Ho bisogno di un compenso, se no mi distruggo

“Cosa mi importa che non esistano colpevoli, che ogni cosa derivi semplicemente e direttamente da un’altra, e che io lo sappia! Ho bisogno di un compenso, se no mi distruggo. E un compenso non nell’infinito, chissà dove e chissà quando, ma qui, sulla terra e voglio vederlo coi miei occhi!”

Esito imprevisto ma alquanto gradito dei nostri cinque incontri al carcere di Opera su Delitto e Castigo, la intensa frequentazione con il Prof. Fausto Malcovati ha creato un’altra sinergia.

Suo l’invito per assistere ad una riduzione teatrale de “I fratelli Karamazov” a sua firma e al successivo dibattito:

-- Credits --

LE FORZE CHE MUOVONO LA STORIA. I CERCATORI. Nietzsche, Dostoevskij, Peguy - Letture Teatrali e dialoghi per la città contemporanea.

Fedor Dostoevskij: "...Il campo di battaglia è il cuore dell'uomo" (16.1.2012 - Centro culturale di Milano)

Massimo Popolizio legge "I fratelli Karamazov" (parte seconda, libro quinto)

Aprire le porte

Il reparto “La chiamata” per me è speranza: è qualcosa di presente perché dobbiamo attuarlo adesso; è qualcosa di futuro perché deve espandersi nel tempo e nella nostra realtà.

Molte persone non credono nella reintegrazione dei detenuti, si chiedono “ma davvero chi ha commesso dei reati può cambiare?”. E penso che a quest’ultimi e a questa società ci sia bisogno di dare una risposta anche nel concreto. E possiamo farlo con il nuovo reparto.

I detenuti possono cambiare e ritrovare la propria coscienza, ma questo avviene se c’è qualcuno che li guida. Questo progetto ha l’obiettivo di dare un ruolo a tutti i detenuti e agli ospiti in generale che ne faranno parte, dà la possibilità di essere riconosciuti come uomini e come cittadini. È importante sentirsi parte di qualcosa, trovare quegli obiettivi che prima mancavano, capire che non siamo destinati ad essere alienati dalla società.

I detenuti sono uomini che devono ritrovare la propria coscienza e a cui deve essere data la possibilità di esprimersi, di riflettere su sé stessi e sulla realtà che li circonda, devono essere stimolati da professori, studenti, volontari e attraverso attività culturali.

Come si può pensare che una persona possa reintegrarsi se non dispone degli strumenti giusti? Il reparto La chiamata è il punto di partenza che deve aprire la mente non solo alle persone detenute o alle guardie penitenziarie, ma anche a tutto il mondo esterno.

Da parte mia, sento in primo luogo il bisogno di impegnarmi nella diffusione di tutte le attività proposte dal gruppo, il bisogno di sentirmi utile per l’altro.

Tutti noi siamo diversi, ed è questa la bellezza dell’uomo, ognuno di noi ha qualcosa da dare e tanto da acquisire dagli altri. Unire le abilità dei vari membri e metterle a disposizione di tutti è una grandissima risorsa che deve essere sfruttata nel migliore dei modi. Dare qualcosa è fondamentale quanto l’apprendere qualcosa di nuovo. Il reparto ci offre questa possibilità e non possiamo tenerla nascosta. Si devono aprire le proprie porte al mondo nella speranza che esso sia pronto ad accoglierci, affinché cambi finalmente la visione del carcere e del detenuto stesso.

Chiara Palma

Reparto LA CHIAMATA

La Chiamata al carcere di San Vittore # week 3

Seminare.

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire” [Eccle. 3, 1-3]

Reparto La Chiamata

Guidare il colpevole alla salvezza

La giustizia deve essere equa e condurre al perdono. Non c’è giustizia sino a che tutti non siano soddisfatti, persino coloro che ci hanno fatto un torto e che meritano una giusta punizione. I colpevoli non dobbiamo solo punirli, è necessario guidarli alla salvezza.

Affinché ciò accada è necessaria una riforma che parta dai vertici, da chi detiene il potere, conferitogli dal popolo, e ciò per favorire cambiamenti determinanti.

Se è vero che il carcere è una ottima scuola per diventare delinquenti, è altrettanto vero che a questo non si pone rimedio non con la violenza, l’indifferenza, la tracotanza di chi ci lavora. Per chi lavora in carcere, la cosa più importante è una preparazione culturale adeguata per relazionarsi con coloro che, giovani o meno giovani, vengono incarcerarti per la prima volta. È necessaria una grande esperienza e una corretta formazione professionale per trattare con persone di etnie, lingua e religione differenti e che hanno, per la maggior parte, la colpa di essere nate lì dove regnano l’emarginazione, la dittatura o la carestia.

La civiltà di uno Stato si misura anche dallo stato delle sue carceri. È vero, questa è diventata una frase fatta, tuttavia spero che chi ci governa la faccia propria e si impegni sin da subito a stanziare energie e denaro, ricordando che dove non vi è energia positiva non c’è colore, non c’è forma, non c’è vita. E solo con investimenti economici si può avere personale qualificato in grado di affrontare questa grande sfida.

Finché ciò non accadrà, io avrò paura di invecchiare, paura di diventare flaccido, rassegnato vile e sottomesso, paura di venire accoltellato in carcere da uno come me.

Matteo Franco Zaffran

Reparto La Chiamata

 

Un campo d’azione

Interdipendenza non somiglianza
Una prova di coraggio verso il cambiamento

Molti giovani adulti rinchiusi in carcere non hanno veramente avuto un’adolescenza. Per questa ragione, c’è bisogno di riunire il maggior numero di risorse possibili per il reparto “LA CHIAMATA”, che immagino come un campo d’azione e una prova di coraggio verso il cambiamento.

Gruppo operativo
Composto da persone capaci di stabilire un contatto con i giovani adulti, che tengano conto delle difficoltà presenti nella crescita umana, in funzione di una pratica educativa che prediliga la comprensione e la relazione, piuttosto che programmi e schemi rigidi.

Contesto
L’ambiente deve suggerire una nuova opportunità di relazione con il giovane. Secondo la teoria di Winnicott (1984), l’atto antisociale è una manifestazione di speranza, un tentativo di chiedere aiuto al mondo degli adulti. Per questo penso a un ambiente fisico e psichico che restituisca voce alla speranza attraverso un costante dialogo e una continua relazione con il giovane, per contenere l’emergere di sentimenti di sfiducia che lo possano indurre a disinvestire sul proprio futuro.

Reclutamento agenti
Credo sia importante reclutare agenti di polizia penitenziaria fortemente motivati a contribuire al cambiamento della persona detenuta e a tollerare e comprendere la fragilità umana. È importante avere nel reparto agenti con una specifica formazione sui fattori che contribuiscono alla costruzione di un’identità criminale e su come contrastare il risentimento, la rabbia e gli atteggiamenti oppositivi, che in luoghi come il carcere sorgono facilmente nel giovane adulto.

Presenza di Peer Support
In aggiunta al lavoro dell’agente motivato e formato, credo sia necessaria la presenza in reparto di detenuti o ex detenuti membri del Gruppo della Trasgressione con lunga esperienza di detenzione. Questo per mantenere un equilibrio tra rigore (agente di polizia) e solidarietà (detenuto o ex detenuto) e per contribuire alla salvaguardia della fiducia e della salute mentale del giovane (che, appena fermato, immagino spaventato e disorientato).

Collegamento con la famiglia e psicofarmaci
Se tra le figure familiari fosse presente un parente “portatore sano d’amore”, incoraggerei frequenti colloqui con il giovane adulto. Inoltre, questo accudimento potrebbe sostituire gli psicofarmaci, “Vorrei essere aiutato a vivere, non a dormire. Vorrei non non mi venisse consigliato di prendere una terapia”, (detenuto, San Vittore, 12.01.2023). “Se si partecipa a un progetto non c’è bisogno di dormire. Il controllo non si ottiene con lo psicofarmaco ma con ruoli che permettano l’esercizio della responsabilità”, (Aparo, San Vittore, 12.01.2023).

Guide credibili e Progetti
Il miglioramento psichico del giovane adulto è raggiunto se l’adulto di riferimento è credibile e capace di attrarlo, senza forzature o imposizioni, con progetti nei quali il giovane possa ricoprire un ruolo significativo (esempio: scrivere pensieri, riflessioni su un certo argomento proposto). L’approccio, saldamente collaudato dal nostro Gruppo, permetterebbe al giovane di prendere, in regime di totale volontarietà e libertà, consapevolezza del suo mondo interiore, dei propri sentimenti e dei propri conflitti.

Contaminazione col mondo esterno
Appuntamenti periodici frequenti per offrire uno stabile “nutrimento culturale” all’interno del reparto. Preparazione di spettacoli teatrali e altre forme d’arte, laboratori che offrano occasioni di apprendimento e di crescita personale. Inviterei docenti universitari, studenti delle scuole superiori, studenti universitari, artisti ma soprattutto gente comune, volontari disponibili al confronto e alla riflessione, persone portatrici di normalità.

Interventi del mondo imprenditoriale
Nella mia vita il lavoro è stato sempre importante, mi ha aiutato in molti momenti di difficoltà e per me ha sempre rappresentato un progetto in cui esercitare ruolo e responsabilità. Per questo sono convinta che il mondo dell’imprenditoria debba essere coinvolto nel progetto del reparto. L’imprenditore ha un ruolo economico e sociale ed è responsabile della crescita della persona. Per questi motivi potrebbe contribuire all’ideazione di progetti nei quali i suoi dipendenti formino le competenze della persona detenuta e la preparino a ricoprire una posizione lavorativa alla sua scarcerazione. Questo per me rappresenta il vero reinserimento nella Società: se lavoro sono nel mondo.

Comunicazione
Viviamo nella società dell’informazione. Dunque, sfruttiamo al meglio queste tecnologie per creare spazi sociali di discussione, di conversazione tra persone detenute e cittadini della società civile, in uno scambio continuo di contenuti e di emozioni, così da mantenere viva nei giovani adulti la fiducia d’investire nel proprio futuro.

In conclusione,
un insieme di forze eterogenee, tutte dedicate a stimolare la creatività delle persone detenute affinché possano svolgere delle attività nelle quali riconoscersi, creare condotte di responsabilità e occasioni di apprendimento. Un camminare insieme con lo scopo di accompagnare il giovane alla consapevolezza dell’offesa procurata, nel suo percorso di costruzione di un’identità nuova e nel suo reinserimento nella società. Soccorrere il giovane adulto e contemporaneamente proteggere gli altri.

Lara Giovanelli, Angelo Aparo

Reparto LA CHIAMATA

Cosa farete da grandi

Ci sono ragazzi che entrano in carcere per la prima volta e vengono trattati come vecchi habitué delle patrie galere. Arrangiati, sembrano dire le mura fredde, mentre i cancelli si chiudono alle loro spalle; qui, ora si decide cosa sarete e cosa farete da “grandi”.

Ora, grazie all’intesa tra alcuni professionisti competenti, si sta pensando a come ricevere i nuovi detenuti e orientare i loro primi giorni in carcere e quelli futuri.

Chiamato a dire la mia per la non felice esperienza, fatta da parecchi anni passati in galera, credo che i giovani, e in special modo quelli che entrano in carcere per la prima volta, debbano essere separati dai detenuti che invece hanno condanne plurime e/o definitive. È fondamentale che dal primo momento, giorno o notte, il ragazzo venga preso in carico da un operatore, del SerD se con problemi di sostanze, per assicurarsi che non vengano abbandonati a se stessi, che si instauri un rapporto di ascolto che permetta al giovane di dire, parlare, di sfogare la sua rabbia, le sue paure, di sentirsi ascoltato, consigliato e protetto.

È consigliabile, secondo me, che il ragazzo non venga lasciato solo, ma che dopo tutti i colloqui con i vari operatori possa essere ubicato in una stanza singola, aperta 24 ore su 24, in una sezione con le adeguate sale di socializzazione. Dico stanza singola, per dare modo al giovane di responsabilizzarsi sulla cura del posto in cui vive, con la possibilità di consumare i pasti in una sala (o mensa) comune con tutti gli altri ospiti (e con gli operatori).

Poi proporrei di lavorare, studiare, frequentare gruppi  in modo da avere la giornata occupata. Certamente anche facendo sport e passeggio sino a sera. I giovani poi andrebbero accompagnati da subito ad un percorso di colloqui con i familiari e/o affetti cari. Da ultimo, e non per importanza, se il ragazzo lo desidera, assistere e partecipare ad incontri con persone che siano attualmente o siano state in carcere, per sentire le loro storie ed essere aiutato a riflettere sul futuro.

Giuseppe Di Matteo

Reparto La Chiamata

La mia grande avventura

Relazione finale di tirocinio
La mia grande avventura!

Ricordo con piacere il primo giorno in cui mi sono recata nella sede per gli incontri, giorno in cui ho visto per la prima volta il Dott. Aparo, Adriano e Nuccio. Fin da subito sono rimasta colpita dall’atmosfera che si respirava, dai temi trattati, dalle belle poesie di Nuccio, dal modo schietto e diretto del Dott. Aparo; ho capito così che finalmente avevo trovato ciò che stavo cercando e la sera stessa ho chiamato Alessandra per confermare il mio tirocinio. Inizia così la mia grande avventura!

Ho iniziato partecipando ai gruppi esterni, che si tengono il lunedì e martedì; ho poi avuto il piacere di presenziare e partecipare agli eventi culturali nei parchi, ad un concerto organizzato con Libera e infine ho preso parte agli incontri settimanali all’interno del Carcere di Opera, a contatto con l’alta e la media sicurezza.

Rammento il primo giorno in cui sono entrata in carcere: il timore di chi si appresta a vivere una nuova esperienza di cui non conosce nulla si alternava alla curiosità e voglia di mettermi in gioco. A incontro iniziato mi sono subito sentita a mio agio, trovandomi poi immersa in un turbinio di emozioni forti e positive che mi hanno stimolato profonde riflessioni e permesso di conoscere meglio me stessa.

Ho visto da vicino l’effetto positivo che un percorso riabilitativo realizza, all’interno del quale l’individuo viene stimolato a riflettere e a ripercorrere le motivazioni e le circostanze che lo hanno portato su determinate strade. Ho visto e preso parte al cambiamento in corso di alcuni membri; ho sentito il racconto di altri che sono riusciti a ricostruirsi una vita da buoni cittadini.

Durante gli incontri viene incentivato e proposto di produrre degli scritti: questo è un grande punto di forza del gruppo perché porta sempre ad elevare il punto di partenza delle riflessioni e a creare una tavola rotonda avvincente.

Ho constatato di persona l’importanza degli interventi per la prevenzione del bullismo nelle scuole, è stata una scoperta inaspettata ed interessante, esperienza a cui voglio continuare a dedicarmi.

Ho partecipato alle consegne di frutta e verdura alle famiglie bisognose di Rozzano insieme ad Antonio, con cui ho trascorso parecchio tempo e instaurato una buona amicizia; è stato divertente e positivo.

Ho preso parte agli incontri su Caravaggio e in seguito a quelli dedicati a Delitto e Castigo dentro il Carcere di Opera, esperienze che hanno lasciato a tutti i partecipanti un grande bagaglio sia culturale sia emotivo e che hanno aperto la strada alla nascita di altre iniziative.

Il gruppo ha un compito importante: risveglia le coscienze, cerca e riporta l’uomo perduto ad essere un buon cittadino e abbatte il muro che c’è tra esterno e interno, portando gli studenti e la gente comune dentro il carcere. Contrasta l’emarginazione e l’illegalità con la cultura, ed è così che si impara a conoscersi: si raccontano le proprie vicissitudini personali, si mettono a nudo le proprie sensazioni del momento, ci si pone domande scomode ma necessarie, si impara a lavorare in gruppo.

Il gruppo non si ferma mai, è sempre in fermento, c’è sempre un nuovo progetto da sviluppare che crea inclusione ed entusiasmo e stimola la mente come ad esempio “La chiamata”, che prevede che nel carcere di San Vittore un reparto venga orientato secondo le coordinate del gruppo.

Il mio tirocinio è finito ma non la mia grande avventura, che continuo a vivere in modo partecipe ed entusiasta con il gruppo di cui sento di far parte.
Un grande ringraziamento al Dott. Aparo, a tutte le persone che ho conosciuto dentro e fuori dal carcere, con cui collaboro e che rendono le giornate speciali.

Carlotta Boccaccio

Tirocini

Verbale 18.01.23, Carcere Opera

Mercoledì, 18 gennaio 2023, si è svolto l’incontro settimanale presso il Carcere di Opera.

Il Prof.  ha aperto l’incontro partendo da un episodio bizzarro, recentemente accaduto, per proporre una riflessione circa la nostra visione della realtà. Ognuno -dice- ha una visione del mondo limitata in quanto vede ciò che ha davanti; nella delinquenza avviene la stessa cosa, si seleziona del mondo una piccola fetta di realtà, la si compone e le si attribuisce un punteggio, dopodiché si perseguono atteggiamenti collegati alla limitata fetta di realtà osservata, si fanno disastri e ci si ritrova nei guai.

Si inizia a leggere gli scritti dei detenuti sul nuovo progetto “La chiamata” che prevede un reparto impostato in modo innovativo e secondo le coordinate del nostro gruppo.

Si parte con lo scritto di Mimmo, redatto in un italiano bene articolato, sull’importanza di un’appropriata gestione dei “nuovi giunti”. Mimmo scrive che andrebbero tenuti separati da chi è già stato condannato e si sofferma sulla necessità di provvedere a un reale recupero delle persone detenute, in modo che, oltre che un peso, siano per la società anche una risorsa.

L’incontro prosegue con lo scritto di Francesco che racconta la sua esperienza di quando era stato arrestato e trasferito al carcere di Perugia e ricorda un viaggio estenuante, ammanettato con altri detenuti con un arrivo in cui è stato lasciato al freddo per una settimana.

Ne parte una riflessione sul trattamento che spesso i detenuti ricevono; di sicuro queste situazioni non favoriscono né un buon comportamento né un’alleanza con il personale penitenziario e con l’autorità.

La riunione prosegue con il racconto di Amendola, che riesce a descrivere situazioni drammatiche con un linguaggio ironico e coinvolgente. Racconta in modo divertente la sua esperienza, da quando era stato arrestato alle sue attuali condizioni, che passano da un arresto piuttosto duro ad alcuni periodi che ha vissuto in isolamento, senza i beni primari e in uno stato di totale sconforto e smarrimento.

Il Prof.  interviene e chiede a tutti i presenti di comunicare quello che hanno sentito durante il racconto di Amendola e poi successivamente quello che hanno capito. Parte una tavola rotonda, ognuno esprime il proprio punto di vista e tutti trovano il racconto molto coinvolgente, capace di mettere in luce i vari problemi che si presentano con le autorità e lo stato d’animo che si prova nelle varie fasi della detenzione.

Il dott. Aparo mette in evidenza l’importanza del racconto: il narratore è un po’ un artista, le persone di cui Amendola parla, ad esempio quando cita l’ufficiale che gli dà il cibo scaduto per dispetto, nonostante questi abbia una divisa, non viene descritto nella sua piatta realtà di figura istituzionale, ma come fosse il personaggio di un romanzo.

Il detenuto comune accomuna solitamente tutte le figure del carcere per confermare a se stesso l’arbitrio dell’intera istituzione, Amendola invece parla di singole persone che sbagliano e non dell’istituzione nella sua globalità. Questo succede poiché oggi egli ha uno spazio mentale che gli permette di raccontare le cose senza auto descriversi come un oggetto nelle mani della realtà istituzionale o della tirannia istituzionalizzata.

Il detenuto durante il suo percorso deviante, di solito, riesce a sentire di avere un ruolo nella realtà solo ricorrendo al narcisismo e all’autoesaltazione, cosa ben diversa da quello che viene chiesto a buon cittadino. Amendola, col suo racconto, è stato invece capace di uno sguardo attivo sulla realtà grazie alla consapevolezza del suo vissuto e senza ricorrere al potere della pistola.

Risulta evidente a tutti i partecipanti il cambiamento di Amendola rispetto agli incontri iniziali, quando egli parlava molto, a volte troppo, tanto da sembrare talvolta inopportuno; il Prof. mette in evidenza che anche l’atteggiamento del gruppo non era favorevole, forse, dice, non eravamo sufficientemente disponibili all’ascolto, in quanto era l’ultimo arrivato e si prendeva più spazio di quello che noi al momento eravamo pronti a concedergli.

Prende la parola Ciro, partendo da un suo scritto, fatto in precedenza, si interroga sul senso del chiedere perdono per i reati commessi in quanto, non potendo tornare indietro, ritiene che abbia poco senso. Il Prof. propone di porre ai parenti delle vittime una richiesta di “aiuto al cambiamento” piuttosto che una richiesta di perdono; forse questo potrebbe permetterci di avere una più facile collaborazione con Libera. Il perdono, inoltre, è asimmetrico, mentre la richiesta di cambiamento è un invito alla collaborazione.

Il pomeriggio prosegue con il gruppo della media sicurezza e viene proposto a tutti di trovare un argomento di cui parlare. Vincenzo Solli manifesta un suo attuale disagio per cui quando esce dal carcere non riesce ad occupare in modo ottimale il proprio tempo, non può tornare a casa dai parenti e sceglie di andare presso la Clinica Mangiagalli a vedere i bambini che sono nell’incubatrice poiché gli ricordano la nascita di suo figlio; riferisce che vedendo così tanta sofferenza nel mondo si sente più protetto dentro il carcere.

La riunione prosegue con la lettura degli scritti di Marcos ed Emanuele, sul reparto “La chiamata”, in cui entrambi esprimono l’esigenza di un’area in cui ci sia un’accoglienza adeguata per i “nuovi giunti” e una divisione equilibrata dei vari reparti con un supporto psicologico. Emanuele, in particolare, propone la figura di una sorta di mediatore che possa fare da ponte tra il detenuto e il personale penitenziario.

Il Prof. conclude l’incontro ritornando al discorso sullo stato d’animo che alcuni detenuti vivono fuori durante i permessi: se uno ha una famiglia, una moglie, trova uno scopo, altrimenti, quando esce in permesso, passato il primo momento di felicità, arriva quello dello sconforto e della frustrazione, perché in carcere a volte si arriva ad avere un ruolo, mentre fuori, a maggior ragione per chi è stato in carcere, è difficile essere qualcuno, soprattutto se soli. Occorrerebbe quindi una rete, una struttura che permetta al detenuto di sentirsi utile e accolto nei momenti trascorsi fuori dal carcere, in quanto avere un ruolo e un riconoscimento è fondamentale per il cambiamento.

La riunione si conclude con la richiesta, rivolta a tutti i detenuti, di preparare un progetto per riuscire ad utilizzare il tempo fuori dal carcere in modo soddisfacente e costruttivo.

Verbali

La Chiamata al carcere di San Vittore # week 2

L’altalena.

Il mondo è una palla rotonda leggermente schiacciata ai poli. Ed essendo palla che fa? Rotola. È chiaro, che la terra si muova non è una novità. L’ha detto qualcuno che tra l’altro deve essere anche finito in galera. Sì, ma ultimamente sta succedendo un fenomeno strano. Molto strano. Si sente. Si sente che si muove. Si ha proprio come la sensazione che il terreno sia alquanto malfermo. Sì, è un movimento direi sismico, continuo. Ondulatorio o sussultorio? Va be’, non andiamo nel difficile. Insomma si fa fatica a stare in piedi. Manca proprio l’equilibrio” (L’equilibrio, Gaber – Luporini)

Reparto LA CHIAMATA

Reparto La Chiamata, un’area cogestita

Premessa:

Il progetto LA CHIAMATA parte da due presupposti:

  • Il primo è che ogni bambino cerca di ottenere la propria affermazione, prima appoggiandosi ai genitori per i bisogni primari, poi cercando di ottenere, per le sue “prodezze” e le sue pene, attenzione e riconoscimento dalle proprie figure ideali, le quali, se tutto va bene, continueranno a essere i genitori e, a seguire, gli insegnanti;
  • il secondo è che la vita deviante, con l’abuso, l’eccitazione, i profitti, le mire e le relazioni di potere che la caratterizzano, costituiscono solo il surrogato del riconoscimento che non si è riusciti a ottenere dalle figure ideali.

In linea con quanto sopra, è previsto che le attività, le atmosfere, le modalità di relazione che caratterizzano il reparto LA CHIAMATA ruotino e lavorino attorno a:

  • l’importanza per ognuno di noi di raggiungere il proprio ideale;
  • i compromessi cui gli adolescenti ricorrono quando perdono la fiducia di poterlo raggiungere;
  • le esperienze che permettono di tornare a cercare i propri ideali dentro di sé e nelle figure che vorremmo potere riconoscere come guide.

 

Obiettivi

  • ottenere che tutti gli ospiti del reparto abbiano una funzione, dei compiti e degli obiettivi, così da giungere in tempi definiti a risultati riconoscibili, misurabili, presentabili.

 

Tratti distintivi

  • Nel reparto vivono solo persone che scelgono di farne parte;
  • Tutti i detenuti hanno dei compiti e dei risultati da raggiungere;
  • Ogni settimana viene chiesto agli ospiti del reparto se e quanto sono soddisfatti di quello che hanno realizzato, di quello che hanno acquisito e quali sono i loro prossimi obiettivi;
  • Nel reparto è fortemente sconsigliato l’uso di psicofarmaci, nei casi più difficili si tollera l’uso a scalare, fino alla completa cessazione in tempi concordati e definiti;
  • Nel reparto sono attive numerose iniziative culturali, sportive, lavorative che vengono coordinate dalle associazioni, da professionisti esterni che aderiscono all’iniziativa e, laddove possibile, dagli stessi ospiti del reparto (i detenuti potranno coordinare dei progetti se prima avranno ottenuto dei risultati tangibili e riconosciuti dagli altri);
  • Ogni tre mesi vengono presentati i risultati della o delle squadre che vivono nel reparto a un pubblico costituito da detenuti, da una rappresentazione delle autorità che dirigono il carcere, da familiari dei detenuti, da ospiti esterni (tra cui imprenditori e rappresentanti di enti potenzialmente disponibili a investire sulle iniziative del reparto).

La produzione creativa (testi, disegni, manufatti, dipinti, canzoni, foto, video, ecc.), in linea generale, riguarda i temi e le attività tradizionali del gruppo. Nel reparto verranno proposti con cadenza trimestrale alcuni dei nostri titoli: La sfida; La trasgressione; Il labirinto delle dipendenze; Le micro e macro-scelte; Il divenire dell’identità; Il virus delle gioie corte; Il male, complesso e banale; La nicchia, la crosta e il rosmarino; ecc.

Tra le attività del gruppo, anche alcuni laboratori teatrali cui partecipano detenuti e studenti: Il Mito di Sisifo, La slot machine, Una serata da bulli, La rapina, La ninna nanna e le mazzate.

In relazione a tali temi e attività vengono sollecitati contributi personali e di piccoli gruppi di lavoro da parte dei detenuti che risiedono nel reparto, dei tirocinanti e dei vari componenti del gruppo della trasgressione, dei giovani di LIBERA, degli educatori scout e di tutte le persone che partecipano al progetto “Lo Strappo, quattro chiacchiere sul crimine”. I contributi, se rispondenti ai requisiti di qualità necessari, potranno poi essere presentati nelle riunioni periodiche con pubblico esterno, pubblicati sui canali web del gruppo (L‘Officina creativa su www.vocidalponte.it) e sui canali di chi collabora all’iniziativa.

In prospettiva, con la diffusione dei contenuti prodotti nel e per il reparto, si punta a moltiplicare i contatti tra detenuti e realtà esterna e a ottenere finanziamenti e investimenti sull’iniziativa.

Le diverse attività creative e, in particolare, le rappresentazioni teatrali rispondono allo scopo di far passare i detenuti che risiedono nel reparto dalla condizione di chi è trascinato dalla corrente (che egli stesso alimenta) a quella di chi riflette sulle dinamiche che la producono e comincia a diventare consapevole dei propri meccanismi.

 

Gli operatori del gruppo
All’interno del reparto, oltre al personale previsto dall’Istituto, sono quotidianamente presenti diversi componenti del gruppo della trasgressione. In particolare, è previsto che tutti i giorni le attività di cui ai paragrafi precedenti siano coordinate dai componenti senior del gruppo e che, nel corso della settimana, gli studenti universitari in tirocinio con la nostra associazione possano fare visite frequenti per confronti con i detenuti e per favorire la realizzazione dei contributi creativi di cui sopra.

Interverranno in occasioni specifiche e su temi ed eventi di giustizia riparativa alcuni familiari di vittime di reato che da tempo fanno parte del gruppo della trasgressione. Lo stesso accadrà per professionisti, sostenitori (Rotary Club Milano Duomo) e vecchi componenti del gruppo.

I componenti senior del gruppo sono tutti laureati in psicologia; i tirocinanti provengono da varie facoltà: Psicologia, Scienze dell’educazione, Filosofia, Giurisprudenza, ecc.

Fanno parte dei Senior del gruppo anche alcuni detenuti ed ex detenuti che, dopo oltre un decennio di presenza al gruppo, ne sono diventati oggi parte integrante e punte di diamante negli incontri che la nostra associazione ha nelle scuole medie primarie e secondarie per la prevenzione al bullismo e alla devianza.

 

La Settimana
La settimana ideale all’interno del reparto, compatibilmente con le esigenze dell’istituto, somiglia a quella di un college, con orari per la sveglia e le attività e con momenti di privacy. Tutti i giorni sarà presente almeno un componente senior del gruppo della trasgressione.

 

La collaborazione con LIBERA e con gli esterni punta a far circolare nel reparto i valori di coetanei dei detenuti del reparto, a favorire il riconoscimento reciproco tra coetanei e a giungere all’identificazione di obiettivi comuni tra detenuti, ragazzi di Libera e studenti universitari. Tra questi obiettivi, il primo in ordine temporale è giungere al 21 marzo 2023, ricorrenza della manifestazione di Libera in memoria delle vittime innocenti della mafia, con una rappresentazione capace di veicolare il percorso comune e i risultati raggiunti.

 

L’ingresso in carcere e la selezione
È desiderabile che i detenuti nuovi giunti con caratteristiche tali da poter diventare ospiti del reparto abbiano un primo contatto, subito dopo il primo impatto col carcere, con qualcuno dei senior del gruppo della trasgressione, così da prendere confidenza da subito con gli obiettivi del reparto e decidere se accettare o meno di prendere parte all’iniziativa.

 

Il monitoraggio della salute mentale e della recidiva
A latere delle attività del reparto e nell’ottica di valutare i reali benefici dell’iniziativa per i detenuti, per l’istituzione e per la società esterna, si auspica di monitorare attraverso confronti periodici e interviste a detenuti interni ed esterni al reparto:

  • la percezione di sé e la descrizione della propria condizione;
  • la frequenza di atti autolesionistici in ristretti di età e provenienza simile;
  • le relazioni dei detenuti con il personale di polizia penitenziaria, con gli operatori interni e con i volontari;
  • la frequenza della recidiva dentro e fuori dal reparto.

 

La selezione e la formazione degli agenti del reparto
Laddove ce ne siano le condizioni, è auspicabile che gli agenti di polizia che operano all’interno del reparto possano:

  • seguire dei corsi di formazione mirati;
  • avere un ruolo attivo nella progettazione delle iniziative;
  • partecipare a riunioni periodiche di verifica dei risultati e dei problemi in essere.

Reparto La Chiamata