale. Quest’esperienza invece mi ha trasmesso la necessità di interrogarmi costantemente, alla ricerca di una consapevolezza autentica del mio agire nel mondo.

Quest’esperienza mi ha inoltre permesso di abbattere i pregiudizi e gli stereotipi che ruotano attorno al contesto carcerario: è proprio la non chiara definizione di ruoli e posizioni sociali dei diversi partecipanti al Gruppo a permettere la costruzione di una relazione simmetrica nell’incontro con l’altro. Solo attraverso la partecipazione e l’ascolto durante gli incontri, diventa possibile conoscere le storie di vita di ognuno, senza partire da concetti precostituiti.

Poiché il lavoro all’interno del Gruppo si basa sulla cooperazione con gli altri membri, è stato possibile vivere un’esperienza di responsabilità nella co-costruzione dei differenti progetti. In particolare, grazie all’attività di valutazione degli scritti mi sono potuta sentire protagonista attiva, insieme agli altri membri, della realizzazione di un disegno che andrà a definirsi meglio in futuro.

Ultima, ma non meno importante, è stata per me la capacità di aprirmi al dialogo con l’altro. Nonostante la mia insicurezza iniziale e il mio rimanere attiva ma silente, penso di essere riuscita a condividere con gli altri partecipanti parte delle mie opinioni e vissuti, verso il periodo finale di quest’esperienza.

 

Altre eventuali considerazioni personali

Sfortunatamente, realtà come il Gruppo della Trasgressione rappresentano ancora un’eccezione nel panorama attuale italiano. Sarebbe invece fondamentale trasformare l’esperienza detentiva in strumento di crescita educativa, di presa di consapevolezza e responsabilizzazione, nella formazione di futuri cittadini. Spesso, inoltre, i diritti, le risorse e le potenzialità dei detenuti non vengono valorizzati e proprio con questo atteggiamento si contribuisce al mantenimento di una condizione stagnante dell’individuo, relegandolo all’interno del ruolo di criminale. Diversamente, è proprio attraverso la fiducia restituita che diventa possibile per il detenuto passare dall’arroganza alla coscienza, interrogandosi su quali siano state le proprie fragilità e sofferenze passate che l’hanno spinto a ricercare un riconoscimento nel contesto della devianza. Emerge infatti molto chiaramente il sentimento di gratitudine e riconoscimento che i detenuti appartenenti al Gruppo della Trasgressione provano nei confronti del dottor Aparo, per aver insegnato loro a reimpostare la propria vita in un’ottica di costruzione e non più distruzione.

Oltre ad avere una particolare importanza per i detenuti, per chiunque vi acceda, il Gruppo della Trasgressione è sicuramente strumento e spazio di nutrimento stimolante per riflettere su sé e sulla società che ci circonda. Gli argomenti trattati diventano elemento arricchente per la propria crescita, esortando a non arrestarsi in una posizione statica, ma a ricercare costantemente, attraverso l’incontro con l’altro, l’evolvere del proprio sé.

Federica Turolla

Indice dei tirocini

Conoscere il mondo della detenzione

Cosa mi aspettavo dal tirocinio e che cosa ho ottenuto

Era diverso tempo che desideravo conoscere meglio il mondo della detenzione e ciò che questa significa per chi commette un reato e per la società tutta. Avendo la possibilità di fare un tirocinio con la mia Università ho deciso di sfruttare questa opportunità per soddisfare questo mio desiderio; ho conosciuto il Gruppo della Trasgressione grazie ad una mia amica che ne ha fatto parte per diverso tempo e che me ne ha parlato.

Da studentessa con nessuna esperienza in questo ambito se non nozioni apprese dai libri, mi sono approcciata al Gruppo con tanta curiosità e con diverse aspettative; queste riguardavano la possibilità di scoprire ciò che c’è dietro la persona detenuta, ciò che si nasconde dietro la corazza e anche quali elementi del contesto di crescita di un soggetto possano influenzare la vita sia di compie un reato e sia di chi lo subisce, e in che misura.

Forse l’aver svolto questa esperienza soprattutto online ne ha penalizzato alcuni aspetti, ma comunque le mie attese sono state soddisfatte; da studentessa sono riuscita ad acquisire degli strumenti che sicuramente mi serviranno anche in futuro.

Innanzitutto, il confronto tra vittime di reato e detenuti/ex detenuti è stato un mezzo prezioso, che ha aiutato anche a mettere da parte il pregiudizio che spesso si ha nei confronti di coloro che hanno commesso qualche reato; con le stimolanti conversazioni emerse nel corso degli incontri si è andati al di là della ‘’crosta’’ di tutti i membri del Gruppo, non solo dei detenuti/ex detenuti, mettendo in luce come vari aspetti e fattori della vita abbiano portato a imboccare strade diverse, acquisendo poi la successiva voglia di riscattarsi in positivo.

L’avere ragionato su un tema come la banalità del male di Hannah Arendt, a partire da film anche molto diversi tra loro, ha sicuramente permesso di andare al di là della mera visione, stimolando il ragionamento critico su temi complessi e delicati.

Inoltre, nel corso dei vari incontri è stato portato avanti un tema altrettanto delicato, quello del rapporto tra Genitori e figli: in questo caso è stato indagato non solo il difficile rapporto dei padri detenuti con i loro figli, ma anche quello di tirocinanti, studenti e altri membri del gruppo con la loro propria famiglia. Il coinvolgimento è sempre stato per tutti, proprio per permettere ad ognuno di trarre beneficio dalle esperienze altrui, sia quelle positive, sia quelle negative.

L’aspetto più positivo del Gruppo è quello di voler coinvolgere tutti coloro che ne fanno parte; ammetto che la mia timidezza non sempre mi ha aiutato ad esporre le mie idee, soprattutto all’inizio, con la paura di non riuscire a dire niente di interessante. Probabilmente ho più assorbito idee piuttosto che averne esposte, ma comunque il Gruppo mi ha aiutata a capire di poter sempre dire ciò che si pensa rispetto a un argomento, per quanto delicato sia. La potenza del Gruppo della Trasgressione, secondo me, sta proprio nella sospensione del giudizio nei confronti degli altri e della libertà di espressione di idee anche diverse tra di loro. Ogni esperienza è importante, sia quella di chi ha vissuto tanti anni di carcere, sia quella di chi ha subito un reato e sia quella di chi ha intrapreso una strada priva (o quasi) di dossi e scorciatoie.

Alla fine di questa esperienza sento di aver interiorizzato tante testimonianze, tante esperienze, tanti racconti di percorsi di vita anche molto diversi dal mio che porterò nel mio bagaglio personale; inoltre, il pregiudizio, quello che la società inculca nei confronti di chi ha commesso un reato, è scivolato via e si è fatto da parte di fronte alle storie difficili e variegate dei diversi componenti del Gruppo.

Alessia Adorni

 Relazioni di Tirocinio

La primavera della coscienza

La primavera è la mia stagione preferita.

Dopo un inverno freddo e difficile, i boccioli fanno capolino e inondano di colori e profumi i prati, le strade e i davanzali.

La primavera è gioia e rinascita. E forse è per questo che mi piace così tanto il Gruppo della Trasgressione.

Gli ex detenuti sono i boccioli che hanno prima subito e poi provocato il gelo della coscienza. Ma oggi, che è primavera, sono sbocciati  e aiutano gli studenti e gli adolescenti, i nuovi semi, a crescere in una società che sia in grado di prevenire la devianza e di servirsi del contributo di chi, purtroppo, l’ha praticata in un inverno lontano.

 

Elisabetta Vanzini e la sua tesi di laurea

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Lungo il viaggio, diventare Noi

Qualcuno al Gruppo ha detto che nel corso della vita i gruppi cambiano col cambiare dei bisogni delle persone. Nel mio caso penso che il bisogno non sia stato tanto quello di cambiare gruppo ma proprio quello di far parte di un gruppo.

Sono solo due mesi che partecipo al Gruppo della Trasgressione, ma già mi rendo conto di come l’immagine che ho di questo gruppo sia mutata di pari passo con un mio primo movimento interiore. Il primo impatto lo potrei riassumere così: molte persone, molte professioni, molta eterogeneità, molte attività, molti progetti, molti messaggi. Questo “molto” non è stato un freno, ma ha suscitato degli interrogativi e un desiderio di chiarezza. I miei dubbi e le mie curiosità sono stati accolti tempestivamente da diversi membri del Gruppo, coinvolgendomi a poco a poco in una dinamica per me assolutamente nuova. Loro stavano iniziando ad accogliermi e io stavo accogliendo loro: stavamo diventando un Noi.

Contrariamente alle mie aspettative, nonostante i membri del Gruppo siano appunto molti e se ne aggiungano continuamente, si percepisce sempre un equilibro interno. Vi è una stabilità in cui la novità, costituita dall’ingresso di nuovi partecipanti o dall’introduzione di nuove tematiche, non è mai destabilizzante o fonte di grosse criticità ma è sempre un arricchimento sia per i proponenti sia per il Gruppo che la riceve. Non è un caso che Lewin dicesse che il gruppo – in continuo scambio con l’ambiente esterno – sia una realtà dinamica, in continuo movimento, la cui staticità ne decreterebbe la fine. Sono concetti familiari, di cui avevo letto e studiato, ma che forse non avevo mai del tutto assorbito: ora finalmente ne faccio esperienza in prima persona.

Trovo che questa realtà sia qualcosa di simile a una macchina che si trova in un punto indeterminato di una salita di cui però non si intravede la fine. È una macchina dalla carrozzeria colorata e vivace, un po’ bizzarra, ma se la si osserva dentro, più da vicino e nel dettaglio, si può cogliere come i vari elementi combacino bene e siano necessari l’uno per l’altro per proseguire sul sentiero. La salita è ardua e faticosa, serve un rifornimento continuo, perciò è fondamentale che ogni elemento concorra con le proprie energie e le proprie iniziative.

Ma la macchina, per quanto solida, non è esente dal rischio di sbandare o di scivolare nella buca dietro l’angolo. Inoltre, un motore grosso e potente e un serbatoio pieno servono a ben poco se non si sa dove si vuole andare. Una figura che orienti le energie dei vari elementi in una direzione, che ammortizzi le cadute, che protegga l’integrità della macchina da potenziali rischi, è indispensabile; in questo modo ciascuno viene motivato a migliorarsi e il gruppo a procedere lungo la strada.

Il traguardo non è ben visibile, ma come ci si potrebbe arrestare? La macchina scivolerebbe all’indietro vanificando i sacrifici di tutti i componenti. In questo percorso si deve tener conto di tutte le parti, anche di quelle che per lungo tempo sono state disconosciute, imparando ad ascoltare le vibrazioni, i rumori e i cigolii degli elementi che fanno più fatica. In questo modo si matura la visione che per raggiungere un obiettivo è necessario riconoscere che l’Altro, pur nella sua diversità di materiale e composizione, è parte integrante della macchina.

E intanto si progredisce, a volte lungo terreni più dolci a volte più accidentati; ma il desiderio di crescere e salire si rinnova, mentre le potenzialità di ciascuno cercano sbocchi e attualizzazioni, perché è il sentire le proprie potenzialità che motiva a fare qualcosa per diventare, per essere.

Affinché vi sia una tensione in questa direzione è importante imparare ad abbandonare i sentieri brevi, facili, le scorciatoie che han portato molti a lasciarsi sedurre dalla mediocrità. Questa è una via particolarmente insidiosa perché portatrice dell’ingannevole promessa di poter crescere a costi inferiori… intanto che si scivola nel mondo della devianza.

Per non lasciarsi affascinare da questa via, tanto luccicante quanto illusoria, un modo può essere quello di ritrovare un senso di appartenenza, collaborando per un progetto con chi non ha timore di nell’imbattersi nei dossi e negli ostacoli che si incontrano via via, perché ha e cerca col gruppo gli strumenti per farvi fronte e superarli.

Ottavia Alliata

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Il dolce e l’amaro

IL GRUPPO DELLA TRASGRESSIONE 8 MARZO 2021
Cineforum su ‘’Il dolce e l’amaro’’ (Andrea Porporati, 2007)

LA TRAMA
Saro Scordia è il figlio di Vito Scordia, mafioso siciliano morto in carcere durante alcune rivolte. Dopo la morte del padre, Saro viene introdotto gradualmente nella vita mafiosa tramite un amico di famiglia, Don Gaetano, il quale gli assegna diversi “lavori” da portare a termine. Saro diviene presto “uomo d’onore”, giurando fedeltà a Cosa Nostra e assicurandosi così il “rispetto” di tutto il paese. Arriva a compiere anche degli omicidi su commissione. Inoltre, per obbedire alle indicazioni di don Gaetano, si sposa con una donna che non ama e mette su famiglia. La sua vita da deviante lo porta ad allontanarsi dal suo unico amore, Ada, la quale si rifiuta di sposarlo per la vita che conduce. Più avanti Saro inizia a guardare con una certa perplessità le dinamiche all’interno della mafia e decide di fuggire in una città del Nord Italia per rifarsi una vita sotto protezione; qui si ricongiunge con Ada, dalla quale nasce una figlia. Si rende così conto della bellezza delle cose semplici come tornare a casa dalla propria famiglia, cucinare per sua figlia e per sua moglie, lontano dalla sua vecchia vita nella mafia. 

 

L’INGRESSO
Il protagonista descrive l’ingresso nella mafia come l’ingresso nella famiglia perfetta, dove “tutto viene fatto alla luce del sole e ci si dice sempre la verità”,  principi che contrastano molto con ciò che nei fatti è la mafia. Nella prima parte del film viene ben descritto come chi entra a far parte di queste associazioni mafiose viva in una realtà parallela dove tutto viene distorto e si pensa che il rispetto e l’invidia altrui siano quello che più conta nella vita. E così, passo dopo passo, si giunge a fare giuramento a un’associazione che si vede come perfetta. 

 

LA SEDUZIONE DEL MALE
In certi ambienti e in certi contesti sociali è facile essere sedotti dal male e dalla criminalità in giovane età; è una seduzione che avviene in maniera così rapida che il soggetto quasi non se ne accorge. Il male, in questi tipi di realtà, ha un potere seduttivo molto forte. Questo film rimanda a quello che al gruppo della trasgressione viene definito ‘’il virus delle gioie corte’’: è più facile godere di qualcosa la cui fruizione è immediata piuttosto che di quello che deve essere costruito con un impegno costante. Questo vale anche per la costruzione di affetti e di relazioni durature. 

 

LE MANCANZE DI SARO
Quello che manca a Saro nella sua vita è la libertà; Saro non è libero di scegliere, deve semplicemente eseguire degli ordini, deve “riconoscere la Luna al posto del Sole” e annullare la sua individualità e i suoi affetti. Ada gli dice in maniera chiara che non può condividere la vita con un soggetto che ha uno stile di vita criminale. Saro in questi incontri con Ada esprime tutta la sua violenza, dentro di lui c’è solo l’idea di afferrare quel che considera una sua proprietà privata. Saro sposa Antonia, la prima moglie, perché il padrino ha pensato fosse il momento per lui di mettere su famiglia; la sua vita è scandita minuto per minuto dalla volontà e dalle aspettative di qualcuno che lo domina, che è estraneo ai suoi sentimenti, ma al quale ha deciso di consegnare la sua libertà. Questo film rende bene l’idea delle associazioni criminali in cui si è inglobati senza fermarsi mai a pensare, in cui viene anestetizzato tutto, dove c’è solo azione e non riflessione. 

 

CRIMINALITÀ E GIUSTIZIA
Durante il nostro incontro ci siamo soffermati sull’idea che “il delinquente pratica una sua giustizia”: egli viene da una storia che lo ha abituato a percepire solo cose appariscenti e poi a procedere in conseguenza ai suoi abbagli. Egli capisce bene che quando sequestra qualcuno o uccide non sta praticando la giustizia, ma ritiene, con il conforto dei suoi complici, che quella è la cosa da fare; tutte le sollecitazioni interne che suggeriscono altro vengono messe a tacere e, in conseguenza di ciò, egli commette abusi e azioni criminali che nel suo delirio hanno lo scopo di ristabilire un equilibrio violato. Il  “cavaliere della giustizia”, motivato a “mettere le cose a posto”  vive in un suo mondo fatto di poche cose importanti. Dal suo punto di vista,  all’interno del mondo che considera significativo si deve procedere con giustizia; ad esempio, nel film, i ragazzini accusati di aver derubato la madre di Sciacca dovevano essere puniti e non uccisi; ma dopo aver legiferato insieme, il sig. Sciacca decide che occorre procedere secondo una giustizia più appropriata e, se gli altri non capiscono, pazienza. Il mafioso, insomma, pratica la giustizia nell’Hic Et Nunc,  senza troppo preoccuparsi delle regole fissate da lui stesso o dal suo clan il giorno prima. Il suo senso della giustizia è quello del miope che inquadra ciò che conta solo all’interno perimetro che la sua miopia gli permette di raggiungere. Ciò che succede al di là non lo riguarda. Mosso dalle frustrazioni, dalla rabbia e dai modelli con cui è cresciuto, trova nel clan l’ambiente per diventare forte e ristabilire la giustizia nel mondo (nel suo cortile), senza accorgersi o senza dare rilievo al fatto che tante volte i suoi figli giocano con i bambini del cortile accanto.

 

LA LEGGE MORALE
Bisogna esplorare il percorso che porta l’adolescente a operare le sue prime scelte.  Quello che sentiamo non è solo il risultato di ciò che noi scegliamo, ma anche dello spazio che ci viene presentato dalle figure significative che ci aiutano a crescere. Saro si comporterà da burattino nelle mani del padrino Butera fin quando non capirà  di aver perso il controllo sulla sua stessa vita. A questa nuova visione delle cose contribuisce Ada, che, nonostante il contesto siciliano, rifiuta lo stile di vita di Saro; non è un rifiuto all’amore, ma della scelta di vita sbagliata fatta da Saro. 

 

AMORE E DELINQUENZA
Prendiamo ora in considerazione il rapporto con Ada, la donna di cui Saro si mostra innamorato e che continua a ricercare nel corso del film per convincerla ad avere una relazione con lui. Il forte sentimento di Saro è ricambiato, ma Ada gli dice con fermezza di non poter condividere i suoi abusi e il suo stile di vita.

Durante la discussione del film ci si è chiesti se il sentimento che Saro prova nei confronti di Ada si possa chiamare davvero “amore”, un amore assoggettato al potere e ad abusi continui. Saro non è in grado di far coesistere i suoi reali interessi: da un lato fare strada nella mafia, dall’altro l’amore per Ada.

E Ada come può  amare un violento, un assassino? Ma forse Ada riesce a vedere la violenza nei suoi confronti come una debolezza dell’uomo e questo le permette di non rifiutarlo in modo definitivo. Il sentimento della donna va oltre il delinquente, vede lontano e vede anche per Saro: alla fine l’uomo va dove la donna indica. Forse ci va perché a lui conviene, o forse perché a loro due conviene.

È bene sottolineare comunque che non tutti sono in grado di andare dove gli altri indicano: Saro invece ci è riuscito e dalla scelta di Saro di inseguire Ada nasce una famiglia.

 

L’ASSOCIAZIONE MAFIOSA: UNA FAMIGLIA CON GERARCHIE E REGOLE
Quando un giovane entra in un’organizzazione criminale qualcuno gli dice che deve vedere “la Luna in cielo e non il Sole”, per fargli capire chi decide l’ordine del mondo. 

Nel momento in cui a Saro viene chiesto di uccidere il giudice, egli vive un turbamento, che vorrebbe condividere con l’amico, con il quale però non riesce a confidarsi. A questo punto inizia a toccare la solitudine. Il delinquente e il mafioso a poco a poco si ritrovano soli. Di fatto, il padre aveva avvertito Saro che, entrando a far parte di quella realtà, non ci sarebbe stato solo il dolce che stava assaporando, ma anche l’amaro.

Ci sono persone che sono arrivate a uccidere le proprie sorelle, il padre, le proprie figlie perché non rispettavano le regole della loro vera famiglia, Cosa Nostra. Infatti, ai componenti dell’associazione mafiosa viene imposto il disconoscimento della propria famiglia d’origine perché la prima vera famiglia deve essere la mafia.

All’interno della “famiglia” si deve fare strada perché chi rimane indietro muore. Tuttavia, si deve accrescere il proprio potere cercando di non superare mai chi è più potente,  altrimenti si muore. 

Una regola di Cosa Nostra è quella di saper fare il padre e il marito e infatti anche Saro viene spinto a sposarsi e formare una famiglia. Tuttavia, il mafioso pensa di rispettare la moglie e i figli, ma non è capace né di essere un marito né di essere un padre. 

Nel momento in cui si entra a far parte di Cosa Nostra e si fa un giuramento, si diventa un uomo d’onore. Un “uomo d’onore” non può mai mentire ad un altro “uomo d’onore”. Per questo motivo agli occhi di Saro quel mondo appare come perfetto, come una bella famiglia di cui fidarsi.

 

IL CAMBIAMENTO
È difficile accettare l’idea che persone che hanno fatto parte di associazioni mafiose possano cambiare. Nel corso della discussione ci si chiede se Saro sia riuscito a fare un serio percorso di autocritica. Guardando il film si ha la sensazione che l’evoluzione di Saro non sia sorretta da una reale presa di coscienza del male che ha fatto. Non c’è stata una rielaborazione effettiva del suo passato e del suo vissuto emotivo. È un po’ come se si fosse trovato con le spalle al muro e si fosse rifugiato in Ada, scappando dal suo passato.

 

LA FIGURA DI ADA
Ada è una donna con una capacità straordinaria di leggere la realtà e saper guardare oltre. All’inizio dei film vediamo Ada e Saro passare insieme una giornata ed emerge chiaramente tra loro un trionfo di affettività, desiderio e amore. Lei ha affrontato molte difficoltà e fatto una scelta complessa composta da molteplici passaggi, che permetteranno a Saro di costruire un nuovo futuro, diventando una persona diversa. Non è chiaro nel film se Saro sia stato capace di aggiornare la sua visione della donna e del loro rapporto. Si intuisce però che la coppia che si è formata vive nell’universo morale della donna. Ada non scende a compromessi con Saro, lascia la Sicilia e si trasferisce in un paese del Nord Italia, paese dove Saro cercherà di aprirsi a una nuova vita,  allontanandosi dall’ambiente mafioso e consegnando ad Ada le proprie fragilità.

 

LA COLLABORAZIONE CON GLI ORGANI DI GIUSTIZIA
La collaborazione con la giustizia di Saro ha chiaramente dei connotati di interesse personale e privato e gli serve per salvarsi la vita, per portare avanti il rapporto con Ada che è stata la sua “molla”, essendo l’elemento che l’ha salvato e pungolato fino al momento della scelta di collaborare.

Al gruppo ci si chiede quale evoluzione abbia avuto la coscienza di Saro quando decide di raggiungere Ada. Prima di questa scelta, Saro si dimostra perplesso rispetto all’ordine di uccidere il giudice di cui è amico, ma non dimostra un rifiuto dei principi della mafia.

Il pentito non passa attraverso un processo di ricostruzione della coscienza, dell’identità, di un “percorso di cittadinanza”. Questo espone la categoria dei pentiti a quanto viene presentato nel film: recidive, commistione, ambiguità, ritrattazione e ricatti. Diverso è il discorso su persone che, attraverso un percorso personale di molti anni, tornano ad essere cittadini. Esistono inoltre anche i cosiddetti “dissociati”, ovvero coloro che non hanno più nulla da raccontare o comunicare, ma solo brandelli di verità da vendere per motivi differenti, che si dissociano dall’ambiente criminale per avere dei ritorni in termini di benefici modesti. Il pentito, il dissociato e il trasgressore sono tre figure che hanno caratteristiche, percorsi e lavori individuali profondamente diversi. 

 

LA PERPLESSITÀ DI SARO
In diversi momenti del film, Saro consegna allo spettatore la sua perplessità e il suo turbamento nonostante continui a procedere per la sua strada. Saro non è il fanatico che crede a quel che viene dichiarato col giuramento mafioso. I passaggi in virtù dei quali diventa progressivamente uomo d’onore non sono accompagnati da un’intensificazione del suo delirio. Potrebbe essere interessante allora chiedersi come si sente e cosa vive una persona durante il giuramento come uomo d’onore.

 

TESTIMONIANZA DI EX-DETENUTO
“Nel momento in cui si entra in Cosa Nostra non viene estromessa la famiglia che uno si è creato, ma necessariamente viene messa in secondo piano, perché la prima famiglia è Cosa Nostra. Ci sono persone di Cosa Nostra che hanno ucciso alcuni familiari in quanto non rientravano nei canoni prestabiliti. Spesso all’interno di Cosa Nostra la donna subisce, oppure capita che per poter sposare una donna sia necessario ucciderne il padre (in quanto carabiniere ad esempio), senza che questa sia a conoscenza di chi abbia commissionato la morte del padre. Quando una persona diventa parte di un’organizzazione criminale, si è già avvicinato a quella famiglia, commettendo alcuni reati. Un tempo mi sentivo grande, oggi mi chiedo perché ho fatto tutto questo” 

 

RICOSTRUIRE LA CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO SÉ
Il recupero delle persone non è cosa facile. Il regista propone la collaborazione con la giustizia come alternativa per far giungere Saro alla presa di coscienza della parte amara della vita, innescando una crescita, un percorso di purificazione, redenzione e consapevolezza del proprio sé. 

Diversamente dai detenuti del Gruppo della Trasgressione, che rivendicano il valore di un percorso fatto a proprie spese, a Saro viene proposto di ricostruirsi una vita e gli viene offerto un lavoro in edicola, veicolando l’idea che egli sia diventato in grado di sudarsi la vita, accettando l’amarezza e il rischio che vivono tutti i cittadini.

 

TESTIMONIANZA DI UN EX-DETENUTO
“Noi che veniamo da tantissimi anni di carcere, non siamo collaboratori di giustizia, ma collaboriamo con le autorità e in questo caso specifico attraverso il Gruppo della Trasgressione. Non arretriamo nelle nostre responsabilità. Se una persona entra in carcere e collabora fin da subito, in questo modo non si evolve. Penso che il lavoro fatto in dieci anni con il Gruppo della Trasgressione sia una vera collaborazione: bisogna impegnarsi e mettere al proprio interno semi che possano germogliare. 

Alcuni, avendo collaborato, non hanno mai fatto un giorno di carcere. Io invece penso che sia necessario sudarsi le cose, facendosi aiutare da altre persone capaci di fornirti gli strumenti per far nascere dentro di te qualcosa, per vedere cosa c’è in questa parte di mondo che tu da solo non sei capace di vedere. Se non si trovano persone che ti portano a vedere l’altra parte del mondo, questo in carcere non succederà mai, perché prevalgono gli interessi del capo branco e non il desiderio di aiutare l’altro”.

 

Alessia, Asia, Federica e Arianna

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Esplorando Dedalo: scambi in chat

A seguito dell’incontro dell’Officina della Creatività di martedì 30 marzo su zoom, si è innescato uno scambio di riflessioni sulle figure di Dedalo e Icaro, la sua colpa, il suo destino:

Marco: Volevo condividere una riflessione che c’entra col discorso affrontato oggi sulle differenze di genere e allo stesso tempo con il mito di Icaro, così per prendere due piccioni con una fava. Per sgombrare il terreno da possibili stereotipi che intacchino la fertilità del mito e, preso atto del fatto che detenuti ed ex detenuti del gruppo sono di sesso maschile, vi faccio la seguente domanda: che differenza c’è tra la trasgressione di Dedalo e il suo superamento del limite con la trasgressione di Pasifae che supera anch’essa un limite? Accoppiarsi con un essere che non appartiene al genere umano non è anch’esso sintomo di arroganza e di presunzione di chi vuole giocare a fare Dio? Si potrebbe obiettare che l’ha fatto perché Minosse la trattava malissimo, vero, ma allora un sopruso subito giustifica il superamento del limite ?

Juri: Anche io trovo interessante il quesito di Marco. Vi dico in breve che nei miti greci è quasi sempre presente l’idea che l’essere umano diventa colpevole di colpe necessarie per la conoscenza e per lo sviluppo dell’uomo. Questo o quell’altro fanno qualcosa che è male ma che è scritto debba accadere. La cosa somiglia all’idea che in ogni uomo c’è il seme di tutto, ma poi saranno soprattutto alcuni a ricordarcelo diventando i portabandiera della colpa, del peccato, della difficoltà che l’uomo incontra nel vivere e nel suo percorso di emancipazione.

Olga: Ciao Marco. Il tema comincia a lievitare! Adesso sto cucinando e non posso dilungarmi. Di getto, qualche considerazione: 1) perché Dedalo ha sfidato la divinità ? 2) Dove ricavi ciò ? 3) l’ impalcatura delle ali inventate è un bisogno di libertà per se stesso perché trova ingiusto essere stato imprigionato dal suo stesso committente ma anche per dare libertá al figlio. Anche Minosse ha le sue colpe verso la divinità (Poseidone). 3) per Pasifae si, è lussuria, ma non trasgredisce soltanto a causa della tirannia di Minosse (è una donna di quel tipo di società, anzi è la first-lady di un regno, sebbene l’ adulterio sia una colpa. Qui, addirittura è lussuria. Per Pasifae, è come dice il Dottore, “l’essere umano diventa colpevole di colpe necessarie per lo sviluppo dell’uomo, etc…..”

Marco: Ciao Olga, Dedalo “gioca a fare Dio “ secondo me, non sfida nessuna divinità. Si autoconferisce la facoltà di superare un limite imposto prendendo il volo come se fosse un Dio e, dall’alto della sua arroganza, non curandosi delle conseguenze che l’azione avrà per se ma sopratutto per il figlio

Olga: Ci rifletterò un po’ … Al momento Dedalo mi sembra un Narciso superlativo

Ottavia: Ciao Marco, secondo me si può dire che Dedalo sfida la divinità, anche se indirettamente. Cioè se ammettiamo L’esistenza di Dio e Dedalo cerca di superare tutti i limiti giocando a fare Dio, ne deriva che in questo modo sta sfidando la divinità. La sta sfidando perché Dio non ammetterebbe che un essere umano si comporti come se fosse qualcos altro  da sè e quindi appunto un Dio

Marco: Bello, mi piace ! Interessante punto di vista dalla sfumatura agnostica

Sofia: Capisco in che senso Dedalo possa essere considerato colpevole nella direzione della “übris” tragica, tuttavia non sono d’accordo. Personalmente vedo una differenza sostanziale tra lui e Ulisse, ovvero colui che tenta il “folle volo”, per dirla con Dante, e che, per l’appunto, finisce nei gironi del suo inferno. Per come lo vedo io, Dedalo è l’ennesima (riuscita) rappresentazione che il mondo greco dà dell’uomo che punta in alto per elevarsi e crescere. Dedalo è il labirinto. Secondo una concezione molto greca del “fare”, l’uomo è la sua opera. Non per niente il labirinto creato da Dedalo prende il suo nome. Quando Dedalo supera i limiti dell’opera che lui stesso ha creato,  si dà un’altra occasione per crescere e creare (nel senso della creatività e quindi della libertà). Il labirinto prende il nome da Dedalo ma Dedalo deriva il suo nome dal verbo greco daidàllo che significa “lavorare con impegno”. C’è forse un’attitudine più virtuosa per l’uomo se non quella di lavorare con impegno? Dedalo lavora con impegno per superare i propri limiti, NON i limiti della natura umana. Il suo fine è la libertà, non il sole (dio). Sarà il figlio Icaro, che non possiede la stessa virtù (arte, intelligenza, forza, creatività) del padre, a fare un uso tracotante dello strumento che Dedalo gli ha messo a disposizione portando entrambi alla morte anziché alla libertà. Qui sta secondo me lo straordinario senso del tragico di questo mito greco: ciascuno cresce con gli strumenti che si sa dare, ammesso che qualcuno sia capace di dotarsene è impossibile condividerli. È la storia del mito della caverna: lo schiavo che si libera dalle catene e dalla menzogna delle ombre quando tenta di liberare i suoi compagni viene ucciso. La libertà è una conquista solitaria a cui però la cultura greca cercava di educare tutti e ciascuno.

Alessandra: Mi permetto di domandare: nel momento in cui Dedalo uccide il nipote non ha forse sfidato Dio?

Olga: Ciao, Alessandra. In armonia con il suggerimento di Sofia, faccio questa considerazione:1. Se Dedalo è la sua opera, cioè il lavorare con l’impegno, ha già un obiettivo verso cui tendere; 2.  Così, “l’eroe o semidio” non può prescindere dall’ obiettivo finale che deve portare a compimento; 3. Quindi, secondo me, Dedalo è un “eroe culturale”, che non avrebbe bisogno di confliggere con la divinità; 4. poiché è già “ingegno”, non può tollerare di avere un rivale (umano) nella sua scienza e, quindi, afferma la sua ambizione, eliminando Talo senza velleità divine (è soltanto una mia opinione. Dalle ricerche fatte, al momento, non ho trovato altri collegamenti mitologici o letterari…. però bisogna continuare a studiare e confrontarsi)

I vestiti di Amy

Il film racconta la storia di molte donne attraverso gli occhi di Amy, una ragazzina di 11 anni cresciuta tra due culture diverse: quella francese in cui vive e quella senegalese delle sue origini familiari.

Amy vive in casa con il fratello minore, la madre ed una zia, nell’attesa del ritorno del padre che è andato in Senegal a prendere la sua futura seconda moglie per riportarla in Francia e sposarla ufficialmente.

La famiglia di Amy è una famiglia legata a severe tradizioni religiose ed Amy è una bambina incastrata tra la tristezza della madre, che dovrà suo malgrado condividere il marito con un’altra donna, e i divieti e gli obblighi della tradizione imposti dalla zia.

Tutto questo genera in Amy una sorta di ribellione che la rende sempre più affascinata e incuriosita da un gruppo di ragazze della sua scuola che si stanno preparando per una gara di ballo. Lei riesce a farsi accettare da queste ragazze e la danza diventa così un’ossessione in cui incanalare tutta l’energia e la frustrazione.

 

MA CHI È AMY?

Amy è una ragazzina di 11 anni che cerca di costruirsi la sua identità perché anche i bambini, come gli adolescenti, sono in cerca della propria identità e le figure che osservano come primi referenti sono i genitori, i fratelli, gli zii e i nonni e, a seguire, i loro compagni di gioco.

Ma quando i nostri referenti mancano, per distrazione, assenza o per qualsiasi altro motivo, che risposte trovano i bambini? Chi li guiderà nel loro cammino verso la vita, verso le prime esperienze e verso quella fase importantissima per una donna che è la scoperta della propria femminilità?

Quando manca l’attenzione genitoriale, questi bambini, così come ha fatto Amy, si ritrovano a cercare le soluzioni alle loro domande esistenziali, da soli, interfacciandosi direttamente e senza filtri con la cultura iper-sessualizzata in cui siamo immersi ogni giorno.

Mancano quindi quelle guide che possano, attraverso il dialogo e l’insegnamento della comunicazione emotiva, accompagnare i bambini verso il loro cammino di crescita, ascoltando le loro esigenze, i loro bisogni e le loro paure, aiutandoli così a comprendere le proprie fragilità.

Ciò che invece viene fatto da parte della madre e della zia è immergere Amy nelle loro tradizioni religiose, sperando e illudendosi che queste siano sufficienti a tenerla lontana dai guai e a trasformarla in una donna rispettabile.

Amy è quindi una ragazzina che non ha dei riferimenti in questa fase difficile, che inizia a sentirsi in contrasto con la cultura familiare castrante, ancorata a tradizioni e modi di pensare che negli anni in cui viviamo non sono più utili a una bambina di undici anni che sta affrontando una fase delicata della sua crescita.

L’unica certezza che ha Amy è di essere contemporaneamente molto attratta da un gruppo di compagne di scuola ribelli e vistose, da cui vorrebbe sentirsi accettata e attraverso cui vorrebbe entrare in contatto con una serie di cose: dal look al linguaggio, alle normali curiosità per l’altro sesso che si hanno fin dall’infanzia, che per lei sono proibite senza però comprenderne il motivo.

“Mignonnes” sono undicenni abbandonate a loro stesse che ripetono gesti e pose senza comprenderle davvero. Nei loro sguardi, che dovrebbero essere sensuali, si legge solo lo smarrimento di chi non ha né l’età per comprendere certe cose, né una struttura familiare di supporto che le guidi e le orienti. Si ispirano ai modelli che vedono in giro, sui social, nelle pubblicità e sui siti per adulti e il corpo diviene l’unico mezzo per accedere a ciò che desiderano: l’ammirazione degli altri, l’autostima di sé e quel bisogno di essere accettate all’interno del gruppo dei pari.

Nella parte finale del film, la verità e il vissuto di Amy vengono finalmente fuori; la bambina si ritrova faccia a faccia con la madre, una donna che, nel panico davanti a ciò che scopre, trova in sé stessa il coraggio di non punire la figlia ma di ascoltarla, spezzando anche le imposizioni della tradizione. Ed è proprio da questo momento che Amy ritrova finalmente i suoi anni, rifiuta di indossare l’abito che i parenti si aspettano che lei indossi e rifiuta anche di indossare gli abiti scollati del ballo, anche se li ha amati entrambi ed entrambi le sono serviti per arrivare a scegliere consapevolmente di indossare quelli che considera i “propri vestiti”, che diventano la sua “idea di sé”.

Katia Mazzotta

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Cornici

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Cornici
Dolci confini
A volte ambiti
Altre rifiutati
Inutili limiti
Quando occhi
Curiosi
Sulle proprie lunghezze d’onda
Declinando
Segni e colori
Se stessi definiscono

Franco Scoccimarro

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Il mondo della devianza

Viaggio di andata e ritorno
nel mondo della devianza

Traccia per un incontro con un gruppo di studenti
alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio cui prendono parte detenuti, studenti universitari, familiari di vittime di reato e comuni cittadini per

  • chiedersi insieme quali sono gli ingredienti che favoriscono l’ingresso nel mondo della devianza, con i comportamenti e i sentimenti che lo caratterizzano;
  • sperimentare attraverso il lavoro e dei progetti comuni le strade più utili per diventare membri attivi e riconosciuti della collettività.

A tale scopo,  i diversi componenti del gruppo, danno spazio ai sentimenti e alle loro eterogenee esperienze per chiedersi in collaborazione:

 

come si acquista il biglietto di andata:

  • Le condizioni familiari e ambientali, i conflitti, le turbolenze dei primi anni di vita;
  • le fragilità, il bisogno di conferme, la rabbia, il senso di rivalsa dell’adolescenza;
  • La brama di diventare grandi e l’urgenza di accorciare i tempi per sentirsi indipendenti dalle prime figure di riferimento;
  • la seduzione, gli attori, le forme, i meccanismi;
  • I modelli di riferimento e l’ambiente nel quale si ottengono i primi riconoscimenti dal boss, dalla banda;
  • L’iniziazione, la sfida, i gradini dell’ascesa all’interno del gruppo dei pari;
  • I meccanismi di assuefazione all’abuso con “la banalità e la complessità del male”;

 

come si lavora per quello di ritorno:

  • le attività, le aree di interesse e di intervento, i progetti;
  • le collaborazioni all’interno del gruppo e con le istituzioni;
  • le risorse interne e le alleanze possibili.

 

L’incontro con alcuni studenti della cattedra del prof. Francesco Scopelliti è stato registrato su Zoom ed è conservato negli archivi del Gruppo della Trasgressione.

Percorsi della devianza

Le attività di Trasgressione.net

Arianna Picco, Matricola 482607
CORSO DI STUDIO: Psicologia
TIROCINIO CURRICULARE PRESSO: Associazione Trasgressione.net
PERIODO DEL TIROCINIO: dal 17/11/2020 al 30/12/2020

CARATTERISTICHE GENERALI DELL’ATTIVITÁ SVOLTA
Il “Gruppo della Trasgressione” è stato fondato dal Dott. Aparo, psicologo e psicoterapeuta che opera da più di 40 anni in carcere e che circa 20 anni fa ha avuto l’idea innovativa di favorire il confronto tra detenuti, ex detenuti, studenti, famigliari di vittime di reato e comuni cittadini perché ognuno potesse trarne beneficio. Nel 2006 dal gruppo è nata l’Associazione “Trasgressione.net” e nel 2012 una Cooperativa Sociale, che permette, attraverso la consegna di frutta e verdura a domicilio alle persone bisognose e con la vendita nei mercati, un’entrata economica e un lavoro a ex detenuti, favorendo un loro reinserimento “assistito” nella società.

Obiettivi principali del Gruppo della Trasgressione sono il percorso per giungere alla consapevolezza dei propri strappi, dei propri errori; il riconoscimento delle proprie fragilità senza provarne vergogna ma accogliendole e valorizzandole; il recupero del rapporto con i propri cari; la responsabilizzazione e la ricostruzione di una credibilità agli occhi della propria famiglia; il riconoscimento delle proprie emozioni e la condivisione delle stesse. Tutto questo avviene agli incontri del Gruppo della Trasgressione, presieduti dal Dott. Aparo, che si pone come figura guida nella ricostruzione di sé dopo un passato di devianza.

Di norma, gli incontri tra i diversi componenti del gruppo si svolgono ogni settimana presso la sede di via Sant’Abbondio a Milano e nelle carceri milanesi di Opera, Bollate e San Vittore; al momento, a causa della situazione di emergenza sanitaria, sono invece online sulla piattaforma Zoom.

Sono previsti periodicamente incontri con le scuole in cui tirocinanti ed ex detenuti parlano agli studenti degli istituti inferiori e superiori raccontando la loro esperienza e facendo loro comprendere il danno che si crea a se stessi e agli altri attraverso la devianza.

Il lunedì le attività online sono improntate sul Progetto di Cineforum “La Banalità e la Complessità del Male” durante il quale si discute di film inerenti la tematica della devianza, cercando di analizzare i fattori di rischio e di protezione nello sviluppo di delinquenza, tossicodipendenza e bullismo. A questi incontri hanno partecipato anche gli studenti del Liceo Artistico Brera di Milano, collaborando attivamente nell’esprimere le loro riflessioni e dare i loro contributi. Durante questi incontri si tratta anche il tema della Criminalità Organizzata, su cui vengono visti alcuni film di cui si discute; durante un incontro abbiamo avuto modo di confrontarci con la dott.ssa Monica Forte, Presidente della Commissione Antimafia della Lombardia.

Il martedì si svolge il progetto “Genitorialità responsabile”, grazie al quale ci si confronta sulla tematica della spesso difficile relazione tra genitori detenuti e figli: i figli infatti fanno fatica a vedere un genitore detenuto come punto di riferimento, provano sentimenti contrastanti nei suoi confronti, oppure maturano rabbia verso gli agenti penitenziari e verso l’autorità che considerano ingiuste nei confronti del proprio genitore. La situazione di disagio che spesso questi giovani vivono può condurre alla devianza di seconda generazione. Occorre per questi motivi agire per favorire maggiori momenti di incontro tra genitori detenuti e figli, aiutando i genitori a ricostruire una credibilità agli occhi del figlio, attraverso attività svolte insieme ai propri cari.

A tal proposito si è ideato un progetto di cucina in carcere, nel quale i genitori detenuti possano preparare e consumare un pranzo con i loro figli e con gli agenti penitenziari, per facilitare attraverso un’attività creativa come la cucina un rapporto funzionale tra le tre parti.

Il giovedì si tratta invece il progetto “Palestra della creatività”, discutendo di possibili iniziative di prevenzione della devianza, del bullismo e della tossicodipendenza attraverso la creazione e la valorizzazione di elaborati artistici (musica, poesie, disegni, sculture). L’idea di fondo è che un ambiente dove le risorse individuali vengono accolte e coordinate per coltivare obiettivi comuni possa essere utile a prevenire il disagio e i vissuti di marginalità, che sono non di rado anticamera della devianza.

Un altro obiettivo del Gruppo della Trasgressione è favorire l’integrazione delle persone straniere in Italia: a tal proposito si è pensato di facilitare dei momenti in carcere in cui i detenuti a turno cucinino un piatto tipico del loro Paese di provenienza per offrirlo a tutte le altre persone. Questo si pensa possa facilitare i rapporti difficili che spesso si vengono a creare in carcere tra detenuti, rendendo ancora più complicato e quindi disfunzionale il periodo di detenzione.

A seguito di ogni incontro era mio compito redigere dei verbali insieme ad altri studenti tirocinanti, riportando tutto ciò che veniva trattato durante la giornata. Era richiesto inoltre ai tirocinanti di partecipare attivamente agli incontri, dando contributi e idee inerenti ai progetti in programma.

Ho avuto modo di partecipare alla preparazione e realizzazione dello spettacolo teatrale “Il mito di Sisifo” con la collaborazione di Municipio 5 di Milano. Questa rappresentazione, attraverso il mito greco, permette di trattare tematiche legate alla devianza, al delirio di onnipotenza di chi delinque, al rapporto contrastato tra genitori e figli, fino alla presa di consapevolezza da parte del detenuto del proprio percorso e dei propri errori e alla formazione del cittadino, cioè della persona interessata alla “Cosa pubblica”. Questo spettacolo permette a studenti tirocinanti, cittadini, famigliari di vittime di reato, detenuti ed ex detenuti di dialogare, confrontarsi ed interagire in maniera creativa e produttiva.

Durante il mio tirocinio ho avuto la possibilità inoltre di partecipare come membro attivo del Gruppo della Trasgressione a incontri con la comunità Oklahoma di Milano, un centro di accoglienza di giovani in messa alla prova o con problematiche famigliari, con i quali si è pensato di svolgere attività creative e azioni socialmente utili in collaborazione con Municipio 5 di Milano per prevenire la devianza ed il disagio.

 

OBIETTIVI RAGGIUNTI
Grazie a questo tirocinio ho acquisito più sicurezza in me stessa, più consapevolezza delle mie risorse e potenzialità. Ho avuto modo di aprirmi a riflessioni e punti di vista differenti, collaborando insieme agli altri membri dell’Associazione per obiettivi comuni, dando il mio contributo per idee di progetti in ambito sociale e potenziando le mie capacità di ascolto attivo, fondamentali per la professione di psicologo.

Ho imparato a riconoscere i fattori di rischio e di protezione del disagio e della devianza, ed a progettare piani di intervento e di prevenzione degli stessi. Ho conosciuto una realtà, quella carceraria, le cui problematicità riguardano tanti settori e sono ancora poco prese in considerazione dalla società: l’applicazione effettiva della funzione rieducativa della pena; il reinserimento sociale del detenuto durante e dopo la conclusione della pena; un supporto nella coltivazione di rapporti famigliari e, soprattutto, nel rapporto con i figli.

Ho conosciuto persone con vissuti differenti dal mio, che attraverso le loro parole mi hanno portato estremo arricchimento interiore, utile a livello personale e formativo per il mio futuro lavoro di psicologa. Attraverso questa esperienza ho imparato a dialogare e non solo a litigare con la mia timidezza e ho ampliato le mie conoscenze, confrontandomi costantemente su tematiche come l’importanza della figura genitoriale per un figlio, il rapporto con l’Autorità, la presa di coscienza dei possibili “strappi” subiti durante l’adolescenza e l’infanzia e la rielaborazione degli stessi, i sensi di colpa, l’importanza del riconoscimento dell’Altro, il percorso di cambiamento, di maturazione e di responsabilizzazione.

Il Gruppo della Trasgressione è uno strumento fondamentale per la società, in quanto permette un confronto sano e funzionale tra le persone favorendo l’emergere delle risorse insite in ognuno. Reputo di estrema importanza gli interventi svolti da questa Associazione all’interno ed all’esterno delle carceri in quanto permettono la prevenzione della devianza ed il recupero e la ricostruzione di un Cittadino.

Come citato dalla nostra Costituzione infatti, la funzione della pena deve essere rieducativa: questo appare in profonda contraddizione con la situazione reale delle carceri italiane e le modalità di detenzione; la chiave per il recupero di una persona, affinché una volta uscita dal carcere possa contribuire attivamente al benessere della società, non è l’emarginazione sociale ma il confronto attivo con la società civile che permetta un suo graduale reinserimento lavorativo nella società stessa attraverso il riconoscimento delle sue risorse. La ricostruzione di un cittadino è un processo lungo ma realizzabile e i cui effetti benefici si ripercuotono sul singolo, sulla sua famiglia (anche prevenendo la devianza di seconda generazione) e sulla società intera.

Poiché reputo i progetti del Gruppo della Trasgressione utili e innovativi, ho deciso di restare come membro attivo dell’Associazione.

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